Moti dell'Aquila

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Moti dell'Aquila
Moti L'Aquila Quattro Cantoni.jpg
Fiamme ai Quattro Cantoni e lungo Corso Vittorio Emanuele che coprono Palazzo Fibbioni.
Data26-28 febbraio 1971
LuogoL'Aquila, Italia
CausaQuestione del capoluogo regionale abruzzese
EsitoCapoluogo all'Aquila, ma diversi uffici localizzati a Pescara
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«il Consiglio e la Giunta regionali si riuniscono a L'Aquila e a Pescara»

(Statuto regionale, come letto erroneamente dal Presidente del Consiglio regionale Emilio Mattucci il 26 febbraio 1971 all'Aquila)

I moti dell'Aquila, o moti aquilani, furono una sommossa popolare avvenuta nella città dell'Aquila nei giorni compresi tra il 26 e il 28 febbraio del 1971. I moti avvennero a seguito della decisione del Consiglio regionale dell'Abruzzo di prevedere due sedi, una all'Aquila e una a Pescara, per la Giunta e il Consiglio stesso e di collocare nella città adriatica anche la maggior parte degli assessorati regionali (sette su dieci), lasciando però all'Aquila il titolo di capoluogo. La sommossa iniziò probabilmente a causa di un semplice errore di lettura del Presidente del Consiglio durante la prima declamazione pubblica del nuovo Statuto regionale; i moti non portarono però ad alcun risultato e la decisione del Consiglio non fu modificata.

Antefatti[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la nascita della Repubblica Italiana e l'approvazione della Costituzione, il tema dell'istituzione delle amministrazioni regionali non fu subito affrontato; nel 1953, su proposta del ministro Mario Scelba, fu approvata una legge di attuazione del titolo V della Costituzione in materia di enti locali, ma solo con la legge 16 maggio 1970, n. 281 si diede avvio al processo di decentramento regionale.[1][2][3] Quindi il 7 e 8 giugno del 1970 si svolsero le elezioni regionali in tutte le regioni a Statuto ordinario d'Italia; le elezioni abruzzesi videro la vittoria della DC (20 consiglieri), seguita da PCI (10), PSI (3), MSI (2), PSU (2), PSIUP (1), PLI (1), PRI (1).[4] Fu eletto Presidente del Consiglio regionale Emilio Mattucci, atriano, e subito si pose la questione della scrittura dello Statuto della Regione e il conseguente problema della scelta del capoluogo; infatti, mentre in tutte le altre Regioni il problema non esisteva, lo stesso non si poteva dire per l'Abruzzo e la Calabria, la cui situazione degenerò nei moti di Reggio.[5]

Foto di Lorenzo Natali e Remo Gaspari, principali esponenti della DC abruzzese degli anni '60-'80, che però non affrontarono il problema

La situazione abruzzese era la seguente: L'Aquila era storicamente la città più importante della Regione, mentre Pescara la più industrializzata, popolosa ed economicamente in via di sviluppo; all'inizio il Governo nazionale sembrò appoggiare la causa aquilana, nominando il prefetto dell'Aquila Luigi Petriccione commissario governativo, ma le proteste nella città adriatica (le "notti dei fuochi", alla fine di giugno) riaprirono le trattative.[6][7] Inoltre, esisteva anche un problema politico interno alla Democrazia Cristiana, denunciato dalle opposizioni, in quanto la sezione regionale del partito di governo era retta da una sorta di diarchia, formata dagli onorevoli Remo Gaspari e Lorenzo Natali, i cui bacini elettorali erano rispettivamente la zona costiera e quella montana, e nessuno dei due voleva esporsi troppo riguardo alla questione.[7] Anche la DC nazionale, nella persona di Arnaldo Forlani, aveva lasciato il compito di decisione ai comitati provinciali e i segretari provinciali dell'Aquila e Pescara, rispettivamente Luciano Fabiani e Giorgio Di Carlo, in un incontro svoltosi in un albergo a Popoli, decisero di mantenere il capoluogo regionale all'Aquila e di favorire Pescara attraverso la spartizione degli assessorati (sette nella città adriatica, tre nel capoluogo).[8] Con l'inizio del 1971 la situazione sembrava ancora lontana da una risoluzione e il 26 gennaio di quell'anno all'Aquila fu organizzato uno sciopero generale che paralizzò la città, per portare avanti la causa del capoluogo appenninico; un nuovo sciopero avvenne un mese esatto dopo, il 26 febbraio, giorno in cui fu convocato il Consiglio per votare il nuovo Statuto, dopo che si era raggiunto un compromesso.[9][10]

I moti[modifica | modifica wikitesto]

In questo clima molto teso, quello stesso giorno avvenne la lettura pubblica del nuovo Statuto da parte del Presidente del Consiglio Mattucci nella sede della Provincia dell'Aquila al palazzo della Prefettura, prima dell'inizio della votazione sulla norma.[9] In quella situazione di stallo, la goccia che fece traboccare il vaso all'Aquila fu un errore del Presidente, che lesse "il Consiglio e la Giunta regionali si riuniscono a L'Aquila e a Pescara" davanti alla stampa e al pubblico; tuttavia, l'articolo 2, nella forma corretta, prevedeva la dicitura "a L'Aquila o a Pescara".[11][12][13] Il consigliere della DC Benucci tentò di correggere Mattucci urlando, ma questo stesso atto fu probabilmente l'inizio delle proteste, dato che subito iniziò un lancio di monetine verso i consiglieri.[9][11] Il Presidente, però, continuò con la lettura e arrivò alla spartizione concordata degli assessorati, che fece sì che la situazione peggiorasse in maniera irrimediabile; la protesta diventò infatti incontenibile e i consiglieri si rifugiarono nell'ufficio del prefetto, approvando velocemente la norma con 38 voti favorevoli, un contrario (Ferri, MSI) e un astenuto (Susi, PSI).[8][9][14] La folla fu dispersa con l'aiuto del Battaglione allievi Carabinieri di Chieti, convincendo i protestanti che la seduta fosse stata rimandata, mentre i consiglieri furono fatti uscire da una porta sul retro scortati dalla Polizia.[8][9][14]

Il magazzino del pescarese Monti, devastato durante le proteste, a Palazzo Cipolloni Cannella, lungo Corso Vittorio Emanuele.[9]

Il giorno seguente, però, in città si scatenò una vera e propria guerriglia urbana: furono incendiate le sedi di quasi tutti i partiti (tra cui quella della DC a Palazzo Ciolina, ma soprattutto quella del PCI in via Paganica, poiché i comunisti avevano avuto un ruolo fondamentale nella scrittura della formulazione finale, mentre il MSI non venne attaccato) e la stessa sorte toccò alle abitazioni di molti politici aquilani (tra cui Fabiani, segretario provinciale DC, mentre quella di Nello Mariani, sottosegretario PSI agli Interni, fu difesa dalla celere), allontanatisi dalla città in maniera preventiva, e al magazzino di un imprenditore pescarese.[8][9][11][12][15][16] Secondo alcune interpretazioni furono i missini ad alimentare la rivolta, così come già successo a Reggio Calabria (il MSI nazionale lanciò lo slogan «L'Aquila, Reggio, a Roma sarà peggio»), nel contesto italiano della strategia della tensione degli anni 1970; arrivarono infatti in città anche militanti neofascisti da altri centri.[17]

Il questore Ortu cercò di mettere fine alla rivolta attraverso la via del negoziato;[18] nel pomeriggio arrivarono tuttavia forze dell'ordine dalla capitale, guidate dal capo della Polizia Angelo Vicari, che rimosse il questore dalla carica, e iniziò a organizzare la soluzione insieme al prefetto dell'Aquila Petriccione.[9][18] Il 28 si riuscì a calmare la rivolta aperta, ma tutto si concluse con il ritiro delle forze di polizia di Roma, che avevano capito che la situazione aquilana non necessitava una repressione così vasta come quella dei moti di Reggio, anche se si registrarono comunque diversi feriti e decine di arresti.[9][12][19] La pacificazione finale ci fu però grazie a un comizio di Pietro Ingrao il 7 marzo in Piazza Duomo e, lo stesso giorno, una cena tra gli esponenti politici locali e il capo della Polizia segnò la fine delle tensioni.[12][20]

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Alla fine i moti non modificarono la risoluzione consiliare, anche se alcuni giornali aquilani continuarono una campagna sul tema, senza però un seguito politico.[11] Lo Statuto fu infine approvato ufficialmente il 31 marzo, con il Consiglio riunito all'interno del Forte spagnolo, migliore dal punto di vista logistico e della sicurezza.[21][22]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Michele Strazza, La nascita delle regioni ordinarie, su Storia in network. URL consultato il 19 ottobre 2019 (archiviato il 15 settembre 2019).
  2. ^ LEGGE 10 febbraio 1953, n. 62, su gazzettaufficiale.it. URL consultato il 20 ottobre 2019 (archiviato il 20 ottobre 2019).
  3. ^ LEGGE 16 maggio 1970, n. 281, su gazzettaufficiale.it. URL consultato il 20 ottobre 2019 (archiviato il 20 ottobre 2019).
  4. ^ Ministero degli Interni, Archivio Storico delle Elezioni, su elezionistorico.interno.it. URL consultato il 18 ottobre 2019 (archiviato il 4 marzo 2016).
  5. ^ De Fanis 2016, pp. 114-115.
  6. ^ 48 anni fa i moti per L'Aquila capoluogo, su ilcapoluogo.it.
  7. ^ a b De Fanis 2016, pp. 115-116.
  8. ^ a b c d I moti e quell'incontro segreto a Popoli, su ilcentro.it.
  9. ^ a b c d e f g h i I ricordi di chi visse gli eventi in prefettura, su ilcentro.it.
  10. ^ De Fanis 2016, p. 117.
  11. ^ a b c d Quarant'anni dai moti per il capoluogo: all'Aquila fu rivoluzione del dolore, su abruzzoweb.it.
  12. ^ a b c d La rivolta dimenticata ha 40 anni, su ilcentro.it.
  13. ^ Vecchio statuto: legge regionale 22 luglio 1971, n. 480, su www2.consiglio.regione.abruzzo.it. URL consultato il 19 ottobre 2019 (archiviato l'8 settembre 2017).
  14. ^ a b Crainz 2000, pp. 136-137.
  15. ^ De Fanis 2016, p. 116.
  16. ^ Crainz 2000, p. 137.
  17. ^ Silj 1994, p. 89.
  18. ^ a b Ricciuti: quella notte mi procurai due fucili, su ilcentro.it.
  19. ^ La battaglia per il capoluogo che si scatenò nel febbraio 1971, su ilcentro.it.
  20. ^ Quarant'anni fa la rivolta aquilana: l'anniversario dimenticato, su laquilaemotion.it.
  21. ^ L'Emiciclo Rinasce - La Storia, su emiciclorinasce.it. URL consultato il 17 agosto 2018 (archiviato dall'url originale il 23 ottobre 2019).
  22. ^ Tutto cominciò così, per una 'e', in ilcentro.it.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]