Storia di Chieti

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Chieti.

« Vidi Tietta, dove già fu 'l seggio
della madre d'Achilles, e di questo
per testimon quei del paese chieggio. »

(Fazio degli Uberti)
Foto storica di Chieti, vista dalla villa comunale

La pagina descrive la storia di Chieti, una delle città più antiche d'Abruzzo, che percorre l'epoca italica, quando era capitale dei Marrucini, la successiva conquista romana e trasformazione in municipium, la distruzione di Pipino il Breve e la conseguente riedificazione sotto i Normanni, l'ascesa al potere come capitale dell'Abruzzo Citeriore sotto la famiglia Valignani nel XIII secolo, lo sviluppo economico nell'epoca settecentesca, e culturale nell'800, fino alla seconda guerra mondiale, quando venne dichiarata "città aperta", e al nuovo sviluppo economico e culturale dagli anni 1960.

Origine del nome[modifica | modifica wikitesto]

Chieti è fra le più antiche città d'Italia, nonché la più antica d'Abruzzo.[1] Le origini sono mescolate alla mitologia, poiché la leggenda racconta che fu fondata nel 1181 a.C. dall'eroe Achille, che la chiamo Teate in onore della madre Teti. Infatti il nome greco della dea è molto simile a quello teatino: Θετις - Thètis. L'eroe omerico è rappresentato anche sullo stemma della città, sopra un cavallo rampante, che regge lancia e scudo su cui è raffigurata una croce bianca su campo rosso con quattro chiavi: sono le quattro antiche porte cittadine di Sant'Anna, Santa Maria, Napoli e Pescara. La croce è anche un simbolo cristiano, poiché lo scudo ha legami con lo stemma della famiglia Valignani, che prese subito parte alle crociate in Terra Santa.

Gli storici hanno osservato che il nome Teate proviene dal greco Θηγεατη (Thegèate), poiché forse fondata dai Pelasgi. Nella lingua greca veniva chiamata così anche dallo storico Strabone, che attribuì la fondazione ai popoli dell'Arcadia.
Durante l'epoca italica e la conquista romana la città cambiò nome in Teate Marrucinorum, e successivamente, dopo il sacco di Pipino il Breve nell'801, iniziò a modificare il nome, che ne volgare si trasformò pian piano in Chieti. Tuttavia nel latino, fino al XIX secolo, la città fu sempre chiamata con l'antico nome romano Teate, così come gli abitanti accolgono l'opzione di essere definiti "teatini", a differenza dell'attuale "chietini" per la nomenclatura odierna.

Primi insediamenti e periodo italico[modifica | modifica wikitesto]

Frontone del tempio della triade capitolina, nel Museo archeologico La Civitella
Il guerriero di Capestrano conservato nel Museo Archeologico Nazionale di Villa Frigerj

Come dimostrano alcuni reperti originali conservati nel Museo Universitario di Scienze Biomediche, nell'ex Palazzo OND a Chieti, il territorio teatino fu abitato sin dall'epoca della preistoria, ma ancor prima oltre 4 milioni di anni fa nell'era del giurassico, e sono esposti resti fossili di dinosauri e di altri animali oggi estinti.

Già nel III millennio a.C. si contano insediamenti nel colle dell'attuale Chieti. Numerosi rinvenimenti di ceramiche, ossa e strumenti di lavorazione agricola sono stati recuperati nei vari scavi archeologici e conservati nel Museo Archeologico Nazionale d'Abruzzo a Villa Frigerj. Si ipotizza che Chieti fu una delle tante città fondate dai discendenti degli Osco-Umbri, chiamati Sanniti, nella tribù dei Marrucini. I Marrucini è una tribù minore del popolo dei Sanniti, stanziatisi nelle zone di Chieti, Rapino e Guardiagrele, e in altre fasce territoriali comprese a nord del fiume Pescara ed a sud del Foro; il loro limite era il mar Adriatico, con la foce del fiume Pescara presso il porto di Aterno, oggi città di Pescara, mentre il confine occidentale era la Majella. L'importanza strategica dei primi villaggi italici era data dalla numerosa presenza di colli su cui si potevano controllare i traffici sul tratturo, e più avanti transitare sulla via Claudia Valeria, o "marrucina", come dimostra il toponimo del comune San Martino sulla Marrucina.
I Marrucini sono citati dai famosi storici Dionigi di Alicarnasso (20, 1), Diodoro Siculo (XIX, 105, XX, 44 e 101,5), Polibio (II, 24 e III, 88), Tito Livio (IX, 45, XXII, 61, XXVII, 45), Cesare (La guerra civile, I, 23) e Velleio Patercolo (II, 16). Gli insediamenti più importanti oltre a Teate erano una certa oppidum Pollitium (Rapino) di cui parla Diodoro Siculo, attaccata dai Romani nel 311 a.C., mentre si hanno notizie certe di un abitato fortificato come Pallanum per i Frentani a Civita di Danzica, presso la "grotta del Colle", sempre nelle vicinanze di Rapino, dove venne ritrovata la tabula Rapiniensis, insieme a ceramiche e statuette votive. Simili reperti furono rinvenuti in quasi tutti i comuni dell'area teatina come Vacri, Bucchianico, Ripa Teatina, Pretoro, specialmente Guardiagrele con la necropoli di Comino e Pennapiedimonte.

Successivamente, intorno all'VIII secolo a.C., la popolazione locale iniziò ad essere conosciuta ufficialmente come tribù dei Marrucini, tanto che Teate ne divenne la capitale. I ritrovamenti conservati nel Museo Archeologico dimostrano che i Marrucini erano in stretto contatto con i Sabini, poiché tre steli funerarie monumentali, con iscrizione celebrativa simile all'epitaffio del Guerriero di Capestrano, riportano ringraziamenti e onori al popolo sabino. Prima dell'importanza di Chieti, Civita di Danziza e Rapino detenevano il potere, usando il sistema governativo della monarchia, finché Roma non trasformò il governo in touto marouca. Verso la fine dell'età repubblicana Teate assunse sempre più importanza soppiantando le altre città, unico centro amministrato dai quattrorviri, nei coaiddetti itineraria romani viene citata lungo la via Claudia Valeria.

Con lo sviluppo urbanistico della città, nel periodo italico, intorno al IV secolo a.C., si può affermare che l'area sacra era il colle della Civitella, dove si trovavano tre templi su un alto podio (II secolo a.C.). Su alcuni frontoni recuperati sono raffigurati al centro la famosa "triade capitolina" di Giove-Giunone-Minerva. Nel secondo frontone sono raffigurati Giove fanciullo, i Dioscuri ed Elena. Nel terzo Apollo, le Muse ed Ercole.
Monete del V secolo a.C. dimostrano che Teate era in commercio con Napoli e le varie poleis della Magna Grecia.
I Marrucini, Peligni e Marsi rimasero in buoni rapporti con Roma fino al 308 a.C., benché avessero espresso verso l'Urbe l'intenzione di appartenere al partito filosannitico, controllando le loro terre. I Marrucini si erano scontrati contro i Romani già nel 313 presso Pollitium (Rapino) a causa di un'interruzione della via del commercio verso l'Apulia. Nel 304 ci fu un trattato di pacificazione, visto il rischio di scontri sempre più evidenti tra gli eserciti romani in passaggio nelle terre dei Peligni, Marsi e Marrucini, con il rischio di una vera guerra. Con il foedus del 304 giungeva a compimento il processo di disarticolazione politica del mondo sannitico iniziato da Roma dopo la guerra del 319 a.C.

L'epoca romana: Teate Marrucinorum[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Teate.
I templi romani giulio-claudi del I secolo

Teate, come le altre città italiche del Sannio, si trovò a combattere nel IV secolo a.C. le cosiddette Guerre sannitiche; i Marrucini si distinsero molto nei combattimenti, fino allo scontro finale contro Roma nel 304 a.C., che si concluse con un trattato di pace. I Marrucini furono in buoni rapporti con l'Urbe, e parteciparono a numerose campagne militari contro Pirro, i Galli, Perseo di Macedonia, Annibale e Asdrubale. Come riportato in un'iscrizione sul sepolcro di Lucio Cornelio Scipione Barbato, che riporta conquiste nel territorio frenano, il Sannio continuò a mostrarsi insofferente verso Roma, ma ciò non toccò i Marrucini, i quali parteciparono nella battaglia di Eraclea nel 280 a.C. Nel 272 i Carricini, confinanti con i Marrucini, scesi in guerra contro Roma, stipularono un trattato di pace. Lentamente, come già detto, l'organizzazione sociale iniziò a romanizzarsi, con la simbolica erezione dei templi della triade capitolina presso la Civitella.

Un secolo più tardi, nel 91 a.C. scoppierà la guerra sociale contro Roma, voluta dagli Italici della Lega Italica, e anche Teate partecipò alla grande alleanza del Sannio contro l'Urbe. Il condottiero teatino Asinio Herio, della nobile gens Asinia[2] guidò le truppe marrucine nei vari scontri contro Roma, e fu sconfitto a Teate da Gaio Mario e ucciso. La sua stirpe successivamente verrà trapiantata a Roma. Teate tuttavia non verrà distrutta, e verrà convertita in municipium romano, col nome di Teate Marrucinorum, arrivando a contare 60 000 abitanti. Del dominio romano a Teate resta un notevole numero di testimonianze, come i tempietti romani, l'anfiteatro romano della Civitella, il teatro romano, il tempio di Diana che fu convertito in chiesa di Santa Maria del Tricalle, la cisterna romana sopra il pozzo sacro, e le terme romane.

Riguardo la cronologia storica dei fatti di Teate dopo la conquista romana si ricorda la valenza dei soldati al servizio di Roma nelle battaglie di Cesare in Africa (49 a.C.) e di Farsalo, insieme ad altre guarnigioni peligne, marsicane, frentane. Teate divenne municipium sotto il principato di Augusto, successivamente fu accorpata nella Regio IV.

Secondo l'Historia Augusta, una raccolta anonima di biografie di imperatori romani scritta intorno al IV-V secolo d.C., Teate sarebbe stata colpita da un terremoto nel 68 d.C., ma il testo non fornisce ulteriori informazioni[senza fonte][3].

Urbanistica della città romana[modifica | modifica wikitesto]

La città fu arricchita di un foro, il teatro romano che contava 5 000 posti, con 80 metri di diametro, l'anfiteatro di dimensione 60x40 metri con 4 000 posti, l'acquedotto, situato oggi sotto il corso Marrucino, che conduceva alla parte bassa delle terme romane, e infine i vari templi, conservati perché trasformati nell VII secolo in chiese cristiane. La conservazione del teatro, dell'anfiteatro e dei templi permette la ricostruzione della storia dell'arte teatino-romana del I secolo, al tempo degli imperatori Tiberio e Claudio: la copertura dell'esterno delle strutture è in tasselli (cubilia) simmetrici che formano motivi geometrici. Nella piazza dei Templi sono state rinvenute delle iscrizioni di importanti famiglie teatine sotto il governo di Nerone, come i Vezii: le iscrizioni riguardano infatti i coniugi Marco Vezio Marcello e Priscilla Elvidia[4]. La piana del Pescara, con sbocco al porto pescarese, verrà arricchita della strada romana della via Tiburtina Valeria, i cui viandanti e pastori transumanti erano obbligati a pagare il pedaggio alla città, ben collegata all'Urbe. Durante il principato di Augusto, a Roma si distinse il politico e oratore Asinio Pollione della gens Asinia, alleato di Giulio Cesare e amico di Cicerone e Virgilio. Fu proconsole nella provincia di Macedonia e fu celebrato per valor e virtù nelle Bucoliche da Virgilio. Nel 39 a.C. creò la prima biblioteca pubblica romana, ossia l'Atrium Libertatis[5]. Per i suoi meriti fu rappresentato il trionfo di Asinio sul sipario del palcoscenico nel Teatro Marrucino, che era stato completato a Chieti nel 1818.

Incisione della chiesa del Tricalle, eretta sopra il tempio di Diana Trivia

Per chi veniva da Roma l'accesso principale era Porta Sant'Andrea ai piedi della Civitella con l'anfiteatro, oggi scomparsa, e il cardo principale era al'attuale Corso Marrucino, fino a Porta Santa Maria. L'amministrazione romana coinvolgeva tutte le città della Regio IV nell'utilizzazione delle strutture pubbliche, il Foro era il centro commerciale e culturale della città, provvisto di tre tempietti su un unico podio, e un quarto sul lato Nord, sotto l'edificio delle Poste. L'area del Foro incombeva su terreno di riporto, quindi terrazzata, come dimostra la galleria ipogea ad L sotto la biblioteca De Meis. Altri monumenti erano il teatro, di cui ci sono dei resti presso via Napoli, e il complesso termale. La presenza dei muri di terrazzamento di varie cisterne sotto la Civitella dimostrano l'importanza del complesso, insieme a frammenti di mosaico e a domus signorili.
Fuori la città l'esempio più importante di edificio romano è la chiesetta di Santa Maria del Tricalle, costruita sopra un tempio di Diana Trivia, situata all'incrocio di tre colli.

L'anfiteatro della Civitella

La città non fu creata ex novo con la conquista italica, ma esisteva sin dall'età del ferro con tombe. Dalla diversa collocazione di esse si intende che il perimetro della città fu pian piano ingrandito fino alla creazione di un piano regolatore nel II secolo d.C, quando le case e le strade vennero accomodate secondo uno schema a scacchiera, come dimostra soprattutto l'area del rione Civitella. Il boom edilizio di Teate si registrò grazie all'influenza di personaggi come Asinio Pollione e Asinio Gallo, la gens dei Vezii (Vezio Marcello ed Elvidia Priscilla), Erennio Capitone, procuratore di Livia figlia di Augusto, Tiberio e Caligola.

Herakles Epitrapezios conservato a Villa Frigerj

L'antico asse viario di Teate era a Nord-Est, come dimostrato da resti di muri lungo via Arniense rinvenuti durante i lavori di sventramento dell'800 durante il piano regolatore della città. Numerose è la presenza di cisterne sotto il Palazzo Muzi-Sanità e della Banca d'Italia, usata probabilmente dai Domenicani quando esisteva il convento. Di gran lunga più estesa è la seconda cisterna, misurante 65x30 metri, in calcestruzzo e divisa in sedici navate per sette pilastri. Altre strutture simili sono in Largo Carbonara, via Ognissanti, via Romanelli, corso Marrucino. Dopo la parte centrale della Piazza dei Templi Romani, la parte periferica di Teate andava a Sud-Ovest della collina per dar spazio al teatro e all'anfiteatro, ristrutturati nell'aspetto attuale nel II secolo d.C.
Di grande interesse è anche la necropoli cittadina, scoperta a metà dell'Ottocento presso la chiesa di Santa Maria Calvona e Porta Sant'Anna, Delle necropoli di Santa Maria sono stati ritrovati vari frammenti, alcuni dei quali corrispondenti al sepolcro di un certo C. Lusius Storax, riconducibile all'epoca dell'impero di Claudio. Nella stessa area di Colle Marcone nel 1911 presso Costa Ciampone è stato trovato un cippo funebre, oggi perso. Si trattava di un grande monolite che probabilmente dette il nome alla via attuale, chiamata "Pietragrossa".

Gli scavi di Porta Sant'Anna e via Orientale risalgono al 1952, con pezzi databili IV-III secolo a.C., mentre altro materiale della stessa epoca è stato trovato negli stessi anni nella necropoli di Materdomini, durante i lavori di ricostruzione della chiesa: frammenti di ferro, fibule di bronzo, ceramiche in terracotta. Altre tombe furono rinvenute presso Palazzo Henrici, ossia sepolcri a cappuccina con ceramica e bronzi. La necropoli vera e propria di Porta Sant'Anna fu scoperta nel 1881 quando venne realizzata la nuova strada per il cimitero in collegamento con la città. Gli scavi continuarono fino al 1888, quando venne istituita la Collezione del Museo Sepolcrale di Teate. Altre tombe furono trovate tra il 1925 e il 1938, quando il quartiere si andava espandendo sempre di più, arricchendo la collezione del Museo Archeologico. Di tutte queste tombe alcune erano rozze, ossia per le persone meno abbienti, altre decorate in stile principesco, con più materiali di pregio, e diverso era il materiale di realizzazione: copertura a tegoloni, terra bruciata, alcune con steli o cippi commemorativi.

Medioevo[modifica | modifica wikitesto]

Dalla caduta di Roma al sacco di Pipino d'Italia[modifica | modifica wikitesto]

La chiesa di San Paolo, oggi tempio dei Dioscuri, fu una delle prime chiese realizzate a Chieti durante il cristianesimo

Dopo la caduta dell'Impero Romano nel 476, Teate subì varie invasioni barbariche: i Visigoti e gli Eruli; successivamente entrò nel dominio del Ducato di Benevento. L'equilibrio cittadino dopo la perdita del controllo romano si sfaldò ben presto, le costruzioni andarono distrutte, la cavea dell'anfiteatro divenne una necropoli, e cava di materiale per la costruzione di nuovi edifici. Nel VI secolo iniziò la peregrinazione a Teate di un santo di Siponto: San Giustino di Chieti, che diventerà il patrono della città. Morto nel 540, a lui è attribuita la fondazione della Diocesi Teatina[6], con la primitiva costruzione di un edificio paleocristiano su un'altura della città, successivamente consacrata come Cattedrale di San Giustino (nel 1069). La cristianizzazione della città avverrà in modo completo sotto i Longobardi, dacché gli antichi templi romani verranno riconvertiti in luoghi di culto cattolico, come il tempio maggiore della Piazza dei Tempietti, che diverrà nell'VIII secolo la chiesa di San Paolo, e il tempio di Diana nel rione Tricalle si trasformerà nella chiesa di Santa Maria del Tricaglio. La chiesa primitiva di San Giustino, distrutta da Pipino il Breve, viene documentata dall'840.
I Goti di Cassiodoro si stanziarono lungo le coste del Sannio, e occuparono probabilmente anche Teate, benché fonti certe si riferiscano alle occupazioni di Lanciano e Ortona. La città romana di Teate andò distrutta nel IX secolo, quando si ribellò al dominio dei Longobardi, nonostante i tentativi del diplomatico Conte Roselmo di pacificazione. Nell'801 fu invasa da Pipino d'Italia e data alle fiamme.[7] Molti edifici storici furono irrimediabilmente danneggiati, compresa la primitiva Cattedrale.

L'intero territorio dell'odierna provincia teatina andò in mano agli antichi monasteri laziali di Farfa e Montecassino. Una parte dall'872 andrà in gestione all'abbazia di San Clemente a Casauria, mentre la zona costiera nel IX secolo all'abbazia di San Giovanni in Venere. Oltre alla diocesi Teatina, nacquero dal VI secolo la diocesi Histoniense con una certa chiesa, oggi distrutta, di Sant'Eleuterio, e ad Ortona. Nel periodo longobardo dell'840 circa si citano i vescovi teatini Trasmondo e Teodorico, che ebbero in possesso alcuni monasteri del territorio.
Dall'840, nei registri del vescovo Teodorico, si ha menzione di Chieti, già quasi ricostruita completamente, e con una diocesi già molto potente nell'area dell'Alento-Pescara. Nel documento sono citate le chiese di San Tommaso, accanto a San Giustino, Sant'Agata con l'ospizio, San Salvatore fuori le mura e la chiesa dei Santi Pietro e Paolo. La città nuova si andò sviluppando dalla Civitella a Sud-Est, mentre la parte più antica si fortificò attorno al "pallonetto di San Paolo". Si trattava di un piccolo sobborgo composto da case addossate le une alle altre, con al centro la chiesa di San Paolo, ricavata dai tempietti. Piccolo rioni sorsero nelle vicinanze, come Castellum Tribulianum, oggi rione Trivigliano - Santa Maria, il rione San Giovanni e Piano Sant'Angelo, fondati dai Longobardi e il quartiere Santa Caterina, poi San Gaetano. Il consolidamento definitivo di questi villaggi è citato nel passo del Memoratorio di Bertrario nell'868. Un altro passo che cita una certa chiesa di Santa Tecla potrebbe far riferimento all'attuale via Porta Monacisca, dove si trova la chiesa di Mater Domini, già di antiche origini, e ricostruita negli anni '50. Tuttavia notizie precise sulla città e sui vescovi nel periodo precedente l'invasione longobarda sono molto scarse, a causa della distruzione dei documenti degli scriptoria.

I Franchi e la Contea Teatina[modifica | modifica wikitesto]

Il territorio teatino fu conteso da Longobardi e Bizantini nel VII secolo. Nel 649 quando il vescovo di Ortona, Viatore sottoscrive i decreti del sinodo lateranense, Chieti non era stata ancora toccata dalla guerra longobarda. Con l'inizio delle ostilità di Grimoaldo I contro i Bizantini, Chieti ne fu certamente coinvolta. In un documento degli Annales Regni Francorum, Chieti dopo la decadenza longobarda passò ai Franchi, e dunque accorpata al ducato di Spoleto, sotto il governo di Guinigiso. Costui combatté contro Grimoaldo III di Benevento e ottenne i confini dei due ducati presso il fiume Trigno, accorpando dunque l'Abruzzo a Spoleto. Tuttavia fonti sui "gastaldati" teatini non si hanno sino all'874.

Cripta della Cattedrale di San Giustino

Chieti, grazie ai Longobardi, divenne ben presto una realtà nella zona dell'Abruzzo Citeriore, benché compreso ancora nel ducato di Benevento. I cadetti degli Ottoni in città furono i membri della dinastia degli Attonidi (X-XI secolo), che strinsero rapporti anche con i conti dei Marsi, acquistando terreni e città, controllando tutto l'Abruzzo meridionale, compresa la contea di Termoli a sud e Penne a nord. In contemporanea con l'egemonia politica, anche la diocesi acquistò il controllo su tutte le chiese dei castelli della valle, con alcune speciali eccezioni per i monasteri. L'imperatore Ludovico II, concedendo particolari benefici a San Clemente a Casauria, definì i confini del Pescara, del Trigno, dell'Adriatico e della Maiella riguardo il potere teatino.
La "contea Teatina" si sviluppò alla fine del IX secolo con la dinastia degli Attonidi, con capostipite il borgognone Attone I; il primo documento ufficiale circa il comitatus teatinus è del 938; ad Attone successe Attone II che governò Chieti dal 957 al 995. Appunto grazie a sapienti matrimoni, gli Attonidi si arricchirono con vasti feudi, intavolando un'accorta politica con i principali monasteri di San Clemente, San Giovanni in Venere, Farfa, Montecassino e San Vincenzo al Volturno. In un placito del 935 Chieti è decisamente sotto il governo di Attone, il quale assunse il governo del distretto di Penne e Termoli. La fedeltà di Attone gli imperatori sassoni degli Ottoni apparve consolidata con Ottone II, e gli Attonidi acquisirono ancor maggior potere dopo il crollo degli Ottoni e lo sfaldamento del ducato spoletino nell'XI secolo, gettando le basi della grande contea che diventerà l'Abruzzo Citeriore. In quest'epoca Chieti si consolidò anche dal punto di vista religioso con la dinastia del vescovo Trasmondo, che si impegnerà per l'edificazione di chiese, restauro di monasteri già esistenti, come San Giovanni in Venere e San Clemente, portando a termine l'opera del vescovo Teodorico riguardo la fondazione della Diocesi Teatina, , citata nell'840 come "canonica teatina" di San Tommaso.

Chieti divenne ben presto un grande centro monastico con la fioritura di biblioteche e conventi: Sant'Agata, Sant'Anna della Maddalena, Santa Maria della Civitella, Santa Maria Materdomini, San Giovanni dei Cappuccini, Santa Maria di San Pietro. In questo periodo iniziò anche la prima fortificazione della città, mediante un moderno incastellamento che non avesse previsto soltanto torri di guardia longobarde, ma appunto mura. Nel 938 si tentò di annettere un piccolo appezzamento di terra fuori la città noto come Sant'Angelo di Montepiano (oggi Piano Sant'Angelo presso Piazza Matteotti), che costituiva la via principale per i centri di Ripa Teatina e Bucchianico. Nel 972 sono documentati i possedimento di "castrum Spulturii" (Spoltore)

Dai Normanni al potere dei Valignani[modifica | modifica wikitesto]

Chieti fu conquistata nell'XI secolo dai Normanni, come il resto dell'Italia: il conte Trasmondo III nella battaglia di Ortona (1076) perse il dominio della città contro i normanni di Roberto di Loritello. Nel 1069 veniva riconsacrata dal vescovo Attone la Cattedrale di San Giustino. Nel 1094 Chieti fu proclamata da Roberto il Guiscardo capitale degli Abruzzi, e successivamente passò di potere al nipote Drogone d'Altavilla. Nell'ottobre del 1097 papa Urbano II fu ospite di Teate e vi predicò la crociata, spronando i crociati alla conquista di Gerusalemme e alla liberazione del Santo Sepolcro dal dominio musulmano.[8]

Abruzzo Citeriore e Terra di lavoro, in una tavola di Gerardus Mercator del 1589

Quando Federico II ebbe in potere l'Abruzzo, racchiuse tutto il territorio, facente ancora parte del Ducato di Spoleto e dell'ex-Ducato di Benevento in una sola unità, creando il Giustizierato d'Abruzzo nel 1233, con capitale Sulmona. Nel 1227 sempre Federico II confermò al vescovo teatino Bartolomeo il privilegio di possesso perpetuo dei vari feudi concessi nel 1195 da Enrico VI del Sacro Romano Impero. Tali possedimenti riguardavano i feudi del territorio bosco dell'Alento, della valle di Madonna delle Piane, e di Sambuceto, presso Forcabobolina. Chieti aveva inoltre potere d'imporre la decima sul ponte e il porto del fiume Aterno, presso la città di Ostia Aterni, ossia Pescara; aveva il potere sul castello di Montesilvano Colle e le ville di Spoltore. La città rimase fedele anche al successore federiciano Manfredi di Svevia, che vi dimorò nel Natale del 1255, e in buoni rapporti con Corradino di Svevia, amico del condottiero Simone da Chieti, pure se alla morte di Federico II papa Innocenzo IV la colmò di benefici per cercare di trarla a sé.[8] Con il casato angioino e più avanti il periodo aragonese, Chieti conobbe grande prestigio, presto spodestando per potere Sulmona, quando Roberto d'Angiò nel 1273 dividerà l'Abruzzo nell'Abruzzo Citeriore e Abruzzo Ulteriore: Chieti divenne immediatamente la capitale del Citeriore. Ebbe il privilegio di battere moneta propria. La titulatio di città regia e capoluogo degli Abruzzi, il Citeriore, fu rinnovata nel 1443 da Alfonso V d'Aragona. Lo stemma cittadino infatti recita "Theate Regia Metropolis utriusque Aprutinae Provinciae Princeps" (Chieti città regia e capoluogo di entrambe le province degli Abruzzi).

Porta Pescara, una delle poche testimonianze medievali della città

La città nel XIII secolo conoscerà l'ordine francescano, agostiniano e domenicano, che si installeranno con la costruzione di conventi e monasteri. Nel 1269 fu completato il convento della chiesa di San Francesco al Corso, la seconda maggiore della città dopo la Cattedrale. Il domenicano si trasferirono presso la chiesa di San Domenico, e gli agostiniani presso il complesso di Sant'Agostino nel rione Santa Maria. La città conobbe anche uno sviluppo urbano in stile gotico, di cui oggi rimane solo la testimonianza del restauro della chiesa di Sant'Agata nel rione omonimo, già esistente dal IX secolo. Le vecchie strutture romane dell'anfiteatro e del teatro invece, già da qualche secolo, erano state riutilizzate come cave di costruzione di edifici civili e monumentali: in particolare il teatro romano fu quasi inglobato per intero in costruzioni civili medievali, perdendo completamente la pianta originaria. Presso l'anfiteatro romano invece fu costruita la chiesa di Santa Maria in Civitellis, presso le mura di Porta Sant'Andrea, che inglobarono un semicerchio del complesso romano. Di gotico resta anche la testimonianza di Porta Pescara, unico arco di accesso delle antiche mura sopravvissuto.
L'ampliamento della città si direzionò verso Nord e si qualificò secondo uno schema simmetrico con le arterie principali di via degli Agostiniani, via Arniense, via Toppi, disegnando due ali di farfalla con con blocchi regolari di edifici nel quartiere Santa Maria fino a Porta Pescara; ad Est gli edifici costituirono le attuali via De Lollis, Via Materdomini, a Sud la Civitella rimasta fuori le mura. Tali mura cingevano gli edifici ed erano costituite da 9 porte maggiori, più altre minori; oggi solo Porta Pescara è sopravvissuta, ma queste erano: Porta Sant'Andrea (presso la Trinità), Porta Reale (via Npaoli, al teatro romano), Porta Monacisca (via Materdomini), Porta Santa Caterina o "da un solo occhio" (presso San Gaetano), Porta Gallo, poi Zunica all'ingresso di Largo Cavallerizza, due porte presso San Giustino, Porta Santa Maria presso la chiesa di Sant'Agostino, Porta Pescara nel quartiere Santa Maria e Porta Sant'Anna presso Piazza Garibaldi.

Torre Anelli Fieramosca, edificata nel XV secolo

I rapporti tra Chieti e Federico II, a differenza di altre realtà abruzzesi, rimasero sempre cordiali, perché ambedue le parti condividevano l'odio verso lo strapotere della contea di Manoppello rappresentata dalla dinastia dei Palearia, cosicché Chieti nel 1227 ebbe il diretto controllo, per volere imperiale, su tutta l'odierna val Pescara, ossia la zona compresa tra Pescara, Montesilvano e Spoltore. Chieti tentò sempre di mantenere l'egemonia sull'Abruzzo Citeriore, facendo fallire l'insurrezione guelfa di Atri, ingraziandosi l'imperatore Manfredi di Svevia, e infine alleandosi immediatamente con la dinastia degli Angioini francesi, vedendosi confermato il controllo diretto sulla valle del Pescara verso la montagna di Tocco da Casauria, sotto il controllo del cadetto Raoul de Cortenay, la cui investitura avvenne nel 1269. A causa dell'amministrazione dei vari feudi, gli Abruzzi furono divisi in due tronconi, e Chieti riuscì ad avere il controllo totale come capoluogo sul Citeriore, mentre L'Aquila ebbe l'Ulteriore.
Successivamente Carlo I d'Angiò promosse il matrimonio tra Matidel de Courtenay, figlia di Raoul con Filippo di Fiandra, che aveva il feudo di Loreto Aprutino. Chieti partecipò ad alcune battaglie contro le ultime roccaforti normanne a Guardiagrele (1279) sotto i conti di Palearia. Anche nel XIV secolo, con le agevolazioni commerciali del 1318, Chieti visse un prospero periodo, nonostante le varie controversie territoriali, come quelle contro Bucchianico, e religiose, che determinarono un inasprimento dei rapporti con l'autorità papale.
Nel 1356 papa Innocenzo VI bandì una sorta di crociata contro Francesco de Turre accusato di eresia, e la guerra si protrasse per anni. Nel 1273 alcuni villaggi provati dai saccheggi si separarono dall'amministrazione teatina e fondarono il castello di Palena, a controllo della Majella per i viaggiatori dall'altopiano delle Cinquemiglia.

Il Quattrocento e il Cinquecento[modifica | modifica wikitesto]

Torre di Colantonio Valignano nel palazzo arcivescovile

Nel 1404 il "comitatus teatinus" si arricchì di nuovi castelli: Lettomanoppello, Manoppello, Casalincontrada, Roccamorice e Turri. In quell'epoca Chieti e il contado tutto contava circa 1400 fuori, con circa 400 nella città. Nel 1420 fu fondato il monastero di Sant'Andrea, ultimo dei grandi complessi conventuali teatini, oggi ex Caserma Bucciante, mentre il comitatus assoggettava il feudo di Ripa Teatina. Il passaggio delle alleanze della città dagli Angioini agli Aragona non fu molto felice, poiché Ferrante d'Aragona il 28 luglio 1458 sottoscrisse un documento in cui confermava i poteri della città sul comitatus, ma imponeva pagamenti in cambio di alleanza. Tra i più valenti ambasciatori teatini a contatto con la famiglia ci fu Pier Marco Gizzi. Nel 1459 Chieti ebbe notevoli privilegi, quando le vennero riconfermate le zone di Montesilvano, Spoltore e Pianella, ossia territori che superavano a nord il fiume Pescara, linea di confine tra i due Abruzzi, onde preservare la vallata da attacchi ottomani, spesso frequenti presso il fortino di Pescara. In questo nuovo clima di stabilità politica, a Chieti ebbero grande potere i Valignani.
Altre nobili famiglie teatine erano i Gizzi, gli Henrici, i De Masculis, ragion per cui accadeva che si consumassero delle lotte private per il controllo dei vari feudi. Nel casato Gizzi le lotte si consumarono fino a degenerazioni tiranniche, per i fratelli Valerio e Troilo, figli di Pier Marco, così come accadeva nella vicina Lanciano con le famiglia Ricci e Florio, che affogarono nel sangue per almeno mezzo secolo numerose vite dei loro familiari, per il potere della città. I Valignani, grazie all'indebolimento di queste famiglie nelle loro lotte fratricide, si imposero definitivamente nel 1495. I Gizzi con la loro politica agricola-imprenditoriale tentarono un ultimo colpo nel 1497, impiantando mulini sul Pescara e sull'Alento.

Con le leggi di Ferdinando il Cattolico fu elevato a ducato dei Marsi il feudo di Tagliacozzo, vennero ricoperti di benefici i castelli di Caramanico Terme, Salle Vecchio, Torino di Sangro e Agnone. Il nucleo feudale di Chieti venne scompaginato, in favore di un arrotondamento agro-pastorale dove ci sarebbe stata più varietà di vie commerciali, oltre alla via Tiburtina Valeria passante per la Val Pescara. Chieti si rinchiuse, come testimoniato nel 1553, in una forma di governo autoritaria capeggiata dal patriziato dei Valignani, che gestiva l'amministrazione, la macchina feudale, i circoli culturali. Nel 1561 sono attestati 670 fuochi. Nel 1557 i lavori delle mura per fortificare la città contro eventuali attacchi dal fiume Tronto spinsero le monache Clarisse a fondare un nuovo convento dentro la città.

A cavallo di questi secoli, nella vita pubblica, si sviluppò il famoso palio di San Giustino, detto anche lu Ricchiapp, perché partendo dalla chiesa di Sant'Anna al cimitero, terminava in Piazzetta Succarini, con l'esedra della pescheria, proprio dietro la Cattedrale. Il detto popolare dice: "lu cavall bbone si vede da lu ricchiapp", poiché la cordsa dei cavalli si svolgeva senza fantino. Lo storico Girolamo Nicolino riferisce che la corsa si sviluppò dai pali di Roma nel '400; l'ultimo palio ci fu nel 1931 con punto di partenza Piazza Garibaldi. All'arrivo in Piazzetta Zuccarini, il proprietario del cavallo vincitore riceveva una somma di denaro e un'icona votiva di San Giustino.
Nella seconda metà del '500 venne eretta, per la vittoria dei francesi cadetti dei teatini nella battaglia di Lepanto (1570), una chiesa dedicata alla Madonna della Vittoria, fuori le mura. La chiesa nel corso dei secoli diventerà un simbolo per i cittadini per vari presunti miracoli a favore della popolazione.

Piazza Zuccarini con l'esedra della pescheria; nel Medioevo era il punto d'arrivo del palio de lu Ricchiapp

Nell'estate 1566 si verificò l'ennesimo saccheggio degli ottomani capitanati da Piyale Paşa (o Pasha) a danno delle coste e delle campagne abruzzesi a ridosso del mare. Venne saccheggiata la fortezza di Pescara, già voluta nel 1534 da Carlo V per sorvegliare la foce del Pescara, e in seguito Francavilla al Mare, Ortona, Vasto. I piccoli centri dell'entroterra si spopolarono, chiedendo soccorso a Chieti, come Miglianico, Torrevecchia Teatina, ad eccezione di Tollo, che respinse l'invasione. Una leggenda popolare riporta che gli ottomani decisero di risparmiare l'assedio a Chieti, richiedendo un pagamento di 700 donne insieme a tutti i giovani e le ragazze della città, contando sul fatto della cattura della prigioniera Odolina Troilo, figlia dell'amministratore. Suo fratello Valerio, finse di convertirsi all'Islam, per arruolarsi con dei volontari nell'esercito nemico, mentre un certo "Giuvann senza paura", teatino, era riuscito a fuggire dalla prigionia di Pescara, fornendo a Valerio alcune importanti informazioni. L'esercito scelto benedisse le armi nella cripta di San Giustino e partì in guerra, sorprendentemente condotto dalla monaca badessa Teodorica del convento delle Clarisse. Una nebbia provvidenziale avvolse il campo di battaglia, e i teatini ebbero la vittoria, catturando il comandante islamico Soliman Pashà, tagliandogli il capo ed esibendolo come trofeo su Porta Pescara.

Da questo momento in poi Chieti visse sino all'800 un periodo di stabilità economica e politica, benché prettamente controllata da un ceto burocratico di estrazione aristocratico-intellettuale. I Valignani si dimostravano alquanto magnanimi nel garantire l'amministrazione, nel cercare di stabilire un collegamento intellettuale culturale con Napoli e Roma, ma si dimostravano altresì ultraconservatori dinanzi a proposte di rinnovamento agricolo-economiche che si manifestarono con gli ideali genovesiani, e dinanzi alle perfino più lievi forme di dissenso nei loro confronti, come dimostra l'assassinio dello storico Girolamo Nicolino nel 1639, nemico del barone Nicolò Toppi. In questo periodo ci fu la corsa ai conventi da parte di nuovi ordini religiosi: i Carmelitani, poi i Minimi al convento di San Francesco di Paola, i Crociferi di Camillo de Lellis alla chiesa dell'Annunziata, nel 1593 i Gesuiti a San Francesco d'Assisi e a San Domenico, poi i Cappuccini a San Giovanni nel 1580.

Seicento e Settecento[modifica | modifica wikitesto]

Padre Alessandro Valignano

Nel 1515 l'Arcidiocesi Teatina di Chieti perse il dominio di Lanciano e Ortona, perché fu ricostituita l'Arcidiocesi di Lanciano-Ortona, detta anche Frentana. Chieti nel XVII secolo subì una nuova ricostruzione, quasi ex novo, dal punto di vista urbanistico; favorita dal potere ecclesiastico della Controriforma, si prodigò nella costruzione di imponenti edifici, tra cui il palazzo del Seminario diocesano, che si aggiunsero ad altre importanti opere erette principalmente il secolo prima (Torre arcivescovile, ammodernamento della Cattedrale di San Giustino[9][10]). Specialmente le chiese e la Cattedrale furono ricostruite quasi da zero, con un'impostazione prettamente barocca, e furono chiamati importanti artisti dal nord e dal sud Italia: maggiormente rappresentati da Ludovico de Majo e Giovan Battista Gianni. A Chieti nell'epoca barocca nacque anche il pittore Giovan Battista Spinelli, molto attivo nell'arte sacra sia teatina che del territorio circostante, operando fino a Ortona. Furono fondati nuovi monasteri, come la chiesa conventuale di Santa Chiara, il monastero di San Giovanni Battista dei Cappuccini e la chiesa di San Domenico, nonché la chiesa della Trinità. Inoltre le vecchie mura medievali vennero abbattute, o inglobate nei nuovi edifici, facendo sparire per sempre la città medievale teatina, lasciando solo Porta Pescara intatta.

Il campanile della Cattedrale in un’incisione ottocentesca; in evidenza la facciata barocca prima dei restauri degli anni ‘20

Nel 1646, a causa di debiti di Filippo IV di Spagna nei confronti di Ladislao IV di Polonia, Chieti, legata indissolubilmente al casato di Spagna per i vincoli con i Valignani, fu venduta a Ferdinando Caracciolo, duca di Castel di Sangro; l'oligarchia patrizia teatina si oppose e nel 1647 la città fu riacquistata e reintegrata nel demanio regio dell'Abruzzo Citeriore. Esplode un conflitto tra i vari baroni della città, temendo il crollo dell'antica nobiltà terriera, sanato provvisoriamente il 22 aprile 1647 per l'ingresso del duca del Sangro. Tuttavia il governo spagnolo insediatosi non si dimostrò crudele come accadde nelle città di L'Aquila o di Lanciano, ma annetté semplicemente una realtà politico-economica già sviluppatasi e prospera nel regno di Spagna, mantenendo intatti i rapporti politici. Nel 1647 un'ambasciata di 600 cittadini teatini si recò a Napoli per chiedere la restituzione dei diritti demaniali contro i baroni. Avendo richiesto un'offerta di denaro, il viceré duca d'Argos si rimise al preside Pignatelli, ma il 1 agosto, con le rivolte di Masaniello a Napoli, anche a Chieti i popolari insorsero contro i nobili, fagocitata dal vescovo Valignani, contrario alla speculazione dei baroni sulla città. Nel gennaio 1648 l'equilibrio si risolse, dato che era anche morto Ferrante Caracciolo, tornando in città il protagonismo dei Valignani e delle grandi Confraternite religiose della Trinità, dei Celestini e del Monte dei Morti a San Giustino, istituita nel 1603 da Innocenzo X.
La città crebbe sempre di più di popolazione, superando i 6 mila abitanti nel 1738.

Scorcio di via De Lollis

Nel 1656, a causa di una grave epidemia di peste che colpì anche Lanciano, la città vide ridotta la propria popolazione, nonché i membri del Parlamento Teatino. Nei primi anni del '700 Chieti fu colpita dal forte terremoto dell'Aquila del 1703 che troncò la cuspide del campanile monumentale della Cattedrale. Il nuovo terremoto della Maiella del 1706 danneggerà ulteriormente la struttura e gli altri palazzi cittadini. Successivamente tuttavia, grazie a Federico Valignani, a Chieti tornerà a svilupparsi un nuovo dinamismo culturale nel movimento poetico dell'Arcadia. Nel 1711 Carlo VI concederà ai Valignani il titolo di "Duchi di Alanno" in merito al nuovo feudo acquistato, e la famiglia teatina inizierà a perdere potere, per debiti e mancanza di eredi maschi: Olimpia Valignani infatti si mariterà con Michele Bassi, barone di Carpineto Sinello, nel vastese.

La peste del 1656 e urbanistica della città nel Seicento[modifica | modifica wikitesto]

Con la pestilenza che si protrasse dal 5 agosto 1656 al 31 maggio 1657 morirono circa 1200 su 12 mila abitanti. Il 4 agosto, dopo alcuni isolati focolai, scoppiò il morbo, come ricorda Nicolino. Le guarnigioni furono inviati alle porte maggiori della città, con l'ordine di sprangarle di giorno, mentre vennero istituiti dei lazzaretti per contrastare l'avanzata del flagello: uno a Palazzo Valignani adiacente la chiesa dell'Annunziata, un altro dei Padri Cappuccini presso la chiesa di San Giovanni, mentre il resto della popolazione scappava nelle campagne.[11]Nella delibera comunale del 3 settembre il Camerlengo don Filippo De Letto propose di ricorrere all'aiuto della Vergine, affinché intercedendo per Dio, avrebbe potuto salvare la città. Il Consiglio approvò la proposta che deliberò di dare incarico al clero della Cattedrale di cantare ogni giorno dopo la Messa e dopo il Vespro l'antifona della Concezione. L'8 settembre il Camerlengo stesso pregò la Vergine con una solenne processione, finché la peste cessò intorno al 7 settembre 1656, viglia della Concezione di Maria Vergine. In onore del prodigio, venne eretta la chiesa della Madonna della Misericordia.

Scorcio del quartiere Civitella

Nel frattempo la città andò accrescendosi sempre maggiormente. In una carta di Giovan Battista Pacichelli viene mostrata la città dal versante di Bucchianico (est), facendo apparire un impianto a spina di pesce con due biforcazioni finali verso sud-est, ossia i quartieri della Civitella e di Sant'Andrea. La leggenda riporta on lettere i monumenti e le costruzioni più importanti. Al centro di tutta l'area troneggia il Duomo (A) con l'imponente torre medievale ancora intatta, prima del crollo quasi totale nel 1703, a destra la chiesa di San Francesco d'Assisi (B), poi il convento dei Gesuiti (C), la chiesa di San Domenico Vecchio (D), il monastero degli Scolopi (M), il convento delle Clarisse (H), il convento di San Giovanni (K), Sant'Anna (I) e quello dei Celestini (F). Andando verso sinistra invece ci sono la Civitella (L) e Sant'Andrea (Q), mentre le porte sono Porta Santa Maria (contrassegnata dalla Q), Porta Zunica (O), Porta Nuova (G), Porta Santa Caterina (N) e Porta Pescara (L).
Nell'opera dello storico Nicolino inoltre si rivelano altri particolari sull'aspetto di Chieti nel Seicento. Presso Piazza San Giustino si trovava una colonna con un mezzobusto di [Achille]], il mitico fondatore della città, di cui venne fatta una replica con statua in bronzo per il Palazzo d'Achille. La statua aveva l'iscrizione Sum caput Achillis quondam dominantis in Urbe Thetis; in Villis hominum me publico turbe Achillem magnum testatur imago fuisse, quem Thetis genuit Troianos edemuisse Achillis magni si vis cognoscere vultum, quem Thetis genuit videas hoc marmorem sculptum. La statua fu trafugata nel 1559 da Diego de Alarcon Mendoza, Preside delle Province d'Abruzzo.

L'Arcadia e l'illuminismo teatino: la Colonia "Tegea"[modifica | modifica wikitesto]

Ferdinando Galiani

Chieti visse un florido periodo culturale a partire dalla prima metà del Settecento, i cui massimi esponenti furono l'abate Ferdinando Galiani e Federico Valignani, che fondò a Chieti l'arcadica "Colonia Tegea". Galiani fu illuminista, economista e grande pensatore sulla scia del genovesismo, pioniere della scienza delle'economia, che rappresentò il profilo filosofico monetario dell'Italia pre-illuminista. Nel 1750 Gagliani ammoniva che il liberismo convenivano solo in particolari circostanze, che l'intervento dello Stato fosse necessario solo per regolare l'economia nazionale, che le protezioni doganali dovessero differire di Paese in Paese, che l'oro può svalutarsi per sovrabbondanza, che vi fosse una base sociale e naturale del valore delle cose.
il Valignani invece fu capo della colonia arcadica, e prese il soprannome di "Nivalgo Aliarteo"; essendo cresciuto a Napoli, scrisse su Chieti la Centuria in sonetti storici (1729) che parla del mito della fondazione della città fino ai fatti politici del Settecento, una sorta di poema storico-epico con citazioni letterarie greco-latine.

Dal Settecento all'Ottocento[modifica | modifica wikitesto]

A Chieti un'altra persona di spicco nel campo culturale fu Romualdo De Sterlich, Marchese di Cermignano, che diffuse definitivamente il genovesismo economico sulla politica agricola-imprenditoriale, cogliendo il fabore dei vari rivolgimenti politici, seguito poi da Melchiorre Delfico, Nicola Niccolini, Antonio Nolli. Sugli studi elaborati emersero Giuseppe Nicola Durini (1765-1845) e Gennaro Ravizza (1766-1836), che si occupò di erudizione e storia della città. Al clima di sviluppo intellettuale, nella seconda metà del Settecento si contrappose la crisi irreversibile della città, iniziata con l'occupazione francese del 1799.

Militarizzazione francese (1799-1806)[modifica | modifica wikitesto]

Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799 di Vincenzo Cuoco (1813) dove si parla anche dell'occupazione di Chieti

Nonostante il popolo teatino avesse espresso posizioni antifrancesi, durante l'occupazione di Gioacchino Murat (1799) e successivamente di Giuseppe Bonaparte, i francesi costituirono la città in piazzaforte, arricchendola di nuove strutture amministrative. Nel 1806 fu abolito il feudalesimo, e una parte dell'economia della città entrò in crisi; inoltre Chieti perse il dominio di capitale d'Abruzzo Citra, e divenne capoluogo del distretto omonimo, che vedeva ripartiti i suoi domini al livello territoriale. In seguito alla militarizzazione francese di Chieti, con conseguente occupazione dei grandi conventi, trasformati quasi tutti in caserme, emerse la figura di Giuseppe Pronio, nato a Introdacqua nel 1760. Di convinzione borbonica, venne arrestato più volte e divenne comandante dei 3 Abruzzi e Generale di Truppa Viva dei RR. Acquistatosi il soprannome di "Gran Diavolo" e per questo confuso col bandito Fra Diavolo, quando le truppe di Championnet scesero in Abruzzo, si arruolò nell'esercito di Ferdinando IV di Napoli per combattere i francesi. L'8 settembre 1798 Ferdinando lanciò in battaglia l'esercito abruzzese, e il Pronio arruolò un suo contingente, combattendo il 5 gennaio 1799 sul ponte San Panfilo a Sulmona, e poi tentò di arrestare il più possibile l'avanzata verso Venafro, con scaramucce e imboscate nell'altopiano delle Cinquemiglia. Successivamente gli fu incaricato di combattere a Chieti, Ortona, Vasto e Pescara, sollevando la popolazione contro gli invasori. Occupò a sorpresa Ripa Teatina il 3 febbraio, e poi scese tra il 12 e il 15 a Lanciano, e tra il 18 e il 21 a Vasto, dove regnava l'anarchia dopo la proclamazione della "repubblica sorella". Il 2 giugno fu nominato Generale Comandante dei Tre Abruzzi. Combatté per l'ultima volta il 30 marzo 1801 presso Civitella del Tronto fino alla morte nel 1804.
Benché Pronio avesse tentato ripetutamente di stabilire l'ordine nelle città occupate dai francesi, il cui esercito doveva ripetutamente spostarsi di luogo in luogo per sedare i rissosi tumulti popolari, Chieti mantenne la sua neutralità, evitando il più possibile sollevazioni, fino al ristabilimento dell'ordine. Inoltre Chieti per la grande potenza della diocesi, nel 1811 riuscì a far in modo che le leggi napoleoniche non intaccassero le principali parrocchie, mantenendo il suo potere su tutta la provincia, anzi approfittando della situazione di incertezza per sopprimere definitivamente la prepositura di Atessa, una sorta di piccola diocesi privata, e annettendo anche l'ex diocesi di Vasto, per cui si contendevano il dominio le collegiate di Santa Maria Maggiore e San Pietro, soppresse ambedue da Giuseppe Bonaparte, e dunque annesse a Chieti immediatamente, senza lasciare il tempo di una possibile ricostituzione della diocesi Histoniense.

Fatti del Risorgimento (1820-1861)[modifica | modifica wikitesto]

Riguardo la Carboneria che si formò in Italia dopo l'immediata restaurazione borbonica, anche Chieti ebbe la sua cellula comandata da Pietro Giuseppe Briot. Nato nel 1771 da famiglia agiata, Briot si lasciò coinvolgere dalla rivoluzione francese del 1789, fu spettatore a Parigi del colpo di stato giacobino, studiò i classici illuministi di Montesquieu e Rousseau. Nel 1806,l con l'occupazione napoleonica del regno di Napoli, a Briot venne dato l'incarico di amministrare la provincia teatina dell'Abruzzo Citeriore. A Chieti strinse legami con il fiore della cultura locale, e nel trasferire le leggi del nuovo regime, Briot trovò l'ostilità del decurionato civico per la fondazione di un giornale giudicato troppo liberale. Inoltre fondò una loggia massonica, i cui ideali vennero ripresi in Calabria e poi in tutto il regno. Oltre ad aver fondato la carboneria teatina, Briot tentò di migliorare le condizioni pubbliche con l'istituzione di scuole civili, opere di carità lavori vari.

Raffaele Mezzanotte

Dopo i fatti del 1821, a Chieti si tornò nella tranquillità, con la continuazione della'opera di storiografia e filologia, come dimostra la fondazione del giornale "Filologia abruzzese" di Pasquale De Virgiliis, a cui parteciparono Clemente De Cesaris, Giuseppe Devincenzi, Pasquale Liberatore, Angelo Camillo De Meis, Melchiorre Delfico, Silvio e Bertrando Spaventa. Dal punto di vista risorgimentale, a Chieti passarono alcuni patrioti che nei periodici appoggiavano la causa unificatrice, come Carlo Madonna di Lanciano, Cesare De Horatiis di Furci e Gian Vincenzo Pellicciotti di Gessopalena.
Durante il Risorgimento (1860), dal punto di vista politico, Raffaele Mezzanotte appoggiò la causa sabauda, divenendo una figura di spicco nella battaglia per l'indipendenza italiana. Anche Federico Salomone ebbe il suo ruolo, e si arruolò nel 1860 tra le Camicie rosse garibaldine. Tuttavia molti teatini si unirono al fronte di opposizione all'invasione sabauda. Da una parte gli intellettuali borghesi salutavano festosamente il realizzarsi della causa unificatrice, mentre da parte della storica nobiltà c'era avversione profonda e legame tenace con la Casa Borbone. Il 18 ottobre 1860 il re Vittorio Emanuele II passò a Chieti in visita per il Regno, per incontrare a Teano Giuseppe Garibaldi. Vittorio Emanuele si fermò prima Giulianova, poi Castellammare Adriatico (Pescara), dopo esser passato da Chieti. Lì incontrò i liberali Giovanni e Giuseppe De Sanctis, monsignor Ricciardone vescovo di Penne. Il signor Dorinda dal suo palazzo sventolò il tricolore, appoggiato dai baroni Tabassi, ai fratelli Auriti, Filibero De Laurentiis, Decorsoo Sigismondi, Raffaele Olivieri e Raffaele De Novellis. La cittadinanza accolse festosamente il re a cavallo, tappezzando i muri con le poesia del Pellicciotti, Vittorio Emanuele fu ricevuto al Palazzo d'Intendenza e dormì a Palazzo de Mayo. Il giorno dopo scese verso Sulmona percorrendo a piedi via Colonnetta, per ripartire dalla stazione dello Scalo.

Nel 1861 Chieti fu ricompensata con l'inaugurazione del primo liceo classico abruzzese presso il monastero di San Domenico: il Real Liceo "Giambattista Vico". Presso piazza Garibaldi fu costruita una nuova caserma per l'artiglieria dei carabinieri, la caserma "Vittorio Emanuele", successivamente intitolata a Francesco Spinucci.

Lavori di ricostruzione dell'esterno della Cattedrale

L'attività dell'erudizione continuò con i fratelli Spaventa, Camillo Masci, Angelo De Meis, Pietro Saraceni, mentre anche Chieti fu toccata nell'immediato dopo Unità dal fenomeno del brigantaggio. Presso Porta Reale (o Porta 'Mbisa) venivano eseguite le esecuzioni capitali. Nel 1869 alcuni briganti della "banda della Maiella", vennero decapitati, e successivamente fu approvato l'uso della ghigliottina. L'erudizione continuò con esponenti di grande pregio al livello nazionale, come Gabriele d'Annunzio, che fece la conoscenza di [Edoardo Scarfoglio]] e Costantino Barbella, Giuseppe Mezzanotte, Cesare De Lollis.

Dal punto di vista amministrativo, Chieti perse ulteriormente molti centri del distretto, come Forcabobolina, ribattezzata in San Giovanni Teatino, Casalincontrada, Ripa Teatina, Torrevecchia Teatina e Villamagna. Il distretto francese fu abolito nel 1861, e Chieti fece capo di un circondario, perché non ancora capoluogo di provincia. Gli altri circondari erano Bucchianico, Francavilla al Mare, Pescara Portanuova (separata dal comune di Castellammare Adriatico dal 1807, legato al distretto di Teramo), Caramanico Terme, Guardiagrele, Manoppello e Miglianico.

Urbanistica della città nell'Ottocento[modifica | modifica wikitesto]

Il periodo preunitario (1799-1860)[modifica | modifica wikitesto]

I primi cambiamenti in città avvennero sotto il regno di Ferdinando I delle Due Sicilie. Nel 1818 venne inaugurato il teatro Marrucino (all'epoca Teatro San Ferdinando) presso Piazza Valignani, nell'area dove sorgeva la chiesa di Sant'Ignazio insieme a quella di San Giovanni di Malta, per sopperire alla piccola struttura già esistente del "teatro vecchio", oggi Palazzo dei Veneziani.

Il corso Marrucino da Piazza Valignani ex Largo del Pozzo

L'importanza militare di Chieti era rimasta modesta, e ciò è dovuto al carattere antiquato del sistema murario difensivo. Chieti non era una delle roccaforti di guarnigione e il ruolo dal '500 in poi era stato sempre quello amministrativo, a differenza della fortezza di Pescara, eretta da Carlo V con 5 bastioni, tre a sud del fiume, e due a nord. Nella fortezza si ritirò Gioacchino Murat nel 1815 durante la ritirata francese e nella indiretta contrazione allo sviluppo delle organizzazioni patriottiche del colonnello Silvino Olivieri nel 1853. L'impianto murario di Chieti sin dal XVIII secolo] era stato sottoposto a vari smembramenti, con l'annessione delle case civili all'originario perimetro, lasciando solamente le porte di accesso. Altro problema della città fino a metà dell'800 era il rifornimento idrico, che nel 1846 video le proposte risolutive di Giovanni Mazzella prima dei pozzi artesiani e poi nel 1854 di captazione d'acqua dalla Majella mediante acquedotti. In questo periodo venne abbattuto il tratto di mura presso la chiesa di Sant'Agostino insieme all'arco di Porta Santa Maria. I militari chiusero la stagione libertario seguita alla costituzione di Ferdinando II delle Due Sicilie; nel 1849 il generale Landi occupò militarmente la città disponendo una postazione di artiglieria in Piazza San Giustino. Presso l'ex monastero dei Cappuccini furono costruite una scuola elementare e la sede del Reale Automobile Club d'Italia. Ciò è dovuto alla mancanza di grandi sedi militari dove acquartierare le truppe della zona, problema presentatosi già dall'occupazione austriaca. L'atteggiamento di diffidenza della casta militare nei confronti della città e viceversa era ben trasparente, sia dal rifiuto di Giuseppe Salvatore Pianell, generale borbonico, di accettare nel 1860 l'invito ad una festa, sia dal comportamento di Enrico Cialdini che nonostante le acclamazioni entrò nell'ottobre 1860 in città con 8000 bersaglieri, che già qualche mese prima aveva commentato ai decurionati di Chieti: Non vorremmo venire a fare a fucilate anche con voi al di là del Tronto.

Il teatro Marrucino

L'influsso dell'amministrazione militare sul ridisegno dell'assetto urbano di Chieti fu tutt'altro che marginale, come appunto il reimpiego di quasi tutti i monasteri per le caserme, la Civitella nel 1872 divenne una polveriera, venne progettato un nuovo ospedale militare e venne creati nuovi acquartieramenti, come la Caserma "Vittorio Emanuele" (oggi dedicata a Francesco Spinucci). Già dal 1847 s'erano proposti i primi progetti per un collegamento più agevole tra Chieti e il porto di Aterno, ossia Pescara; in quest'anno si sperò inoltre che Ferdinando II dislocasse i militari all'Aquila, ma non fu così. Nel 1855 il Generale Pianell localizzò presso l'attuale Piazza San Giustino l'area di un nuovo edificio militare, già sede storica di una Piazza d'Armi col Palazzo del Capitano (oggi Palazzo di Giustizia). Tra il 1843 e il 1846 venne abbattuta Porta Sant'Andrea, l'ingresso a sud-est della città, il primo provenendo da Guardiagrele, con il progetto di essere ricostruita in forme più sfarzose, progetto però mai portato a termine. L'arroganza delle amministrazioni militari, l'indebolimento costante del clero religioso non sono che aspetti di uno stesso problema, ossia la confusione della città che non riusciva ad adattarsi ai nuovi tempi. Nel 1853 la necessità di collegare il largo interno dell'ex Porta Sant'Andrea (oggi Piazza Trento e Trieste) con il corso Galiani poi Marrucino senza soluzione di continuità aveva già comportato l'eliminazione di Porta San Nicola, tra i palazzi Tabassi e le varie casupole che si addossavano all'area dell'ex foro romano (Piazza Tempietti). Nel 1825 il convento di San Domenico fu integrato con i palazzi civili, lasciando solo la chiesa venne risparmiata. Alcune chiese come Sant'Antonio piccolo a Porta Sant'Anna e Sant'Eligio vennero smantellate nel 1860. Le strutture conventuali divennero: Ospedale militare (Sant'Andrea), carcere cittadino (San Francesco di Paola), sede dei Carabinieri (Santa Chiara) le due caserme di Sant'Agostino e Santa Maria o Caserma Pierantoni. Accanto ai principali palazzi di rappresentanza politica, come Palazzo Valignani, o religiosa per il Palazzo Arcivescovile, vennero erette la Prefettura (ex convento dei Domenicani), il Demanio, l'Intendenza di Finzanza (ex convento dei Francescani), il Tribunale, il Municipio nel Palazzo Valignani.

Il periodo postunitario e il Piano Pomilio-De Fabritiis-Antonucci (1861-1900)[modifica | modifica wikitesto]

Sede storica della Cassa di Risparmio di Chieti, prima del default nel 2015

Nell'immediato periodo postunitario venne abbassata di livello la via Ulpia (oggi Umberto I), nel 1861 per un incidente in cui venne coinvolto l'agostiniano frate Benedetto da Atessa il convento dei Cappuccini rischiò la chiusura, perché i frati erano sospettati di fabbricare cartucce per fagocitare rivolte. Il sentimento d'incertezza delle istituzioni religiose mostrò la sua fellonia verso i Borboni al momento dell'arrivo di Vittorio Emanuele da Porta Sant'Anna. Saverio Bassi dopo l'occupazione dell'ex convento dei Gesuiti aveva sconsacrato la chiesa di Sant'Ignazio. Nelle descrizioni di Gian Vincenzo Pellicciotti, nonostante l'istituzione di nuovi enti, il ritorno dei Padri Scolopi alla direzione del Real Collegio, poi "Convitto Nazionale" nel 1861 ecc, la situazione igienico sanitaria di Chieti era disastrosa. Le famiglie più povere vivevano in seminterrati senza acqua né luce, in vicoli stretti senza il passaggio dell'aria. Pelliccioti sosteneva che il problema igienico e non solo a Chieti dopo l'Unità fosse dovuto all'incapacità amministrativa dei nuovi politici, degli specialisti, dei medici e dei tecnici, testimoni di scienze inadeguate per una società moderna, e del tutto obsolete.
Il problema dell'igiene si presentò nel 1867 con una relazione dell'avvocato Giletti, e in altre relazioni del 18760-71, nelle quali si deliberava la pulizia delle strade, la costruzione di nuovi sepolcri con il divieto di continuare a seppellire i morti dentro le chiese.

Piazza Garibaldi e Caserma Spinucci

Dal 1818 con 18.782 persone, Chieri raggiunse nel 1881 le 22.248 unità, con problema di sovraffollamento della città. Il medico locale G. Zucconi descrisse le condizioni di assoluta miseria di una gran parte del popolo, costretta a vivere nelle case e nei sotterranei delle cisterne romane, costretti ad usare sia l'acqua delle latrine che delle cucine per mangiare, vivendo in un clima salubre ed umido, con il rischio di epidemie di tifo e colera. L'architetto Mammarella condivise un progetto inglese di creazione dei quartieri popolari suburbani, ispirandosi anche ai nuovi quartieri che si stavano realizzando a Roma. Altre opere furono i rimboschimenti delle zone vallive, ormai putride e acquitrinose per evitare epidemie, la creazione di un sistema fognario adeguato per lo scarico delle acque. Nel 1877 vennero iniziati i lavori del grande acquedotto per convogliare le acque della Majella in città, completato nel 1900. Dal 1877 Chieti iniziò a cambiare drasticamente l'antico volto del centro storico per una serie di efferate demolizioni che si protrassero fino agli anni Trenta del Novecento. Nel 1880 fu varato il "piano De Fabritiis-Antonucci" ossia il primo piano regolatore della città, con primo obiettivo il corso Galiani. Fino al 1887 si chiamava "strada del Corso", via molto stretta che univa i tre colli, iniziante da Largo del Pozzo (oggi Piazza Valignani) dove si trovava una cisterna romana e terminava in Largo della Trinità (oggi Piazza Trento e Trieste). Già dal 1863 s'erano presentante idee di allargamento della via, mentre le prime approvazioni e presentazioni di progetti s'ebbero nel 1873. Il piano previde l'allargamento consistente del corso con demolizioni e arretramenti di palazzi, al fine di dare maggiore maestosità per la città del nuovo regno. Tra i palazzi realizzati il Collegio San Camillo con ospedale, Palazzo Croce, Palazzo Henrici; il corso permise il collegamento della Civitella con il rione di San Giustino, e successivamente, mediante via Arniense, con la Terranova e Santa Maria.
Già nel 1863 l'amministrazione aveva deliberato la demolizione di alcune case popolari per permettere il collegamento più agevole e diretto di Largo del Pozzo con il Mercatello e la Trinità, e il collegamento diretto della chiesa di San Francesco al Corso con la Piazza San Giustino (allora dedicata a Vittorio Emanuele) mediante via del Popolo.

Scuole Nolli

Il piano regolatore vide delle modifiche degli ingegneri Antonucci e De Fabritiis, che previdero l'apertura di altre vie di collegamento dalla Civitella al quartiere San Paolo e da Piano Sant'Angelo a Porta Sant'Anna. In questi anni venne inaugurata la villa comunale grazia alla concessione del barone Frigerj di un vasto appezzamento di terra precedente Porta Sant'Andrea, mentre la città si andò espandendo verso contrada Santa Maria Calvona, la via di Sant'Anna e presso il Tricalle. Il piano Pomilio del 1880 video la costruzione di Piazza Garibaldi con la relativa caserma in stile neogotico sopra il vecchio Stallone, e l'allargamento della strada fino al Tricalle, terreno fertile per la costruzione di nuovi alloggiamenti popolari. La caserma fu inaugurata nel 1888, la piazza divenne anche area del mercato. Nel 1893 Chieti fu dotata dell'illuminazione pubblica, di una grande fontana in Piazza Vittorio Emanuele. Nel 1894 la penultima porta rimanente a Chieti, la "porta dei Tre Occhi" o Porta Zunica veniva abbattuta per consentire un migliore accesso al piazzale, e veniva portata termine il fabbricato del Palazzo Mezzanotte.

Fatti civili dell'Ottocento postunitario[modifica | modifica wikitesto]

Costantino Barbella, il più importante artista teatino nell'800

Tra il 1883 e il 1886 venne realizzato il tracciato per la ferrovia da Chieti fino a Roma. La polemica invece per la ferrovia del tratto costiero con stazione a Castellammare Adriatico si risolse con la costruzione iniziata nel 1866. I due borghi di Castellammare, a nord del fiume, presso il litorale, e il vecchio abitato fortificato di Porta Nuova posto a sud, dopo la demolizione parziale delle mura nel secondo Ottocento, iniziarono a prendere coscienza della loro importanza strategica e commerciale, prendendo un primo regolare avvio espansivo e demografico. Furono le prime avvisaglie di timore economico di Chieti, situata sopra le colline, e in difficile comunicazione con il resto degli Abruzzi, essendo cadute la barriere doganali ed essendo stata avviata un'economia agricola non più feudale, ma di matrice capitalista. Anche il progressivo sviluppo di Francavilla al Mare, già culturale per il cenacolo michettiano con gli artisti D'Annunzio, Michetti, Serao, Tosti e Scarfoglio, poi economico demografico, con l'espansione lungo la costa di nuovi fabbricati, distaccatisi dal colle della Civita, segnarono un periodo di declino inesorabile della città teatina dal punto di vista economico, che non seppe rispondere adeguatamente al cambio drastico dell'economia e dell'amministrazione, come si è già visto con l'occupazione militare e con le trasformazioni radicali degli amministratori speculatori provenienti dal medio ceto.
L'intera provincia incluse le città di Lanciano e Vasto conta 327.316 abitanti. Tuttavia a popolazione aumentò sempre più, fino alle inchieste e ai piani regolatori per l'ammodernamento urbano. Nel tardo Ottocento, nell'epoca delle prime migrazioni al nord e all'estero, nella provincia soltanto poche centinaia di persone abbandonarono il territorio.

Dall'inchiesta Jacini nel sud Italia si rilevò che a Chieti l'economia principale di sostentamento era formata dall'agricoltura e dalla pastorizia, ma i sistemi agricoli, rispetto alle città del Nord, erano assai arretrati. D'altro canto si sviluppò una timida politica economico-imprenditoriale favorita dalla neonata Cassa di Risparmio della provincia di Chieti, con la costruzione di fabbricati per l'industria tessile, la fabbrica di liquore "Corfinio". Nel campo scolastico, oltre all'istituzione maggiore del Convitto dei Padri Scolopi, specializzato in studi scientifici e classici, nel 1866 fu inaugurato l'Istituto Tecnico Commerciale "Luigi di Savoia" sostenuto dalla Camera di Commercio, l'asilo con scuola elementare e la Società di Mutuo Soccorso occuparono nel 1867 l'ex convento dei Cappuccini di San Giovanni, presso il Circolo dei Nobili (Palazzo De Sanctis-Ricciardone) usato dai filoborbonici venne inaugurata la Casa di Conversazione per convegni culturali.
A Chieti e provincia, durante le riforme dei ministeri Zanardelli e Giolitti (1896-1907) ci saranno tumulti, sintomo di sfiducia popolare verso le classi politiche corrotte. Qui al città di Chieti piombò in un atteggiamento ultraconservatore e nostalgico verso i Borboni, che non cambierà più, anche nel corso del secolo successivo, mantenendo sempre atteggiamenti ostili e critici nei confronti del cambiamento e della novità. Il magma di risentimenti verso le politiche nazionali creò un atteggiamento conservatore-clericale, legato fedelmente all'infallibilità della Chiesa, facente appoggio in un chiuso clericalismo di facciata, legato alle riunioni antinazionali dell'Arciconfraternita del Monte dei Morti.

L'ex stazione ferroviaria della filovia di Chieti in Piazza Vittorio Emanuele

Il Novecento[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1901 ci furono i primi progetti della realizzazione di un rete ferroviaria, approvata dal Regio Decreto. L'8 giugno 1905 fu inaugurata la ferrovia[12], con scalo principale a Chieti Scalo, in perfetto collegamento sul tracciato della vecchia via Tiburtina-Valeria da Pescara verso Roma, passando per Sulmona. Venne inaugurata anche una compagnia per il tram, in grado di trasportare i cittadini dalla città superiore fino al fondo della collina, avente stazione di fermata presso la piazza Vittorio Emanuele (oggi San Giustino). Nel 1892 venne aperta la strada ferrata Sulmona-Isernia fino a Cansano, e poi fino a Rivisondoli nel 1897. Nel 1909 fu completata la ferrovia che da Castellammare portava fino a Penne nell'entroterra vestino, attraverso le stazioni di Loreto, Montesilvano Mare, nel 1912 veniva completata la ferrovia Sangritana che da San Vito, vicino Lanciano, conduceva fino a Castel di Sangro.
Un evidente progresso si concentrò nell'Adriatico tra i tronchi Castellammare-Francavilla-Ortona e Montesilvano Mare-Giulianova-Montorio, aumentando ancora di più gli allarmi di Chieti verso lo sviluppo sempre più crescente di quelli che erano solo piccolo borghi di mare, mentre adesso diventavano pian piano delle città.

Nei primi del '900, con un equilibrio di pacificazione tra Stato e Chiesa, prima dei patti lateranensi, a Chieti si istituì un seminario diocesano regionale presso villa Nolli (1913), consacrato a Pio X. Nell'ambito politico, dopo i Valignani, a Chieti presero potere i Mezzanotte, che eressero il loro palazzo di rappresentanza su Piazza San Giustino. Il dualismo politico Mezzanotte-Zecca prevedeva una parte volta al trasformismo depretisiano, mentre l'altra di matrice populista. Della famiglia il più influente fu Camillo Mezzanotte, senatore dei governi Pelloux-Zanardelli. Dal punto di vista urbanistico, nel 1914 si compì, con l'assenso della Chiesa teatina, la distruzione dell'importante manufatto della chiesa di San Domenico e dello smembramento dell'ex convento, al fine di ricostruire tre complessi di rappresentanza: la Banca d'Italia sopra un palazzo storico, la Prefettura e la sede della Cassa di Risparmio. Il nome "San Domenico" verrà dato al collegio di Sant'Anna degli Scolopi, e verrà chiamato anche "San Domenico al Corso" o "San Domenico Nuovo".

La Grande Guerra[modifica | modifica wikitesto]

Palazzo dei Veneziani, dove si trovano i fregi donati dalle rappresentanze della città a Chieti per aver ospitato dei profughi

Quando l'Italia nella prima guerra mondiale entrò a combattere contro l'Austria (1915) in cambio di ottenere territori nell'Adriatico, Venezia entrò in allarme perché con la rottura del patto della triplice intesa, e la pianificazione degli attacchi, la città si sarebbe trovata direttamente in mezzo al fronte di guerra. Gli austriaci con i loro bombardamenti si accanirono particolarmente sula città lagunare, e dopo la disfatta di Caporetto, le amministrazioni venete provvidero a trasportare le opere d'arte di maggior pregio nelle città di Chieti e Firenze, che si erano offerte. A Chieti toccò di ospitare il patrimonio comunale, mentre i documenti della Biblioteca Marciana andarono a Firenze, inoltre Chieti ospitò 13 mila profughi, dei quali 4 mila veneziani. A guerra terminata, i veneziani riconoscenti, donarono a Chieti una copia in bassorilievo del leone alato di San Marco, riproducente l'opera sul portale della chiesa dei Santi Quaranta a Treviso, Tale leone si trova oggi a sinistra dell'ingresso che conduce all'atrio di Palazzo d'Achille. I veneziani lasciarono, al ritorno, una cassa con delle divise originali neroverdi in omaggio all'ospitalità. Probabilmente da questo avvenimento a pochi anni di distanza nacque la squadra di calcio che porta ancora oggi i due colori nero e verde.

Il disastro ferroviario del 1922[modifica | modifica wikitesto]

In quell'anno, la sera del 30 agosto, in occasione delle feste patronali di San Donato a Guardiagrele, venne chiamata la banda di Silvi. Un brano risultò molto gradito ai guardiesi, ossia La forza del destino di Giuseppe Verdi, per cui chiesero un bis, benché la tabella di marcia della banda prevedesse un nuovo concerto a Civitaquana, nei pressi della Val Pescara. Gli orchestranti a capo del maestro Giuseppe Palmisano ripeterono altre volte i vari pezzi. Durante il tragitto, venne richiesto al conducente del camion che li trasportava, di procedere a velocità massima per raggiungere il paese, nonostante. Alla stazione di Chieti Scalo al punto d'incrocio dei binari con il diretto per Roma, anticipato da una lunga curva, il macchinista non vide il passaggio di un camion sui binari, che non rallentò né si mise a distanza di sicurezza. L'impatto fu devastante e morirono 11 bandisti incluso il maestro. I funerali si svolsero a Chieti, procedendo dall'ospedale civile presso Piazza Garibaldi, percorrendo in salita via Arniense e imboccando il corso Marrucino fino ad arrivare alla chiesa della Trinità.

Era fascista[modifica | modifica wikitesto]

Ex Palazzo OND, Oggi Museo Universitario di Scienze

Il fascismo entrò in Abruzzo, specialmente a Chieti in maniera prepotente e aggressiva, poiché dal dopo Unità il sistema governativo liberale tradizionalista, che contava un vasto appoggio della Chiesa, si era fatto molto forte, ed era completamente contrario ai nuovi ideali. Il socialismo teatino era rappresentato da Antonio Jatosti e Filippo Carusi, mentre i fasci da combattimento si erano sviluppati già dal 1919 nel gruppo "Il Combattente d'Abruzzo"; tuttavia con le elezioni del 1922 e i successivi governi, il fascismo abruzzese presentava varie connotazioni e sfumature: chi mostrava il tipico perbenismo altoborghese come Tito Acerbo nella zona pescarese, chi nazionalista e combattente come Raffaele Paolucci, mentre a Chieti ci fu Guido Cristini console della Milizia, che attuò una politica severissima contro gli oppositori del regime. Venne fondato ilo giornale "Lo Svegliarino" per diffondere l'ideologia al popolo. Sebbene in un primo momento Chieti sembrò essere una delle città più fedeli a Benito Mussolini, poiché venne scelta perfino per la questione del processo Matteotti nel 1926, dagli anni '30 in poi la politica sprofondò in un clima mite di assoluta prudenza e appiattimenti nei confronti della Chiesa, dapprima fortemente osteggiata.
Esemplare fu la figura di Vincenzo Canci che fondò "L'Abruzzo giovanile", giornale antifascista.

Nel 1927 Pescara divenne capoluogo della provincia omonima, dopo che i due villaggi di Porta Nuova e Castellammare divenne un solo comune. Il progetto fu fortemente voluto da Acerbo e D'Annunzio, poiché l'accrescimento urbano della città poteva diventare una risorsa per la zona costiera abruzzese, e la neonata provincia annetté buona parte dei territori di Chieti nella Val Pescara come Spoltore, Pescara stessa, Catignano, San Valentino in Abruzzo Citeriore, Rosciano, Cepagatti, mentre all'Aquila strappava Bussi sul Tirino, Popoli, Brittoli, e a Teramo prendeva Città Sant'Angelo, Montesilvano, Penne.
Per Chieti questo scorporo dell'antico territorio risultò un'offesa e una minaccia definitiva per la propria economia. La zona fluviale della vallata divenne terreno fertile per impianti industriali e per l'aeroporto Campo di Fortuna, con 450 aziende nel 1927, numero raddoppiato nel 1940

Il nuovo Palazzo della Camera di Commercio, in stile neorinascimentale medievale

Nella città di Chieti avvenne un processo di fascistizzazione della vita quotidiana, con la costruzione di palazzi e opere d'educazione. Tra le architetture civili oggi conservate ci sono il palazzo della camera di commercio sul corso Marrucino, e il palazzo dell'OND (Opera Nazionale Dopolavoro) con i caratteristici fasci littori sulla facciata. Sempre in questi anni, dal 1920 al 1936, ci fu il restauro totale dell'esterno della cattedrale di San Giustino ad opera di Guido Cirilli, che si ispirò alla costruzione ipotetica dell'età gotica duecentesca, disfacendo tutto il tessuto barocco dell'esterno. Il campanile gotico, unico elemento superstite della struttura medievale originale, fu restaurato e completato della cuspide, distrutta dal terremoto del 1703, ispirata a quelle delle chiese di Teramo e Atri, di stampo lombardo.
Gli interventi edilizi riguardarono il settore pubblico e proseguì l'opera iniziata nell'800: ridisegnare l'arteria principale del corso, e abbellirla con nuovi palazzi monumentali. Ad opera dell'ingegner Mammarella erano state realizzate le Poste e Telegrafi e la Banca di Roma nell'area di San Domenico vecchio. Negli anni '30 vennero realizzati l'Asilo dell'infanzia "Principessa di Piemonte" presso Materdomini, l'ala "Pio XI" e la cappella del Seminario Regionale e il Palazzo del Consiglio Provinciale delle Corporazioni, alias Camera di Commercio. Nella realizzazione furono coinvolti gli architetti Giuseppe Florio e Camillo Guerra, i quali per il palazzo si ispirarono alla facciata di San Clemente a Casauria. Tuttavia per tale opera furono sacrificate le storiche Scuole Pie di Sant'Anna. Nel 1933-34 fu abbandonata l'architettura eclettico-classicista per il razionalismo tipico del fascismo, dei quali l'esempio migliore a Chieti è l'ex Opera Nazionale Dopolavoro, poi sede dell'ENAL, e infine Museo Universitario di Scienze, all'ingresso della villa. L'edificio venne realizzato sopra la struttura tardotottocentesca dei bagni pubblici, in stile neoclassico, e ancora oggi mostra i caratteri tipici dell'architettura di regime, con i due grandi fasci littori in mostra.

Altre opere del regine a Chieti furono il Comando Legione Carabinieri, l'ex Casa GIL in viale Amendola, l'ospedale civile Santissima Annunziata nel quartiere Sacro Cuore, lo stesso rimodellamento in carattere eclettico della parrocchia del Sacro Cuore, eretta nel tardo '800, la caserma Berardi, il Villaggio dello Studente presso la villa comunale opera dell'ingegner Barra Caracciolo.
Purtroppo però per dar spazio al carattere di monumentalità delle costruzioni fascismo, venne sacrificato quasi l'intero rione di San Paolo, detto "pallonetto", perché la struttura tipica delle casette popolari a carattere fortificato formavano una sorta di cerchio protettivo attorno agli antichi tempietti, trasformati nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo. Le opere di restauro della chiesa per ridare il carattere pagano ai tempio iniziarono nel 1927, mentre dal 1933 ci furono i grandi sventramenti delle case al fine di realizzare l'INAIL e la Biblioteca provinciale De Meis. Verrà risparmiato il Palazzo Verlengia in stile rinascimentale, inspiegabilmente abbattuto e ricostruito ex novo nel 1957 senza un minimo di bellezza architettonica.

Durante il fascismo venne ingrandito anche lo Scalo con la costruzione di nuovi palazzi, la modernizzazione della stazione ferroviaria, e la costruzione ex novo del Villaggio Celdit.

Il processo Matteotti e "Chieti città della camomilla"[modifica | modifica wikitesto]

Giacomo Matteotti

In seguito all'increscioso fatto del delitto di Giacomo Matteotti nel 1924, Mussolini per la celebrazione del processo valutò le opzione di L'Aquila e Chieti, scegliendo quest'ultima. Il processo è stato definito una "farsa" non tanto per le condanne degli esecutori, quanto per il fatto che lo stesso procedimento giudiziario non evidenziò la responsabilità penale di Benito Mussolini, quale mandante dell'uccisione di Matteotti, poiché l'aspettativa stessa della popolazione teatina era che dagli atti del processo uscisse fuori il nome del Duce.

La città fu scelta per le pressioni del governo fascista sul territorio da optare, al fine di minimizzare la condanna ed evitare di risalire ai mandanti.[13]Come da stessa ammissione di Matteo Matteotti, figlio di Giacomo, l'omicidio del socialista fu un delitto affaristico per le questioni petrolifere in Libia piuttosto che un delitto politico. Chieti venne descritta nel 1925 in modo indecoroso come città che non aveva il coraggio di indignarsi di fronte a tale delitto; il giornalista de Il resto del Carlino Alberto Maria Perbellini la descrisse: "città della camomilla", e dopo lo svolgimento del processo nel resto dell'Italia Chieti fu intravista come luogo ideale per manipolare i processi. Nei giorni del processo la città fu messa in stato d'assedio, ovunque c'erano uomini armati in divisa, agenti di polizia, militari dell'esercito che piantonavano gli accusati giorno e notte nel Palazzo di Giustizia e nel carcere di San Francesco di Paola.

Il campo d'internamento P.G. 21[modifica | modifica wikitesto]

Foto, risalente agli anni 1950, della caserma Rebeggiani, che ha sede nell'ex-campo per prigionieri di guerra numero 21 di Chieti, che ospitò ufficiali catturati nella campagna del Nordafrica

Durante la seconda guerra mondiale, quando le sorti della campagna del nord Africa sembrarono arridere alle forza italo-tedesche , dopo la presa di Tobruk allora in mano britannica, il conflitto prese una piega negativa per l'esercito alleato. Per via del consistente numero di prigionieri, fu necessario in Italia allestire dei campi di internamento: in Abruzzo c'era il maggior campo destinato ad ufficiali degli esercito nemici, attivo fino al luglio 1942, ubicato come P.G. 21 ossia Chieti.[14]Il campo era situato dove attualmente c'è il Centro Nazionale Amministrativa dell'Arma dei Carabinieri, ossia la Caserma Rebeggiani. I prigionieri viaggiavano in treno fino a Chieti Scalo, dove ad attenderli c'erano le guardie dell'esercito e i carabinieri, fino ad entrare nel cortile lungo due campo da calcio, circondato da perimetro in muratura alta 4 metri, sormontata da filo spinato, con ogni 200 metri delle sentinelle. Benché la capienza massima fosse di 1000 internati, al 30 settembre 1942 erano presenti 600 unità superiori tra britannici, australiani, canadesi, neozelandesi, sudafricani, francesi, americani, e pian piano venne ridotto il numero con trasferimenti, in gran parte a campo di Fonte d'Amore a Sulmona. Il campo prima delle operazioni belliche fu usato anche come prigione dei dissidenti politici e delle famiglie ebree e zingare, successivamente traslati nell'asilo Principessa di Piemonte.
Nonostante il clima pressante, nel campo si svolgevano attività ricreative come lo sport, la ginnastica, lezioni d'italiano, di musica e di teatro. Tra gli internati ci fu anche il giocatore di cricket Bill Bowes. Con l'armistizio dell'8 settembre 1943 tra i prigionieri ci furono scene di grande gioia, e ne approfittarono per continuare l'opera segreta di scavo di ben 4 tunnel sotterranei per evadere. Infatti tra i prigionieri c'era timore se a Chieti sarebbero arrivati dapprima gli alleati o i tedeschi per rastrellare i campi abruzzesi e spostare tutti negli stalag nazisti. Nel frattempo gli ufficiali italiani che pattugliavano il campo fuggirono per il precipitare della situazione, e i prigionieri restarono a fare la guardia a loro stessi.

Seconda guerra mondiale: Chieti città aperta (24 marzo 1944)[modifica | modifica wikitesto]

Palazzo Mezzanotte, dove si rifugiò Pietro Badoglio il 9 settembre 1943, e successivamente sede del comando militare tedesco

Nel 1940, dal 13 giugno al 10 novembre, l'edificio dell'asilo infantile Principessa di Piemonte venne trasformato in campo di concentramento per gli ebrei. Il campo ospitò 29 internati (prevalentemente francesi, inglesi oppositori al regime ed ebrei vari). Dopo la chiusura, i prigionieri furono trasferiti in campi maggiori presso Montechiarugolo, Casoli, Sulmona e Manfredonia. Il 26 luglio, quando il governo fascista fu sciolto, una folla esultante si riversò in Piazza San Giustino, assaltando il Palazzo d'Achille e gettando dalle finestre tutti gli oggetti che inneggiassero a Mussolini, ritratti, documenti, statuette; successivamente i ribelli vennero catturati.

Nella seconda guerra mondiale Chieti, come le città di Parigi, Roma, Firenze e Belgrado fu considerata "città aperta", grazie alle richieste dell'arcivescovo monsignor Giuseppe Venturi, al pontefice Papa Pio XII, e vista anche la diminuita importanza strategico-militare della città, con la parte più calda del fronte spostata sull'asse tirrenico. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, il re Vittorio Emanuele III e il maresciallo Pietro Badoglio fuggirono con lo stato maggiore da Roma a Crecchio, dove il re soggiornò con la famiglia presso il castello ducale[15], intendendo poi salpare dal porto di Ortona per Brindisi, essendo stata Pescara già bombardata in agosto dell'anno.

Badoglio tuttavia si trattenne pochissimo a palazzo e fuggì al notte stessa del 9. I nobili di Chieti e gli abitanti di Palazzo Mezzanotte si sentirono traditi e in preda al panico, con esclamazioni di rabbia e di odio verso il governo. Gli alti ufficiali si disinteressarono dell'ordine pubblico, togliendosi le divise, vestendosi in borghese per camuffarsi durante la fuga verso le montagne. Gli abitanti dei palazzi presero con sé i loro averi e molti abbandonarono precipitosamente la città. I tedeschi, avvertendo il palese tradimento italiano, occuparono immediatamente la città, catturarono i rimanenti ufficiali italiani, li processarono e li passarono per le armi. Per la sua posizione dominante sul colle, Chieti divenne il comando logistico militare tedesco, dove vigilare sull'avanzata alleata anglo-americana, così dominando da una parte a nord della valle Pescara e dall'altra le valli del Sangro da dove voleva penetrare il generale Bernard Law Montgomery. I tedeschi occuparono la città il 10 settembre, chi non voleva attenersi ai nuovi ordini veniva arrestato e deportato nei campi di lavoro con i treni di Chieti Scalo. Il gerarca nazifascista Cascatella fu scelto come intermediario per dare gli ordini al popolo, e minacciò continuamente la popolazione di ritorsioni, benché dopo la liberazione il 9 giugno fu catturato e linciato dalla folla al punto da rimanere infermo a vita.
I tedeschi intanto il 26 settembre dichiaravano ufficialmente la presa di Chieti, innalzando la bandiera con la croce uncinata sopra Palazzo Mezzanotte, imponendo il coprifuoco, rastrellando gente per i lavori di fortificazione della città, casa per casa. Successivamente le artiglierie aeree americane iniziarono a bombardare la città, poiché non era stata ancora data la concessione di "città aperta". Tra i vari edifici danneggiati ci furono la Cattedrale e la chiesa di Materdomini. I bombardamenti avvenivano ogni notte, dopo l'avviso delle sirene delle ore 19, ma accadde che anche in pieno giorno ci furono incursioni aeree, dove teatini inermi trovarono la morte. I tedeschi sulla piazza misero dei fari per contrastare i bombardamenti, ma inutilmente.

Monsignor Venturi, che si adoperò affinché Chieti fosse riconosciuta "città aperta"

Nel frattempo a Chieti, dall'ottobre in poi iniziarono a giungere gli sfollati, oltre 100.000 unità, provenienti dai paesi circostanti di Pescara specialmente, quasi distrutta, Francavilla al Mare (fine settembre 1943), che aveva subito le stesse sorti insieme a Ortona (dicembre 1943), Bucchianico, Ripa Teatina, Casalincontrada, Villamagna, San Martino sulla Marrucina, San Giovanni Teatino e Torrevecchia Teatina. Nonostante vigesse l'armistizio, gli americani continuarono dopo il 31 agosto, un nuovo bombardamento nei dintorni di Pescara il 14 settembre, uccidendo 2000 persone circa. I tedeschi risposero agli americani piazzando molte batterie di contraerea allo Scalo e dietro il Palazzo di Giustizia, facendo nascere la "linea Gustav" che da Ortona controllava il territorio fino a Cassino. Il 27 ottobre i tedeschi piazzarono in tutte le strade delle mitragliatrici, facendo scattare un nuovo rastrellamento che coinvolse anche ospedali e chiese per rinforzare la linea di difesa. La situazione degli sfollati si aggravò il 4 novembre quando le operazioni di guerra portarono al grande scontro dei nazisti contro Montgomery sul Sangro, e la città venne progressivamente invasa dagli sfollati in cerca di riparo e cibo, si aggiunsero alla lista gli abitanti di Tollo, Orsogna, Miglianico, Guardiagrele, Fara Filiorum Petri, Canosa Sannita, Lanciano e Fossacesia, tutte città che vennero direttamente coinvolte nello scontro nazista-britannico, con distruzione delle case. Il numero aggiuntivo degli sfollati fu di 75 mila unità circa. Vennero usati come luoghi di ricovero il palazzo dell'ex Podestà, i chiostri degli ex conventi, le chiese stesse.

Nel dicembre ci fu una nevicata copiosa, e a Chieti fu presa iniziativa di raccolta di indumenti, coperte, zucchero, carne, olio, farina, uova. Lo stesso arcivescovo Monsignore Giuseppe Venturi si dette da fare, dopo esser riuscito ad ottenere lo status di "città aperta", a provvedere alla raccolta di cibo e coperte per gli sfollati. Tra gli sfollati ci furono anche degli abitanti di Foggia, tra i quali il cantante Renzo Arbore, sfollato in una casa di via Arcivescovado. Monsignor Venturi cominciò gli incontri con i tedeschi al comando di Palazzo Mezzanotte per scongiurare lo sfollamento, senza che i comandanti accogliessero la richiesta. Così viaggiò a Roma dal generale Albert Kesselring, facendo intervenire anche il pontefice Pio XII, affinché Chieti divenisse una "città ospedaliera". Alla fine fu stipulato l'accordo, non rispettato dagli anglo-americani, che bombardarono in casi isolati la città fino al 4 giugno 1944. Nel Natale 1943 avvenne l'ordine da Kesselring di evacuare la città, ma Venturi fu risoluto nell'impedire tale operazione.
Dopo i fatti di Ortona, Winston Churchill propose di usare l'artiglieria aerea, senza impegnare gli uomini via terra, bombardando Orsogna, e poi Chieti, ritenuta di strategica importanza per il comando tedesco. Fino ad allora la tattica alleata era di bombardare a razzo i punti nevralgici della città, non facendo distinzione tra le persone che le mitraglie avrebbero colpito, poiché l'intenzione era quella di spaventare la popolazione per scatenare ribellioni, e scoraggiare il nemico tedesco, più carente di mezzi. Un giorno un caccia americano volò troppo basso mitragliando il corso Marrucino e virando si schiantò contro la guglia del campanile di San Giustino, finendo in fiamme a terra.

Renzo Arbore, che a 7 anni da Foggia fu sfollato a Chieti
Il generale tedesco Albert Kesselring il quale emanò l'ordine di Chieti "città aperta" per intercessione di Venturi e Pio XII

L'ordine tedesco era Chieti kaput, mentre i piani di Churchill prevedevano di spianare Chieti con una cinquantina di bombardieri. Monsignor Venturi scongiurò i tedeschi di abbandonare la città lasciando passare gli americani via terra, per non perdere la città con i suoi abitanti. Il 27 gennaio 1944 arrivò un'ordinanza in cui Chieti non era più città aperta, doveva essere evacuata. Gli alleati si piazzarono alle pendici del Sangro, e seguitarono a cannoneggiare la città con 200 mortali, causando altre distruzioni. L'ordine definitivo di evacuazione fu dato il 3 febbraio e fino all'8 marzo i cittadini avevano tempo per abbandonare Chieti; intanto Monsignor Venturi proseguì le trattative con Roma per continuare a tenere lo status di "città aperta", fin quando le attenzioni si spostarono dal 15 febbraio in poi a Cassino, dove si combatterono le cruente battaglie. Dal 7 al 27 febbraio furono 13 i bombardamenti alleati, vennero colpite la Prefettura, la Cattedrale, tre volte l'Arcivescovado, la Banca d'Italia, la Cassa di Risparmio, il Palazzo di Giustizia, San Francesco al Corso, Piazza Valignani, la chiesa di Materdomini, il Convitto Nazionale, le scuole elementari e altri edifici privati, con 11 morti e 15 feriti. Chieti fu cannoneggiata fino al 1 giugno 1944.

Venerdì 9 giugno gli alleati giunsero in città dalla villa comunale, soldati italiani del Gruppo Paracadutisti "Folgore", comandanti da Giorgio Morigi, accolti da una folla festante. Due giorni dopo Monsignor Venturi con solenne celebrazione a San Giustino ringraziò i liberatori. Sabato erano giunti anche gli anglo-americani, installando il presidio a Palazzo Mezzanotte, con la guarnigione di indiani.
Benché a Chieti la popolazione di circa 35 mila abitanti si fosse molto impegnata per rispondere alle richieste di oltre 100 mila sfollati, con le incursioni aeree quotidiane e i divieti vari dei tedeschi, si verificarono episodi di violenza e cospirazione. Il nervosismo costante dei teatini rimasti in città portò a nutrire sentimenti di antipatia e odio verso gli sfollati, a volte costretti ad abbandonare immediatamente le case dove erano ospitati, per evitare ritorsioni dei nazifascisti. Tali episodi furono sfruttati negli anni successivi dai denigratori della città, e soprattutto da Pescara, da anni ormai in rapporti pessimi con Chieti, per denunciare una città rinchiusa nel proprio egocentrismo e nel culto di sé stessa.

Rivalità tra Chieti e Pescara[modifica | modifica wikitesto]

Foto aerea del centro storico di Chieti risalente agli anni sessanta-settanta con la Cattedrale di San Giustino in vista

Discussa è stata, perché legata da un punto di vista storico, la rivalità feroce tra Chieti e Pescara. Alcune considerazioni vogliono che la rivalità sia nata da quando Pescara, piccolo paese di mare, favorita da D'Annunzio e da Mussolini iniziò a svilupparsi e a crescere nel 1927, quando divenne un comune unico (Porta Nuova e Castellammare), accorpando nella neonata provincia di cui è capoluogo parte dello storico territorio teatino presso il fiume Alento, da Francavilla a Spoltore. Tuttavia dal punto di vista storico la scintilla della rivalità, nata dall'esproprio pescarese dei territori teatini da secoli nell'Abruzzo Citeriore sotto amministrazione teatina, si sarebbe accesa durante la seconda guerra mondiale, quando Chieti fu dichiarata città aperta, e iniziò ad accogliere gli sfollati dall'inverno 1943. A causa dell'eccessiva presenza degli sfollati di altri comuni, che raddoppiò di fatto la popolazione in Chieti, e in tempo di carestia bellica, la borghesia teatina iniziò ad infastidirsi e a cacciare dalle proprie case gli sfollati, quando nel nuovo anno, giunte le truppe alleate, erano terminati i pericoli della guerra. Gli episodi di insofferenza dei chietini verso gli sfollati, in gran parte della bombardata Pescara, si moltiplicarono e si trasformarono in espressioni di razzismo e disprezzo, con sputi, offese e denunce di cospirazione con i tedeschi verso gli americani, come scrisse Corrado Alvaro[16].

Negli anni 1950, durante il derby calcistici di Abruzzi e Molise, Chieti e Pescara ebbero varie occasioni per fronteggiarsi, ostentando sempre la propria rivalità. In particolare nella stagione 1954-55 il capitano della squadra pescarese Mario Tontodonati fu sequestrato da studenti universitari chietini il giorno prima della partita, e ugualmente i pescaresi rubarono dalla villa comunale una gabbia con un'aquila reale. Dopo discussioni e accordi presi durante la notte tra le bande, il giorno successivo, per la partita, ci fu lo scambio degli ostaggi[17].

Aeroporto Internazionale d'Abruzzo a Sambuceto (CH), a qualche km di confine con Pescara

La rivalità tra Chieti e Pescara tuttavia è ascrivibile al carattere completamente diverso delle due parti, la prima (Pescara), fino al primo '900 misero villaggio di pescatori presso Castellammare da una parte, ed ex fortezza borbonica di Porta Nuova dall'altra, che aveva intrapreso i primi passi verso la modernizzazione e lo sviluppo urbano fuori le mura, favorita dal territorio pianeggiante e specialmente da personaggi molto influenti come Tito Acerbo e lo scrittore Gabriele d'Annunzio, e l'altra (Chieti), rinchiusa da anni in un atteggiamento di ultra conservatorismo, poco incline al dinamismo dei tempi di modernizzazione, specialmente a partire dagli anni '50 in poi, come accadde a Pescara, che arrivò ad oltre 50 mila abitanti negli anni '60, scalzando nettamente Chieti. La posizione favorevole permise a Pescara di dotarsi di varie istituzioni, arrivando ad uno scontro indiretto anche con L'Aquila negli anni '70 per un plebiscito su quale comune avrebbe dovuto essere il capoluogo regionale. La crescita sempre più veloce, favorita verso l'entroterra dalla presenza del complesso industriale della Val Pescara, e sulla mare dalla presenza della costa che la città rimodellò sulla scia dei grandi centri turistici di Pesaro, Rimini e San Benedetto del Tronto, veicolarono l'economia e le finanze irrimediabilmente verso la fascia adriatica, lasciando Chieti in disparte. Ma ciò è da attribuire anche la diverso pensiero delle due città, Chieti troppo rivolta alla regressione e al ripiegamento su sé stessa, mentre Pescara sempre in espansione, sia culturale che economico-sociale, a tal punto da richiedere un suffragio per creare una nuova area metropolitana con la fusione dei comuni di Spoltore e Montesilvano.

I risentimenti di Chieti, attualmente, sono legati soprattutto al sempre crescente sviluppo dimensionale e demografico pescarese, evenienza che è diventato criterio unico, soppiantando in toto, caso unico in Italia, la storia regionale, per l'attribuzione di un ruolo di importanza capitale nella regione, praticamente in stile francese. Ciò ha fatto sì che, complice la crisi economica del 2008, molte istituzioni, uffici amministrativi, e servizi pubblici, con relativo indotto, da tempo immemore a Chieti (come anche, precedentemente, successe all'Aquila) si siano trasferiti o siano stati accorpati a Pescara, e continuano ad esserlo, determinando il tramonto dell'economia e del ruolo di Chieti e di altri centri storici abruzzesi. Ciò suscita ancora oggi segni di insofferenza e rivalità dei teatini, e di parte dell'Abruzzo più storicamente significativo, verso i pescaresi
Le ultime querelle si si svolgono attualmente attorno all'aeroporto d'Abruzzo situato a Sambuceto di San Giovanni Teatino, quasi annesso al territorio pescarese, e all'ospedale clinicizzato della Santissima Annunziata di Chieti, che rischia di essere accorpato all'ospedale civile di Pescara per mancato rilascio della concessione DEA di secondo livello, con violente accuse di sciovinismo da ambo le parti.

Dal secondo dopoguerra a oggi[modifica | modifica wikitesto]

Campus dell'Università D'Annunzio
Veduta di Chieti da Villa Pini, in evidenza la parte alta con l'assetto storico e in basso il perimetro dei nuovi palazzi del boom economico

Nelle fasi finali della guerra, in riunioni clandestine, s’era formato un movimento di tradizionalisti cattolici composto da Mario Aloé, Mario Cotellessa, Guido Giuliante, che figurarono pochi anni più tardi nel neonato partito della Democrazia cristiana. Alle elezioni per la Costituente nel 1948 L’Aquila e Chieti risultarono in testa nell’Abruzzo, mentre le amministrazioni comunali per decenni governarono sotto la bandiera della DC, e dopo i fatti di Tangentopoli l’ideologia politica teatina rimarrà sempre incentrata a destra, con sfumature di liberalismo moderato filo-cattolico. Nell'epoca contemporanea a Chieti si è registrata un'importante evoluzione urbana, che si è avuta nella parte bassa, in cui crebbe il settore industriale[18]. Chieti Scalo, piccolo villaggio ferroviario, si trasformò nella frazione più fiorente dal punto di vista urbanistico ed imprenditoriale della città. Il fenomeno tuttavia comportò anche la speculazione edilizia nella città alta, con la costruzione di enormi palazzi attorno al centro storico, e in alcuni casi anche nel pieno centro, lungo l'asse del corso Marrucino e nella piazza dei tempietti romani, dove già nel fascismo era stata costruita la biblioteca Angelo Camillo De Meis con la torre littoria e l'ex INAIL. Lo storico quartiere di San Paolo venne definitivamente stravolto con l'abbattimento e riedificazione ex novo del Palazzo Verlengia, mentre lungo il corso fu abbattuto un palazzo ottocentesco per la costruzione dell'ex UPIM, così come all'altezza della chiesa di San Domenico venne eretto un altro casermone anonimo. L'urbanizzazione coinvolse soprattutto le aree di Piazza Garibaldi lungo via Alessandro Valignani fino a Sant'Anna, poi l'area di Santa Maria Calvona a ridosso della casa di cura Spatocco, e l'area ad est della villa, attorno all'ex carcere di San Francesco di Paola, formando il nuovo quartiere Filippone.
Ma l'espansione urbana si concentrò specialmente nel quartiere Tricalle attorno la chiesetta di Santa Maria, con la costruzione di case, della nuova parrocchia di San Francesco Caracciolo, di strutture alberghiere, del Palasport Tricalle, e ancor più nell'area pianeggiante dello Scalo, dove gli abitanti superano quelli del Colle, fondendo i villaggi di Celdit, San Martino, Madonna delle Piane, Santa Filomena.
Un nuovo slancio allo Scalo è stato dato nel 1965 con l'istituzione dell'Università degli Studi "Gabriele d'Annunzio" presso Madonna delle Piane, avente seconda sede dal 1984 immancabilmente anche a Pescara, e dalla costruzione del grande centro commerciale "Megalò", inaugurato nel settembre 2005.

Nel corso degli anni ottanta Chieti si è trovata in crisi economica, stante la crisi della medio e piccola manifattura sulla quale si basava il comparto industriale di Chieti città, lasciando spazio a Pescara, più orientata al commercio e alla finanza. Nemmeno la crisi del 2008, e il terremoto dell'Aquila del 2009 hanno fornito spazio alla cittadinanza per risollevarsi economicamente, anche se dal 2015 sono iniziati a manifestarsi dei piccoli segnali di ripresa, nonostante le continue battaglie politiche tra la città contro Pescara.
Nel 2009 l'area del campus universitario si è dotata della costruzione del "Villaggio Mediterraneo", in occasione dei giochi olimpici, successivamente i palazzi sono stati usati per ospitare gli studenti fuori sede.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Girolamo Nicolino, Historia della Città di Chieti, 1657
  2. ^ Nicola Corcia, Storia delle due Sicilie dall'antichità più remota al 1789, Volume 1, Napoli: Tipografia Virgilio, 1843, p. 150 (Google libri)
  3. ^ The Catalogue of Strong Italian Earthquakes, Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. URL consultato il 25 aprile 2017.
  4. ^ Teate, su duepassinelmistero.com (archiviato dall'url originale il 2 maggio 2017).
  5. ^ Plinio, Naturalis Historia 35, 2: « primus bibliothecam dicando ingenia hominum rem publicam fecit ».
  6. ^ San Giustino da Chieti, su santiebeati.it.
  7. ^ Cristiano Vignali, "Chieti nella Tarda Antichità", 2015
  8. ^ a b Raffaele Bigi, Chieti, Passato, presente...futuro, 2012
  9. ^ infochieti.it - Cattedrale di San Giustino e Cripta a Chieti Archiviato il 29 ottobre 2013 in Internet Archive.
  10. ^ CHIETI ON LINE - Benvenuti a Chieti!
  11. ^ LE ORIGINI/Madonna Della Miseirordia, su madonnadellamisericordiach.it.
  12. ^ Prospetto cronologico dei tratti di ferrovia aperti all'esercizio dal 1839 al 31 dicembre 1926
  13. ^ Processo Matteotti, su m.ilcentro.gelocal.it (archiviato dall'url originale il 22 aprile 2017).
  14. ^ LE VICENDE DEL CAMPO P.G. 21 (MEMORIE DEL CAMPO D'INTERNAMENTO TEATINO), su ilbig8.it.
  15. ^ L'ultima cena del Re a Crecchio, su ricerca.gelocal.it.
  16. ^ Perché Chieti e Pescara non si amano, su pescarawebtv.it (archiviato dall'url originale il 22 agosto 2016).
  17. ^ Storia del campanilismo tra la cittadina di Chieti e Pescara [collegamento interrotto], su forzapescara.com.
  18. ^ L'Enciclopedia dei comuni, su radiocorriere.tv. URL consultato il 16 maggio 2013.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Anton Ludovico Antinori, ''Annali degli Abruzzi. Vol. II. Dal principio dell'era volgare all'anno 54, Forni Editore, Bologna 1971
  • Filippo Paziente, Chieti e la sua provincia. Fascismo, chiesa, occupazione germanica. 1929-1944, Tinari, 2010
  • Lucio Camarra - Mario Checcia, L'antica Chieti. Metropoli dei Marrucini in Italia, CARSA editrice, Pescara, 2013
  • Giacomo Devoto, Gli antichi italici, Vallecchi Firenze 1951
  • Ugo De Luca, Chieti e la sua provincia Vol. I Storia, arte cultura, Provincia di Chieti, 1990
  • A. Chinnici-C. Gasbarri, Fede, storia ed arte della Cattedrale di San Giustino, Tabula Chieti, 2007
  • Raffaele Bigi, Chieti. Città d'arte, di storia, di cultura e di musei, Carabba Editrice, Lanciano, 2010

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]