Storia di Chieti

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Chieti.

«Vidi Tietta, dove già fu 'l seggio
della madre d'Achilles, e di questo
per testimon quei del paese chieggio.»

(Fazio degli Uberti)
Foto storica di Chieti, vista dalla villa comunale

La pagina descrive la storia di Chieti, una delle città più antiche d'Abruzzo, che percorre l'epoca italica, quando era capitale dei Marrucini, la successiva conquista romana e trasformazione in municipium, la distruzione di Pipino il Breve e la conseguente riedificazione sotto i Normanni, l'ascesa al potere come capitale dell'Abruzzo Citeriore sotto la famiglia Valignani nel XIII secolo, lo sviluppo economico nell'epoca settecentesca, e culturale nell'800, fino alla seconda guerra mondiale, quando venne dichiarata "città aperta", e al nuovo sviluppo economico e culturale dagli anni 1960.

Indice

Origine del nome[modifica | modifica wikitesto]

Chieti è fra le più antiche città d'Italia e d'Abruzzo.[1] Le origini sono mescolate alla mitologia, poiché la leggenda racconta che fu fondata nel 1181 a.C. dall'eroe Achille, che la chiamo Teate in onore della madre Teti. Infatti il nome greco della dea è molto simile a quello teatino: Θετις - Thètis. L'eroe omerico è rappresentato anche sullo stemma della città, sopra un cavallo rampante, che regge lancia e scudo su cui è raffigurata una croce bianca su campo rosso con quattro chiavi, rappresentanti le quattro antiche porte cittadine di Sant'Anna, Santa Maria, Napoli e Pescara. La croce è anche un simbolo cristiano, poiché lo scudo ha legami con lo stemma della famiglia Valignani, che prese parte alle crociate in Terra Santa.

Gli storici hanno osservato che il nome Teate proviene dal greco Θηγεατη (Thegèate), poiché forse fondata dai Pelasgi. Nella lingua greca veniva chiamata così anche dallo storico Strabone, che attribuì la fondazione ai popoli dell'Arcadia.
Durante l'epoca italica e la conquista romana la città cambiò nome in Teate Marrucinorum, e successivamente, dopo il sacco di Pipino il Breve nell'801, iniziò a modificare il nome, che ne volgare si trasformò pian piano in Chieti. Tuttavia nel latino, fino al XIX secolo, la città fu sempre chiamata con l'antico nome romano Teate, così come gli abitanti accolgono l'opzione di essere definiti "teatini", in alternativa all'attuale "chietini".

Primi insediamenti e periodo italico[modifica | modifica wikitesto]

Frontone del tempio della triade capitolina, nel Museo archeologico La Civitella

Come dimostrano alcuni reperti conservati nel Museo Universitario di Scienze Biomediche, nell'ex Palazzo OND a Chieti, il territorio teatino fu abitato sin dall'epoca della preistoria, ma ancor prima oltre 4 milioni di anni fa nell'era del giurassico, e sono esposti resti fossili di dinosauri e di altri animali oggi estinti.

Già nel III millennio a.C. si contano insediamenti nel colle dell'attuale Chieti. Numerosi rinvenimenti di ceramiche, ossa e strumenti di lavorazione agricola sono stati recuperati nei vari scavi archeologici e conservati nel Museo Archeologico Nazionale d'Abruzzo a Villa Frigerj. Si ipotizza che Chieti fu una delle tante città fondate dai discendenti degli Osco-Umbri, chiamati Sanniti, nella tribù dei Marrucini. I Marrucini erano una tribù minore del popolo dei Sanniti, stanziatisi nelle zone di Chieti, Rapino e Guardiagrele, e in altre fasce territoriali comprese a sud del fiume Pescara ed a nord del Foro; il loro limite era il mare Adriatico, con la foce del fiume Pescara presso il porto di Aterno, oggi città di Pescara, mentre il confine occidentale era la Majella. L'importanza strategica dei primi villaggi italici era data dalla numerosa presenza di colli su cui si potevano controllare i traffici sul tratturo.
I Marrucini sono citati dagli storici Dionigi di Alicarnasso (20, 1), Diodoro Siculo (XIX, 105, XX, 44 e 101,5), Polibio (II, 24 e III, 88), Tito Livio (IX, 45, XXII, 61, XXVII, 45), Cesare (La guerra civile, I, 23) e Velleio Patercolo (II, 16). Gli insediamenti più importanti oltre a Teate erano una certa oppidum Pollitium (Rapino) di cui parla Diodoro Siculo, attaccata dai Romani nel 311 a.C., mentre si hanno notizie certe di un abitato fortificato come Pallanum per i Frentani a Civita di Danzica, presso la "grotta del Colle", sempre nelle vicinanze di Rapino, dove venne ritrovata la tabula Rapiniensis, insieme a ceramiche e statuette votive. Simili reperti furono rinvenuti in quasi tutti i comuni dell'area teatina come Vacri, Bucchianico, Ripa Teatina, Pretoro, specialmente Guardiagrele con la necropoli di Comino e Pennapiedimonte.

Successivamente, intorno all'VIII secolo a.C., la popolazione locale iniziò ad essere conosciuta ufficialmente come tribù dei Marrucini, e Teate ne divenne la capitale. I ritrovamenti conservati nel Museo Archeologico dimostrano che i Marrucini erano in stretto contatto con i Sabini, poiché tre steli funerarie monumentali, con iscrizione celebrativa simile all'epitaffio del Guerriero di Capestrano, riportano ringraziamenti e onori al popolo sabino. Prima della preminenza di Chieti, Civita di Danziza e Rapino erano sede del potere, usando il sistema governativo della monarchia, finché Roma non trasformò il governo in touto marouca. Verso la fine dell'età repubblicana Teate assunse sempre più importanza soppiantando le altre città, unico centro amministrato dai quattrorviri; nei coaiddetti itineraria romani viene citata lungo la via Claudia Valeria.

Con lo sviluppo urbanistico della città, nel periodo italico, intorno al IV secolo a.C., sorse l'area sacra sul colle della Civitella, dove si trovavano tre templi su un alto podio (II secolo a.C.). Su alcuni frontoni recuperati sono raffigurati al centro la "triade capitolina" di Giove-Giunone-Minerva. Nel secondo frontone sono raffigurati Giove fanciullo, i Dioscuri ed Elena. Nel terzo Apollo, le Muse ed Ercole.
Monete del V secolo a.C. mostrano che Teate era in commercio con Napoli e le varie poleis della Magna Grecia.
I Marrucini, Peligni e Marsi rimasero in buoni rapporti con Roma fino al 308 a.C., benché avessero espresso verso l'Urbe l'intenzione di appartenere al partito filosannitico, controllando le loro terre. I Marrucini si erano scontrati contro i Romani già nel 313 presso Pollitium (Rapino) a causa di un'interruzione della via del commercio verso l'Apulia. Nel 304 ci fu un trattato di pacificazione, visto il rischio di scontri sempre più evidenti tra gli eserciti romani in passaggio nelle terre dei Peligni, Marsi e Marrucini, con il rischio di una vera guerra. Con il foedus del 304 giungeva a compimento il processo di disarticolazione politica del mondo sannitico iniziato da Roma dopo la guerra del 319 a.C.

L'epoca romana: Teate Marrucinorum[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Teate.
I templi romani giulio-claudi del I secolo

Teate, come le altre città italiche del Sannio, si trovò a combattere nel IV secolo a.C. le cosiddette Guerre sannitiche; i Marrucini si distinsero nei combattimenti, fino allo scontro finale contro Roma nel 304 a.C., che si concluse con un trattato di pace. Da allora i Marrucini furono in buoni rapporti con l'Urbe, e parteciparono a numerose campagne militari contro Pirro, i Galli, Perseo di Macedonia, Annibale e Asdrubale. Come tuttavia riportato in un'iscrizione sul sepolcro di Lucio Cornelio Scipione Barbato, che riporta conquiste nel territorio frenano, il Sannio continuò a mostrarsi insofferente verso Roma, diversamente dai Marrucini, che parteciparono nella battaglia di Eraclea nel 280 a.C. Nel 272 i Carricini, confinanti con i Marrucini, scesi in guerra contro Roma, stipularono un trattato di pace. Lentamente l'organizzazione sociale iniziò a romanizzarsi, come testimoniato dalla costruzione dei templi presso la Civitella.

Un secolo più tardi, nel 91 a.C. scoppierà la guerra sociale contro Roma, voluta dai popoli della Lega Italica, e anche Teate partecipò all'alleanza sannita contro i dominatori romani. Il condottiero teatino Asinio Herio della gens Asinia[2] guidò le truppe marrucine nei vari scontri contro Roma, e fu sconfitto ed ucciso a Teate da Gaio Mario. La sua stirpe successivamente verrà trapiantata a Roma. Teate tuttavia non verrà distrutta, come accadrà invece alla capitale della lega Corfinio, ma verrà convertita in municipium romano, col nome di Teate Marrucinorum, arrivando a contare 60 000 abitanti. Del dominio romano a Teate restano numerose testimonianze, come i tempietti romani, l'anfiteatro romano della Civitella, il teatro romano, il tempio di Diana che fu convertito in chiesa di Santa Maria del Tricalle, la cisterna romana sopra il pozzo sacro, e le terme romane.

Riguardo la cronologia storica dei fatti di Teate dopo la conquista romana si ricorda la valenza dei soldati al servizio di Roma nelle battaglie di Cesare in Africa (49 a.C.) e di Farsalo, insieme ad altre guarnigioni peligne, marsicane, frentane. Teate divenne municipium sotto il principato di Augusto, successivamente fu accorpata nella Regio IV Samnium. Della politica a Chieti nell'epoca imperiale, non si sa molto, le maggiori informazioni provengono da delle lapidi che, all'epoca dello storico Girolamo Nicolino (XVII secolo) si trovavano nel palazzo comunale, dove si apprende che la "colonia Teatina" era amministrata da un patrono ossia Lucio Celio[3]

Secondo l'Historia Augusta, una raccolta anonima di biografie di imperatori romani scritta intorno al IV-V secolo d.C., Teate sarebbe stata colpita da un terremoto nel 68 d.C., ma il testo non fornisce ulteriori informazioni[4].

Urbanistica della città romana[modifica | modifica wikitesto]

La città fu arricchita di un foro, il teatro romano che contava 5 000 posti, con 80 metri di diametro, l'anfiteatro di dimensione 60x40 metri con 4 000 posti, l'acquedotto, situato oggi sotto il corso Marrucino, che conduceva alla parte bassa delle terme romane, e infine i vari templi, conservati perché trasformati nel VII secolo in chiese cristiane. La conservazione del teatro, dell'anfiteatro e dei templi permette la ricostruzione della storia dell'arte teatino-romana del I secolo, al tempo degli imperatori Tiberio e Claudio: la copertura dell'esterno delle strutture è in tasselli (cubilia) simmetrici che formano motivi geometrici. Nella piazza dei Templi sono state rinvenute delle iscrizioni di importanti famiglie teatine sotto il governo di Nerone, come i Vezii: le iscrizioni riguardano infatti i coniugi Marco Vezio Marcello e Priscilla Elvidia[5]. La piana del Pescara, con sbocco al porto pescarese, ospiterà la strada romana della via Tiburtina Valeria, i cui viandanti e pastori transumanti erano obbligati a pagare il pedaggio alla città. Durante il principato di Augusto, a Roma si distinse il politico e oratore Asinio Pollione della gens Asinia, alleato di Giulio Cesare e amico di Cicerone e Virgilio. Fu proconsole nella provincia di Macedonia e fu celebrato per valor e virtù nelle Bucoliche da Virgilio. Nel 39 a.C. creò la prima biblioteca pubblica romana, ossia l'Atrium Libertatis[6]. In suo ricordo fu rappresentato il trionfo di Asinio sul sipario del palcoscenico nel Teatro Marrucino, completato nel 1818.

Incisione della chiesa del Tricalle, eretta sopra il tempio di Diana Trivia

Provenendo da Roma l'accesso principale era Porta Sant'Andrea ai piedi della Civitella con l'anfiteatro, oggi scomparsa, e il cardo principale era all'attuale Corso Marrucino, fino a Porta Santa Maria. L'amministrazione romana coinvolgeva tutte le città della Regio IV nell'utilizzazione delle strutture pubbliche, il Foro era il centro commerciale e culturale della città, provvisto di tre tempietti su un unico podio, e un quarto sul lato Nord, sotto l'edificio delle Poste. L'area del Foro incombeva su terreno di riporto, quindi terrazzata, come dimostra la galleria ipogea ad L sotto la biblioteca De Meis. Altri monumenti erano il teatro, di cui ci sono dei resti presso via Napoli, e il complesso termale. La presenza dei muri di terrazzamento di varie cisterne sotto la Civitella dimostrano l'importanza del complesso, insieme a frammenti di mosaico e a domus signorili.
Fuori la città l'esempio più importante di edificio romano è la chiesetta di Santa Maria del Tricalle, costruita sopra un tempio di Diana Trivia, situata all'incrocio di tre colli.

L'anfiteatro della Civitella

La città non fu creata ex novo con la conquista italica, ma esisteva sin dall'età del ferro, come testimoniato dalla presenza di antiche tombe. Dalla diversa collocazione di esse si intende che il perimetro della città fu pian piano ingrandito fino alla creazione di un piano regolatore nel II secolo d.C., quando le case e le strade vennero accomodate secondo uno schema a scacchiera, come dimostra soprattutto l'area del rione Civitella. Il boom edilizio di Teate si registrò grazie all'influenza di personaggi come Asinio Pollione e Asinio Gallo, la gens dei Vezii (Vezio Marcello ed Elvidia Priscilla), Erennio Capitone, procuratore di Livia figlia di Augusto, Tiberio e Caligola.

Herakles Epitrapezios conservato a Villa Frigerj

L'antico asse viario di Teate era a Nord-Est, come dimostrato da resti di muri lungo via Arniense rinvenuti durante i lavori di sventramento dell'800 voluti dal piano regolatore della città. I sotterranei della città sono caratterizzati dalla presenza di cisterne, di cui una sotto il Palazzo Muzi-Sanità e della Banca d'Italia, usata probabilmente dai Domenicani quando esisteva il convento. Di gran lunga più estesa è la seconda, misurante 65x30 metri, in calcestruzzo e divisa in sedici navate per sette pilastri. Altre strutture simili sono in Largo Carbonara, via Ognissanti, via Romanelli, corso Marrucino. Dopo la parte centrale della Piazza dei Templi Romani, la parte periferica di Teate andava a Sud-Ovest della collina per dar spazio al teatro e all'anfiteatro, ristrutturati nell'aspetto attuale nel II secolo d.C.
Di grande importanza è anche la necropoli cittadina, scoperta a metà dell'Ottocento presso la chiesa di Santa Maria Calvona e Porta Sant'Anna, Delle necropoli di Santa Maria sono stati ritrovati vari frammenti, alcuni dei quali corrispondenti al sepolcro di un certo C. Lusius Storax, riconducibile all'epoca dell'impero di Claudio. Nella stessa area di Colle Marcone nel 1911 presso Costa Ciampone è stato trovato un cippo funebre, oggi perso. Si trattava di un grande monolite che probabilmente dette il nome alla via attuale, chiamata "Pietragrossa".

Gli scavi di Porta Sant'Anna e via Orientale risalgono al 1952, con pezzi databili IV-III secolo a.C., mentre altro materiale della stessa epoca è stato trovato negli stessi anni nella necropoli di Materdomini, durante i lavori di ricostruzione della chiesa: frammenti di ferro, fibule di bronzo, ceramiche in terracotta. Altre tombe furono rinvenute presso Palazzo Henrici, ossia sepolcri a cappuccina con ceramica e bronzi. La necropoli vera e propria di Porta Sant'Anna fu scoperta nel 1881 quando venne realizzata la nuova strada per il cimitero in collegamento con la città. Gli scavi continuarono fino al 1888, quando venne istituita la Collezione del Museo Sepolcrale di Teate. Altre tombe furono trovate tra il 1925 e il 1938, quando il quartiere si andava espandendo sempre di più, arricchendo la collezione del Museo Archeologico. Di tutte queste tombe alcune erano rozze, ossia per le persone meno abbienti, altre decorate in stile principesco, con più materiali di pregio, e diverso era il materiale di realizzazione: copertura a tegoloni, terra bruciata, alcune con steli o cippi commemorativi.

Primo Medioevo[modifica | modifica wikitesto]

Dalla caduta di Roma al sacco di Pipino d'Italia[modifica | modifica wikitesto]

La chiesa di San Paolo, oggi tempio dei Dioscuri, fu una delle prime chiese realizzate a Chieti durante il cristianesimo

Dopo la caduta dell'Impero Romano nel 476, Teate subì varie invasioni barbariche: i Visigoti, gli Eruli ed infine i Longobardi; successivamente entrò nel dominio del Ducato di Benevento.

Dai Goti ai Longobardi[modifica | modifica wikitesto]

Teate fu sicuramente[7]saccheggiata dalle truppe di Alarico nel 410, mentre Roma era sotto il potere di Onorio. La città rimase sotto il dominio dei Goti sino al 560, quando Narsete dei Bizantini, sotto il governo di Giustiniano I, liberò l'Italia dalla presenza barbara. Tuttavia il dominio bizantino durò poco, perché con la discesa di re Alboino (568), l'Italia andò in mano ai Longobardi. Venne istituito il ducato di Benevento, entro cui fu compreso l'antico Sannio, inclus Chieti che, mostrando ancora le caratteristiche di un municipio romano a livello politico e monumentale, fu istituita del "marchesato", ossia la sede di marca, gastaldia e contado[8].

L'equilibrio cittadino dopo la perdita del controllo romano si sfaldò ben presto, le costruzioni andarono distrutte, la cavea dell'anfiteatro divenne una necropoli, e cava di materiale per la costruzione di nuovi edifici. Nel VI secolo iniziò la peregrinazione a Teate di un santo di Siponto: San Giustino di Chieti, che diventerà il patrono della città. Morto nel 540, a lui è attribuita la fondazione della Diocesi Teatina[9], con la primitiva costruzione di un edificio paleocristiano su un'altura della città, successivamente consacrata come Cattedrale di San Giustino (nel 1069). La cristianizzazione della città avverrà in modo completo sotto i Longobardi, dacché gli antichi templi romani verranno riconvertiti in luoghi di culto cattolico, come il tempio maggiore della Piazza dei Tempietti, che diverrà nell'VIII secolo la chiesa di San Paolo, e il tempio di Diana nel rione Tricalle si trasformerà nella chiesa di Santa Maria del Tricaglio. La chiesa primitiva di San Giustino, distrutta da Pipino il Breve, viene documentata dall'840.
I Goti di Cassiodoro si stanziarono lungo le coste del Sannio, e occuparono probabilmente anche Teate, benché fonti certe si riferiscano alle sole occupazioni di Lanciano e Ortona. La città romana di Teate andò distrutta nel IX secolo, quando si ribellò al dominio dei Longobardi, nonostante i tentativi del diplomatico Conte Roselmo di pacificazione. Nell'801 fu invasa da Pipino d'Italia e data alle fiamme.[10] Molti edifici storici furono irrimediabilmente danneggiati, compresa la primitiva Cattedrale.

L'intero territorio dell'odierna provincia teatina andò in mano agli antichi monasteri laziali di Farfa e Montecassino. Una parte dall'872 andrà in gestione all'abbazia di San Clemente a Casauria, mentre la zona costiera nel IX secolo all'abbazia di San Giovanni in Venere. Oltre alla diocesi Teatina, nacquero dal VI secolo la diocesi Histoniense con una certa chiesa, oggi distrutta, di Sant'Eleuterio, e ad Ortona. Nel periodo longobardo dell'840 circa si citano i vescovi teatini Trasmondo e Teodorico, che ebbero in possesso alcuni monasteri del territorio.
Dall'840, nei registri del vescovo Teodorico, si ha menzione di Chieti, già quasi ricostruita completamente, e con una diocesi già molto influente nell'area dell'Alento-Pescara. Nel documento sono citate le chiese di San Tommaso, accanto a San Giustino, Sant'Agata con l'ospizio, San Salvatore fuori le mura e la chiesa dei Santi Pietro e Paolo. La città nuova si andò sviluppando dalla Civitella a Sud-Est, mentre la parte più antica si fortificò attorno al "pallonetto di San Paolo". Si trattava di un piccolo sobborgo composto da case addossate le une alle altre, con al centro la chiesa di San Paolo, ricavata dai tempietti. Piccolo rioni sorsero nelle vicinanze, come Castellum Tribulianum, oggi rione Trivigliano - Santa Maria, il rione San Giovanni e Piano Sant'Angelo, fondati dai Longobardi e il quartiere Santa Caterina, poi San Gaetano. Il consolidamento definitivo di questi villaggi è citato nel passo del Memoratorio di Bertrario nell'868. Un altro passo che cita una certa chiesa di Santa Tecla potrebbe far riferimento all'attuale via Porta Monacisca, dove si trova la chiesa di Mater Domini, già di antiche origini, e ricostruita negli anni '50. Tuttavia notizie precise sulla città e sui vescovi nel periodo precedente l'invasione longobarda sono molto scarse, a causa della distruzione dei documenti degli scriptoria.

I Franchi e la Contea Teatina[modifica | modifica wikitesto]

Il territorio teatino fu conteso da Longobardi e Bizantini nel VII secolo. Nel 649 quando il vescovo di Ortona, Viatore sottoscrive i decreti del sinodo lateranense, Chieti non era stata ancora toccata dalla guerra longobarda. Con l'inizio delle ostilità di Grimoaldo I contro i Bizantini, Chieti ne fu certamente coinvolta. In un documento degli Annales Regni Francorum, Chieti dopo la decadenza longobarda passò ai Franchi, e dunque accorpata al ducato di Spoleto, sotto il governo di Guinigiso. Costui combatté contro Grimoaldo III di Benevento e ottenne i confini dei due ducati presso il fiume Trigno, accorpando dunque l'Abruzzo a Spoleto. Tuttavia fonti sui "gastaldati" teatini non si hanno sino all'874.

Cripta della Cattedrale di San Giustino

Volendosi papa Adriano liberarsi dei Longobardi per delle controversie con Grimoaldo duca ti Benevento, chiamò le truppe di Carlo Magno, il quale discese con vari conti franchi, che conquisteranno l'Abruzzo, stabilendosi a Chieti proprio gli Attoni. Al servizio di Carlo c'era Pipino il Breve. Ucciso in battaglia il re dei Longobardi Desiderio, a Pipino spettò il compito di cacciare Grimoaldo. Le città di Chieti e Histonium resistettero duramente come roccaforti longobarde, e per questo vennero prese e date alle fiamme. Chieti in particolar modo nell'800 d.C. fu distrutta quasi totalmente. Con la lenta ricostruzione, il governo della città andò in mano agli Attoni, di cui si ricorda il conte Trasmondo I, che strinse rapporti d'alleanza con Oderisio I dei Conti dei Marsi, che avevano installato il presidio a Celano, nella Marsica.

Chieti, grazie ai Longobardi, divenne ben presto una realtà nella zona dell'Abruzzo Citeriore, benché compreso ancora nel ducato di Benevento. I cadetti degli Ottoni in città furono i membri della dinastia degli Attonidi (X-XI secolo), che strinsero rapporti anche con i conti dei Marsi, acquistando terreni e città, controllando tutto l'Abruzzo meridionale, compresa la contea di Termoli a sud e Penne a nord. In contemporanea con l'egemonia politica, anche la diocesi acquistò il controllo su tutte le chiese dei castelli della valle, con alcune speciali eccezioni per i monasteri. L'imperatore Ludovico II, concedendo particolari benefici a San Clemente a Casauria, definì i confini del Pescara, del Trigno, dell'Adriatico e della Maiella riguardo il territorio teatino.
La "contea Teatina" si sviluppò alla fine del IX secolo con la dinastia degli Attonidi, con capostipite il borgognone Attone I; il primo documento ufficiale circa il comitatus teatinus è del 938; ad Attone successe Attone II che governò Chieti dal 957 al 995. Appunto grazie a sapienti matrimoni, gli Attonidi si arricchirono con vasti feudi, intavolando un'accorta politica con i principali monasteri di San Clemente, San Giovanni in Venere, Farfa, Montecassino e San Vincenzo al Volturno. In un placito del 935 Chieti è decisamente sotto il governo di Attone, il quale assunse il governo del distretto di Penne e Termoli. La fedeltà di Attone gli imperatori sassoni degli Ottoni apparve consolidata con Ottone II, e gli Attonidi acquisirono ancor maggior potere dopo il crollo degli Ottoni e lo sfaldamento del ducato spoletino nell'XI secolo, gettando le basi della grande contea che diventerà l'Abruzzo Citeriore. In quest'epoca Chieti si consolidò anche dal punto di vista religioso con la dinastia del vescovo Trasmondo, che si impegnerà per l'edificazione di chiese, restauro di monasteri già esistenti, come San Giovanni in Venere e San Clemente, portando a termine l'opera del vescovo Teodorico riguardo la fondazione della Diocesi Teatina, , citata nell'840 come "canonica teatina" di San Tommaso.

Chieti divenne ben presto un grande centro monastico con la fioritura di biblioteche e conventi: Sant'Agata, Sant'Anna della Maddalena, Santa Maria della Civitella, Santa Maria Materdomini, San Giovanni dei Cappuccini, Santa Maria di San Pietro. In questo periodo iniziò anche la prima fortificazione della città, mediante un moderno incastellamento che non avesse previsto soltanto torri di guardia longobarde, ma appunto mura. Nel 938 si tentò di annettere un piccolo appezzamento di terra fuori la città noto come Sant'Angelo di Montepiano (oggi Piano Sant'Angelo presso Piazza Matteotti), che costituiva la via principale per i centri di Ripa Teatina e Bucchianico. Nel 972 sono documentati i possedimento di "castrum Spulturii" (Spoltore)

Dai Normanni agli Angiò[modifica | modifica wikitesto]

Chieti fu conquistata nell'XI secolo dai Normanni, come il resto dell'Italia meridionale: il conte Trasmondo III nella battaglia di Ortona (1076) perse il dominio della città contro i normanni di Roberto di Loritello. Nel 1065 la città risulta governata dal Vescovo Attone[11], che nel 1069 riconsacra la Cattedrale di San Giustino. Nel 1094 Chieti fu proclamata da Roberto il Guiscardo capitale degli Abruzzi, secondo il Nicolino[12]Chieti avrebbe raggiunto nuovo splendore nella ricostruzione proprio sotto di lui, e successivamente passò di potere al nipote Drogone d'Altavilla. Nell'ottobre del 1097 papa Urbano II fu ospite di Teate e vi predicò la crociata, spronando i crociati alla conquista di Gerusalemme e alla liberazione del Santo Sepolcro dal dominio musulmano.[13]

Abruzzo Citeriore e Terra di lavoro, in una tavola di Gerardus Mercator del 1589

Quando Federico II ebbe in potere l'Abruzzo, racchiuse tutto il territorio, facente ancora parte del Ducato di Spoleto e dell'ex-Ducato di Benevento in una sola unità, creando il Giustizierato d'Abruzzo nel 1233, con capitale Sulmona. Nel 1227 sempre Federico II confermò al vescovo teatino Bartolomeo il possesso perpetuo dei vari feudi concessi nel 1195 da Enrico VI del Sacro Romano Impero. Tali possedimenti riguardavano i feudi del territorio bosco dell'Alento, della valle di Madonna delle Piane, e di Sambuceto, presso Forcabobolina. Chieti aveva inoltre potere d'imporre la decima sul ponte e il porto del fiume Aterno, presso la città di Ostia Aterni, ossia Pescara; aveva il potere sul castello di Montesilvano Colle e le ville di Spoltore. La città rimase fedele anche al successore federiciano Manfredi di Svevia, che vi dimorò nel Natale del 1255, e in buoni rapporti con Corradino di Svevia, amico del condottiero Simone da Chieti, pure se alla morte di Federico II papa Innocenzo IV la colmò di benefici per cercare di trarla a sé.[13]

La guerra con Bucchianico[modifica | modifica wikitesto]

Benché abbia connotazioni semi-leggendarie, il paese di Bucchianico fu feudo teatino dal 1304 al 1355. La principale festa di questo paese, che farebbe risalire le proprie origini esattamente al XIV secolo, documentata anche durante il processo di santificazione di San Camillo de Lellis, bucchianichese, è detta "dei Banderesi", in quanto durante l'ennesima disputa tra Chieti e Bucchianico per i confini dei terreni, il paese rischiò di essere attaccato e distrutto dalle truppe teatine. La milizia si acquartierò sotto le mura del paese, e si narra che il santo patrono Sant'Urbano Papa fosse andato in sogno al capitano di guardia di Bucchianico, suggerendo di arruolare quanti più uomini possibile della città (appunto i banderesi) insieme ai contadini delle contrade, e di disporli sopra i merli delle mura, correndo avanti e indietro, contraddistinguendoli con dei pennacchi e delle piume a fasce rosse e azzurre, in modo da far credere alla milizia teatina che Bucchianico disponesse di un vasto esercito.Il trucco funzionò, e Chieti desistette dall'assedio.

Dagli Angiò agli Aragona e alla nomina di Città Principe dell'Abruzzo Citra[modifica | modifica wikitesto]

Con il casato angioino e più avanti il periodo aragonese, Chieti conobbe grande prestigio, presto spodestando per potere Sulmona, quando Carlo I d'Angiò nel 1273 dividerà l'Abruzzo nell'Abruzzo Citeriore e Abruzzo Ulteriore: Chieti divenne immediatamente la capitale del Citeriore, riconosciuta dapprima da Carlo I che vi insediò Ridolfo di Corniaco, e poi da Alfonso I d'Aragona.Nel 1272 la figlia di Ridolfo, Margherita era contessa di Chieti, che si scontrò con il conte Odorisio de Sangro, figlio di Sinaballo de Sangro gran connestabile degli Abruzzi, che si era dato al saccheggio di alcune terre della contea.

Chieti ebbe il privilegio di battere moneta propria durante il governo transitorio dei Durazzeschi (Carlo III e Ladislao). La titulatio di città regia e capoluogo degli Abruzzi, il Citeriore, fu rinnovata nel 1443 da Alfonso V d'Aragona, che spodestò gli angioini a Napoli. Lo stemma cittadino infatti recita "Theate Regia Metropolis utriusque Aprutinae Provinciae Princeps" (Chieti città regia e capoluogo di entrambe le province degli Abruzzi).

Porta Pescara, una delle poche testimonianze medievali della città

Durante la guerra tra le truppe di Alfonso contro quelle dell'angioina Giovanna II, il terreno principale dello scontro finale fu in Abruzzo: le truppe di Muzio Attendolo Sforza bloccarono i traffici allo sbocco del fiume Pescara presso Aterno. Era l'inverno del 1423: Braccio da Montone il capitano delle guardie di Alfonso, nominato Gran Connestabile degli Abruzzi, aveva fatto svernare le truppe nella piana di Chieti, e poi si era diretto verso L'Aquila per prenderla, dato che era di partito angioino, distruggendo una ad una le 99 rocche la fondarono circa 200 anni prima. Muzio Attendolo nel guadare il fiume paludoso della Pescara, presentandosi per primo, morì annegato, e il comando fu preso dal figlio Francesco Attendolo, che guidò l'assedio dell'Aquila.

La città nel XIII secolo conoscerà l'ordine francescano, agostiniano e domenicano, che si installeranno con la costruzione di conventi e monasteri. Nel 1269 fu completato il convento della chiesa di San Francesco al Corso, la seconda maggiore della città dopo la Cattedrale. Il domenicano si trasferirono presso la chiesa di San Domenico, e gli agostiniani presso il complesso di Sant'Agostino nel rione Santa Maria. La città conobbe anche uno sviluppo urbano in stile gotico, di cui oggi rimane solo la testimonianza del restauro della chiesa di Sant'Agata nel rione omonimo, già esistente dal IX secolo. Le vecchie strutture romane dell'anfiteatro e del teatro invece, in rovina già da qualche secolo, erano state riutilizzate come cave di costruzione di edifici civili e monumentali: in particolare il teatro romano fu quasi inglobato per intero in costruzioni civili medievali, perdendo completamente la pianta originaria. Presso l'anfiteatro romano invece fu costruita la chiesa di Santa Maria in Civitellis, presso le mura di Porta Sant'Andrea, che inglobarono un semicerchio del complesso romano. Di gotico resta anche la testimonianza di Porta Pescara, unico arco di accesso delle antiche mura sopravvissuto.
L'ampliamento della città si direzionò verso Nord e si qualificò secondo uno schema simmetrico con le arterie principali di via degli Agostiniani, via Arniense, via Toppi, disegnando due ali di farfalla con blocchi regolari di edifici nel quartiere Santa Maria fino a Porta Pescara; ad Est gli edifici costituirono le attuali via De Lollis, Via Materdomini, a Sud la Civitella rimasta fuori le mura. Tali mura cingevano gli edifici ed erano costituite da 9 porte maggiori, più altre minori; oggi solo Porta Pescara è sopravvissuta, ma queste erano: Porta Sant'Andrea (presso la Trinità), Porta Reale (via Npaoli, al teatro romano), Porta Monacisca (via Materdomini), Porta Santa Caterina o "da un solo occhio" (presso San Gaetano), Porta Gallo, poi Zunica all'ingresso di Largo Cavallerizza, due porte presso San Giustino, Porta Santa Maria presso la chiesa di Sant'Agostino, Porta Pescara nel quartiere Santa Maria e Porta Sant'Anna presso Piazza Garibaldi.

Torre Anelli Fieramosca, edificata nel XV secolo

I rapporti tra Chieti e Federico II, a differenza di altre realtà abruzzesi, rimasero sempre cordiali, perché ambedue le parti condividevano l'odio verso lo strapotere della contea di Manoppello rappresentata dalla dinastia dei Palearia, cosicché Chieti nel 1227 ebbe il diretto controllo, per volere imperiale, su tutta l'odierna val Pescara, ossia la zona compresa tra Pescara, Montesilvano e Spoltore. Chieti tentò sempre di mantenere l'egemonia sull'Abruzzo Citeriore, facendo fallire l'insurrezione guelfa di Atri, ingraziandosi l'imperatore Manfredi di Svevia, e infine alleandosi immediatamente con la dinastia degli Angioini francesi, vedendosi confermato il controllo diretto sulla valle del Pescara verso la montagna di Tocco da Casauria, sotto il controllo del cadetto Raoul de Cortenay, la cui investitura avvenne nel 1269. A causa dell'amministrazione dei vari feudi, gli Abruzzi furono divisi in due tronconi, e Chieti riuscì ad avere il controllo totale come capoluogo sul Citeriore, mentre L'Aquila ebbe l'Ulteriore.
Successivamente Carlo I d'Angiò promosse il matrimonio tra Matidel de Courtenay, figlia di Raoul con Filippo di Fiandra, che aveva il feudo di Loreto Aprutino. Chieti partecipò ad alcune battaglie contro le ultime roccaforti normanne a Guardiagrele (1279) sotto i conti di Palearia. Anche nel XIV secolo, con le agevolazioni commerciali del 1318, Chieti visse un prospero periodo, nonostante le varie controversie territoriali, come quelle contro Bucchianico, e religiose, che determinarono un inasprimento dei rapporti con l'autorità papale.
Nel 1356 papa Innocenzo VI bandì una sorta di crociata contro Francesco de Turre accusato di eresia, e la guerra si protrasse per anni. Nel 1273 alcuni villaggi provati dai saccheggi si separarono dall'amministrazione teatina e fondarono il castello di Palena, a controllo della Majella per i viaggiatori dall'altopiano delle Cinquemiglia.

Il Quattrocento e il Cinquecento[modifica | modifica wikitesto]

Torre di Colantonio Valignano nel palazzo arcivescovile

Nel 1404 il "comitatus teatinus" si arricchì di nuovi castelli: Lettomanoppello, Manoppello, Casalincontrada, Roccamorice e Turri. In quell'epoca Chieti e il contado tutto contava circa 1400 fuochi, con circa 400 nella città. Nel 1420 fu fondato il monastero di Sant'Andrea, ultimo dei grandi complessi conventuali teatini, oggi ex Caserma Bucciante, mentre il comitatus assoggettava il feudo di Ripa Teatina. Il passaggio delle alleanze della città dagli Angioini agli Aragona non fu molto felice, poiché Ferrante d'Aragona il 28 luglio 1458 sottoscrisse un documento in cui confermava i poteri della città sul comitatus, ma imponeva pagamenti in cambio di alleanza. Tra i più valenti ambasciatori teatini a contatto con la famiglia ci fu Pier Marco Gizzi. Nel 1459 vennero riconfermate al dominio cittadino le zone di Montesilvano, Spoltore e Pianella, ossia territori che superavano a nord il fiume Pescara, linea di confine tra i due Abruzzi. In questo nuovo clima di stabilità politica, a Chieti ebbero grande potere i Valignani.
Altre nobili famiglie teatine erano i Gizzi, gli Henrici, i De Masculis, ragion per cui accadeva che si consumassero delle lotte private per il controllo dei vari feudi. Nel casato Gizzi le lotte si consumarono fino a degenerazioni tiranniche, per i fratelli Valerio e Troilo, figli di Pier Marco, così come accadeva nella vicina Lanciano con le famiglia Ricci e Florio, che affogarono nel sangue per almeno mezzo secolo numerose vite dei loro familiari, per il potere della città. I Valignani, grazie all'indebolimento di queste famiglie nelle loro lotte fratricide, si imposero definitivamente nel 1495. I Gizzi con la loro politica agricola-imprenditoriale tentarono un ultimo colpo nel 1497, impiantando mulini sul Pescara e sull'Alento.

Con le leggi di Ferdinando il Cattolico fu elevato a ducato dei Marsi il feudo di Tagliacozzo, vennero ricoperti di benefici i castelli di Caramanico Terme, Salle Vecchio, Torino di Sangro e Agnone. Il nucleo feudale di Chieti venne scompaginato, in favore di un arrotondamento agro-pastorale dove ci sarebbe stata più varietà di vie commerciali, oltre alla via Tiburtina Valeria passante per la Val Pescara. Chieti si rinchiuse, come testimoniato nel 1553, in una forma di governo autoritaria capeggiata dal patriziato dei Valignani, che gestiva l'amministrazione, la macchina feudale, i circoli culturali. Nel 1561 sono attestati 670 fuochi. Nel 1557 i lavori delle mura per fortificare la città contro eventuali attacchi dal fiume Tronto spinsero le monache Clarisse a fondare un nuovo convento dentro la città.

A cavallo di questi secoli, nella vita pubblica, si sviluppò il famoso palio di San Giustino, detto anche lu Ricchiapp, perché partendo dalla chiesa di Sant'Anna al cimitero, terminava in Piazzetta Succarini, con l'esedra della pescheria, proprio dietro la Cattedrale. Il detto popolare dice: "lu cavall bbone si vede da lu ricchiapp", poiché la cordsa dei cavalli si svolgeva senza fantino. Lo storico Girolamo Nicolino riferisce che la corsa si sviluppò dai pali di Roma nel '400; l'ultimo palio ci fu nel 1931 con punto di partenza Piazza Garibaldi. All'arrivo in Piazzetta Zuccarini, il proprietario del cavallo vincitore riceveva una somma di denaro e un'icona votiva di San Giustino.
Nella seconda metà del '500 venne eretta, per la vittoria dei francesi cadetti dei teatini nella battaglia di Lepanto (1570), una chiesa dedicata alla Madonna della Vittoria, fuori le mura. La chiesa nel corso dei secoli diventerà un simbolo per i cittadini per vari presunti miracoli a favore della popolazione.

Piazza Zuccarini con l'esedra della pescheria; nel Medioevo era il punto d'arrivo del palio de lu Ricchiapp

Nell'estate 1566 si verificò l'ennesimo saccheggio degli ottomani capitanati da Piyale Paşa (o Pasha) a danno delle coste e delle campagne abruzzesi a ridosso del mare. Venne assediata la fortezza di Pescara, già voluta nel 1534 da Carlo V per sorvegliare la foce del Pescara, ed in seguito saccheggiate Francavilla al Mare, Ortona e Vasto. I piccoli centri dell'entroterra come Miglianico, Torrevecchia Teatina si spopolarono, ad eccezione di Pescara che respinse l'invasione. Una leggenda popolare riporta che gli ottomani decisero di risparmiare l'assedio a Chieti, richiedendo un pagamento di 700 donne insieme a tutti i giovani e le ragazze della città, contando sul fatto della cattura della prigioniera Odolina Troilo, figlia dell'amministratore. Suo fratello Valerio, finse di convertirsi all'Islam, per arruolarsi con dei volontari nell'esercito nemico, mentre un certo "Giuvann senza paura", teatino, era riuscito a fuggire dalla prigionia di Pescara, fornendo a Valerio alcune importanti informazioni. L'esercito scelto benedisse le armi nella cripta di San Giustino e partì in guerra, sorprendentemente condotto dalla monaca badessa Teodorica del convento delle Clarisse. Una nebbia provvidenziale avvolse il campo di battaglia, e i teatini ebbero la vittoria, catturando il comandante islamico Soliman Pashà, tagliandogli il capo ed esibendolo come trofeo su Porta Pescara.

Da questo momento in poi Chieti visse sino all'800 un periodo di stabilità economica e politica, benché prettamente controllata da un ceto burocratico di estrazione aristocratico-intellettuale. I Valignani si dimostrarono magnanimi nel garantire l'amministrazione, nel cercare di stabilire un collegamento intellettuale culturale con Napoli e Roma, ma si dimostravano altresì ultraconservatori dinanzi a proposte di rinnovamento agricolo-economiche che si manifestarono con gli ideali genovesiani, e dinanzi alle perfino più lievi forme di dissenso nei loro confronti, come dimostra l'assassinio dello storico Girolamo Nicolino nel 1639, nemico del barone Nicolò Toppi. In questo periodo ci fu la corsa ai conventi da parte di nuovi ordini religiosi: i Carmelitani, poi i Minimi al convento di San Francesco di Paola, i Crociferi di Camillo de Lellis alla chiesa dell'Annunziata, nel 1593 i Gesuiti a San Francesco d'Assisi e a San Domenico, poi i Cappuccini a San Giovanni nel 1580.

Casate patrizie: i Valignani[modifica | modifica wikitesto]

Valignani
StatoRegno di Napoli - Principato d'Abruzzo Citeriore
TitoliBaroni di Roccamorice e Cepagatti, Marchesi di Cepagatti (1649) e Civitella Casanova (1649), Duchi di Alanno, Villanova di Lanciano e Vacri (1698)
FondatoreSer Valignano
Data di fondazioneXII secolo ca.
Data di estinzione2014
EtniaItaliana
Pulpito della chiesa di Santa Chiara a Chieti, con lo stemma nobiliare

Tra le principali famiglie nobili che determinarono gli eventi della città per secoli, figurano i Valignani. Essi furono una nobile famiglia di origini napoletane, che per secoli visse a Chieti, determinandone i fasti e lo sviluppo socio economico dal XV al XVIII secolo. Il motto è Decoravit integritatem et servavit odorem.

L'antica famiglia proviene da Napoli, e avrebbe origini normanne, proveniente dal castello di Valignano, distrutto da Carlo I d'Angiò. Godette di vari privilegi, a Napoli i membri furono ascritti ai Seggi del Porto e Portanova, a Lucera, Chieti dove appartenne al primo custode civico. Nella terra d'Abruzzo Citeriore, i Valignani ebbero numerosi feudi: Abbateggio, Campo di Giove, Canzano, Casacanditella, Fallascoso, Fontechiaro, Francavilla al Mare, Lettopalena, Miglianico, Pacentro, Pennadomo (nel XVII secolo Penna d'Homo), Ripa Teatina (al secolo Ripa di Chieti), Roccamorice, San Valentino in Abruzzo Citeriore, Semivicoli, Torregentile e Torremontanara (oggi frazioni che compongono Torrevecchia Teatina); mentre nell'Abruzzo Ulteriore ebbero Cantalupo (ossia Piano d'Orta di Bolognano), Castelvecchio, Castiglione a Casauria, Castilenti, Collalto (oggi Castellalto), Montorio al Vomano, Ripattoni, Scorrano, Spedino, Vallelonga, Vallemare di Pianella.

Suddivisero inoltre il loro territorio in tre gruppi: la Baronia di Roccamorice e Cepagatti nel 1649, con sede del marchesato in quest'ultima e Casanova, Patriziato di Chieti e il Ducato di Vacri e Alanno nel 1698.

Piazza Gian Gabriele Valignani a Chieti, antico Largo del Pozzo

Nel Bollettino di Torrevecchia Teatina nell'Enciclopedia Araldica Italiana, lo stemma dei Valignani è così descritto:

«D'antichissimo lignaggio venne questa famiglia nel regno di Napoli pare tra il 1100 e il 1200, come afferma anche il Dizionario storico di Gian Battista Crollalanza e fu di sangue Normanno. Falconio di Benevento nella sua storia di Napoli parlando di Castello Valignano, che fu distrutto da Carlo d'Angiò asserisce aver appartenuto in quell'epoca a Valignano milite illustri ex Normannorum familia. Talché parebbe che i Valignani avessero dato il nome al Castello, piuttosto che il Castello ai Valignani, come alcuni vorrebbero, tra i quali anche il Crollalanza e specialmente Antonio Betrando scrittore del Regno di Napoli il quale scrive: "Credesi che la famiglia Valignani, o del Baleniano, o Volognana, la quale è delle più celebri di Abruzzo ed anche del Regno, abbia avuta la sua origine da' Normanni: o come alcuni han creduto, da' Lordi di Roma, che similmente da' Normanni discendevano: il certo è questo, che così fu detta dell'antico dominio di Valignano, Castello in Abruzzo Citra, distrutto poscia da Carlo d'Angiò". Giovanni Vallati nella sua storia, parlando delle famiglie Normanne che vennero in Italia e precisamente nel Regno di Napoli, mette fra le altre: Familia de Volignano, ex sanguine Principum Normannorum, dive et potens in Napolitano, precipue in Samnio apud Marriccinos. Il monumento poi più accentuato della discendenza Normanna dei Valignani è lo stemma Gentilizio, che fino a Carlo V ci viene così descritto dallo stesso Giovanni Vallati: "Balteum purpureum seu Fascia, aureo in scuto, nobile Stemma Valignanonorum, in quo tres rosas albas argenteas Princeps Normanni addidere". Di che, Francesci De Petris sul suo libro delle armi delle Fam. Nobil. dice : "Altri usano la sola banda vermiglia in campo d'oro, come la casa reale di Lorena, e de' Valignani, cosiddetti dal Dominio, antichi Baroni Abruzzesi, su la quale posero tre rose d'argento, per concessione de' suoi principi normanni. Ora se si faccia eccezione delle tre rose fatte aggiungere forse dai principi normanni, parte per denotare l'eccellenza dei signori Valignani, parte per distinguerli dai Reali Normanni, lo stemma Valignano fino a Carlo V fu precisamente lo stemma dei Normanni. Ho detto fino a Carlo V perché questo glorioso imperatore grato ai meriti e al valore di Giovanni Antonio Valignano, non solo lo creò cavaliere dello Sperone d'Oro e Conte di Palatino, ma volle che sullo stemma per lui e i suoi discendenti in infinito fosse aggiunta l'Aquila Imperiale, nera, di una testa sola, con coda e ali aperte, stesi i piedi, becco aperto, rivolto a destra e corona d'oro in capo, in forma di diadema il motto: "Decoravit integritatem et servavit odorem", e sopra della corazza e dell'elmo, un braccio levato al cielo con stretto in pugno un cerchio d'oro.»

(Bollettino di Torrevecchia)

Membri illustri[modifica | modifica wikitesto]

«...e 'l Castello Valignano, donde
si prese la dinominazione, poco più di tre
miglia n'era discosto, come mostrano le sue
ruine, che nel nostro Feudo di Torre
vecchia appariscono.»

(Federico Valignani: Sonetto 76 di Chieti, centuria di sonetti istorici di Federico Valignani, 1729)

Non si hanno notizie precise sui primi membri della famiglia, ma si sa che un certo cavalier Valignano fondò il piccolo castello nei pressi di Chieti nell'XI secolo circa. Il castello successivamente entrò in conflitto con Carlo d'Angiò, e fu distrutto. Tra i membri illustri dalle origini in poi si ricordano:

  • Eleuterio Valignano (XIII secolo): cavaliere del Seggio di Porto a Napoli, che partecipò insieme ad Alberto Piscicelli, Cataldo e Jacopo Protontino di Taranto, Stefano Brancaccio, Atenato Poderico, Matteo della Porta, Riccardo della Leonessa, Guglielmo d'Evoli, Pietro Abenavolo, Simone de Sangro, Sarro Artigiano, Odoardo Maramondo, Lorenzo Torta, Rienzo Falcone e altri alla giostra di Barletta voluta da Manfredi di Svevia in onore di Baldovino II di Costantinopoli, re di Gerusalemme, morto nel 1273. Il cavalier Eleuterio ebbe la meglio su altri sfidanti, ed ebbe in dono da Manfredi una collana d'oro, che gli pose sull'elmo.
  • Filippo Valignano (XV secolo): valoroso capitano sotto Roberto d'Angiò, nominato Luogotenente della Calabria e poi Maestro di Campo, nel 1412 ebbe Manoppello e Roccamorice da Napoleone Orsini.
  • Colantonio Valignani: morto nel 1488, fu vescovo di Chieti dal 15 marzo 1554 alla morte, e nel 1470 fece erigere la torre medievale del Palazzo Arcivescovile, ancora oggi esistente.
  • Cesare Valignano: per i servizi a Carlo VIII di Francia durante la presenza francese negli Abruzzi nel tardo Quattrocento, ebbe i feudi di Abbateggio, Campo di Giove, Canzano, Cusano d'Abbateggio, Pacentro e San Valentino.
Salotto del Marrucino
  • Alfonso Valignani: fu consigliere di guerra di Ferrante I d'Aragona, mentre il suo successore Giulio Valignani fu Cavallerizzo Maggiore della regina Giovanna d'Aragona la "Pazza", e vide confermati i feudi di Castello Valignano, Cepagatti, Miglianico, Turri (oggi Turrivalignani), Lettopalena e Forca di Palena. Egli sposò Porfida Comneo, figlia di Musacchio Despota di Epiro, la quale trovò accoglienza a Napoli dopo essere stata esiliata dalla Grecia.
  • Giovanni Antonio Valignani: cavaliere dorato e conte palatino, al comando dei suoi 500 cavalieri seguì Carlo V in Aquisgrana per l'incoronazione, ebbe concessione di inserire nell'arma l'Aquila imperiale, e di usare il motto della casata Valignani, ebbe confermati tutti i i feudi dell'Abruzzo Citra raccolti dai suoi predecessori.
  • Giovanni Battista Valignani: barone di Roccamorice e Cepagatti, valente condottiero, seguì il viceré Pietro Alvarez de Toledo, duca d'Alba, per una spedizione composta da 8000 soldati, comandanti da Pompeo Colonna, e 4000 hidalgos alla conquista di Roma nel 1527, con lo scopo di punire papa Paolo IV per aver istigato i francesi a tentare la conquista del Meridione d'Italia. Continuò, come il resto dei predecessori, ad avere il controllo della fortezza di Pescara, e proprio con il viceré Pietro Alvarez iniziarono lavori di costruzione ex novo del forte trapezoidale, oggi smantellato.
  • Fabrizio Valignani: fu feudatario nel 1594 delle terre di Fallascoso e Penna d'Omo, in Abruzzo Citeriore. Oltre il fiume Pescara invece entrò in possesso dei feudi venuti dagli Acquaviva di Atri: Ripattoni con Castelvecchio Basso, per la somma di 7000 ducati. Nel 1632 Cepagatti fu confermata ai Valignani, che vi istituirono il marchesato, nel 1608 acquistò dal Barone De Sterlich di Scorrano i feudi attorno Cermignano
  • Alessandro Valignani: da non confondere con l'omonimo gesuita missionario, fu marchese di Cepagatti, e ristrutturò profondamente il castello intorno agli anni '30 del Seicento, da cui il nome Torre Alex per il possente torrione longobardo. Alessandro fu cavaliere di San Giacomo, ottenne nel 1649 il titolo di marchese, con l'aggiunta del feudo di Casanova (oggi Civitella Casanova), che passò poi a Giacomo Valignani e al giglio Federico Valignani.
  • Federico Valignani (1669-1754): famoso poeta e letterato, fondatore della Colonia Tegea a Chieti su modello dell'Arcadia romana, scrisse una storia di Chieti in Centuria di sonetti istorici. Era figlio di Giacomo Valignano e Porzia Capranica, ottenne il titolo di Marchese a Cepagatti, e fu Signore di Torrevecchia e Casanova, sposò Margherita Valignani del ramo della Baronia di Miglianico, restaurò nel 1730 Torre Alex in occasione del matrimonio della giglia Anna Ninfa con Cesare Monticelli Della Valle, duca di Ventigliano, come si evince dalla lastra commemorativa posta all'ingresso del castello di Cepagatti.
Il gesuita Padre Alessandro Valignani, dipinto del XVII secolo

Federico fu nominato da papa Innocenzo XIII Presidente della Regia Camera di Spada e Cappa del Regno. Dopo aver vissuto molti anni a Napoli, rientrò a Chieti dove nel 1720 fondò la Colonia, facendosi chiamare Nivalgo Aliarteo, e fondò una seconda residenza a Torrevecchia. Questo territorio fino al XVIII secolo era diviso in tre porzioni: Villa Torregentile in Abruzzo Citeriore, sotto la giurisdizione della diocesi di Chieti, e amministrata dai Valignani, poi Torregentile Lanuti di questa famiglia, e la terza Torregentile Toppi. Il priore don Giovan Battista Caracciolo nel XVII secolo vendette i feudi di Alanno, Andraone e Cugnoli a Marcantonio Leognani Ferramosca per 10.000 ducati. Diomede Leongnani con diploma di Carlo VI d'Asburgo del 1711 ottenne il titolo di Duca di Alanno, gli successe il figlio don Ignazio Leognani nel 1731, al quale successe la figlia donna Anna Maria Leognani, avuta dal matrimonio con donna Olimpia Valignani di Chieti, l'ultimo membro puro della casata, prima della contaminazione coi baroni Bassi-D'Alanno di Carpineto Sinello. Costei fu riconosciuta Duchessa di Alanno nel 1782, e si congiunse in matrimonio con Valerio Valignani, e dal loro matrimonio nel 1744 nacque Giovanna Valignani, duchessa di Alanno nel 1801. Giovanna nel 1834 chiese che il titolo di duca passasse al giglio Francesco per successione anticipata, e ciò fu concesso con diploma regio del 20 ottobre 1834.

Il feudo di Vacri in Abruzzo Citeriore apparteneva nel 1650 ad Alfonso Caracciolo, che poi lo dette ai fratelli Torricelli per 9000 ducati, e passò per 4000 ducati successivamente ai Valignani, che nel 1698 vi istituirono il ducato. Giuseppe Valignani ottenne l'ultima intestazione nel 1783 nel Regio Cedolario d'Abruzzo Ultra,

Origini della famiglia[modifica | modifica wikitesto]

I primi signori Valignani di Chieti furono Eleuterio e Cesare, sotto il governo di Manfredi di Svevia e Carlo VI. Per meriti militari, Cesare ottenne che Manfredi nominasse Chieti "città" del Regno, esentandola dal pagamento delle tasse. Nel periodo angioino, nella città pervennero alcune famiglie dal nord, come gli Errici, oggi Henrici, e si ha la testimonianza del letterato Giovanni d'Errici, sotto Cesare Valignani. Nel Quattrocento si ha la menzione del primo arcivescovo di Valignani: Nicola Antonio, detto Colantonio, ambasciatore di Alfonso I d'Aragona, che nel 1438 entrò trionfalmente a Chieti per mezzo di Porta Reale (presso il teatro romano), dopo aver sconfitto Renato d'Angiò. Nel XIII secolo nel contado Teatino fecero comparsa anche i Ramignani, uno dei primi uomini illustri fu Ser Giacomo Ramignani ambasciatore di Giovanna II presso la Repubblica di Pisa, latro illustre fu Marcello Ramignani che si sposò con Porzia Piccolomini.

Il patriziato di Chieti tra Cinquecento e Settecento[modifica | modifica wikitesto]

Seguendo il modello degli antichi baroni franco-normanni degli Attoni, che furono sia politici che vescovi signori della Contea di Chieti sino all'epoca sveva, i Valignani scelsero l'opzione di dare continuità alla loro presenza sul territorio marrucino con la politica familiare, basata su strategie nuziali e testamentarie comuni. L'opzione più praticata fu l'endogamia, proprio perché garantiva una minore dispersione dei beni. Frequenti matrimoni tra consanguinei erano tipici di quei casati strutturati come ampi clan, cioè formati da diversi nuclei familiari che mantenevano ciascuno la propria individualità rispetto al resto del parentado; ma poi intrattenevano tra di loro relazioni strette da apparire come una sola famiglia.

Palazzo Arcivescovile di Chieti

Tuttavia i Valignani dal XV secolo in poi dovettero competere con le grandi famiglie degli Orsini, i Colonna, i Farnese, i Cantelmo e i Caracciolo, e deciser di rendere Chieti una sorta di metropoli d'Abruzzo, sede di un saldo potere, tessendo rapporti di compromesso con i rapporti di sottomissione al Regno, in maniera da conservare influenza economica e politica sia sulla regione abruzzese che nei confronti dello stesso re di Napoli. Chieti era "città regia" già dall'epoca di Federico II, ossia libera da domini feudali e dipendente direttamente dal re, insieme ad altre realtà come Sulmona, L'Aquila e Lanciano. La città era retta da un organo collegiale elettivo, il Parlamento, formato da 100 uomini scelti per cooptazione dagli altri deputati provenienti dai 6 rioni della città. L'assemblea civica era composta dai Cinquecento membri dell'alta borghesia e dai feudatari di ceto medio, Valignani compresi, prima dell'ascesa al potere.
Oltre ai Valignani, nobili famiglie teatine erano i Camara, i Di Venere, gli Henrici, e i Ramignani, che componevano l'ossatura delle classi protagoniste della serrata elitaria cittadina. La politica del Quattrocento si fondava sull'equazione terra-esercizio del potere, retaggio dell'antica ideologia baronale feudale, che permetteva a una manciata di case patrizie di governare interi acri e appezzamenti dell'ex Comitato Teatino, da Spoltore a Popoli, da Lanciano a Vasto. I Valignani erano quelli che avevano maggiori feudi, divisi tra piccole baronie e marchesati, che insieme costituivano quasi il 70% della provincia di Chieti, escluse le terre di Lanciano e Vasto. Per questo i Valignani acquisirono anche nel Parlamento notevole pregio, i loro deputati erano i primi ad essere menzionati nelle relazioni consiliari tra i presenti alla seduta, e al momento di discutere i punti dell'ordine del giorno, esprimevano la loro opinione e votavano prima di tutti gli altri colleghi patrizi, condizionando le delibere finali.

La strategia familiare di arrivare al potere fu la scelta di non farsi promotori dell'eliminazione degli organi elettivi, a vantaggio degli esecutivi, come accadde in altro "università" meridionali. Fu intuizione politica lungimirante, poiché proprio sulla capacità di orientale le preferenze di chi doveva nominare i funzionari della città, i Valignani basarono la loro autorità per lungo tempo. Secondo gli Statuti Teatini, le magistrature civiche erano elettive e la scelta tra i candidati presentati da ogni rione spettava proprio al Parlamento, appositamente convocato. L'autorità esercitata dalla famiglia su tutte le funzioni dell'organo, garantiva la possibilità di controllare le assegnazioni degli incarichi, favorendo innanzitutto i propri esponenti e poi i sostenitori politici. L'incarico di maggior importanza era quella del camerlengo, il supremo funzionario della città e interlocutore privilegiato da un lato del Preside della Regia Udienza, dall'altro dell'Arcivescovo.

Carta dell'Abruzzo Citeriore e Ulteriore, diviso dalla Pescara

Il dominio dei Valignani sul Parlamento iniziò nella metà del Cinquecento, quando riuscirono a monopolizzare l'ufficio di camerlengo e a mantenere il controllo sui feudi e sulla politica sino al XVII secolo. Pochi furono i casati locali che riuscono a competere con lo strapotere dei Valignani, ossia i Ravizza, e gli Henrici, Ramignani, De Honofris, i Venere, i Tauldino. I Valignani, anche nei periodi in cui non erano al potere, riuscivano ugualmente a condizionare le delibere del parlamento e della suprema magistratura. Nel XVI secolo la situazione delle fazioni a Chieti era diversa dagli ordinari scontri nelle altre città del Regno: i Valignani erano una fazione unica a stato corporativo, poiché all'opposizione non c'era uno schieramento altrettanto multiforme e ben compatto, ma era essa stessa divisa tra i tanti oppositori: i Ramignani, gli Henrici, i Petrucci.

Gli oppositori dei Valignani[modifica | modifica wikitesto]

I Tauldino erano originari di Brescia, giunti a Chieti nel XVI secolo, e acquistarono feudi nella zona, si legarono ai Valignani per ottenere seggi in parlamento. Dei Salaia, essi erano originari di Valencia con Martino Salaia che divenne Regio Uditore nell'Abruzzo Citeriore. Gli Henrici o Errici non erano teatini, ma si stanziarono definitiamente nel XVI secolo in Abruzzo Citeriore, i Petrucci erano di Chieti, originari di Siena, stabilitisi definitivamente in città nel XVII secolo, i Ramignani erano di origini romane.

I Tauldino, Salaia, Ramignani, Henrici e Petrucci divennero camerati, ma anche cassieri, granieri e procuratori di diversi istituti cittadini, capitani, credenzieri, sindacati, per via della sottaciuta rete di favoritismi a sostegno politico reciproco, con a capo naturalmente i Valignani. Ciò non vuol dire che nel parlamento non ci fossero sentimenti di dissensi e opposizione, senza sfociare però in complete rotture di partito. I momenti di alta tensione si ebbero quando si trattava di eleggere membri estranei alle casate patrizie storiche, come il caso dei Camarra e degli Honofris. Nel 1586 la polemica fu palese quando Fabrio Turri lamentà l'impossibilità di procedere con i lavori d'assemblea per insufficienza dei numeri dei membri, ossia la tecnica di ostruzionismo e assenteismo cara ai Valignani.

La tattica del potere[modifica | modifica wikitesto]

Per mantenere il primato oligarchico, e per ottenere la legittimazione di lunga durata da parte della comunità, era necessario che il lignaggio intero manifestasse continuamente i tratti d'identità familiare e civica forte, capace di dipanare le maglie del proprio potere tra i diversi aspetti della vita collettiva cittadina. Nel corso del XVI-XVII secolo molti furono i palazzi costruiti dai Valignani e dalle altre famiglie nei diversi rioni: nello spazio della Strada Grande, oggi Corso Marrucino, che divideva i singoli rioni, l'influenza della famiglia si misurava nella possibilità di cedere da privati cittadini, alcune delle loro residenze alle autorità municipali. La casa fatta costruire all'inizio del Cinquecento sulla piazza principale, accanto la Cattedrale di San Giustino, era affittata come abitazione per il Preside della Regia Udienza Provinciale. L'immobile che si affacciava su Largo del Pozzo era invece la sede parlamentare fino al 1630, quando i Valignani lo ricomprarono dall'Università. Questo palazzo è semicrollato nel 1913 circa per un cedimento del terreno, e vi è stata costruita al suo posto la sede della Banca d'Italia, mentre il palazzo su Piazza San Giustino è stato ampiamente ristrutturato, oggi noto come Palazzo d'Achille, sede municipale di Chieti.

Palazzo della Banca d'Italia a Chieti, che oggi sorge sopra il Parlamento del Palazzo Valignani, crollato nel 1913 ca.

Nessun'altra famiglia poteva vantare di aver messo a disposizione della collettività i propri palazzi: era un privilegio saldamente controllato da chi era al vertice della gerarchia, altra prerogativa fondamentale dei Valignani era che essi prestavano denaro al municipio, diventando creditori della città, e dunque esercitando il potere economico per eccellenza. Nel 1625 il camerlengo Pietro Valignani si impegnò di prima persona a pagare alcuni debiti del municipio, alcuni mesi dopo quando il suo mandato scadette, il fratello Giovanni Andrea impose all'assemblea di saldargli il dovuto con la cessione del ricavato alla gabella della carne. Nel 1585 Giovanni Andrea aveva svolto l'incarico di mediatore nell'accordo tra l'Università Teatina e Ferrante da Palma per un prestito di 7000 ducati. Nel 1574 il fratello Ascanio Valignano aveva offerto una casa di sua proprietà per saldare un debito che Chieti aveva con la corte papale. L'affitto e la gestione delle gabelle civiche fu un altro mezzo dei Valignani per esercitare il controllo totale, particolar e fu il caso di Giovan Battista e il fratello Valerio Valignani per l'affitto nel 1643 per 1300 ducati.

Con il mezzo degli statiti comunali, si potevano modificare periodicamente i metodi di gestione delle gabelle, e coloro che sceglievano il modo di tassazione erano gli stessi patrizi del Parlamento, che poi diventavano automaticamente gabellieri, e ciò si svolse non senza contrasti interni, che spesso mettevano in debito la municipalità di Chieti. I Valignani non vennero direttamente coinvolti in questi debiti, e anzi gestivano una parte delle finanze pubbliche attraverso la compravendita dei territori feudali appartenenti alle Università che al momento necessitavano di liquidità.
Nel 1636 Giovan Battista Valignani s'offrì di acquistare Villa Reale (oggi Villareia di Cepagatti) e Socceto, impegnandosi a versare il denaro pattuito in contanti direttamente alla Regia Cassa, per saldare una parte delle tasse municipali. Nello stesso anno Carlo Valignano prese in affitto le entrate dei feudi di Filetto, San Martino sulla Marrucina e Vacri.

Come si è visto con Colantonio Valignani, questa famiglia seppe allacciare rapporti con la diocesi di Chieti, tra le più influenti d'Abruzzo. I membri della famiglia al Parlamento, per elezione del consiglio, furono economi e procuratori della Cattedra e di altre chiese della città, e dell'ospedale dell'Annunziata, mentre altri furono scelti presso la corte papale, soprattutto in occasione della creazione del pontefice Papa Paolo IV (1555), per cui fu inviato Giovanni Andrea Valignani. Il fratello Ascanio Valignani di recò a Roma nel 1577 per sollecitare il pontefice Gregorio XIII a inviare somme per restaurare la Cattedrale. Il gesuita Padre Alessandro Valignano, fratello di Giovanni Andrea e Ascanio, e Visitatore generale delle Indie Orientali, contribuì definitivamente a far entrare la famiglia Teatina tra le grazie papali, e tra il prestigio dei patrizi Romani.
Nella seduta parlamentare del 9 luglio 1628 Giovanni Andrea Valignani segnalò ai suoi colleghi addirittura la presenza di nuovi santi compatroni di Chieti, come Sant'Ignazio, e San Francesco Saverio, e ciò si evince anche dal fatto che a Chieti fu istituito il Collegio dei Gesuiti con chiesa annessa, oggi visibili nella struttura del teatro Marrucino (ex chiesa), e nel Palazzo Martinetti Bianchi (ex collegio). Nessun parlamentare si oppose, e a Chieti venne fondata la Compagnia del Gesù, anche in virtù dei caldeggiamenti di Padre Alessandro Valignani, anchéegli gesuita.

In virtù di questi poteri acquisti anche nel territorio religioso, i Valignani presero a decidere i parroci dei loro feudi di Turri, una delle loro baronie più occidentali, a confine con Alanno e Casauria; ciò significa che i Valignani imponevano alla corte arcivescovile, senza obiezioni, le conseguenze del proprio consuetudinario parlamentare nelle terre di loro proprietà.

Il potere alle soglie del Seicento[modifica | modifica wikitesto]

Durante gli anni Novanta del XVI secolo furono camerlenghi Orazio Henrici, Ottavio Tauldino, Giulio Cesare Salaia, Francesco Petrucci, membri legati per familiarità e interessi ai Valignani. Mancano riferimenti al potere sulla magistratura, forse una ritirata strategica per proteggersi dagli attacchi degli oppositori. Nei primi decenni del Seicento, il processo di chiusura aristocratica dell'élite dirigente raggiunse il culmine: la competizione politica si fece serrata, soprattutto per il ruolo di camerlengo, e gli oppositori Tauldino, de Letto, Camarra, Vastavigna, Lupi e Orsini si fecero più evidenti. Il sistema d'imparentato e controllo dei Valignani e rivali di Chieti s'incrinò non appena nuove famiglie giunsero in città, e sfruttarono questa tecnica per elevarsi a livelli più vantaggiosi nel rango politico. Dunque i Valignani subirono una battuta d'arresto per i primi sintomi d'inefficacia del loro sistema clientelare, ma continuarono a conservare comunque il prestigio per tutto il secolo. Nel 1646 il Patriziato dovette rispondere all'infeudamento della città per debiti: il 12 ottobre il camerlengo Carlo Valignani informò che la Corte di Napoli aveva lanciato 2 giorni prima la gara di vendita. Ciò a causa di debiti di Filippo IV d'Asburgo con il re Ladislao IV di Polonia. Tale minaccia provocò una reazione feroce dei parlamentari: Giovan Berardino Valignani, il fratello Alfonso mise a disposizione della città il suo patrimonio immobiliare per eventuali questioni di liquidità, Giovanni Andrea organizzò un drappello di ambasciatori pronti a partire per Napoli.

Torre cilindrica di Ripa Teatina

Nel frattempo don Ferdinando Caracciolo, duca di Castel di Sangro si mostrò interessato all'acquisto, ma le sue pretese trovarono il fiero e totale rifiuto della politica di Chieti, poiché i Valignani erano riusciti stavolta, oltre a mobilitare la politica tutta contro l'infeudamento, anche la cittadinanza, risultato finale del secolare processo di unione della famiglia con l'identità stessa della città di Chieti. Il 6 aprile 1643 il camerlengo Francesco Valignani Petrucci venne a sapere che Napoli aveva fatto arrestare il barone Giovanni Battista Valignani e rinchiuso nella fortezza di Pescara, e la Corona minacciava di incarcerare altri membri del patriziato se non fossero stati pagati i debiti nello stesso giorno dell'arrivo del dispaccio. Il pagamento per la liberazione del nobile fu effettuato immediatamente: 1000 ducati prelevati dalla gabella della farina assegnata proprio a Giovanni Battista e Valerio Valignani. Il 3 luglio il bando per la vendita di Chieti fu rinnovato e venne mandata un'ambasceria a Napoli per la ritrattazione del bando stesso: vennero inviati il barone Alfonso Valignani e il dottor Lucio amarra, giureconsulto della città. Venne scelto proprio Alfonso in quanto suocero di Landolfo d'Aquino, in passato Regio Uditore di Chieti, e diventato importante avvocato di Napoli, e così facendo, i Valignani agirono bene, recuperando il 10 febbraio 1644 i feudi di Rosciano, Cugnoli, Vacri, Filetto e San Martino, minacciati di vendita immediata.

Di conseguenza di ipotizzò di concedere Pescara a Isabella d'Avalos del Vasto, nel 1645 giunse da Napoli nuovamente il dispaccio di vendita all'asta della città:il camerlengo Francesco Maria Valignani con i magistrati Orazio Lanuti e Antonio Ciamponi, si oppose duramente a Ferdinando Caracciolo che si era recato a Napoli per fare la sua offerta. Il Valignani organizzò una rione nella gabella della farina di possesso di Giovanni Battista Valignani, e propose di ricomprare Pescara in base al patto di retro-vendita, e poi i quattro castelli di Rosciano, Vacri, Filetto e San Martino per alienarli a miglior offerente. Il tentativo era di ottenere una cospicua somma dalla casa d'Avalos per controbattere l'offerta del duca Caracciolo, in modo che i Valignani ricomprassero da sé la città di Chieti. Il 25 agosto Francesco Maria informava i parlamentari di aver scritto a Napoli per aver accolto la somma di 8000 ducati, mentre emanava una nuova tassa alla cittadinanza, almeno verso i più facoltosi, per rimediare alle spese. I membri del Parlamento Giovan Battista, Giovanfelice e Valerio si dimostrarono subito disposti a pagare, anche se il quorum non fu raggiunto. Così con nuova seduta del 24 settembre, le richieste di Francesco Maria furono ascoltate e approvate: come ambasceria furono inviati il camerario stesso dei Valignani, Niccolò Valignani, Orazio Lanuti e Giovan Berardino Honofri. Tuttavia il 3 novembre era quasi stato redatto lo strumento per la compravendita di Chieti, dato che l'offerta di Ferdinando Caracciolo era risultata più appetibile: il parlamento di Chieti si appellò al re Ladislao IV di Polonia, chiedendo di rivendicarla come suo possesso, e come ambasciatori furono inviati Francesco Valignani, Giovan Vincenzo Orsini per ottenere la mediazione del Principe di Gallicano Pompeo Colonna.

Ciò non servì a nulla poiché in dicembre arrivò la notizia della compravendita avvenuta della città da parte del duca di Castel di Sangro: i Valignani non vennero spodestati completamente, ma il camerlengo fu nominato Governatore baronale ad intermim. Francesco Valignani si oppose rimandando più volte la convocazione del Parlamento per eleggere i nuovi membri del governo, con saluto e omaggio finale al nuovo padrone. L'ostracismo palese continuò fino a primavera, e i Valignani Niccolò, Giulio e Scipione cercarono di instaurare un clima di semi-dittatura, facendosi rinominare a rotazione camerlengo della città per poi rigettarli. Nell'aprile 1647 don Ferdinando Caracciolo entrò a Chieti, trascorrendovi alcuni giorni, e convocò i membri illustri del patriziato per rassicurarli riguardo il futuro politico di Chieti. Si trattava di una mossa politica del duca, poiché nei momenti della resa pratica delle promesse annunciate, egli lamentava difficoltà varie. In questo contesto si ricorda anche l'attacco alla casa dell'avvocato Niccolò Toppi di Chieti, poiché egli aveva firmato l'atto di vendita, e ne rimase così scosso che si recò in fuga a Napoli, fino alla fine della sua vita. Così il camerlengo Valerio Valignani Petrucci elesse gli ambasciatori Giovanni Andrea Valignani e Lucio Camarra per andare a Napoli per patrocinare ancora la causa della città. La discussione del progetto di ritorno al regio demanio fu tenuta l'11 giugno nella Piazza Grande di Chieti con grande partecipazione popolare. Per il Consiglio Collaterale vennero eletti Giulio Valignani, Cristoforo Tauldino e Camillo Ramignani, che inviarono la controproposta a Napoli. Il 27 ottobre la proposta per 20.000 ducati fu accolta, e la città fu reintegrata nel demanio regio.

Dal Settecento alla fine[modifica | modifica wikitesto]

Casa-torre dei Toppi a Chieti

I Valignani festeggiarono immediatamente l'entrata al potere della città facendosi nominare "duchi" di Alanno e Casanova, "marchesi" di Cepagatti", e "baroni" di Vacri. Si trattava di una mossa politica per acquisire più influenza, anche perché la sede formale del potere restava a Chieti, mentre negli altri feudi esistevano al massimo case patrizie dove trascorrere l'inverno e l'estate, come a Torrevecchia Teatina e Cepagatti, dove Federico Valignani fece restaurare ampiamente gli antichi castelli, trasformandoli in residenze gentilizie. Come già detto, dopo Fedeirco, donna Olimpia Valignani si sposò con il Barone Bassi-D'Alanno di Carpineto Sinello, e nel 1834 ebbe l'ultimo riconoscimento di Duchessa d'Alanno. Si trattava però soltanto di titoli nobiliari che non avevano niente più a che vedere con l'antico potere, se non un mero tentativo di esercitare ancora il diritto sui latifondi circostanti. Le leggi francesi del 1799 e del 1806 con l'abolizione del feudalesimo avevano già pesantemente fiaccato la famiglia dei Valignani. Soprattutto la militarizzazione della città nel 1799 fece sì che con il Generale Giuseppe Salvatore Pianell l'antico e unitario rapporto di relazioni politico-religiose si sfaldasse quasi del tutto: i conventi ad esempio, che fornivano grandi risorse economiche, e le gabelle, vennero requisite e adattate a plessi scolastici o caserme, il vecchio parlamento fu sciolto, e venne eletto un nuovo d'estrazione borghese e soprattutto liberale.

Ma già dalla seconda metà del Settecento il rapporto di parentela tra Valignani-Ramignani-Henrici era venuto meno, soprattutto quando nei feudi di Chieti subentrarono i Nolli, che acquisirono potere. Nel 2014 è deceduta Rosa Valignani D'Amelio a Torino, l'ultima esponente della storica famiglia di Chieti. Era figlia del barone Arnaldo fondatore negli anni '50 dell'ospedale "Santissima Annunziata", sposò Giovanni D'Amelio ed ebbe tra i figli Gian Gabriele Valignani, pilota di Formula 1, a cui è intitolato il piazzale antistante il Corso, e fu baronessa onoraria di Montupoli e Miglianico.

Seicento e Settecento[modifica | modifica wikitesto]

Padre Alessandro Valignano

Nel 1515 l'Arcidiocesi Teatina di Chieti perse il dominio di Lanciano e Ortona, perché fu ricostituita l'Arcidiocesi di Lanciano-Ortona, detta anche Frentana. Chieti nel XVII secolo subì una nuova ricostruzione, quasi ex novo, dal punto di vista urbanistico; favorita dal potere ecclesiastico della Controriforma, si prodigò nella costruzione di imponenti edifici, tra cui il palazzo del Seminario diocesano, che si aggiunsero ad altre importanti opere erette principalmente il secolo prima (Torre arcivescovile, ammodernamento della Cattedrale di San Giustino[14][15]). Specialmente le chiese e la Cattedrale furono ricostruite quasi da zero, con un'impostazione prettamente barocca, e furono chiamati importanti artisti dal nord e dal sud Italia: maggiormente rappresentati da Ludovico de Majo e Giovan Battista Gianni. In città nell'epoca barocca nacque anche il pittore Giovan Battista Spinelli, molto attivo nell'arte sacra sia teatina che del territorio circostante, operando fino a Ortona. Furono fondati nuovi monasteri, come la chiesa conventuale di Santa Chiara, il monastero di San Giovanni Battista dei Cappuccini e la chiesa di San Domenico, nonché la chiesa della Trinità. Inoltre le vecchie mura medievali vennero abbattute, o inglobate nei nuovi edifici, facendo sparire per sempre la città medievale teatina, lasciando solo Porta Pescara intatta.

Il campanile della Cattedrale in un’incisione ottocentesca; in evidenza la facciata barocca prima dei restauri degli anni ‘20

Nel 1646, a causa di debiti di Filippo IV di Spagna nei confronti di Ladislao IV di Polonia, Chieti, legata indissolubilmente al casato di Spagna per i vincoli con i Valignani, fu venduta a Ferdinando Caracciolo, duca di Castel di Sangro; l'oligarchia patrizia teatina si oppose e nel 1647 la città fu riacquistata e reintegrata nel demanio regio dell'Abruzzo Citeriore. Esplode un conflitto tra i vari baroni della città, temendo il crollo dell'antica nobiltà terriera, sanato provvisoriamente il 22 aprile 1647 per l'ingresso del duca del Sangro. Tuttavia il governo spagnolo insediatosi non si dimostrò crudele come accadde nelle città di L'Aquila o di Lanciano, ma annetté semplicemente una realtà politico-economica già sviluppatasi e prospera nel regno di Spagna, mantenendo intatti i rapporti politici. Nel 1647 un'ambasciata di 600 cittadini teatini si recò a Napoli per chiedere la restituzione dei diritti demaniali contro i baroni. Avendo richiesto un'offerta di denaro, il viceré duca d'Argos si rimise al preside Pignatelli, ma il 1 agosto, con le rivolte di Masaniello a Napoli, anche a Chieti i popolari insorsero contro i nobili, fagocitata dal vescovo Valignani, contrario alla speculazione dei baroni sulla città. Nel gennaio 1648 l'equilibrio si risolse, dato che era anche morto Ferrante Caracciolo, tornando in città il protagonismo dei Valignani e delle grandi Confraternite religiose della Trinità, dei Celestini e del Monte dei Morti a San Giustino, istituita nel 1603 da Innocenzo X.
La città crebbe sempre di più di popolazione, superando i 6 mila abitanti nel 1738.

Scorcio di via De Lollis

Nel 1656, a causa di una grave epidemia di peste che colpì anche Lanciano, la città vide ridotta la propria popolazione, nonché i membri del Parlamento Teatino. Nei primi anni del '700 Chieti fu colpita dal forte terremoto dell'Aquila del 1703 che troncò la cuspide del campanile della Cattedrale. Il nuovo terremoto della Maiella del 1706 danneggerà ulteriormente la struttura e gli altri palazzi cittadini. Successivamente tuttavia, grazie a Federico Valignani, a Chieti tornerà a svilupparsi un nuovo dinamismo culturale nel movimento poetico dell'Arcadia. Nel 1711 Carlo VI concederà ai Valignani il titolo di "Duchi di Alanno" in merito al nuovo feudo acquistato, e la famiglia teatina inizierà a perdere potere, per debiti e mancanza di eredi maschi: Olimpia Valignani infatti si mariterà con Michele Bassi, barone di Carpineto Sinello, nel vastese.

La peste del 1656 e urbanistica della città nel Seicento[modifica | modifica wikitesto]

Con la pestilenza che si protrasse dal 5 agosto 1656 al 31 maggio 1657 morirono circa 1200 su 12 mila abitanti. Il 4 agosto, dopo alcuni isolati focolai, scoppiò il morbo, come ricorda Nicolino. Le guarnigioni furono inviati alle porte maggiori della città, con l'ordine di sprangarle di giorno, mentre vennero istituiti dei lazzaretti per contrastare l'avanzata del flagello: uno a Palazzo Valignani adiacente la chiesa dell'Annunziata, un altro dei Padri Cappuccini presso la chiesa di San Giovanni, mentre il resto della popolazione scappava nelle campagne.[16]Nella delibera comunale del 3 settembre il Camerlengo don Filippo De Letto propose di ricorrere all'aiuto della Vergine, affinché intercedendo per Dio, avrebbe potuto salvare la città. Il Consiglio approvò la proposta che deliberò di dare incarico al clero della Cattedrale di cantare ogni giorno dopo la Messa e dopo il Vespro l'antifona della Concezione. L'8 settembre il Camerlengo stesso pregò la Vergine con una solenne processione, finché la peste cessò intorno al 7 settembre 1656, viglia della Concezione di Maria Vergine. In onore del prodigio, venne eretta la chiesa della Madonna della Misericordia.

Scorcio del quartiere Civitella

Nel frattempo la città andò accrescendosi sempre maggiormente. In una carta di Giovan Battista Pacichelli viene mostrata la città dal versante di Bucchianico (est), facendo apparire un impianto a spina di pesce con due biforcazioni finali verso sud-est, ossia i quartieri della Civitella e di Sant'Andrea.

La leggenda riporta con lettere i monumenti e le costruzioni più importanti. Al centro di tutta l'area sorge il Duomo (A) con l'imponente torre medievale ancora intatta, prima del crollo quasi totale nel 1703, a destra la chiesa di San Francesco d'Assisi (B), poi il convento dei Gesuiti (C), la chiesa di San Domenico Vecchio (D), il monastero degli Scolopi (M), il convento delle Clarisse (H), il convento di San Giovanni (K), Sant'Anna (I) e quello dei Celestini (F). Andando verso sinistra invece ci sono la Civitella (L) e Sant'Andrea (Q), mentre le porte sono Porta Santa Maria (contrassegnata dalla Q), Porta Zunica (O), Porta Nuova (G), Porta Santa Caterina (N) e Porta Pescara (L).


Nell'opera dello storico Nicolino inoltre si rivelano altri particolari sull'aspetto di Chieti nel Seicento. Presso Piazza San Giustino si trovava una colonna con un mezzobusto di Achille, il mitico fondatore della città, di cui venne fatta una replica con statua in bronzo per il Palazzo d'Achille. La statua aveva l'iscrizione Sum caput Achillis quondam dominantis in Urbe Thetis; in Villis hominum me pubblico turbe Achillem magnum testatur imago fuisse, quem Thetis genuit Troianos edemuisse Achillis magni si vis cognoscere vultum, quem Thetis genuit videas hoc marmorem sculptum. La statua fu trafugata nel 1559 da Diego de Alarcon Mendoza, Preside delle Province d'Abruzzo.

L'Arcadia e l'illuminismo teatino: la Colonia "Tegea"[modifica | modifica wikitesto]

Ferdinando Galiani

Chieti visse un florido periodo culturale a partire dalla prima metà del Settecento, i cui massimi esponenti furono l'abate Ferdinando Galiani e Federico Valignani, che fondò a Chieti l'arcadica "Colonia Tegea". Galiani fu illuminista, economista e grande pensatore sulla scia del genovesismo, pioniere della scienza delle'economia, che rappresentò il profilo filosofico monetario dell'Italia pre-illuminista. Nel 1750 Gagliani ammoniva che il liberismo convenivano solo in particolari circostanze, che l'intervento dello Stato fosse necessario solo per regolare l'economia nazionale, che le protezioni doganali dovessero differire di Paese in Paese, che l'oro può svalutarsi per sovrabbondanza, che vi fosse una base sociale e naturale del valore delle cose.
il Valignani invece fu capo della colonia arcadica, e prese il soprannome di "Nivalgo Aliarteo"; essendo cresciuto a Napoli, scrisse su Chieti la Centuria in sonetti storici (1729) che parla del mito della fondazione della città fino ai fatti politici del Settecento, una sorta di poema storico-epico con citazioni letterarie greco-latine.

Dal Settecento all'Ottocento[modifica | modifica wikitesto]

A Chieti un'altra persona di spicco nel campo culturale fu Romualdo De Sterlich, Marchese di Cermignano, che diffuse definitivamente il genovesismo economico sulla politica agricola-imprenditoriale, cogliendo il fabore dei vari rivolgimenti politici, seguito poi da Melchiorre Delfico, Nicola Niccolini, Antonio Nolli. Sugli studi elaborati emersero Giuseppe Nicola Durini (1765-1845) e Gennaro Ravizza (1766-1836), che si occupò di erudizione e storia della città. Al clima di sviluppo intellettuale, nella seconda metà del Settecento si contrappose la crisi irreversibile della città, iniziata con l'occupazione francese del 1799.

Militarizzazione francese (1799-1806)[modifica | modifica wikitesto]

Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799 di Vincenzo Cuoco (1813) dove si parla anche dell'occupazione di Chieti

Nonostante il popolo teatino avesse espresso posizioni antifrancesi, durante l'occupazione di Gioacchino Murat (1799) e successivamente di Giuseppe Bonaparte, i francesi costituirono la città in piazzaforte, arricchendola di nuove strutture amministrative. Nel 1806 fu abolito il feudalesimo, e una parte dell'economia della città entrò in crisi; inoltre Chieti perse il dominio di capitale d'Abruzzo Citra, e divenne capoluogo del distretto omonimo, che vedeva ripartiti i suoi domini al livello territoriale. In seguito alla militarizzazione francese di Chieti, con conseguente occupazione dei grandi conventi, trasformati quasi tutti in caserme, emerse la figura di Giuseppe Pronio, nato a Introdacqua nel 1760. Di convinzione borbonica, venne arrestato più volte e divenne comandante dei 3 Abruzzi e Generale di Truppa Viva dei RR. Acquistatosi il soprannome di "Gran Diavolo" e per questo confuso col bandito Fra Diavolo, quando le truppe di Championnet scesero in Abruzzo, si arruolò nell'esercito di Ferdinando IV di Napoli per combattere i francesi. L'8 settembre 1798 Ferdinando lanciò in battaglia l'esercito abruzzese, e il Pronio arruolò un suo contingente, combattendo il 5 gennaio 1799 sul ponte San Panfilo a Sulmona, e poi tentò di arrestare il più possibile l'avanzata verso Venafro, con scaramucce e imboscate nell'altopiano delle Cinquemiglia. Successivamente gli fu incaricato di combattere a Chieti, Ortona, Vasto e Pescara, sollevando la popolazione contro gli invasori. Occupò a sorpresa Ripa Teatina il 3 febbraio, e poi scese tra il 12 e il 15 a Lanciano, e tra il 18 e il 21 a Vasto, dove regnava l'anarchia dopo la proclamazione della "repubblica sorella". Il 2 giugno fu nominato Generale Comandante dei Tre Abruzzi. Combatté per l'ultima volta il 30 marzo 1801 presso Civitella del Tronto fino alla morte nel 1804.
Benché Pronio avesse tentato ripetutamente di stabilire l'ordine nelle città occupate dai francesi, il cui esercito doveva ripetutamente spostarsi di luogo in luogo per sedare i rissosi tumulti popolari, Chieti mantenne la sua neutralità, evitando il più possibile sollevazioni, fino al ristabilimento dell'ordine. Inoltre Chieti per la grande influenza della diocesi, nel 1811 riuscì a far in modo che le leggi napoleoniche non intaccassero le principali parrocchie, mantenendo il suo potere su tutta la provincia, anzi approfittando della situazione di incertezza per sopprimere definitivamente la prepositura di Atessa, una sorta di piccola diocesi privata, e annettendo anche l'ex diocesi di Vasto, per cui si contendevano il dominio le collegiate di Santa Maria Maggiore e San Pietro, soppresse ambedue da Giuseppe Bonaparte, e dunque annesse a Chieti immediatamente, senza lasciare il tempo di una possibile ricostituzione della diocesi Histoniense.

Fatti del Risorgimento (1820-1861)[modifica | modifica wikitesto]

Riguardo la Carboneria che si formò in Italia dopo l'immediata restaurazione borbonica, anche Chieti ebbe la sua cellula comandata da Pietro Giuseppe Briot. Nato nel 1771 da famiglia agiata, Briot si lasciò coinvolgere dalla rivoluzione francese del 1789, fu spettatore a Parigi del colpo di Stato giacobino, studiò i classici illuministi di Montesquieu e Rousseau. Nel 1806,l con l'occupazione napoleonica del regno di Napoli, a Briot venne dato l'incarico di amministrare la provincia teatina dell'Abruzzo Citeriore. A Chieti strinse legami con il fiore della cultura locale, e nel trasferire le leggi del nuovo regime, Briot trovò l'ostilità del decurionato civico per la fondazione di un giornale giudicato troppo liberale. Inoltre fondò una loggia massonica, i cui ideali vennero ripresi in Calabria e poi in tutto il regno. Oltre ad aver fondato la carboneria teatina, Briot tentò di migliorare le condizioni pubbliche con l'istituzione di scuole civili, opere di carità lavori vari.

Raffaele Mezzanotte

Dopo i fatti del 1821, a Chieti si tornò nella tranquillità, con la continuazione della'opera di storiografia e filologia, come dimostra la fondazione del giornale "Filologia abruzzese" di Pasquale De Virgiliis, a cui parteciparono Clemente De Cesaris, Giuseppe Devincenzi, Pasquale Liberatore, Angelo Camillo De Meis, Melchiorre Delfico, Silvio e Bertrando Spaventa. Dal punto di vista risorgimentale, a Chieti passarono alcuni patrioti che nei periodici appoggiavano la causa unificatrice, come Carlo Madonna di Lanciano, Cesare De Horatiis di Furci e Gian Vincenzo Pellicciotti di Gessopalena.
Durante il Risorgimento (1860), dal punto di vista politico, Raffaele Mezzanotte appoggiò la causa sabauda, divenendo una figura di spicco nella battaglia per l'indipendenza italiana. Anche Federico Salomone ebbe il suo ruolo, e si arruolò nel 1860 tra le Camicie rosse garibaldine. Tuttavia molti teatini si unirono al fronte di opposizione all'invasione sabauda. Da una parte gli intellettuali borghesi salutavano festosamente il realizzarsi della causa unificatrice, mentre da parte della storica nobiltà c'era avversione profonda e legame tenace con la Casa Borbone. Il 18 ottobre 1860 il re Vittorio Emanuele II passò a Chieti in visita per il Regno, per incontrare a Teano Giuseppe Garibaldi. Vittorio Emanuele si fermò prima a Giulianova, poi a Castellammare Adriatico (parte della futura Pescara), per poi raggiungere Chieti. Lì incontrò i liberali Giovanni e Giuseppe De Sanctis, monsignor Ricciardone vescovo di Penne. Il signor Dorinda dal suo palazzo sventolò il tricolore, appoggiato dai baroni Tabassi, ai fratelli Auriti, Filibero De Laurentiis, Decorsoo Sigismondi, Raffaele Olivieri e Raffaele De Novellis. La cittadinanza accolse festosamente il re a cavallo, tappezzando i muri con le poesia del Pellicciotti, Vittorio Emanuele fu ricevuto al Palazzo d'Intendenza e dormì a Palazzo de Mayo. Il giorno dopo scese verso Sulmona percorrendo a piedi via Colonnetta, per ripartire dalla zona di Chieti Scalo.

Nel 1861 a Chieti fu inaugurato il primo liceo classico abruzzese presso il monastero di San Domenico: il Real Liceo "Giambattista Vico". Presso piazza Garibaldi fu costruita una nuova caserma per l'artiglieria dei carabinieri, la caserma "Vittorio Emanuele", successivamente intitolata a Francesco Spinucci.

Lavori di ricostruzione dell'esterno della Cattedrale

L'attività dell'erudizione continuò con i fratelli Spaventa, Camillo Masci, Angelo De Meis, Pietro Saraceni, mentre anche la città fu toccata nell'immediato dopo Unità dal fenomeno del brigantaggio. Presso Porta Reale (o Porta 'Mbisa) venivano eseguite le esecuzioni capitali. Nel 1869 alcuni briganti della "banda della Maiella", vennero decapitati, e successivamente fu approvato l'uso della ghigliottina. L'erudizione continuò con esponenti di grande pregio al livello nazionale, come Gabriele d'Annunzio, che fece la conoscenza di Edoardo Scarfoglio, Costantino Barbella, Giuseppe Mezzanotte e Cesare De Lollis.

Dal punto di vista amministrativo, Chieti perse ulteriormente molti centri del distretto, come Forcabobolina, ribattezzata in San Giovanni Teatino, Casalincontrada, Ripa Teatina, Torrevecchia Teatina e Villamagna. Il distretto francese fu abolito nel 1861, e Chieti fece capo di un circondario, perché non ancora capoluogo di provincia. Gli altri circondari erano Bucchianico, Francavilla al Mare, Pescara (separata dal comune di Castellammare Adriatico dal 1807, legato al distretto di Teramo), Caramanico Terme, Guardiagrele, Manoppello e Miglianico.

Urbanistica della città nell'Ottocento[modifica | modifica wikitesto]

Il periodo preunitario (1799-1860)[modifica | modifica wikitesto]

I primi cambiamenti in città avvennero sotto il regno di Ferdinando I delle Due Sicilie. Nel 1818 venne inaugurato il teatro Marrucino (all'epoca Teatro San Ferdinando) presso Piazza Valignani, nell'area dove sorgeva la chiesa di Sant'Ignazio insieme a quella di San Giovanni di Malta, per sopperire alla piccola struttura già esistente del "teatro vecchio", oggi Palazzo dei Veneziani.

Il corso Marrucino da Piazza Valignani ex Largo del Pozzo

L'importanza militare di Chieti era rimasta modesta, e ciò è dovuto al carattere antiquato del sistema murario difensivo. Chieti non era una delle roccaforti di guarnigione e il ruolo dal '500 in poi era stato sempre quello amministrativo, a differenza della fortezza di Pescara, eretta da Carlo V con 7 bastioni, cinque a sud del fiume e due a nord. Nella fortezza si ritirò Gioacchino Murat nel 1815 durante la ritirata francese e nella indiretta contrazione allo sviluppo delle organizzazioni patriottiche del colonnello Silvino Olivieri nel 1853. L'impianto murario di Chieti sin dal XVIII secolo era stato sottoposto a vari smembramenti, con la costruzione di abitazioni sull'originario perimetro, lasciando intatte solamente le porte di accesso. Altro problema della città fino a metà dell'800 era il rifornimento idrico, che nel 1846 vide le proposte risolutive di Giovanni Mazzella prima dei pozzi artesiani e poi nel 1854 di captazione d'acqua dalla Majella mediante acquedotti. In questo periodo venne abbattuto il tratto di mura presso la chiesa di Sant'Agostino insieme all'arco di Porta Santa Maria. I militari chiusero la stagione libertaria seguita alla costituzione di Ferdinando II delle Due Sicilie; nel 1849 il generale Landi occupò militarmente la città disponendo una postazione di artiglieria in Piazza San Giustino. Presso l'ex monastero dei Cappuccini furono costruite una scuola elementare e la sede del Reale Automobile Club d'Italia. Ciò è dovuto alla mancanza di grandi sedi militari dove acquartierare le truppe della zona, problema presentatosi già dall'occupazione austriaca. L'atteggiamento di diffidenza della casta militare nei confronti della città e viceversa era ben trasparente, sia dal rifiuto di Giuseppe Salvatore Pianell, generale borbonico, di accettare nel 1860 l'invito ad una festa, sia dal comportamento del savoiardo Enrico Cialdini, che nonostante le acclamazioni entrò nell'ottobre 1860 in città con 8000 bersaglieri; già qualche mese prima aveva commentato ai decurionati di Chieti: Non vorremmo venire a fare a fucilate anche con voi al di là del Tronto.

Il teatro Marrucino

L'influsso dell'amministrazione militare sul ridisegno dell'assetto urbano di Chieti fu tutt'altro che marginale, come appunto il reimpiego di quasi tutti i monasteri per le caserme, la Civitella nel 1872 divenne una polveriera, venne progettato un nuovo ospedale militare e venne creati nuovi acquartieramenti, come la Caserma "Vittorio Emanuele" (oggi dedicata a Francesco Spinucci). Già dal 1847 si erano proposti i primi progetti per un collegamento più agevole tra Chieti e Pescara; in quest'anno si sperò inoltre che Ferdinando II dislocasse i militari all'Aquila, ma non fu così. Nel 1855 il Generale Pianell localizzò presso l'attuale Piazza San Giustino l'area di un nuovo edificio militare, già sede storica di una Piazza d'Armi col Palazzo del Capitano (oggi Palazzo di Giustizia). Tra il 1843 e il 1846 venne abbattuta Porta Sant'Andrea, l'ingresso a sud-est della città, il primo provenendo da Guardiagrele, con il progetto di essere ricostruita in forme più sfarzose, progetto però mai portato a termine. L'arroganza delle amministrazioni militari e l'indebolimento costante del clero religioso non sono che aspetti di uno stesso problema, ossia la confusione della città che non riusciva ad adattarsi ai nuovi tempi. Nel 1853 la necessità di collegare il largo interno dell'ex Porta Sant'Andrea (oggi Piazza Trento e Trieste) con il corso Galiani poi Marrucino senza soluzione di continuità aveva già comportato l'eliminazione di Porta San Nicola, tra i palazzi Tabassi e le varie casupole che si addossavano all'area dell'ex foro romano (Piazza Tempietti). Nel 1825 il convento di San Domenico fu integrato con palazzi civili, risparmiando solo la chiesa. Alcune chiese come Sant'Antonio piccolo a Porta Sant'Anna e Sant'Eligio vennero smantellate nel 1860. Le strutture conventuali divennero: Ospedale militare (Sant'Andrea), carcere cittadino (San Francesco di Paola), sede dei Carabinieri (Santa Chiara) le due caserme di Sant'Agostino e Santa Maria o Caserma Pierantoni. Accanto ai principali palazzi di rappresentanza politica, come Palazzo Valignani, o religiosa per il Palazzo Arcivescovile, vennero erette la Prefettura (ex convento dei Domenicani), il Demanio, l'Intendenza di Finzanza (ex convento dei Francescani), il Tribunale, il Municipio nel Palazzo Valignani.

Il periodo postunitario e il Piano Pomilio-De Fabritiis-Antonucci (1861-1900)[modifica | modifica wikitesto]

Sede storica della Cassa di Risparmio di Chieti, prima del default nel 2015

Nell'immediato periodo postunitario venne abbassata di livello la via Ulpia (oggi Umberto I); nel 1861 per un incidente in cui venne coinvolto l'agostiniano frate Benedetto da Atessa il convento dei Cappuccini rischiò la chiusura, perché i frati erano sospettati di fabbricare cartucce per fagocitare rivolte. Il sentimento d'incertezza delle istituzioni religiose mostrò la sua fellonia verso i Borboni al momento dell'arrivo di Vittorio Emanuele da Porta Sant'Anna. Saverio Bassi dopo l'occupazione dell'ex convento dei Gesuiti aveva sconsacrato la chiesa di Sant'Ignazio. Nelle descrizioni di Gian Vincenzo Pellicciotti, nonostante l'istituzione di nuovi enti ed il ritorno dei Padri Scolopi alla direzione del Real Collegio, poi "Convitto Nazionale" nel 1861, la situazione igienico sanitaria di Chieti restava disastrosa. Le famiglie più povere vivevano in seminterrati senza acqua né luce, in vicoli stretti senza il passaggio dell'aria. Pelliccioti sosteneva che il problema igienico e non solo a Chieti dopo l'Unità fosse dovuto all'incapacità amministrativa dei nuovi politici, degli specialisti, dei medici e dei tecnici, testimoni di scienze inadeguate per una società moderna, e del tutto obsolete.
Il problema dell'igiene si presentò nel 1867 con una relazione dell'avvocato Giletti, e in altre relazioni del 18760-71, nelle quali si deliberava la pulizia delle strade, la costruzione di nuovi sepolcri con il divieto di continuare a seppellire i morti dentro le chiese.

Piazza Garibaldi e Caserma Spinucci

Dal 1818 con 18.782 persone, Chieri raggiunse nel 1881 le 22.248 unità, con problema di sovraffollamento della città. Il medico locale G. Zucconi descrisse le condizioni di assoluta miseria di una gran parte del popolo, costretta a vivere nelle case e nei sotterranei delle cisterne romane, costretti ad usare sia l'acqua delle latrine che delle cucine per mangiare, vivendo in un clima insalubre ed umido, con il rischio di epidemie di tifo e colera. L'architetto Mammarella condivise un progetto inglese di creazione dei quartieri popolari suburbani, ispirandosi anche ai nuovi quartieri che si stavano realizzando a Roma. Altre opere furono i rimboschimenti delle zone vallive, ormai putride e acquitrinose per evitare epidemie, la creazione di un sistema fognario adeguato per lo scarico delle acque. Nel 1877 vennero iniziati i lavori del grande acquedotto per convogliare le acque della Majella in città, completato nel 1900. Dal 1877 Chieti iniziò a cambiare drasticamente l'antico volto del centro storico per una serie di efferate demolizioni che si protrassero fino agli anni Trenta del Novecento. Nel 1880 fu varato il "piano De Fabritiis-Antonucci" ossia il primo piano regolatore della città, con primo obiettivo il corso Galiani. Fino al 1887 si chiamava "strada del Corso", via molto stretta che univa i tre colli, iniziante da Largo del Pozzo (oggi Piazza Valignani) dove si trovava una cisterna romana e terminava in Largo della Trinità (oggi Piazza Trento e Trieste). Già dal 1863 s'erano presentante idee di allargamento della via, mentre le prime approvazioni e presentazioni di progetti s'ebbero nel 1873. Il piano previde l'allargamento consistente del corso con demolizioni e arretramenti di palazzi, al fine di dare maggiore maestosità per la città del nuovo regno. Tra i palazzi realizzati il Collegio San Camillo con ospedale, Palazzo Croce, Palazzo Henrici; il corso permise il collegamento della Civitella con il rione di San Giustino, e successivamente, mediante via Arniense, con la Terranova e Santa Maria.
Già nel 1863 l'amministrazione aveva deliberato la demolizione di alcune case popolari per permettere il collegamento più agevole e diretto di Largo del Pozzo con il Mercatello e la Trinità, e il collegamento diretto della chiesa di San Francesco al Corso con la Piazza San Giustino (allora dedicata a Vittorio Emanuele) mediante via del Popolo.

Scuole Nolli

Il piano regolatore vide delle modifiche degli ingegneri Antonucci e De Fabritiis, che previdero l'apertura di altre vie di collegamento dalla Civitella al quartiere San Paolo e da Piano Sant'Angelo a Porta Sant'Anna. In questi anni venne inaugurata la villa comunale, detta Villa Frigerj, grazie alla concessione del barone Frigerj di un vasto appezzamento di terra precedente Porta Sant'Andrea, mentre la città si andò espandendo verso contrada Santa Maria Calvona, la via di Sant'Anna e presso il Tricalle. Il piano Pomilio del 1880 video la costruzione di Piazza Garibaldi con la relativa caserma in stile neogotico sopra il vecchio Stallone, e l'allargamento della strada fino al Tricalle, terreno fertile per la costruzione di nuovi alloggiamenti popolari. La caserma fu inaugurata nel 1888, la piazza divenne anche area del mercato. Nel 1893 Chieti fu dotata dell'illuminazione pubblica, di una grande fontana in Piazza Vittorio Emanuele. Nel 1894 la penultima porta rimanente a Chieti, la "porta dei Tre Occhi" o Porta Zunica veniva abbattuta per consentire un migliore accesso al piazzale, e veniva portata termine il fabbricato del Palazzo Mezzanotte.

Fatti civili dell'Ottocento postunitario[modifica | modifica wikitesto]

Costantino Barbella, il più importante artista teatino nell'800

Tra il 1873 e il 1888 venne realizzato il tracciato per la ferrovia da Pescara fino a Roma, passante per Chieti. La polemica invece per la ferrovia del tratto costiero con stazione a Castellammare Adriatico si risolse con la costruzione iniziata nel 1866. I due borghi di Castellammare, a nord del fiume, presso il litorale, e il vecchio abitato fortificato di Pescara, posto a sud, dopo la demolizione parziale delle mura nel secondo Ottocento iniziarono a prendere coscienza della loro importanza strategica e commerciale, iniziando un periodo di crescita economica e demografica. Furono le prime avvisaglie di timore economico di Chieti, situata sopra le colline, e in difficile comunicazione con il resto degli Abruzzi, essendo cadute la barriere doganali ed essendo stata avviata un'economia agricola non più feudale, ma di matrice capitalista. Anche il progressivo sviluppo di Francavilla al Mare, già culturale per il cenacolo michettiano con gli artisti D'Annunzio, Michetti, Serao, Tosti e Scarfoglio, poi economico demografico, con l'espansione lungo la costa di nuovi fabbricati, distaccatisi dal colle della Civita, segnarono un periodo di declino inesorabile della città teatina dal punto di vista economico, che non seppe rispondere adeguatamente al cambio drastico dell'economia e dell'amministrazione, come si è già visto con l'occupazione militare e con le trasformazioni radicali degli amministratori speculatori provenienti dal medio ceto.
L'intera provincia, incluse le città di Lanciano e Vasto, contava 327.316 abitanti. Tuttavia la popolazione aumentò sempre più, fino alle inchieste e ai piani regolatori per l'ammodernamento urbano. Nel tardo Ottocento, nell'epoca delle prime migrazioni al nord e all'estero, nella provincia soltanto poche centinaia di persone abbandonarono il territorio.

Dall'inchiesta Jacini nel sud Italia si rilevò che a Chieti l'economia principale di sostentamento era formata dall'agricoltura e dalla pastorizia, ma i sistemi agricoli, rispetto alle città del Nord, erano assai arretrati. D'altro canto si sviluppò una timida politica economico-imprenditoriale favorita dalla neonata Cassa di Risparmio della provincia di Chieti, con la costruzione di fabbricati per l'industria tessile, la fabbrica di liquore "Corfinio". Nel campo scolastico, oltre all'istituzione maggiore del Convitto dei Padri Scolopi, specializzato in studi scientifici e classici, nel 1866 fu inaugurato l'Istituto Tecnico Commerciale "Luigi di Savoia" sostenuto dalla Camera di Commercio, l'asilo con scuola elementare e la Società di Mutuo Soccorso occuparono nel 1867 l'ex convento dei Cappuccini di San Giovanni, presso il Circolo dei Nobili (Palazzo De Sanctis-Ricciardone) usato dai filoborbonici venne inaugurata la Casa di Conversazione per convegni culturali.
A Chieti e provincia, durante le riforme dei ministeri Zanardelli e Giolitti (1896-1907) ci saranno tumulti, sintomo di sfiducia popolare verso le classi politiche liberali. Di conseguenza la città di Chieti piombò in un atteggiamento ultraconservatore e nostalgico verso i Borbone, che non cambierà più anche nel corso del secolo successivo, mantenendo sempre atteggiamenti ostili e critici nei confronti del cambiamento e della novità. Il magma di risentimenti verso le politiche nazionali creò un atteggiamento conservatore-clericale, legato fedelmente all'infallibilità della Chiesa, facente appoggio in un chiuso clericalismo di facciata, legato alle riunioni antinazionali dell'Arciconfraternita del Monte dei Morti.

L'ex stazione ferroviaria della filovia di Chieti in Piazza Vittorio Emanuele

Il Novecento[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1901 ci furono i primi progetti della realizzazione di un rete ferroviaria, approvata dal Regio Decreto. L'8 giugno 1905 fu inaugurata la ferrovia[17] con la stazione di Chieti Scalo, parallela al tracciato della vecchia via Tiburtina Valeria, da Pescara verso Roma passando per Sulmona. Venne inaugurata anche una compagnia per il tram, in grado di trasportare i cittadini dalla città alta fino al fondo della valle, avente stazione presso la piazza Vittorio Emanuele (oggi San Giustino). Nel 1892 venne aperta la ferrovia Sulmona-Isernia fino a Cansano, e poi fino a Rivisondoli nel 1897. Nel 1909 fu completata la ferrovia che da Castellammare portava fino a Penne nell'entroterra vestino, attraverso le stazioni di Loreto e Montesilvano Marina, mantre nel 1912 veniva completata la ferrovia Sangritana che da San Vito, vicino Lanciano, conduceva fino a Castel di Sangro.
Un evidente progresso si concentrò nella fascia costiera abruzzese, tra le cittadine di Pescara, Castellammare, Francavilla, Ortona, Montesilvano e Giulianova, aumentando ancora di più gli allarmi di Chieti verso lo sviluppo sempre più crescente di quelli che fino a pochi decenni prima erano solo piccoli borghi di mare, mentre adesso diventavano velocemente delle città.

Nei primi del '900, con un equilibrio di pacificazione tra Stato e Chiesa, prima dei patti lateranensi, a Chieti si istituì un seminario diocesano regionale presso villa Nolli (1913), consacrato a Pio X. Nell'ambito politico, dopo i Valignani, a Chieti presero potere i Mezzanotte, che eressero il loro palazzo di rappresentanza su Piazza San Giustino. Il dualismo politico Mezzanotte-Zecca prevedeva una parte volta al trasformismo depretisiano, mentre l'altra di matrice populista. Della famiglia il più influente fu Camillo Mezzanotte, senatore dei governi Pelloux-Zanardelli. Dal punto di vista urbanistico, nel 1914 si compì, con l'assenso della Chiesa teatina, la distruzione dell'importante manufatto della chiesa di San Domenico e dello smembramento dell'ex convento, al fine di ricostruire tre complessi di rappresentanza: la Banca d'Italia sopra un palazzo storico, la Prefettura e la sede della Cassa di Risparmio. Il nome "San Domenico" verrà dato al collegio di Sant'Anna degli Scolopi, e verrà chiamato anche "San Domenico al Corso" o "San Domenico Nuovo".

La Grande Guerra[modifica | modifica wikitesto]

Palazzo dei Veneziani, dove si trovano i fregi donati dalle rappresentanze della città a Chieti per aver ospitato dei profughi

Quando l'Italia nella prima guerra mondiale entrò a combattere contro l'Austria (1915) in cambio di ottenere territori nell'Adriatico, Venezia entrò in allarme perché con la rottura del patto della triplice intesa, e la pianificazione degli attacchi, la città si sarebbe trovata direttamente in mezzo al fronte di guerra. Gli austriaci con i loro bombardamenti si accanirono particolarmente sula città lagunare, e dopo la disfatta di Caporetto, le amministrazioni venete provvidero a trasportare le opere d'arte di maggior pregio nelle città di Chieti e Firenze, che si erano offerte. A Chieti toccò di ospitare il patrimonio comunale, mentre i documenti della Biblioteca Marciana andarono a Firenze, inoltre Chieti ospitò 13 mila profughi, dei quali 4 mila veneziani. A guerra terminata, i veneziani riconoscenti, donarono a Chieti una copia in bassorilievo del leone alato di San Marco, riproducente l'opera sul portale della chiesa dei Santi Quaranta a Treviso, Tale leone si trova oggi a sinistra dell'ingresso che conduce all'atrio di Palazzo d'Achille. I veneziani lasciarono, al ritorno, una cassa con delle divise calcistiche neroverdi in omaggio all'ospitalità. Probabilmente da questo avvenimento la squadra di calcio porta ancora oggi i due colori nero e verde.

Il disastro ferroviario del 1922[modifica | modifica wikitesto]

In quell'anno, la sera del 30 agosto, in occasione delle feste patronali di San Donato a Guardiagrele, venne chiamata la banda di Silvi. Un brano risultò molto gradito ai guardiesi, ossia La forza del destino di Giuseppe Verdi, per cui chiesero un bis, benché la tabella di marcia della banda prevedesse un nuovo concerto a Civitaquana, nei pressi della Val Pescara. Gli orchestranti a capo del maestro Giuseppe Palmisano ripeterono altre volte i vari pezzi. Durante il tragitto, venne richiesto al conducente del camion che li trasportava, di procedere a velocità massima per raggiungere il paese. Alla stazione di Chieti Scalo al punto d'incrocio dei binari con il diretto per Roma, anticipato da una lunga curva, il macchinista non vide il passaggio di un camion sui binari, che non rallentò né si mise a distanza di sicurezza. L'impatto fu devastante e morirono 11 bandisti incluso il maestro. I funerali si svolsero a Chieti, procedendo dall'ospedale civile presso Piazza Garibaldi, percorrendo in salita via Arniense e imboccando il corso Marrucino fino ad arrivare alla chiesa della Trinità.

Era fascista[modifica | modifica wikitesto]

Ex Palazzo OND, Oggi Museo Universitario di Scienze

Il fascismo entrò in Abruzzo, specialmente a Chieti in maniera prepotente e aggressiva, poiché dal dopo Unità il sistema governativo liberale tradizionalista, che contava un vasto appoggio della Chiesa, si era fatto molto forte, ed era completamente contrario ai nuovi ideali. Il socialismo teatino era rappresentato da Antonio Jatosti e Filippo Carusi, mentre i fasci da combattimento si erano sviluppati già dal 1919 nel gruppo "Il Combattente d'Abruzzo"; tuttavia con le elezioni del 1922 e i successivi governi, il fascismo abruzzese presentava varie connotazioni e sfumature: chi mostrava il tipico perbenismo altoborghese come Tito Acerbo nella zona pescarese, chi nazionalista e combattente come Raffaele Paolucci, mentre a Chieti ci fu Guido Cristini console della Milizia, che attuò una politica severissima contro gli oppositori del regime. Venne fondato il giornale "Lo Svegliarino" per diffondere l'ideologia al popolo. Sebbene in un primo momento Chieti sembrò essere una delle città più fedeli a Benito Mussolini, poiché venne scelta perfino per la questione del processo Matteotti nel 1926, dagli anni '30 in poi la politica sprofondò in un clima mite di assoluta prudenza e appiattimenti nei confronti della Chiesa, dapprima fortemente osteggiata.
Esemplare fu la figura di Vincenzo Canci che fondò "L'Abruzzo giovanile", giornale antifascista.

Nel 1927 Pescara divenne capoluogo della provincia omonima, dopo che le due cittadine di Pescara e Castellammare divennero un solo comune per decreto di Mussolini. Il progetto fu fortemente voluto da Acerbo e D'Annunzio, poiché l'accrescimento urbano della città poteva diventare una risorsa per la zona costiera abruzzese, e la neonata provincia annetté parte dei territori del circondario di Chieti oltre a Pescara stessa; l'Aquila cedeva Bussi sul Tirino e Popoli, e da Teramo invece arrivò il circondario di Penne.
Per Chieti questo scorporo dell'antico territorio risultò un'offesa e una minaccia definitiva per la propria economia. La zona fluviale della vallata pescarese divenne terreno fertile per impianti industriali e per l'aeroporto Campo di Fortuna, antenato dellAeroporto di Pescara, con 450 aziende nel 1927, numero raddoppiato nel 1940

Il nuovo Palazzo della Camera di Commercio, in stile neorinascimentale medievale

Nella città di Chieti avvenne nel frattempo un processo di fascistizzazione della vita quotidiana, con la costruzione di palazzi e opere d'educazione. Tra le architetture civili oggi conservate ci sono il palazzo della camera di commercio sul corso Marrucino, e il palazzo dell'OND (Opera Nazionale Dopolavoro) con i caratteristici fasci littori sulla facciata. Sempre in questi anni, dal 1920 al 1936, ci fu il restauro totale dell'esterno della cattedrale di San Giustino ad opera di Guido Cirilli, che si ispirò alla costruzione ipotetica dell'età gotica duecentesca, disfacendo tutto il tessuto barocco dell'esterno. Il campanile gotico, unico elemento superstite della struttura medievale originale, fu restaurato e completato della cuspide, distrutta dal terremoto del 1703, ispirata a quelle delle chiese di Teramo e Atri, di stampo lombardo.
Gli interventi edilizi riguardarono il settore pubblico e proseguì l'opera iniziata nell'800: ridisegnare l'arteria principale del corso, e abbellirla con nuovi palazzi monumentali. Ad opera dell'ingegner Mammarella erano state realizzate le Poste e Telegrafi e la Banca di Roma nell'area di San Domenico vecchio. Negli anni '30 vennero realizzati l'Asilo dell'infanzia "Principessa di Piemonte" presso Materdomini, l'ala "Pio XI" e la cappella del Seminario Regionale e il Palazzo del Consiglio Provinciale delle Corporazioni, alias Camera di Commercio. Nella realizzazione furono coinvolti gli architetti Giuseppe Florio e Camillo Guerra, i quali per il palazzo si ispirarono alla facciata di San Clemente a Casauria. Tuttavia per tale opera furono sacrificate le storiche Scuole Pie di Sant'Anna. Nel 1933-34 fu abbandonata l'architettura eclettico-classicista per il razionalismo tipico del fascismo, dei quali l'esempio migliore a Chieti è l'ex Opera Nazionale Dopolavoro, poi sede dell'ENAL, e infine Museo Universitario di Scienze, all'ingresso della villa. L'edificio venne realizzato sopra la struttura tardotottocentesca dei bagni pubblici, in stile neoclassico, e ancora oggi mostra i caratteri tipici dell'architettura di regime, con i due grandi fasci littori in mostra.

Altre opere del regine a Chieti furono il Comando Legione Carabinieri, l'ex Casa GIL in viale Amendola, l'ospedale civile Santissima Annunziata nel quartiere Sacro Cuore, lo stesso rimodellamento in carattere eclettico della parrocchia del Sacro Cuore, eretta nel tardo '800, la caserma Berardi, il Villaggio dello Studente presso la villa comunale opera dell'ingegner Barra Caracciolo.
Purtroppo però per dar spazio al carattere di monumentalità delle costruzioni fascismo, venne sacrificato quasi l'intero rione di San Paolo, detto "pallonetto", perché la struttura tipica delle casette popolari a carattere fortificato formavano una sorta di cerchio protettivo attorno agli antichi tempietti, trasformati nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo. Le opere di restauro della chiesa per ridare il carattere pagano ai tempio iniziarono nel 1927, mentre dal 1933 ci furono i grandi sventramenti delle case al fine di realizzare l'INAIL e la Biblioteca provinciale De Meis. Verrà risparmiato il Palazzo Verlengia in stile rinascimentale, inspiegabilmente abbattuto e ricostruito ex novo nel 1957 senza un minimo di bellezza architettonica.

Durante il fascismo venne urbanizzata anche la zona dello Scalo con la costruzione di nuovi palazzi, la modernizzazione della stazione ferroviaria, e la costruzione ex novo del Villaggio Celdit.

Il processo Matteotti e "Chieti città della camomilla"[modifica | modifica wikitesto]

Giacomo Matteotti

In seguito all'increscioso fatto del delitto di Giacomo Matteotti nel 1924, Mussolini per la celebrazione del processo valutò le opzione di L'Aquila e Chieti, scegliendo quest'ultima. Il processo è stato definito una "farsa" non tanto per le condanne degli esecutori, quanto per il fatto che lo stesso procedimento giudiziario non evidenziò la responsabilità penale di Benito Mussolini, quale mandante dell'uccisione di Matteotti, poiché l'aspettativa stessa della popolazione teatina era che dagli atti del processo uscisse fuori il nome del Duce.

La città fu scelta per le pressioni del governo fascista sul territorio da optare, al fine di minimizzare la condanna ed evitare di risalire ai mandanti.[18]Come da stessa ammissione di Matteo Matteotti, figlio di Giacomo, l'omicidio del socialista fu un delitto affaristico per le questioni petrolifere in Libia piuttosto che un delitto politico. Chieti venne descritta nel 1925 in modo indecoroso come città che non aveva il coraggio di indignarsi di fronte a tale delitto; il giornalista de Il resto del Carlino Alberto Maria Perbellini la descrisse: "città della camomilla", e dopo lo svolgimento del processo nel resto dell'Italia Chieti fu intravista come luogo ideale per manipolare i processi. Nei giorni del processo la città fu messa in stato d'assedio, ovunque c'erano uomini armati in divisa, agenti di polizia, militari dell'esercito che piantonavano gli accusati giorno e notte nel Palazzo di Giustizia e nel carcere di San Francesco di Paola.

Il campo d'internamento P.G. 21[modifica | modifica wikitesto]

Foto, risalente agli anni 1950, della caserma Rebeggiani, che ha sede nell'ex-campo per prigionieri di guerra numero 21 di Chieti, che ospitò ufficiali catturati nella campagna del Nordafrica

Durante la seconda guerra mondiale, quando le sorti della campagna del nord Africa sembrarono arridere alle forza italo-tedesche, dopo la presa di Tobruk allora in mano britannica, il conflitto prese una piega negativa per l'esercito alleato. Per via del consistente numero di prigionieri, fu necessario in Italia allestire dei campi di internamento: in città c'era il maggior campo destinato ad ufficiali degli esercito nemici, attivo fino al luglio 1942, noto come P.G. 21.[19]Il campo era situato dove attualmente c'è il Centro Nazionale Amministrativa dell'Arma dei Carabinieri, ossia la Caserma Rebeggiani. I prigionieri viaggiavano in treno fino a Chieti Scalo, dove ad attenderli c'erano le guardie dell'esercito e i carabinieri, fino ad entrare nel cortile lungo due campo da calcio, circondato da perimetro in muratura alta 4 metri, sormontata da filo spinato, con ogni 200 metri delle sentinelle. Benché la capienza massima fosse di 1000 internati, al 30 settembre 1942 erano presenti 600 unità superiori tra britannici, australiani, canadesi, neozelandesi, sudafricani, francesi, americani, e pian piano venne ridotto il numero con trasferimenti, in gran parte a campo di Fonte d'Amore a Sulmona. Il campo prima delle operazioni belliche fu usato anche come prigione dei dissidenti politici e delle famiglie ebree e rom, successivamente traslati nell'asilo Principessa di Piemonte.
Nonostante il clima pressante, nel campo si svolgevano attività ricreative come lo sport, la ginnastica, lezioni d'italiano, di musica e di teatro. Tra gli internati ci fu anche il giocatore di cricket Bill Bowes. Con l'armistizio dell'8 settembre 1943 tra i prigionieri ci furono scene di grande gioia, e ne approfittarono per continuare l'opera segreta di scavo di ben 4 tunnel sotterranei per evadere. Infatti tra i prigionieri c'era incertezza se a Chieti sarebbero arrivati prima gli alleati o i tedeschi per rastrellare i campi abruzzesi e spostare tutti negli stalag nazisti. Nel frattempo gli ufficiali italiani che pattugliavano il campo fuggirono per il precipitare della situazione, e i prigionieri restarono a fare la guardia a loro stessi.

Seconda guerra mondiale: Chieti città aperta (24 marzo 1944)[modifica | modifica wikitesto]

Palazzo Mezzanotte, dove si rifugiò Pietro Badoglio il 9 settembre 1943, e successivamente sede del comando militare tedesco

Nel 1940, dal 13 giugno al 10 novembre, l'edificio dell'asilo infantile Principessa di Piemonte venne trasformato in campo di concentramento per gli ebrei. Il campo ospitò 29 internati (prevalentemente francesi, inglesi oppositori al regime ed ebrei). Dopo la chiusura, i prigionieri furono trasferiti in campi maggiori presso Montechiarugolo, Casoli, Sulmona e Manfredonia. Il 26 luglio, quando il governo fascista fu sciolto, una folla esultante si riversò in Piazza San Giustino, assaltando il Palazzo d'Achille e gettando dalle finestre tutti gli oggetti che inneggiassero a Mussolini, ritratti, documenti, statuette; successivamente i ribelli vennero catturati.

Nella seconda guerra mondiale Chieti, fu considerata "città aperta", grazie alle richieste dell'arcivescovo monsignor Giuseppe Venturi, al pontefice Papa Pio XII, e vista anche la diminuita importanza strategico-militare della città, con la parte più calda del fronte spostata sull'asse tirrenico.

In realtà, come Roma, la città non fu mai una vera “città aperta”. Le due dichiarazioni, del 21 marzo e del 20 aprile 1944, prodotte solo dal comando germanico del settore adriatico e non avallate da Kesselring, non erano valide né di diritto, né di fatto: gli anglo-americani non firmarono nessun protocollo d’intesa, perché i tedeschi smilitarizzarono la città solo parzialmente: si riservarono l’uso della strada di circonvallazione, delle vie periferiche e della stazione ferroviaria per il transito e il trasporto delle truppe; esclusero dalla zona neutra il borgo Sant’Anna, considerato settore di particolare importanza militare e mantennero in funzione le Fonderie Calvi, che producevano per il loro esercito bossoli di piccolo calibro e fasciature di rame per i proiettili. Gli inglesi diradarono, ma non interruppero i bombardamenti aerei e di artiglieria, che continuarono fino a maggio sulle strade periferiche della città[20].

Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, il re Vittorio Emanuele III e il maresciallo Pietro Badoglio fuggirono con lo stato maggiore da Roma a Crecchio e Pescara. Il re soggiornò con la famiglia presso il castello ducale[21] della cittadina frentana, salpando poi dal porto di Ortona per Brindisi, mentre Badoglio si imbarcò a Pescara, evitata dal re in quanto già bombardata in agosto di quell'anno, e con la popolazione indignata nei confronti dei reali in fuga.

Badoglio tuttavia si trattenne pochissimo a palazzo e fuggì al notte stessa del 9. I nobili di Chieti e gli abitanti di Palazzo Mezzanotte si sentirono traditi e in preda al panico, con esclamazioni di rabbia e di odio verso il governo. Gli alti ufficiali si disinteressarono dell'ordine pubblico, togliendosi le divise, vestendosi in borghese per camuffarsi durante la fuga verso le montagne. Gli abitanti dei palazzi presero con sé i loro averi e molti abbandonarono precipitosamente la città. I tedeschi, avvertendo il palese tradimento italiano, occuparono immediatamente la città, catturarono i rimanenti ufficiali italiani, li processarono e li passarono per le armi. Per la sua posizione dominante sul colle, Chieti divenne il comando logistico militare tedesco, dove vigilare sull'avanzata alleata anglo-americana, così dominando da una parte a nord della valle Pescara e dall'altra le valli del Sangro da dove voleva penetrare il generale Bernard Law Montgomery. I tedeschi occuparono la città il 10 settembre, chi non si atteneva ai nuovi ordini veniva arrestato e deportato nei campi di lavoro con i treni di Chieti Scalo. Il gerarca nazifascista Cascatella fu scelto come intermediario per dare gli ordini al popolo, e minacciò continuamente la popolazione di ritorsioni, benché dopo la liberazione il 9 giugno fu catturato e linciato dalla folla al punto da rimanere infermo a vita.
I tedeschi intanto il 26 settembre dichiaravano ufficialmente la presa di Chieti, innalzando la bandiera con la croce uncinata sopra Palazzo Mezzanotte, imponendo il coprifuoco, rastrellando gente per i lavori di fortificazione della città, casa per casa. Successivamente le artiglierie aeree americane iniziarono a bombardare la città. Tra i vari edifici danneggiati ci furono la Cattedrale e la chiesa di Materdomini. I bombardamenti avvenivano ogni notte, dopo l'avviso delle sirene delle ore 19, ma accadde che anche in pieno giorno ci furono incursioni aeree, dove teatini inermi trovarono la morte. I tedeschi sulla piazza misero dei fari per contrastare i bombardamenti, ma inutilmente.

Monsignor Venturi, che si adoperò affinché Chieti fosse riconosciuta "città aperta"

Nel frattempo a Chieti, dall'ottobre in poi iniziarono a giungere gli sfollati, oltre 100.000 unità, provenienti dai paesi circostanti, ed in particolare da Pescara, ripeturamente bombardata, Francavilla al Mare (fine settembre 1943), che aveva subito le stesse sorti insieme a Ortona (dicembre 1943), Bucchianico, Ripa Teatina, Casalincontrada, Villamagna, San Martino sulla Marrucina, San Giovanni Teatino e Torrevecchia Teatina. Nonostante vigesse l'armistizio, gli americani continuarono dopo il 31 agosto, un nuovo bombardamento di Pescara il 14 settembre, uccidendo 2000 persone circa. I tedeschi risposero agli americani piazzando molte batterie di contraerea allo Scalo e dietro il Palazzo di Giustizia, facendo nascere la "linea Gustav" che da Ortona controllava il territorio fino a Cassino. Il 27 ottobre i tedeschi piazzarono in tutte le strade delle mitragliatrici, facendo scattare un nuovo rastrellamento che coinvolse anche ospedali e chiese per rinforzare la linea di difesa. La situazione degli sfollati si aggravò il 4 novembre quando le operazioni di guerra portarono al grande scontro dei nazisti contro Montgomery sul Sangro, e la città venne progressivamente invasa dagli sfollati in cerca di riparo e cibo, si aggiunsero alla lista gli abitanti di Tollo, Orsogna, Miglianico, Guardiagrele, Fara Filiorum Petri, Canosa Sannita, Lanciano e Fossacesia, tutte città che vennero direttamente coinvolte nello scontro nazista-britannico, con distruzione delle case. Il numero aggiuntivo degli sfollati fu di 75 mila unità circa. Vennero usati come luoghi di ricovero il palazzo dell'ex Podestà, i chiostri degli ex conventi, le chiese stesse.

Nel dicembre ci fu una nevicata copiosa, e a Chieti fu presa iniziativa di raccolta di indumenti, coperte, zucchero, carne, olio, farina, uova. Lo stesso arcivescovo Monsignore Giuseppe Venturi provvedette alla raccolta di cibo e coperte per gli sfollati. Tra gli sfollati, provenienti anche da Foggia, c'era il cantante Renzo Arbore, allora bambino, sfollato in una casa di via Arcivescovado. Monsignor Venturi cominciò gli incontri con i tedeschi al comando di Palazzo Mezzanotte per scongiurare lo sfollamento, senza che i comandanti accogliessero la richiesta. Così viaggiò a Roma dal generale Albert Kesselring, facendo intervenire anche il pontefice Pio XII, affinché Chieti divenisse una "città ospedaliera". Alla fine fu stipulato l'accordo, non rispettato dagli anglo-americani, che bombardarono in casi isolati la città fino al 4 giugno 1944. Nel Natale 1943 avvenne l'ordine da Kesselring di evacuare la città, ma Venturi fu risoluto nell'impedire tale operazione.
Dopo i fatti di Ortona, Winston Churchill propose di usare l'artiglieria aerea, senza impegnare gli uomini via terra, bombardando Orsogna, e poi Chieti, ritenuta di strategica importanza per il comando tedesco. Fino ad allora la tattica alleata era di bombardare i punti nevralgici della città, non facendo distinzione tra le persone che le mitraglie avrebbero colpito, poiché l'intenzione era quella di spaventare la popolazione per scatenare ribellioni, e scoraggiare il nemico tedesco, più carente di mezzi. Un giorno un caccia americano volò troppo basso mitragliando il corso Marrucino e virando si schiantò contro la guglia del campanile di San Giustino, finendo in fiamme a terra.

Renzo Arbore, che a 7 anni da Foggia fu sfollato a Chieti
Il generale tedesco Albert Kesselring il quale emanò l'ordine di Chieti "città aperta" per intercessione di Venturi e Pio XII

L'ordine tedesco era Chieti kaput, mentre i piani di Churchill prevedevano di spianare Chieti con una cinquantina di bombardieri. Monsignor Venturi scongiurò i tedeschi di abbandonare la città lasciando passare gli americani via terra, per non perdere la città con i suoi abitanti. Il 27 gennaio 1944 arrivò un'ordinanza in cui Chieti doveva essere evacuata. Gli alleati si piazzarono alle pendici del Sangro, e seguitarono a cannoneggiare la città con 200 mortali, causando altre distruzioni. L'ordine definitivo di evacuazione fu dato il 3 febbraio e fino all'8 marzo i cittadini avevano tempo per abbandonare Chieti; intanto Monsignor Venturi proseguì le trattative con Roma per lo status di "città aperta", fin quando le attenzioni si spostarono dal 15 febbraio in poi a Cassino, dove si combatterono cruente battaglie. Dal 7 al 27 febbraio furono 13 i bombardamenti alleati, vennero colpite la Prefettura, la Cattedrale, tre volte l'Arcivescovado, la Banca d'Italia, la Cassa di Risparmio, il Palazzo di Giustizia, San Francesco al Corso, Piazza Valignani, la chiesa di Materdomini, il Convitto Nazionale, le scuole elementari e altri edifici privati, con 11 morti e 15 feriti. Chieti fu cannoneggiata fino al 1 giugno 1944.

Venerdì 9 giugno gli alleati giunsero in città dalla villa comunale, soldati italiani del Gruppo Paracadutisti "Folgore", comandanti da Giorgio Morigi, accolti da una folla festante. Due giorni dopo Monsignor Venturi con solenne celebrazione a San Giustino ringraziò i liberatori. Sabato erano giunti anche gli anglo-americani, installando il presidio a Palazzo Mezzanotte, con la guarnigione di indiani.
Benché a Chieti la popolazione di circa 35 mila abitanti si fosse molto impegnata per rispondere alle richieste di oltre 100 mila sfollati, con le incursioni aeree quotidiane e i divieti vari dei tedeschi, si verificarono episodi di violenza, cospirazione e discriminazione verso i rifugiati. Il nervosismo costante dei teatini rimasti in città portò a nutrire sentimenti di antipatia e odio verso gli sfollati, a volte costretti ad abbandonare immediatamente le case dove erano ospitati, per evitare ritorsioni dei nazifascisti.

Rivalità con Pescara[modifica | modifica wikitesto]

Foto aerea del centro storico di Chieti risalente agli anni sessanta-settanta con la Cattedrale di San Giustino in vista

Discussa è stata, perché legata da un punto di vista storico, la rivalità (spesso non reciprocamente percepita con la stessa intensità) tra Chieti e Pescara. Alcune considerazioni vogliono che il diffuso astio verso la città adriatica sia nato da quando Pescara, paese di mare storicamente confinato all'interno della sua fortezza, favorita da D'Annunzio e da Mussolini iniziò a svilupparsi e a crescere nel 1927, quando divenne un comune unico (con la fusione della storica Pescara con Castellammare), accorpando nella neonata provincia di cui è capoluogo una piccola parte del territorio teatino fra il fiume Pescara e la Majella, comprendente fra gli altri i comuni di Manoppello, Lettomanoppello, Caramanico Terme, Tocco da Casauria e Scafa, oltre a Pescara stessa. Tuttavia dal punto di vista storico la scintilla della rivalità, nata dal trasferimento nella provincia pescarese di territori da secoli nell'Abruzzo Citeriore, si sarebbe accesa durante la seconda guerra mondiale, quando Chieti iniziò ad accogliere gli sfollati dall'inverno 1943. A causa dell'eccessiva presenza degli sfollati di altri comuni, che raddoppiò di fatto la popolazione in Chieti, e in tempo di carestia bellica, la popolazione teatina iniziò ad infastidirsi e a cacciare dalle proprie case gli sfollati, quando nel nuovo anno, giunte le truppe alleate, erano terminati i pericoli della guerra. Gli episodi di insofferenza dei chietini verso gli sfollati, in gran parte della bombardata Pescara, si moltiplicarono e si trasformarono in espressioni di razzismo e disprezzo, con sputi, offese e denunce di cospirazione con i tedeschi verso gli americani, come scrisse Corrado Alvaro[22].

Negli anni 1950, durante il derby calcistici di Abruzzi e Molise, Chieti e Pescara ebbero varie occasioni per fronteggiarsi, ostentando sempre la propria rivalità. In particolare negli ambienti delle tifoserie si tramanda la leggenda che nella stagione 1954-55 il capitano della squadra pescarese Mario Tontodonati sarebbe stato sequestrato da studenti universitari chietini il giorno prima della partita, e che per rappresaglia i pescaresi avrebbero rubato nottetempo dalla villa comunale una gabbia con un'aquila reale. Dopo discussioni e accordi presi durante la notte tra le bande, il giorno successivo, per la partita, sarebbe stato tenuto lo scambio degli ostaggi[23].

L'attrito tra Chieti e Pescara tuttavia è anche ascrivibile al carattere completamente diverso dei due centri: Pescara, fino al primo '900 scanzonata località di villeggiatura marina Castellammare da una parte, ed ex fortezza borbonica di Pescara vecchia dall'altra, aveva intrapreso i primi passi verso la modernizzazione e lo sviluppo urbano fuori le mura, favorita dal territorio pianeggiante, da personaggi molto influenti come il ministro Tito Acerbo e lo scrittore Gabriele d'Annunzio e soprattutto da una posizione geografica strategica al centro delle vie di comunicazione della regione, mentre Chieti si trovava rinchiusa da anni in un atteggiamento di ultra conservatorismo, poco incline al dinamismo ed alla modernizzazione, specialmente a partire dagli anni '50; modernizzazione che invece investì in pieno Pescara, che arrivò ad oltre 65 mila abitanti nel censimento del '51, scalzando nettamente Chieti (che contava al tempo 40 mila abitanti). La posizione favorevole permise a Pescara di dotarsi di varie istituzioni, arrivando allo scontro con L'Aquila negli anni '70 per la scelta del comune che sarebbe dovuto diventare il capoluogo regionale, ottenendone la condivisione. La crescita sempre più veloce, favorita verso l'entroterra dalla presenza del complesso industriale della Val Pescara, e sul mare dalla presenza dell'ampia costa sabbiosa, che la città seppe rimodellare sullo stile dei grandi centri turistici di Pesaro, Rimini e San Benedetto del Tronto, veicolarono l'economia e le finanze irrimediabilmente verso la fascia adriatica, lasciando Chieti in disparte. Ciò è da attribuire anche al diverso spirito manifestato dagli abitanti delle due città, dividendo una Chieti sempre troppo rivolta al ripiegamento su sé stessa da una Pescara invece da sempre in espansione, che per esempio dal 2022, in seguito ad un referendum tenuto nei comuni interessati, si unirà ai comuni di Montesilvano e Spoltore.

Questo atteggiamento di chiusura impedisce a Chieti una piena fruizione dei benefici generati dall'area metropolitana[24] in cui si è trovata, e di cui potrebbe invece essere coprotagonista se la politica cittadina rinunciasse allo storico atteggiamento revanscista ed autarchico[25], che ha sempre prodotto solamente il risultato di isolare la città, anche socialmente e non solo politicamente ed economicamente, da tutte le iniziative dell'area, riducendo spesso i dibattiti pubblici a sterili polemiche campanilistiche[26].

Dal secondo dopoguerra a oggi[modifica | modifica wikitesto]

Campus dell'Università D'Annunzio
Veduta di Chieti da Villa Pini, in evidenza la parte alta con l'assetto storico e in basso il perimetro dei nuovi palazzi del boom economico

Nelle fasi finali della guerra, in riunioni clandestine, s’era formato un movimento di tradizionalisti cattolici composto da Mario Aloé, Mario Cotellessa, Guido Giuliante, che figurarono pochi anni più tardi nel neonato partito della Democrazia cristiana. Alle elezioni per la Costituente nel 1948 L’Aquila e Chieti risultarono in testa nell’Abruzzo, mentre le amministrazioni comunali per decenni governarono sotto la bandiera della DC, e dopo i fatti di Tangentopoli l’ideologia politica cittadina rimarrà spesso incentrata a destra, con sfumature di liberalismo moderato filo-cattolico. Nell'epoca contemporanea a Chieti si è registrata un'importante evoluzione urbana, che si è avuta nella parte bassa, in cui crebbe il settore industriale[27]. Chieti Scalo, piccolo villaggio ferroviario, si trasformò nella frazione più fiorente dal punto di vista urbanistico ed imprenditoriale della città. Il fenomeno tuttavia comportò anche la speculazione edilizia nella città alta, con la costruzione di alti palazzi attorno al centro storico, e in alcuni casi anche nel pieno centro, lungo l'asse del corso Marrucino e nella piazza dei tempietti romani, dove già nel fascismo era stata costruita la biblioteca Angelo Camillo De Meis con la torre littoria e l'ex INAIL. Lo storico quartiere di San Paolo venne definitivamente stravolto con l'abbattimento e riedificazione ex novo del Palazzo Verlengia, mentre lungo il corso fu abbattuto un palazzo ottocentesco per la costruzione dell'ex UPIM, così come all'altezza della chiesa di San Domenico venne eretto un altro casermone anonimo. L'urbanizzazione coinvolse soprattutto le aree di Piazza Garibaldi lungo via Alessandro Valignani fino a Sant'Anna, poi l'area di Santa Maria Calvona a ridosso della casa di cura Spatocco, e l'area ad est della villa, attorno all'ex carcere di San Francesco di Paola, formando il nuovo quartiere Filippone.
Ma l'espansione urbana si concentrò specialmente nel quartiere Tricalle attorno la chiesetta di Santa Maria, con la costruzione di case, della nuova parrocchia di San Francesco Caracciolo, di strutture alberghiere, del Palasport Tricalle, e ancor più nell'area pianeggiante dello Scalo, dove gli abitanti superano quelli del Colle, fondendo i villaggi di Celdit, San Martino, Madonna delle Piane, Santa Filomena. In seguito a questi interventi, l'unico elemento del centro storico cittadino ancora visibile dalla vallata e non oscurato dai palazzi di quel periodo è la torre del campanile di San Giustino.
I maggiori interventi recenti di urbanizzazione allo Scalo si ebbero nel 1965 con l'istituzione dell'Università degli Studi "Gabriele d'Annunzio" presso Madonna delle Piane, avente seconda sede dal 1984 anche a Pescara, e con la costruzione del grande centro commerciale "Megalò", inaugurato nel settembre 2005.

Dagli anni ottanta Chieti si è trovata in una crisi economica strutturale, stante la crisi della medio e piccola manifattura sulla quale si basava il comparto industriale cittadino, penalizzando a cascata anche le attività del terziario. Nemmeno la crisi del 2008, e il terremoto dell'Aquila del 2009 hanno fornito spazio alla cittadinanza per risollevarsi economicamente, anche se negli ultimi anni sono iniziati a manifestarsi dei piccoli segnali di ripresa, anche grazie alla sempre maggiore integrazione nell'area metropolitana che si è formata fra la città e l'hinterland pescarese.
Nel 2009 nell'area del campus universitario è stato edificato il "Villaggio Mediterraneo", in occasione dei XVI Giochi del Mediterraneo di Pescara; successivamente i palazzi sono stati usati per ospitare gli studenti fuori sede.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Girolamo Nicolino, Historia della Città di Chieti, 1657
  2. ^ Nicola Corcia, Storia delle due Sicilie dall'antichità più remota al 1789, Volume 1, Napoli: Tipografia Virgilio, 1843, p. 150 (Google libri)
  3. ^ Girolamo Nicolino, Historia della Città di Chieti metropoli delle province d'Abruzzo, p. 7
  4. ^ The Catalogue of Strong Italian Earthquakes, Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. URL consultato il 25 aprile 2017.
  5. ^ Teate, su duepassinelmistero.com (archiviato dall'url originale il 2 maggio 2017).
  6. ^ Plinio, Naturalis Historia 35, 2: « primus bibliothecam dicando ingenia hominum rem publicam fecit ».
  7. ^ G. Nicolino, Historia, p. 10
  8. ^ Enrico Bacco, Breue descrittione del Regno di Napoli (1640), p. 52
  9. ^ San Giustino da Chieti, su santiebeati.it.
  10. ^ Cristiano Vignali, "Chieti nella Tarda Antichità", 2015
  11. ^ A. L. Antinori, Annali degli Abruzzi, VI, Bologna, Forni Editore, 1971, pp. sub anno 1065 sub voce "Chieti".
  12. ^ G. Nicolino, Historia, p 12
  13. ^ a b Raffaele Bigi, Chieti, Passato, presente...futuro, 2012
  14. ^ infochieti.it - Cattedrale di San Giustino e Cripta a Chieti Archiviato il 29 ottobre 2013 in Internet Archive.
  15. ^ CHIETI ON LINE - Benvenuti a Chieti!
  16. ^ LE ORIGINI/Madonna Della Miseirordia, su madonnadellamisericordiach.it.
  17. ^ Prospetto cronologico dei tratti di ferrovia aperti all'esercizio dal 1839 al 31 dicembre 1926
  18. ^ Processo Matteotti, su m.ilcentro.gelocal.it (archiviato dall'url originale il 22 aprile 2017).
  19. ^ LE VICENDE DEL CAMPO P.G. 21 (MEMORIE DEL CAMPO D'INTERNAMENTO TEATINO), su ilbig8.it.
  20. ^ Chieti città aperta?, su www.chietinuova3febbraio.it. URL consultato il 15 marzo 2019.
  21. ^ L'ultima cena del Re a Crecchio, su ricerca.gelocal.it.
  22. ^ Perché Chieti e Pescara non si amano, su pescarawebtv.it (archiviato dall'url originale il 22 agosto 2016).
  23. ^ Storia del campanilismo tra la cittadina di Chieti e Pescara [collegamento interrotto], su forzapescara.com.
  24. ^ Redazione, Pescara, Ufficio Europa Area Metropolitana: al via il progetto, su AbruzzoNews, 23 marzo 2018. URL consultato il 23 marzo 2019.
  25. ^ Di Primio, Francavilla è Chieti Marina - Abruzzo, su ANSA.it, 22 giugno 2015. URL consultato il 2 marzo 2019.
  26. ^ L'UNIVERSITA' D'ANNUNZIO CAMBIA NOME, SCOPPIA LA POLEMICA, SCHIAFFO A CHIETI, su AbruzzoWeb. URL consultato il 2 marzo 2019.
  27. ^ L'Enciclopedia dei comuni, su radiocorriere.tv. URL consultato il 16 maggio 2013.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Girolamo Nicolino, Historia della città di Chieti capitale delle province d'Abruzzo (1657)
  • Anton Ludovico Antinori, ''Annali degli Abruzzi. Vol. II. Dal principio dell'era volgare all'anno 54, Forni Editore, Bologna 1971
  • Filippo Paziente, Chieti e la sua provincia. Fascismo, chiesa, occupazione germanica. 1929-1944, Tinari, 2010
  • Lucio Camarra - Mario Checcia, L'antica Chieti. Metropoli dei Marrucini in Italia, CARSA editrice, Pescara, 2013
  • Giacomo Devoto, Gli antichi italici, Vallecchi Firenze 1951
  • Ugo De Luca, Chieti e la sua provincia Vol. I Storia, arte cultura, Provincia di Chieti, 1990
  • A. Chinnici-C. Gasbarri, Fede, storia ed arte della Cattedrale di San Giustino, Tabula Chieti, 2007
  • Raffaele Bigi, Chieti. Città d'arte, di storia, di cultura e di musei, Carabba Editrice, Lanciano, 2010

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]