Campo di Giove

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Campo di Giove
comune
Campo di Giove – Stemma Campo di Giove – Bandiera
Campo di Giove – Veduta
Localizzazione
StatoItalia Italia
RegioneRegione-Abruzzo-Stemma.svg Abruzzo
ProvinciaProvincia dell'Aquila-Stemma.png L'Aquila
Amministrazione
SindacoGiovanni Di Mascio[1] (Lista Civica Nuovi orizzonti 2.0) dal 07-05-2012 (2º mandato)
Territorio
Coordinate42°00′40″N 14°02′25″E / 42.011111°N 14.040278°E42.011111; 14.040278 (Campo di Giove)Coordinate: 42°00′40″N 14°02′25″E / 42.011111°N 14.040278°E42.011111; 14.040278 (Campo di Giove)
Altitudine1,064 m s.l.m.
Superficie28,9 km²
Abitanti788[2] (30-04-2017)
Densità27,27 ab./km²
Comuni confinantiCansano, Pacentro, Palena (CH)
Altre informazioni
Cod. postale67030
Prefisso0864
Fuso orarioUTC+1
Codice ISTAT066015
Cod. catastaleB526
TargaAQ
Cl. sismicazona 1 (sismicità alta)
Nome abitanticampogiovesi
Patronosant'Eustachio
Giorno festivo20 settembre
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Campo di Giove
Campo di Giove
Campo di Giove – Mappa
Posizione del comune di Campo di Giove all'interno della provincia dell'Aquila
Sito istituzionale

Campo di Giove è un comune italiano di 788 abitanti della bassa provincia dell'Aquila, al confine con la provincia di Chieti, in Abruzzo. Fa parte della Comunità montana Peligna e del Parco Nazionale della Majella. Situato ai piedi del versante sud-occidentale della Majella, è un'importante località di villeggiatura estiva ed invernale, con la presenza dell'omonima stazione sciistica.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Origini e periodo italico-romano (III secolo a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Resti del tempio di Giove Anxur

La zona orientale della Majella fu abitata sin dal Paleolitico, poiché non molto lontano, presso il comune di Lama dei Peligni, fu rinvenuto il cranio del cosiddetto "Uomo della Majella". Del Neolitico presso il cosiddetto "pagus" sul laghetto del Tescino, risale un sasso scheggiato da mani umane. Tuttavia presenze stabili nel territorio si hanno nel VI secolo a.C., quando il villaggio originario era costituito da un insieme di "pagi", situati presso le zone di Pian de' Tofani, Guado di Coccia e dell'Ara. Il popolo dei Peligni aveva il proprio centro nell'antica Sulmona, che fu conquistata nel I secolo a.C. dai Romani. Verso il 300 a.C. presso l'Ara di Coccia sorse un tempio sacro dedicato a Giove.

Secondo la leggenda, durante la guerra contro Roma, i Peligni credettero di aver vinto, ma un tremendo temporale capovolse le sorti della battaglia e i Romani, in segno di riconoscenza per la vittoria ottenuta più per motivi legati alla pioggia che per le loro capacità militari, vollero innalzare un santuario a Giove, presso il vasto campo dell'Ara (da esso deriva il nome attuale del paese). Il tempio sarebbe stato innalzato dove oggi si trova la chiesa di Sant'Eustachio, anche se però un altro tempio dedicato a Giove Anxur è presente su una piana situata sopra l'abitato. Il toponimo di Campus Jovis per i Romani esisteva già all'epoca della terza guerra sannitica.

La zona per tutta la durata dell'Impero Romano attraversò un periodo di stabilità, anche perché la Forca di Palena (Forca Pelignorum), situata vicino Campo di Giove, veniva utilizzata dai pastori per compiere il rito della transumanza.

Saccheggio dei barbari (V-VI secolo)[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la caduta dell'Impero Romano, avvenuta nel 476 d.C., i Goti e i Vandali saccheggiarono la zona abruzzese della Valle Peligna, colpendo anche il pagus di Campo di Giove. Nell'VIII secolo sopraggiunsero anche i Saraceni e gli Ungari, oltre ai Longobardi. Una notizia riporta che nel 937 i Peligni presso Campo di Giove riuscirono a sorprendere e ad annientare una colonia di Ungari intenta ad oltrepassare il Valico della Forchetta con un ricco bottino.

Il villaggio romano intanto venne definitivamente abbandonato, e i pastori scesero più a valle, nel Guado di Coccia, fabbricando nuove case, e cingendo il perimetro con delle mura. Questa zona tuttavia fu sempre oggetto di saccheggi dei Saraceni, quindi i monaci di Coccia decisero di costruire un vero e proprio castello fortificato per riunire i vari piccoli nuclei sparsi. Il castello dell'attuale Campo di Giove fu munito di mura e di torri e successivamente rinforzato da Jacopo Caldora (1421), divenendo il nuovo castrum di Campo di Giove.

In questo periodo iniziò a diffondersi definitivamente il culto cristiano nella comunità, con la venerazione di San Michele Arcangelo, santo caro ai Longobardi che governavano le terre circostanti, come Cansano, Palena e Pacentro. Nel 1183 una bolla di papa Lucio III documentava la presenza di una chiesa dedicata a Sant'Angelo.

Inizio del Medioevo (XII secolo)[modifica | modifica wikitesto]

Eremo della Madonna di Coccia: una delle prime chiese fondate a confine col Valico della Forchetta, presso una grotta dove si praticava l'eremitaggio (XIII secolo), guidati da Papa Celestino V

Il feudo contava nell'XI secolo 24 famiglie ed il castello offriva 2 cavalieri e 4 scudieri per la prima crociata in Terrasanta. Il feudo nel 1073 venne ceduto ai monaci dell'abbazia di Montecassino da Oddone di Pettorano sul Gizio. Nel frattempo venne edificato un nuovo edificio religioso, il convento di Sant'Antonino, situato fuori dalle mura della città, oggi presente allo stato di rudere. Nel 1136 Manerio di Bernardo, conte di Palena, acquisì il territorio di San Nicola di Coccia per annetterlo a Palena.[3]

Feudalesimo e disputa Caldora-Cantelmo (XIII-XIV secolo)[modifica | modifica wikitesto]

Il castello Caldora di Pacentro: una delle tante fortezze fatte costruire da Jacopo Caldora su di roccaforti longobarde. Anche Campo di Giove possedeva un suo castello, successivamente trasformato in un palazzo residenziale

Più avanti negli anni, nel XIII secolo, Campo di Giove venne frequentata da Pietro da Morrone (ossia Papa Celestino V) e dai suoi discepoli, tra cui Roberto da Salle, i quali praticavano la via dell'eremitaggio per adorare il Signore. Forse a questo periodo risale l'eremo della Madonna di Coccia, poiché nelle vicinanze Roberto da Salle fondò la grotta di Sant'Angelo a Lama, mentre Pietro, spostatosi più a nord verso Sulmona, fondò l'eremo di Sant'Onofrio al Morrone.[4]

Nel 1294 Bartolomeo Galgano divenne barone del feudo. Nel 1316 il feudo passò ai baroni di Colledimacine, Ruggero e i suoi nipoti Corrado e Andrea di Bifero. In questo periodo nella zona ci fu una serie di rivolte popolari contro le signorie, rivolte che favorirono l'ascesa dei Cantelmo e dei Caldora. Cansano fu la prima a cadere, e dal 1326 fino al 1439 apparterrà ai Cantelmo di Popoli. Campo di Giove verrà donata dal re di Napoli Carlo II, appartenente al ramo durazzesco degli Angioini, a Bartolomeo Piscitello, che la governerà fino al 1334, anno della sua morte. Con l'estinzione della sua dinastia, il feudo andò al barone De Capite di Sulmona che dovette combattere contro lo strapotere sempre maggiore della famiglia Caldora, schierata con gli Angioini di Napoli, in lotta contro i Cantelmo, schierati con gli Aragonesi.[5]

Nel 1383 Giacomo Cantelmo conquistò il feudo, essendosi ritirato dalla vita di corte napoletana, data l'instabilità del regno di Carlo III d'Angiò. Giacomo possedeva i feudi di Pacentro, Campo di Giove, Pettorano sul Gizio e Prezza, situati nella Valle Peligna, e dopo aver tradito gli Angioini schierandosi coi rivali Aragonesi, si rifugiò di feudo in feudo, compiendo razzie. Da questo episodio scoppiò la guerra tra i Cantelmo e i Caldora. I due feudi di Campo di Giove e di Pacentro, in dote a Rita Cantelmo, passarono con il suo matrimonio con Giovanni Antonio Caldora a quest'ultimo, e vennero ereditati poi dal loro figlio Jacopo Caldora. Questi due feudi erano considerati strategici per la loro posizione e per la robustezza dei loro castelli. Durante la guerra, la regina Giovanna II di Napoli, poiché Jacopo aveva manifestato spesso dei comportamenti non del tutto rispettosi verso di lei, gli sottrasse il feudo e lo assegnò a Francesco Cantelmo, conte di Popoli, il quale lo vendette a suo fratello Antonio.

Riappacificatosi con la regina, Jacopo reclamò il feudo, invano. Nel 1417 venne mandato dalla sovrana napoletana ad aiutare Papa Martino V, che si trovava in guerra contro lo scomunicato Braccio da Montone, ex maestro d'armi di Jacopo Caldora. Lo scontro contro questi culminò nella guerra dell'Aquila del 1424: Jacopo Caldora, appoggiato da Francesco Sforza, vinse la battaglia e Braccio da Montone venne ucciso, forse dal Caldora stesso.[6] Subito dopo, Jacopo con il suo esercito assediò Campo di Giove, rimasta in mano ad alcuni mercenari di Braccio da Montone, conquistandola. Con quest'azione, Jacopo Caldora riuscì anche a scacciare i Cantelmo dalla zona di Campo di Giove e di Pacentro, assumendo il controllo del territorio, spingendosi fino all'Alto Sangro e al Mar Adriatico. La regina Giovanna II di Napoli, per ricompensarlo per questo e per altri successivi successi ottenuti in campo militare, gli concesse il feudo di Carbonara ed il Ducato di Bari e lo nominò Gran Connestabile (capitano del suo esercito), rendendolo così il feudatario più potente del Regno di Napoli. Inoltre gli riconobbe il feudo di Campo di Giove.

Dominio dei Caldora e fine della dinastia (XV secolo)[modifica | modifica wikitesto]

Jacopo Caldora, il primo della famiglia che assunse il controllo dei castelli della Majella e del Sangro, fortificando anche quello di Campo di Giove

Jacopo Caldora fortificò daccapo il castello, e garantì prosperità e pace, lavorando molto anche sul castello di Pacentro, sua dimora estiva. Il governo dei Caldora durò tuttavia solo una ventina di anni, poiché dopo la morte di Jacopo, avvenuta nel 1439, i Cantelmo riconquistarono Campo di Giove. Il conte Onofrio Gaspare annetté le terre di Campo di Giove, Pacentro, Lama dei Peligni e Pescocostanzo. Tuttavia, in una breve parentesi, Antonio Caldora, figlio primogenito di Jacopo, riuscì a recuperare il feudo, però alla sua morte, avvenuta nel 1466, il declino della sua famiglia fu inarrestabile: i suoi feudi per volere del suo avversario Ferdinando I d'Aragona, divenuto il nuovo re di Napoli, furono confiscati ed assegnati alle persone di corte a lui più vicine e fedeli. Campo di Giove venne assegnata al suo consigliere e Gran Cancelliere Valentino Claver[7], che la mantenne fino al 1473, anno in cui i due feudi di Campo e Cansano vennero venduti a Nicola di Procida per 1500 ducati. Quest'ultimo li possiederà fino al 1482, anno in cui li venderà alla famiglia Belprato, che li possederà fino al 1631, per un periodo di 149 anni. Nel XVII secolo tra i vari feudatari si distingueranno i Ricciardi, che saranno i proprietari dell'omonimo Palazzo.[8]

Dal Settecento all'Ottocento[modifica | modifica wikitesto]

Il Settecento inizia con nefasti avvenimenti per Campo di Giove, poiché il paese viene gravemente danneggiato dal terremoto della Maiella del 1706, che ha epicentro proprio nella faglia della montagna sopra il borgo. Nonostante la forza catastrofica della scossa, Campo di Giove resiste al terremoto anche se però gran parte degli edifici risultarono danneggiati: castello medievale compromesso, chiese distrutte, case abbattute. Anche i borghi circostanti subirono la portata del terremoto, e il castello di Pacentro oggi testimonia ancora la forza della scossa; il terremoto cancellò anche il castello di Cansano, creò numerosi danni nella Valle Peligna, abbattendo numerose costruzioni a Sulmona.

Campo di Giove però presto si risollevò, anche se il feudo era politicamente instabile: il 30 gennaio 1715 fu venduto a Don Francesco Recupito, poi da suo figlio Donato fu ceduto agli Sciarra Colonna, che possedevano anche il castello di Pacentro. Al livello giuridico, Campo di Giove dipendeva da Introdacqua, situata dall'altra parte della Valle Peligna, e tali tribunali funzionarono fino all'abolizione del feudalesimo, avvenuta nel 1806, con il dominio francese. E fu così che nel 1799 Campo di Giove andò in mano ai francesi di Gioacchino Murat, che la incluse nel Giustizierato dell'Abruzzo Ulteriore Secondo, nel distretto di Sulmona.

L'Ottocento: dall'Unità d'Italia al fenomeno del brigantaggio[modifica | modifica wikitesto]

Durante il periodo pre-unitario a Campo di Giove non si ebbero moti carbonari o pro-Italia, poiché era sufficiente il semplice controllo amministrativo della giunta comunale. Tuttavia i problemi si crearono dopo l'Unità, nel 1861, quando per gli sconvolgimenti politici il paese fu abbandonato a se stesso. Si sviluppò allora il fenomeno del brigantaggio, e nel paese si distinse il 14 agosto 1862 Francescantonio Cappucci, che assaltò il Palazzo Ricciardi. Per tutta la Majella il brigantaggio dilagò e nella zona operò anche la banda di Primiano Marcucci, noto brigante del posto. L'assalto al Palazzo Ricciardi tuttavia fallì, e Francescantonio Cappucci venne ucciso a fucilate, anche se alcuni storici sostengono che nell'assalto fosse stato coinvolto anche Primiano Marcucci. Ben presto l'esercito piemontese represse nel sangue il fenomeno del brigantaggio, costruendo un fortino sul massiccio della montagna, noto come Blockhaus.

Verso la fine dell'Ottocento, nel 1897, venne realizzata la ferrovia Sulmona-Isernia, che attraversa vari comuni della Majella, tra cui Campo di Giove, in corrispondenza dell'omonima stazione. Tale realizzazione fu molto importante, in quanto significava sinonimo di progresso per l'economia locale e poneva fine all'isolamento montano.[9]

Il Novecento e la seconda guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

Il generale nazista Albert Kesselring condusse le proprie truppe a Campo di Giove durante la guerra del Sangro, nella ritirata lungo la linea Gustav, avvenuta nel 1943. Campo di Giove non subì bombardamenti, ma svariati saccheggi e venne usata come campo di prigionia, insieme alla vicina Rocca Pia

Nel 1933 Campo di Giove subì alcuni danni a causa di un nuovo terremoto della Majella, di magnitudo inferiore a quello del 1706, ma pur sempre lesivo per borghi montani come Caramanico Terme, Palena e Gessopalena.

Quando nel paese entrò il governo fascista, si registrarono alcuni episodi di soprusi e violenza, anche se oggi poco rimane di tale periodo storico. Ancor peggiore fu la repressione nazista delle rivolte, durante la ritirata dell'esercito lungo la linea Gustav nel settembre-dicembre 1943. Campo di Giove fu quartier generale tedesco per la sua posizione strategica, e quindi non distrutta, come i nazisti facevano con i borghi circostanti, adottando la tattica della "terra bruciata". Infatti paesi come Montenerodomo, Gessopalena, Taranta Peligna e Lettopalena tra il '43 e il '44 furono letteralmente minati e fatti esplodere, mentre la popolazione veniva fatta sfollare nei campi di concentramento o, peggio ancora, nelle caverne di montagna. Il 10 ottobre dei camion tedeschi attraversano Campo di Giove, passando da Caramanico per raggiungere Sulmona; due giorni dopo dei partigiani antifascisti iniziarono a usare le grotte circostanti come rifugio, per sfuggire al rastrellamento tedesco.

Il 15 ottobre i partigiani tennero un'imboscata ai camion tedeschi; due giorni dopo, durante i rastrellamenti, l'intera popolazione di Campo di Giove fu minacciata di eccidio se non si fossero trovati i partigiani responsabili. Il 19 dei paracadutisti tedeschi occuparono ufficialmente il paese e il 21 vennero condotti rastrellamenti dei conniventi e di alcuni partigiani, che furono fucilati. Il podestà venne rinchiuso in carcere per essere giustiziato. Il 7 novembre il paese fu evacuato per le operazioni militari. Nel dicembre il paese assiste a continue operazioni militari per il controllo dell'altopiano, e nuovamente all'inizio del 1944, mezzi militari pesanti e aerei attraversano la zona.

Il 6 gennaio un aereo esegue un atterraggio di fortuna sul Piano del Cerreto. Nei mesi successivi a Campo di Giove non accade nulla, poiché il fronte si è spostato a Cassino. Dopo la fine delle battaglia, in giugno dalla Valle del Pescara salgono, attraverso Caramanico, le truppe tedesche in ritirata; l'8 giugno i paesani salgono sul promontorio di Coccia per esporre la bandiera bianca, segno di resa, poiché Campo di Giove è abbandonata dai tedeschi. Il 9 giugno gli sfollati possono rientrare nel paese, occupato dagli Alleati.

Epoca odierna[modifica | modifica wikitesto]

Durante il dopoguerra ci fu una lenta ripresa, anche se negli anni '60 il fenomeno dell'emigrazione iniziò a interessare seriamente il paese. Per far fronte a questo problema, Campo di Giove decise di sfruttare i punti di forza della montagna, come stava accadendo nei vicini comuni di Roccaraso e di Pescocostanzo, costruendo degli impianti di risalita sciistici presso la località Le Piane, incentrando l'economia prevalentemente sul turismo montano invernale. Agli inizi degli anni '90 viene attivata a Campo di Giove una seconda stazione ferroviaria, denominata stazione di Campo di Giove Majella, migliorando così i collegamenti per servire gli impianti di risalita sciistici.[10]

Attualmente è una rinomata stazione sciistica, iscritta nella lista dei comuni del Parco Nazionale della Majella.

Monumenti e luoghi d'interesse[modifica | modifica wikitesto]

Architetture religiose[modifica | modifica wikitesto]

Chiesa madre di Sant'Eustachio[modifica | modifica wikitesto]

Chiesa madre di Sant'Eustachio

Si tratta di una delle prime chiese del paese, nonché di quella principale (madre), poiché vi è custodita la statua di Sant'Eustachio, patrono di Campo di Giove. È sorta, secondo la tradizione, sui resti del tempio romano di Giove verso il XII secolo, secondo le prime documentazioni. La chiesa attuale risale alla ricostruzione post sisma del 1706, ed ha aspetto prevalentemente barocco. La facciata presenta un andamento a salienti, con portale centrale rettangolare sormontato da timpano spezzato, decorazione che si ripete nella finestra di sopra.

Ai lati del portale ci sono altri due accessi minori; decentrato rispetto alla facciata spicca il campanile medievale a pianta quadrata con una cuspide piramidale. L'interno è a tre navate, e rispecchia in parte l'impianto antico, avente il transetto e il coro rettangolari. La navata centrale è rimarcata da trabeazione in pietra con mensole; quelle laterali sono arricchite da altari realizzati tra il XVI-XVII secolo. Nel transetto è posto l'altare della Madonna del Rosario con una tela del 1578, raffigurante la Vergine che offre il Rosario a San Domenico e a Santa Caterina da Siena. All'ingresso si trova una piccola fonte battesimale in pietra del 1587, finemente intagliata. Il coro ligneo sarebbe dei maestri di Pescocostanzo, oppure di Paolo Balcone, che realizzò quello del complesso della Santissima Annunziata a Sulmona (1577). Antistante la chiesa vi è un giardino, di ridotte dimensioni, con un parco giochi per bambini.

Chiesa di San Rocco[modifica | modifica wikitesto]

Seconda chiesa del paese, è di aspetto più modesto rispetto a quello della chiesa madre; probabilmente fondata nel XVI secolo, dopo la pestilenza che colpì Campo di Giove, quando iniziò a diffondersi in Abruzzo il culto di San Rocco, protettore del morbo. Della chiesa originaria rimane poco, perché ricostruita daccapo dopo il terremoto della Majella del 1706. La facciata a coronamento orizzontale è inquadrata da cantonali in pietra da taglio e presenta nel mezzo un portale in pietra, con cornice modanata e timpano semicircolare, sormontato da una finestra rettangolare a coronamento orizzontale, inserito tra due finestre quadrangolari. Il campanile attuale è costituito da una semplice finestrella, posta in alto a sinistra della facciata principale, con la campana. L'interno è a navata unica, molto sobrio, con una statua lignea del santo del 1529, posta presso l'altare centrale.

Chiesa di San Matteo[modifica | modifica wikitesto]

Situata lungo la via omonima, nel moderno centro, è una cappella campestre del XVIII secolo, con facciata a coronamento orizzontale, che rispecchia lo stile classico delle chiese romaniche abruzzesi. Il portale, un tempo romanico, oggi è moderno. Il campanile è a vela ed è posto in alto a sinistra della facciata principale. L’interno, molto semplice, è a navata unica.

Ex Chiesa di San Paolo[modifica | modifica wikitesto]

La chiesa di San Paolo è stata sconsacrata, e si trova nella parte antica del paese, nei pressi del Palazzo Castello. Probabilmente è di stile medievale, anche se è stata modificata dopo il sisma del 1706. Il suo stile molto grezzo la fa quasi confondere con le case del borgo antico. Probabilmente fu usata come cappella privata dei castellani. Attualmente è collegata al centro polifunzionale di Casa Quaranta.

Eremo della Madonna di Coccia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Eremo della Madonna di Coccia.
Eremo della Madonna di Coccia

Una delle più antiche chiese del paese, si trova nella località Guado di Coccia, costruita presso una grotta, rifugio di pastori, viandanti ed eremiti. Probabilmente è medievale, ma il restauro attuale è datato 1748. Prima del 1706 la chiesa era molto più grande, come testimoniano i ruderi situati accanto alla piccola cappella; tale tempietto è composto da due ambienti: la chiesa cristiana e un piccolo dormitorio in basso, abitazione degli eremiti. La facciata a capanna è molto semplice, presentando un portale settecentesco rimontato con il materiale del precedente medievale, con la scritta "D.O.M. / AD ONOREM B.V. MARIA / MICHELE VELLA P. SUA / DIVOTIONE RESTAURAVIT / A.D. 1748".

Ex Convento di Sant'Antonino[modifica | modifica wikitesto]

Situato poco fuori dal centro abitato, nei pressi della Contrada Sant'Antonino e di una fonte della Majella, a 1500 m s.l.m., era un edificio religioso di modeste dimensioni. Venne costruito tra il 1264 ed il 1274, dopo che Papa Urbano IV ne approvò l'ordine di edificazione. Attualmente è presente allo stato di rudere.[11]

Architetture civili[modifica | modifica wikitesto]

Palazzo Castello[modifica | modifica wikitesto]

Veduta della parte alta ed antica del borgo: a destra il Palazzo Castello e a sinistra il Palazzo Ricciardi con in alto la torre colombaia

Si trova in Largo Castello, costruito nel XVI secolo sopra l'antico castello. L'ingresso principale è costituito da un portale in pietra con arco a tutto sesto, sovrastato da una nicchia che accoglie una figura antropomorfa, elemento originario, così come lo sono le finestre a coronamento orizzontale del primo piano. Inequivocabilmente cinquecentesca è la loggia situata all'ultimo piano, che si apre sulla piazza. Presenta 4 fornici con archi a tutto sesto e semplici capitelli cubici. Il castello si trova nella parte più alta del paese, che si eleva sopra una roccia, e conserva poco della pianta originaria, probabilmente ellittica, come dimostra lo spicchio meglio conservatosi, poiché il resto si fonde con le case del borgo antico. Da sinistra si collega al Palazzo Ricciardi, sede del municipio del paese. Fu abitato principalmente dalle famiglie Cantelmo e Caldora.

Palazzo Ricciardi[modifica | modifica wikitesto]

Situato in Piazza Regina Margherita, risale al XVIII secolo e fu costruito dalla famiglia Ricciardi di origine napoletana. Il palazzo presenta una massiccia struttura in pietra e una facciata suddivisa in tre livelli. Sul primo si articola una teoria di finestre di forma quadrata, nel cui centro è posto il portale in pietra a tutto sesto. Il secondo livello presenta una serie di finestre rettangolari a coronamento orizzontale; quella centrale è arricchita da un'imponente balconata sostenuta da mensole. Sull'ultimo livello vi è il piano di mezzo, in cui si succedono delle piccole aperture ellittiche. A sovrastare l'ingresso c'è una torre colombaia centrale a pianta quadrata. Attualmente ospita il municipio del paese.

Palazzo Nanni[modifica | modifica wikitesto]

Palazzo settecentesco, ha la facciata principale divisa in tre livelli con un portale in pietra a tutto sesto, a coronamento rettilineo preceduto da un doppio sedile, alle cui estremità sono poste le statue di due leoni. Il secondo e il terzo livello sono scanditi da finestre con timpano semicircolare. Restaurato nel Novecento, presenta all'interno una sala conferenze, una biblioteca e una sala per l'accoglienza turistica. Nella parte posteriore del palazzo vi è un ampio cortile, utilizzato occasionalmente per il mercato, con una piccola arena, utilizzata in estate per svolgere spettacoli musicali. Prende il nome dalla famiglia Nanni che l'abitò.

Palazzo delle Logge[modifica | modifica wikitesto]

Palazzo delle Logge

Situato sul lato sinistro della facciata principale di Palazzo Nanni, risale al XVI secolo ed è uno degli edifici storici del paese. Caratteristica di tale edificio sono le loggette situate sull'ultimo piano (l'intera struttura si sviluppa su due livelli), che conferiscono il nome allo stabile e risultano essere l'ultimo baluardo dell'originaria versione, completamente deturpata.

Casa Quaranta[modifica | modifica wikitesto]

Tipico esempio di casa rinascimentale abruzzese, si trova nella parte antica del borgo. Fu di proprietà della famiglia Quaranta. Conservatasi perfettamente, oggi ospita un centro polifunzionale insieme al Museo delle Tradizioni Locali. L'edificio si articola su tre livelli, presentando l'elemento architettonico del "vignale", ossia il pianerottolo con la scalinata da cui ci si affaccia all'ingresso. Sulla facciata che guarda su via Quaranta è collocato il piano terra; in corrispondenza del quale si apre una piccola finestra al piano superiore. Il prospetto settentrionale, occupato da una scala con parapetto in pietra che conduce al secondo piano, è arricchito da una finestra a tutto sesto del medesimo stile di quella collocata su via Quaranta. L'interno è completamente restaurato, avendo perso lo stile originario, tranne le mensole in pietra scolpita. Tra le opere conservate nel museo ci sono le sculture del noto scultore locale Liborio Pensa.

Casone Belprato[modifica | modifica wikitesto]

Edificio storico di origine contadina, realizzato con pietre della Majella, è situato nella parte antica del paese, nei pressi della Porta Belprato. Lo stabile prende il nome dalla famiglia Belprato che l'abitò dal 1482 al 1631, per un periodo di ben 149 anni. Presenta elementi architettonici risalenti ai secoli XV e XVI. Degno di nota è un mascherone in pietra scolpito in uno spigolo dell'edificio per allontanare gli spiriti maligni.[12][13]

Parco Nazionale della Majella[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Parco Nazionale della Majella, Passo San Leonardo e Riserva regionale Bosco di S. Antonio.

Nel territorio, incluso nel Parco Nazionale della Majella, si accede a diverse riserve naturali, come il bosco di Sant'Antonio, a confine con Pescocostanzo, al Guado di Coccia, dove vi sono gli eremi della Madonna di Coccia e di San Nicola, oppure ci si avvia verso Pacentro lungo il Passo San Leonardo e la piana di Fonte Romana. Nella località Le Piane, poco distante dal paese, si trova la stazione sciistica del comune.

Società[modifica | modifica wikitesto]

Evoluzione demografica[modifica | modifica wikitesto]

Abitanti censiti[14]


Economia[modifica | modifica wikitesto]

Turismo[modifica | modifica wikitesto]

Campo di Giove oggi è una meta turistica adatta per vacanze rilassanti. Nel mese di agosto vengono organizzate attività, feste e spettacoli a cura della Pro Loco. Seguendo il tracciato della linea ferroviaria sospesa Sulmona-Isernia è possibile raggiungere a sud gli Altipiani maggiori d'Abruzzo, mentre a nord e ad est è una porta d'accesso al massiccio della Majella e al relativo parco.

Il comune è dotato di impianti sciistici, composti da 1 seggiovia e da 4 sciovie, che salgono sino ai 2.360 m s.l.m., sui pendii della "Tavola Rotonda", risultando gli impianti più elevati degli Appennini.

Infrastrutture e trasporti[modifica | modifica wikitesto]

Accessibilità[modifica | modifica wikitesto]

In auto:

In treno:

Amministrazione[modifica | modifica wikitesto]

Periodo Primo cittadino Partito Carica Note
23 aprile 1995 12 giugno 1999 Liborio D'Amore Lista Civica di Centro-sinistra Sindaco [19]
13 giugno 1999 29 luglio 2001 Franco Di Paolo Lista Civica Sindaco [20][21]
30 luglio 2001 27 maggio 2002 Vittorio Di Iorio Lista Civica Vicesindaco [22]
28 maggio 2002 6 maggio 2012 Vittorio Di Iorio Lista Civica di Centro-destra (2002-2007)
Lista Civica (2007-2012)
Sindaco [23][24]
7 maggio 2012 in carica Giovanni Di Mascio Lista Civica Nuovi Orizzonti Sindaco [25][1]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Archivio storico delle Elezioni del Ministero dell'Interno, Risultato delle elezioni amministrative dell'11 giugno 2017, su elezionistorico.interno.it.
  2. ^ Dato Istat - Popolazione residente al 30 aprile 2017.
  3. ^ Mauro D'Amico, Campo di Giove - I 38 Paesi del Parco Nazionale della Majella, Multimedia Edizioni, Pescara, p. 96-102.
  4. ^ Mauro D'Amico, Campo di Giove - I 38 Paesi del Parco Nazionale della Majella, Multimedia Edizioni, Pescara, p. 96-102.
  5. ^ Mauro D'Amico, Campo di Giove - I 38 Paesi del Parco Nazionale della Majella, Multimedia Edizioni, Pescara, p. 96-102.
  6. ^ La battaglia dell'Aquila
  7. ^ Filiberto Campanile, L'armi, ouero insegne de' nobili, Napoli, 1610, p. 239.
  8. ^ Mauro D'Amico, Campo di Giove - I 38 Paesi del Parco Nazionale della Majella, Multimedia Edizioni, Pescara, p. 96-102.
  9. ^ Attilio Di Iorio, La ferrovia Sulmona-Isernia, numero monografico della rivista "I Treni" n. 284 (agosto 2006), p. 29.
  10. ^ "Notizia flash" sulla rivista "I Treni Oggi" n. 122 (gennaio 1992), p. 4.
  11. ^ Mauro D'Amico, Campo di Giove - I 38 Paesi del Parco Nazionale della Majella, Multimedia Edizioni, Pescara, p. 120.
  12. ^ Mauro D'Amico, Campo di Giove - I 38 Paesi del Parco Nazionale della Majella, Multimedia Edizioni, Pescara, p. 132-133.
  13. ^ Particolare del Casone Belprato di Campo di Giove
  14. ^ Statistiche I.Stat - ISTAT;  URL consultato in data 28-12-2012.
  15. ^ Mauro D'Amico, Campo di Giove - I 38 Paesi del Parco Nazionale della Majella, Multimedia Edizioni, Pescara, p. 20.
  16. ^ Giancarlo Scolari e David Campione, Cala il sipario sulla Sulmona-Castel di Sangro, in ferrovie.it, 11 dicembre 2011.
  17. ^ Sulmona-Carpinone: come si uccide una ferrovia - Stagniweb
  18. ^ Fondazione FS Italiane: il progetto "Binari senza tempo"
  19. ^ Archivio storico delle Elezioni del Ministero dell'Interno, Risultato delle elezioni amministrative del 23 aprile 1995, su elezionistorico.interno.it.
  20. ^ Archivio storico delle Elezioni del Ministero dell'Interno, Risultato delle elezioni amministrative del 13 giugno 1999, su elezionistorico.interno.it.
  21. ^ Gazzetta Ufficiale, Serie n. 54 del 5 marzo 2002, Decreto presidente della Repubblica 18 febbraio 2002, su gazzettaufficiale.biz.
  22. ^ Anagrafe degli Amministratori locali e regionali del Ministero dell'Interno, Scheda di Vittorio Di Iorio, su amministratori.interno.it.
  23. ^ Archivio storico delle Elezioni del Ministero dell'Interno, Risultato delle elezioni amministrative del 26 maggio 2002, su elezionistorico.interno.it.
  24. ^ Archivio storico delle Elezioni del Ministero dell'Interno, Risultato delle elezioni amministrative del 27 maggio 2007, su elezionistorico.interno.it.
  25. ^ Archivio storico delle Elezioni del Ministero dell'Interno, Risultato delle elezioni amministrative del 6 maggio 2002, su elezionistorico.interno.it.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Mauro D'Amico, Campo di Giove - I 38 Paesi del Parco Nazionale della Majella, Multimedia Edizioni, Pescara.
  • Mauro D'Amico, Il Parco Nazionale della Majella - Collana ai Parchi d'Abruzzo, Direzione Editoriale Prof. Avv. Mauro D'Amico, Art Director Anna Mosca, Multimedia Edizioni, Pescara.

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