Storia di Pescara

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Pescara.

Pescara
Popolo fondatore Vestini
Anno fondazione I secolo a.C.
Stati Touto sannitico, fino al 88 a.C. (vestini)
Repubblica romana, fino al 27 a. C. (romani)
Impero romano, fino al 395 (romani)
Impero romano d'Occidente, fino al 476 (romani)
Regno di Odoacre, fino al 493 (eruli e altri)
Regno ostrogoto, fino al 538 (ostrogoti)
Impero romano d'Oriente, fino al 650 circa (romei)
Ducato di Benevento, fino al 801 (formalmente vassallo del Regno longobardo ma di fatto indipendente)
Ducato di Spoleto, fino al 1140 (franchi)
Regno di Sicilia, fino al 1197 (regno indipendente - sovrani della dinastia Altavilla)
Regno di Sicilia, fino al 1266 (regno indipendente - sovrani della dinastia sveva)
Regno di Sicilia, fino al 1302 (regno indipendente - sovrani della dinastia angioina)
Regno di Napoli, fino al 1442 (regno indipendente - sovrani della dinastia angioina, famiglia Angiò-Durazzo)
Regno di Napoli, fino al 1501 (regno indipendente - sovrani della dinastia aragonese)
Regno di Napoli, fino al 1647 (vicereame spagnolo)
Repubblica napoletana, fino al 1648
Regno di Napoli, fino al 1713 (vicereame spagnolo; "de iure" 1713, "de facto" 1707)
Regno di Napoli, fino al 1734 (vicereame austriaco)
Regno di Napoli, fino al 1799 (regno indipendente - sovrani della dinastia dei Borbone dellle Due Sicilie)
Repubblica Napolitana, 1799
Regno di Napoli, fino al 1806 (regno indipendente - sovrani della dinastia dei Borbone delle Due Sicilie)
Regno di Napoli, fino al 1815 (formalmente indipendente ma di fatto vassallo dell'Impero francese)
Regno di Napoli, fino al 1816 (regno indipendente - sovrani della dinastia dei Borbone delle Due Sicilie)
Regno delle Due Sicilie, fino al 1861 (regno indipendente - sovrani della dinastia dei Borbone delle Due Sicilie)
Regno d'Italia, fino al 1946 (regno indipendente - sovrani della dinastia dei Savoia)
Repubblica Italiana, presente

La storia di Pescara è poco conosciuta e alcuni momenti del passato sono ancora avvolti nell'oscurità. Non di meno, le origini della città sono antiche e legate alla posizione geograficamente favorevole come raccordo delle vie di comunicazione tra l'antica Roma e l'area dell'Adriatico[1].

Esisteva infatti un villaggio marino lungo la foce del fiume Aterno già dal I secolo a.C, chiamato Ostia Aterni[2]. Nei secoli successivi l'importanza della posizione strategica di Pescara, porta della grande valle che divide l'Abruzzo, connoterà costantemente lo sviluppo della sua vita economica e sociale, in un primo momento limitata alla funzione di baluardo di difesa militare dei regni meridionali[3] e poi, dalla seconda metà del XIX secolo, caratterizzata da una fruttuosa attitudine ai traffici commerciali e al turismo balneare.

Il borgo storico di Pescara (la zona nota come Pescara Vecchia) sorge sui resti dell'antica Ostia Aterni, e fino all'unità d'Italia sarà rinchiuso all'interno della fortezza spagnola voluta da Carlo V nel XVI secolo a protezione dei confini settentrionali del Regno di Napoli. Agli inizi del XIX secolo, durante la breve parentesi napoleonica del Regno, Pescara fu divisa in due comuni distinti e inscritti in diverse province; l'artificiosa creazione del nuovo comune di Castellammare Adriatico, a nord della foce del fiume, generò rivalità fra le due località già minacciate da colera, tifo e altre malattie per le aree paludose e malariche circostanti, e per la mancanza di infrastrutture essenziali come fognature e acquedotti.

Grazie all'interessamento di Gabriele D'Annunzio, Giacomo Acerbo e Benito Mussolini, nel 1927 fu ricostituito il comune di Pescara con la riunificazione dei due centri, diventando inoltre capoluogo della neoistituita omonima provincia. Dopo i bombardamenti del 1943, che distrussero gran parte del centro abitato con una stima di almeno 3000 caduti, Pescara seppe rialzarsi dalla catastrofe, rinascendo come nuovo centro moderno della regione e godendo di un notevole sviluppo economico, industriale e turistico per la felice posizione geografica di cerniera fra nord e sud, formando una vasta area metropolitana[4][5] che in pochi anni diventerà il baricentro della regione abruzzese e dell'area del medio adriatico[6][7].

Preistoria e protostoria[modifica | modifica wikitesto]

Le origini[modifica | modifica wikitesto]

Si ritiene che il primo insediamento umano avvenne sulla sommità del colle del Telegrafo (chiamato così per la presenza dell'antico sistema di comunicazione), alto circa 140 metri e situato a circa un chilometro dalla costa a nord del fiume, su una terrazza naturale dalla quale si dominano le vallate dei fiumi Pescara e Saline. Dopo un mese di scavi effettuati nell'estate del 2005, sono emersi reperti risalenti al IV millennio a.C.. I lavori, condotti sul pianoro del colle dalla Soprintendenza per i beni archeologici dell'Abruzzo, hanno dedotto che i vari rinvenimenti siano riferibili a un insediamento popolato nella protostoria (secondo periodo preistorico compreso tra l'età del bronzo e quella del ferro) ma anche in età romana[8] e ancora presente nelle fonti storiche sino all'anno 1000[9].

Risalirebbero invece alla prima metà del V millennio i resti di un villaggio di agricoltori ritrovato a Colle della Corona, nella zona collinare a sud del fiume Pescara nei pressi del quartiere Fontanelle[10][11][12].

Epoca antica[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Aternum.

Periodo italico[modifica | modifica wikitesto]

I primi abitanti del villaggio sulle rive del fiume probabilmente erano di origine pelasgica; vennero attraverso il mare Adriatico dalle coste dalmate e fondarono un primo empòrion, ma furono i Vestini[13] i primi italici a comprendere l'importanza strategica della posizione dell'agglomerato: sono state rinvenute tracce di attività portuale già dal V secolo a.C., riferibili agli scambi dell'abitato del colle del Telegrafo, che sopravvivrà fino alla piena età medievale[8], mentre è dal I secolo a.C[2]. che si insediarono stabilmente nell'area di Pescara Vecchia[14], dove allestirono un efficiente porto[15], utilizzato anche dai Marrucini e dai Peligni[16][17]. Il villaggio ai tempi dei primi contatti con i Romani veniva chiamato Vicus Aterni e successivamente, prendendo il nome dell'omonimo fiume, Aternum; in epoca imperiale si usava indicare Pescara anche con il nome di Ostia Aterni (così riportata sulla Tabula Peutingeriana), proprio per via del ruolo di centro nevralgico delle vie di comunicazione. Infatti, con il nome Ostia Aterni si indicava la foce di un fiume e, nella fattispecie, "foce del fiume Aterno" poiché sia la città che il fiume erano e sono tuttora una porta verso l'interno e Roma.

Conquista romana[modifica | modifica wikitesto]

I Vestini, insieme ai Marsi, ai Marrucini e ai Peligni, presero parte a una confederazione contro cui i Romani entrarono in conflitto durante la Seconda guerra sannitica, nel 325 a.C.[18]. Nel 304 a.C., dopo la grave disfatta subita dagli Equi per opera dei Romani guidati dai consoli Publio Sempronio Sofo e Publio Sulpicio Saverrione, gli italici vicini dei Vestini, i Marsi, Peligni, Marrucini e Frentani, inviarono ambasciatori a Roma per chiedere un'alleanza, che fu loro concessa attraverso un trattato[19][20]. Con i Vestini invece l'accordo di foedus fu siglato soltanto due anni dopo, nel 302 a.C.[21], a riprova della loro peculiare ostilità nei confronti di Roma[22].

Dopo più di due secoli di alleanza fra i Vestini e Roma, la cittadina finì sotto il diretto controllo romano, insieme a tutti i territori d'Abruzzo e del Molise, nell'88 a.C. in seguito alla Guerra sociale: agli inizi del I secolo a.C., i Vestini presero parte alla vasta coalizione di popoli italici che scatenò la guerra per ottenere la concessione della cittadinanza romana più volte negata (91-88 a.C.)[23]. L'esercito italico, ripartito in due tronconi - uno sabellico guidato dal marso Quinto Poppedio Silone, l'altro sannitico affidato a Gaio Papio Mutilo[24] - contava contingenti di numerosi popoli; quello vestino era guidato da Gaio Pontidio[25].

Poppedio Silone, alla testa di Marsi e Vestini, tese un'imboscata vincente nella quale cadde il romano Quinto Servilio Cepione (90 a.C.)[26], ma infine i Vestini vennero battuti separatamente da Gneo Pompeo Strabone, nel quadro della generale vittoria di Roma sui socii ribelli, culminata con la presa di Ascoli da parte di Pompeo[27].

La città romana[modifica | modifica wikitesto]

Ricostruzione artistica di Restituto Ciglia di Ostia Aterni
Ricostruzione del centro abitato in epoca imperiale

Dopo la Guerra sociale la Lex Iulia de civitate, che concedeva la cittadinanza romana a tutti gli italici rimasti fedeli a Roma, fu progressivamente estesa anche ai popoli ribelli, tra i quali i Vestini. I loro territori furono intensamente colonizzati, soprattutto nell'epoca di Silla, e a partire da allora la romanizzazione della regione, e di conseguenza anche di Aternum, si avviò rapidamente a compimento come attesta la rapida scomparsa delle lingue dei popoli italici dalle fonti scritte, sostituite dal latino[28]. In epoca augustea Ostia Aterni farà parte della regio IV Samnium, una delle regioni italiane dell'epoca, e i Vestini saranno inseriti nella tribù Quirina. Con la dominazione romana il piccolo villaggio si andò strutturando in una vera e propria cittadina[29], raggiungendo nel II secolo il suo massimo sviluppo[30]; furono edificati in quel periodo importanti edifici pubblici e privati, alimentati dal discreto movimento commerciale del porto, e vennero innalzati diversi templi, tra cui quello dedicato a Giove aternio, mentre nella zona del campo Rampigna è stata accertata la presenza di un'estesa necropoli, frequentata fino a tutta la tarda antichità. Alcune evidenze archeologiche[31], nella fattispecie il ritrovamento nel XVIII secolo su un muro nella zona Rampigna e in un cortile di Villa De Riseis di frammenti di un'epigrafe, conservati nella biblioteca provinciale di Chieti, testimoniano poi l'esistenza in città del culto della dea Iside[32]. Altri frammenti di un bassorilievo raffigurante la dea egizia sono emersi nei pressi del porto canale, sulla sponda nord[33]. Risale allla prima età imperiale la costruzione del ponte sul fiume, localizzato fra il vecchio ponte ferroviario e il ponte D'Annunzio, che subì un profondo restauro nel II secolo[34]. Più tarda la costruzione dell'edificio di culto che in età medievale sarà intolato a Santa Gerusalemme: innalzato nei primi decenni del IV secolo, si presume che l'edificio a pianta centrale fosse un tempio o un'ara dedicato alla divinità Vittoria, particolarmente venerata in età imperiale e tetrarchica, grazie alla presenza nel muro posteriore di un'epigrafe, andata perduta nel XIX secolo, nella quale era ancora chiaramente leggibile: «(vic)TORIAE AUGUSTAE SACRUM». Lo schema a otto nicchie lo rendeva pressoché identico per dimensioni, tipologia e tecniche costruttive al coevo mausoleo di Elena di Roma[35]. Questa nuova costruzione si inserì in un quadro di generale rinnovamento dellle infrastrutture della città, come il ponte e il porto, sia per porre rimedio alla scarsa manutenzione del secolo precedente[36], sia per l'importanza che l'insediamento si trovò ad assumere all'inizio del IV secolo, quando l'imperatore Diocleziano scelse di costruire il suo palazzo a Salona, nella zona che in seguito diventerà la città di Spalato[1].

Nonostante la discreta rilevanza dell'insediamento, Aternum non raggiunse mai lo status di Municipium, difatti non sono stati rinvenuti resti archeologici tipici dei centri romani maggiori come anfiteatri, terme e teatri.

Le invasioni barbariche[modifica | modifica wikitesto]

Con la caduta dell'Impero romano d'Occidente, anche la storia di Aternum diventa oscura. Fu duramente provata dalle Invasioni barbariche, dalla sanguinosa Guerra gotica e infine dall'Invasione longobarda: nel 538 la città, presidiata dagli Ostrogoti comandati da un certo Tremone, fu attaccata dal magister militum romeo Iohannes[37] su ordine dello strategos autokrator Belisario che, dopo aspri combattimenti, occupò l’oppidum[38], poco tempo dopo il primo assedio di Roma durante il tentativo di restaurazione dell'impero dell'imperatore Giustiniano I. I Bizantini, acquartieratisi a Crecchio e Ortona potenziarono le difese e le infrastrutture portuali abruzzesi, incluse quelle di Aternum, che venne cinta da mura spesse 3,03 metri, o 10 piedi romani, circondando ciò che restava dell'abitato nella zona compresa fra via Conte di Ruvo, piazza Unione, la golena sud e via Orazio[39]. Probabilmente risalirebbe a quest’epoca anche la realizzazione del Castellum ad mare i cui resti sono stati rinvenuti sul colle del Telegrafo, luogo peraltro abitato già dal tremila avanti Cristo. Questo castello svolse un ruolo importante, sia a presidio del villaggio ivi presente, sia quale punto di avvistamento e di difesa del sottostante porto di Aternum[40]. Il dominio dei Romani d'oriente in Italia si rivelò però effimero, con l'inizio dell'Invasione longobarda già nell'anno 568.

I Longobardi giunsero in Abruzzo fra il 580 e il 591[41][42], e furono Aternum, Ortona e Histonium i centri che resistettero più a lungo agli invasori: i Bizantini avevano infatti predisposto un articolato sistema di difesa, con presidi sulla costa ubicati presso le foci dei fiumi o nelle insenature naturali; questi avevano, inoltre, occupato antiche ville rurali (villae) e stationes (villaggi sorti presso le stazioni cambio dei cavalli, che erano diventati degli snodi commerciali) facendone dei campi trincerati. In questo sistema avevano un ruolo importante anche i centri urbani di Kastron Terentinon (Castrum Truentinum) alla foce del Tronto, Kastron Nobon (Castrum Novum) nella Valle del Tordino, Aternum nella Val Pescara, Anxanum e Kastron Beneren (Vicus Veneris) nella Val di Sangro e Kastron Reunia, nella valle del Trigno, presso la periferia meridionale di Histonium[43]. Lo scopo di questi insediamenti fortificati era quello presidiare e difendere sia le principali foci dei fiumi che le relative vallate, concentrandosi in particolare nella difesa delle vie Tiburtina Valeria, litoranea e Municia (coincidente con la SS17, nel tratto Corfinio-Bojano)[44]. Di conseguenza, disponendo nel meridione italiano solo di un limitato esercito, anche i Longobardi si adattarono a una guerra di posizione: per tenersi lontani dalle enclavi bizantine, nonché dai vari presidi fortificati costieri, avevano scelto la via di penetrazione pedemontana, e si andarono stanziando oltre che nelle città anche in quegli abitati, castra, vici, pagi e ville rustiche che erano sopravvissuti alle distruttive guerre con gli ostrogoti. I Longobardi inoltre, spesso rioccupavano dei centri abitati abbandonati operando uno spoglio delle rovine romane per riadattarli alle loro esigenze, e li abitavano di nuovo. In un primo momento i Bizantini riuscirono a fermare i Longobardi lungo il confine naturale costituito dal fiume Tronto, potendo contare sul campo fortificato di Castrum Truentinum e su altri centri fortificati posti nell’interno, come Castrum Aprutentium (l'odierna Teramo, un tempo Municipium noto come Interamnia Praetuttiorum, ma a quell'epoca ridotto a semplice castrum)[45], Campli e Ancarano. I Longobardi fronteggiavano il nemico, e si erano insediati a Castel Trosino, Sant'Egidio alla Vibrata e Civitella del Tronto, occupando inoltre Leofara e Valle Castellana. I tentativi di occupazione avvenivano simultaneamente da nord dal Ducato di Spoleto, guidati dal condottiero Faroaldo I, e da sud dal Ducato di Benevento, agli ordini di Zottone, spingendo i Bizantini ad articolare una linea di difesa anche nella Marsica presso il lago del Fucino.

Ostia Aterni nella Tabula Peutingeriana

Il sistema difensivo bizantino entrò in crisi già dal 580, con la caduta di Castrum Truentinum, seguita poco dopo anche da Castrum Novum. I Bizantini, costretti ad arretrare, costituirono un'altra linea difensiva attestata su Pinna, Lauretum (di recente fondazione, nell'odierna frazione Colle Fiorano di Loreto Aprutino), Cappelle sul Tavo, Angulum e Statio ad Salinas (localizzata nel quartiere Villa Carmine di Montesilvano). Il caposaldo difensivo meridionale era Castrum Kephalia (l’odierna Cepagatti, ove fortificarono una grande villa rustica). Sempre a sud, i Bizantini mantennero fino al 595 d.C. i loro presidi presso la Marsica, Ortona e Crecchio[46].

Con la caduta di Venafrum e delle aree interne del Molise nel 595, i Longobardi ebbero la meglio sulla linea difensiva della via Tiburtina Valeria dilagando negli altopiani abruzzesi[47], e presto vennero meno le regioni della Marsica e della Conca aquilana, con le città di Amiternum, Aufinum, Aveia, Alba Fucens, Peltuinum, Marruvium, Carsioli e Castrum Caelene, devastate dai metodi di conquista brutali e immediati[48][49][50]. Nel mentre anche i Longobardi provenienti dal Ducato di Spoleto consolidarono le loro conquiste nei territori a nord di Aternum: Hadria, Angulum e Lauretum. La conquista longobarda fu portata a termine con una progressiva penetrazione, prima nel teramano a opera dei germani del Ducato di Spoleto, e successivamente nell’aquilano e nel chietino[51], grazie all'avanzata dei Longobardi di Benevento, che aggirarono le difese bizantine della Conca peligna lungo la Tiburtina e penetrarono da Pacentro attraverso Guado San Leonardo, conquistando Caramanico Terme, Roccamorice, Bolognano, Musellaro di Bolognano, San Valentino in Abruzzo Citeriore e tutta la valle dell’Orta, per ricongiungersi infine nella Val Pescara presso Pagus Fabianus con i Longobardi di Spoleto, provenienti dalla via Claudia Nova. I barbari si attestarono anche nell’interno del chietino e nella vallata della Majella orientale, dove ne riscontrano ancora molti toponimi[52]. Tracce dell’insediamento longobardo sono state inoltre rilevate a Caramanico, Bolognano, Musellaro, Roccamorice, San Valentino, Manoppello, Serramonacesca, Tocco da Casauria, Scafa, Pescosansonesco, Rosciano (Piano della Fara), Civitaquana (colle Scurcola), Alanno (colle della Sala) e Spoltore. Gli eserciti longobardi si attestarono dunque sul versante orientale della Majella, fonteggiando i Bizantini di Anxanum, Crecchio, Canosa Sannita, Vacri, Bucchianico e Teate. Sul versante settentrionale della montagna, gli invasori consolidarono le loro posizioni su entrambe le rive del fiume Pescara. Il processo di occupazione del territorio fu però lento, dilatandosi per decenni, e la costa teatina, Aternum compresa, restò ancora per diverso tempo sotto il controllo bizantino[43]. Nei centri conquistati dai germani si avviò un progressivo stravolgimento dell'assetto antico, come per esempio l'abbandono e la rovina di tutte le infrastrutture cittadine ancora superstiti e l'inserimento di sepolture in settori abbandonati del tessuto urbano, sia nelle aree interne come ad Amiternum e Marruvium, che nell'Abruzzo adriatico, come a Castrum Truentinum, Castrum Novum, Pinna, Interamnia e Teate[45].

Restarono ai romani d'oriente i presidi lungo la costa: Aternum, Ortona, Vicus Veneris e Histonium, che continuarono a resistere fino alla metà del VII secolo conservando generalmente un assetto ancora in qualche modo ispirato a quello antico, pur in presenza di consistenti fenomeni di ristrutturazione[53]. Aternum cadde, infine, negli ultimi anni del VI secolo[54], ma l'insediamento resterà conteso fra i Bizantini dell'esarcato di Ravenna e i Longobardi fino alla metà del VII secolo[55][56]. L’occupazione della costa teatina si concluse definitivamente solo in seguito alla fallita impresa bellica del 663 dell’imperatore Costante II[57] il quale, dopo essere sbarcato in Italia e aver espugnato Barium, decise di attaccare il Ducato di Benevento (che era rimasto sguarnito in quanto il duca Grimoaldo, divenuto re dei Longobardi, si era recato a Ticinum con il suo esercito per prendere possesso del regno e per difenderlo da una contestuale invasione franca da nord, facendo duca di Benevento suo figlio Romualdo). Grimoaldo, respinti i Franchi, accorse dal nord con il suo esercito di 30.000 uomini con cui sconfisse i Romani e impedì all’imperatore Costante II la sicura conquista di tutto il ducato. Questa circostanza fece sì che al ritorno della vittoriosa spedizione contro l’imperatore, il re longobardo espugnasse quasi senza combattere le varie enclavi bizantine lungo la costa teatina. I Longobardi procedettero quindi a una rioccupazione sistematica di quelli che erano stati i capisaldi della presenza bizantina sul territorio, e divisero la regione abruzzese in sette gastaldati: Marsica, Valva, Amiternum, Forcona, Aprutium, Pinna e Histonium.

Il dominio dei barbari fu molto duro, animato da spirito di conquista e saccheggio, come testimoniato da tracce archeologiche di un grande incendio in città in seguito alla sua caduta[58] e come narrato nella Passio (cioè la leggenda del martirio) di san Cetteo: Aternum fu affidata al governo di due soldati longobardi, Alais (o Alagiso) e Umblo (o Umblone), che la vessarono con soprusi e omicidi; a loro, infatti, è attribuito l'assassinio di Cetteo, patrono di Pescara e vescovo dell'allora cittadina: accusato dai Longobardi, di fede ariana, di essere complice di un complotto dei Bizantini niceni volto alla riconquista di Aterno, egli fu fatto precipitare dal ponte marmoreo con una pietra legata al collo (13 giugno 597)[59][60][61]. Si hanno scarsissime notizie dei secoli successivi in cui l'insediamento, notevolmente spopolato e con tutte le infrastrutture urbane in rovina, visse un periodo di grande decadenza come la maggior parte delle città della regione e come suggerito da alcune evidenze archeologiche che hanno dimostrato un ritorno a capanne e case in legno e argilla cruda[62], e l'abbandono di ampie porzioni del centro abitato[63].

Storia medievale[modifica | modifica wikitesto]

Via delle Caserme, nel centro storico. A sinistra le ex caserme di fanteria della fortezza, sede del Museo delle genti d'Abruzzo

Il nuovo nome[modifica | modifica wikitesto]

Passato nel territorio del Ducato di Spoleto nell'anno 801, in seguito alle invasioni franche del territorio chietino[64], intorno all'anno 1000 il fiume Aternum viene chiamato Piscarius e il borgo fluviale riemerge dall'oblio, con i primi rinvenimenti di nuove costruzioni in muratura[65]: come già avvenuto in passato, la cittadina seguì la nomenclatura del fiume e a sua volta cambiò nome diventando Piscaria (toponimo di probabili origini antiche[66]), risultando tra le pertinenze dell'abbazia di Montecassino. Questo toponimo sostituì il vecchio nome gradualmente prima tra i locali e poi anche negli atti ufficiali e designava un sito particolare: un luogo adatto alla pesca e comunque ricco di pesci, un mercato del pesce o il luogo di esazione dei diritti di pesca. Secondo un'altra teoria il nome del fiume Pescara, che sorge dal cuore delle montagne in corrispondenza delle Gole di Popoli e che da il nome all'insediamento, trarrebbe la sua denominazione dall'antico termine osco-umbro pesco, presente in molti toponimi in regione (Pescocostanzo, Pescosansonesco, Pescasseroli...) il cui significato è quello di roccia o altura. A ogni modo il nome Piscaria è attestato in epoca tardoantica, come già testimoniato da Paolo Diacono, che si riferisce come tale al basso corso del fiume Aterno[67]. Il nome Piscaria, con cui probabilmente a livello popolare la città era nota da tempo prese lentamente piede, finché nel XIII secolo il nome Aternum comparirà solo in documenti cancellereschi, per poi perdersi del tutto[68].

Le prime attestazioni storiche di Piscaria[modifica | modifica wikitesto]

L'insediamento, pur distrutto e ricostruito più volte, rivestì sempre grande rilievo per la sua posizione strategica e per le sue robuste difese militari bizantine risalenti alla guerra greco-gotica. Nel 1059 la pieve dei santi Legonziano e Domiziano, insieme con una porzione della città di Aterno con il suo porto, risultano possedimenti della diocesi di Chieti, che come si legge in una bolla di conferma dei privilegi vescovili inviata dal papa Niccolò II al nuovo vescovo chietino Attone[69], confermava il diritto a una porzione dei proventi del porto, diritto già donato alla diocesi teatina nel 1045 dal conte normanno Roberto I di Loritello. Nel 1090 vi risiede (e vi morirà il 18 di Agosto) il conte normanno Drogone (detto Tasso, Tassio, Tassone o Tascione), fratello di Roberto I, con il quale dopo il 1060 aveva iniziato la conquista normanna dell'Abruzzo adriatico[70]: ciò farebbe pensare che la città fosse sede della contea insieme con Loreto Aprutino. Alla fine del secolo, i Normanni si espansero dall'area adriatica dell'Apulia verso nord, fino a conquistare vasti territori abruzzesi allora appartenenti alla Marca fermana, una suddivisione del Ducato di Spoleto (ormai in orbita pontificia). Nel 1081 papa Gregorio VII e il condottiero normanno Roberto il Guiscardo sancirono tramite l'Accordo di Ceprano la fissazione del nuovo confine fra la Marca fermana e il neocostituito Ducato di Puglia sul fiume Tronto, anche se ai Normanni occorreranno altri 60 anni per portare a compimento la conquista della regione ai danni dei Longobardi (l'Abruzzo infatti, pur essendo stato conquistato dai franchi carolingi nel 774 e inserito nella marca fermana intorno all'anno 1000, non venne colonizzato da quest'ultimi, ma conservava invece per lo più intatta la struttura gerarchica e sociale longobarda, che semplicemente si sottomise ai nuovi padroni del territorio). Tale confine sarà destinato ad avere una lunga vita, perdurando da quasi 1000 anni e separando le Marche dall'Abruzzo. Nel 1095 Roberto I di Loritello, divenuto comes comitorum (conte dei conti) dei normanni, concede al vescovo teatino Rainolfo una serie di possedimenti che lui stesso gli aveva sottratto e, nel documento, Piscaria appare ricca di chiese[71]: quella del san Salvatore, la già citata pieve dei santi Legonziano e Domiziano (ubicata ai piedi della città e presso la porta che si affaccia sul mare, nella zona corrispondente a piazza Unione), e le altre chiese di san Tommaso Apostolo (da cui la pieve precedente dipendeva), san Nicola e santa Gerusalemme, i cui basamenti sono stati rinvenuti nel 1990 di fronte la cattedrale di san Cetteo.

La conquista normanna[modifica | modifica wikitesto]

Nell'anno 1140, dopo diversi decenni di penetrazione e consolidamento della presenza normanna in regione, Pescara fu definitivamente conquistata insieme al resto dell'Abruzzo dal re normanno Ruggero II, venendo annessa al nascente Regno di Sicilia, e ne seguirà le sorti per i successivi 700 anni. Fu Ruggero stesso a far eseguire diverse opere in città, tra le quali la ricostruzione delle mura bizantine, ormai in più punti trasformate in abitazioni[72] e il restauro e potenziamento del porto, e a ricordo di questi lavori fu posta una lapide ancora leggibile nel XVI secolo e andata poi perduta, “ROGERIUS DEI GRATA REX FECIT"[73]. A testimonianza della bontà di tali lavori, una flotta bizantina nel 1155 fece tappa ad Aternum; essa recava messi dell’imperatore Manuele I Comneno per trattare un'alleanza con il conte Roberto III di Loritello, che si era ribellato al re Guglielmo I di Sicilia. Gli anni successivi furono però caratterizzati dal progressivo approfondirsi della crisi dell'insediamento e dalle molteplici devastazioni causate sia dalle frequenti inondazioni del fiume (la cui falda acquifera, innalzandosi, provocò l'impaludamento di gran parte dell'abitato e l'esplosione della malaria, nonché l'insabbiamento definitivo delle strutture portuali antiche, spostando la foce del fiume di una decina di metri a nord rispetto alla foce di età antica[74]) che da attacchi da parte di eserciti dei signorotti locali o delle grandi potenze del tempo, come accadde nel 1209 durante la campagna in Italia dell'imperatore Ottone IV, nel suo tentativo di sottomettere il Regno di Sicilia al Sacro romano impero. Furono anni molto difficili, caratterizzati da rovine, distruzioni e scorrerie, nel quale le infelici sorti della cittadina furono dettate dal continuo succedersi di nuovi padroni del territorio. Nel frattempo nel 1273 il re Carlo I d'Angiò decise di dividere il giustizierato d'Abruzzo, ritenuto troppo esteso per essere ben governato, nelle due regioni di Aprutium citra flumen Piscariae e Aprutium ultra flumen Piscariae, con Piscaria ricadente nella prima; molte delle città sveve, come l'antica capitale del giustizierato Sulmona, persero il loro ruolo centrale nel regno in favore di città minori o antichi capoluoghi decaduti come L'Aquila e Chieti, che restarono in quel periodo gli unici centri abitati dotati di peso politico o attività finanziarie, economiche e culturali. Nel periodo successivo alla seconda metà del XIII secolo la città andrà incontro a un progressivo spopolamento, testimoniato dall'abbandono e la rovina della maggior parte dei centri di culto[75]. La difficile situazione della cittadina è testimoniata anche dall'esenzione totale da ogni imposizione fiscale che la regina Giovanna I fu costretta a concedere, fra gli altri motivi, «propter aeris epithimiam» (per l'aria malarica), agli ultimi abitanti della città nel 1342, nel 1349 (nel periodo di maggior intensità della peste nera)[76] e ancora nel 1384 il suo successore Carlo III di Napoli[77]. Fra i numerosi signori che si avvicendarono a Pescara in questo periodo, vi furono Rainaldo Orsini, Luigi di Savoia e Francesco del Borgo, detto Cecco del Cozzo, vicario di Ladislao I di Napoli, che nel 1409 fece ricostruire il castello e la torre di origini romane[78] a guardia del ponte, ricordato come uomo saggio e virtuoso[79].

Storia moderna[modifica | modifica wikitesto]

Stemma della casata D'Avalos-D'Aquino, a lungo marchesi di Pescara.

I D'Avalos-D'Aquino[modifica | modifica wikitesto]

Il XV secolo è caratterizzato dal dominio del territorio dei D'Avalos-D'Aquino che terranno quello che poi divenne il marchesato di Pescara per diversi decenni, pur se con diverse interruzioni.

Fernando Francesco d'Avalos

Nel 1435 e nel 1439 la città, schieratasi in orbita aragonese, fu conquistata dal capitano di ventura napoletano Giacomo Caldora durante la guerra di successione fra Alfonso V d'Aragona e Renato d'Angiò, scoppiata in seguito alla morte senza eredi della regina Giovanna II di Napoli e che diede l'avvio alla dinastia Aragonese di Napoli. Alfonso V la riconquisterà poi nel 1442 al termine del conflitto[7], istituendo in quel territorio l'Universitas (ente comunale del Regno di Napoli) di Pescara nel 1443[80]. Subì in seguito gli attacchi e le razzie dei Veneziani, che dopo aver distrutto l'antico porto di Atri la assaltarono una prima volta nel 1447 e successivamente nel 1482, quando 800 stradioti della cavalleria leggera espugnarono il castello durante gli eventi della Guerra di Ferrara[81]. Nel 1453, dopo essere stata per molti anni feudo esclusivo dei d'Aquino, fu infeudata a Innico I d'Avalos in virtù del suo matrimonio con Antonella d'Aquino. Non disponendo il territorio pescarese delle allodialità necessarie per la battitura della moneta, i due coniugi coniarono monete in oro, argento e rame a Rocca San Giovanni, col titolo di marchesi di Pescara. La crescente importanza del porto di Pescara a dispetto di quello di San Vito chietino, celebre viatico della fiera di Lanciano, dirottò gli interessi della corte a Pescara, consentendo ai Lercaro e agli Spinola di estrarre olio dal porto pescarese[82]. Nel 1503, in seguito agli eventi della Guerra d'Italia del 1499-1504, gli Spagnoli conquistarono il Regno di Napoli, ponendovi a capo dei viceré di loro fiducia e occupando tutti i posti di comando; sempre in quel periodo, nel 1509, Vittoria Colonna acquisisce il titolo di marchesa di Pescara, sposando Fernando Francesco d'Avalos, che nel 1525, alla guida di 1500 archibugieri italo-spagnoli, sarà uno dei protagonisti della vittoriosa Battaglia di Pavia combattuta contro i Francesi guidati dal re Francesco I di Francia in persona, imprigionato in seguito agli scontri.

Nel 1528, nel contesto della Guerra della Lega di Cognac, Pescara fu espugnata da Odet de Foix, visconte di Lautrec e maresciallo di Francia durante la sua avanzata verso Napoli voluta da Francesco I: gli stati italiani infatti, nel timore di un'eccessiva egemonia asburgica in seguito alla catastrofica sconfitta dei francesi a Pavia, si avvicinano al re Francesco I che, ottenuta la libertà dopo la cattività di Madrid, dichiarò nulla la pace stipulata con Carlo V. Nel 1526 il papa Clemente VII della famiglia de Medici, anch'egli allarmato per la grande ascesa della potenza di Carlo V, si fa dunque promotore della Lega di Cognac, assieme a Francesco I di Francia, la Repubblica di Venezia, la Repubblica di Firenze e altri stati italiani minori. Per la presenza del papa tra gli accordati fu chiamata anche "Seconda lega santa".

La lega venne stipulata il 22 maggio 1526 e fu completata l'anno successivo da Enrico VIII d'Inghilterra, che si impegnò alla neutralità.

Questa coalizione vedeva come maggiori interessati il doge di Venezia e il papa, che sollecitavano spesso il re di Francia a inviare rinforzi bellici. Una volta conquistata Pescara, Odet de Foix cinse d'assedio Napoli nell'estate del 1528, ma vi trovò la morte a causa di un'epidemia di peste da lui stesso provocata[83].

Con il prolungarsi del conflitto le comuni difficoltà finanziarie dei contendenti e il minaccioso incalzare degli Ottomani, giunti vittoriosi fino in Ungheria e ormai prossimi ad attaccare i possedimenti asburgici nel centro Europa, costrinsero Carlo V, re di Spagna e imperatore del Sacro Romano Impero, a firmare un accordo, la pace di Cambrai, che, sebbene fosse per i francesi meno svantaggioso del precedente sanciva la fine di ogni loro pretesa nei territori italiani. I D'Avalos si riappropriarono infine del marchesato di Pescara, mentre nel contesto nazionale la Spagna ribadiva definitivamente il suo dominio sull'Italia, delle cui sorti Carlo V diviene unico e incontrastato arbitro.

La dominazione spagnola e la fortezza[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Fortezza di Pescara.
Fortezza di Pescara agli inizi del XIX secolo

Una documento del 1530, conservato nell'archivio generale di Simancas, parla di Pescara come un villaggio semi abbandonato, descrivendo l'ormai compiuto collasso dell'abitato medievale, in cui restavano attive solo le strutture strettamente correlate ai traffici commerciali del porto[84]:

«...questa terra è così diruta e rovinata che non vi si trovano che quattro grandi locande con stallaggio o taverne e alcuni fondachi; vi si svolge un grande transito, perchè attraverso il mare e il fiume vi giungono su imbarcazioni da Venezia, Schiavonia e altre parti con molte mercanzie e lì le scaricano, e caricano a loro volta grano, olio e molti altri prodotti; ha un eccellente porto con piccole imbarcazioni che entrano sicure nel fiume; questo ha un ponte di legno, all'estremità del quale è una torre fortezza con guardia ordinaria. Parzialmente questo ponte è levatoio, e quelli della torre non lasciano nessuno né per acqua né per terra senza pagare i diritti...»

Nell'insediamento esisteva anche la doganella delle pecore, in zona Rampigna, testimone del passaggio in città del tratturello Frisa-Rocca di Roseto (Crognaleto), posta presso il ponte di legno costruito sulle fondamenta di quello romano di Aternum.

È di quel periodo l'offerta di 12 mila ducati da parte della nobiltà chietina a Carlo V per riottenere il feudo, che egli però respinse reintegrando a Pescara i d'Avalos di Vasto. Fu grazie a una certa stabilizzazione del potere politico nel Regno di Napoli che comincerà presto un nuovo e fiorente periodo della storia della città, soprattutto grazie alla sua posizione strategica: per volere di Carlo V d'Asburgo tra il 1510 e 1557, in varie fasi, fu eretta a cavallo tra le due sponde del fiume Pescara la fortezza, su progetto di Erardo Barleduc, a forma di pentagono irregolare con 7 bastioni ai vertici, presidiata da una guarnigione ridotta allo scopo di creare un luogo fortificato di concentramento di truppe in caso di guerra. Pedro Alvarez de Toledo, viceré di Napoli per Filippo II di Spagna, diede ulteriore impulso al piano voluto da Carlo V, e si dedicò ad accrescere le difese marittime e terrestri del regno e della cittadina attraverso la realizzazione del sistema difensivo delle torri costiere, e proseguendo i lavori della grande fortezza pescarese, parte di esso: prima dell'intervento spagnolo infatti le opere di difesa cittadine erano costituite solamente dalla torre a presidio del ponte, dal castello a protezione della porta aperta sul mare nel punto opposto al ponte e da semplici mura (una ricostruzione normanna sopra la vecchia cinta fortificata bizantina) che disegnavano uno stretto trapezio attorno all'abitato sulla destra del fiume; ma a causa dello scontro prolungato per secoli tra Spagna e Francia emerse la necessità di rafforzare queste modeste opere di difesa (modeste in relazione allo sviluppo tecnologico delle artiglierie), con la costruzione di torrioni bassi e larghi e terrapieni. Furono così aggiunte nuove e più solide fortificazioni sulla riva destra e si aggiunsero sulla riva sinistra del fiume due bastioni raccordati da cortine[3].

Vi fu un fatto che accelerò i lavori di fortificazione durante la Guerra d'Italia del 1551-1559, quando il pontefice Paolo IV chiamò nel 1556 il re di Francia Enrico II a intervenire in Italia contro gli Spagnoli, promettendo l'investitura del regno di Napoli a uno dei figli. Il francese Carlo di Rohan-Gié duca di Guisa invase l'Abruzzo, e pur avendo conquistato Teramo e Campli, rimase bloccato dalla resistenza di Civitella del Tronto, e si ritirò perché gli Spagnoli erano intervenuti in favore del nuovo viceré Fernando Álvarez de Toledo duca d'Alba, figlio di Filippo II. Durante gli scontri, il duca d'Alba rilevò l'importanza strategica di Pescara, che avrebbe potuto costituire una seconda sentinella sul confine settentrionale, subito dopo la fortezza di Civitella del Tronto. I lavori di costruzione furono dunque accelerati per ordine del nuovo sovrano. In un documento di Pedro Afán de Ribera duca d'Alcalà del 1560 si cita Pescara con 200 fuochi (circa 1000 abitanti), principalmente forestieri e con 50 famiglie che possedevano case e vigne; la maggior parte degli uomini erano usati come braccianti o forza lavoro per la costruzione del forte.

In una nuova relazione del 1558 del maresciallo Bernardo di Aldana, si chiedeva la realizzazione della fortificazione con bastioni sia sulla riva nord che a sud, mentre il duca d'Alba, facendosi aiutare da Gian Tommaso Scala, il vero progettista ed esecutore della fortezza, concentrò l'azione edificatoria su Pescara, sulla riva destra, dove la cinta poteva essere completata in tempi rapidi. In una relazione del 1566 di Ferrante Loffredo, marchese di Trevico, la fortezza di Pescara poteva definirsi quasi completata. Le carte geografiche dell'epoca, che riportano ancora la presenza dell'edificio circolare di Santa Gerusalemme, testimoniano quantomeno la sopravvivenza dell'antico edificio di culto, di cui le ultime attestazioni storiche risalivano al XII secolo[85].

Di questa imponente struttura, resta in piedi solamente la caserma borbonica con annesso il bagno penale, sede del Museo delle genti d'Abruzzo; è sopravvissuto al passaggio del tempo anche un registro contabile della metà del secolo appartenuto al portulano (il guardiano del porto, incaricato di sovrintendere al traffico delle merci e all’applicazione dei dazî, e nelle province meridionali anche ufficiale preposto alla manutenzione delle strade, all’edilizia e alla distribuzione delle acque) di Pescara, tal Bonfiglio, che contabilizzava le merci nell'ambito della fortezza[86].

L'assalto ottomano[modifica | modifica wikitesto]

A causa dell'Alleanza franco-ottomana del 1536, che ebbe come effetto anche quello di riportare i pirati musulmani sulle coste italiane, nel 1566 la fortezza fu oggetto di un assalto portato dalla flotta ottomana di 105 galee e 7000 uomini dell'ammiraglio Piyale Paşa, capitan pascià (Kapudanpaşa) della flotta agli ordini del sultano Solimano il Magnifico, che aveva già saccheggiato Napoli stessa tre anni prima. Ma la fortezza non fu presa, anche per il decisivo contributo del condottiero Giovan Girolamo Acquaviva duca di Atri, il quale organizzò la resistenza del forte e respinse gli attacchi dispiegando un fuoco di sbarramento dal bastione principale con tutte le artiglierie disponibili, dissuadendo l’ammiraglio turco dal perseverare nell’attacco e costringendo gli aggressori alla fuga. Questi si accanirono, allora, contro Francavilla al Mare, Ripa Teatina, Ortona, San Vito Chietino, Vasto, Casalbordino, Serracapriola, Guglionesi e Termoli, che subirono distruzioni, deportazioni e saccheggi. Tuttavia l'ammiraglio ottomano non conseguì l’obiettivo strategico della spedizione, ovvero la conquista del santuario di Santa Maria a Mare nelle Isole Tremiti, proprio a causa della tenace resistenza di Pescara. A tal proposito, Giovanni Andrea Tria, riferendo di quanto riportato da Tommaso Costo[87] che, trattando delle cose avvenute nel Regno nel 1566, così scrive[88]:

«Era già il Mese di Agosto di quest'anno 66, quando l'Armata Turchesca guidata da Pialì Bassà scorse fino al Golfo di Venezia; e come fu al dritto di Pescara, luogo famoso, e forte dell'Abruzzo, fece alto. Di poi dato di nuovo de' remi in acqua, assaltò quella riviera, ove per trascuraggine del Governatore di quella Provincia si era fatto poco provvedimento, e pose a sacco, e a fuoco alcune Terre, cioè Francavilla, Ortona, Ripa di Chieti, S. Vito, il Vasto, la Serra Capriola, Guglionesi, e Termoli, menando via e di robba, e di gente quanta ne poté mettere su Galee, guastando, e rovinando tutto il resto...»

(Giovanni Andrea Tria, Memorie Storiche)
L'area pescarese in una cartina del 1659. Sono evidenziati i confini fra i due abruzzi.

La protezione offerta dalle imponenti mura, che si continuarono a costruire e perfezionare per tutto il XVII secolo, offrì a molti la possibilità di vivere e commerciare e più tardi la città acquisì anche il diritto a ospitare una fiera franca, a danno della declinante fiera di Lanciano, con tutti i vantaggi derivanti dal fatto di potere attirare i mercanti. Si ebbe così un ripopolamento della riva destra del fiume, ma anche lo sviluppo della riva sinistra, già allora nota come Castellammare, dove i D'Avalos misero a cultura nuove terre e strinsero rapporti di lavoro con numerosi nuovi coloni. La cittadina fu però, insieme ai molti centri abruzzesi, colpita dalla grande epidemia della peste del 1656, che sebbene in Abruzzo fu più lieve che in altre regioni del regno (anche grazie a diversi casi di efficiente prevenzione e controllo del territorio, come avvenuto a Sulmona e Città Sant'Angelo, che scamparono l'epidemia)[89], provocò lutti e devastazioni in tutte le città poste sulle linee di comunicazione fra la Campania e i confini settentrionali del regno, con i fuggitivi napoletani che di fatto diffusero l'epidemia in tutto il regno meridionale, con un tasso di mortalità in regione del 30%[90]. In quegli anni venne edificata sui colli castellammaresi la piccola cappella originaria della Madonna dei sette dolori, con il primo battesimo registrato il 26 novembre 1665. La cappella sarà però ufficialmente consacrata, e contestualmente ampliata nelle sue forme odierne, solo nel 1757[91].

Periodo austriaco e conquista borbonica[modifica | modifica wikitesto]

Carlo III di Borbone-Spagna

Agli inizi del XVIII secolo la cittadina contava circa tremila abitanti, e l'Universitas di Pescara in quegli anni comprendeva anche Villa del Fuoco, Fontanelle, Villa Castellamare (al tempo consistente solo di pochi e piccolissimi agglomerati sparsi fra i colli cittadini), San Silvestro e altre zone che corrispondono al territorio del futuro comune: l'ente era governato da un camerlengo: tale assetto amministrativo durò per tutto il Settecento.

Le battaglie per la conquista della Fortezza regia non erano terminate: in seguito alla morte senza eredi del re Carlo II di Spagna nell'anno 1700, scoppiò la Guerra di successione spagnola per il controllo del grande impero fra Filippo V di Spagna e Leopoldo I d'Asburgo, e la città fu attaccata e occupata dagli Austriaci guidati dal conte Wallis nel 1707; a difenderla c'era un altro Acquaviva duca di Atri, Giovanni Girolamo II, che resistette eroicamente per due mesi prima di capitolare. Come sancito nel Trattato di Utrecht, il Regno di Napoli, e con esso la cittadella di Pescara, passarono quindi agli austriaci, ma già nel 1734, la fortezza viene nuovamente assediata dagli spagnoli di Carlo di Borbone durante la conquista borbonica delle Due Sicilie, e dopo una cruenta battaglia cedette alle truppe comandate da Francesco Eboli, duca di Castropignano. Il Regno borbonico in seguito ottenne un'effettiva autonomia dalla Spagna alla pace di Vienna, nel 1738, con la quale si concluse la guerra di successione polacca. Nel 1751 iniziarono lavori di restauro dell'ormai fatiscente edificio di Santa Gerusalemme; questi lavori tuttavia vennero presto sospesi, per poi riprendere nel 1789 senza però operare un concreto recupero della struttura[92].

Storia contemporanea[modifica | modifica wikitesto]

Le guerre napoleoniche[modifica | modifica wikitesto]

Con l'avvento della Prima repubblica francese e la seguente Guerra della Prima coalizione la fortezza di Pescara fu conquistata nel dicembre del 1798 alla fine della Campagna d'Italia di Napoleone Bonaparte, senza spargimento di sangue, dal generale Duhesme e inizia così la breve stagione della Repubblica Napolitana del 1799. Al suo arrivo a Pescara il generale aveva organizzato la sua legione nominandone a capo il cittadino Ettore Carafa conte di Ruvo, protagonista della Repubblica Napoletana assieme al pescarese Gabriele Manthoné, il quale organizzò la resistenza alla reazione borbonica di quello stesso anno.

Gabriele Manthoné

Gabriele Manthoné, nato in città nel 1764, era figlio del savoiardo Cesare de Manthoné, aiutante maggiore nel presidio della fortezza di Pescara, e di Maria Teresa Fernandez d'Espinosa, figlia di Don Gioacchino Fernandez d'Espinosa, governatore della fortezza, e di donna Bernarda Carascon[93].

Nel 1776 fu ammesso come cadetto nel reggimento Borgogna e successivamente si specializzò in genio militare nell'Accademia militare della Nunziatella di Napoli, da dove uscì a vent'anni con il grado di alfiere. Era ufficiale delle artiglierie nel 1787, capitano tenente nel 1789, e capitano comandante nel 1798, dopo aver presieduto alla Real Fabbrica d'Armi di Torre Annunziata. Nella Repubblica partenopea fu membro del governo provvisorio, con il difficile incarico di occuparsi della riorganizzazione di un esercito efficiente. A tal fine, riorganizzò la guardia nazionale nominando anche dei nuovi comandanti.

Manthoné dapprima, sbagliando, tenne in poco conto il cardinale calabrese Fabrizio Ruffo, che stava costituendo il forte esercito reazionario detto Esercito della Santa Fede, e non provvide a contrastarlo; quando il Cardinale inizò la sua avanzata alla volta di Napoli quasi del tutto incontrastato, tentò di ricorrere al popolo per una massiccia campagna di reclutamento: in particolare, propose con decreto che alle madri "private dei figli per la libertà" si dessero consistenti stipendi e onorificenze, ma l'iniziativa non ebbe grande riscontro. Nel libro "I martiri della libertà italiana dal 1794 al 1848" di Atto Vannucci, lo storico fa questa descrizione del patriota pescarese:

«Magnanimo e valorosissimo, misurava dal proprio il valore degli altri, e credeva che dieci repubblicani vincerebbero mille contrari. Con queste speranze partì alla testa di seimila uomini contro il nemico, lasciando la guardia della città ai calabresi. Dapprima vinse tutte le piccole bande d'insorti sparse per le campagne: ma quando ebbe raggiunto il grosso dell'esercito del Cardinale, si trovò circondato e soverchiato da un numero molto più grande di combattenti e, quindi, fu costretto a ritirarsi.»

Nel tentativo di evitare l'imminente sconfitta, Manthoné propose una sortita notturna per liberare quanti più repubblicani tenuti in prigione fosse possibile e quindi marciare con essi su Capua e Gaeta. Così, secondo i piani, 5000 francesi e circa 15.000 repubblicani, riunendosi ai patrioti di Roma e alle guarnigioni delle altre province italiane, avrebbero provveduto a sé stessi e alla Repubblica. Il progetto non ebbe l'approvazione degli altri comandanti, che rifiutarono lasciare Napoli in balia delle feroci orde del Ruffo, e dall'altro canto speravano dal nemico patti onorati. Anche a causa del tradimento delle promesse dell'ammiraglio Horatio Nelson, e dello stesso cardinale Ruffo, i paventati accordi non furono rispettati e si arrivò alla fine della Repubblica.

L'ennesimo assedio alla fortezza pescarese fu vittoriosamente portato a termine dagli antigiacobini fedeli ai Borbone guidati dall'abruzzese Giuseppe Pronio, agli ordini del cardinale Ruffo; sia Carafa che Manthonè, tradotti a Napoli, vennero impiccati nella piazza del Mercato il 24 settembre 1799.

Giuseppe Pronio, nato a Introdacqua nel 1760, si guadagnò il soprannome di Gran Diavolo, quando le truppe di Championnet scesero in Abruzzo e si arruolò nell'esercito di Ferdinando IV di Napoli per combattere i francesi. L'8 settembre 1798 Ferdinando IV lanciò in battaglia l'esercito abruzzese, e il Pronio partecipò alle operazioni con un suo contingente, combattendo il 5 gennaio 1799 sul ponte san Panfilo a Sulmona, per poi tentare di arrestare il più possibile l'avanzata nemica verso Venafro con scaramucce e imboscate nell'altopiano delle Cinquemiglia. Successivamente fu incaricato di combattere i francesi a Chieti, Ortona, Vasto e Pescara, sollevando le popolazioni contro gli invasori. Occupò a sorpresa Ripa Teatina il 3 febbraio, e poi scese tra il 12 e il 15 a Lanciano, e tra il 18 e il 21 a Vasto, dove regnava l'anarchia dopo la proclamazione della Repubblica Vastese. Il 2 giugno fu nominato Generale Comandante dei tre Abruzzi. Combatté un'ultima volta per i Borbone il 30 marzo 1801 presso Civitella del Tronto fino alla morte nel 1804.

Nei primi anni del 1800, durante la Guerra della Seconda coalizione Pescara venne occupata nuovamente dai francesi nella seconda Campagna d'Italia, che la terranno fino alla restaurazione borbonica sancita dal Congresso di Vienna nel 1815, e costituì un importante bastione militare del regno di Giuseppe Bonaparte.

La divisione della città[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Castellammare Adriatico.

Nel 1807 Villa Castellammare, sulla sponda nord del fiume (che allora contava circa 1500 abitanti), divenne un comune autonomo aggregato al distretto di Penne nell'Abruzzo Ulteriore separandosi dalla fortezza pescarese, che resterà invece nel distretto di Chieti dell'Abruzzo Citeriore. La scelta della separazione fu conseguenza di una discordia storica tra le due sponde del fiume e venne causata dalla riforma amministrativa del Regno voluta da Giuseppe Bonaparte, che dopo la legge 132 dell'8 agosto 1806 "sulla divisione ed amministrazione delle province del Regno", con la successiva legge 211 del 18 ottobre 1806 ordinava la formazione dei decurionati e consigli provinciali e distrettuali e la sostituzione della figura del camerlengo con quella del sindaco[94]. La divisione fu problematica, soprattutto perché il nuovo comune di Castellammare non intendeva farsi carico di nessuno dei debiti della vecchia amministrazione dell'Universitas di Pescara; inoltre, si creò un problema di immagine per Pescara, che nella sua fortezza ospitava una intera guarnigione dell'esercito e che, allo stesso tempo, si vedeva comprimere il proprio ruolo a livello locale: la cittadina infatti non divenne subito un comune autonomo, ma fino dal 1807 al 1811 sarà aggregata all'allora governo di Francavilla; per questi motivi il comune di Pescara spingeva per la riunificazione delle due cittadine, tuttavia la comunicazione del Ministero dell'Interno del Regno di Napoli del 17 gennaio 1810, negò tale possibilità, e ciò costrinse i due centri trovare un accordo sulla ripartizione dei debiti[95] (che arriverà solamente nel 1811, in seguito all'istituzione del comune di Pescara grazie alla legge nº 104 del 4 maggio 1811 "Decreto per la nuova circoscrizione delle quattordici provincie del Regno di Napoli"). Ma la rivalità rimase molto accesa, tanto che ci sono testimonianze di interventi della guarnigione militare per evitare la degenerazione delle scaramucce in vere e proprie battaglie.

«Un'antica discordia dura tra Pescara e Castellammare Adriatico, tra i due comuni che il bel fiume divide. Le parti nemiche si esercitano assiduamente in offese e in rappresaglie, l'una osteggiando con tutte le forze il fiorire dell'altra. E poiché oggi è prima fonte di prosperità la mercatura, e poiché Pescara ha già molta dovizia d'industrie, i Castellammaresi da tempo mirano a trarre i mercanti su la loro riva con ogni sorta di astuzie e di allettamenti. Ora, un vecchio ponte di legname cavalca il fiume su grossi battelli tutti incatramati e incatenati e trattenuti da ormeggi. Li odii tra i Pescaresi e i Castellamaresi cozzano su quelle tavole che si consumano sotto i laboriosi traffici cotidiani. E, come per di là le industrie cittadine si riversano su la provincia teramana e vi si spandono felicemente, oh con qual gioia la parte avversa taglierebbe i canapi e respingerebbe i sette rei battelli a naufragare!»

(Gabriele D'Annunzio, La guerra del ponte)

Il Risorgimento[modifica | modifica wikitesto]

Viale D'Annunzio nel primo Novecento
La struttura dell'ex carcere borbonico

Nel 1814 Pescara fu tra le città protagoniste dei moti carbonari contro Gioacchino Murat, re di Napoli. La scelta di dare luogo all'insurrezione proprio a Pescara era dovuta all'intenzione dei rivoltosi sia di conquistare la fortezza, che aveva una grande importanza strategica, sia di conquistare il bagno penale per poter liberare i tanti patrioti ivi rinchiusi.

A seguito della caduta di Murat, alla rivolta dei carbonari seguì la restaurazione e la durissima repressione borbonica: infatti, l'esercito borbonico intervenne con un imponente schieramento di forze contro cui i carbonari abruzzesi nulla poterono.

La Fortezza, ritenuta all'epoca “Porta degli Abruzzi e chiave del Regno"[29] (motto ancora presente nello stemma comunale), venne restaurata dai Borbone tra il 1820 e il 1840, e nel 1831 fu potenziato al piano terra della caserma di fanteria il bagno penale simbolo della repressione borbonica, nel quale languirono gli sfortunati compagni di Carlo Pisacane e altri patrioti meridionali, per lo più abruzzesi. Si trattava di un carcere tristemente famoso per le condizioni disumane con cui venivano trattati i detenuti: drammatica fu l'alluvione dell'ottobre del 1853 che investì il carcere causando la morte per annegamento degli internati. Tra coloro che furono rinchiusi in quello che veniva chiamato il "sepolcro dei vivi" fu anche Clemente De Caesaris, una figura centrale del risorgimento meridionale che, liberato per ordine di Giuseppe Garibaldi dal confino a Bovino, prese possesso nel 1860 della città e della fortezza assumendo il titolo di Prodittatore dell'Abruzzo, consegnando infine la regione al nascente Regno d'Italia. Nel 1837 venne redatto un nuovo progetto per il recupero della chiesa di Santa Gerusalemme dal maggiore del genio Albino Majo[96], il cui disegno ha permesso la conoscenza approfondita del monumento, tuttavia anche quest'ultimo tentativo di recupero non si concretizzò.

L'unificazione italiana[modifica | modifica wikitesto]

Sezione del progetto di recupero della chiesa di Santa Gerusalemme, da tempo nota anche come San Cetteo, del 1837
Prospetto frontrale del progetto di recupero di Santa Gerusalemme
La pianta del progetto
La chiesa di Santa Gerusalemme, già parzialmente demolita, a fine 800, quando iniziò a essere nota come "Porta Nuova"
L'area occupata dalla fortezza

Il 17 ottobre 1860[97], alla fine del processo che porterà alla nascita dello stato italiano, Vittorio Emanuele II, in viaggio per l'incontro di Teano con Giuseppe Garibaldi, giunse a Castellamare e fu ospitato nel villino Coppa, meglio noto come villa Sabucchi, andato distrutto nella Seconda guerra mondiale. Il giorno seguente entrò a cavallo a Pescara per osservarne la fortezza, circondato dalla popolazione festante. Vide gli armamenti, salì e si fermò sul bastione "Bandiera", sito nell'area che ospiterà piazza Unione e dal quale si dominava il territorio della città, e rivoltosi all'abate De Marinis che gli stava a fianco esclamò le profetiche parole, poi scolpite sulla torre comunale[98]:

«Oh, che bel sito per una grande città commerciale! Bisogna abbattere queste mura e costruire su questo fiume un porto, e Pescara in men di un secolo sarà la più grande città degli Abruzzi e i nostri posteri l'aggiungeranno alle cento città di cui va superba l'Italia!»

(Vittorio Emanuele II di Savoia)

come testimoniano una delibera del consiglio comunale del 12 dicembre 1869, una lettera del sindaco di allora, Gennaro Osimani, al ministro delle Finanze Quintino Sella datata sempre 1869 (19 luglio) e successivamente il Marchese Francesco Farina il 26 dicembre 1906[99][100].

Castellammare Adriatico e Pescara furono inserite rispettivamente nella provincia di Teramo e in quella di Chieti, rispettando i precedenti confini amministrativi preunitari.

La discesa a valle di Castellammare[modifica | modifica wikitesto]

La fine del secolo fu fortemente caratterizzata dalla presenza politica e culturale di Leopoldo Muzii, personaggio controverso ma di grande carisma e peso decisionale, il quale, da sindaco della città di Castellammare Adriatico, fece approvare nel 1882 il primo "Piano regolatore di ampliamento" e sarà uno dei principali artefici del definitivo spostamento a valle del centro della cittadina, fino ad allora limitato alla fascia collinare e a pochi lotti coltivati da ricchi possidenti (fra i quali egli stesso) in pianura.

Il piano regolatore originario, elaborato dall’Ing. Tito Altobelli, prevedeva la divisione della città in tre aree: una a vocazione commerciale in direzione sud, tra la stazione e il fiume, una amministrativa in direzione opposta, tra la stazione e il Muncipio, e una residenziale a nord del Municipio (al tempo collocato all'inizio di viale Muzii).

Ma gli interessi del sindaco erano in direzione dei suoi terreni (siti nella zona di via del Milite ignoto), con l’evidente intento di valorizzare le aree di sua proprietà, e quindi spinse per modificare il piano di ampliamento con l’obiettivo di incanalare verso nord le direttrici dello sviluppo, e non verso Pescara come appariva più naturale nell’ottica di un inevitabile avvicinamento delle due cittadine.

Fu tuttavia un momento molto importante per l'evoluzione urbanistica e culturale di Castellammare, in quanto fu il primo forte tentativo di attenuare il disordine urbanistico e, soprattutto, di limitare le ambizioni latifondiste della nobiltà terriera teramana rispetto agli interessi pubblici. Il risultato concreto della politica di Muzii fu l'avvio deciso della colonizzazione della fascia costiera, tramite la costruzione di un nuovo acquedotto, di nuove strade alberate, la creazione delle prime linee di illuminazione pubblica e la sistemazione, inizialmente in strutture precarie e inadeguate, dei primi edifici scolastici[101].

Gabriele D’Annunzio fa questa simpatica descrizione di Leopoldo Muzii:

«È il sindaco un piccolo dottor di legge cavaliere, tutto untuosamente ricciutello, con òmeri sparsi di forfora, con chiari occhietti esercitati alle dolci simulazioni.

È il Gran Nimico un degenere nepote del buon Gargantuasso enorme, sbuffante, tonante, divorante»

(Gabriele D'Annunzio, Le novelle della Pescara)

Burbero ma di animo generoso, affarista ma sempre attento alle necessità dei meno fortunati, Leopoldo Muzii è l’artefice della trasformazione di Castellamare da piccolo agglomerato collinare a moderna cittadina costiera dotata di ogni infrastruttura necessaria a supportare la corsa della futura Pescara verso la modernità. La sua vicinanza alla classe operaia venne raccontata più volte anche dallo stesso D’Annunzio e la memoria popolare ricorda un piccolo ma significativo episodio nel periodo in cui si era diffuso il colera nella zona dei colli: Leopoldo Muzii insieme ad altri cittadini, senza alcun indugio, si recò a contatto con gli ammalati per portare loro aiuto e conforto. Alla sua morte per peritonite il 22 marzo 1903, la coscienza che un momento felice si sia perso per lunghissimo tempo è pronta e immediata, e le autorità cittadine gli tributarono ogni onore, intitolandogli financo la via del Municipio di Castellamare, prima di allora nota come via Marilungo, e apponendo una lapide sulla sua casa in viale Bovio 71, che recita: Qui visse operosa e benedetta si spense l’eletta mente di Leopoldo Muzii.

L'arrivo della ferrovia Adriatica[modifica | modifica wikitesto]

A Pescara nel frattempo procedevano le opere di bonifica e risanamento delle aree paludose e si muovevano i primi passi per l'abbattimento delle mura della fortezza (acquistata, mediante un prestito, dal Ministero del Tesoro il 24 marzo 1871 al prezzo di 106.676 lire, circa 500.000€) e l'espansione della città verso la Pineta Dannunziana (allora nota come Pineta D'Avalos) e i suoi lidi, un'area che nel 1912 sarà anche al centro di un ambizioso progetto di Antonino Liberi volto alla creazione di una città giardino in stile liberty immersa nella pineta appena bonificata, secondo una classica impostazione urbanistica ottocentesca a cardi e decumani, che però troverà solo parziale realizzazione. In seguito al fallimento dei precedenti interventi di recupero, e probabilmente senza che le autorità cittadine del tempo avessero consapevolezza del grande valore storico del manufatto, la chiesa di Santa Gerusalemme venne sbrigativamente demolita, dapprima la grande cappella di fronte l'ingresso nel 1871, poi la rotonda centrale nel 1892 e infine nel 1902 il vano est, con l'adiacente torre campanaria. Fu così, in un clima di ignoranza e superficialità, che andò perduto l'ultimo resto monumentale della città romana di Aterno[102]. Le basi delle poche colonne superstiti, al di sotto di alcuni metri rispetto al piano stradale, furono rinvenute nel 1992, e da allora sono custodite sul posto in teche di vetro, ai civici 8, 10 e 12 di viale Gabriele D'Annunzio, esattamente di fronte la cattedrale di San Cetteo[103].

La cattedrale di San Cetteo, costruita con il patrocinio di D'Annunzio nel 1938

I problemi delle due cittadine restavano numerosi: la costruzione della ferrovia da parte della Società per le Strade ferrate meridionali, con i suoi cantieri irriguardosi delle condizioni ambientali e volti alla minor spesa possibile, finì per alimentare le zone acquitrinose circostanti la fortezza impennando così i rischi per la salute della popolazione, che esposta a periodiche epidemie di malaria, tifo e colera non ebbe alcun tipo di risarcimento o compensazione; la società, pur negando ogni addebito, si limitò a finanziare in parte la pulizia dei canali di bonifica; a creare difficoltà poi c'erano anche la piazzaforte stessa, di non facile rimozione e soprattutto la costruzione di un ponte che finalmente unisse in modo sicuro e stabile le due sponde dopo il crollo definitivo dell'antico ponte romano in muratura e l'evidente inadeguatezza del ponte di barche, ricordato anche da D'Annunzio, che lo sostituiva ormai da secoli. A proposito di questo ci furono molte polemiche tra Pescara e Castellammare, con i dirigenti pescaresi divisi tra coloro che continuavano a rifiutare qualsiasi forma di collaborazione con gli “odiati” cugini e coloro che invece cominciavano ad auspicare in maniera concreta una futura riunificazione dei due centri. Oggetto della contesa fu l'ubicazione del ponte di ferro (che durò fino al 1933 quando fu sostituito dal ponte “Littorio”) C'era infatti chi voleva sorgesse a monte del fiume (dove nel 1959 sorgerà il ponte D'Annunzio) per rimarcare la divisione con i teramani della sponda settentrionale e chi invece lo auspicava sulla direttrice di una delle vie principali di Castellammare (come poi avvenne): fu inaugurato il 27 aprile 1893 all'altezza di corso Vittorio Emanuele II; l'attraversamento, sostituito nel Secondo dopoguerra dalla nuova costruzione del ponte Risorgimento, resta l'arteria principale della città.

Il ponte carrabile del 1893, antenato dei ponti Littorio e Risorgimento.
I ponti di Pescara agli inizi del 900; in primo piano il ponte ferroviario e sullo sfondo il ponte carrabile metallico.

Inoltre vi erano gravi carenze cittadine riguardo l'igiene pubblica, le infrastrutture sociali, gli ospedali, le scuole, l'acqua corrente e potabile. Molte di queste opere vennero timidamente avviate, tra cui un'assistenza ospedaliera degna di questo nome, anche se di essa si potrà veramente parlare solo nel 1934 con la costruzione dell'ospedale "Santo Spirito" (che andò a occupare gli spazi di un precedente stabilimento bacologico).

Sarà tuttavia l'apertura della ferrovia Adriatica, sin dal 1863, a sostenere e veicolare lo sviluppo delle cittadine: la stazione castellammarese (In seguito ridenominata stazione di Pescara Centrale), in origine un piccolo edificio in legno, venne inaugurata il 16 maggio 1863 dall'allora principe Umberto I e a novembre dello stesso anno con un viaggio inaugurale del re VIttorio Emanuele II da Ancona a Pescara[104]. Con grande sforzo di concertazione fra i due centri fu completato e potenziato il porto canale nel 1908, dopo decenni di dibattiti e proposte contrastanti, e in questa fase le due cittadine crebbero vivendo di commercio e di turismo, facilitati dalla presenza della stazione ferroviaria di Castellammare (la stazione fino al 1881 si chiamò stazione di Pescara. In quell'anno, con la costruzione di un nuovo fabbricato, prese il nome di stazione di Castellammare Adriatico, che mantenne fino al 1927) e dal ridente e scanzonato aspetto e tenore di vita delle cittadine, diventate nel frattempo famose colonie balneari. Al di la di queste attività, erano poche le iniziative economiche di altro genere, soprattutto dopo che il 27 novembre 1864 il ministro della Guerra Alessandro Della Rovere rimosse il punto di difesa di Pescara, abolendone la relativa servitù militare e di conseguenza tutta l'economia dell'indotto del presidio militare, che durava da più di 300 anni. Nel frattempo il comune si espandeva nell'entroterra, assorbendo la frazione di Fontanelle nel 1868[80] e il comune di San Silvestro nel 1879[105]; nel 1881 fu aperta la stazione di Pescara (dal 1927 stazione di Pescara Porta Nuova).

L'inizio del XX secolo[modifica | modifica wikitesto]

Gabriele D'Annunzio, nato a Pescara nel 1863
Il cortile posteriore della casa natale di Gabriele D'Annunzio

Agli albori del Novecento, la popolazione dei due comuni pescaresi (ovvero il territorio precedente la divisione del 1807) ammontava a 16 165 residenti, di cui 8 846 residenti a Castellammare e 7 319 a Pescara (censimento del 1901). La propensione al turismo balneare si consolidò e nel 1905 gli alberghi di Castellammare Adriatico ospitavano circa 4.000 turisti. Nella città iniziavano a trovare spazio diverse aree per mercati di tessuti e di generi alimentari. Inoltre il comune della sponda destra del fiume viveva un momento di grande trasformazione urbanistica, soprattutto in seguito al lento ma continuo recupero a uso civile delle aree della ormai ex fortezza, i cui materiali di risulta vennero riutilizzati per la costruzione di nuovi edifici pubblici o venduti.

Nei decenni le rivalità tra le due sponde del fiume si sopirono, mentre aumentavano la concordia e la comunione di intenti per promuovere iniziative di sviluppo: soprattutto il potenziamento del porto canale fu motivo di collaborazione delle due amministrazioni. Quando l'On. Carlo Mezzanotte, deputato di Chieti, nell'estate del 1908 presentò alla Camera dei deputati una proposta di legge per la fusione dei due comuni di Pescara e Castellamare Adriatico, si levarono forti proteste: tali proteste, però, non furono sollevate per la contrarietà all'idea di fusione quanto perché la proposta prevedeva l'annessione di Castellammare Adriatico nella provincia di Chieti.

Il 4 maggio del 1917, sul finire della Prima guerra mondiale, sulla sponda castellammarese si verificò un'incursione dell'aviazione austriaca, che se da un lato provocò trascurabili danni materiali (la morte di tre persone, due donne e un uomo, e la distruzione del dormitorio e della mensa dei ferrovieri presso la stazione), dall'altro fece comprendere come la grande storia si preparasse ad affacciarsi in modi non sempre pacifici, nella vita dei due abitati. Le vittime di tale tragico evento sono ricordate da una piccola lapide, apposta in corso Vittorio Emanuele II 253. Per prevenire altri attacchi il Ministero della Guerra fece allora approntare un campo di aviazione lungo la via Tiburtina provvisto di due aerei da combattimento. Nacque così quello che poi diventerà l'aeroporto di Pescara.

Primo dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

Inaugurazione del ponte Littorio nel 1933. Il ponte verrà minato e distrutto dai tedeschi in ritirata il 9 giugno 1944, durante la seconda guerra mondiale
Camera di commercio di Pescara, costruita nel 1934

Alla fine del primo conflitto mondiale le due cittadine si presentavano ancora molto diverse tra loro: commerciale, artigianale e “popolare” Pescara, borghese, signorile e turistica Castellammare Adriatico, scandita dalle grandi ville dei possidenti.

Un primo concreto atto in favore della unificazione dei due comuni si verificò nell'inverno del 1918: il 30 novembre i due consigli comunali si riunirono nello stesso momento e votarono lo stesso ordine del giorno e si impegnarono ad adoperarsi per chiedere al governo Orlando di decretare la fusione dei comuni.

Per la qualificazione degli abitanti delle due sponde e per la nascita della nuova provincia ci furono moltissime trattative, volte a stabilire soprattutto la denominazione della nuova comunità; era chiaro a tutti che l'unione dei due comuni avrebbe sicuramente determinato il loro rapido progresso, sia dal punto di vista amministrativo ed economico che industriale e commerciale, si cercarono così faticosi compromessi volti a chiamare la città unificata Aterno (fu preso in considerazione anche il nome Castelpescara).

Negli anni seguenti le due amministrazioni collaborarono per perorare la causa della fusione, e decisivo fu l'impegno di Gabriele D'Annunzio, che il 16 maggio del 1924 scrisse a Mussolini una lettera nella quale chiedeva la fusione delle due città e l'elevazione a capoluogo di provincia. Con lo stesso intento operava l'allora deputato abruzzese Giacomo Acerbo.

Dal punto di vista economico la città presentava nuove linee di sviluppo commerciale e industriale, mentre il turismo continuava a fiorire e i bagni di Castellammare Adriatico erano una meta turistica nota in tutta Italia. A rafforzare questo ruolo di centro di villeggiatura di livello nazionale, nel 1924, sotto la spinta politica del ministro Giacomo Acerbo, a Castellammare Adriatico venne organizzata la Coppa Acerbo, che divenne subito una delle gare automobilistiche più importanti del tempo e un evento capace di portare in città decine di migliaia di visitatori. Sempre in quel periodo iniziarono a vedersi i primi opifici e le prime attività di tipo industriale in città, come il noto pastificio Puritas di Angelo Delfino, la fornace Verrocchio alla Madonna dei Sette Dolori, la fornace Forlani di via Caravaggio e le Fonderie Camplone sulla Tiburtina. Inoltre, il porto stava incominciando ad acquisire maggiore importanza e i volumi di traffico commerciale si facevano sempre più ingenti, complice la navigabilità del fiume, al tempo mezzo ampiamente utilizzato anche per i trasporti di materiali da e verso l'entroterra abruzzese. Nel 1923 venne completato l'acquedotto per portare l'acqua potabile in tutte le zone della città.

Riunificazione cittadina e istituzione della provincia[modifica | modifica wikitesto]

La nuova provincia: in rosso i comuni provenienti dalla provincia di Teramo, in giallo quelli della provincia di Chieti e in azzurro quelli della provincia aquilana
Palazzo del governo, sede della provincia
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Provincia di Pescara.

Dopo 120 anni di divisione cittadina, il 2 gennaio del 1927, venne istituita la provincia di Pescara, e fra i comuni amministrati vi era anche quello di Castellammare[106]. Nell'articolo 4 il decreto di legge tuttavia sanciva: «Il comune di Castellamare Adriatico è unito a quello di Pescara»[106].

A favore del provvedimento, inserito in una più ampia azione di riorganizzazione del territorio italiano operata dal regime in quell'anno, sono state decisive la forte spinta popolare e, soprattutto, l'autorità politica del deputato e futuro ministro dell'agricoltura Giacomo Acerbo e il prestigio di cui godeva Gabriele D'Annunzio all'interno del regime fascista.

Il nome della città unita, negli intenti dei promotori, avrebbe dovuto essere Aterno, ma l'influenza di D'Annunzio su Mussolini portò quest'ultimo a dire che mai avrebbe "sacrificato sull'altare della pace il nome del luogo natale del poeta", e così prevalse Pescara. Il 6 dicembre 1926 Mussolini così telegrafò a D'Annunzio, che si trovava a Gardone Riviera, annunciandogli la notizia:

«Oggi ho elevato la tua Pescara a capoluogo di provincia.

Te lo comunico perché credo che ti farà piacere. Ti abbraccio.»

E D'Annunzio rispose:

«Sono contentissimo della grande notizia e sono certissimo che la mia vecchia Pescara, ringiovanita, diventerà sempre più operosa e ardimentosa per dimostrarsi degna del privilegio che oggi tu le accordi. Ti abbraccio»

Alla nuova provincia vennero assegnati tutti i comuni del circondario di Penne meno i comuni del mandamento di Bisenti, rimasti nella provincia teramana, mentre dalla provincia teatina arrivarono, scorporati dal circondario di Chieti, tutti i comuni del versante settentrionale della Majella, oltre a Pescara stessa; dalla provincia dell'Aquila passarono a quella pescarese i comuni di Popoli e Bussi sul Tirino, formando così la quarta provincia abruzzese, la più piccola della regione e fra le meno estese d'Italia, con 1.230,33 km² e 46 comuni amministrati.

Il ventennio fascista[modifica | modifica wikitesto]

Dopo l'unificazione e l'elevazione a capoluogo di provincia, la città è protagonista di un forte sviluppo edilizio con la costruzione delle nuove sedi di tutte le pubbliche amministrazioni, di scuole, mercati e del primo vero ospedale cittadino, l'ospedale "Santo Spirito".Diversi sono i palazzi a uso pubblico costruiti in quel periodo che hanno conservato la loro funzione anche dopo il secondo conflitto mondiale, tra i quali il Palazzo di città e il Palazzo del governo e diverse scuole della città come il liceo classico ginnasio Gabriele D'Annunzio. Venne invece distrutto dai bombardamenti l'allora Palazzo della prefettura, all'incrocio fra viale D'Annunzio e viale Vittoria Colonna; anche il circolo canottieri "La Pescara", sostenuto dallo stesso D'Annunzio, presidente ad honorem e coniatore del suo motto Arranca sotto,[107]. venne ampliato in quel periodo[108].

Nel febbraio del 1928 fu unito al comune di Pescara anche il comune di Spoltore, che però riguadagnerà l'autonomia già nel 1947[109]. Particolare rilevanza fra le opere pubbliche di quel periodo ebbe il ponte Littorio, che pur se da inserire nel quadro dell'esaltazione dei tempi e del regime, fu anche la celebrazione della riunificazione dei due comuni e il simbolo dell'evoluzione della città. Disegnato da Cesare Bazzani, questo monumento che sostituì la vecchia gabbia di ferro, fu rivestito e rifinito con travertino di Ascoli e granito di Sardegna e arricchito da quattro colonne che sostenevano quattro aquile di bronzo, opera dello scultore Ernesto Brozzi, per ricordare che la costruzione era affidata alla loro custodia quale auspicio di concordia fra le due città ora unite; alle basi recavano incisi ognuna un distice. Questi erano in lingua latina, e furono dettati da Domenico Tinozzi, presidente della provincia, medico e letterato, la cui traduzione venne fornita da egli stesso[110]:

(LA)

«PONS GEMINAS URBIS LICTORIUS ADLIGAT ORAS: QUATTUOR HOC AQUILAE RITE TUENTUR OPUS.

STAT DUCIS HUIC POPULO PERGRATUM PIGNUS AMORIS PERPETUUM ET FAUSTUM CORDIBUS AUSPICIUM.

URBS RENOVATA, DECUS GENTIS PORTUSQUE SABELLAE, EXCUBAT AD NOSTRUM PERVIGILATQUE MARE.

HOC RESONAT FLUMEN LYMPHARUM MURMURE LENI ALIGERI VATIS CARMINA PURA SUI.»

(IT)

«Le membra ormai delle città gemelle unisce il ponte che Littorio ha nome, quattro aquile ne son fiere custodi

S’erge pegno gratissimo d’amore del magnanimo Duce al Popol nostro, é fausto auspicio di concordia ai cuori.

Pescara che fu delle sabelliche genti emporio ed onor, rinnovellata, or è del nostro Mar vigile scolta.

Col lene mormorio delle sue onde questo fiume ricanta i puri carmi che ispirar seppe al suo Poeta Alato.»

A completamento dell'opera, nel 1935 furono collocate sul ponte anche quattro grandi statue muliebri in bronzo, allegorie delle quattro fonti principali a cui l’Abruzzo attinge per le sue attività, cioè il Monte, il Mare, il Fiume e il fertile Piano, realizzate dallo scultore abruzzese Nicola D’Antino[110]. Nel 1939 vennero definitivamente ultimati i lavori di bonifica delle aree di Portanuova, permettendo lo sviluppo del quartiere Marina[111]. La cattedrale di San Cetteo, voluta e parzialmente finanziata da Gabriele D'Annunzio, i cui lavori iniziarono nel 1933, venne conclusa nel 1938, assumendo il nome di Tempio della conciliazione in riferimento agli allora recenti Patti Lateranensi e alla riconciliazione fra stato e chiesa. La nuova costruzione andava a rimpiazzare la precedente e fatiscente cappella del santissimo Sacramento, già detta di san Cetteo.

Il Palazzo di città, completato nel 1935 su progetto dell'architetto Vincenzo Pilotti. La torre campanaria fu distrutta durante gli eventi bellici della seconda guerra mondiale e immediatamente ricostruita alla fine del conflitto.

Nacquero anche altre infrastrutture in quegli anni, come la nuova ferrovia Pescara-Penne del 1929 e l'allora aeroporto della città, il "Campo di fortuna di Pescara", che venne ingrandito a 50 ettari e rimodernato, cambiando nome con decreto ministeriale il 25 giugno 1928 e intitolato, per volontà di D'Annunzio, a «Pasquale Liberi», un aviatore pescarese[112][113] premiato con la medaglia di bronzo caduto in un incidente aereo negli anni della prima guerra mondiale a 25 anni. Sulla sua tomba, nel cimitero di San Silvestro di Pescara, l'epigrafe scritta dallo stesso D'Annunzio recita:

«… era un piccolo eroe ridente e franco, un gioioso amico del pericolo, un giovane amante della morte che sembrava portare sempre all’orecchio il garofano rosso dell’amata…»

Nel censimento del 1936, l'ultima rilevazione precedente il secondo conflitto mondiale, il comune di Pescara (i cui abitanti avevano già superato di numero quelli del suo storico capoluogo di provincia, Chieti, nelle precedenti rilevazioni del 1931) registrava 45 445 abitanti, confermandosi la seconda città abruzzese dopo i 51 160 dell'Aquila, seguita da Teramo con 33 796 abitanti e Chieti con 30 266 abitanti.

Seconda guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Bombardamento di Pescara.
Ripresa aerea di uno dei bombardamenti sulla città

Diversamente da molte città italiane, regolarmente bombardate già dalle prime fasi della Seconda guerra mondiale, fino alla fine di agosto del 1943 Pescara non ebbe un contatto diretto con la guerra, e le normali attività come l'andare al mare o il passeggio serale non si erano mai interrotte, nonostante gli sporadici allarmi e l'oscuramento in atto; in seguito all'annuncio della firma dell'armistizio di Cassibile l'8 settembre di quell'anno, e dopo aver già subito un primo e devastante bombardamento il 31 agosto, in città come nel resto del Paese si era diffusa la convinzione che la guerra fosse finita, lasciando la popolazione completamente impreparata per quello che sarebbe successo nei mesi seguenti, con gli sfollati che cominciarono a rientrare in città.

I bombardamenti di Pescara furono ordinati dal generale britannico Bernard Montgomery, e avevano l'obiettivo di colpire in maniera decisiva le linee di rifornimento dell'esercito tedesco che faceva ampio uso del nodo ferroviario pescarese, in collegamento con Roma e il nord Italia. Nonostante la violenza dei bombardamenti, l'impeto dell'attacco alleato alla linea Gustav e il contributo dei partigiani abruzzesi della brigata Maiella, la difesa dell'esercito tedesco in questo settore fu strenua e gli scontri, il cui momento più violento si raggiunse con la Battaglia di Ortona, si dilungarono per molti mesi in più del previsto, fino all'inizio di giugno del 1944.

Macerie in via Carducci

La prima ricognizione sulla città risaliva al 6 aprile, e gli attacchi aerei avvennero Il 31 agosto e il 14, 17 e 20 settembre del 1943, per concludersi definitivamente solo nel dicembre di quell'anno, su una città dove non esisteva nessun rifugio antiaereo e dove le poche mitragliatrici poste sui palazzi più alti della città non entrarono in funzione, forse perché non presidiate o non operative.

L’incursione aveva lo scopo di colpire obiettivi militari (infrastrutture cittadine, oltre agli uomini e mezzi dell'esercito tedesco diretti a sud), il risultato tuttavia fu un massacro tra la popolazione civile con danni limitati agli obiettivi militari. Il numero dei morti del solo attacco del 31 agosto, pur non essendo mai stato accertato a causa della precipitosa fuga delle autorità cittadine, varia da 600 a 3000. La maggior parte delle vittime furono anziani, donne e bambini. Furono colpite la questura, le poste e l’istituto Acerbo, allora adibito a caserma per allievi piloti: tra questi ultimi si registrò una cinquantina di morti, a causa di una bomba caduta nei pressi dell'edificio proprio sul gruppo di cadetti, al rientro da una marcia. Intere famiglie, che erano riunite in casa per il pranzo, furono cancellate. Inoltre, venne colpita una fabbrica di vernice, da cui si sprigionò una nube tossica che rese l’aria irrespirabile in alcune zone della città.

A peggiorare il tutto ci pensarono le carenze e la disorganizzazione che caratterizzavano il sistema di Protezione civile dell’epoca; difatti la Croce rossa disponeva di due sole autoambulanze e di pochissimi uomini, metà dei quali in quei giorni erano stati trasferiti a Genova e Napoli proprio per fronteggiare i bombardamenti che colpivano quelle città. Infine i volontari dell’UNPA (Unione Nazionale Protezione Antiaerea) erano dotati solo di una maschera antigas, di un elmo e di un’ascia. A livello di mezzi, l’UNPA disponeva solo di qualche piccone, due biciclette e un pesante carretto da spingere a mano. I soccorsi, comunque permisero a molte persone di salvarsi e scongiurare infezioni ed epidemie. Questo risultato fu dovuto non tanto alla Protezione Civile, ma a chi era scampato al bombardamento e si era subito messo al lavoro con ogni mezzo possibile, spesso a mani nude. Il 3 settembre fu ordinato lo sgombero della popolazione per permettere un più rapido ripristino dell’acqua, della luce e del gas e per procedere alle disinfezioni necessarie. I resti umani non ricomponibili vennero accatastati e dati alle fiamme. Diversi cadaveri vennero rinvenuti sotto le macerie anche a distanza di anni.

In definitiva, vi furono tantissimi morti e una distruzione quasi totale del quadrilatero settentrionale, la vecchia Castellammare, per un unico risultato strategico-militare tra l’altro non raggiunto, ovvero la distruzione della stazione ferroviaria, ottenendo solo la messa fuori servizio di qualche metro di tracciato ferroviario. La stazione infatti sarà presto resa nuovamente operativa in brevissimo tempo, testimoniando i danni minimi se non nulli inferti dagli alleati all'infrastruttura bersaglio.

Pochi giorni dopo, in seguito all'annuncio dell'armistizio che spinse gli sfollati a rientrare in città (e subito dopo aver assistito alle avvilenti vicessitudini della fuga di Vittorio Emanuele III a Pescara e Ortona), il 12 settembre '43, Pescara veniva occupata senza offrire resistenza (la città fu lasciata totalmente sguarnita da ciò che restava delle autorità italiane del tempo) dall'esercito tedesco e dovette subire le razzie e la distruzione delle strutture portuali, fabbricati, strade, ponti e uffici pubblici da parte degli occupanti, che disseminarono di mine la spiaggia e il territorio circostante; furono eseguiti molti rastrellamenti fra la popolazione (impiegata nella realizzazione delle fortificazioni) e infine venne ordinato lo sfollamento definitivo della città alla fine del settembre '43. La repressione fu durissima, come testimoniato dagli avvenimenti dell'11 febbraio 1944, ricordati da una lapide sul posto, in cui 9 partigiani furono fucilati in una cava di argilla di una fornace abbandonata nella zona della Pineta Dannunziana[114], mentre altri 3 cittadini pescaresi, trovati in possesso di armi da caccia non funzionanti e scariche, furono giustiziati dai tedeschi a colle Orlando il 13 ottobre 1943, anche loro commemorati da un cippo sul luogo[115].

Macerie in via Ravenna

Il 14 settembre la città fu violentemente bombardata per una seconda volta, e fu colpita anche Portanuova, dove fu centrato il borgo storico della vecchia fortezza, con la distruzione di tutto il lato meridionale di via dei Bastioni, cancellando per sempre le seicentesche chiese di san Giacomo e del Rosario, e con la distruzione della vecchia porta cittadina presso il bagno borbonico, in seguito ricostruita come ingresso in stile moderno del museo delle genti d'Abruzzo. La strage più grave si verificò alla stazione centrale, dove in quel momento una folla stremata dalla fame stava saccheggiando dei vagoni carichi di merci e derrate alimentari di un convoglio di rifornimenti diretto a sud. Le bombe che caddero lì vicino provocarono tra i 600 e i 900 morti nel raggio di poche centinaia di metri. Il risultato di questa nuova incursione, oltre alle migliaia di morti, fu quello di convincere la maggior parte dei pescaresi ad andarsene di nuovo. Si spostarono fuori città anche gli uffici pubblici, come il comune che si trasferì a Spoltore. Pescara divenne una città deserta.

Questo sfollamento consentì di avere un numero limitato di morti nelle successive incursioni aeree, come in quelle del 17, 19 e 20 settembre in cui vennero sganciate complessivamente 165 tonnellate di bombe. Un'altra incursione fu effettuata il 4 ottobre, quando dodici aerei bombardarono Portanuova con centinaia di bombe con il risultato di 16 morti tra la popolazione civile. Tra l’altro, questa incursione fallì il vero obiettivo che era un gruppo di tedeschi che aveva lasciato la città già da qualche ora[116].

Fu inoltre registrata un’ulteriore incursione il 17 ottobre: in questa occasione fu nuovamente colpita la ferrovia, dove i tedeschi concentravano uomini e mezzi. Due civili rimasero feriti e morirono decine di soldati della Wehrmacht. In seguito le azioni aeree diminuirono, se non in quantità, almeno in gravità: si registrarono diverse incursioni, ma di poco conto; finalmente gli Alleati colpirono solo obiettivi militari.

Un’ennesima incursione aerea fu registrata l’8 dicembre; l’azione fu condotta da numerosi aerei che bombardarono la città senza obiettivi specifici. Come in precedenza, i morti furono pochi a causa dello spopolamento. Questa fu l’ultima azione aerea su Pescara, che venne distrutta al 78%[117]. Inoltre la città, bombardata per tre mesi e mezzo, subì la morte di molti suoi cittadini, per un numero che varia dai 2.000 ai 9.000. Inoltre molti altri, circa 12.000, rimasero senza casa.

Agli inizi di giugno 1944 i tedeschi abbandonarono Pescara ritirandosi verso nord, lasciandosi alle spalle una città morta, un cumulo di rovine dove ogni cosa fu distrutta, dall'aeroporto alle fognature; spariti o in rovina anche molti simboli cittadini, come le statue che adornavano il ponte Littorio, trafugate prima della distruzione dello stesso, le campane delle chiese del Sacro Cuore e di san Cetteo, destinate alla fusione per il recupero del bronzo o la torre comunale, abbattuta insieme a molti storici edifici per non lasciare punti di riferimento alle artiglierie nemiche[118]. Fu in questi giorni che ignoti saccheggiarono la casa natale di Gabriele D'Annunzio, da cui vennero trafugati monili e preziosi appartenuti alla famiglia del poeta, e quando finirono i tedeschi seguitarono gli "sciacalli" locali e del circondario a finire di depredare quanto ancora di valore rimaneva nei palazzi, nei negozi e nelle banche distrutti e disabitati dell'ormai ex città liberty.

Subito dopo, il 10 giugno 1944, gli Alleati e le forze del CIL provenienti da Chieti e Francavilla liberarono Pescara, coadiuvate dalla divisione Nembo del battaglione S. Marco e da due brigate di truppe indiane del British Indian Army.

Durante la guerra, diversi gruppi di antifascisti operarono nella città. Nel 1940, rientrato dall'esilio francese vi si stabilì l'ex deputato comunista Ettore Croce. Questi, malgrado la sorveglianza della polizia fascista riuscì a raggruppare attorno a sé un piccolo gruppo di discepoli, tra cui il tregliese Mario Bellisario, che costituirono a loro volta piccoli nuclei antifascisti nei loro paesi d'origine e nella stessa Pescara. Dopo oltre 50 anni dal termine del conflitto, il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi insignì la città della Medaglia d'oro al Merito Civile[119]:

Medaglia d'oro al Merito Civile - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro al Merito Civile
«Centro strategico sulla linea verso il Nord della Penisola e per il collegamento con la Capitale, durante l'ultimo conflitto mondiale fu teatro di continui e devastanti bombardamenti da parte dell'aviazione alleata e dovette subire le razzie e la distruzione di fabbricati, strade, ponti e uffici pubblici da parte dell'esercito germanico in ritirata. 31 agosto 20 settembre 1943 Pescara.»
— Pescara, 8 febbraio 2001

Secondo dopoguerra e boom economico[modifica | modifica wikitesto]

Stazione Pescara Centrale, completata nel 1988

Pescara era tornata alla pace e alla vita democratica, ma lo scenario materiale economico e sociale che si presentava agli amministratori era disastroso. Le attività economiche ridotte al minimo, le macerie come principale panorama cittadino, i “senza tetto” si contavano a migliaia, le vie di comunicazione con il resto del Paese accidentate e difficilmente percorribili.

La città vista dall'alto
Piazza della Rinascita, nota come piazza Salotto, sorta dopo i bombardamenti del '43 in un'area di corso Umberto I precedentemente occupata da villini e palazzi, e subito divenuta piazza centrale della città.

La città era dunque ridotta a un cumulo di rovine, tuttavia una volta rimosse le macerie e sanate alla meno peggio le ferite, prese nuovamente a crescere, anche grazie al sempre più vigoroso afflusso di nuovi residenti favorito dalla depressione economica che attanagliava le zone interne d'Abruzzo e le regioni limitrofe. Già nel 1951 Pescara, ritrovatasi al centro di un poderoso fenomeno di migrazione interna abruzzese (che, seppure attenuato rispetto a quell'epoca, non si è mai arrestato), era diventata in pochi anni il centro maggiore della regione raggiungendo il numero di 65 466 abitanti, dilatando l'area urbanizzata e occupando massicciamente lo spazio tra la ferrovia e la linea del mare, sia a nord che a sud. La città crebbe soprattutto in altezza senza un piano preciso, con la sostituzione di storiche palazzine a due piani e villini con ampi e anonimi condomini di scarso se non nullo valore estetico, sacrificando verde pubblico e conseguentemente congestionando il centro, le cui planimetrie furono concepite molti anni prima del conflitto per densità abitative molto meno pressanti e senza alcuna possibile previsione di quella che sarebbe stata la motorizzazione di massa in Italia. Fu in questo periodo che i luoghi più simbollici della città, come piazza della Rinascita e il lungomare assunsero le loro fisionomie attuali.

La vocazione automobilistica di Pescara, tradizionalmente rappresentata dalla Coppa Acerbo e dal mondiale di Formula 1 del 1957, ebbe modo di concretizzarsi ulteriormente quando si decise che la 1000 miglia dovesse includere nel suo percorso la città adriatica. In meno di vent'anni, dal 1951 al 1971, Pescara raddoppiò il numero degli abitanti raggiungendo 122 470 residenti, consolidando il ruolo di città universitaria e conoscendo un boom edilizio di grandi proporzioni, anche rispetto ai già alti standard italiani del tempo.

«Pescara in 30 anni ha triplicato il numero dei suoi abitanti; restano gli ingegni da pesca, lungo i moli del porto, a ricodo di quella Pescara la cui pineta D’Annunzio vedeva come un ciuffo sconvolto sull’Adriatico verde. Ora la città specchia, nel suo canale e nel suo mare, sempre nuove fabbriche e grattacieli, in una crescita convulsa e stupefacente.»

(L'Italia vista dal cielo - Abruzzo e Molise, di Folco Quilici e Ignazio Silone, 1970)

La realizzazione della nuova stazione di Pescara Centrale, inaugurata il 31 gennaio 1988, fu un importante evento per lo sviluppo della città: l'apertura della nuova stazione ebbe particolare rilevanza dal punto di vista urbanistico poiché l'intera linea ferroviaria venne trasferita su una sede sopraelevata, più arretrata verso le colline e priva di intersezioni con le strade della città, così liberandola dai numerosi passaggi a livello. Il tracciato ferroviario dismesso è stato riconvertito in un corridoio verde noto in città come Strada parco, destinato al trasporto pubblico di massa della filovia di Pescara (i cui lavori, dopo un primo progetto risalente al 1992 e i finanziamenti europei arrivati nel 1995 e dopo un lungo susseguirsi di problematiche burocratiche e cambi di progetto che rallentano l'opera, in fase di realizzazione da più di 25 anni, sono stati giudicati completi al 98% dalla Corte dei conti nel 2017)[120][121].

La "Nave di Cascella", collocata nel 1987 in largo Mediterraneo nel punto in cui fino al 1943 si trovava il monumento ai caduti, eretto nel 1927 dallo scultore ortonese Guido Costanzo

Dal punto di vista politico, dopo una prima fase di efficienti amministrazioni di sinistra, guidate da Italo Giovannucci e Vincenzo Chiola (espressioni di maggioranze PCI-PSI), a partire dalle elezioni del 1956 la città venne governata ininterrottamente dalla Democrazia Cristiana e dai suoi alleati fino al 1992. Queste amministrazioni tuttavia non suscitarono molto gradimento, soprattutto a causa di discusse azioni urbanistiche, fra le quali la costruzione della sopraelevata della tangenziale nel 1978 sul lungofiume meridionale, a ridosso del centro storico, la demolizione degli edifici superstiti del lato meridionale di corso Umberto I negli anni 60 e la loro ricostruzione in anonimi condomini e la demolizione nel 1963 dello storico Teatro Pomponi sul lungomare (che a sua volta aveva già rimpiazzato nel 1923 il Padiglione Marino, primo stabilimento balneare cittadino e Kursaal di Castellammare, risalente al 1887), sacrificato per non affrontare costosi interventi di recupero; l'abbattimento del teatro tuttavia era già previsto nei piani di ricostruzione del 1947 di Luigi Piccinato, spesso largamente ignorati, per fare spazio a un parco della Riviera mai realizzato. Negli stessi anni, precisamente nel 1963, cessava anche l'attività della storica Ferrovia Pescara-Penne, sostituita da un servizio autobus che negli anni, sotto una lunga gestione governativa che terminerà solo nel 2001, si estese sempre di più in provincia e in regione, fino a confluire nella TUA nel 2015. Nel 1979 si registrò il massimo storico di residenti in città, con 137 059 abitanti[122]; da allora la città iniziò a perdere abitanti in favore dei centri limitrofi dell'area metropolitana, attestandosi sui 120 000 residenti[7].

Le elezioni del 1993, immediatamente successive gli eventi di Mani pulite, segnarono la caduta della Prima repubblica, e furono le prime in cui i sindaci furono eletti direttamente dai cittadini: videro la coalizione dei Progressisti guidata dall'indipendente di sinistra Mario Collevecchio battere la lista civica di ispirazione DC-PSI, ma dopo una esperienza di governo di appena otto mesi le elezioni furono annullate dopo un ricorso al TAR per un vizio di forma all’epoca della presentazione delle liste, e nella successiva tornata elettorale del 1994 vinse la coalizione di centro-destra, capeggiata dal sindaco Carlo Pace, che governò la città per due mandati fino al 2003. In questo periodo la città' sperimentò un primo periodo di trasformazione urbanistica con l'approvazione del nuovo piano regolatore, la realizzazione di nuovi spazi museali e l'istituzione della riserva regionale della Pineta D'Annunziana nel 2000[123].


Il nuovo millennio[modifica | modifica wikitesto]

Via Firenze, cardo del centro città, dopo la riqualificazione del 2011

L'amministrazione di centro-sinistra del sindaco Luciano D'Alfonso (L'Ulivo), eletta nelle elezioni del 2003 e riconfermata nella successiva tornata elettorale del 2008 ha avviato l'opera di rilancio dell'impianto urbanistico della città, ripristinando l'uso di zone ed edifici storici abbandonati come l'ex caserma Cocco (adibita a parco pubblico), la stazione di Porta Nuova e l'ex fabbrica dell'Aurum, realizzando molti progetti come l'estensione della pedonalizzazione delle aree centrali, già avviata dalla precedente amministrazione, e la creazione di una rete di piste ciclabili, dotando inoltre la città di grandi opere come il ponte del Mare e il ponte Flaiano, che hanno inciso sull'aspetto della città e sulla sua qualità della vita. Il secondo mandato dell'amministrazione non ebbe lunga vita, in quanto a fine 2008 il sindaco D'Alfonso venne arrestato, con una serie di imputazioni relative a presunte attività di tangenti e scambio di favori tra imprenditori e il comune di Pescara[124]. D'Alfonso sarà poi assolto, insieme a tuti gli altri imputati, per non aver commesso il fatto nel febbraio 2013[125].

Nelle successive elezioni del 2009 vinse la coalizione di centro-destra del sindaco Luigi Albore Mascia (PdL). L'amministrazione Mascia, accusata dalla Ragioneria generale dello Stato di aver portato le finanze del comune in una situazione di predissesto[126], venne in seguito scagionata da tali accuse dalla Corte costituzionale, che determinò come lo stato economico dell'ente fosse frutto di un atto illegittimo del governo Letta[127]. Nelle elezioni del 2014 tornò al governo la coalizione di centro-sinistra guidata dal sindaco Marco Alessandrini (PD), mentre nelle elezioni del 2019 è stato eletto il sindaco Carlo Masci (FI), a capo di una coalizione di centro-destra.

Nel 2009 la città ha ospitato i XVI Giochi del Mediterraneo, superando le altre due città candidate Patrasso e Fiume nelle votazioni del comitato internazionale.


Area metropolitana[modifica | modifica wikitesto]

Ponte Flaiano, inaugurato nel 2017
Il Palazzo di Giustizia del 2004

In seguito alla rapida saturazione edilizia dell'esiguo territorio comunale raggiunta negli anni '70 (con una densità a giugno 2019 di 3 517 ab./km², Pescara è fra i primi capoluoghi italiani per densità di popolazione, preceduta solo dalle grandi metropoli), la città continuò nel tempo a espandersi al di fuori dei propri confini nei comuni limitrofi (segnatamente a Montesilvano, Città sant'Angelo, Spoltore, Francavilla al Mare e San Giovanni Teatino)[5], e già a partire dagli anni '80 Pescara insieme a Chieti è al centro di un'area metropolitana sempre più integrata e interdipendente[128], sostenuta e collegata dal sistema di tangenziali delle strada statale 714 e raccordo autostradale 12[4]. Questa area tuttavia non è stata individuata dal legislatore fra le città metropolitane italiane, e nei propri limiti legislativi le amministrazioni locali hanno cercato comunque di assecondarne lo sviluppo[129], sia dal punto di vista urbanistico, cercando di costruire le infrastrutture di mobilità opportune (come nuovi svincoli e prolungamenti delle tangenziali nei comuni limitrofi), sia dal punto di vista della pianificazione dei servizi che vengono offerti a ridosso dei confini comunali di Pescara ma al centro della conurbazione, come centri commerciali, distretti industriali, e in particolare la razionalizzazione del trasporto pubblico locale in ottica metropolitana[130].

La suddetta area vista dall'alto offre l'immagine di una T; dalla vallata che parte ai piedi di Chieti, punta sul mare e si allarga con le ali sulla riviera, a nord verso Montesilvano e a sud verso Francavilla al Mare. Essa comprende i comuni di Pescara, Montesilvano, Francavilla al Mare, Silvi, Città sant'Angelo, Chieti, Spoltore, Cappelle sul Tavo e San Giovanni Teatino, e conta circa 350.000 abitanti, approssimativamente un quarto dell'intera popolazione regionale.

Ponte del Mare, inaugurato nel 2009

Nuova Pescara[modifica | modifica wikitesto]

Il 25 maggio 2014 i residenti dei comuni di Pescara, Montesilvano e Spoltore si sono espressi in un referendum a favore dell'istituzione di un unico comune. Partecipò al voto il 69,46% degli aventi diritto e di questi il 64%[131] si espresse a favore della fusione degli enti. (A Pescara ha risposto Si il 70.32% dei votanti, ha prevalso il Sì anche a Montesilvano con il 52,23% e a Spoltore con il 51,15%.)[132]. La relativa legge regionale è stata approvata l'8 agosto 2018, fissando il 1º gennaio 2022 come data di nascita del nuovo comune[133]. Il nome Nuova Pescara (a volte anche Grande Pescara) è un nome provvisorio di derivazione giornalistica, infatti resta ancora irrisolta la questione del nome che assumerà il nuovo ente, in attesa di una decisione ufficiale[134].

Comuni interessati Residenti

al 31/12/1981

Residenti

al 31/12/1991

Residenti

al 31/12/2001

Residenti

al 31/12/2011

Residenti

al 30/6/2019

Superficie (km²) Densità

al 30/6/2019 (ab./km²)

Pescara 131 330 122 236 116 286 117 166 119 403[135] 33,9490 3 517
Montesilvano 29 240 35 153 40 700 50 413 54 479[136] 23,5746 2 311
Spoltore 10 552 12 930 15 417 18 566 19 156[137] 37,0144 518
Nuova Pescara 171 112 170 319 172 403 186 145 193 038 94,538 2 115

Note[modifica | modifica wikitesto]

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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti utilizzate
Altri testi
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  • Adriana Carnemolla e Carlo Pozzi, La città, le idee. Pescara nelle interviste a cinque architetti.
  • Luigi Lopez, Pescara, dalla restaurazione al 1860.
  • Cristina Bianchetti, Le città nella storia d'Italia. Pescara, in Grandi opere, ISBN 8842053775.
  • Licio Di Biase, Castellammare nel tempo. Notizie, curiosità, leggenda e un po’ di storia della Pescara dimenticata, ISBN 8874331576.
  • Licio Di Biase, La grande storia. Pescara-Castellammare dalle origini al XX secolo, ISBN 8874336330.
  • Licio Di Biase, La Madonna dei Sette Dolori tra storia e leggenda. Pescara Colli, ISBN 8874337205.

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