San Pantaleone (D'Annunzio)

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San Pantaleone
Dannunzio.jpg
ritratto di d'Annunzio
AutoreGabriele D'Annunzio
1ª ed. originale1886
Genereraccolta
Sottogenereracconti
Lingua originaleitaliano
AmbientazioneAbruzzo (XIX secolo): Pescara e dintorni

San Pantaleone è una raccolta di novelle pubblicate da Gabriele D'Annunzio nel 1886 presso l'editore Barbera di Firenze.

Fa parte di un ciclo di racconti a sfondo abruzzese, composto da Terra vergine e da Il libro delle vergini.

Struttura e contenuto[modifica | modifica wikitesto]

L'opera contiene un gruppo di 17 novelle che in buona parte andranno a confluire, a volte con nuovi titoli, nella nuova raccolta de Le novelle della Pescara (1902). Il tema è quello bucolico-pastorale della sua gente, raccontato attraverso la chiave verista di Verga. I titoli in questa raccolta sono:

  • San Pantaleone
  • Annali d'Anna
  • L'idillio della vedova
  • La siesta
  • La morte di Sancio Panza
  • Il commiato
  • La contessa d'Amalfi
  • Turlendana ritorna
  • La fine di Candia
  • I marenghi
  • Mungià
  • La fattura
  • Il martirio di Gialluca
  • La guerra del ponte. Capitolo di cronaca pescarese
  • L'eroe
  • Turlendana ebro
  • San Làimo navigatore

L'ambiente dannunziano è sempre l'Abruzzo del 1800, incentrato precisamente nella Val della Pescara, inclusi anche gli abitati di Chieti, Ortona, Francavilla al Mare e San Vito Chietino. A differenza del Libro delle Vergini, d'Annunzio rafforza la sua analisi della natura villana e pastorale degli abitanti abruzzesi di basso ceto, mostrandoli in tutto il loro aspetto selvaggio, violento e animalesco, raffigurando in particolar modo il metodo di questi pastori nel confrontarsi tra loro in particolari eventi, come feste, ricorrenze, tragedie e catastrofi naturali. Ciò che D'Annunzio ne desume è ferocia e rabbia contro il prossimo e contro ciò che è diverso dalla loro natura, nonché cieca superstizione cattolica e credenza sfrenata verso Dio sino all'autolesionismo.

Novelle esemplari[modifica | modifica wikitesto]

San Pantaleone[modifica | modifica wikitesto]

Si tratta della novella di apertura della raccolta.

Veduta del Rione Santa Barbara a Chieti

Giunti in pellegrinaggio nella chiesa di San Pantaleone a Miglianico (vicino Francavilla al Mare), un gruppo di fanatici religiosi s'imbatte in una cavalla scalpitante, durante la celebrazione della festività. L'animale si trascina dietro un moribondo, e il capo del gruppo, Giacobbe, viene a sapere da lui che è stato picchiato a sangue per le candele che portava, destinate ad accendere i ceri di San Gonselvo, santo odiato e non riconosciuto dai pellegrini del paese. La folla inferocita si reca contro il gruppo fanatico rivale, sorreggendo la statua di Pantaleone. Lo scontro avviene dentro la chiesa avversaria dove Giacobbe, tra i morti e tra quelli che si combattono ancora, cerca di salvare la statua del suo santo protettore, ma viene abbattuto assieme ad essa dentro il luogo santo.

La morte del duca d'Ofena[modifica | modifica wikitesto]

A Pescara scoppia una rivolta popolare contro la nobiltà locale. La villa del duca d'Ofena è presa di mira, e per il nobile non serve a nulla mandare un ambasciatore. L'uomo viene ucciso e impiccato ad un'asta, mentre la folla inferocita si reca sotto le fondamenta della magione per distruggerla con il fuoco. Il duca Cassaura (Castiglione a Casauria) chiama a sé un servo e il giovane Carletto, suo amante, e cerca di sedare la folla mandando un nuovo messo: tal Mazzagrogna. L'uomo viene crivellato di colpi sulla balaustra della finestra, e la gente si diverte a distruggergli la testa con delle clave.
Improvvisamente il portone di casa cede, e la folla entra, ma i servi di famiglia respingono in un primo momento l'assalto, che però alla fine volge a favore della plebe, che appicca il fuoco in casa. Il vecchio padre, del duca, ormai paralitico, muore tra le fiamme, mentre il duca, che tiene tra le braccia il corpo esanime di Carletto, all'ordine della folla di morire davanti ad essa sul cortile, fugge eroicamente dentro la casa in fiamme, ostinato a far valere il proprio rango, morendo carbonizzato.

La fine di Candia[modifica | modifica wikitesto]

Trabocco da pesca ad Ortona

A Pescara la lavandaia Candia è la migliore che ci sia, e tutte le massaie le vanno a consegnare i panni, nonché la custodia di oggetti di valore, quando non hanno tempo per sbrigare le loro faccende. Un giorno una donna dell'alta borghesia scopre che alcuni cucchiai del suo servizio d'argento sono spariti, e subito getta le sue accuse su Candia, incaricata di occuparsi dei panni di famiglia.
Candia, offesa, viene mandata dal sindaco che subito però la lascia andare via per mancanza di prove. Tuttavia Candia non può più vivere come prima, perché la voce delle accuse di furto s'è sparsa per tutta Pescara, e la gente non fa altro che insultarla per strada.
Candia allora propone di consultare una strega, affinché con il potere della magia venga rivelato il nascondiglio dei cucchiai; l'operazione riesce, però la gente continua ad odiare Candia, accusandola stavolta di essersi accordata con la fattucchiera. Messa al bando dalla città, non passa molto tempo perché la lavandaia inizi ad impazzire per colpa delle malelingue della gente, finendo a mendicare per strada, ed infine a morire di malaria.

Il naturalismo di Verga[modifica | modifica wikitesto]

Ritratto di Verga

Nel periodo della stesura delle novelle, D'Annunzio si ispirò alle tematiche del romanzo I Malavoglia di Giovanni Verga. Egli si allontana così dal periodo carducciano, intendendo rappresentare in maniera schietta e senza infarcimenti poetici la crudezza della vita semplice e umile degli abitanti della sua terra. Come si proponeva Verga nel suo "ciclo dei vinti", D'Annunzio analizza le perplessità e le freddezze di ogni componente delle classi sociali di Pescara, condannando sia ricchi che poveri nella loro cecità e nella loro provincialità esistenziale, completamente chiusi e ostili a qualsiasi forma di novità, e fedeli solo alle vecchie e logore tradizioni.

Tuttavia D'Annunzio non riesce completamente a raggiungere gli obiettivi di Verga, giacché la sua prosa, anziché ripercorrere le tematiche dell'artificio di regressione e dell'eclissi del narratore nella vicenda trattata, usa pur sempre artifici retorici e sufficientemente ricchi di vocaboli complessi e nobili, arrivando addirittura a commentare la vicenda con i condizionali "direi"; tuttavia egli a differenza di Verga riesce a far calare il lettore nella narrazione e nel contesto storico e ambientale, facendo parlare i personaggi rudi nel dialetto tipico abruzzese. Ciò nei romanzi verghiani non era assolutamente possibile, per via di una scelta poetica di Verga stesso.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Gabriele D'Annunzio, Le novelle della Pescara, a cura di Annamaria Andreoli, referenziato da Marina De Marco, Oscar Mondadori, Milano, 1995, ISBN 88-04-41110-4.
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