Acquaviva (famiglia)

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Corona real abierta.svg
Acquaviva d'Aragona
Coa fam ITA acquaviva d'aragona.jpg
Stemma Acquaviva Aragona.png
D'oro al leone rampante d'azzurro armato e lampassato di rosso. Dal 1458 Inquartato: nel primo e nel quarto: partito nel 1° d'Aragona, d'oro ai quattro pali di rosso, nel 2° di Aragona di Sicilia inquartato in decusse: nel 1° e nel 4° d'Aragona, nel 2° e nel 3° di Svevia cioè d'argento all'aquila spiegata di nero membrata e linguata di rosso; nel secondo e nel terzo: d'oro al leone rampante d'azzurro armato e lampassato di rosso.
StatoRegno di Sicilia, Regno di Napoli, Italia Italia
TitoliCroix pattée.svg Conti, poi Principi di Caserta
Croix pattée.svg Duchi di Atri e Nardò
Croix pattée.svg Marchesi di Bellante
Croix pattée.svg Conti di Conversano, Gioia, Giulianova, ecc.
FondatoreRinaldo di Acquaviva
Data di fondazioneXII secolo
EtniaItaliana
Rami cadetti
  • Ramo degli Acquaviva di Caserta e Bellante
  • Ramo degli Acquaviva di Conversano
  • Ramo degli Acquaviva di Nardò

La famiglia Acquaviva (dal 1481 Acquaviva d'Aragona) è stata una famiglia nobile italiana, una delle sette grandi casate del Regno di Napoli.[1] Tra i loro titoli si annoverano quelli di: duchi di Atri e conti di San Flaviano (di Giulia dal 1481); poi anche conti di Conversano, conti e poi duchi di Nardò, per un ramo, e conti e poi principi di Caserta per l'altro.

Sicuramente gli Acquaviva risiedettero ed ebbero possedimenti feudali sin dalla fine del XII secolo nella parte settentrionale dell'Abruzzo; nel 1195 è documentato un Rinaldo di Acquaviva, atriano e feudatario di varie terre nella regione teramana. Gli storici municipali abruzzesi[2] hanno sostenuto che le origini della famiglia, precedentemente a tale data, andassero cercate nella loro regione. A queste ipotesi se ne affiancano altre che assegnano alla famiglia origini nell'area del ducato di Spoleto longobardo, tra l'Umbria e la parte meridionale delle Marche[3][4].

Nei decenni successivi la famiglia stabilisce importanti rapporti con i re angioini: nel 1284 Riccardo di Acquaviva fu giustiziere di Terra d'Otranto al servizio di Carlo I d'Angiò, e nel 1393 Antonio di Acquaviva, che fu il primo a portare, per concessione di Carlo III di Durazzo, i titoli di conte di San Flaviano e di Montorio, comprò dal re Ladislao le città di Atri, con il titolo di duca, e di Teramo. In breve la famiglia assunse un rilievo di primo piano nel Regno di Napoli, fino ad essere annoverata (assieme ai Sanseverino, ai D'Aquino, ai Ruffo, ai Del Balzo, ai de Molisio e ai Berardi - Celano)[5] tra le "Serenissime Sette Grandi Case del Regno", e ad ottenere dal re di Napoli Ferrante il privilegio del 30 aprile 1479, con il quale Giulio Antonio Acquaviva potè aggiungere il nome d'Aragona al proprio cognome ed inquartare il proprio stemma con i colori dei Trastámara.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Dalle origini ad Antonio Acquaviva[modifica | modifica wikitesto]

Gli Acquaviva, prima di diventare duchi di Atri, erano sparsi in vari castelli nella piana del Vomano (si ricorda un primo castello degli Acquaviva nei pressi di Campli, che corrisponderebbe a contrada Castelnuovo), comparendo in scena durante il regno di Federico II. Avevano in possesso Sant'Omero, Ripattoni, Morro, Ofena e Canzano. Tra i primi componenti che appaiono negli atti ci sono Berardo e suo figlio Gualtieri Acquaviva, che si sposò con Isabella contessa di Bellante. Nel 1316 grazie a re Roberto d'Angiò, divenne giustiziere Cicco Acquaviva, che collaborò con il milite Matteo da Canzano, aumentando il prestigio di questa famiglia. Due rami della famiglia, più avanti, si spartirono il controllo della Contea d'Aprutio: i genitori del vescovo Rainaldo e quelli di Matteo, che grazie a Scipione Ammirati divennero "duchi di Atri" e "conti di San Valentino in Abruzzo". Grazie poi a Federico III di Sicilia, Corrado, fratello del vescovo di Teramo, acquisì numerosi castelli, tra cui Civitella del Tronto nel 1300. Nel 1303 comprò Cantalupo, nel 1309 Notaresco, poi nel 1315 Canzano.

Porta Orientale, Castelnuovo di Campli (TE)

Nel 1381 fu incoronato re Carlo III di Durazzo, il quale promosse immediatamente il suo servitore militare Antonio Acquaviva come giustiziere d'Abruzzo, promuovendo poi a contea il castello di San Flaviano. L'Acquaviva si vendicò di Teramo confiscandogli il territorio di Montorio, autoproclamandosi conte, come testimonia un diploma del 1393 di Re Ladislao di Durazzo, anche se in seguito Montorio divenne ufficialmente della famiglia Camponeschi. Amelio di Agoto, altro barone delle terre teramane, di Nereto, Montorio Marina e Colonnella, fu spogliato di tutti i beni da Carlo ed esiliato. Al momento della partenza di Carlo per l'Ungheria, il comando di Teramo fu affidato a Margherita sua vicaria. Alla morte quasi subitanea di Carlo in guerra, il trono sarebbe di lì a poco passato a Ladislao, poiché Margherita non seppe governare il regno con mano sicura.

Da Andrea Matteo e Giosia[modifica | modifica wikitesto]

Con l'ascesa al trono di Carlo III, di provenienza ungara, a Teramo si cerarono due opposte fazioni: gli angioini e i durazziani. La lotta civile scoppiò anche a Teramo, capeggiata da Errico di Roberto Melatino e Antonello di Giovanni Della Valle, fratello del vescovo. Il secondo, seguendo il Muzii[6] scacciò nel 1388 il Melatino con la famiglia. Nell'anno 1388 a Campli era capitano Andrillo Mormile, vice-reggente d'Abruzzo a causa della giovane età di Ladislao, che alloggiava nella casa detta "di Santa Margherita". A causa di un incidente la casa prese fuoco, e venne saccheggiata dai cittadini, facendo fuggire Andrillo, che si appellò a Margherita; a causa di questo incidente, le complicazione per Campli si ingrandirono quando il suo feudo Civitella del Tronto fece lega con Ascoli, arrogandosi il diritto di cittadinanza.
Entrato in maggiore età Ladislao, e riconosciuto sovrano di Napoli, Errico Melatino esule offrì i suoi servigi ad Antonio Acquaviva, nella speranza di potersi vendicare contro Antonello, cedendogli inoltre il governo dell'Università di Teramo. Sempre dai Dialoghi di Muzii (III), si apprende che il Conte Acquaviva in compagnia di Errico, il 22 novembre 1390 marciò su Teramo, trovando le porte aperte, senza che nessuno opponesse resistenza, poiché le guardia erano state corrotte.

Antonello accolse Antonio nella sua casa patrizia, ma a tradimento venne ucciso a pugnalate. Morto, il suo corpo fu gettato dalla finestra in mezzo alla strada, svestito, sicché un cittadino che aveva subito angherie da lui in passato, riconoscendolo, gli troncò la testa, la innalzò su di una picca, e la portò per le strade della città. Il cadavere infine fu gettato in un fosso sotto Santo Spirito. Il palazzo Della Valle fu distrutto, e vi venne creato un macello di legno dove,m per dileggio, almeno fino all'epoca del Muzii (metà '500), i macellai in ricordo della mattanza del tiranno, ingaggiarono combattimenti con le interiora degli animali.

Il 6 maggio 1393 Antonio Acquaviva decise di piantare definitivamente le radici, comprando dal Gran Connestabile Conte Alberico Di Balbiano le città di Teramo e Atri per 35 mila ducati. Vengono ridefiniti i confini di Teramo, ossia con le università di Campli, Bellante, Castelvecchio, Mosciano, Forcella, Basciano, Terra Morricana, Fornarolo. Antonio Acquaviva, grato del servigio di Errico Melatino, lo fece Capitano di Campli; nel 1395 Andrea Matteo Acquaviva, figlio di Antonio, tentò come il padre di cogliere la palla al balzo di una controversia di guelfi e ghibellini ad Ascoli, per poterla prendere con un colpo di mano. Nel frattempo dopo la morte violenta di Antonello Della Valle, il vescovo di Teramo suo fratello morì di crepacuore il 22 febbraio 1396 e gli succedette Corrado Melatino, che fu insieme a Errico in ottimi rapporti con l'Acquaviva, e con il papa Bonifacio. Alla morte del pontefice, salì al soglio papa Innocenzo VII di Sulmona, che prese in considerazione la causa di Ascoli, infeudandola al Duca di Atri, per tentar di salvare delle città del centro Italia, minacciate da Ladislao di Durazzo. L'Acquaviva ottenne da Ladislao vari riconoscimenti, e nell'assedio di Taranto contro Maria vedova di Raimondo Orsini, comandò personalmente l'esercito, ma rimase ferito. Tornando a Teramo, fu ucciso il 17 febbraio dai confederati Melatini. Il racconto di Brunetti racconta di un tal Roberto Melatino[7], che aveva i figli Errico, Cola e Gentile. La morte del Duca d'Atri sarebbe stata segnata dal fatto che costui, andando a caccia con i giovani, mise in groppa al suo cavallo la moglie di uno dei tre fratelli, suscitando l'ira del marito, e dando inizio al piano di morte. Dopo che il duca, tra giusti timori, venne ucciso sul letto, sua moglie Vittoria che era gravida, fu uccisa anche lei, insieme a un testimone, nei pressi di Morro.

Errico aveva già preso accordi con il sovrano Ladislao riguardo la morte di Andrea Matteo, affinché il casato non fosse perseguito dopo l'omicidio. Per oltre un anno la morte del Duca rimase invendicata, ma alla fine i figli orfani di padre entrarono a Teramo, sorpresero i Melatino nella loro casa, stando alle testimonianze dello storico Bucciarelli. E dopo essersi portati cadaveri nei pressi di Morro, dove era stato compiuto il delitto di donna Vittoria, li squartarono e mozzarono le teste.
Questa mattanza servì inoltre a far ribollire gli animi dei Della Valle e dei signori di Campli contro i Melatino. Cominciò così, il 12 marzo 1408 di caccia all'uomo via per via all'interno della città, molti membri dei Melatino vennero uccisi, e risparmiati in alcuni casi, a testimonianza del Muzii, solo i bambini. I Camplesi, resisi conto di una possibile sanguinosa punizione di Ladislao, giunsero a Roma con ambasciatori, raggiungendo il papa Gregorio XII e l'antipapa Benedetto XIII nel pieno delle loro dispute, chiedendo indulti e perdoni, che ottennero, poiché riuscirono a sfruttare a loro favore i cavilli di giustificazione del delitto per lesa maestà.

Alfonso d'Aragona e Giosia Acquaviva[modifica | modifica wikitesto]

Mentre re Ladislao trasmetteva la reggenza alla sorella Giovanna II di Napoli, a Teramo veniva nominato vescovo Stefano di Carrara (1411), riconosciuto nel 1418 anche da papa Martino V. Alla morte di Ladislao, gli esuli teramani rientrarono a frotte nella città, pronti di nuovo a darsi battaglia, che iniziarono immediatamente. Sulle prime erano in vantaggio gli "Antonelli" dei Della Valle, ricacciando nel 1415 dalla città i Melatino. L'università di Campli s'ingraziò Giovanna II con il marito Giacomo di Borbone, ottenendo diversi privilegi. Anche gli Acquaviva parteciparono alla spartizione dei feudi durante il periodo torbido di transizione del potere da Ladislao a Giovanna: Pietro Bonifacio Acquaviva lasciò le cure del figlio Antonio Matteo al fratello Giosia, che sarà il quarto duca di Atri.
Intanto Giacomo di Borbone per riportare l'equilibrio nella piana del Vomano-Tordino, spedì il luogotenente Londino, che strinse accordi coi Melatino per riconquistare Teramo. La vendetta dei Melatino fu tremenda contro gli Antonelli, vennero distrutte le case, bruciate le terre, uccisi i famigliari, catturati altri tradotti nella Civitella; rimase prigioniero anche un tal Marino di Bellante, che riuscendo a farsi liberare, comunicò a Giovanna II il deplorevole stato in cui versava Teramo, nell'anarchia totale, con molte case bruciate e distrutte. Giovanna concesse il perdono dei delitti commessi, con l'eccezione di quelli dei figli di Errico Melatino; la cittadinanza inoltre si sarebbe impegnata a pagare delle tasse per riparare i danni.

Stemma del casato Acquaviva di Atri
Giovanna II di Napoli

Con la sconfitta definitiva di Braccio ad Aquila nel 1424, i Melatini rientrarono a Teramo, scacciando gli Antonelliani. Lo fecero ingraziandosi il duca Giosia Acquaviva, zio e tutore del giovane Andrea Matteo II, che entrò a Teramo ilo 10 giugno dell'anno. Giosia, come l'avo precedente, intendette mettere radici a Teramo, si fece accordare tutti i benefici e i riconoscimenti dalla regina Giovanna, e si fece proclamare signore di Teramo, della Cittadella e di Civitella, che aveva comprato nel 1393. Il governo di Giosia fu tranquillo e prospero, dato che amministrò con calcolatore peso economico tutti i suoi feudi, e mantenne buoni rapporti con Giovanna, tanto che nel 1425 per tre anni la regina esentò Teramo dal pagamento delle tasse.
Nel 1429 divenne vescovo Giacomo Cerretani, dopo che il predecessore Stefano era morto prematuramente, mal sopportando il governo dell'Acquaviva. Durante il suo pastorato, avvenne un ennesimo fatto di sangue tra Melatini e Antonelli, poiché il capo della prima fazione Angelo di Cola intendeva debellare per sempre l'odiato nemico, andando contro i piani di Giosia, che desiderava garantire l'equilibrio. La miccia fu accesa da un incontro di Giosia con gli Antonelliani, mal interpretata da Angelo, che lo venne a scoprire, il quale minacciò Giosia di farlo cadere dal governo. Tuttavia Giosia venne a sapere della congiura dei Melatini, che si erano riuniti a San Flaviano, li arrestò, e 13 di essi furono impiccati lungo la strada di Teramo, presso la chiesa di Santa Maria dell'Arco.

Palazzo d'Atri, Napoli

Da quel momento la lotta tra le due case per molti anni cessò, e da una diceria messa in bocca agli stessi Melatini, ormai ridotti all'osso da congiure, assassini e condanne, costoro vennero a chiamarsi gli "Spennati", mentre gli Antonelliani i "Mazzaclocchi", per via dei grossi bastoni che sovente usavano nei periodi di lotte fratricide. Nel 1440, con l'ascesa al trono di Alfonso I d'Aragona, la signoria di Teramo passò a Francesco Sforza. In questo periodo scoppiò anche la guerra di Ascoli, poiché il duca di Milano Filippo Maria era geloso di lui, e ingaggiò l'esercito di Giosia Acquaviva perché nel 1437 assediasse la città. Francesco Sforza tuttavia l'anno seguente, sotto le grazie si di Alfonso, che segretamente di Renato d'Angiò, entrò a Teramo, conquistando tutti i beni degli Acquaviva, e fece rimuovere gli stemmi nobiliari dalla facciata della Cattedrale.
Nel 1443 avvenne il definitivo assoggettamento del Regno di Napoli ad Alfonso d'Aragona. I Teramani Mazzaclocchi, istigati da Giosia Acquaviva, si recarono da lui supplicandolo di rimettere il governo della città al signore di Atri, ma il re rifiutò dicendo che voleva conservare Teramo nel regio demanio. Giosia e Francesco Sforza cercarono di far cadere il governo voluto da Alfonso, che mise a capo Giovanni Antonio Orsini, instaurando un regime d'anarchia militare, ma persero contro le truppe reali. Teramo alla fine resistette per 6 mesi all'assedio alfonsino, e venne presa per fame.

Palazzo ducale Acquaviva ad Atri, oggi sede comunale

Arresasi, Teramo non venne punita come temeva accadesse, e con un diploma del 1445, Alfonso accordò il perdono. Nel 1445 si incrinarono nuovamente i rapporti tra Francesco e Filippo Maria Sforza, e contro il primo si mobilità la coalizione di Alfonso e Papa Eugenio. Il sovrano decise di debellare l'antica Marca normanna che teneva in controllo i territori del Tronto, e fece erigere una nuova grande fortezza sul colle di Civitella. La fortezza non servì soltanto come un valido punto di controllo del regno, nella parte più a settentrione a confine con lo Stato della Chiesa, ma scongiurò per molti anni la minaccia di disordini da parte dei Mazzaclocchi, che avevano conquistato vari feudi nella zona. Alfonso tenne a cuore le sorti di Teramo, vedendola come una città dalle grandi possibilità militari ed economiche, e nel 1448 esentò dal pagamento dei dazi i mercanti che viaggiavano nel regno.

La congiura di Giosia e la guerra civile[modifica | modifica wikitesto]

Nella notte tra il 4 e il 5 dicembre 1456[8] un terremoto molto forte scosse gli Abruzzi e parte del Regno di Napoli, tanto che città come Aquila e Sulmona subirono gravi danni, e così anche Teramo, dove caddero case e morirono 200 persone. Alla morte di Alfonso nel 1458, si riaccese in Giosia Acquaviva la bramosia di riprendersi Teramo con l'aiuto dei Mazzaclocchi. Sulla strada per Penne, Giosia fece trucidare il luogotenente alfonsino Raniero, mentre a Teramo venivano eletti 12 magistrati affinché continuassero ad amministrare la regia demanialità e i privilegi concessi da Alfonso. Tre deputati successivamente furono inviati dal nuove re Ferrante I d'Aragona, che confermò i privilegi. Al giuramenti di tutti i principi e baroni del Regno, si astenne Giovanni Antonio Orsini Principe di Taranto, che si alleò con Giosia Acquaviva, facendo sposare sua figlia con il duca Giuliantonio Acquaviva, con dote delle città di Conversano, Barletta, Bitonto. Nacque così una querela tra il sovrano e l'Orsini, aizzato dall'Acquaviva, che voleva a tutti i costi riprendere il dominio su Teramo. E naturalmente da ciò, scaturirono di nuovo i tumulti tra gli ex Melatino e gli Antonelli (Spennati e Mazzaclocchi).
I teramani di partito angioini si fortificarono nella rocca di Fornarolo insieme agli Acquaviva. La rocca subì un assedio prontamente respinto, sicché rimpatriati in città alcuni dei Mazzaclocchi, costoro elessero come ambasciatore Marco di Cappella, il quale si recò dal Principe di Taranto, e ricordandogli le promesse fatte agli Acquaviva, pretese che la città di Teramo fosse concessa a Giuliantonio.

Giuliantonio Acquaviva

Il Palma annota che gli Spennati abbandonarono volontariamente Teramo per non subire rappresaglie, e uno di essi trovandosi presso la chiesa di San Pietro ad Azzano, scrisse sul muro che le città di Teramo, Atri, Silvi, nel maggio 1459 erano caduta all'Acquaviva per le pretese del Principe di Taranto su Ferrante I.[9]Il 17 maggio la cerimonia di giuramento alla presenza del viceré di Ferrante: Matteo di Capua, fu celebrata nella chiesa di San Matteo dentro le mura, nel quale Giosia veniva riconosciuto signore di Teramo, in attesa della maturità di Giuliantonio. Gli equilibri furono turbati dalla ribellione dell'Aquila, sotto il governo di Pietro Lalle Camponeschi, di partito angioino, seguace del Principe di Taranto, che fece issare le bandiere di Renato d'Angiò, inducendo alla ribellione varie altre città degli Abruzzi, mentre il Principe scatenava tumulti nella Puglia. Ferrante I mandò l'esercito, mentre il Camponeschi spediva alle porte di Teramo Giacomo Piccinino, che discese da San Benedetto del Tronto lungo la via Flaminia. Il Piccinino, alleato naturalmente di Giosia Acquaviva, di partito filo-angioino, raggiunse San Flaviano, e da lì conquistò le città di Loreto, Penne e Città Sant'Angelo, raggiungendo Chieti per aspettare le truppe di Giulio da Camerino.
Ferrante, grazie alle truppe di papa Pio II, e del Duca Francesco di Milano, comandate da Buoso Sforza, riuscì da nord a togliere i possedimenti a Giosia, iniziando da Castel San Flaviano. La battaglia tra Buoso e il Piccinino fu cruenta, gli eserciti ricacciati al di là del Tordino. Costui tentò un attacco a sorpresa la notte, guadando il fiume, ma il giorno seguente fu respinto dall'accampamento, mentre i campi si popolavano di centinaia di cadaveri. Ritiratosi lo Sforza a Grottammare, il Piccinino ridiscese sotto la Pescara, saccheggiando Chieti, e vari altri feudi. Nella riconciliazione del 1461 di Ferrante con Roberto Sanseverino, indusse il Principe di Taranto a richiamare l'esercito di Matteo di Capua e del Piccinini, evitando altre sciagure nel territorio abruzzese; intanto anche all'Aquila gli animi si calmarono con la tregua siglata da Lalle Camponeschi col Conte di Urbino, capitano generale della coalizione aragonese.

Fronte di una moneta del 1481 ritraente Andrea Matteo III d'Acquaviva

Intanto gli Spennati, vista la buona occasione, si accordarono col viceré di Napoli per riprendersi Teramo, e marciarono sulla città il 17 novembre. Dopo aver preso e saccheggiato San Flaviano, con molte vite uccise per le pretese di potere di questi nobili, l'esercito arrivò in città guadando il fiume Vezzola. Stava per essere aperta Porta Sant'Antonio per fare entrare l'esercito, quando il magistrato impose tre clausole per la capitolazione della città: distruggere la Cittadella una volta presa Teramo, accordare indulti per ogni delitto, conferma dei privilegi concessi da Alfonso. Durante la presa della città, i Mazzaclocchi seppero salvarsi la vita grazie alla fellonia degli stessi, che trovarono rifugio nei conventi e nei cimiteri, mentre le loro donne fingevano di aver sofferto vari soprusi dal governo dell'Acquaviva, in modo da ottenere la clemenza di Ferrante verso i traditori. La Cittadella capitolò l'8 dicembre 1461, il Castellano fu costretto a sloggiare, e venne rimpiazzato da Matteo di Capua con uno nuovo, fedele a Ferrante. Nella descrizione del Palma doveva essere un robusto maschio, con una torre di controllo in cima, e gli alloggiamenti in basso per le truppe. All'epoca della sua compilazione della Storia ecclesiastica e civile (1832), esistevano ancora frammenti di mura presso Porta San Giorgio. Il torrione era ancora in piedi nel 1792, quando poi la deputazione decise l'abbattimento per migliorare l'ingresso al corso.

Palazzo ducale di Giulianova, piazza Buozzi

In seguito alla morte del suocero Giosia Acquaviva, Giuliantonio venne graziato da Ferrante, anche se il ducato perse alcuni feudi, che vennero accordati ad Ascoli: Nereto, Colonnella, Montorio al Vomano, Gabiano e Torri del Tronto. Nel 1463 fu eletto vescovo Giovanni Antonio Campano, l'anno seguente Atri fu restituita a Giuliantonio dal viceré Matteo, divenendo il sesto duca di Atri. In questi anni le coste teramane si popolarono di nuovi villaggi fondati dagli esuli "schiavoni" della penisola Balcanica. Risalirebbero a questi anni la fondazione di Cologna Spiaggia (Roseto), con la costruzione della chiesa di San Niccolò. Pochi anni più tardi il duca Giuliantonio Acquaviva provvide a ricostruire quasi daccapo il sito di Terravecchia a San Flaviano, ossia la storica cittadella, danneggiata dai passati assedi e saccheggi. La nuova città venne chiamata "Giulia Nova", in omaggio al nome del duca, progettata seguendo lo schema tipico della "città ideale rinascimentale", a pianta quadrangolare con nuova cinta muraria provvista di tre torri per lato, la piazza centrale con la nuova Collegiata di San Flaviano, a pianta circolare con cupola, il palazzo ducale, e il convento dei Francescani presso Piazza Vittorio Emanuele (oggi della Libertà).
L'equilibrio di Teramo vacillò ancora una volta quando nel 1474 i Mazzaclocchi si allearono con dei baroni per riprendersi la città; venne inviato a Teramo l'ambasciatore reale Antonio Gazzo, che si occupò di formalizzare una pace perfetta tre le opposte fazioni. La pace fu siglata alla presenza di insigni personaggi: Antonio Piccolomini Conte di Celano e Duca d'Amalfi e Latini Orsini abate di San Nicolò a Tordino. Il Piccolomini s'insediò anche nella diocesi aprutina, rimanendovi sino al 1476. Durante il vescovato di Francesco de Perez, eletto nel 1479, Teramo visse un periodo di relativa tranquillità, cose che non si può dire per il suo territorio, poiché nacque una diatriba territoriale tra Campli e Civitella del Tronto, con scaramucce, razzie di bestiame e omicidi. Nel 1481 nel palazzo ducale di Campli fu siglato un accordo di pace. Civitella ottenne l'autorizzazione di celebrare tra le mura la giustizia civile, ma perse momentaneamente il diritto di nominare il giudice.

Le pretese di Andrea Matteo III e il miracolo di San Berardo di Pagliara[modifica | modifica wikitesto]

Con l'ascesa al trono di Ferdinando II d'Aragona, nacquero tumulti contro Fabrizio Colonna e Gentile Virginio Orsini, quest'ultimo dapprima di partito aragonese, e poi francese, per Carlo VIII di Francia. Virginio scese in conquista degli Abruzzi nel 1496, stabilendosi poi nella Marsica, ad Avezzano, non saccheggiò Teramo, che aveva defezionato il partito francese a favore di Ferdinando II, ma mise sotto scacco Giulianova. Andrea Matteo III invece intese riprendere il potere bell'agro teramano, si alleò con Ascoli, sorpassò il Tronto, ponendo il blocco ad Ancarano. Ferdinando mandò come risposta il viceré Fabrizio Colonna, nella missione di riconquistare negli Abruzzi quei territori ancora assoggettati ai cadetti di Carlo VIII.

Andrea Matteo pensava, di far valere le sue ragioni grazie all'aiuto francese. Presentò nel 1501 davanti ai magistrati 56 articoli, dove erano riportati tutti i possedimenti dell'agro, all'epoca della prima entrata degli Acquaviva a Teramo di Giosia, lamentando il fatto dei un generale disordine nella ripartizione e amministrazione di beni e di alcuni feudi che erano ancora degli Acquaviva al livello legislativo, benché i vari tumulti politici e militari ne avessero da anni impedito l'ordinaria amministrazione. Tuttavia la causa s'interruppe perché Andrea Matteo, fu chiamato a combattere in Terra d'Otranto con Luigi d'Ars, e presso Rutigliano fu sconfitto e catturato. Fu il segnale dell'apertura delle porte degli Abruzzi al sovrano Carlo V, dopo che costui scacciò da Gaeta le ultime truppe cartoline (1504); la reggenza della Corona di Napoli fu affidata a Ferdinando il Cattolico.
Teramo fu infeudata alla figlia Giovanna di Castiglia, insieme all'ex università di Campli, e fortuna volle che la città non subì saccheggi da parte delle milizie spagnole, come accadde per altre città abruzzesi quali Lanciano, L'Aquila e Sulmona. Giovanna visitò la città anche nel 1514 (il I° maggio), con grandi cerimonia, accedendo da Porta Reale.

Castello Acquaviva di Conversano

Alla morte di Ferdinando II, immediatamente il duca Andrea Matteo avanzò rivendicazioni per la ripresa in possesso di Teramo. Francesco I di Francia gliela vendette nel 1519; Andrea Matteo ottenne anche il titolo di "Principe" della Città, ottenne la riammissione nei suoi possedimenti degli antichi beni di Giosia, e gli introiti del commercio del sale lungo il Tordino. Per impedire dei disordini, poiché dovevano rientrare in città i quattro sindaci spediti dalla cittadinanza a parlamentare col re affinché tale accordo non venisse stipulato, vennero applicate le antiche leggi di Ferdinando I, ossia il coprifuoco: sbarrare le porte, impedire che dignitari, principi e valenti uomini uscissero fuori dalla città, in attesa della celebrazione del processo di acquisizione dell'Acquaviva di Teramo, da celebrarsi dentro la città stessa. Vennero eletti Dodici uomini nel palazzo civico per formalizzare la presa d'acquisizione di Teramo, mentre tra la gente di città iniziavano a serpeggiare malumori per il ritorno sotto il gioco dell'Acquaviva.

Benché lo stesso Palma sia scettico nell'attribuire la salvezza della città all'intercessione del patrono San Berardo di Pagliara, accadde che le donne iniziarono a fare penitenza, compiendo diverse processioni a piedi nudi per la città, visitando le chiese di Santa Maria delle Grazie, santa Maria a Bitetto e della Misericordia, mentre gli anziani non si staccavano di un palmo dal sepolcro di San Berardo nella cattedrale. Intanto i Dodici uomini del Municipio, andavano a rifortificare le mura, e a sorvegliare le porte, temendo in qualsiasi momento un atto di ribellione dei cittadini. Lo stesso Acquaviva prese le dovute precauzioni, affidando al figlio Giovanfrancesco il comando delle truppe, stanziate nei punti strategici attorno la città, in caso di ribellione.
Accadde che presso il Vezzola ai piedi del santuario di Santa Maria delle Grazie, le truppe di Atri videro sopra le mure due grandi figure: una donna vestita di bianco e un uomo a cavallo vestito do rosso (i colori dello stemma civico). L'uomo fu riconosciuto come San Berardo, nell'atto di scagliarsi contro i soldati, che si dettero alla fuga, ricacciati anche dai teramani stessi, che irruppero dalle porte aperte.
In seguito a ciò, i cittadini fecero in modo di non finire feudi di qualche altro viceré spagnolo o francese, e così supplicarlo Carlo di Lannoy, che nel frattempo aveva comprato Sulmona, che accolse la richiesta, facendo mantenere l'ordine pubblico delle amministrazioni, ma chiedendo ogni anno una grossa somma di denaro.

I principali rami dell'albero genealogico[modifica | modifica wikitesto]

Nella storia della famiglia dopo il sec. XV possono essere individuati cinque rami: i duchi d'Atri, i marchesi di Bitonto, i principi di Caserta, i duchi di Nardò, i conti di Conversano,.

 Giulio Antonio
†1481
VII duca d'Atri
XIII conte di Conversano
 
  
Belisario I
*1464 †1528
I duca di Nardò
 Andrea Matteo III
*1458 †1529
VIII duca d'Atri
XIV conte di Conversano
II marchese di Bitonto
  
   
linea dei duchi di Nardò

Estinti nel 1636 negli Acquaviva di Conversano con Caterina, VI duchessa di Nardò
Gianfrancesco
†1527
III marchese di Bitonto
 Giannantonio Donato
*1485 †1554
IX duca d'Atri
XV Conte di Conversano
  
   
 linea dei marchesi di Bitonto

Estinti dopo il 1583 con Anna, in esilio in Francia
linea dei conti, poi principi, di Caserta

Estinti nel 1659 nei Caetani di Sermoneta con Anna, III principessa di Caserta
linea dei duchi di Atri e conti di Conversano
 
 
 (dal 1592)
 
  
 linea dei conti di Conversano,
dal 1636 anche duchi di Nardò (per matrimonio),
dal 1790 anche duchi d'Atri (a titolo onorifico per concessione regia)


Estinti nel 1972 con Giulia, XXV duchessa d'Atri, XVII duchessa di Nardò, XXVIII contessa di Conversano
linea dei duchi di Atri

Estinti nel 1760 con Isabella, XX duchessa

Linea dei duchi di Atri, conti di San Flaviano e (fino al 1575) conti di Conversano[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1382 Antonio Acquaviva ebbe dal re di Napoli Carlo III le contee di San Flaviano e di Montorio, alle quali poté aggiungere, nel 1393, la signoria sulle città d'Atri e di Teramo, conferitagli dal re Ladislao dietro il pagamento di 35.000 ducati.

Andrea Matteo I,
figlio di Antonio, fu 2º Duca di Atri, 2º Conte di San Flaviano; morì pugnalato a Teramo il 17 febbraio 1407. I titoli ed i possedimenti passarono ai suoi figli, prima Antonio, poi Pierbonifacio ed infine, nel 1443, alla morte del figlio di quest'ultimo, Andrea Matteo II, al terzo figlio Giosia († 1462), 6º Duca di Atri e 6º Conte di San Flaviano.
Giulio Antonio I,
figlio di Giosia, poi dal 1479 per privilegio regio d'Aragona († all'assedio di Otranto, 7 febbraio 1481), 7º Duca di Atri, 7º Conte di San Flaviano (poi Giulianova in suo onore), Signore di Forcella, Roseto, Padula ecc. dal 1462, 1º Duca di Teramo dal 1464[10], Cavaliere dell'Ordine dell'Ermellino, Generale contro i Turchi in Puglia. Sposò nel 1456 Caterina Orsini del Balzo, figlia naturale del Principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini del Balzo, Contessa di Conversano, Signora di Turi, Noci, Castellana, Casamassima, Bitetto e Gioia del Colle.
Andrea Matteo III (1458-1529),
figlio di Giulio Antonio, 8º Duca d'Atri, conte di San Flaviano (titolo mutato, su sua richiesta e con il beneplacito regio, dal 1481, in quello di conte di Giulia), 15º conte di Conversano (dal 1496), uno dei feudatari più ricchi del regno, fu un uomo d'armi e di lettere, colto e raffinato, educato da giovane dal Pontano ed amico in età adulta di Jacopo Sannazaro. Sposò Isabella Piccolomini Todeschini, figlia del duca di Amalfi Antonio, e successivamente, nel 1509, Caterina Della Ratta, vedova di Cesare d'Aragona (figlio naturale del re di Napoli Ferdinando I, morto in esilio nel 1504). Andrea Matteo assegnò il ducato di Atri al primogenito Giovan Francesco, la contea di Conversano ed i feudi della Ratta a Caserta al di lui figlio Giulio Antonio II, e la contea di Gioia al secondogenito Giannantonio Donato[11]. Nel 1528 Giulio Antonio si schierò a favore dei Francesi e gli Spagnoli lo privarono di tutti i suoi feudi che egli ed i suoi eredi, riparati in Francia, reclamarono a lungo invano. Dopo lunghe vicende Giannantonio Donato riuscì a farsi assegnare il ducato di Atri e la contea di Conversano, mentre la contea di Caserta rimase al nipote secondogenito di Giulio Antonio II, Baldassarre, che dette origine alla linea dei conti di Caserta.
Gian Girolamo (1521-1592),
figlio primogenito di Giannantonio Donato, fu 10º duca di Atri e 17º conte di Conversano; fu padre di due cardinali, Giulio ed Ottavio. Egli divise nel 1575[12] il ducato di Atri e la contea di Conversano tra i figli Alberto (11º duca) ed Adriano (18º conte)[13]. La linea dei conti di Conversano confluirà poi nel 1598 in quella dei duchi di Nardò con il matrimonio tra il 19º conte Giulio Antonio e la cugina Caterina Acquaviva, figlia ed erede del duca Belisario II.
Claudio (1543-1615),
figlio di Giannantonio Donato, fu un religioso italiano appartenente alla Compagnia di Gesù, della quale fu il quinto Preposito Generale (dal 1581 alla morte). Portò a compimento la redazione della Ratio Studiorum, l'insieme delle regole didattiche e pedagogiche per i collegi gesuiti.
Gian Girolamo II (1663-1709)
fu il 15º Duca di Atri, statista e poeta italiano, dal 1679 Grande di Spagna. Tra i suoi figli occorre segnalare Troiano, cardinale ed importante figura politica nella Roma dell'epoca. Dopo la morte di Gian Girolamo il titolo ducale passo in successione ai suoi figli Giosia, Domenico, Troiano, Ridolfo, ed infine Isabella, sposata a Filippo Strozzi; nessuno di essi ebbe eredi ed alla morte di Isabella, nel 1760, il Ducato di Atri ritornò allo stato napoletano, mentre il titolo ducale passò alla linea dei Duchi di Nardò e Conti di Conversano.

Linea dei duchi di Nardò, poi anche (dal 1575) conti di Conversano e (dal 1790) anche duchi d'Atri[modifica | modifica wikitesto]

Riunione dei rami di Conversano e Nardò in Giangirolamo II, da Mazzucchelli. Sono presenti alcuni errori rispetto alla geneaologia corretta riportata nel seguito
Belisario (1464-1528),
figlio di Giulio Antonio I, fu 14º Conte di Conversano; nel 1496 rinunciò alla Contea di Conversano in favore del fratello maggiore Andrea Matteo III (1458-1529) per divenire 1º Conte (poi duca) di Nardò dal 12 marzo 1497, per concessione del Re di Napoli dopo la confisca ai del Balzo. Insignito del titolo di Marchese dal re Federico I di Napoli dopo la battaglia del Garigliano (1503), fu condottiero al servizio del Re di Napoli e dell'Imperatore Carlo V. Sposò Sveva Sanseverino, figlia di don Gerolamo, 2º Principe di Bisignano. Fu sepolto a Nardò nella chiesa di Sant'Antonio da Padova in un bellissimo monumento funebre.
Giovanni Bernardino
era figlio di Belisario I; fu 2º Duca di Nardò dal 1528 e condottiero al servizio dell'Imperatore Carlo V; morì durante un'incursione turca a Nardò 25 agosto 1541 e fu quivi sepolto.
Francesco († 1559),
figlio di Giovanni Bernardino, fu 3º Duca di Nardò dal 1559; Preside in Otranto, Barletta, Gallipoli e Taranto e comandante di cavalleria spagnola.
Giovanni Bernardino II († 1596),
figlio di Francesco, fu 4º duca di Nardò e Belisario II († 1619), suo figlio, 5º duca di Nardò. Caterina, figlia di Belisario II, 6º duchessa di Nardò, sposò nel 1598 Giulio Antonio Acquaviva, 19º conte di Conversano, unendo le due linee Acquaviva d'Aragona. Giulio Antonio era figlio di Adriano († 1607), 18º conte ed a sua volta figlio del 17º conte e 10º Duca di Atri, Giangirolamo I (1521-1592).
Giangirolamo II
(detto il Guercio di Puglia) era figlio di Giulio Antonio e Caterina, fu 20º conte di Conversano e 7º duca di Nardò, mantenne il suo ruolo di signore fino al 1665, anno della sua morte. Era sposato con la contessa Isabella Filomarino dei principi della Rocca.

Nel 1760, alla morte dell'ultima duchessa d'Atri Isabella, Carlo Acquaviva,[14] figlio del conte di Conversano Giulio Antonio, ne ereditò i beni personali, comprendenti i palazzi di Atri e Giulianova e la ricca biblioteca[15]. Lo stato d'Atri fu soppresso ed i beni devoluti al regno di Napoli; dopo un lungo contenzioso con la Corona, conclusosi nel 1790, Carlo Acquaviva ottenne il titolo di duca di Atri (senza beni feudali), trasmissibile agli eredi, riunendolo così di nuovo nello stesso ramo familiare con quello di conte di Conversano.

Nell'Ottocento alcuni membri della famiglia rivestono cariche politiche nello stato unitario; il duca d'Atri Luigi viene nominato senatore del Regno; il fratello Carlo è prima deputato a Giulianova e poi senatore; il figlio Giulio è deputato a Rossano e Castrovillari.

Linea dei conti, poi principi di Caserta[modifica | modifica wikitesto]

Il matrimonio di Andrea Matteo III nel 1509 con Caterina Della Ratta gli aveva permesso di succedere a questa famiglia, che aveva tenuto la contea di Caserta dal 1310. I diritti degli Acquaviva sulla città furono ulteriormente rafforzati dal matrimonio del nipote di Andrea Matteo, Giulio Antonio II, figlio del suo primogenito Gianfrancesco, con la pronipote della contessa di Caserta, Anna Gambacorta. Il ricco periodo è visibile nei resti del castello di Caserta vecchia che venne rinforzato e arricchito di una nuova cinta muraria e di diverse torri.

Nel 1528 Giulio Antonio II, dopo la ribellione agli Spagnoli e la fuga in Francia col figlio primogenito Giovan Francesco, perse tutti i suoi feudi; il ducato di Atri e la contea di Conversano passarono allo zio Giannantonio Donato. La moglie di Giulio Antonio, Anna, rimasta a Napoli, riuscì ad ottenere che la contea di Caserta restasse al figlio secondogenito, Baldassarre, condottiero al servizio di Carlo V e di Filippo II, che mantenne anche il possesso di alcuni feudi in Abruzzo con il titolo di marchese di Bellante.

Il periodo di maggiore sviluppo di Caserta arrivò con il figlio e successore di Baldassarre, Giulio Antonio III, che ottenne il titolo di principe di Caserta nel 1544, e con il figlio di questi Andrea Matteo IV (1594-1634). Gli Acquaviva costruirono ed ampliarono a Caserta diverse opere che formarono il nucleo di costruzioni borboniche nei secoli successivi, come il Palazzo al boschetto, ricco di affreschi di Belisario Corenzio, ed il Palazzo Acquaviva, l'attuale prefettura, che venne ampliato ed arricchito con un bel giardino. Nella campagna attorno a Caserta gli Acquaviva fecero costruire un palazzo noto come il "Belvedere"[16], sul cui nucleo nacque poi la regia colonia di San Leucio. Inoltre, gli Acquaviva vanno ricordati per la forte politica a sostegno della Chiesa, che incentivò la presenza a Caserta di diversi ordini monastici, contribuendo con ampie elargizioni alla costruzione dei conventi , come per i Padri Minimi per la chiesa di San Francesco di Paola.

La figlia di Andrea Matteo IV, Anna (1596-1659), ultima esponente della famiglia, sposò nel 1618 Francesco Gaetani di Sermoneta. I Caetani ereditarono il titolo principesco, governando lo stato di Caserta fino al 1750, quando lo cedettero al re Carlo III che stava progettando la costruzione della Reggia.

Genealogia Acquaviva dalla nascita del ducato d'Atri ai giorni nostri[modifica | modifica wikitesto]

I - dalla creazione del ducato d'Atri ad Andrea Matteo III[modifica | modifica wikitesto]

 Antonio[17][18]
1395
I duca d'Atri[19]
sp. Ceccarella Cantelmo.
 
 
 Andrea Matteo I[20]
1407
II duca d'Atri
sp. Caterina Tomacelli.
 
   
 Antonio II[20]
*1394? †1414
III duca d'Atri
sp. Caterina Orsini del Balzo.
Pier Bonifacio[20]
1421
IV duca d'Atri
sp. Caterina Riccardi.
Giosia[20][21]
*13991462
VI duca d'Atri
sp. Margherita Riccardi.
  
  
 Andrea Matteo II[20]
*1419? †1442?
V duca d'Atri
sp. Isotta Sforza.
Giulio Antonio[22]
1481
VII duca d'Atri
sp. Caterina Orsini del Balzo, contessa di Conversano.
 
     
 Giovanni Antonio[23]
*14571479
I marchese di Bitonto.
Andrea Matteo III
*14581529
VII duca d'Atri
XIV Conte di Conversano
II marchese di Bitonto
sp. Isabella Piccolomini d'Aragona
sp. Caterina della Ratta, contessa di Caserta.
 Belisario I
*14641528
Donato[23]
1528
Vescovo di Conversano.
(figlio naturale)
   
      
Gianfrancesco
1527
III marchese di Bitonto
sp. Dorotea Gonzaga.
Giovanni Battista[24]
*14821496
Giannantonio Donato[25]
*14851554
Giovanni Vincenzo
*14901546
vescovo di Melfi e Rapolla, cardinale.
(linea dei duchi di Nardò)
 Sulpicio[23]
1494
Vescovo di Conversano.
  
  
(linea dei marchesi di Bitonto e dei conti, poi principi, di Caserta)
 (linea dei duchi di Atri e conti di Conversano)

II - Linea dei duchi di Nardò[modifica | modifica wikitesto]

 (linea dei duchi di Nardò)
 
 
 Belisario I
*14641528
14º conte di Conversano, poi 1º duca di Nardò,
sp. Sveva Sanseverino di Bisignano.
 
    
Giovanni Bernardino
1541
2º duca di Nardò,
sp. Giovanna Gaetani.
Giovannantonio
1525
vescovo di Alessano, poi di Lecce.
Giovanni Battista

vescovo di Nardò.
Giacomo Antonio
1569
vescovo di Nardò.
 
 
Francesco
1559
3º duca di Nardò,
sp. Isabella Branai Castriota.[26]
 
 
Giovanni Bernardino II
1596
4º duca di Nardò,
sp. Anna Loffredo di Trevico.[27]
 
 
Belisario II
1619
5º duca di Nardò,
sp. Porzia Pepe.[28]
 
 
Caterina
1636
6ª duchessa di Nardò,
sp. Giulio Antonio II Acquaviva, 19º conte di Conversano.
 
 
(linea dei duchi di Nardò riunita a quella dei conti di Conversano)

III - Linea dei marchesi di Bitonto e conti di Conversano, e dei conti, poi principi di Caserta[modifica | modifica wikitesto]

 Gianfrancesco
1527
III marchese di Bitonto,
sp. Dorotea Gonzaga.
 
 
 Giulio Antonio II
1539
IV marchese di Bitonto, conte di Conversano[29];
perde tutti i feudi e ripara in Francia,
ove è creato signore di Brie da Francesco I;
sp. Anna Gambacorta, contessa di Caserta.
 
 
 (nel 1528 Bitonto e Conversano[32] tornano al demanio regio)
 
  
Gianfrancesco II
1569
riparato in Francia con il padre,
sp. Susanna Caracciolo del Sole
con lui si estingue la linea primogenita maschile Acquaviva.
 Baldassarre[33]
1577
I marchese di Bellante
sp. Girolama Gaetani.
  
   
Anna[30]
†post 1583
nota come "Mademoiselle d'Atrie" nella corte francese,
sp. Ludovico Cattani di Diacceto, conte di Chateauvillain.
Giulio Antonio III
*15491594
signore, poi I principe di Caserta
II marchese di Bellante
sp. Vittoria de Lannoy.
Marcello
*15311617
arcivescovo di Otranto.
  
  
Scipione[31]
†post 1643
conte di Chateauvillain, prese il cognome Acquaviva della madre.
Andrea Matteo IV
*15701647
II principe di Caserta
III marchese di Bellante
sp. Isabella Caracciolo di S. Angelo.
 
 
 Anna
*15961659
III principessa di Caserta
IV marchesa di Bellante
sp. Francesco Caetani, duca di Sermoneta.
 
 
 (Filippo Caetani †1687 IV principe di Caserta)

IV - Linea dei duchi d'Atri e conti di Conversano[modifica | modifica wikitesto]

IV.1 - dal sec. XVI alla fine del sec. XVIII[modifica | modifica wikitesto]
 Giannantonio Donato[25]
*14851554
Conte di Gioia, poi 9º Duca d'Atri e 16º conte di Conversano,
sp. Isabella Spinelli di Canati.
 
   
 Claudio
*15431615
V Generale dei Gesuiti.
Andrea Matteo
1576
vescovo di Venafro e arcivescovo di Cosenza.
Giovanni Girolamo I
*15211592
10º Duca d'Atri, 17º conte di Conversano, conte di Gioia,
sp. Margherita Pio.
 
      
 (linea dei duchi d'Atri)
Giulio
*15461574
Cardinale di San Teodoro.
Rodolfo
*15501583
gesuita, missionario e martire in India.
Ottavio
*15601612
Cardinale, arcivescovo di Napoli dal 1605 al 1612.
Orazio
1617
cappuccino, vescovo di Caiazzo.
(linea dei Conti di Conversano, poi anche duchi di Nardò)
  
  
 Alberto
*15451597
11º Duca d'Atri, conte di Gioia,
sp. Beatrice de Lannoy.
 Adriano[35]
1607
18º conte di Conversano,
sp. Isabella Caracciolo Pisquizi.[36]
  
  
 Giosia II
*15741620
12º Duca d'Atri,
sp. Margherita Ruffo di Scilla.
 Giulio Antonio II
1623
19º conte di Conversano,
sp. Caterina Acquaviva, unica figlia di Belisario II, duca di Nardò.
  
   
 Francesco
*16061649
13º duca d'Atri,
sp. Anna Concublet.
Ottavio
*16081674
Cardinale.
 Giovanni Girolamo II
*16001665
7º duca di Nardò, 20º conte di Conversano,
sp. Isabella Filomarino della Rocca.
  
  
 Giosia III
*16311679
14º duca d'Atri,
sp. Francesca Caracciolo di Torella.
 Cosimo[37]
1665
8º duca di Nardò,[38]
sp. Caterina Di Capua della Riccia.
  
     
 Francesco
*16651725
cardinale vescovo di Sabina.
Giovan Girolamo II
*16631709
15º duca d'Atri,
sp. Eleonora Spinelli.
Dorotea
1714
sp. Giulio III Acquaviva, duca di Nardò.
 Giovanni Girolamo III
1680
9º duca di Nardò, 21º conte di Conversano,
sp. Aurora Sanseverino di Bisignano.
Giulio III
1691
10º duca di Nardò, 22º conte di Conversano,
sp. Dorotea Acquaviva dei duchi d'Atri.
  
      
Giosia IV
*post 16831710
16º duca d'Atri.
Domenico
*16891745
17º duca d'Atri,
sp. Eleonora Pio di Savoia.
Troiano
*16961747
18º duca d'Atri,
Cardinale, arcivescovo di Monreale.
Rodolfo
*16971755
19º duca d'Atri,
sp. Laura Salviati.[34]
Isabella
*17031760
20ª duchessa d'Atri,
sp. Filippo Strozzi.
 Giulio Antonio IV
1746
11º duca di Nardò, 23º conte di Conversano,
sp. Maria Spinelli di Tarsia.[39]
  
     
  (alla morte senza discendenza di Isabella lo stato d'Atri viene devoluto al regio demanio; il titolo ducale passa nel 1790 a Carlo Acquaviva, dei conti di Conversano e duchi di Nardò)
 Eleonora
1760
sp. Diego d'Avalos, X marchese del Vasto e di Pescara.
Giovanni Girolamo IV
1777
12º duca di Nardò, 24º Conte di Conversano,
sp. Maria Giuseppa Spinelli di Scalea.
Pasquale
*17181788
Cardinale.
Carlo[40]
*17331800
21º duca di Atri per successione della 20ª duchessa Isabella, riconosciuta da Ferdinando IV nel 1790.
IV.2 - dalla fine del sec. XVIII ai giorni nostri[modifica | modifica wikitesto]
 Giovanni Girolamo IV
1777
 
 
 Giulio Antonio V
*17421801
22º duca di Atri, 13º duca di Nardò, 25º Conte di Conversano,
sp. Maria Teresa Spinelli di Scalea.
 
 
 Giovanni Girolamo V
*17861848
23º duca di Atri, 14º duca di Nardò, 26º Conte di Conversano,
sp. Maria Giulia Colonna di Stigliano, Giulio Antonio (1808-1836) Giuseppe (1835-1905) Maria (1855-1905) Anna Maria di Lorenzo (1883-1956) Petronella Deviato (1917-1989)
 
   
Amalia
*18111860
sp. Gioacchino Colonna IV principe di Stigliano
Luigi
*18121898
24º Duca di Atri, 15º duca di Nardò, 27º Conte di Conversano
Primo duca del Reame di Napoli
Senatore del Regno d'Italia dal 1860,
sp. Giulia Milazzi di Casalaspro e Pietragalla.
 Carlo
*18231892
Conte di Castellana
Deputato per il collegio di Giulianova dal 1861 al 1876, Senatore del Regno d'Italia dal 1890,
sp. Alexandra Alexandrovna Obreskova.[42][43]
  
   
 Giulio
*18491887
duca di Casalaspro e Pietragalla
Deputato per i collegi di Rossano dal 1880 al 1882 e di Castrovillari dal 1882 alla morte.[41]
Francesco
*18511894
16º duca di Nardò
sp. Maria Zunica di Cassano.
Mario Andrea
*18521908
  
  
 Giulia
*18871972
25ª duchessa d'Atri, 17ª duchessa di Nardò, 28º Contessa di Conversano,
ultima Acquaviva erede dei titoli ducali della famiglia,
sp. Giustiniano Perrelli-Tomacelli-Filomarino.
Carlo
*18941963
 
 
 Fiorella
*19222011

Dimore[modifica | modifica wikitesto]

Nel feudo ducale di Atri gli Acquaviva edificarono il loro Palazzo Ducale alla fine del secolo XIV, al centro della città. Oggi l'edificio, ancora integro, è sede dell'Amministrazione Comunale[44]. Edifici importanti nella vita della famiglia sono stati anche il palazzo - fortezza di Morro ed il palazzo di Giulianova; quest'ultimo, costruito nell'ambito della fondazione della città, fu abitato dalla famiglia fino al sec. XIX[45][46].

Napoli ospita vari edifici degli Acquaviva. All'inizio del '500 Andrea Matteo III ordinò la realizzazione di un grande palazzo sul luogo nel quale la famiglia possedeva da tempo delle abitazioni, vicino Porta Donnorso (ora in via Atri al civico n°. 37). Il palazzo fu acquistato nell'Ottocento dai Winspeare, con il nome dei quali è oggi comunemente conosciuto. A metà del secolo XVIII il penultimo duca, Rodolfo, iniziò la realizzazione di un secondo palazzo a Napoli; l'edificio fu poi ceduto in corso di costruzione ed è oggi noto come Palazzo Albertini di Cimitile.

Il ramo dei principi di Caserta fu particolarmente attivo nella costruzione di residenze, alcune delle quali sono menzionate nel paragrafo a loro dedicato. Ebbero anch'essi residenze a Napoli, nella zona tra Piazza San Domenico Maggiore e S. Biagio dei Librai; una parte di questi edifici furono ceduti ai Carafa della Spina per la realizzazione del loro palazzo. Una seconda residenza, ancora visibile vicino alla Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo, fu acquistata nel 1591 dall'Arte della Seta, per ospitarvi la ragazze della cui educazione la Corporazione si occupava.[47][48]

Giulia: esperimento di città ideale acquaviviana.

Giulianova fu luogo di villeggiatura per la famiglia e dimora prediletta in Abruzzo dopo che, con l'estinzione del ramo ducale, il palazzo di Atri venne acquisito al regio demanio. Il piano di fondazione della città, promosso da Giulio Antonio, prevedeva una residenza nella piazza principale, di fronte alla chiesa di S. Flaviano. In questo palazzo erano alloggiati la biblioteca, la pinacoteca e l'archivio di famiglia[49] quando fu preso d'assalto e distrutto dalla folla durante i moti seguiti alla cosiddetta invasione francese negli Abruzzi. Ne restano oggi alcuni resti. Sempre a Giulianova la famiglia ebbe una villa, nella località "la Montagnola", ancora abitata dagli ultimi Acquaviva fino ai primi decenni del secolo XX.

In Puglia furono dimore dalla famiglia l'antico Castello di Conversano, nella cui pinacoteca sono custodite le tele dipinte da Paolo Finoglio, e il Castello di Marchione, una residenza di campagna fatta edificare a circa 6 km da Conversano.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Acquaviva Aragona, nobili-napoletani.it.
  2. ^ N. Palma, Storia ecclesiastica e civile della Regione più Settentrionale del Regno di Napoli, Teramo, 1832-1836; F. Savini, Le famiglie feudali della regione teramana nel Medioevo, Roma, 1917; L. Sorricchio, Hatria - Atri, volume 2, Pescara, 1929.
  3. ^ C. Vultaggio, Le origini degli Acquaviva, in Documenti dell'Abruzzo Teramano, vol. V, I, p. 34-39, 2001.
  4. ^ Secondo una ricostruzione del Mugnos, priva tuttavia di riscontro storico, gli Acquaviva abruzzesi deriverebbero a loro volta da un ramo dei duchi di Baviera, disceso in Italia nel X secolo.
  5. ^ Archivio di Stato di Napoli
  6. ^ M. de Muzii, Storia di Teramo, III
  7. ^ F. Brunetti, Memorie della famiglia Acquaviva, p. 40
  8. ^ D. Romanelli, Scoverte Frentane, II, cap. 22
  9. ^ N. Palma, Storia ecclesiastica e civile..., II, p. 134
  10. ^ Mentre Andrea Matteo I e Giosia esercitarono un potere effettivo su Teramo, la signoria sulla città di Giulio Antonio e, più tardi, di Andrea Matteo III fu puramente nominale.
  11. ^ Dizionario Biografico degli Italiani, voce "ACQUAVIVA D'ARAGONA, Giovanni Antonio Donato", su treccani.it.
  12. ^ R. Colapietra, Baronaggio, umanesimo e territorio nel Rinascimento meridionale, Napoli, 1999, p. 359-362.
  13. ^ Dizionario Biografico degli Italiani, voce "ACQUAVIVA D'ARAGONA, Adriano", su treccani.it.
  14. ^ Dizionario Biografico degli Italiani, voce "ACQUAVIVA D'ARAGONA, Carlo", su treccani.it.
  15. ^ Una ricognizione del patrimonio privato Acquaviva è presente in Giulio Sodano, Da Baroni del Regno a Grandi di Spagna, Guida, 2012, ISBN 978-88-6666-150-4; la biblioteca comprendeva oltre 2.000 volumi.
  16. ^ http://www.sopri-caserta.beniculturali.it/index.php/monumenti-del-territorio/421-belvedere-di-san-leucio.html
  17. ^ Domenico Marcelli, Giosia d'Acquaviva - Duca di Atri, Teramo, Cassa di Risparmio della provincia di Teramo, 1978.
  18. ^ Dizionario Biografico degli Italiani, voce "ACQUAVIVA, Antonio", su treccani.it.
  19. ^ Mancano documenti che riconoscano esplicitamente ad Antonio il titolo ducale, che fu tuttavia confermato nel 1419 al nipote Pier Bonifacio con esplicito riferimento ai diritti dell'avo. Vedi: C. Vultaggio, Le origini degli Acquaviva, in Documenti dell'Abruzzo Teramano, vol. V, I, p. 36-39, 2001.
  20. ^ a b c d e Marcelli.
  21. ^ Dizionario Biografico degli Italiani, voce "ACQUAVIVA, Giosia", su treccani.it.
  22. ^ Mario Bevilacqua, Giulianova La costruzione di una 'città ideale' del Rinascimento, Napoli, Electa Napoli, 2002, p. 128-136.
  23. ^ a b c Bevilacqua
  24. ^ L. Sorricchio, Hatria - Atri, volume 3, I, p. 369.
  25. ^ a b Dizionario Biografico degli Italiani, voce "ACQUAVIVA D'ARAGONA, Giovanni Antonio Donato", su treccani.it.
  26. ^ Geneanet - Isabella Branai Castriota
  27. ^ Geneanet - Anna Loffredo
  28. ^ Geneanet - Porzia Pepe
  29. ^ in genere non incluso nell'elenco dei portatori del titolo, data la brevità del periodo
  30. ^ Dizionario Biografico degli Italiani, voce "ACQUAVIVA D'ARAGONA, Anna, detta, dal feudo paterno, Mademoiselle d'Atrie", su treccani.it.
  31. ^ Dizionario Biografico degli Italiani, voce "ACQUAVIVA D'ARAGONA, Scipione", su treccani.it.
  32. ^ successivamente riassegnata a Giannantonio Donato, che prosegue la linea dei conti di Conversano
  33. ^ Dizionario Biografico degli Italiani, voce "ACQUAVIVA D'ARAGONA, Baldassarre", su treccani.it.
  34. ^ Gregorio Salviati su Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 90, 2017
  35. ^ Dizionario Biografico degli Italiani, voce "ACQUAVIVA D'ARAGONA, Adriano", su treccani.it.
  36. ^ Caracciolo Pisquizi di Tocco e Trecentola
  37. ^ Dizionario Biografico degli Italiani, voce "ACQUAVIVA D'ARAGONA, Cosimo", su treccani.it.
  38. ^ [[#CITEREFDizionarioCosimo|]] Non fu mai formalmente insignito del titolo di conte di Conversano, a causa del breve intervallo di tempo tra la morte del padre e la propria. La numerazione in questo testo tiene conto di questo fatto.
  39. ^ Card. Pasquale Acquaviva, biografia
  40. ^ Dizionario Biografico degli Italiani, voce "ACQUAVIVA D'ARAGONA, Carlo", su treccani.it.
  41. ^ Scheda storica sul sito della Camera dei Deputati
  42. ^ S. Galantini, Cipria e spartito
  43. ^ Raffaele de Cesare, La fine di un Regno, Milano III edizione s.d., pag. 954
  44. ^ Lugi Martella, Palazzo Ducale - Atri, in Documenti dell'Abruzzo Teramano, vol. V, I, p. 334-335, 2001.
  45. ^ Maria Antonietta Adorante, I palazzi degli Acquaviva di Atri, p. 439 e sgg.
  46. ^ cfr Mario Bevilacqua, Giulianova La costruzione di una 'città ideale' del Rinascimento, Napoli, Electa Napoli, 2002
  47. ^ Aldo Pinto, Raccolta notizie per la storia, arte, architettura di Napoli e contorni - Parte 2.1: Luoghi (centro antico) - Parte 2.1: Luoghi (centro antico) - Palazzo Acquaviva, Conti di Caserta, poi Conservatorio arte della seta e Chiesa dei SS. Filippo e Giacomo, 2017, p. 5338 e seg.
  48. ^ La chiesa dei SS. Filippo e Giacomo: l'arte serica e la storia che non ti aspetti, su ildenaro.it. URL consultato il 19 settembre 2017 (archiviato dall'url originale il 5 luglio 2017).
  49. ^ Si veda Giulio Sodano, op. cit.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • AA. VV., Atti del primo Convegno Internazionale di Studi su La Casa Acquaviva d'Atri e di Conversano, Conversano-Atri, 13-16 settembre 1991, presentazione di F. Tateo, a cura di Caterina Lavarra, Galatina, Congedo, 1995-1996.
  • AA. VV., Atti del secondo Convegno Internazionale di Studi su La Casa Acquaviva d'Atri e di Conversano, Conversano, 24-26 novembre 1995, presentazione di F. Tateo, Galatina, Congedo, 2005.
  • Albero genealogico Acquaviva, su geneall.net.
  • Angelo Antonio Cosmo de' Bartolomei, Sulla nobilissima famiglia italiana degli Acquaviva adottata nella real casa d'Aragona, Ascoli, 1840.
  • A. Spagnoletti, Giangirolamo II Acquaviva. Un Barone Meridionale nella crisi del Seicento, dai Memoriali di Paolo Antonio di Tarsia, presentazione di F. Tateo, Galatina, Congedo Ed., 1999.
  • Baldassarre Storace, Istoria della famiglia Acquaviva reale d'Aragona, Roma, 1738.
  • Berardo Candida Gonzaga, Memorie delle famiglie nobili delle province meridionali d'Italia (6 volumi), Arnaldo Forni Editore, Bologna, 1875.
  • Biagio Aldimari, Memorie historiche di diverse famiglie nobili, così napoletane, come forastiere, Napoli, 1691.
  • Carlo Maria de Raho, Peplus Neapolitanus, volume 1, Napoli, 1710.
  • Enciclopedia Italiana, voce "Acquaviva", su treccani.it.
  • Francesco Zazzera, Della nobiltà dell'Italia, Napoli, 1615.
  • Giovanna Manetta Sabatini, Albero genealogico della Famiglia Acquaviva d'Aragona, Teramo, 2009.
  • Giulio Sodano, Da baroni del Regno a Grandi di Spagna. Gli Acquaviva d'Atri: vita aristocratica e ambizioni politiche, Guida, Napoli, 2012.
  • Raffaele Colapietra, Baronaggio, umanesimo e territorio nel rinascimento meridionale, La Città del Sole, Napoli, 1999, ISBN 88-8292-090-9.
  • L. Sorricchio, Hatria - Atri, volume 2 - Dalle invasioni barbariche alla fine della dinastia Angioina (476-1382), Pescara, 1929; volume 3 - Dalla dinastia Durazzesca alla morte di Filippo II di Spagna (1382-1598), Atri, 1981.
  • M. Sirago, Lo 'stato' acquaviviano in Puglia: gli Acquaviva di Conversano (1575-1665), 1ª parte, Archivio Storico Pugliese, 1984, p. 73 e seg.
  • M. Sirago, Lo 'stato' acquaviviano in Puglia: gli Acquaviva di Conversano (1665-1710), 2ª parte, Archivio Storico Pugliese, 1986.
  • Pompeo Litta, Acquaviva di Napoli, in Famiglie celebri italiane, volume 1, Torino, 1843.
  • Scipione Ammirato, Delle famiglie nobili napoletane, volume 2, Firenze, 1651.

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