Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano

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Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano
Archidioecesis Cosentina-Bisinianensis
Chiesa latina
Duomo cosenza1.jpg
Regione ecclesiastica Calabria
Mappa della diocesi
Provincia ecclesiastica
Provincia ecclesiastica della diocesi
Collocazione geografica
Collocazione geografica della diocesi
Diocesi suffraganee
Cassano all'Jonio, Rossano-Cariati, San Marco Argentano-Scalea
Arcivescovo metropolita Francescantonio Nolè, O.F.M.Conv.
Vicario generale Giovanni Citrigno
Arcivescovi emeriti Salvatore Nunnari
Sacerdoti 236 di cui 153 secolari e 83 regolari
1.604 battezzati per sacerdote
Religiosi 90 uomini, 285 donne
Diaconi 43 permanenti
Abitanti 384.150
Battezzati 378.740 (98,6% del totale)
Superficie 2.537 km² in Italia
Parrocchie 132 (7 vicariati)
Erezione VI secolo (Cosenza)
VIII secolo (Bisignano)
in plena unione dal 30 settembre 1986
Rito romano
Cattedrale Assunzione di Maria Vergine (Cosenza)
Concattedrali Assunzione di Maria Vergine (Bisignano)
Santi patroni Nostra Signora del Pilerio
Francesco di Paola
Indirizzo Piazza G. Parrasio 16, 87100 Cosenza, Italia
Sito web www.diocesicosenza.it
Dati dall'Annuario pontificio 2017 (ch · gc)
Chiesa cattolica in Italia
Icona della Madonna del Pilerio, patrona dell'arcidiocesi.
L'attuale arcivescovo Francescantonio Nolè.

L'arcidiocesi di Cosenza-Bisignano (in latino: Archidioecesis Cosentina-Bisinianensis) è una sede metropolitana della Chiesa cattolica in Italia appartenente alla regione ecclesiastica Calabria. Nel 2016 contava 378.740 battezzati su 384.150 abitanti. È retta dall'arcivescovo Francescantonio Nolè, O.F.M.Conv.

Territorio[modifica | modifica wikitesto]

L'arcidiocesi comprende 66 comuni della provincia di Cosenza: Acri, Aiello Calabro, Altilia, Amantea, Aprigliano, Belmonte Calabro, Belsito, Bianchi, Bisignano, Carolei, Carpanzano, Casole Bruzio, Castiglione Cosentino, Castrolibero, Celico, Cellara, Cerisano, Cleto, Colosimi, Cosenza, Dipignano, Domanico, Figline Vegliaturo, Fiumefreddo Bruzio, Fuscaldo, Grimaldi, Lago, Lappano, Lattarico, Longobardi, Luzzi, Malito, Mangone, Marano Marchesato, Marano Principato, Marzi, Mendicino, Montalto Uffugo, Paola, Parenti, Paterno Calabro, Pedace, Pedivigliano, Piane Crati, Pietrafitta, Rende, Rogliano, Rose, Rota Greca, Rovito, San Fili, San Giovanni in Fiore, San Lucido, San Martino di Finita, San Pietro in Amantea, San Pietro in Guarano, San Vincenzo La Costa, Santo Stefano di Rogliano, Scigliano, Serra d'Aiello, Serra Pedace, Spezzano della Sila, Spezzano Piccolo, Torano Castello, Trenta e Zumpano.[1]

Sede arcivescovile è la città di Cosenza, dove si trova la cattedrale dell'Assunzione di Maria Vergine. A Bisignano sorge la concattedrale di Santa Maria Assunta.

Nella diocesi si trovano tre importanti basiliche minori: la basilica della Madonna della Catena a Laurignano, la basilica di San Francesco da Paola a Paola e la basilica del beato Angelo ad Acri.

Il territorio si estende su 2.537 km² ed è suddiviso in 132 parrocchie, raggruppate in 7 foranie: Urbana I, Urbana II, forania Cratense[2], forania Marina, forania Savuto, forania Serre e forania Silana.

La provincia ecclesiastica cosentina, istituita nel 2001, comprende le diocesi di Cassano all'Jonio e di San Marco Argentano-Scalea e l'arcidiocesi di Rossano-Cariati.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'odierna arcidiocesi è frutto dell'unione delle antiche sedi di Cosenza e di Bisignano, stabilita nel 1986.

Bisignano[modifica | modifica wikitesto]

Incerta è l'origine della diocesi di Bisignano, eretta probabilmente tra il VII e l'VIII secolo su parte dei territori dell'antica diocesi di Thurio, da cui avrebbero tratto origine anche le diocesi di Cassano e di Rossano.[3] Il primo vescovo documentato è Anteramo (o Auderamo), che prese parte al sinodo riunito da papa Zaccaria a Roma nel 743; tuttavia, a causa delle diverse varianti presenti nei manoscritti, questo vescovo è attribuito da alcuni autori alla sede di Bisenzio sul lago di Bolsena.

La diocesi è probabilmente di origine bizantina.[4] Assente nelle più antiche Notitiae Episcopatuum del patriarcato di Costantinopoli, Bisignano compare per la prima volta in quella redatta all'epoca dell'imperatore bizantino Leone VI, databile all'inizio del X secolo, tra le suffraganee dell'arcidiocesi di Reggio.[5]

La diocesi è documentata nelle Notitiae greche fino al XII secolo. Tuttavia, quando Salerno nel X secolo fu elevata a sede metropolitana di rito latino, Bisignano è ininterrottamente menzionata tra le suffraganee della provincia ecclesiastica salernitana dal 989 (bolla di papa Giovanni XV) al 1058 (bolla di papa Stefano IX).[6] È evidente come la diocesi fu oggetto di contesa fra i patriarcati di Roma e di Costantinopoli, riflettendo in questo modo in campo ecclesiastico le difficoltà e le incertezze esistenti in campo politico e militare. La valle del Crati infatti fu conquistata dai Longobardi nel IX secolo, fu ripresa dalle truppe di Niceforo II Foca nella seconda metà del X secolo, per essere definitivamente conquistata dai Normanni di Roberto il Guiscardo nell'XI secolo.

Dopo la conquista normanna, nelle Provinciali della seconda metà del XII secolo Bisignano appare come immediatamente soggetta alla Santa Sede; questa indicazione è sancita da una bolla di papa Celestino III del 1192 e ripetuta nel Liber Censuum della fine del secolo.[7] Questo status fu mantenuto dalla diocesi fino al XX secolo. Secondo alcuni autori, ma l'opinione non è condivisa da tutti gli storici, dopo la conquista normanna Bisignano avrebbe ceduto parte del suo territorio per l'erezione della diocesi di San Marco.[8]

La ricca documentazione relativa a Bisignano fin dal X secolo non è ugualmente supportata da un'adeguata cronotassi episcopale. Sono solo tre infatti i vescovi storicamente attestati fino al termine del XII secolo: Pascasio, che fu tra i firmatari nel 1087 di un diploma del duca Ruggero;[7] Rainaldo, che sottoscrisse nel 1182 un diploma a favore dell'abate di Monreale;[9] e Roberto, destinatario della bolla di Celestino III del 1192.

Nel XIII secolo la diocesi, ben definita nei suoi confini, vantava una numerosa presenza di chiese, conventi e proprietà. Un documento redatto all'epoca del vescovo Ruffino (1269) riporta un inventario dei beni della Chiesa di Bisignano, che si ritrova sostanzialmente invariata in una platea composta durante l'episcopato di Francesco Piccolomini all'inizio del XVI secolo.

Tra XI e XII secolo vennero fondati i più importanti monasteri presenti nel territorio diocesano. Tra questi si ricordano in modo particolare l'abbazia di Santa Maria della Sambucina, fondata dai benedettini attorno al 1087 e passata ai cistercensi nel 1136[4], l'abbazia di San Nicolò di Sellettano e quella di San Benedetto, fondata nel 1099. «Dal XIII secolo in poi si diffusero i francescani e i domenicani, mentre solo nel XV secolo compaiono i terziari e gli agostiniani; nel XVI aprono i loro primi conventi i minimi, i cappuccini, i riformati; infine nel XVII secolo è ricordata una casa dei padri scolopi. Quanto alle religiose, si ha memoria di tre monasteri: due di clarisse, entrambi in Bisignano, uno eretto nel XIII secolo e soppresso dopo il 1595, l'altro agli inizi del XVII secolo; e uno di cappuccinelle, fondato in Acri nel 1726 da Giuseppe Leopoldo Sanseverino.»[4]

A partire dal 1472 circa varie comunità di profughi albanesi, di rito bizantino, si stanziarono nel territorio diocesano nei villaggi di Santa Sofia, Pedalato, San Benedetto, Musti, Appio, San Giacomo (Torano), San Benedetto Ullano e San Martino di Finita.

Dopo il concilio di Trento, fu istituito il seminario diocesano, voluto da Prospero Vitaliani (1569-1575), ma reso possibile dal vescovo Gian Giacomo Amati (1607-1611), che lo dotò delle risorse necessarie per mantenersi. Nel Settecento fu costruito un nuovo edificio, posto tra la cattedrale ed il palazzo vescovile, ad opera del vescovo Bonaventura Sculco (1765), che dotò il nuovo seminario di una ricca biblioteca di oltre duemila volumi.[10]

Il 27 giugno 1818 con la bolla De utiliori di papa Pio VII Bisignano, vacante da anni, fu unita aeque principaliter alla diocesi di San Marco Argentano.

Tra i vescovi delle sedi unite, nell'Ottocento, si ricordano in particolare Felice Greco (1824-1840), che restaurò le cattedrali, gli episcopi e i seminari e costruì a sue spese il santuario del Pettoruto; e Livio Parladore, vescovo per 39 anni (1849-1888), che ricostruì le strutture diocesane dopo due terremoti che sconvolsero le due sedi episcopali, e prese parte al concilio Vaticano I, dove tenne un discorso in favore del dogma dell'infallibilità papale.

Il 13 febbraio 1919 i comuni di San Benedetto Ullano e di Santa Sofia d'Epiro sono passati dalla diocesi di Bisignano alla neoeretta eparchia di Lungro di rito bizantino.[11]

Il 4 aprile 1979, in forza della bolla Quo aptius di papa Giovanni Paolo II, Bisignano è stata separata dalla sede di San Marco Argentano e unita aeque principaliter alla sede di Cosenza.

Al momento della piena unione con Cosenza, la diocesi di Bisignano comprendeva i comuni di Bisignano, Acri, Luzzi, Rose, Lattarico, Rota Greca, Torano Castello e San Martino di Finita.[12]

Cosenza[modifica | modifica wikitesto]

La tradizione, sorta secoli dopo, tramanda i nomi di due vescovi che sarebbero vissuti nel corso del I secolo: Suera (o Sueda), compagno di Stefano di Nicea, presunto protovescovo di Reggio; e san Pancrazio, che in seguito sarebbe diventato vescovo di Taormina. Entrambi i vescovi possono considerarsi personaggi leggendari, mentre è possibile che in quel periodo già fosse presente a Cosenza una piccola comunità cristiana.

Altri due vescovi, Severo e Sereno, storicamente documentati nel V secolo, vengono attribuiti da storici locali alla diocesi di Cosenza. I loro nomi appaiono in due decretali pontificie: la prima di papa Innocenzo I del 416, dove sono menzionati i vescovi Massimo e Severo; la seconda di papa Gelasio I del 496, indirizzata al vescovo Sereno. Le decretali non riportano la sede di appartenenza di questi vescovi, ma solo generiche espressioni come «episcopi per Bruttios» o «episcopi Bruttiorum», troppo poco per poter affermare con certezza che Severo e Sereno siano stati vescovi di Cosenza.

Per il VI secolo lo storico locale Davide Andreotti riporta i nomi di altri due vescovi, Teodoro Savelli e Vitaliano, ma per essi non fornisce alcun riscontro documentale ed è probabile che siano sue invenzioni.[4]

Il primo vescovo di Cosenza storicamente documentato è Palumbo, il cui nome appare in alcune missive di Gregorio Magno scritte tra settembre 597 e aprile 599.[13] L'epistolario di Gregorio Magno informa che nel 602 la Chiesa cosentina era vacante ed affidata al visitatore apostolico Venerio, vescovo di Vibona.

La serie episcopale cosentina è molto lacunosa per il primo millennio. Dopo Palumbo, si conoscono tre soli vescovi storicamente certi: Giuliano, che prese parte al concilio romano indetto da papa Agatone nel 680; Pelagio, presente al sinodo celebrato a Roma nel 743 da papa Zaccaria; e Iselgrimo, che in un anno imprecisato fra il 902 e il 920 sottoscrisse un diploma con il quale permutava un terreno con l'abate benedettino si San Vincenzo al Volturno. Cronotassi tradizionali e storici locali menzionano altri vescovi (Odelberto Squillani, Gherardo, Godelberto, Sigismondo Buglione Gallo e Ugone di Alfione), la cui esistenza è però basata su ipotesi non supportate da documentazione valida e verificabile.[4]

Fino alla prima metà dell'VIII secolo le diocesi calabresi erano immediatamente soggette alla Santa Sede. In seguito invece figurano come suffraganee di rito greco dell'arcidiocesi di Reggio nel patriarcato di Costantinopoli; anche Cosenza, come Bisignano, è documentata nelle Notitiae Episcopatuum greche dal X al XII secolo.[14] Tuttavia, a causa della precaria e instabile situazione politica della valle del Crati, Cosenza è ininterrottamente menzionata anche tra le suffraganee dell'arcidiocesi di Salerno dal 989 (bolla di papa Giovanni XV) al 1058 (bolla di papa Stefano IX).[15] È evidente come la diocesi fu oggetto di contesa fra i patriarcati di Roma e di Costantinopoli, riflettendo in questo modo in campo ecclesiastico le difficoltà e le incertezze esistenti in campo politico e militare. La valle del Crati infatti fu conquistata dai Longobardi nel IX secolo, venne ripresa dalle truppe di Niceforo II Foca nella seconda metà del X secolo, per essere definitivamente conquistata dai Normanni di Roberto il Guiscardo nell'XI secolo.

Secondo Lupo Protospata, Pietro di Cosenza, morto nel 1056, aveva il titolo di arcivescovo; Louis Duchesne[16] ritiene che questo titolo sia stato concesso dai Bizantini, che avrebbero proclamato l'autocefalia di Cosenza, esente dalla giurisdizione metropolitica di Reggio. Tuttavia, la bolla di papa Stefano IX del 1058 sottomette Cosenza alla metropolia di Salerno, situazione giuridica confermata dal successore di Pietro, Arnolfo, che si firmò ancora come semplice vescovo nella lettera sinodale dell'elezione pontificia di papa Niccolò II del 13 aprile 1059; alcuni mesi dopo però, nel concilio di Melfi celebrato ad agosto 1059, lo stesso Arnolfo appare tra gli arcivescovi esenti dalla giurisdizione metropolitica.[17] È presumibile dunque che Cosenza sia stata elevata al rango di arcidiocesi immediatamente soggetta alla Santa Sede[18] nel periodo tra aprile e agosto 1059.[4]

Successivi documenti pontifici confermarono lo status di sede arcivescovile; con il titolo di arcivescovo e di legato pontificio, Arnolfo venne incaricato di presiedere un sinodo a Bari nel 1063; il titolo fu concesso Ruffo nel 1077 e a Arnolfo II nel 1093; nel 1098 papa Urbano II confermò i diritti metropolitici di Salerno sulle sedi di Acerenza e Conza, ma non su Cosenza, oramai sede autonoma.

Nel XII secolo la sede di Cosenza fu ulteriormente elevata di rango, con l'istituzione di una provincia ecclesiastica cosentina, documentata per la prima volta nel concilio lateranense del 1179, dove viene indicata come suffraganea di Cosenza la diocesi di Martirano.

Tra i successivi arcivescovi cosentini, si ricorda in particolare il cistercense Luca Campano (1203-1227) che fece riedificare la cattedrale, andata distrutta per il terremoto del 1184, e che consacrò, alla presenza di Federico II, nel 1222. Alla fine del XII secolo Gioacchino da Fiore aveva fondato in diocesi un ordine monastico approvato da papa Celestino III nel 1196. Nel XV secolo si distinse l'arcivescovo Pirro Caracciolo (1452-1481), che portò a termine la costruzione della chiesa di San Domenico ed eresse l'ospedale della Santissima Annunziata; nel 1471 diede per primo l'approvazione diocesana alle regole dell'Ordine dei Minimi, fondato da san Francesco di Paola.

Dopo il concilio di Trento, i vescovi si preoccuparono di attuarne le decisioni riformatrici. Tommaso Telesio (1565-1568), primo vescovo di origini cosentine dopo secoli, risedette stabilmente in diocesi dopo una lunga serie di arcivescovi che non misero mai piede a Cosenza; a lui si deve l'istituzione del seminario in alcuni locali del palazzo vescovile[19]; nel 1590 l'arcivescovo Giovanni Evangelista Pallotta diede una sede definitiva al seminario, affidato all'insegnamento dei gesuiti.

All'epoca dell'arcivescovo Andrea Matteo Acquaviva d'Aragona (1573-1576) si diffuse il culto per la Madonna del Pilerio, patrona della città e dell'arcidiocesi di Cosenza. A Fantino Petrignani (1577-1585) è attribuito un sinodo provinciale. Durante il lungo episcopato di Giovanni Battista Costanzo (1591-1617) furono indetti tre sinodi diocesani e un concilio provinciale (1596), al quale parteciparono non solo il vescovo di Martirano, ma anche quelli di Umbriatico, di San Marco e di Cariati; Costanzo provvide anche ad effettuare una visita pastorale in tutta l'arcidiocesi. Ulteriori sinodi diocesani furono celebrati dai presuli cosentini fino al termine del Settecento.[4]

In seguito al concordato del 1818 tra il Regno di Napoli e la Santa Sede fu soppressa la diocesi di Martirano, unica suffraganea di Cosenza, che perciò perse la dignità metropolitica e divenne una sede arcivescovile immediatamente soggetta alla Santa Sede.

Nell'Ottocento gli arcivescovi dovettero impegnarsi per la ricostruzione morale e religiosa del territorio dopo il periodo napoleonico e la prima soppressione dei religiosi, cui ne seguì una seconda in concomitanza con l'unità d'Italia; in questo periodo furono solo tre gli arcivescovi cosentini, che coprirono, con lunghi episcopati, quasi un secolo di vita diocesana, e cioè Domenico Narni Mancinelli (1818-1832), Lorenzo Pontillo (1834-1873) e Camillo Sorgente (1874- 1911).

Dopo circa mille anni di continuità territoriale entro i medesimi confini, il 16 dicembre 1963 l'arcidiocesi si ampliò includendo i comuni di Amantea, Aiello Calabro, Serra d'Aiello, San Pietro in Amantea, Belmonte, Cleto, Falconara Albanese, Fiumefreddo Bruzio, Longobardi e le parrocchie di Laghitello e Terrati (nel comune di Lago), che prima appartenevano alla diocesi di Tropea.[20] Altre variazioni territoriali intervennero il 21 e 22 novembre 1973, quando furono aggregati all'arcidiocesi i comuni di Scigliano, Pedivigliano, Colosimi, Bianchi e Panettieri che appartenevano alla diocesi di Nicastro[21] e venne ceduta all'eparchia di Lungro la parrocchia di rito greco di Falconara Albanese.[10]

Nel 1978 a Cosenza fu istituita la parrocchia del Santissimo Salvatore di rito greco, che fu ceduta agli eparchi di Lungro.[10]

Durante l'episcopato di Dino Trabalzini fu costruito a Rende un nuovo seminario arcivescovile, che accolse papa Giovanni Paolo II durante la sua visita pastorale all'arcidiocesi nel mese di ottobre 1984.

Cosenza-Bisignano[modifica | modifica wikitesto]

Il 4 aprile 1979 in forza della bolla Quo aptius di papa Giovanni Paolo II le due diocesi di Cosenza e di Bisignano sono state unite aeque principaliter. Il 30 settembre 1986 con il decreto Instantibus votis della Congregazione per i Vescovi l'unione è diventata piena, e la nuova circoscrizione ecclesiastica ha assunto il nome attuale.

Il 18 novembre 1989 la parrocchia di Panettieri è stata ceduta all'arcidiocesi di Catanzaro;[22] altra variazione territoriale fu sancita il 18 novembre 1997, quando le parrocchie di Acquappesa e Guardia Piemontese sono state cedute alla diocesi di San Marco Argentano-Scalea.[23]

Il 30 gennaio 2001 Cosenza-Bisignano è stata ristabilita nel rango metropolitico con la bolla Maiori Christifidelium di papa Giovanni Paolo II.

Il 25 giugno 2013 è stato inaugurato il museo diocesano di Cosenza nei locali dell'antico seminario cittadino.[24]

Cronotassi[modifica | modifica wikitesto]

Vescovi di Bisignano[modifica | modifica wikitesto]

Vescovi e arcivescovi di Cosenza[modifica | modifica wikitesto]

Arcivescovi di Cosenza-Bisignano[modifica | modifica wikitesto]

Calendario liturgico proprio dell'arcidiocesi[modifica | modifica wikitesto]

In diocesi sono venerati e celebrati i seguenti santi e beati:[37]

Statistiche[modifica | modifica wikitesto]

L'arcidiocesi al termine dell'anno 2016 su una popolazione di 384.150 persone contava 378.740 battezzati, corrispondenti al 98,6% del totale.

anno popolazione sacerdoti diaconi religiosi parrocchie
battezzati totale % numero secolari regolari battezzati per sacerdote uomini donne
arcidiocesi di Cosenza[38]
1950 238.256 240.656 99,0 252 180 72 945 120
1969 293.712 294.712 99,7 237 152 85 1.239 113 543 114
arcidiocesi di Cosenza e Bisignano (poi Cosenza-Bisignano)
1980 348.041 349.207 99,7 308 172 136 1.130 168 561 200
1990 370.981 376.970 98,4 274 150 124 1.353 1 136 548 125
1999 378.000 380.000 99,5 233 133 100 1.622 12 110 400 124
2000 372.000 380.000 97,9 238 138 100 1.563 11 112 573 126
2001 372.000 380.000 97,9 238 138 100 1.563 14 113 573 127
2002 373.000 381.000 97,9 251 151 100 1.486 25 113 590 127
2003 374.000 382.000 97,9 254 154 100 1.472 26 113 590 126
2004 377.000 379.000 99,5 252 152 100 1.496 25 113 590 126
2006 381.000 383.000 99,5 263 163 100 1.448 35 113 590 127
2013 396.000 399.000 99,2 239 156 83 1.656 41 91 293 132
2016 378.740 384.150 98,6 236 153 83 1.604 43 90 285 132

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dal sito parrocchiemap.it.
  2. ^ Questa forania corrisponde al territorio dell'antica diocesi di Bisignano prima dell'unione con Cosenza.
  3. ^ Duchesne, Les évêchés de Calabre, pp. 10-11.
  4. ^ a b c d e f g Dal sito Beweb - Beni ecclesiastici in web.
  5. ^ Jean Darrouzès, Notitiae episcopatuum Ecclesiae Constantinopolitanae. Texte critique, introduction et notes, Parigi 1981, p. 283, nº 547 (Bisounianou).
  6. ^ Kehr, Italia pontificia, X, p. 93.
  7. ^ a b c Kehr, Italia pontificia, X, p. 94.
  8. ^ Su queste controversie storiche e per le indicazioni bibliografiche, vedere la sezione storica della voce Diocesi di San Marco Argentano-Scalea.
  9. ^ Cappelletti, Le Chiese d'Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, XXI, p. 411.
  10. ^ a b c Enzo Gabrieli, Cronotassi degli arcivescovi di Cosenza. Appunti storia della diocesi di Cosenza-Bisignano, allegato al n. 11 (297) di Parola di Vita del 24 marzo 2016.
  11. ^ AAS 11 (1919), p. 224.
  12. ^ Dall'elenco riportato da D'Avino (Cenni storici sulle chiese arcivescovili, vescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle Due Sicilie, Napoli 1848, p. 68), riferibile al territorio della diocesi a metà dell'Ottocento, occorre eliminare i comuni di Santa Sofia d'Epiro e di San Benedetto Ullano che furono ceduti all'eparchia di Lungro nel 1919; in quell'elenco sono incluse Regina, frazione di Lattarico, e San Giacomo d'Acri, frazione di Acri.
  13. ^ a b Charles Pietri, Luce Pietri (ed.), Prosopographie chrétienne du Bas-Empire. 2. Prosopographie de l'Italie chrétienne (313-604), École française de Rome, vol. II, Roma 2000, p. 1575.
  14. ^ Jean Darrouzès, Notitiae episcopatuum Ecclesiae Constantinopolitanae. Texte critique, introduction et notes, Parigi 1981, p. 283 nº 545 (Konstanteias), p. 303 nº 406 (Konstantias), p. 325 nº 487 (Konstantias), p. 362 nº 528 (Konstanteias).
  15. ^ Kehr, Italia pontificia, X, pp. 109-110.
  16. ^ Duchesne, Les évêchés de Calabre, p. 13.
  17. ^ a b c d Kehr, Italia pontificia, X, p. 110.
  18. ^ Ossia, senza diocesi suffraganee dipendenti.
  19. ^ E. Gabrieli, La nuova Semina. Il Seminario Arcivescovile Cosentino, in Fides Quae¬rens, 1 (2009), p. 174.
  20. ^ AAS 56 (1964), pp. 463-464.
  21. ^ AAS 66 (1974), pp. 95-96.
  22. ^ AAS 82 (1990), pp. 841-843.
  23. ^ AAS 90 (1998), pp. 60-61.
  24. ^ Museo diocesano di Cosenza su BeWeb - Beni ecclesiastici in web.
  25. ^ Per le diverse varianti presenti nei manoscritti, Anteramo o Auderamo potrebbe anche essere vescovo di Bisenzio sul lago di Bolsena (così, per esempio, Cappelletti); altri autori lo attribuiscono, ma con molto meno fondamento, alla diocesi di Bitonto in Puglia.
  26. ^ Menzionato nella vita di san Nilo; incerta è tuttavia la sua esistenza storica.
  27. ^ a b c d e f g h i j k l m Kamp, Kirche und Monarchie…, vol. II, pp. 810-815.
  28. ^ Per la cronotassi dei vescovi di San Marco Argentano e Bisignano vedere: Diocesi di San Marco Argentano-Scalea.
  29. ^ Enea Selis viene nominato vescovo di Bisignano il 7 aprile 1979. AAS 72 (1980), p. 96.
  30. ^ Kehr, Italia pontificia, X, p. 112, nnº 4-5.
  31. ^ Kehr, Italia pontificia, X, pp. VII e 113.
  32. ^ Un falso diploma del 1091 menziona un vescovo di nome Rodolfo (Kehr, Italia pontificia, X, p. 112, nº 5).
  33. ^ Secondo Kehr, i due diplomi che menzionano il vescovo Simone sono sospettati di essere dei falsi.
  34. ^ Kehr, Italia pontificia, X, p. 113.
  35. ^ a b Kehr, Italia pontificia, X, p. 114.
  36. ^ a b c d e f g h Kamp, Kirche und Monarchie…, vol. II, pp. 830-862.
  37. ^ Elenco riportato nel Calendario liturgico proprio dell'arcidiocesi; e nell'Aggiornamento Archiviato il 24 ottobre 2016 in Internet Archive. al calendario proprio diocesano.
  38. ^ Per i dati statistici delle sedi unite di San Marco e Bisignano, vedere: Diocesi di San Marco Argentano-Scalea#Statistiche.

Fonti[modifica | modifica wikitesto]

Per Cosenza[modifica | modifica wikitesto]

Per Bisignano[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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