Giulio Antonio I Acquaviva d'Aragona

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Giulio Antonio Acquaviva d'Aragona
13 foto giulio.jpg
Duca di Atri e Teramo
Stemma
Trattamento Duca
Altri titoli Conte di Conversano e San Flaviano
Signore di Padula e Roseto
Nascita Atri, 1428 circa
Morte Minervino di Lecce, 7 febbraio 1481
Dinastia Acquaviva
Padre Giosia Acquaviva
Madre Antonella Migliorati
Consorte Caterina Orsini del Balzo
Maria Spinelli
Figli Giovanni Antonio
Andrea Matteo
Donato
Belisario
Religione Cattolicesimo
Giulio Antonio Acquaviva d'Aragona
NascitaAtri, 1428 circa
MorteMinervino di Lecce, 1481
Cause della morteDecapitazione in battaglia
Luogo di sepolturaChiesa di Santa Maria dell'Isola, Conversano
Dati militari
Paese servitoBandera de Nápoles - Trastámara.svg Regno di Napoli
Royal Banner of Aragón.svg Regno d'Aragona
Forza armataMercenari
GradoCondottiero
Battaglie
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Giulio Antonio Acquaviva, poi Acquaviva d'Aragona (Atri, 1428 circa – Minervino di Lecce, 7 febbraio 1481), è stato un condottiero italiano.

Fu 7º duca di Atri e il 1º di Teramo, conte di Conversano e San Flaviano e signore di Padula e Roseto.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Giulia, la città ideale fatta fondare da Giulio Antonio Acquaviva

Era figlio di Giosia Acquaviva, 6º duca di Atri e conte di San Flaviano, e di Antonella Migliorati.

Dopo la famosa battaglia di San Flaviano (o battaglia del Tordino) tra Francesco Sforza e Niccolò Piccinino (25 luglio 1460), San Flaviano fu saccheggiata dai soldati di Matteo di Capua l'anno successivo e ridotta in macerie. Invece di ripristinare la città, Giulio Antonio Acquaviva nel 1471 preferì costruirne una nuova più in alto vicino alla città antica: Giulia Nova.

Nel 1478 comandò la flotta che sosteneva l'esercito napoletano di Re Ferrante d'Aragona, che si era unito alla coalizione costituita da Papa Sisto IV contro la Repubblica di Firenze. Per aver guidato e consigliato il duca di Calabria, figlio del Re, venne insignito dell'Ordine dell'Ermellino. Inoltre con privilegio del Re di Napoli del 30 aprile 1479, ricevette l'onore di poter aggiungere al suo cognome il nome di Aragona e di inquartare il blasone di famiglia con le insegne della casa reale.

Nel 1480 si recò in Puglia per combattere i Turchi, che avevano devastato Otranto e minacciavano Brindisi. Legò la sua fama alla campagna per la riconquista di Otranto (1481), durante la quale, nonostante l'età avanzata, non volle stare in ozio a Lecce, ma uscito coi suoi per la terra, andato verso Otranto seminò il terrore tra i turchi, che uccise e imprigionò in gran numero.[1]

Qui, durante il terribile inverno, fu lasciato in qualità di luogotenente da Alfonso duca di Calabria, che tornò invece a Napoli.[2] Il conte Giulio pose il suo campo a Sternatia e insieme ai propri cavalieri combatté valorosissimamente, liberando anche alcuni prigionieri cristiani dalle grinfie dei nemici. Durante una zuffa avvenuta di fronte a Otranto, che durò circa un'ora, gli fu ucciso di sotto il cavallo, ma il conte, essendo "non poco agilissimo ancora che l'occupasse il peso dell'arme, dato di mano al stocco haveva fatto opre maravigliose" prima di ritirarsi coi suoi.[1]

«Finalmente alzata fra noi una voce che veneva il Conte Giulio, messe questo nome tanto spavento a' Turchi, che tentavano di sbrigarsi da' nostri»

(Giovanni Michele Marziano, Successi dell'armata turchesca nella città d'Otranto nell'anno MCCCCLXXX)

Perdette la vita in un'imboscata occorsa presso Serrano: ferito una prima volta al collo da un colpo di scimitarra che gli procurò una ferita profonda, il conte continuò ugualmente a combattere contro i turchi, finché con un secondo colpo gli fu in tutto reciso il capo, che rotolò al suolo.

«Il Conte, che d'intrepido e valoroso animo era, non perdendo punto di vigore ancora che la pugna fusse con molto suo disvantaggio, voltegiando un suo destro e generoso cavallo faceva a' nemici conoscer quanto potesse un animo ben risoluto. [...] Finalmente, approssimatoseli più d'ogn'altro un capitano turco, li tirò così furioso colpo nel collo che li dipartì dal capo e, mozzato, miseramente cadde in terra. Raccontasi ch'egli si sarebbe da principio potuto salvar, havendo sotto un generoso e veloce cavallo, detto per sopra nome il Baccaro [...] reputando egli il maggior danno esser quello della fuga come effetto che se ne portava honore, ch'era sopra ogn'altro acquisto, volendo più tosto mostrar che gli era mancato la fortuna che l'animo [,,,] si fermò col fine della vita tirandosi dentro quelli altri suoi ai quali, non bastando l'animo d'abandonarlo, havevano eletto, come poi fecero, di morire con lui, Francesco delli Monti con cinque o sei altri feriti a morte, quali furno portati vivi dai nemici»

(Giovanni Michele Marziano, Successi dell'armata turchesca nella città d'Otranto nell'anno MCCCCLXXX)

Il suo corpo rimase tuttavia dritto in sella (secondo alcuni per un miracolo, secondo altri per certe barde che si portavano in quei tempi[1]) e fu condotto dal cavallo imbizzarrito nei pressi della vicina chiesa di Bagnolo, lontana quattro miglia, nel momento in cui si stava celebrando la messa, dove infine cadde, mentre l'animale proseguì fino a Sternatia. I cittadini di quella terra, che molto amavano il conte Giulio e lo conoscevano per non avere pari nell'arte di cavalcare, compresero ciò che era successo, e seguendo la scia di sangue lasciata dalle ferite del cavallo, ritrovarono il suo corpo e lo seppellirono con grande compianto nell'altare maggiore della chiesa di Sternatia.[1] La testa invece, sottratta dai turchi, fu issata su una picca, e dapprima esposta al pubblico ludibrio sui merli del castello di Otranto, venne poi inviata in dono al sultano a Bisanzio, né mai più ai familiari restituita, nonostante le pressioni dello stesso sovrano e l'offerta di un grande riscatto.[2]

«[Il duca] Alfonso [...] con vive e ardenti lagrime sospirava per la disaventura del Conte. E veramente che era a ciò mosso da doppia e gran caggione di dolore, poiché la fortuna l'haveva tolto un capitano così valoroso e a tempo così oportuno, oltre che in un certo modo la costui morte haveva tolta ai soldati la speranza di dover più vivere. Come amato dunque da tutti, fu anco da tutti pianto e sospirato, e fra tutti molto più da [Re] Ferdinando.»

(Giovanni Michele Marziano, Successi dell'armata turchesca nella città d'Otranto nell'anno MCCCCLXXX)

Il corpo fu successivamente traslato con real pompa a Conversano e sepolto, assieme alla moglie, nella chiesa di Santa Maria dell'Isola, in un monumento funebre opera dello scultore pugliese Nuzzo Barba[3]. Scrittori e poeti, tra cui il Sannazaro e il Pontano, lo hanno celebrato.

Discendenza[modifica | modifica wikitesto]

Giulio Antonio Acquaviva si sposò nel 1456 con Caterina Orsini del Balzo, figlia naturale del Principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini del Balzo, contessa di Conversano e signora di Bitetto, Casamassima, Castellana, Gioia del Colle, Noci e Turi. Da lei ebbe quattro figli:

  1. Giovanni Antonio (1457-1479), marchese di Bitonto, morto durante un suo soggiorno a Pisa;
  2. Andrea Matteo (1458-1529), sposò in prime nozze Isabella Todeschini Piccolomini d'Aragona, figlia di Antonio, 1º duca di Amalfi e conte di Celano, e rimasto vedovo in seconde nozze nel 1509 Caterina Della Ratta. Duca di Atri (dal 1481) e conte di Conversano e Giulia, fu uno dei feudatari più ricchi e potenti del Regno di Napoli. Dal 1509 gli Acquaviva succedettero come conti (poi principi) di Caserta ai Della Ratta, che avevano mantenuto tale titolo sin dal 1310;
  3. Donato, vescovo di Conversano dal 1499 al 1528;
  4. Belisario (1464-1528), 1º duca di Nardò (dal 12 marzo 1497) e 14º conte di Conversano. Fu un condottiero al servizio del Re del Regno di Napoli e dell'Imperatore Carlo V. Sposò Sveva Sanseverino dei principi di Bisignano; sua figlia Andreana fu duchessa di Galatina sposando Ferrante Castriota Scanderbeg (discendente del condottiero Giorgio Castriota Scanderbeg).

Giulio Antonio Acquaviva si risposò poi con Maria Spinelli[4].

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

immagine del nastrino non ancora presente Cavaliere dell'Ordine dell'Ermellino
— [4]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d Lucia Gualdo Rosa, Isabella Nuovo e Domenico Defilippis (a cura di), Gli umanisti e la guerra otrantina, testi dei secoli XV e XVI, Edizioni Dedalo, 1982, pp. 136-160.
  2. ^ a b Grazio Gianfreda, Otranto nella storia, Editrice Salentina Galatina, 1976, pp. 273-275.
  3. ^ Mario Bevilacqua, Giulianova. La costruzione di una città ideale del Rinascimento, Napoli, Electa Napoli, 2002, p. 136.
  4. ^ a b Si veda il collegamento esterno sul sito web condottieridiventura.it.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Luigi Sorricchio, Hatria = Atri, vol. 3, 1ª parte, Atri, Colleluori, 1981.
  • Mario Bevilacqua, Giulianova. La costruzione di una città ideale del Rinascimento, Napoli, Electa Napoli, 2002, ISBN 88-510-0085-9.

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