Bombardamento di Pescara

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Bombardamenti di Pescara
parte della Campagna d'Italia
Data31 agosto 1943

14 settembre 1943
17 settembre 1943

20 settembre 1943
LuogoPescara
TipoBombardamento aereo strategico
ObiettivoDistruggere la stazione ferroviaria
Forze in campo
Eseguito daStati Uniti USA
Ai danni diFlag of Italy (1861-1946) crowned.svg Italia
Forze attaccanti14 settembre 1943: 37 B-24
Bilancio
Perdite civili31 1943 :1600-1900 morti
14 settembre 1943: 600-2000 morti
Perdite infrastrutturali31 agosto: distruzione del Palazzo del Governo e delle aree limitrofe a via Nicola Fabrizi e via Firenze.
14 settembre 1943: distruzione della stazione ferroviaria e degli edifici circostanti, quali magazzini, scali merci e depositi
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Ripresa aerea del bombardamento
Macerie in via Ravenna

Il 31 agosto ed il 14, 17 e 20 settembre del 1943 nel pieno della seconda guerra mondiale, Pescara è stata oggetto di pesanti bombardamenti da parte delle forze alleate che hanno causato la morte di almeno 3000 persone (varie fonti indicano anche un numero di 6000 caduti) e la distruzione di 1265 edifici, il grave danneggiamento di 1335 oltre quello lieve di 2150[1] costruzioni del centro abitato (un totale pari a circa l'80% degli edifici della città) che circondava la stazione e la linea ferroviaria - unici veri obiettivi dei bombardamenti.

Nella sostanza, la parte a nord del fiume, ovvero la vecchia Castellammare che al tempo sorgeva intorno la stazione ferroviaria e che fiancheggiava la linea ferroviaria ed il porto, fu rasa al suolo determinando la fuga di massa dei cittadini di Pescara verso i paesi dell'entroterra. Infatti, i bombardamenti del 17 e, soprattutto, del 20 settembre, causarono poche vittime civili poiché la città era stata abbandonata e molti sfollarono nella città di Chieti - dichiarata città aperta- e presso i dintorni di Pianella.

Il contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Gli Alleati, sul versante adriatico, erano già nei pressi di Termoli e contavano di arrivare entro Natale a Pescara, per poi raggiungere agevolmente Roma percorrendo la via Tiburtina Valeria. Ma tra gli Alleati e Pescara c'era la Linea Gustav, una imponente linea difensiva voluta da Hitler e coordinata direttamente dal generale Albert Kesselring.

Il bombardamento fu ordinato dal generale Montgomery che aveva l'obiettivo di colpire in maniera decisiva le linee di rifornimento dell'esercito tedesco, che faceva uso della linea ferroviaria. Nonostante la violenza dei bombardamenti, l'impeto dell'attacco alla Linea Gustav ed il contributo della Brigata Majella, la difesa dell'esercito tedesco fu strenua e gli scontri si dilungarono per molti mesi in più del previsto, fino all'inizio di giugno del 1944.

L'attacco del 31 agosto[modifica | modifica wikitesto]

L'attacco del 31 agosto, è ancora vivido nel ricordo di molti dei sopravvissuti.

Alle ore 13:20 di un caldo pomeriggio d'agosto, la spiaggia era affollata di persone. I bombardieri B-24 del 376th Bombardment Group dell'aeronautica americana provennero dalla direzione del mare e sganciarono le bombe contro il centro cittadino: l'attacco fu devastante. In modo particolare furono rase al suolo le aree comprese tra le attuali via Nicola Fabrizi e via Firenze nonché il palazzo del governo, che allora ospitava il presidio militare, nonché altre aree limitrofe alla stazione. Ma la stazione non fu colpita. Si calcola che questo bombardamento abbia causato 1600-1900 vittime, tra morti e feriti[2]

Le bombe sganciate furono almeno 500 per il peso complessivo di 850 quintali. Per una decina di minuti i velivoli statunitensi agirono indisturbati nella città, dove non era stato attuato nessun piano di evacuazione per il pericolo, né esistevano rifugi protettivi creati in precedenza. Le mitragliatrici di protezione situate sui palazzi principali non entrarono in funzione, tutte le bombe caddero sulla riva sinistra del fiume, colpendo il quartiere castellamarese, oltre al viale N. Fabrizi, anche Piazza Umberto I (Piazza Salotto), il Corso Umberto I, via Carducci. L'obiettivo era di distruggere postazioni strategiche della città, le infrastrutture principali, la stazione, postazioni militari della Wehrmacht, ma le "fortezze volanti" in realtà compirono solo un massacro civile, che oscilla tra i 600 e i 3.000 morti.

Macerie nei dintorni di Piazza Umberto I, via Carducci, e sullo sfondo si intravede il Palazzo Verrocchio

La maggior parte delle vittime furono gli anziani, le donne e i bambini, furono colpite la Questura, il Palazzo delle Poste sul Corso Vittorio Emanuele, l'istituto tecnico "Tito Acerbo", dove si trovava la caserma per gli allievi piloti; tra questi ultimi si registrò una cinquantina di morti, a causa di una bomba caduta sull'edificio, per uno degli "errori" dei piloti statunitensi. Molte famiglie si trovavano nelle case del centro di Castellammare per il pranzo furono colte di sorpresa e cancellate; venne poi colpita la fabbrica di Pittura, da cui si sprigionò una nube tossica che rese per ore l'aria irrespirabile. L'attacco improvviso gettò nella confusione anche la gestione dell'emergenza civile, la Croce Rossa disponeva di pochi mezzi di soccorso, i volontari dell'UNPA erano dotati soltanto di una maschera antigas, di un elmo e di un'ascia, e così, malgrado la carenza dei soccorsi, alcune persone riuscirono a scampare alla morte, grazie anche all'aiuto dei civili che si misero a scavare tra le macerie degli edifici.

Il 3 settembre fu ordinato lo sgombero civile di Pescara, affinché fossero messi in atto di lavori di ripristino dell'elettricità, dell'acqua, del gas; i resti umani ridotti in condizioni misere per il riconoscimento, vennero ammassati e bruciati per evitare epidemie, anche se diversi cadaveri, anche dopo la guerra, vennero rinvenuti tra le macerie. Poiché il principale obiettivo di distruggere la ferrovia con la stazione Centrale era stato mancato, la "Radio Londra" parlo di una efficace riuscita azione di guerra contro un importante centro strategico della costa adriatica, annunciando la distruzione degli impianti ferroviari, l'interruzione dei traffici stradali, il danneggiamento del porto, la distruzione dell'Officina Campione e l'abbattimento dei ponti. Di contro, il Comando Supremo Italiano nel bollettino di guerra n. 1194 del 1 settembre, cercò di non fornire dettagli, parlando semplicemente di aeroplani che avevano colpito le città di Cosenza, Pisa, Catanzaro ecc, causando numerosi morti.

Il federale fascista Nicola Volpe scriveva che Pescara comprendeva la necessità della guerra, benché i cittadini fossero tenuti in realtà all'oscuro di tutte le operazioni belliche, e la città si trovò di fatto inclusa in operazioni militari perché fungeva da nord e da sud dell'Abruzzo principale punto di collegamento mediante la via Tiburtina Valeria con Roma. La città era completamente indifesa, l'aeroporto "Campo di Fortuna" di Sambuceto fungeva da scuola di addestramento dei piloti d'aerei da caccia, ma era privo di velivoli che potessero funzionari militarmente; era sguarnito di contraeree o batterie alternative che potessero contrattaccare qualsiasi incursione, non c'erano rifugi antiaerei, né esistevano squadre organizzate per i soccorsi speciali, eccetto appunto la Croce Rossa

L'attacco del 14 settembre e la strage della stazione[modifica | modifica wikitesto]

Il 14 settembre ci fu un secondo attacco, stavolta ben circoscritto all'area della stazione ma estremamente pesante poiché i 37 bombardieri del 376º e 98º gruppo della A.I. F. lanciarono 341 bombe ad alto potenziale esplosivo e incendiario, distruggendo completamente magazzini, scali merci e depositi di rifornimenti della stazione[3]. Fu un'autentica carneficina perché le bombe furono sganciate quando la stazione era gremita di persone: il numero di vittime di quella strage è a tutt'oggi incerto, ma Carlo Colacito, nel suo manoscritto “Pescara durante la guerra (1943-1944)”, testimonia la morte di un numero oscillante tra le 600 e le 2000 persone. Il bombardamento colpì la stazione, la linea ferroviaria e le aree limitrofe nel lato nord della città in particolare nella zone circostanti le attuali Corso Vittorio Emanuele e via Firenze.

I cittadini si riversarono in strada, sventolando fazzoletti bianchi, ma la città fu bombardata ugualmente, seguendo il piano del generale Bernard Law Montgomery di prendere Pescara per arrivare a Roma. Con quest'attacco, dopo la fallimentare distruzione della stazione, si mirava agli obiettivi strategici, ossia gli Uffici pubblici, il centro urbano principale (corso Vittorio Emanuele e Corso Umberto I), colpendo anche l'altro centro di Porta Nuova, che era rimasta illesa il 31 agosto. La Prefettura vecchia sul viale G. D'Annunzio, accanto la Cattedrale, venne distrutto, così come uno stabile in Piazza Garibaldi, con notevoli danni anche al Circolo Aternino, ex municipio pescarese. Nella parte storica di Pescara, i bombardamenti interessarono anche l'unica porta storica di accesso, presso le casermette borboniche della vecchia fortezza in via delle Caserme, le due chiese di San Giacomo e del SS. Rosario, risalenti al XVII secolo (nell'area di Largo dei Frentani), che non verranno più ricostruite. Le bombe arrivarono sino a Villa Basile presso i Colli e nel quartiere Zanni, a confine con Montesilvano Marina, danneggiando anche lo stabilimento di Leopoldo Muzii con l'arco dell'orologio (che stava nel viale G. Bovio).

La strage vera e propria si verificò nella stazione Centrale, dove i pescaresi si erano ammassati per saccheggiare i vagoni che contenevano ancora qualche risorsa per il proprio sostentamento. Vennero assaltati prendendo farina, zucchero, sigarette, sale, ma essendo rimasti bloccati dentro un vagone, in 600 o 900 furono trucidati dalle bombe che bersagliarono la ferrovia. Questa dimostrazione costrinse l'80% dei pescaresi ad abbandonare definitivamente la città, ridotta a un ammasso di macerie, mentre la sede amministrativa veniva spostata nel comune di Spoltore, che già era frazione di Pescara. Pescara di fatto divenne una città fantasma, con pochi civili ancora nelle case, il che permise di limitare le morti nelle successive incursioni aeree.

Gli attacchi del 17 e del 20 settembre[modifica | modifica wikitesto]

I successivi attacchi produssero danni materiali, sempre nella sponda nord del fiume, ma poche vittime civili poiché la popolazione aveva già abbandonato la città, la cui parte settentrionale era quasi completamente rasa al suolo. Pescara era diventata una città fantasma. Infatti, il Comando Tedesco aveva già emanato l'ordine di evacuare la città ed aveva istituito il coprifuoco, sia di giorno che di notte.

Gli ultimi bombardamenti[modifica | modifica wikitesto]

Dal canto loro, i tedeschi disseminarono la città di mine, requisivano tutto ciò che potesse servire all'industria bellica, incluse statue e campane. Il 31 ottobre giorno della festa di Cristo Re], il parroco Pasquale Brandaro non poté usare infatti le campane della parrocchia del Sacro Cuore sul Corso Umberto I, poiché erano state requisite, così andò nel rione Porta Nuova dove vivevano ancora dei civili, e suonò quelle della Cattedrale di San Cetteo. Nel pomeriggio anche queste campane furono requisite, insieme alle statue di Nicola D'Antino del Ponte Littorio.

Il Ponte Littorio nel 1935, distrutto nel 1944

Il 4 ottobre, 12 aerei bombardarono ancora Porta Nuova con centinaia di bombe, causando 16 morti; l'obiettivo era stanare una guarnigione di tedeschi, che però aveva abbandonato la città poche ore prima, il 17 ottobre ci fu un'altra incursione, che colpì ancora la ferrovia dove si trovavano mezzi tedeschi. Rimasero ferivi due civili, ma morirono decine di soldati della Wehrmacht. In seguito le incursioni aeree diminuirono, causa pur sempre danni, ma di entità minore, poiché vennero colpiti solo postazioni militari. L'ultima incursione aerea di grave entità ci fu l'8 dicembre 1943, gli aerei bombardarono la città a caso senza obiettivi precisi, causando alcuni morti, la seconda incursione del mese avvenne l'11, che danneggiò diverse opere d'arte realizzate da Basilio Cascella e dai figli Michele e Tommaso, mentre altre vennero saccheggiate. Questa fu l'ultima azione aerea su Pescara, ormai distrutta all'80%.
I tedeschi tuttavia continuarono a minare il territorio circostante per rallentare l'avanzata alleata, e l'ultimo atto di distruzione ci fu il 9 giugno 1944, quando i tedeschi fecero saltare in aria il Ponte Littorio, impedendo il collegamento effettivo tra la città di Porta Nuova con il quartiere Castellammare.

L'opera di ricostruzione negli anni dell'immediato dopoguerra fu celere, anche se le amministrazioni valutarono, soprattutto dagli anni '60 in poi, di lasciare solamente i principali monumenti storici che erano stati ristrutturati dai danni delle bombe, come il Palazzo Civico, il Palazzo del Governo, la Cattedrale, le casermette, il Palazzo Muzii di Piazza della Rinascita, la chiesa del Sacro Cuore, mentre gli altri manufatti irreparabilmente danneggiati, o che versavano in cattive condizioni come Villa Sabucchi in stile neogotico, o il Teatro Pomponi, vennero pian piano smantellate per lasciar posto a nuove costruzioni, determinando di fatto un cambiamento irreversibile del volto di Pescara che mostrava prima della guerra. Di fatto il rione di Castellammare era stato quasi cancellato, e le costruzioni occuparono anche gli altri siti di via Bologna, via Milano, via Ravenna, via Genova, lasciando alcuni sprazzi di storia nelle antiche costruzioni borghesi eclettiche solamente nel tracciato di via C. Battisti-via Firenze.

Medaglia d'oro al merito civile[modifica | modifica wikitesto]

Anche a motivo del pesante costo in vite umane di questi bombardamenti, l'8 febbraio del 2001, il Presidente della repubblica, Carlo Azeglio Ciampi ha conferito alla città la Medaglia d'oro al merito civile.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Raffaele Colapietra, Pescara, 1860-1960, Pescara, Costantini, 1980, p.491.
  2. ^ Raffaele Colapietra, Pescara, 1860-1960, Pescara, Costantini, 1980, p.493.
  3. ^ Resconto di uno studioso Archiviato il 21 gennaio 2011 in Internet Archive..

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]