Storia di Avezzano

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Avezzano.

« Salve Avezzano novella, eroica figlia d'Italia, sol de la Marsica!
Salve, dal cielo provata al duolo, sublime donna.
Per te la stella splende più vivida nel ciel azzurro…
le tue sorelle risorte cantano: sorgi con l'inno d'amor di fede più bella e grande »

(Mons. Raffaele Salucci, nel primo anniversario del terremoto del 1915[1])
Il lago Fucino e la regione dei Marsi come figurano nella Galleria delle carte geografiche (1580-1585) dei Musei Vaticani

La Storia di Avezzano spazia dal Paleolitico inferiore fino ai nostri giorni[2].

La prova della presenza dei cacciatori nomadi a cominciare dal Paleolitico inferiore e dello stanziamento a carattere continuativo delle popolazioni durante il Paleolitico superiore, circa 18-14.000 anni fa[3], si hanno con una serie di testimonianze[4]. La più vicina è quella delle grotte di Ciccio Felice ed Afra, alle pendici del monte Salviano. Si tratta di insediamenti preistorici individuati nei pressi della strada Circonfucense, in corrispondenza di strada 6 del Fucino, in cui sono emerse le tracce risalenti ai periodi del paleolitico, eneolitico e dell'età del ferro. Resti più consistenti giungono dalle numerose grotte presenti attorno all'alveo dell'ex lago Fucino[2][5].

Insediamenti di epoca romana sono tornati alla luce nelle località Cretaro-Brecciara, Valle Solegara, nel sito della collegiata di San Bartolomeo e nella villa romana lungo il tracciato della strada statale 5 Via Tiburtina Valeria, alle porte della città[6].

In questi luoghi lungo le rive orientali e meridionali del Fucino nel periodo italico, a cominciare dall'età del ferro, hanno stanziato i Marsi popolo di origine indoeuropea.[7]. Dal momento della costituzione il popolo è stato cantato e celebrato in tutte le epoche come uno dei progenitori e al contempo uno dei figli prediletti dell'Italia[8]. Prima in confitto e poi alleati con Roma, in seguito alla guerra sociale hanno ottenuto la cittadinanza romana e che ha accelerato il processo della loro romanizzazione[9].

Origine del nome[modifica | modifica wikitesto]

  1. Secondo alcuni storici l'ipotesi tra le più verosimili sarebbe quella del toponimo prediale Avidianum (o fundus Avidianus), dal gentilizio Avidius, da cui deriverebbe direttamente Avezzano, con una sola v e la z sonora. L'archeologo Cesare Letta ha attestato tale gentilizio nel territorio di Alba Fucens[10]. L'epigrafe classificata come CIL IX 4024[11], in particolare, recante il nome di due liberti della gens Avidia, fu rinvenuta proprio ad Avezzano: ciò sarebbe il segno tangibile di una sensibile continuità tra la colonia romana e il suo ager publicus[6].
  2. L'etimologia più corretta secondo altri studiosi farebbe derivare il nome della città di Avezzano dal prediale "Ad Vetianum" o "Ad Vettianum", ovvero luogo abitato dai "Vetii", antica e nobile famiglia romana che avrebbe scelto questi luoghi come residenza di vacanze in epoca romana. Il toponimo "vetiano" o "vettiano", si sarebbe trasformato linguisticamente in "Veziano" o "Vezziano", infine divenuto "A Vezzanum" (a "Vezzano")[12]. Il nome trasformatosi linguisticamente in "Avezzano", fu scelto in onore di Caio Vettio Scatone, questore marso, citato più volte da Cicerone come abile "dux marsorum"[13]. Collaborò e supportò Quinto Poppedio Silone, durante le guerre sociali[12]. Identiche le ipotesi per l'omonima frazione di Sessa Aurunca e per Vezzano Ligure[14].
  3. L'ipotesi, giudicata più suggestiva e poco attendibile, vuole che derivi da "Ave Jane", un'invocazione posta sul frontale del tempio consacrato, in località Pantano, a Giano, il dio bifronte degli inizi, materiali e immateriali; quindi dell'inizio dell'anno, da cui deriverebbe il nome di Gennaio, della volta celeste, dell'arco della porta, agli inizi dio della città etc etc. È una delle divinità più antiche e più importanti della religione romana, latina e italica. Di solito è raffigurato con due volti, poiché il dio può guardare il futuro e il passato. Il suo culto è probabilmente antichissimo e risale ad un'epoca arcaica, in cui i culti dei popoli italici erano in gran parte ancora legati ai cicli naturali della raccolta e della semina. Stando alla leggenda attorno al tempio del dio Giano ebbe origine la borgata formata dai primi agricoltori stanziati nell'area che, all'epoca, abbracciava il lago Fucino[15][16][17]. L'ipotesi è stata giudicata inverosimile a causa della mancanza di evidenze archjeologiche o storiche. Mentre il tempio situato nella piazza del Pantano, sui cui resti venne edificata successivamente la chiesa di San Bartolomeo, potrebbe essere stato dedicato a Giove, per l'esattezza a Giove Statore, in cui l'attributo Statore indicava una supplica rivolta al dio latino per far in modo che gli eserciti romani impegnati in guerra potessero resistere alle avversità. Alcune iscrizioni latine tornate alla luce nel territorio della contemporanea Avezzano lo attesterebbero[18].
  4. Altra tesi improbabile è quella legata al ricordo dell'antica città romana di Aveia (nell'agro-vestino) e della gens Aveia[19].
  5. Il nome descriverebbe la zona: la località, dove si è sviluppata la città, si affacciava ai bordi del lago Fucino che, a causa della scarsa profondità dell'acqua, Virgilio chiama 'liquidi lacus' (Eneide VII, 760). Avezzano deriverebbe dall'accadico awûm (palude, stagno, acquitrino), con la terminazione -anu dei nomi di luogo che si affacciano all'acqua. L'infisso -za, con raddoppiamento dell'affricata dentale sonora, corrisponde al pronome dimostrativo accadico ša (quello) in posizione anaforica. Il significato del nome dunque è "luogo (quello) alla palude"[20].
  6. Ipotesi definita mirabolante sarebbe quella legata ad Avellanus, dal vicino monte Velino. Il famoso storico Ariodante Fabretti già sul finire del seicento la definì Plus de fabulis quam de istoria[21].
  7. Il toponimo dialettale Auzzàne è diffuso dalla valle del Salto alla valle del Liri per indicare i boschi di Ontani (Alnus glutinosa) data la vicinanza con gli ambienti umidi, fa pensare per Avezzano un'etimologia formata su alnetianus, con metafonia ALN> au. Pertanto il nome sarebbe "Auzzane" poi diventato "Avezzane" (che è ancora oggi il nome dialettale), quindi divenuto "Avezzano"[22].
  8. Alcuni studiosi, come lo storico Muzio Febonio, hanno legato Avezzano ad Anxantium, diventata in seguito Penna, la cui origine sarebbe di epoca molto più antica[19][23][24].
  9. Altra ipotesi avanzata da Muzio Febonio legherebbe l'origine del nome al pago di Vicenna, da cui avrebbe avuto origine l'espressione Ad Vicena modificatosi in Avicianum[25].
Sigillo ottagonale dell'abate e storico Muzio Febonio

Il toponimo Avezano è attestato chiaramente per la prima volta nella seconda metà del IX secolo, appare infatti citato tra i possedimenti confermati dall'imperatore Ludovico II al monastero di Sant'Angelo di Barrea nella seconda metà del IX secolo come riporta Leone Marsicano nella Chronica monasterii Casinensis[26][27]. Di seguito la parte del testo:

Hic idem christianissimus imperator circa hoc tempus monasterium Sancti Angeli, quod Barregium[28] appellatur, iuxta tenorem praeceptorum antecessorum suorum Karoli atque Lotharii suo quoque precepto roboravit confirmans ibi omnia, que tam in circuitu suo quam et in pago Marsorum atque Balva, Teate, quoque et Penne atque Aprutio nec non et Asculo multipliciter possedisse antiquitus videbatur. Videlicet in Marsia cellam sancte Mariae in Fundo magno cum omnibus sibi subiectis ecclesiis vel rebus; sanctum Euticium in Arestina; sanctum Paulum super ipsam civitatem Marsicanam; sanctam Mariam in Oretino; sanctum Gregorium in Paterno; sanctam Mariam in Montorone; ecclesiam sancti Salvatoris in Avezano; sancti Antimi ad Formas; sancti Angelis in Alba; sancti Cosme in Ellereto; sancti Angelis in Carseolis cum duabus cellis suis. [...][29].

Il nome ricompare senza dubbio in un diploma di Berengario II d'Ivrea del 953, in cui si riconferma il possesso del monastero di Sant'Angelo di Barregio[30] delle due chiese di San Salvatore e Santa Maria in Vico. Quest'ultima nominata anche sulla bolla di Clemente III, insieme alle chiese di San Bartolomeo e Sant'Andrea[31]. Altre tracce hanno evidenziato che Avezzano come vicus esisteva agli inizi del medioevo. Il signore della città nel 1181 fu Gentile de Palearia, conte di Manoppello e fratello di Gualtiero di Palearia[32][33][34].

I Marsi e Roma[modifica | modifica wikitesto]

(LA)

« Nec sine Marsis nec contra Marsos triumphari posse »

(IT)

« Non si può vincere né senza i Marsi né contro di essi »

(Appiano di Alessandria[35][36])
Tavola Peutingeriana: antica carta romana che mostra le vie militari dell'Impero

Il destino dei Marsi incrocia quello di Roma a cominciare dal 300 a.C., quando Tito Livio scrive di alcune schiere marse alleate con i Sanniti, impegnati a contrastare la spinta espansionistica di Roma. Di tutt'altro avviso, lo storico greco Diodoro Siculo che afferma che i Marsi furono, invece, alleati dei romani guidati dal console Q.Fabius Maximus Rullianus[37]. Solo dopo la sconfitta degli Equi, si hanno notizie non contraddittorie: i Marsi, infatti, firmano un patto di alleanza con Roma[38]. In seguito furono edificate le colonie romane di Alba Fucens (tra il 304 e il 303 a.C.)[39][40][41] e di Carseoli (304 a.C.)[42]. Benché fedeli alleati di Roma il popolo fu escluso dai diritti di cittadinanza e dall'assegnazione dell'ager publicus, la guerra sociale, detta anche "guerra Italia" o "guerra Marsica", fu inevitabile.

Quinto Poppedio Silone, strenuo fautore dei diritti delle popolazioni italiche, fu amico del tribuno Marco Livio Druso, prima di assumere un ruolo decisivo, militare e politico, nella ribellione italica. Si batté tenacemente contro Roma alla guida degli alleati italici fino alla fine, ottenendo numerosi successi; cadde sul campo di battaglia a Boviano nell'88 a.C. Ai Marsi, al termine della guerra, fu riconosciuta l'agognata cittadinanza che accelerò il processo di romanizzazione del popolo. Nei decenni successivi essi prenderanno parte alle sanguinose Guerre civili al fianco di Roma. Quando l'imperatore Augusto divise l'Italia in undici regioni furono assegnati alla Samnium Regio. Grazie ai guerrieri marsi, appoggiati in guerra solo da reparti di cavalleria latina, Roma conquistò definitivamente la Gallia Cisalpina e assoggettò alcune popolazioni indoeuropee[43].

L'emissario di epoca romana[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Cunicoli di Claudio.
Foto dalla via dei Marsi sul monte Salviano: illusione ottica del lago nei giorni di nebbia

Nel 42 d.C. hanno inizio i lavori del prosciugamento del lago Fucino, un'opera considerata tra le più grandiosi imprese idrauliche. Lungo le sue rive, circa 30.000 uomini, tra schiavi ed operai, furono intenti al prosciugamento del lago attraverso lo scavo di un emissario che doveva far defluire le acque nel fiume Liri. Il primo progetto sembra fosse stato approntato da Giulio Cesare[44] il cui obiettivo era quello di creare un'importante area agricola non distante da Roma. Esso troverà la sua realizzazione, dopo il disinteresse di Augusto[44], con l'imperatore Claudio. Importanti interventi su cunicoli ed emissario furono compiuti successivamente anche da Traiano ed Adriano. L'opera talmente maestosa, e le tracce impresse nel territorio così imponenti ed ardite..

(LA)

« ..quae neque concipi animo nisi ab iss, qui videre, neque enarrari humano sermone possunt! »

(IT)

« ..che non possono essere concepite se non da chi le vide, né il linguaggio umano è capace di descriverle! »

(Plinio il Vecchio[45])

Il 51 d.C fu l'anno dell'inaugurazione dell'emissario, l'imperatore accompagnato da sua moglie Agrippina e dal figlio di lei Nerone, diede vita ad una naumachia sulle acque del lago. Prima dell'apertura dell'emissario all'Incile del Fucino, due imponenti flotte composte da prigionieri rodiani e siciliani, si affrontarono per la libertà e la vita[46]. L'opera situata a sud del contemporaneo territorio di Avezzano favorì le coltivazioni grazie al terreno fertile della pianura, sorsero inoltre alcune ville che i romani fecero costruire come luogo di villeggiatura non distante da Alba Fucens, all'epoca centro di riferimento dell'impero[47]. Il fundus Avidianus, databile al I secolo a.C, fu incluso completamente nell'ager albensis[6].

Intorno al 114 d.C. seguirono lavori di miglioramento operati sotto Traiano e, successivamente con Adriano ci furono i definitivi adeguamenti che portarono al quasi completo prosciugamento del lago. L'assenza di opere di manutenzione verificatasi dopo la caduta dell'impero romano causò, molto probabilmente, insieme agli effetti di un disastroso terremoto, avvenuto nel 508 d.C.[48], il ritorno del lago ai livelli precedenti il prosciugamento claudiano[49].

Il Medioevo[modifica | modifica wikitesto]

Gastaldia dei Marsi[modifica | modifica wikitesto]

Vecchia stampa del castello Orsini-Colonna di Avezzano

Con l'abolizione delle regioni Augustee furono create 17 "province" e la Marsica fu inserita nella tredicesima: la Valeria, catalogata nell'ordinamento ecclesiale con il nome di Marsia[50]. La Marsica subirà, soprattutto da parte degli eserciti stranieri dei Goti, ma anche dei Bizantini, dei Borgognoni e degli Alemanni, saccheggi e violenze di ogni genere che portarono carestia e devastazioni. Nel 537 Albe, come gli altri centri più grandi della Marsica, venne depredata e occupata militarmente da Giovanni, il Magister militum dell'esercito Bizantino di Giustiniano. Seguirono le scorribande violente dei longobardi guidati da Faroaldo, tuttavia la regione acquisì una certa stabilità politico-militare.

Nel 591 passata sotto il controllo di Ariulfo, secondo duca di Spoleto, la Marsica venne inglobata nel ducato longobardo. Ariulfo ebbe modo di affermare che "se togli il paese de' Marsi, i nomi antichi delle contade che componevano il Ducato, erano quasi andati in disuso"[51]. Nasce la Gastaldia dei Marsi, un gastaldato locale retto da un "Gastaldius Marsorum" residente nella Civitas Marsicana (S. Benedetto dei Marsi) e nella curte comitale di Pescina[52]. Il potere del duca di Spoleto non era dei più stabili sul territorio della regione Valeria visto l'eccessivo dinamismo delle sue famiglie guerriere che, sebbene longobarde, decidevano in modo autonomo direttrici di conquista ed insediamenti nelle aree conquistate. Carlo Magno, chiamato da Papa Adriano I, nell'anno 774, donò la gastaldia dei Marsi e tutte le terre del ducato di Spoleto allo Stato Pontificio[53].

Dal 775 nel territorio dei Marsi si registrarono concessioni e donazioni ai monasteri e anche ai conventi. In particolare si verificò un benefico proliferare di monasteri benedettini nell'intera area. La rinascita spirituale, culturale e materiale della Marsica favorì lo sviluppo di alcuni centri che rivestirono successivamente un'importanza strategica per il territorio: si tratta di Avezzano, Pescina e Tagliacozzo.

Ai gastaldi subentrarono i primi rappresentanti della famiglia Berardi, signori di Celano, con i quali la gastaldia divenne definitivamente contea dei Marsi[54]. Per quasi tutto il medioevo le città principali ed amministrativamente rilevanti furono Albe, sostituita in modo definitivo nel suo ruolo egemone da Avezzano alla fine del cinquecento, Celano e Tagliacozzo, mentre al centro delle attività religiose, con la decadenza della chiesa di Santa Sabina in Marruvio, a capo della diocesi dei Marsi fu eletta Pescina[55].

Contea dei Marsi[modifica | modifica wikitesto]

Castello Orsini-Colonna in cartolina d'epoca, prima del terremoto del 1915

Con i Conti dei Marsi si verificherà una positiva evoluzione nei rapporti con la Chiesa: il clero insedierà stabilmente un Vescovo nel territorio, a capo della nascente Diocesi dei Marsi. Tuttavia la contea sarà ancora interessata alle invasioni di bande armate come quella del 937, quando un esercito di seminomadi, gli Ungari, dopo aver devastato Capua e il monastero di Montecassino, entra bellicoso nel Fucino, dove si verificarono altri saccheggi e distruzioni. Marsi e Peligni, uniti per difendere il territorio, sotto la guida di Berardo, conte dei Marsi, li assalirono presso Forca Caruso facendone strage[56].

Con questa battaglia Berardo I afferma in modo definitivo il suo potere sul vasto contado ottenendo di renderlo definitivamente indipendente dal Ducato di Spoleto.

Rievocazione storica della battaglia di Tagliacozzo in piazza Risorgimento

Nel basso medioevo la vittoria di Carlo I d'Angiò, invece, determinò la distruzione di Albe. Gli abitanti del borgo parteggiarono in favore di Corradino: "Re Carlo, quando sappelo, Alve fece guastare. Ca troppo foro presti, fecelo ben pariare. La ecclesia della Victoria in Marsi fece fare. De llà dalle Cappelle, Francisci ce fece stare", narrò Buccio di Ranallo[57]. Negli stessi giorni e per gli analoghi motivi, Carlo, fece distruggere Pietraquaria, sul monte Salviano. Il borgo antico di Pietraquaria aveva tre chiese: S. Maria di Pietraquaria, San Pietro e San Giovanni. Gli abitanti furono costretti a scendere verso Avezzano che raddoppiò così il numero degli abitanti, arrivando a quota 1.200-1.400.

Qualche anno dopo la vittoria di Carlo D'Angiò su Corradino di Svevia la cittadina venne elevata a centro del contado che, tuttavia, continuò ad essere chiamato in modo inspiegabile "contea di Albe". Agli inizi del 1300 terminò il processo aggregativo: in località Pantano, corrispondente al centro della città, fu elevata l'importante pieve alla quale fecero capo diversi villaggi e località: San Felice alle Grotte di Claudio nei pressi della grotta di Ciccio Felice; Castelluccio (o San Lorenzo), nelle adiacenze del monte Salviano; Arrio alle pendici del monte Aria; Cerrito (o San Leonardo) sulla via Consolare (la contemporanea via San Francesco); Vico (località in cui fu edificata nel XVI secolo la chiesa di Santa Maria di Vico), nei pressi del vecchio cimitero cittadino; Pescina (o San Nicola), contemporaneo quartiere di San Nicola; Perrate (o Parate) che corrisponde al contemporaneo quartiere di Scalzagallo; San Basilio nei piani Palentini; La Fonte o (San Salvatore), nella contemporanea località di Caruscino; Vicenne (o Sant'Andrea) nell'omonimo quartiere di Sant'Andrea, Gagliano (o San Sebastiano), località posta all'altezza all'incrocio fra via XX Settembre e via Garibaldi; Pennerina (o SS. Trinità) in cima alla località Le Mole; Scimino o (San Simeone), nel contemporaneo quartiere della Pulcina; Le Fratte (o San Paolo), intorno alla distrutta chiesa di Santa Maria di Loreto; San Callisto, oltre via Sant'Andrea e lungo strada Circonfucense, infine Casole (o Santa Maria della Casa), nella parte bassa di Caruscino[A 1][19][58].

La città fu feudo dei conti dei Marsi, dei Normanni e per un certo periodo degli Svevi. Nell'area di Pantano, secondo alcuni storici, confluiranno gli abitanti di Penna centro che si sviluppò ai bordi occidentali del lago Fucino durante le operazioni di costruzione del'emissario. Questi furono costretti ad abbandonare la località a causa di una grave inondazione, decidendo quindi di stabilirsi nell'area della contemporanea Avezzano[59].

Francesco I del Balzo, duca di Andria, nel 1371 saccheggiò e devastò la cittadina di Avezzano, in quanto i suoi abitanti parteggiarono chiaramente in favore di Filippo, principe di Taranto, genero e al contempo nemico del duca Francesco[60]. In una preziosa pergamena, scritta in latino e risalente al 1441, vengono elencati e descritti usi e costumi dell'epoca, le strade, le contrade, le voci, i vocaboli e addirittura i motivi di una vertenza sorta tra gli abitanti di Luco dei Marsi ed Avezzano relativa al possesso e all'utilizzo dei terreni della località Penna (o La Penna), utilizzati dai romani durante le operazioni di bonifica del Fucino[61].

L'età moderna[modifica | modifica wikitesto]

Le lotte tra gli Orsini e i Colonna[modifica | modifica wikitesto]

Portale del Castello Orsini-Colonna, con i simboli delle due famiglie romane
Iscrizione sul portale del Castello Orsini-Colonna

Nel XV secolo le contee marsicane sono teatro delle lotte tra gli Orsini e i Colonna, potenti famiglie romane. Nella prima metà del 1400 Giovanni Antonio Orsini divenne signore di Avezzano e delle contee di Albe e Tagliacozzo, controllando così tutte le aree ad occidente della Marsica.

Con la conquista di Trasacco ebbero inizio gli scontri con i Colonna. Nel 1443, il re di Napoli Alfonso V d'Aragona riconobbe il feudo come proprietà degli Orsini. Alla morte di Giovanni Antonio, non avendo eredi, le due contee passarono al demanio regio per cinque anni[62]. Salito al trono, Ferdinando I, dopo la metà del 1400, confiscò i beni delle contee e vi pose a capo un Capitaneo con incarichi militari, ma anche penali, politici e civili. Durante la prima rivolta dei baroni, gli Orsini si schierarono dalla parte del re mentre i Colonna rimasero neutrali: la speranza di entrambe le famiglie era quella di tornare a possedere Albe e Tagliacozzo.

Con la discesa di Giovanni d'Angiò nel 1459, la Marsica tornò ad essere teatro di lotte e continue rivolte. Queste ebbero fine solo grazie agli alleati di Napoli (tra cui Federico da Montefeltro), i quali cacciarono gli angioini e conquistarono Avezzano[63]. Qualche anno più tardi, allontanato definitivamente il generale angioino Jacopo Piccinino, Roberto Orsini tornò a regnare sul territorio di Avezzano ed Albe. Alla sua morte, tuttavia, i Colonna fecero partire di nuovo le ostilità per la riconquista dei feudi. Albe fu infine venduta a Fabrizio Colonna dal re che necessitava di denaro per riconquistare Otranto dai turchi, nel 1480. Re Ferdinando I alla luce dell'appoggio degli Orsini a Papa Sisto IV nella guerra con Venezia contro Ferrara, espulse la famiglia dal regno e donò Tagliacozzo ai Colonna.

Solo dopo la costituzione di una lega che comprendeva le due avversarie, Napoli e Venezia, fu concesso agli Orsini di riprendere i loro territori in Marsica. Giovanni Colonna non voleva, però, in nessun modo cedere Albe. Cosicché gli Orsini, forti dell'approvazione del Papa, devastarono i loro possedimenti di Roma, della campagna e dei castelli romani. Eletto Papa, Innocenzo VIII, che appoggiava, invece, i Colonna, la Marsica divenne per l'ennesima volta, luogo di scontro. In particolar modo Avezzano, fedele da sempre ai Colonna. Mentre Virginio Orsini invadeva l'Abruzzo, Fabrizio Colonna veniva accolto con entusiasmo dagli avezzanesi e dagli albensi. Solo dopo la pace tra Roma e Napoli, avvenuta nel 1486, Albe tornò agli Orsini e i Colonna ripresero, dunque, possesso dei loro possedimenti romani.

La politica "guerrafondaia" degli Orsini, non era ben accetta dai terrazzani della contea albense; infatti, nel 1490[64] Gentile Orsini trasformò il vecchio castello angioino d'Avezzano, inglobando i resti della vecchia torre medievale, in una vera e propria rocca rinascimentale[65]. Sul portale del castello fece collocare l'iscrizione «seditiosis. exitium» («a sterminio dei sediziosi»[66]).

L'avvertimento era rivolto agli agricoltori e ai pescatori avezzanesi che parteggiavano per i Colonna[67]. Il rifacimento dell'originario castello trecentesco in una efficiente e moderna rocca rinascimentale è sicuramente opera del celebre architetto Francesco di Giorgio Martini, che in quegli anni lavorava per gli Orsini, come testimoniano alcune lettere dello stesso Virginio Orsini[68].

Dalla signoria dei Colonna all'abolizione dei feudi[modifica | modifica wikitesto]

Alfonso d'Aragona diventò re di un vastissimo regno che comprendeva di nuovo anche la Sicilia con capitale a Napoli, con la conquista aragonese ed il defenestramento di Renato d'Angiò, ultimo degli angioini. La Marsica, in quel periodo, risulta divisa in due contee: Celano con i Conti di Celano cui successero i Piccolomini ed Albe con gli Orsini. Diversi diplomi di re Federico I di Napoli, databili dal 1496 al 1499, determinano, senza dubbi, la vittoria dei Colonna sugli Orsini sul finire del medioevo. La signoria dei Colonna, durata senza interruzione circa tre secoli, fu in queste terre molto amata e lasciò ricordi non spiacevoli. Ad Avezzano, in particolare, in cui ebbe origine l'espressione “Popolo e Colonna”[69].

Agri descriptio, 1624 - Philip Clüver

Il Ducato dei Marsi[modifica | modifica wikitesto]

Il Ducato dei Marsi nel 1497 conteneva i contadi di Albe e Tagliacozzo, incluse le baronie di Carsoli e di Civitella Roveto a cui appartenevano diversi centri: Albe, Avezzano, Canistro, Capistrello, Cappadocia, Cappelle, Carsoli, Castellafiume, Castelmenardo, Castelvecchio, Civita d'Antino, Civitella, Celle, Cese, Colli, Corcumello, Corvaro, Luco, Magliano, Marano, Meta, Oricola, Rocca Cerro, Rocca di Botte, Roccavivi, Rosciolo, Pagliara, Paterno, Pereto, Pescocanale, Petrella, Poggio, S. Donato, S. Anatolia, Sante Marie, Scanzano, Scurcola, Spedino, Tagliacozzo, Torano, Tremonti, Tusco e Verucchio[70].

Raffigurazione idealizzata della città di Avezzano con le mura e le tre porte in una stampa riferita all'anno 1830 (Corrado Pagani, 1969)

Il distretto di Avezzano[modifica | modifica wikitesto]

« La città di Avezzano, per me residenza piacevole, può essere considerata come la capitale di questo distretto, una volta abitata dai Marsi, per la sua civiltà e la sua popolazione. »

(Richard Colt Hoare[71])

Sul trono napoletano Giuseppe Bonaparte, appena fu possibile, promulgò la legge sull'abolizione dei feudi: era il 2 agosto 1806. Terminò, così, dopo tre secoli, la signoria dei Colonna ad Avezzano. Attuata dal Bonaparte una nuova ripartizione del regno di Napoli in province, in distretti e circondari, la Marsica fu suddivisa ma in modo non rispondente alla sua secolare unità politica e amministrativa, tanto che a ciò dovrà porre rimedio, cinque anni dopo, il successore Gioacchino Murat.

Lago Fucino nel distretto di Avezzano

II 4 maggio 1811 verrà anche decretata l'istituzione del distretto di Avezzano, che diverrà il capoluogo della Marsica[72]. Il real Decreto fu firmato a Parigi da Gioacchino Murat: Avezzano è sede di sottointendenza, il suo distretto incluse inizialmente 7 circondari, ai quali poco tempo dopo fu aggiunto anche quello di Trasacco. In questo periodo, nella Marsica, come nel resto d'Abruzzo, nascono le prime vendite carbonare che, dopo le prime sconfitte napoleoniche, acquisteranno più fiducia nelle proprie forze.

L'età contemporanea[modifica | modifica wikitesto]

Brigantaggio: i saccheggi tra Marsica e basso Lazio

Dalla Restaurazione all'Unità d'Italia[modifica | modifica wikitesto]

Qui i movimenti carbonari saranno più che mai dinamici tanto che nel 1820 Ferdinando I si vide costretto a firmare la Costituzione (che riconosceva la provincia Marsia, in luogo all'Abruzzo ulteriore II), ritirata un anno dopo con la repressione dei moti carbonari. Il real decreto conteneva norme severissime per la repressione del brigantaggio nei territori continentali del Regno di Napoli[73]. Vi furono lunghi anni di devastazioni, saccheggi e stragi di cui furono vittime, in queste terre, soprattutto, le popolazioni della Valle Roveto. I briganti reduci da Magliano de' Marsi, da Avezzano o da Rocca di Mezzo furono al soldo di improvvisati generali borbonici[74].

La recente e aggiornata ricerca storiografica illustra i numerosi avvenimenti abruzzesi in modo diverso, grazie e soprattutto alla documentazione d'archivio esaminata con approccio critico delle fonti[75].

Furono le ultime giornate dell'ottobre 1860 per la Marsica le più terribili di quell'anno, carico di avvenimenti.

L'intera Marsica si divise tra proprietari liberali, contadini, braccianti e pastori ancora fedeli alla Chiesa e al Borbone. Mentre l'armata sardo-piemontese varcava il Tronto e i garibaldini combattevano sul Volturno, Avezzano veniva occupata dalle camicie rosse di Pateras e Fanelli (1.400 uomini), che il 6 ottobre 1860, però, furono sconfitti presso Civitella Roveto dalle truppe borboniche condotte dal colonnello Teodoro Federico Klitsche de La Grange, dall'avvocato Giacomo Giorgi e dall'ex sergente borbonico Luigi Alonzi, detto Chiavone. Per rappresaglia, alcuni giorni dopo il paese di Tagliacozzo fu messo a ferro e fuoco da Pateras che, in "nome della libertà", incendiò ben 36 abitazioni compreso il teatro civico, mentre la popolazione indignata scagliava addosso ai garibaldini tegole e olio bollente dalle finestre. Tuttavia, la città sede di sotto-intendenza venne occupata il 19 dello stesso mese. Lo stesso graduato borbonico venne accolto trionfalmente dagli avezzanesi ostili ai Savoia.

Scrisse in proposito l'ufficiale piemontese Alessandro Bianco di Saint-Jorioz: "La popolazione di questo distretto apparentemente sembra indifferente e noncurante di qualunque avvenimento politico, ma si sveglierebbe nemica il giorno in cui sorgesse un evento qualunque che abbattesse anche per un momento la nostra autorità (...) Nobili e plebei, ricchi e poveri, qui tutti aspirano, meno qualche onorevole eccezione ad una prossima restaurazione borbonica (...)"[76]. La gendarmeria, soldati svizzeri e napoletani tra il 20 e il 23, decisi a riconquistare il capoluogo di provincia, giunsero alla distanza di quattordici chilometri dall'Aquila, dove si erano asserragliati tutti i liberali fuggiti dalla Marsica. Poi, sopraggiunta la notizia della sconfitta del maresciallo borbonico Luigi Scotti Douglas in prossimità di Isernia, le truppe borboniche si ritirarono nello Stato Pontificio. Numerose vendette e regolamenti di conti lasciarono la zona in preda all'anarchia, preludio del "grande brigantaggio" zonale che durò fino alla Breccia di Porta Pia. In Abruzzo si contarono 183 bande armate, da 5 a 200 elementi provenienti sia dal Molise sia dallo Stato Pontificio, per un totale di circa 3.000-4.000 uomini alla macchia[77].

Solo dopo la sconfitta subita sul valico molisano del Macerone dall'esercito delle Due Sicilie, ad opera di Enrico Cialdini, comandante delle truppe piemontesi, subentrò in tutti la certezza della fine dei Borboni e della prossima liberazione di città e paesi. Ci si avvicinava all'Unità della Patria. Re Vittorio Emanuele II fu proclamato in tutto il territorio dell'ex-Regno napoletano e sventolò per la prima volta, anche qui, nei comuni e dalle finestre delle case il tricolore d'Italia.

Circondario di Avezzano[modifica | modifica wikitesto]

Le mura di Avezzano, fatte edificare con ogni probabilità da Gentile Virginio Orsini negli ultimi anni del XV secolo[A 2], furono abbattute tra il 1846 e il 1849, durante il periodo borbonico. La giunta della città, propose e fece realizzare simile provvedimento[78], in quanto si credeva che, distruggendo le mura dell'antico borgo, sarebbero state debellate le varie epidemie di tifo o di malaria con la circolazione dell'aria. L'ignoranza sulla medicina, fece credere a molti che tra gli stretti vicoli costruiti nella seconda metà del trecento ristagnassero le continue epidemie, contratte invece dai contadini durante i lavori stagionali nell'agro romano[79].

Con l'unità d'Italia (1861) la suddivisione in province e circondari stabilita dal decreto Rattazzi fu estesa all'intera Penisola. Da un punto di vista amministrativo il tramonto del dominio borbonico, segna oltre che la fine dei tre Abruzzi (Ultra I, Ultra II e Citra) e l'istituzione della regione Abruzzi e Molise, la nascita del circondario di Avezzano[80]. Si verificò, così, la trasformazione delle intendenze in prefetture, dei distretti in circondari e dei vecchi distretti in mandamenti. Nel 1926, un anno prima della soppressione di tutti i circondari italiani, vennero assegnati a quello di Avezzano i comuni di Borgocollefegato e Pescorocchiano, già appartenenti al soppresso circondario di Cittaducale[81].

1878: prosciugato il lago Fucino[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Fucino e Cunicoli di Claudio.
"Vue de la ville d'Avezzano" (Jean-Joseph-Xavier Bidauld, 1789, museo del Louvre di Parigi)
La piana del Fucino

Ad opera del banchiere Alessandro Torlonia, nella seconda metà del 1800, fu definitivamente prosciugato il lago Fucino che aveva una superficie di oltre 14.000 ettari, terzo d'Italia per estensione[82]. L'opera ancora oggi considerata colossale, seconda solo alla diga di Assuan, richiese decenni di lavoro per maestranze e tecnici[83].

Fu ripreso lo stesso progetto di 18 secoli prima, ristrutturando ed ampliando l'opera claudiana. Come allora, imprevisti ed ostacoli vari rallentarono ed in alcuni casi rischiarono addirittura di far bloccare i lavori, tuttavia grazie alla ferrea volontà di Torlonia e soprattutto alle sue ingenti risorse economiche l'opera fu portata a termine. Per i calcoli ed il progetto di prosciugamento idrico Alessandro Torlonia si avvalse della collaborazione dei migliori ingegneri e di Carlo Afan de Rivera noto per l'ideazione e la progettazione di numerose opere pubbliche. Il Fucino che aveva una profondità massima nella depressione del bacinetto di 30 metri defluì lentamente attraverso i cunicoli di Claudio, riversando le acque nel fiume Liri dallo sbocco dell'emissario oltre l'abitato di Capistrello. Ai vecchi cunicoli degli imperatori Claudio e Adriano, furono aggiunti altri pozzi e sfiatatoi. L'ingegnere svizzero Frantz Mayor de Montricher diresse i lavori che iniziarono il 10 luglio del 1854. A lui successe l'ingegnere Enrico Samuele Bermont che continuò a dirigere l'opera fino al 1869 quando l'ingegner Alessandro Brisse la portò a compimento tra il 1873 e il 1877[84]. Fu solo il primo ottobre del 1878 che il Lago Fucino fu dichiarato ufficialmente prosciugato[85].

Liberata l'area dalle acque emerse così la piana del Fucino, un fertile altopiano destinato alle coltivazioni agricole. Per ottenere il prosciugamento dell'area furono realizzati una fitta rete di canali lunghi 285 chilometri, 238 ponti, 3 ponti canali e 4 chiuse, mentre 4.000 operai furono impegnati ogni giorno nelle varie operazioni. Il territorio sottratto alle acque equivaleva esattamente a 14.005,90 ettari di terreno agrario, suddivisi in seguito in 497 appezzamenti di 25 ettari ciascuno. Per rendere la piana prosciugata lavorabile ed abitabile furono costruite case, fattorie e strade. La strada circumfucense di 52 chilometri circonda il bacino connessa a 46 vie rettilinee, parallele e perpendicolari, per un totale di ben 272 chilometri di arterie stradali. Oltre ai 24 milioni di lire spesi per il solo prosciugamento furono impiegati altri 19 per le prime opere viarie. Nel 1886 per risolvere il problema della distanza tra i paesi ed i terreni da coltivare furono realizzate tra Luco dei Marsi e Trasacco, 36 aziende inaugurate a cominciare dal 1890. Sempre in quegli anni fu costruita la strada che collega Napoli ad Avezzano e la linea ferroviaria Roma-Avezzano-Sulmona.

A Torlonia fu conferito il titolo di principe del Fucino e concessa una medaglia d'oro, inoltre fu elevato a titolo nobiliare di principe dal Re d'Italia, Vittorio Emanuele II. Grazie al Regio Decreto borbonico del 1852 fu accordata la concessione dello spurgo e delle restaurazione del canale claudiano: il compenso era naturalmente in gran parte costituito dalle stesse terre bonificate. In questo modo il principe, diventato proprietario delle terre emerse per 99 anni, invitò dalla provincia di Teramo, dalle Marche e dalla Puglia mezzadri ed agricoltori a cui vennero affidati gli appezzamenti[86].

Dal 1947 il principe Torlonia ha ricoperto il ruolo di presidente della banca del Fucino. Finalmente con la riforma agraria gli stessi mezzadri e alcuni braccianti marsicani divennero negli anni cinquanta proprietari delle terre. L'economia di Avezzano già in fase crescente per i servizi locali e la coltivazione di frutta, fece registrare un'ulteriore impennata grazie alle coltivazioni di ortaggi, carote, patate e barbabietole e grazie all'indotto che si venne a creare[87].

Il terremoto del 13 Gennaio 1915[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Terremoto della Marsica del 1915.
Le macerie di Avezzano dopo il terremoto
La devastazione dopo il sisma del 1915

« I soffitti s'aprivano. In mezzo alla nebbia si vedevano ragazzi che, senza dire una parola, si dirigevano verso le finestre. Tutto è durato venti secondi, al massimo trenta. Quando la nebbia di gesso si è dissipata, c'era davanti a noi un mondo nuovo… »

(Ignazio Silone[88])

Pochi decenni dopo la bonifica del Fucino e nel pieno dello sviluppo socio-economico della Marsica avvenne l'evento più tragico: il Terremoto della Marsica del 13 Gennaio 1915. Conosciuto anche con il nome di Terremoto di Avezzano fu un evento sismico di indicibile gravità. Colpì l'intera area della Marsica, subregione abruzzese. Il sisma del 1915, per forza distruttiva e numero di vittime, è classificato tra i principali terremoti avvenuti in territorio italiano. Causò 30.519 morti, secondo studi recenti del Servizio sismico nazionale. 10.700 vittime (più dell'80% dei residenti) vi furono nella città di Avezzano, epicentro del sisma, che contava prima della scossa di magnitudo 7.0 (Mw momento sismico) e ancora dell'11º grado della scala Mercalli (MCS), poco più di 13mila abitanti. La tragedia avvenne alle ore 7.52.48 (dato dell'INGV) del 13 Gennaio 1915.

Danni si ebbero a Roma, distante circa 100 km dall'epicentro, come pure nel Basso Lazio (in particolare nel Sorano), in Molise e al confine della Campania; a Nord, nel Cicolano e nell'Aquilano e dalla Sabina alle Marche, infine verso Est, alle porte di Chietie Pescara. La scossa fu avvertita dalla Val Padana alla Basilicata.

L'Italia era vicinissima all'ingresso nella guerra contro l’Austria (maggio 1915). Questo causò notevoli problemi di ordine logistico nel continuare a prestare i già difficilissimi soccorsi. I militari alloggiati in tende provvisorie dovettero, infatti, partire in massa per il fronte. Moltissimi furono i decessi tra i feriti costretti all'addiaccio nei paesi isolati e tra le montagne impervie della Marsica, nei giorni rigidi e nevosi di quel periodo. Oltre ad Avezzano scomparvero paesi e città bellissime, Gioia dei Marsi, Albe, Collarmele, Lecce nei Marsi, Ortucchio, Trasacco, Pescina e San Benedetto, Balsorano, Morino. Tanti i paesi gravemente danneggiati: Celano, Luco dei Marsi, Cappelle dei Marsi, Magliano dei Marsi, Meta e San Vincenzo Valle Roveto[89].

I pochissimi sopravvissuti ad Avezzano (in gran parte feriti) rimasero senza tetto poiché tutti gli edifici crollarono su sé stessi, tranne il villino del cementista bolognese Cesare Palazzi, situato in via Garibaldi, non distante dalla stazione ferroviaria e diventato punto di riferimento per gli ingegneri che studiano quali tecniche adottare per difendersi dai terremoti. Al villino, ancora abitato, è stata applicata una targa commemorativa con su scritto «unica casa che ha resistito al terremoto del 13 gennaio 1915». Il terremoto isolò completamente la Marsica e l'entità e l'esatta zona geografica teatro del disastro arrivò al Governo solamente nel tardo pomeriggio, complici anche i "rudimentali" mezzi di comunicazione dell'epoca[90]. I soccorsi, partiti la sera del 13 Gennaio arrivarono il giorno dopo, a causa dell'impraticabilità delle strade causata da frane e macerie.

Più di 9000 uomini, fra militari, enti e civili tra cui la Croce Rossa Italiana, i Bersaglieri e i volontari Scout del CNGEI, vennero impegnati per i soccorsi, il trasporto dei feriti negli ospedali e la distribuzione dei viveri. A coloro che si distinsero maggiormente fra i soccorritori, venne riconosciuta, in seguito, una medaglia di benemerenza, concessa dal Duca di Genova, Tommaso di Savoia, nominato dal Re, Luogotenente Generale del Regno d'Italia. L'evento sismico mise in evidenza l'impreparazione e, in parte, l'impotenza, dello Stato dinanzi ad eventi di tale gravità. Erminio Sipari, deputato del collegio di Pescina, portò in Parlamento la protesta di quelle vittime che probabilmente si sarebbero potute salvare se i soccorsi fossero stati più tempestivi[91].

Particolare menzione merita il cittadino avezzanese Camillo Corradini a cui con riconoscenza l'amministrazione comunale e la cittadinanza hanno dedicato la principale strada della città ed un busto bronzeo in piazza Risorgimento. Liberale crociano, divenne nel 1905 ispettore generale del Ministero della Pubblica Istruzione, mentre nel periodo 1908-1915 fu direttore generale della scuola primaria. Dopodiché venne nominato Consigliere di Stato. Nel post-terremoto fu, infine, capo di Gabinetto nel Ministero degli Affari Interni. Grazie all'impegno di Corradini, notevoli fondi furono spostati sulle opere pubbliche della città che in breve tempo fu ricostruita. Altra menzione merita Don Luigi Orione ora Santo, che giunse tempestivamente dopo il sisma ed instancabilmente si prodigò per gli orfani e le giovani ragazze di Avezzano e di tutta la Marsica rimaste senza famiglia. Indimenticabile anche l'opera instancabile di San Luigi Guanella e dell'allora Vescovo dei Marsi, S.E.Mons. Pio Marcello Bagnoli.

Il terremoto del 1915 interessò un settore della catena appenninica fino ad allora caratterizzato da una sismicità poco documentata. Come per tutti gli altri terremoti della zona, precedenti e successivi, la causa fu lo slittamento di un'importante faglia (situata a sud est della Conca del Fucino). Avezzano, prima d'allora era una cittadina dinamica e fiorente di circa 13.000 abitanti: il prosciugamento del lago Fucino, avvenuto pochi decenni prima, faceva sentire positivi influssi sull'economia dell'area, nell'agricoltura e nel settore terziario.

Avezzano perse quella vitalità e con essa alcuni storici edifici, in primis la collegiata di San Bartolomeo e tutte le chiese, il palazzo municipale, il palazzo Torlonia, il teatro Ruggeri, mentre il castello Orsini-Colonna subì gravissimi danni. Tuttavia la ricostruzione fu veloce. La Marsica fu una delle poche zone d'Italia a raggiungere tra il 1860 ed 1960 un incremento della popolazione pari al 150%, nonostante i 30.000 morti del terremoto e le due devastanti guerre mondiali. Cinque anni dopo il sisma Avezzano già recuperò l'indice demografico, sfiorando nel 1921 i 12.000 abitanti[92].

« Amico / la città che laggiù / alla tua vista si stende / non è quella dei nostri padri / di essa non restò / pietra su pietra / nel primo mattino / del 13 gennaio 1915. / Questa ha un altro volto / nel quale l'antico / si rischiara / non nel disegno / troppo diverso / ma nella forza dell'uomo / che tosto / riprese a camminare » (epigrafe commemorativa sul memoriale del monte Salviano)[93].

Epigrafe commemorativa sul memoriale del monte Salviano

Le apocalittiche immagini suscitate dal "Giorno della grande ira", come titolò lo storico Antonio Falcone, resteranno per sempre impresse nelle menti di giovani ed anziani. Nessuno potrà dimenticare la solidarietà dei paesi europei, inclusa l'Austria (i cui rappresentanti di governo inviarono un messaggio ufficiale di solidarietà al ministro degli affari esteri, Sidney Sonnino) l'arrivo dell'allora Re d'Italia, Vittorio Emanuele III, le preghiere di Papa Benedetto XV, l'aiuto alle migliaia di orfani di San Luigi Orione e di San Luigi Guanella, l'opere di Ignazio Silone e Benedetto Croce[94][95].

Particolarmente impressionanti le immagini riportate dalle oramai rarissime cartoline d'epoca della collana di Furio Arrasich e i reportage e gli articoli dei cronisti e dei giornalisti dell'epoca giunti sul posto. Molto toccante il cortometraggio muto in bianco e nero, girato a manovella in Avezzano pochi giorni dopo il sisma dai cinematografi francesi dell'Istituto Gaumont, della durata di 6 minuti ed il documentario storico sul terremoto del 1915 dal titolo "La Notte di Avezzano" realizzato da Raffaello Di Domenico e proiettato per la prima volta il 13 gennaio 2011 presso il ristrutturato Castello Orsini-Colonna ad Avezzano, contenente 150 foto d'epoca pre e post-sisma, dati di sismologia storica e foto dell'ammiraglio statunitense J. Lansing Callan donate all'U.S. Geological Survey. Particolare menzione merita il cortometraggio "Marsica un terremoto che ha settanta anni", realizzato dalla regista Anna Maria Cavasinni per la Cineteca di Bologna nel 1982.

Nel 2015, in occasione delle celebrazioni commemorative del centenario, Poste Italiane ha emesso un francobollo speciale dedicato al terremoto della Marsica[96] e l'istituto poligrafico e zecca dello Stato ha coniato la moneta con i simboli della tragedia e la rinascita di un popolo impressi su entrambi i lati[97]. Infine l'istituto nazionale di geofisica e vulcanologia ha realizzato un documentario, in tre parti, dal titolo Le radici spezzate: Marsica 1915 - 2015 in cui viene raccontata attraverso immagini e testimonianze il fenomeno della delocalizzazione, ovvero della ricostruzione in altri luoghi dei borghi montani distrutti dal sisma[98][99].

La prima guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

Monumento ai caduti per la patria

« Il terremoto ha voluto dietro di sé la guerra, e la guerra vorrà ancora! »

(Ignazio Silone[100])

Alcuni giovani avezzanesi ebbero salva la vita dal terremoto perché all'alba del 13 gennaio si trovarono in stazione in attesa del treno che li avrebbe condotti alla visita di leva militare. I contrari all'intervento militare dell'Italia interpretarono il terremoto di Avezzano come "un avviso salutare che la Provvidenza divina dà agli sconsigliati che vogliono la guerra"[101]. Un'intera generazione di giovani che versò al terremoto un altissimo tributo venne così sottoposta ad un'ulteriore prova. Sfumata la possibilità di essere esonerati i giovani superstiti dovettero partecipare come soldati dell'esercito alla grande guerra. Molti di loro, oltre 2.000, persero la vita sul fronte, lungo l'Isonzo e sul Carso, si disse "per difendere l'onore e i ruderi"[102].

La partecipazione obbligatoria o volontaria dei fanti marsicani alla prima guerra mondiale è stata esaminata in chiave fortemente critica col fine di comprenderne il vero significato[103]. L'entrata nel conflitto dei soldati fu caldeggiata dal poeta Gabriele D'Annunzio, dai futuristi e dagli studenti[104]. La guerra causò oltre 800.000 morti, tra cui moltissimi giovani appartenenti alle classi 1878-1900[105].

Il campo di concentramento per prigionieri di guerra fu dislocato nella zona nord della città. Avezzano quasi completamente distrutta dal terremoto del 13 gennaio 1915 rinacque anche grazie alla forza lavoro dei prigionieri austro-ungarici che realizzarono diverse opere pubbliche come le tre conche con le cisterne per approvvigionamento idrico, la pineta a nord della città, il rimboschimento del monte Salviano, i servizi viari cittadini e vari edifici, tra cui la casa-comando in legno del campo di concentramento. Il contemporaneo villino Cimarosa fu edificato alle spalle della contemporanea chiesa della Madonna del Passo. Nel quartiere di Borgo Pineta sono visibili i resti di alcuni edifici e del campo che fu uno dei più grandi del centro Italia[106][107].

Fin dalla istituzione del campo di concentramento era presente in località Chiusa Resta, nella contemporanea via Piana, il cimitero degli austro-ungarici deceduti durante la prigionia. Tra il 1969 ed il 1991 furono riesumate quasi tutte le salme, circa 800, che vennero trasferite nel sacrario militare di Asiago. Nel 2007 a seguito della continua espansione edilizia di questa zona della città, si è proceduto alla riesumazione degli ultimi resti e con una solenne cerimonia alla restituzione delle spoglie alle autorità estere[108].

Avezzano sede della diocesi dei Marsi[modifica | modifica wikitesto]

Fondata, secondo la tradizione, da San Marco Galileo e retta in seguito da San Rufino e suo figlio Cesidio nel III secolo, la Diocesi dei Marsi ha avuto, nei secoli, diversi spostamenti della cathedra episcopi, dall'antica sede di Marruvium fino a quella definitiva di Avezzano.

Nel 1580, con una Bolla pontificia (In suprema dignitatis, di Gregorio XIII), la cattedra venne spostata dapprima dall'antica cattedrale di Santa Sabina (sita in Marruvio, la contemporanea San Benedetto dei Marsi) a Pescina, nella nuova cattedrale di Santa Maria delle Grazie, ove rimase fino ai primi anni del XX secolo. L'ultimo trasferimento della sede vescovile fu quello definitivo, da Pescina ad Avezzano[109]. Questo evento attestato definitivamente il 16 gennaio del 1924 con la bolla Quo Aptius di Pio XI, suscitò non poche polemiche: i pescinesi intrapresero un fitto scambio epistolare con la curia per evitare il trasferimento. Tuttavia i prodromi per il trasferimento sembrano risalire addirittura a circa un secolo prima, nel 1816, quando Avezzano venne scelta come capoluogo di distretto: da quell'anno cominciarono i tentativi della città per diventare anche sede della diocesi.

Nel 1843 gli avezzanesi riuscirono ad ottenere il consenso da Roma e da Napoli, ma non dal vescovo appena insediato, monsignor Michelangelo Sorrentino: quella del presule fu una scelta senza dubbio prudente, ma che non teneva conto della sempre più inarrestabile ascesa di Avezzano al ruolo di capoluogo politico ed economico del territorio, di cui già era il comune più popoloso. In quegli anni cominciarono, tra l'altro, i lavori per il prosciugamento del Fucino e Torlonia aveva posto il suo quartier generale proprio in città. Un altro tentativo importante fu nel 1884 quando, dopo l'unità d'Italia, tutte le faccende amministrative della curia cominciarono ad essere svolte dagli uffici civili di Avezzano, ma anche in questo caso le richieste dei suoi fedeli non furono soddisfatte[110].

Nel 1911 quando Pio Marcello Bagnoli venne ordinato vescovo ci si rese conto che la cathedra episcopi non poteva che trovare sede nel centro principale della Marsica. Così, dopo il terremoto del 1915, il vescovo spostatosi a Tagliacozzo, fu costretto a scegliere tra il ricostruire tutti gli uffici vescovili di Pescina o il costruirne di nuovi in Avezzano. Fu scelta la seconda possibilità, ma il braccio di ferro tra Pescina e il vescovado continuò fino al 1922, quando il "Comitato per la difesa di Pescina" diffuse un opuscolo intitolato Per la sede episcopale e per il seminario di Pescina - L'antica sede della cattedrale dell'Episcopato e del seminario dei Marsi, in cui venne giustificata la reazione dei pescinesi. Il vescovo rimase tuttavia irremovibile nella sua decisione confermata dalla succitata Bolla pontificia del 1924, la quale recita:

"Quo aptius dioecesis regimini prospiciatur, attentis etiam praesentis temporis adiunctis, Nos utile ac necessarium duximus episcopalem Marsorum sedem et cathedram transferre a civitate Piscina ad civitatem Aveanum, fere in medio Marsorum territorio sitam, dum Piscina in extremis est: et insuper propter vias ferreas praefata urbs Aveanum etiam faciliorem aditum commerciumque habet cum universa dioecesi. Quare, suppleto, quatenus opus sit, quorum intersit aut sua interesse praesumant, consensu, de Apostolicae potestatis plenitudine, a civitate Piscina sedem et cathedram episcopalem Marsorum, una cum Seminario et cum cathedrali Capitulo [...] ad urbem Aveanum transferimus, cum omnibus iuribus, privilegiis, honoribus et praerogativis, quibus ceterae episcopales sedes gaudent, reservato tamen antiquae ecclesiae Beatae Mariae Virginis ad Nives Piscinae titulo et honore concathedralis. Ecclesia autem Aveani exstruenda sub titulo S. Bartholomaei Apostoli, quum primum fuerit perfecta et consecrata, Cathedra erit pro Episcopis Marsorum; ibique etiam Capitulum cathedrale servitium chorale iuxta canonicas leges obibit. [...]"[111]

Ufficialmente intitolata ai Marsi la conferenza episcopale italiana modificò nel 1986 il nome per ragioni burocratiche in "Diocesi di Avezzano. Diocesis Marsorum"[112].

Cronotassi dei Vescovi dei Marsi dal trasferimento della Diocesi ad Avezzano[modifica | modifica wikitesto]

L'epoca fascista e la seconda guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

Un Martin Baltimore Mark IV of N.223 Squadron RAF che sorvola l'appennino abruzzese dopo il bombardamento al nodo stradale tra Avezzano e Popoli
Sei Martin Baltimore della Royal Air Force volano in formazione prima di attaccare le postazioni di artiglieria tedesche in Valle del Liri

Durante la seconda guerra mondiale, la vicina Celano ebbe la ventura di essere dichiarata sede ospedaliera e, come tale, immune da bombardamenti e da azioni di guerra. Senz'altro fu una fortuna la presenza di una città bianca a pochi chilometri di distanza. Dopo l'otto settembre 1943, però, la frazione di Paterno risentì del fatto che nella vicina Massa d'Albe si trovava il Quartier Generale Tedesco per l'Italia del centro-Sud sotto la guida del generale Kesselring. Massa, per questo, fu soggetta a due poderosi bombardamenti aerei da parte degli alleati e fu quasi totalmente distrutta, causando la morte di 43 civili e di circa 200 soldati tedeschi.

Anche Paterno, alle porte di Avezzano, fu soggetta ad attacchi miranti a colpire i convogli militari e i depositi di bombe. Per far saltare in aria uno di questi ultimi che si trovava nei pressi della fontana di Pietragrossa, Paterno il 10 novembre 1943, subì un bombardamento violentissimo. Qualche tempo dopo, i monti sovrastanti accolsero diversi prigionieri alleati, fuggiti dal campo di concentramento di Avezzano. Durante il ventennio fascista tuttavia vi fu la risoluzione di problematiche ultradecennali che affliggevano il territorio della Marsica. Fu completata la bonifica del lago del Fucino per volontà di Mussolini dato che in alcuni appezzamenti il terreno era tornato ad essere acquitrinoso. Il duce voleva sfruttare al meglio le potenzialità agricole dell'altopiano abruzzese anche per lo sviluppo dell'area di Avezzano. Benito Mussolini visitò la città di Avezzano l'11 Agosto 1938 proveniente da Carsoli e dalla piana del Cavaliere dove assisté alla fase finale delle manovre che sanzionarono il passaggio dalla divisione trinaria a quella binaria, ovvero il passaggio da tre reggimenti di fanteria e uno di artiglieria a due di fanteria e uno di artiglieria potenziata.

Al centro degli interessi del vescovo dei Marsi, mons. Marcello Pio Bagnoli c'era la ricostruzione della cattedrale di Avezzano, distrutta dal terremoto del 1915. I lavori iniziati da tempo rimasero però sospesi per anni fin quando il vescovo ruppe gli indugi rivolgendosi direttamente al capo del governo fascista, in quel tempo in visita ad un campo di addestramento dei giovani fascisti non lontano da Avezzano. L'incontro avvenuto nel 1938 ad Avezzano tra Mussolini e il presule, sortì effetti positivi. Furono rapidamente reperiti i fondi, moltiplicate le maestranze, messe in azione diverse ditte appaltatrici. Fu così che il vecchio progetto precedentemente bocciato dal Genio civile venne ripreso con la cattedrale già in fase di costruzione che poté essere ingrandita.

Nel 1942 alla presenza delle autorità e con il capo del governo in testa la nuova cattedrale dei Marsi venne consacrata. Scalfita dai bombardamenti aerei del 22 e 23 marzo 1944 la chiesa venne restaurata nell'immediato secondo dopoguerra. A causa della rappresaglie naziste e dei pesanti bombardamenti aerei effettuati a partire dalla metà di marzo del 1944 dai "Bomber group" della dodicesima e quindicesima forza aerea degli Stati Uniti ad Avezzano fu concessa la Medaglia d'argento al merito civile nel 1961. Appena ricostruita dalla devastazione del sisma la cittadina fu distrutta nuovamente al 70% circa da ben 19 bombardamenti[113].

Il 10 giugno 1944 la città fu liberata dall'oppressione nazista dall'esercito neozelandese (2ª Divisione Neozelandese)[114]. Appena caduto il fascismo in tutti i comuni della Marsica vi fu una naturale rivalsa da parte di coloro che ostili al regime avevano dovuto subire umiliazioni e persecuzioni.

Avezzano odierna[modifica | modifica wikitesto]

Foto panoramica dal monte Salviano

Nonostante il disastro del terremoto e i bombardamenti del 1944 che distrussero la città per la seconda volta, Avezzano fu ricostruita raggiungendo in pochi anni un notevole incremento demografico. Nella città moderna sono state valorizzate le risorse locali, potenziata l'imprenditoria agricola, incrementato il tessuto economico e industriale e si è avuta una maggiore attenzione rispetto ai settori della cultura e del turismo. L'investimento nelle strutture scolastiche ha prodotto importanti effetti[115], la città ospita la sede distaccata della facoltà di giurisprudenza dell'università degli Studi di Teramo e il polo formativo della facoltà di scienze infermieristiche e fisioterapia dell'università degli Studi dell'Aquila.

Stemma e Gonfalone di Avezzano[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Stemma di Avezzano.

L'attuale stemma è il decimo nella storia di Avezzano. È stato riconosciuto nel 1994 dal Presidente della Repubblica, O.L.Scalfaro[A 3].

Stemma: d'azzurro, al San Bartolomeo di carnagione, in maestà, aureolato d'oro, capelluto e barbuto di nero, mirante verso l'alto, i fianchi e parte delle gambe drappeggiati di rosso, il braccio destro alzato, la mano destra impugnante il coltello del martirio, posto in banda, con la punta all'insù, d'argento, la spalla sinistra coperta dalla pelle del Santo, al naturale, pendente fino al fianco sinistro, attraversante il drappeggio, terminante con le mani e con il viso, rovesciati, il Santo sostenuto dalla pianura diminuita, d'oro. Ornamenti esteriori da città.[116]

Gonfalone: drappo di giallo, riccamente ornato di ricami d'oro e caricato dallo stemma sopra descritto con la iscrizione centrata in oro, recante la denominazione della città, le parti in metallo ed i cordoni saranno dorati. L'asta verticale sarà ricoperta di velluto giallo con bullette dorate poste a spirale. Nella freccia sarà rappresentato lo stemma della città e sul gambo inciso il nome. Cravatta con nastri ricolorati dai colori nazionali frangiati d'oro.[117]

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Titolo di Città - nastrino per uniforme ordinaria Titolo di Città

Il comune di Avezzano si fregia del titolo di città[A 4][118][119].

Medaglia d'argento al merito civile - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'argento al merito civile
«Sotto l'infuriare dei bombardamenti e delle rappresaglie nemiche, che causavano gravissime perdite umane e materiali, conserva intatta la sua fede nella libertà e nei destini della Patria.»
— Avezzano, 1943-1945[A 5]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Toponimi e riposizionamento degli insediamenti ad opera di Serafino Del Bove Orlandi (Teresa Cucchiari Mostra 1999, p. 6).
  2. ^ Tommaso Lelio Orlandi, Storia urbanistica di Avezzano, (in Marsica domani, anno XII, n. 6, p. 19, 1988).
  3. ^ D.P.R. dell'8 agosto 1994.
  4. ^ D.P.R. del 21 giugno 1994.
  5. ^ D.P.R. del 31 dicembre 1961.

Fonti[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Salucci, pag.33
  2. ^ a b Giuseppe Grossi, Dal paleolitico all'età del bronzo, Comune di Avezzano. URL consultato il 15 marzo 2017.
  3. ^ Fucino, Treccani.
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti antiche[modifica | modifica wikitesto]

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Fonti moderne[modifica | modifica wikitesto]

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  • Giuseppe Grossi Marsica: guida storico-archeologica, Aleph editrice, Luco dei Marsi, 2002.
  • Francesco Belmaggio, Avezzano nel tempo e i suoi sindaci, LCL stampe litografiche, Avezzano, 2000.
  • Adele Campanelli, Il tesoro del lago. L'archeologia del Fucino e la collezione Torlonia, Carsa edizioni, Pescara, 2001.
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  • Attilio Francesco Santellocco, Marsi. Storia e leggenda, Touta Marsa editore, Luco dei Marsi, 2004.
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Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]