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Collegiata di San Bartolomeo (Avezzano)

Coordinate: 42°01′43.7″N 13°25′39.6″E
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Collegiata di San Bartolomeo
Collegiata e piazza di San Bartolomeo prima del 1915 (ricostruzione in 3D)
StatoItalia (bandiera) Italia
RegioneAbruzzo
LocalitàAvezzano
Coordinate42°01′43.7″N 13°25′39.6″E
Religionecattolica
Titolaresan Bartolomeo
Diocesi Avezzano
Stile architettonicoromanico (primo edificio) tardorinascimentale-barocco (ultimo edificio)
Inizio costruzioneIX - X secolo ca. (prima edificazione)
CompletamentoXVI - XVII secolo (ultima edificazione)
Demolizione13 gennaio 1915 (terremoto della Marsica)
Sito webcomune.avezzano.aq.it/

La collegiata di San Bartolomeo era il principale edificio religioso di culto cattolico di Avezzano, in Abruzzo, completamente distrutto in seguito al terremoto della Marsica del 1915[1].

La chiesa ha vissuto tre fasi costruttive in un arco temporale incluso tra il IX[2] e il XVII secolo[3]. Fu completata e abbellita nella seconda metà del XIX secolo[1]. I ruderi e un memoriale realizzato nel 1965, cinquant'anni dopo il sisma, sono collocati nella piazza dedicata al primo patrono della città, san Bartolomeo[4][5]. Il luogo rappresenta quel che fu l'originario centro urbano di Avezzano, anch'esso distrutto nel 1915, attorno al quale derivavano gli aspetti sociali ed economici della comunità[1].

Origine, intitolazione e culto

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Cartolina d'epoca antecedente al terremoto del 1915 con veduta della collegiata

La chiesa originaria venne presumibilmente edificata a cominciare dal IX secolo[2]. L'abate e storico Muzio Febonio nell'opera Historiae Marsorum riporta che l'edificio venne edificato in località Pantano (Pantanum), già prima del IX secolo, forse sui resti di un preesistente tempio, del quale però non sono emerse evidenze di carattere scientifico. Tuttavia il templum sarebbe stato dedicato a Giove Statòre e non, come asserì lo storico abate marsicano, al dio Giano[6][7][8][9]. L'area assunse il nome di Pantano a causa delle frequenti inondazioni del lago Fucino che, causando danni, la rendevano acquitrinosa e fangosa[4].

Sulla prima intitolazione della piccola chiesa non ci sono certezze. Secondo lo storico Ignazio Carlo Gavini, questa, databile all'866 circa, doveva essere attribuita a san Salvatore essendo l'"ecclesiam sancti Salvatoris" citata in un documento dell'anno 873, unitamente al toponimo "Avezano", tra i possedimenti confermati dall'imperatore Ludovico II il Giovane al monastero di Sant'Angelo in Barregio, così come riportò nell'XI secolo Leone Marsicano nell'opera Chronica monasterii Casinensis[10][11]. In seguito all'analisi di altre fonti documentarie l'attribuzione di Gavini è apparsa superata, tanto che la chiesa originaria fu identificata come quella antica dedicata a san Clemente[12]. Ciò fu possibile soprattutto sulla base delle attività di studio e di analisi incrociate della planimetria e della toponomastica locale[13][14], della cronaca leonina di Montecassino e del Chronicon di Farfa redatto nel XII secolo da Gregorio da Catino[15]. Nel corso del tempo diversi studiosi hanno avanzato alcune ipotesi attribuendola invece a sant'Antonio abate (sant'Antonio dei Pantani[16]), recuperando così la prima teoria di Muzio Febonio relativa all'intitolazione[6][15][17], oppure sulla base di documenti andati perduti del Chronicon Vulturnense, a san Pietro[18].

Il memoriale illuminato

L'intitolazione successiva a san Bartolomeo apostolo apparve per la prima volta nelle opere degli storici, l'arcivescovo Anton Ludovico Antinori e il vescovo Pietro Antonio Corsignani, che descrissero un'iscrizione riferita all'anno 1156 andata persa[19][20]. La chiesa è citata, insieme alla chiesa di Santa Maria in Vico, a quella di Sant'Andrea e alle chiese di Santa Maria, di San Giovanni e di San Pietro in Aquaria (monte Salviano), nella bolla di Papa Clemente III del 31 maggio 1188 in cui appare dedicata con chiarezza a san Bartolomeo (Sancti Bartolomaei in Avezzano) e inclusa tra i possedimenti della diocesi dei Marsi[21]. La diffusione in questo territorio del culto di san Bartolomeo fu sicuramente dovuta alla presenza e all'operato dei monaci dell'abbazia di Trisulti[22]; stando a un'altra ipotesi si sviluppò dopo il 1143 con l'avvento nella contea dei Marsi dei Normanni, custodi delle presunte reliquie dell'apostolo di Gesù nella basilica di Benevento[23].

Fasi costruttive

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La chiesa primordiale

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L'originaria chiesa altomedievale, dedicata a san Clemente[12], a sant'Antonio abate[6][17], oppure a san Pietro[18], venne forse edificata tra il IX e il X secolo nel periodo in cui il vicus avezzanese si consolidò in relazione agli altri nuclei abitati come i villaggi e i casali sparsi collocati fino alle pendici del monte Salviano e lungo le strade connesse all'originario tracciato della via Tiburtina Valeria[2], in corrispondenza dell'antico fundus Avidianus incluso nell'ager di Alba Fucens[24]. L'edificazione della prima chiesa avvenne nell'area del Pantano in cui insistevano le tracce stabili di costruzioni di epoca romana[25] e necropoli di età imperiale[26].

Di piccole dimensioni, si presentava con una pianta ad aula monoabsidata e forse a unica navata[27].

Subito dopo il disastroso sisma del 1915, Gavini poté disegnare un pilastrino di forma rettangolare riemerso nella fase della rimozione delle macerie. In stile bizantino e riconducibile alla metà del IX secolo, era forse incluso nel presbiterio; nel disegno pubblicato negli anni venti apparve impreziosito da decorazioni di vimini intrecciati con forme geometriche circolari e incrociate[11][15]. Questo elemento andò però subito disperso[27].

La chiesa intitolata a San Bartolomeo

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Il gonfalone municipale con al centro la figura di san Bartolomeo

La chiesa romanica chiaramente intitolata a san Bartolomeo[21], edificata forse per volontà dei monaci di Trisulti[22], risultava ruotata di novanta gradi rispetto all'edificio preesistente[27]; la sua costruzione fu completata nella prima metà del XII secolo[22]. Collocata al centro della pieve della villa Avezzani che, inclusa nella contea di Albe andava estendendosi per via dell'aggregazione degli insediamenti sparsi[28][29], ottenne nello stesso secolo dal re di Sicilia, Guglielmo II il Buono, il titolo di cappella reale[1][29].

Tra la seconda metà del XIII secolo e la metà del secolo successivo il castrum bassomedievale fu dotato di una cortina muraria difensiva, caratterizzata dalle tre porte d'ingresso di San Francesco, San Bartolomeo e San Felice, quest'ultima successivamente agli interventi di adeguamento promossi da Gentile Virginio Orsini venne rinominata porta di San Rocco[30]. Nella piazza antistante la collegiata si apriva invece una posterla che conduceva al castello Orsini[31].

A cominciare dalla seconda metà del XIV secolo Avezzano si apprestò a diventare universitas dotandosi degli Statuta Universitas dicte Terrae Avezanij[30][32][33].

Muzio Febonio ipotizzò che nel 1349 la chiesa castrale crollò a seguito di un grave terremoto che colpì l'area dell'Italia centrale[34]; alcuni documenti diocesani e notarili fanno tuttavia presupporre che fu gravemente danneggiata e successivamente rimaneggiata con uno stile artistico che non fu apprezzato[3].

Forse parzialmente chiusa al culto per molto tempo[8], tra la fine del Cinquecento e i primi anni del Seicento venne ricostruita[3]. Il presupposto per i lavori di rifacimento di una chiesa più grande fu quello di potenziare nel 1572 l'antico ruolo di collegiata[35]. Ad essa furono altresì concesse dal vescovo dei Marsi Giambattista Milanese, con il placet di Marcantonio II Colonna, le rendite di altre chiese del territorio avezzanese come quelle di Sant'Andrea, Sant'Angelo, San Basilio, San Callisto, San Francesco, San Leonardo, San Nicola, Santa Maria in Vico, Santa Maria di Casa (in località Casole), San Paolo, San Simeone e Santissima Trinità[14][36][37].

Un'iscrizione latina con dedica a Traiano, collocata nella chiesa avezzanese, fu descritta nel corso del Seicento dagli storici Lucio Camarra il Giovane e Muzio Febonio. Venne realizzata dagli abitanti di Alba Fucens per omaggiare l'imperatore romano che nel II secolo fece avviare gli attesi lavori di ripristino dell'emissario di Claudio e dell'Incile del Fucino. Opere necessarie per il deflusso delle acque lacustri nel fiume Liri, oltre la galleria ipogea del monte Salviano, quindi anche per garantire le attività agricole nelle terre emerse e nelle aree limitrofe. L'autenticità dell'epigrafe è stata messa in dubbio da altri studiosi in quanto, poco oltre un secolo dopo la prima citazione di Camarra, risultò già introvabile[38][39].

La chiesa prima del terremoto del 1915

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Alcune Suore Trinitarie in piazza San Bartolomeo nel 2023

L'ultima riedificazione precedente al terremoto del 1915 risale dunque tra la fine del XVI e l'inizio del XVII secolo. Lo storico e professore Giovanni Pagani ipotizzò che la progettazione dell'edificio di culto fu opera del noto architetto Domenico Fontana[1][40].

La chiesa tardorinascimentale-barocca in fase di completamento venne danneggiata da diversi terremoti, quello del 1654, quello del 1703[37] e certamente anche da quello del 1706[41].

È attestato, invece, che i primi interventi di riparazione furono condotti poco tempo dopo l'ultimo sisma da due mastri, esperti nell'edilizia e apprezzati dalla comunità, gli avezzanesi Benedetto Spina e Pasquale Savina, mentre la completa ristrutturazione fu portata a termine molti decenni dopo, nella seconda metà dell'Ottocento[41].

Nel corso del XVIII secolo l'edificio di culto divenne per volontà del cardinale Marcantonio Colonna un punto di riferimento delle Suore Trinitarie, la cui scuola venne istituita accanto alla chiesa più importante della città[42]. Il cardinale, infatti, affidò alla nascente comunità religiosa l'educazione delle ragazze meno abbienti del feudo di Avezzano. La fondatrice dell'istituto fu madre Maria Teresa Cucchiari che nell'istituto e nella collegiata operò per circa quarant'anni, dal 1762 fino alla sua morte, garantendo l'istruzione gratuita e il conseguente riscatto sociale delle ragazze più povere ed emarginate della Marsica. Venne sepolta il 10 giugno 1801 all'interno della chiesa, in via del tutto eccezionale, nel sepolcro dei sacerdoti semplici[42][43].

Il caratteristico e alto campanile quadrato fu edificato lateralmente alla chiesa solo tra il 1780 e il 1781[44][45]; l'ultimo appaltatore dei lavori fu il capomastro Gesualdo Spina[46].

Nella prima metà del XIX secolo, dopo le necessarie perizie, furono condotti importanti lavori di completamento della facciata e di miglioramento degli spazi interni. Ciò fu possibile grazie soprattutto alla volontà del sindaco identificato con la Carboneria, Bartolomeo Aloisi, e alla successiva riconsegna da parte dell'amministrazione, fedele invece alla Restaurazione e guidata da Aurelio Mattei, della fabricæ di San Bartolomeo all'omonimo capitolo e ai proventi di alcune aste di materie prime[47][48].

Tuttavia nel 1851 l'edificio fu quasi completamente chiuso per gravi problemi statici e cedimenti interni[49]. Dopo i primi interventi di riparazione, seguirono quelli di consolidamento della volta, avviati anche grazie all'assenso del re Ferdinando II di Borbone[50] e intrapresi dai costruttori Antonio Maffeo e Basilio Del Piano. Qualche anno dopo la proclamazione del Regno d'Italia, nel 1865, fu redatto l'ultimo progetto dell'ingegnere Luigi Maria Renzi[51][52].

Durante il brigantaggio postunitario italiano la chiesa divenne un punto di riferimento logistico e militare della guardia nazionale italiana[53], impegnata a contrastare le attività criminose dei briganti e di alcuni ex militari borbonici nel circondario della Marsica. In seguito alla presa di Roma, che segnò di fatto la fine del brigantaggio e dello stato d'assedio, l'edificio di culto fu riconsacrato[54] e, conclusi quasi del tutto i lavori di restauro, riaperto al culto nel 1873[51].

Circa 30 anni dopo il completo prosciugamento del lago Fucino, che Alessandro Torlonia rese possibile nella seconda metà dell'Ottocento ampliando emissario, cunicoli di Claudio e l'Incile del Fucino, avvenne il terremoto della Marsica del 1915 che distrusse quasi del tutto la città, che viveva una fase di incremento demografico e di crescita socioeconomica. A causa del disastroso sisma crollarono completamente, oltre alla chiesa, anche i palazzi adiacenti come palazzo Ferrini-Marimpietri[55], palazzo del Rebecchino, l'edificio che ospitava la scuola delle Trinitarie e il vicino monastero di Santa Caterina[56][57].

Il crollo del 1915

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Il memoriale alla base del campanile impreziosito dalla commemorazione di Federico Vittore Nardelli e dalla scultura di Pasquale Di Fabio

In seguito al terremoto del 1915, della collegiata rimase in piedi soltanto la base del campanile mentre alcune parti pericolanti della facciata furono demolite dal Genio civile[58]. Nel 1924 furono demoliti quasi tutti i ruderi per consentire l'urbanizzazione dell'area. Due capitelli, appartenuti alla collegiata, sono esposti nel polo museale dell'Aia dei Musei di Avezzano[59]. Una colonna con un leone collocato alla base, databile al XII-XIII secolo e forse appartenuta alla chiesa, è esposta nel Walters Art Museum di Baltimora, in Maryland negli Stati Uniti d'America[60].

Nel 1965, cinquanta anni dopo il terremoto, il Genio civile realizzò il monumento commemorativo, situato nel largo di San Bartolomeo, riqualificando la base del campanile e riproducendo una copia di paraste in cemento armato con i due capitelli[4]. La scultura posizionata sopra l'ingresso del campanile fu realizzata da Pasquale Di Fabio[58][61], mentre sulla lapide è riportata la dedica ad futuram memoriam di Federico Vittore Nardelli[62], scrittore e ingegnere avezzanese noto soprattutto per l'opera biografica su Luigi Pirandello[63].

La cattedrale di piazza Risorgimento

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Lo stesso argomento in dettaglio: Cattedrale di Avezzano.
La cattedrale di San Bartolomeo fotografata per Wiki Loves Monuments

Il desiderio e la necessità di uno spostamento della diocesi dei Marsi da Pescina ad Avezzano iniziò a manifestarsi nel corso dei primi anni dell'Ottocento, in seguito all'istituzione del distretto, di uffici civili ed ecclesiastici in città. Ci furono diversi tentativi di spostare la cattedrale nella collegiata di San Bartolomeo, ma fu soltanto dopo il terremoto del 1915 che, con la bolla Quo aptius di Papa Pio XI, la sede vescovile nel 1924 fu ufficialmente trasferita[64][65].

La cattedrale, dedicata pure a san Bartolomeo, venne costruita nel centro urbano, anch'esso leggermente delocalizzato e riedificato dopo il sisma, in piazza Risorgimento. Nel 1942, a lavori ancora incompiuti e nel pieno della seconda guerra mondiale, fu consacrata e aperta alle funzioni religiose[66][67].

La campagna di scavi

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A cominciare dai primi anni Duemila ebbero inizio gli scavi archeologici nell'area delle fondamenta e nei settori basamentali della collegiata crollata, sottoposte nel 1999 a vincolo (legge Bottai) dal MiBAC[4], dove nel corso degli anni erano emersi i sepolcri collettivi, il sepolcro dei sacerdoti, l'ossario, alcuni frammenti ossei e di affreschi, ceramiche, pietre, tegoloni ed elementi riconducibili alle fasi altomedievale e tardorinascimentale della distrutta chiesa[4][68], oltre alle tracce stabili di costruzioni di epoca romana emerse in zona[25] e ai materiali epigrafici ricollocati e riadattati come l'insegna commerciale Coco Optimo, riadoperata per farne l'ara funeraria del seviro e dendroforo Marcius Faustus, e la lastra commemorativa di Naevius Trophimus, ritrovata sotto il pavimento dell'edificio sacro[69][70].

Nel corso dei lavori di scavo, ripresi in seguito al centenario del terremoto marsicano, sono emerse nel 2017 sette tombe risalenti al periodo aragonese, forse nel tempo in cui il Regno di Napoli fu guidato da Ferrante d'Aragona[71].

Nel 2018 sono stati recuperati dal sacello numero 7 dei sacerdoti semplici, oltre a vari resti ossei maschili, un cranio e un bacino femminili che, dopo articolate analisi, sono stati attribuiti a madre Maria Teresa Cucchiari[68][72]. Dal 2021 un altare della chiesa di San Giovanni Decollato ospita l'urna funeraria della Serva di Dio[73].

Piazza San Bartolomeo e i ruderi della collegiata

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Visita guidata organizzata dalla soprintendenza nel 2017

La riedificazione post sisma della città fu effettuata sulla base del piano regolatore e di ampliamento di Avezzano elaborato il 13 ottobre 1916 dall'ingegnere Sebastiano Bultrini, poco più di un anno e mezzo dopo il terremoto del 1915. Lo strumento urbanistico consentì di ricostruire il nucleo abitato a nordest del centro storico distrutto, verso il polo di sviluppo urbano già individuato prima del sisma con la costruzione nella seconda metà dell'Ottocento della stazione ferroviaria[74]. La scelta di delocalizzare la città nuova risultò inizialmente obbligata per via dell'imponente massa di macerie presente nelle aree centrali distrutte, ma anche dal decreto-legge luogotenenziale n. 1294 del 22 agosto 1915 che le classificò inadatte alla ricostruzione[75]. Piazza San Bartolomeo e il centro storico pre sisma furono pressoché cancellati nel 1924, con l'opera di urbanizzazione prevista dagli stralci del piano di ricostruzione e della nuova rete stradale che fu sovrapposta alle tracce di vie, vicoli, piazze, chiese, conventi e dei vecchi edifici[76]. La piazza antistante la distrutta collegiata fu attraversata dalle strade del lotto quadrangolare compreso tra via XX Settembre e via Luigi Vidimari[77].

Nella seconda metà del Novecento, nell'ottica della rivalutazione del sito storico e del recupero per quanto possibile del genius loci, tali strade vennero chiuse e rimosse in corrispondenza dell'antica piazza[77].

In seguito ai lavori di scavo e alle analisi archeologiche, condotte dalla soprintendenza abruzzese anche tra il 2022 e il 2023, è stato elaborato un progetto di valorizzazione del largo antistante e del sito stesso dell'ex collegiata. Nel corso dell'estate 2023 hanno avuto inizio i lavori di ristrutturazione della piazza prospiciente che si sono conclusi il 30 ottobre 2023[78]. Poste Italiane, in occasione dell'inaugurazione, ha ufficialmente presentato l'annullo filatelico e il bollo speciale che è esposto nel museo storico della comunicazione a Roma[79].

Riproduzione della pianta settecentesca della collegiata scomparsa

La collegiata tardorinascimentale-barocca, a tre navate, era situata in piazza San Bartolomeo, il luogo che rappresentava il centro della città prima del disastroso terremoto del 1915. La facciata fu completata nel livello superiore tra il 1825 e il 1832[49] su progetto dall'architetto Rosario Baldi, successivo a quello di Leonardo Stinelli e Vincenzo Porreca di Pescocostanzo, in seguito semplificato dall'ingegnere provinciale Marino Massari[80]. Si caratterizzava per le paraste, le balaustre, le sculture laterali dei due leoni controrampanti e l'alta zoccolatura protettiva e decorativa del livello inferiore. Al centro della balaustra superiore era collocata la statua della Religione con la croce[81]. Gli undici speroni, collocati lateralmente e frontalmente, furono consolidati nella seconda metà del XVII secolo con l'impiego di pietre provenienti dal sito della chiesa scomparsa dedicata a sant'Erasmo, posta al confine di Avezzano con Luco dei Marsi e al centro di una lunga e accesa controversia conclusasi a favore dell'universitas avezzanese[82].

Il campanile a base quadrata, innalzato lateralmente tra il 1780 e il 1781[44][45], si completava con una elegante cuspide poligonale[1]. La realizzazione della campana grande fu deliberata nel 1824, in sostituzione di un modello precedente[83] e forse venne successivamente realizzata dalla "Premiata fabbrica da orologi da torre Michelangelo Canonico" con sede a Lagonegro in Basilicata. Danneggiata dal sisma, è conservata unitamente ai capitelli di San Bartolomeo e a un'acquasantiera all'Aia dei Musei[59]. La rifusione delle campane grande, piccola e mezzana furono realizzate più volte tra il 1825 e il 1839[84].

Sagrato e piazza

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Il sagrato era delimitato da colonnine e pilastrini in pietra calcarea, in parte ancora presenti nello spazio riqualificato di largo San Bartolomeo[4][85]. La piazza, denominata piazza del Pantano fino alla metà dell'Ottocento[86], unitamente all'attigua piazza Centrale (intitolata prima del sisma a Vittorio Emanuele III) e ad alcune vie come via Centrale, vicolo del Monastero e corso Umberto I[87], fu dotata di una moderna selciatura programmata dall'amministrazione comunale già nel 1840[88].

Le sepolture furono effettuate nella zona absidale e al di sotto delle cappelle da alcune famiglie che beneficiarono del diritto di patronato, ma almeno dai primi anni del Settecento anche in un'area cimiteriale esterna e posteriore rispetto all'edificio[89]. I seppellimenti furono concessi fino ad alcuni anni dopo l'editto di Saint Cloud e le seguenti legiferazioni del Regno d'Italia, volte a garantire la tutela delle condizioni igieniche e sanitarie nelle aree urbane[90]. Dalla seconda metà dell'Ottocento le funzioni cimiteriali furono trasferite nel cimitero di Santa Maria in Vico, collocato al di fuori del centro urbano[91].

Internamente erano ospitati il pregevole tabernacolo ligneo dei fratelli Marangoni, il coro ligneo del 1851 e il fonte battesimale marmoreo[82]; erano presenti anche i due organi, di cui uno settecentesco riparato nella prima metà dell'Ottocento da Vincenzo Catarinozzi[47], andati persi già nella seconda metà dello stesso secolo a causa dei crolli interni che si verificarono[51]. Tra le altre statue, era conservata internamente quella di sant'Emidio, protettore contro il terremoto, che dopo il sisma fu recuperata e, stando a dei racconti, anche per volontà di alcuni superstiti del sisma delusi per tale catastrofe, venne trasportata a Roma e successivamente collocata in un'altra città[92][93]. Il busto d'argento raffigurante san Bartolomeo apostolo e collocato nell'altare portatile, adibito alla celebrazione eucaristica al di fuori della collegiata, fu trafugato in seguito al sisma[83]. I quadri di maggior pregio erano quelli che adornavano gli undici altari che affiancavano l'altare maggiore; due dipinti furono attribuiti alla scuola di Carlo Maratta e a quella di Guido Reni[1]. In alcune stanze erano posizionate la sagrestia, l'oratorio e la casa delle compagnie di san Rocco e del Santissimo Sacramento[57][94]. Le campate erano divise da pilastri compositi[17].

L'abside aveva una forma semicircolare e ospitava l'altare maggiore con i suoi marmi pregiati. Questa zona venne anche utilizzata come sepolcro dei canonici regi e dei sacerdoti semplici[82], dove nel 1801 fu seppellita in via del tutto eccezionale anche madre Maria Teresa Cucchiari[42][43].

Gli undici altari che affiancavano lateralmente l'altare maggiore erano collocati nelle cappelle delle campate laterali[17]. Dedicati al Suffragio, a san Michele arcangelo, a san Bartolomeo apostolo, a sant'Onofrio, alla Madonna del Carmine, al Santissimo Sacramento, al Santissimo Rosario, alla Santissima Annunziata, allo Spirito Santo, al Santissimo Crocifisso e ai santi Domenico e Giuseppe, vi esercitarono il diritto di patronato, tra le altre famiglie avezzanesi, i Mattei, gli Aloisi (Aloysii)-Milone, i Corbi, i Minicucci, i Colonna-Orlandi e i Nanni, unitamente alle confraternite del Santissimo Sacramento, del Suffragio e di San Rocco e alla congregazione laicale degli artisti e degli artigiani[89].

  1. 1 2 3 4 5 6 7 Giovanni Pagani, San Bartolomeo, su avezzano.terremarsicane.it, Terre Marsicane. URL consultato il 20 agosto 2025 (archiviato dall'url originale il 29 dicembre 2017).
  2. 1 2 3 Del Bove Orlandi, 2020, p. 10.
  3. 1 2 3 Del Bove Orlandi, 2020, pp. 30-31.
  4. 1 2 3 4 5 6 Avezzano, nuova vita per la parte storica della città: via alla riqualificazione di piazza San Bartolomeo, su comune.avezzano.aq.it, Comune di Avezzano, 21 luglio 2022. URL consultato il 20 agosto 2025.
  5. Del Bove Orlandi, 2020, p. 63.
  6. 1 2 3 Febonio, 1678, libri tres, pp. 144-145.
  7. Giovanni Pagani, Anxantium ed Avezzanum (da Avezzano e la sua storia), su terremarsicane.it, Terre Marsicane. URL consultato il 20 agosto 2025.
  8. 1 2 Pagani, 1968, vol. 1, pp. 86-87.
  9. Laura Saladino, Patrizia Montuori, Intervista su Avezzano, curatore Sergio Natalia, L'Aquila, Textus edizioni, 2023, p. 33.
  10. Leone Marsicano, Chronica monasterii Casinensis, (rist. Die Chronik von Montecassino), Hannover, Hahnsche Buchhandlung, 1980, lib. I, cap. 37, p. 104.
  11. 1 2 Ignazio Carlo Gavini, Storia dell'Architettura in Abruzzo, Bestetti - Tumminelli, Milano - Roma, 1927, vol. I, p. 13.
  12. 1 2 Grossi, 2020, p. 65.
  13. Del Bove Orlandi, 2020, p. 17.
  14. 1 2 Toponimi e riposizionamento degli insediamenti ad opera di Serafino Del Bove Orlandi, Planimetria con individuazione dei "vichi" dall'unione dei quali ebbe origine Avezzano, in Teresa Cucchiari mostra, 1999, p. 6.
  15. 1 2 3 Del Bove Orlandi, 2020, pp. 14-17.
  16. Anton Ludovico Antinori, Corografia storica degli Abruzzi, mss. in 15 voll., XVIII sec., Biblioteca provinciale Salvatore Tommasi, L'Aquila - copia in A.D.M., vol. XXXIV, tom. 4, p. 146.
  17. 1 2 3 4 Mastroddi, 1998, p. 45.
  18. 1 2 Laura Saladino, Le origini di Avezzano, in Fucino e le aree limitrofe nell'antichità, atti del III convegno di archeologia in ricordo di Walter Cianciusi, Avezzano, 2009, p. 397.
  19. Del Bove Orlandi, 2020, p. 18.
  20. Laura Saladino, Patrizia Montuori, Intervista su Avezzano, curatore Sergio Natalia, L'Aquila, Textus edizioni, 2023, p. 41.
  21. 1 2 Massimo Basilici, Bolla di papa Clemente III: anno 1188, su Pereto (AQ), 19 febbraio 2024. URL consultato il 20 agosto 2025.
  22. 1 2 3 Del Bove Orlandi, 2020, pp. 19-20.
  23. Grossi, 2020, p. 119.
  24. Grossi, 2020, p. 61.
  25. 1 2 Laura Saladino, Patrizia Montuori, Intervista su Avezzano, curatore Sergio Natalia, L'Aquila, Textus edizioni, 2023, pp. 34-35.
  26. Grossi, 2020, p. 66.
  27. 1 2 3 Laura Saladino, Patrizia Montuori, Intervista su Avezzano, curatore Sergio Natalia, L'Aquila, Textus edizioni, 2023, p. 39.
  28. Grossi, 2020, p. 113.
  29. 1 2 Giuseppe Grossi, La villa Avezzani della contea di Albe, su comune.avezzano.aq.it, Comune di Avezzano. URL consultato il 20 agosto 2025.
  30. 1 2 Del Bove Orlandi, 2020, p. 25.
  31. Grossi, 2020, p. 127.
  32. Mario Di Domenico, Gli statuti antichi di Avezzano. Aspetti giuridico-economici, Roma, De Cristofaro editore, 1989.
  33. Giuseppe Grossi, Il castrum Avezzani, su comune.avezzano.aq.it, Comune di Avezzano. URL consultato il 20 agosto 2025.
  34. Febonio, 1678, libri tres, p. 145.
  35. Ciranna, Montuori, 2015, pp. 96-97.
  36. Del Bove Orlandi, 2020, p. 31.
  37. 1 2 Ciranna, Montuori, 2015, p. 98.
  38. Theodor Mommsen, CIL IX, n. 3915.
  39. Giuseppe Grossi, L'ager Albensis e il fundus Avidianus, su comune.avezzano.aq.it, Comune di Avezzano. URL consultato il 20 agosto 2025.
  40. Pagani, 1968, vol. 1, pp. 174-175.
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