Luigi Alonzi

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Luigi Alonzi

Luigi Alonzi, detto Chiavone (Sora, 19 giugno 1825Trisulti, 28 giugno 1862), è stato un brigante italiano.

Fedele a Francesco II delle Due Sicilie, ma anche estimatore del suo contraltare Giuseppe Garibaldi, che aveva assunto a modello[1]. Operò con azioni di brigantaggio e guerriglia contro le truppe del Regio Esercito nella Terra di Lavoro settentrionale e, in particolare, nella zona di Sora. Distintosi in battaglia, fu insignito di diversi riconoscimenti dalla monarchia delle Due Sicilie; tuttavia in seguito, fu condannato a morte dagli stessi ufficiali delle truppe legittimiste spagnole inviate per supportarlo.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

La nascita e i suoi primi anni[modifica | modifica wikitesto]

Nacque a Sora in contrada La Selva nelle immediate vicinanze della villa campestre della famiglia Branca[2]. Quella zona allora faceva parte della parrocchia di San Silvestro, in cui fu battezzato. La sua era una famiglia di contadini, soprannominata Chiavone[3]. Nel dialetto locale questo è un termine evocativo insieme della vigoria sessuale e della ampia capacità di seduzione nei confronti dell’altro sesso. Esso appare nei carteggi ufficiali agli inizi del Seicento e forse deriva dalle prestazioni eccezionali di qualche antenato. È certo che la famiglia Alonzi l’interpretava così e se ne vantò fino alla morte di Luigi, ultimo maschio e quindi ultimo “Chiavone” del clan.[4] Figlio di Gaetano Alonzi e Concetta Lucarelli, nipote di Valentino Alonzi che era stato nominato nel 1799 luogotenente d'Isola del Liri dal brigante sanfedista Gaetano Mammone[5]. Trascorse la gioventù sotto le armi. Fu infatti militare per diciassette anni, iniziando la carriera da soldato e congedandosi come secondo sergente del battaglione Cacciatori della Guardia Reale.[6] Per premio fu nominato guardia forestale nel comune di Sora, continuando l'attività del nonno Valentino,[7].

L'attività di brigantaggio[modifica | modifica wikitesto]

Le condizioni[modifica | modifica wikitesto]

Luigi aveva si era "formato" all’ombra del nonno Valentino e delle sue radicate convinzioni. Egli era fermamente convinto che i Mammone fossero stati vittime degli stessi che li avevano "spinti" e guidati: traditori della monarchia e della chiesa di cui lui era stato "eletto" paladino. E che quindi fosse "giusto" che lui "governasse" il microcosmo rappresentato dalla Contrada Selva. Ne rimaneva autorizzato dai rischi mortali a cui si era esposto in gioventù per la difesa della Chiesa e della Corona, uno per tutti la difesa di Isola del Liri contro le soverchianti forze dei francesi nel 1799. La Selva (3.000 abitanti) era il più popoloso borgo di Sora: una specie di paese nel paese, sorgeva ai piedi dei Preappennini che sovrastano la vallata in cui si adagia Sora. Su queste montagne correva il confine tra lo stato pontificio e il regno delle due Sicilie. Per Selva passava la strada che, dai tempi dell’antica Roma, collegava Sora con la capitale passando attraverso le città papaline di Veroli e Frosinone. Alla Selva era la dogana. Ma non per i selvaroli che, spinti dalla miseria, praticavano in massa il contrabbando a tempo pieno: un'attività ereditata dai padri, attività che l’economista "illuminato" Giuseppe Maria Galanti stimava addirittura provvidenziale perché almeno parzialmente attenuava le conseguenze di un'economia misera e bloccata da secoli.

Pesavano come macigni le differenze sociali: un parroco della zona scriveva che i contadini facevano due pasti al giorno "il primo sul luogo stesso del travaglio, verso le 11 antimeridiane, e con focaccia di granturco cotta senza lievito sotto la brace, qualche frutta o cipolla, o anche senz'altro; il secondo la sera, in casa, con minestrone di legumi, fave, fagioli, lenticchie, cicerchie, ceci, o anche polenta, condita con sale, e non sempre, o almeno non tutti, con olio o con grasso; come bevanda ordinaria l'acqua fresca". Il pane di grano era un lusso riservato agli ammalati. Nelle zone in cui si riusciva a coltivarlo, un solo cocomero costituiva il vitto di un'intera giornata di lavoro. I proprietari fondiari invece avevano un ricco menù: "nel pranzo, a mezzogiorno, minestra bianca o verde, o maccheroni, e due piatti forti, come bollito e arrosto, ragù e fritto, pane, vino, formaggio e frutti, indi il caffè, che si prende anche di mattino. Nella cena, insalata, un piatto forte, come arrosto, ragù o altro, ed il resto come nel pranzo".

Nonostante che le industrie fossero nella zona numerose, il "triangolo" Sora-Arpino-Isola del Liri veniva chiamato orgogliosamente "la Manchester del Regno delle due Sicilie", le paghe erano però risicate: le paghe massime, per una giornata lavorativa di 12-14 ore, erano per il lavoratore maschio 30 grani, l'equivalente di un chilo di carne di vacca, per le donne 15 grani, con i quali potevano comprare un litro di vino, per i fanciulli 7-10 grani, quanto costava un chilo di pane bianco. E questi erano i fortunati, perché poi c’erano tutti gli altri ed infine i barboni che campavano di elemosine: uno ogni 40 abitanti attivi! La fame si acuiva nelle annate di carestia con estati troppo secche e afose e spesso ad essa seguiva una pestilenza. Il colera era endemico. L’epidemia del 1848-49 aveva fatto strage di bambini. Ancora più infausta quella del 1854. Colera, malattia da sporcizia. Sporcizia radicata, diffusa. Uomini che condividevano gli spazi con gli animali. Monolocali bui e anneriti dal fumo che fungevano contemporaneamente da cucina, sala da pranzo e camera da letto; spesso frequentati anche da porci, pecore e galline. Escrementi di animali, ma anche umani, disseminati un po’ dappertutto, dentro e intorno alle abitazioni spesso anche infestate da scarafaggi e ogni altro genere di insetti. E mosche, miriadi di mosche dovunque.

Il contrabbando era diventato quindi una "fiorente industria", ma aveva pure allevato un covo di banditi che, se in tempi normali erano poco più che furfantelli con doti di imprendibili camminatori, con rifugi sicuri nei boschi di entrambi gli stati, in tempi di confusione potevano essere facilmente politicizzati, organizzati in bande e trasformarsi in "briganti" spaventosamente temibili, per la conoscenza delle tecniche di guerriglia e antiche tradizioni di ribellione..

L’abitudine a violare la legge era anche il presupposto per lo sviluppo della delinquenza "In dieci anni (1847-1856) nel circondario di Sora, che contava 23.000 abitanti, si registrarono 345 "misfatti", come si chiamavano i reati gravi, e 2.275 "delitti", reati per così dire minori. Vi erano compresi 21 omicidi riusciti, 13 mancati e ben 1.258 violenze rubricate come minacce con percosse, ferite, stupri e sfregi."[8]

Inizio[modifica | modifica wikitesto]

In quel drammatico 1860, il popolano meridionale già dolorosamente provato dalla miseria, a cui comunque si era dovuto abituare, venne aggredito da un grosso sconvolgimento politico, simile all’invasione francese del 1799, che lo mandò di nuovo in bestia.

All’inizio della Spedizione dei Mille, Chiavone aveva offerto i suoi servigi come informatore del governo italiano, scrivendo una lettera al colonnello Giuseppe Govone. Respinto a causa della sua cattiva reputazione, si diede decisamente alla partita opposta.[6] All’età di circa 35 anni, entrò in azione. Chiavone poteva contare sull’appoggio e sulla protezione della popolazione locale e di buona parte del clero: lo stesso vescovo, monsignor Giuseppe Montieri, dichiarava il proprio disprezzo per i liberali e i sabaudisti, tollerando ampiamente l’azione dei briganti. Alla notizia dell’arrivo di Garibaldi a Napoli e della fuga del re Francesco II che il 6 settembre si era asserragliato a Gaeta, i liberali costituirono un governo provvisorio e il vescovo Montieri lasciò Sora.

La reazione non si fece attendere e le truppe borboniche del colonnello Theodor Friedrich Klitsche de la Grange intervennero in Terra di Lavoro e nella Marsica per arrestare i liberali antiborbonici. Luigi Alonzi le sostenne con la sua banda di paesani armati:

  • il 3 ottobre 1860 con una spedizione a Balsorano per prendere alcuni notabili "liberali" di Sora
  • il 6 ottobre 1860 con 100 armati appoggiò La Grange che affrontava i cacciatori del Vesuvio[9]

Per riconoscenza venne nominato dal re “Guardaboschi” del distretto di Sora e della Valle Roveto: era un riconoscimento del potere che aveva acquisito e Chiavone non tardò ad esercitarlo aggirandosi per tutti i paesi della zona in caccia di liberali. Dopo l’incontro di Teano, tra Garibaldi e Vittorio Emanuele, tra l’ottobre e il novembre 1860, i liberali ripresero coraggio e sollecitarono l’intervento dell’esercito sabaudo, ma Chiavone poteva trovare rifugio tra le montagne che conosceva come le proprie tasche. Il 3 dicembre 1860 Chiavone effettuò un'azione di guerriglia a Sora nelle località di Forca, Spinelle e Monte s. Casto. In quel periodo la sua banda aumentò notevolmente con l’aggiunta di tutti quegli sbandati dell’esercito borbonico che ora non sapevano di che vivere. Con quella forza incrementò l’intensità della propria azione brigantesca. L’esercito piemontese, agli ordini del generale Enrico Cialdini reagì con dure repressioni contro le popolazioni della Marsica e della Terra di Lavoro che proteggevano i briganti. Con i suoi scontri contro l’esercito sabaudo Chiavone guadagnò prestigio e fama presso i filoborbonici e quando la legge sarda instaurò anche nel Sud Italia la leva obbligatoria, molti disertori andarono ad ingrossare le file della banda da lui capeggiata, la quale raggiunse il numero di 500 briganti.

Chiavone "Comandante in capo di tutte le truppe del Re delle Due Sicilie"[modifica | modifica wikitesto]

La banda del brigante Chiavone nel refettorio dell'Abbazia di Trisulti

Il giorno 23 gennaio 1861 a Bauco (l'attuale Boville Ernica) Chiavone si scontrò duramente con l’esercito sabaudo comandato dal generale Ettore De Sonnaz (uno dei protagonisti della prima guerra d’indipendenza) . Respinto, ma non sconfitto, raggiunse Veroli passando per Vico e Guarcino.

Il 13 febbraio 1861 il Re, assediato a Gaeta, si arrese e fuggì a Roma, sotto la protezione del Papa. Subito dopo Chiavone si recò a Roma dove fu alloggiato in una caserma della contrada S. Sisto Vecchio. A Roma si incontrò coi generali Bosco e Clary, conte di Trapani, con molti prelati, e si disse anche col re.[10]

Ricevuti adeguati finanziamenti e lettere di raccomandazioni e avendo concordato un piano d'azione, partì alla volta di Castro (l'attuale Castro dei Volsci) dove in breve tempo riuscì a concentrare una banda di oltre duecento uomini, per la maggior parte provenienti dalla Selva di Sora.

Varcato il confine, 27-28 marzo 1861 con 60 compagni attaccò Castelluccio (l'attuale Castelliri). Il 3 maggio 1861 piombò su Monticelli (l'attuale Monte San Biagio), saccheggiò il paese, uccidendo il sindaco, distruggendo i ritratti di Vittorio Emanuele e di Garibaldi[11], appiccando il fuoco a molte case e proclamando la restaurazione del governo borbonico.[10] L'intervento di alcune compagnie dell'esercito sabaudo, lo costrinsero a ripiegare. Passò per Pastena e Pico e si impadronì di Lenola insorta. Il 5 di maggio dopo gravi perdite si ritirò verso Falvaterra.

Chiavone continuò a tormentare tutta la zona del confine meridionale tra l'ex Regno borbonico e lo Stato pontificio, con base a Sora, da dove poteva rimanere in contatto con Francesco II, detronizzato, e poteva facilmente riparare nello Stato Pontificio nel caso si trovasse in difficoltà negli scontri con l'esercito sabaudo. Quello fu il periodo in cui le sue azioni si fecero più intense e violente

A maggio Chiavone tornò a Roma, Francesco II gli conferì il titolo di "Comandante in Capo delle Truppe del Re delle due Sicilie" e la facoltà di usare il sigillo con lo stemma borbonico.

Chiavone, da quel momento, prese ad ostentare il suo titolo con un abbigliamento piuttosto eccentrico e pittoresco: giacca e pantaloni di velluto, corpetto rosso con doppia fila di bottoni dorati, sandali, cravatta, fascia azzurra, sciarpa, cintura con un pugnale e due pistole, cappellaccio di feltro, orologio d’oro, bracciali, collane e anelli.

Sempre a maggio si stabilì per poco a Monte San Giovanni Campano.

Il 26 maggio 1861, la sua banda composta da circa 150 briganti, partendo da Monte Sant'angelo, irruppe in Sora, durante i festeggiamenti patronali, col solo intento di seminare lo scompiglio e di sfidare la forza pubblica del nuovo governo. In quella occasione, consentì ai suoi uomini di distruggere il busto di Vittorio Emanuele II, ma protesse quello di Garibaldi[12][10].

Assecondando la sua smisurata vanità, corroborata dalla sua amante Olimpia Lisi, vedova Cocco, che vedeva in lui un redivivo Napoleone, Chiavone, in quell'estate del 1861, scateno’ una reazione continua e rabbiosa recando serie perdite al nemico con saccheggi e uccisioni. Le sue scorribande venivano operate su un territorio molto esteso lungo il confine, dalla zona di Fondi fino alla Marsica. Molti paesi furono occupati e devastati. Queste scorribande contribuirono ad aumentare ancora maggiormente la fama della banda di Chiavone: molti erano coloro che vi volevano far parte allettati dall’avventura e dalla paga di 6 carlini al giorno (più del triplo rispetto a quanto poteva sperare di guadagnare un contadino). La sua banda comprendeva anche molti avventurieri stranieri e qualche pezzo d’artiglieria.

Magg.-Giugno Il Chiavone bivacca per diversi giorni nei pressi della Madonna della Figura.

27/06/1861 Chiavone con 40-50 briganti scende a Roccavivi e saccheggia varie abitazioni.

15/07/1861 Alcuni briganti della banda Chiavone entrano in Morrea.

17/07/1861 0. Chiavone saccheggia alcune case a San Giovanni Valle Roveto. Lasciato il grosso della truppa a Prato di Campoli con 180 briganti scende a San Vincenzo Valle Roveto, quindi occupa Collelongo ed incalzato dai militari italiani si rifugia nella vicina Villa Valle Longa

20/07/1861 La banda di Chiavone dopo aver attraversato la catena di Serra Lunga è sorpresa presso Balsorano dai dalle truppe italiane e si disperde.

Luglio - Agosto Chiavone dopo aver portato circa 50 feriti presso l'ospedale di Monte San Giovanni va a Roma per ricevere soldi ed altre onorificenze

Decadenza[modifica | modifica wikitesto]

La certosa di Trisulti.

Ma nell’inverno del 1861 le cose cambiarono. L’eccessivo attaccamento all’amante Olimpia che lo rendeva meno combattivo ed eccessivamente cauto nell’iniziativa, unito alla mancanza di rifornimenti e alla stringente controffensiva nemica, crearono disagi, risentimenti e contestazioni in seno alla banda. Insufficienti, ormai, erano il ristoro e gli aiuti che potevano fornire i monasteri di confine di Casamari, Scifelli e Trisulti. Così, molti dei briganti della sua banda lo abbandonarono e maggiore divenne il potere degli stranieri nella formazione. Tra questi spiccava per ambizione e zelo rivoluzionario il tedescoLudwig Richard Zimmermann.

Nello stesso inverno Chiavone dovette ricevere l’ufficiale spagnolo Rafael Tristany de Barrera, mandato da Francesco II con l’intento di potenziare e riorganizzare la banda decimata e indisciplinata e di addestrarla secondo le regole militari della guerriglia. Alle difficoltà sul piano organizzativo e militare si aggiunse la incontenibile gelosia tra il capo indigeno della guerriglia alla frontiera pontificia e i mestieranti della guerra provenienti da vari paesi d’Europa. Il conflitto tra Chiavone, geloso del potere, e questi ultimi, che lo vedevano e disistimavano come un rustico capobanda in crisi, arrogante e inetto, portò alla frantumazione della banda. Nonostante tutto, Chiavone, nella primavera del1862 riprese l’attività con i pochi uomini che gli erano rimasti, assaltò alcuni paesi con l’intento ormai di rifornirsi, spingendosi fino a Castel di Sangro. Verso la fine di giugno l’odio tra le due fazioni di legittimisti porto’ alla drammatica conclusione del rapporto di forza tra il capobanda sorano e gli stranieri. Sulle montagne diSora, dove sempre rientrava per star vicino alla sua Olimpia, prima che potesse reagire Chiavone venne intercettato da una compagnia di “tristanisti” (come spregiativamente venivano chiamati dai "chiavonisti" i simpatizzanti di Tristany) ed arrestato. Un tribunale improvvisato da Tristany e Zimmermann lo condannò subito alla pena di morte. La sentenza fu eseguita il 28 giugno 1862 in un bosco vicino all’abbazia di Trisulti.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Cfr. Giordano Bruno Guerri, Il Sangue del Sud, Milano, Mondadori, 2010, p. 130, ISBN 978-88-0460330-6
  2. ^ carbone Arduino - La Città di Sora - Tipografia dell'Abbazia di Casamari - 1970 pag. 198
  3. ^ AA.VV., Pulicenella e lo diavolo zuoppo, Tip. Nobele, Napoli, 1861, pag.6
  4. ^ Ferri_Chiavone pag. 7
  5. ^ [1] www.cassino2000.com
  6. ^ a b Scaccia, Maria Lucia - Il brigante Chiavone e la sua banda - in: AA.VV. - Quando c'erano i briganti - Edizioni Il Ruscello - Pagliara di Borgorose (RI) - 2000
  7. ^ Guerri
  8. ^ Ferri_Chiavone pag. 27-40
  9. ^ Venditti, Gabriele -Isernia al cadere de' Borboni- bmr - 2011 - pag. 29
  10. ^ a b c Grossi, Eliseo - L’11 novembre 1861 Contributo alla storia del brigantaggio clerico-borbonico - Fondi - Tip. Arturo Pansera - 1903
  11. ^ Alessandro Bianco di Saint-Jorioz, Il brigantaggio alla frontiera pontificia dal 1860 al 1863, Milano, Daelli, 1864, p. 270, ISBN non esistente.
  12. ^ Giordano Bruno Guerri,op. cit., p. 130

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Michele Ferri e Domenico Celestino, Il brigante Chiavone- Storia della guerriglia filoborbonica alla frontiera pontificia (1860-1862), Prefazione di Franco Molfese, Edizione Centro Studi Cominium, Casalvieri 1984, pag. 405.
  • Michele Ferri, Il brigante Chiavone - Avventure, amori e debolezze di un grande guerrigliero nella Ciociaria di Pio IX e Franceschiello, Cassino, Azienda di promozione turistica di Frosinone - Centro sorano di ricerca culturale, 2001.
  • Giordano Bruno Guerri, Il sangue del Sud, Mondadori, 2010, ISBN 88-04-60330-5.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]