Ambrogio Visconti

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Ambrogio Visconti
1343 – 7 agosto 1373
Nato a Milano
Morto a Caprino Bergamasco
Luogo di sepoltura Bergamo
Etnia italiana
Religione cattolica
Dati militari
Paese servito Coat of arms of the House of Visconti (1277).svg Comune di Milano
Anni di servizio 1359 - 1373
Grado Condottiero di compagnia di ventura
Battaglie
Comandante di Compagnia di San Giorgio
Altre cariche Governatore di Parma
voci di militari presenti su Wikipedia

Ambrogio Visconti (Milano, 1343Caprino Bergamasco, 7 agosto 1373) è stato un condottiero italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

I primi anni[modifica | modifica wikitesto]

Primo figlio di Bernabò Visconti e fratello di Estorre Visconti, nacque come figlio naturale da Beltramola de' Grassi, amante del signore di Milano[1].Inizia presto la carriera militare al servizio di suo padre e quindi di Milano tanto che nel luglio del 1359 a soli 15 anni è inviato con 500 cavalli e 1000 soldati per contrastare la Grande Compagnia del tedesco Conte Lando che stava devastando Firenze. Arrivato a Firenze gli viene donata una cavalcatura e prende parte alla battaglia del campo delle mosche. Dopo la vittoria è organizzato a Firenze un palio a cui è invitato con Pandolfo II Malatesta e Niccolò Orsini.

Nel 1361 viene chiamato dal duca d’Andria Francesco I del Balzo per combattere le truppe della regina del Regno di Napoli Giovanna I d'Angiò. Entra nell'aquilano dal Cicolano e si dirige verso Avezzano devastando la Marsica schierata dalla parte dei napoletani. L'anno successivo chiede i matrimonio con la regina di Napoli, ma la proposta viene rifiutata e nel giugno dello stesso anno devasta Mirandola insieme al Conte Lando danneggiando così Lega anti-viscontea capitanata da Feltrino Gonzaga.

Il 6 aprile del 1363 si svolge nel modenese la battaglia di Solara, attuale frazione di Bomporto, combattuta tra lo Stato Pontificio, Padova e Verona contro Milano[2]. Nella battaglia Ambrogio combatte come cavaliere, ma i milanesi vengono sconfitti. Bernabò Visconti rimane ferito ed Ambrogio catturato da Malatesta Ungaro e incarcerato a Cesena, verrà rilasciato solo nell'aprile del 1364 alla firma del trattato di pace raggiunto dopo la cessione di Bologna da parte di Milano, su pressione del re Pietro I di Cipro. Nel 1365 su incarico del padre si dirige a Verona con Feltrino Gonzaga per convincere il duca Rodolfo IV d’Asburgo, in cammino da Trento a Milano, ad un accordo ai danni del signore di Padova Francesco da Carrara con il quale le ostilità erano iniziate nel 1363

La Compagnia di San Giorgio[modifica | modifica wikitesto]

Tra il settembre e l'ottobre del 1365, grazie al finanziamento del padre e dello zio Galeazzo Visconti, Ambrogio fonda la seconda Compagnia di San Giorgio composta inizialmente da 45 caporali e 7000 cavalli. Alla compagnia si aggiungono i rimanenti della Compagnia Bianca, capitanata dall'inglese Giovanni Acuto e disciolta l'anno prima. La compagnia si dimostra sin dall'inizio potente tanto che già a metà ottobre i fiorentini, dopo un incontro con Doffo Bardi, consegnano alla compagnia 6000 fiorini in cambio della promessa di non attaccare per quattro anni i territori di Firenze, Pistoia, Arezzo, Volterra e San Miniato. La convenzione è firmata oltre che da Ambrogio Visconti anche da Giovanni Acuto, Thomas Merezal, Ugolino Ethon, Giovanni degli Ubaldini e da altri 42. Ambrogio Visconti decide quindi di attaccare il senese devastando Santa Colomba e Abbadia a Isola, attuali frazioni di Montegriggioni, Roccastrada e Buonconvento, i senesi gli inviano varie ambascerie e cercano invano l’aiuto di Anichino di Baumgarten e di Alberto Sterz. Verso novembre viene poi raggiunto dagli ambasciatori fiorentini Nofri Rossi e Niccolò Rimbaldesi a Colle di Val d’Elsa che, per San Miniato, lo accompagnano fino al confine mentre i suoi uomini stazionano tra Radicondoli e Belforte. Arrivato nell'aretino devasta le terre dei Tarlati con Giovanni Acuto e Niccolò da Montefeltro. Si sposta poi in Liguria e al comando di 5000 soldati saccheggia le città tra La Spezia e Chiavari; scende su Recco, si avventa contro le terre dei Fieschi e dei marchesi del Carretto saccheggiando la Riviera di Ponente, ma trova opposizione dai i capitani genovesi Niccolò di Minergino e Bartolomeo di Levante che vengono però sconfitti e fatti prigionieri. Dopo aver ricevuto la notizia che i fuoriusciti di Leonardo Montaldo, suoi alleati, sono stati respinti da Genova decide di abbandonare la Liguria. Nel 1366 dichiara guerra ai savonesi attaccandoli prima via mare poi via terra devastando la Riviera di Levante e assaltando due volte le mura cittadine genovesi senza però riuscire a valicarle. Si accorda con la Repubblica di Genova e si trasferisce in Toscana. Ambrogio attacca nuovamente Siena che con un accordo consegna 10500 fiorini e molti carri pieni di armature e vettovaglie, ma le scorribande proseguono.

La guerra con lo Stato Pontificio[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1366 Papa Urbano V scaglia una maledizione contro la compagnia invocando contro i membri di essa la vendetta divina e quella dell’arcangelo Michele sterminatore, inoltre dichiara che incorreranno nella scomunica tutti coloro che continuino a prestare servizio o comunque le favore alla compagnia. Per promuovere la loro disfatta il papa accorda l’indulgenza plenaria dei peccati a chiunque decida di aggredire la compagnia e muoiano nella santa impresa. Verso maggio Ambrogio invade le terre del ducato di Spoleto e quelle dello Stato Pontificio presso Orvieto. Ai primi di giugno si dirige verso Urbino con Maghinardo degli Ubaldini. Per porre definitivamente fine alla compagnia il papa si rivolge alla regina di Napoli Giovanna d’Angiò, al signore di Bologna Giovanni Visconti da Oleggio, al marchese di Ferrara Niccolò II d’Este, al signore di Rimini Galeotto Malatesta ed a Ugolino da Montemarte affinché uniscano le loro forze per combattere i venturieri. A fine mese il Visconti e la sua compagnia tornano in Umbria nel territorio di Città di Castello continuando le devastazioni e Firenze, onde evitare danni si dichiara a favore della compagnia. la Compagnia penetra nuovamente nello Stato Pontificio dove viene combattuta da Ugolino e da Francesco da Montemarte e nello scontro è catturato il condottiero Ugolino Ethon. Ambrogio si dirige poi verso le Marche dove incita la ribellione di Urbania. Saccheggia nuovamente in Liguria e per la terza volta il senese e infine riesce a sconfiggere i perugini a Ponte San Giovanni. Si accampa a Urbino con circa 10000 uomini, tra fanti e cavalli, e successivamente saccheggia l'Abruzzo. Nel 1367 a Sacco del Tronto le truppe pontificie ed angioine rispettivamente compandate da Gomez Garcia e da Giovanni Malatacca, annientano i venturieri. Ferito e catturato Ambrogio viene trascinato in carcere a Napoli per essere poi rinchiuso in Castel dell’Ovo. Durante la battaglia solo 2700 uomini sfuggono alla cattura ed alla morte. 600 prigionieri sono condotti a Roma e a fine maggio 1369, ne sopravvivono in carcere la metà, gli altri sono tutti impiccati o decapitati. I 300 prigionieri rimasti vivi sono incarcerati prima nel castello di Marta nel lago di Bolsena ed a luglio rinchiusi nella rocca di Montefiascone dove vi sarà un tentativo di evasione collettivo che si concluderà con l’esecuzione dei rimanenti venturieri mediante strangolamento o decapitazione. Ambrogio Visconti dopo tre anni di carcere uccide il castellano e si mette in salvo con tutti coloro che sono stati imprigionati con lui; secondo un'altra versione, si mette in salvo con un famiglio dopo aver corrotto le guardie. Liberatosi ritorna a combattere per il padre contro le truppe della lega anti-viscontea a capo di 2000 uomini.

La guerra in Emilia e Lombardia[modifica | modifica wikitesto]

Nella primavera del 1371 Ambrogio viene nominato governatore di Parma. Esce dalla città con 500 soldati alla volta di Reggio Emilia dove Feltrino Gonzaga è assediato dagli estensi nel castello. Irrompe nella città e si ritira solo con l’arrivo di Lucio Lando, ma prima di partire saccheggia Reggio Emilia per alcuni giorni non risparmiando chiese ed ospedali. Con l’acquisto della città da parte del padre Bernabò per 60000 fiorini ne prende possesso a metà maggio si fa consegnare le chiavi della cittadella e quelle delle porte di SantoStefano e di Santa Croce. Le truppe della lega si ritirano verso Modena. Chiamato da Manfredino da Sassuolo devasta i contadi di Modena e di Ferrara, entra per le paludi a Stellata, frazione di Bondeno e da qui arriva a Ferrara. Si ritira appena sente la chiamata alle armi con le campane e giunge a Finale Emilia con un grande bottino e 300 o 600 prigionieri. Nell'ottobre dello stesso anno il padre lo invia da Giovanni Acuto per convincerlo a riconoscere al marchese di Mantova Ludovico II Gonzaga il risarcimento dei danni effettuati dai soldati del condottiero inglese alla popolazione di Guastalla. Nel 1372 Attacca ancora il modenese con Manfredino Pio e Manfredino da Sassuolo. Assedia Correggio e rafforza la bastia di Cesio verso Modena. Si aggrega nuovamente con Giovanni Acuto formando un esercito di 800 soldati ed insieme fanno prigionieri Guglielmo e Francesco da Fogliano che verrà impiccato sulle mura di Reggio Emilia. I da Correggio si alleano con i viscontei ottenendo in tal modo i castelli di San Polo d’Enza e di Correggio. A luglio viene inviato dal padre con Giovanni Acuto in soccorso dello zio Galeazzo Visconti ai danni del marchese di Monferrato e del conte Amedeo VI di Savoia. Attacca Asti e con la cattura di Jacopo dal Verme a Malemont sfida a battaglia gli avversari con l’Acuto e Francesco d’Este. Lo scontro però non ha luogo per le divergenze che dividono i tre condottieri viscontei i quali non riescono a mettersi d'accordo sulla scelta del terreno. Compie una sortita nel campo avversario; i savoia contrattaccano e lo respingono oltre il Tanaro. alla fine viene stipulata una tregua tra le parti per cui può ritornare a Reggio Emilia. Si incontra nuovamente a Collecchio con Giovanni Acuto e lo convince a rimanere al soldo visconteo alle vecchie condizionianche se due mesi dopo passa agli stipendi dei pontifici e saccheggia il piacentino. Ambrogio Visconti, all'insaputa del padre effettua un'analoga incursione nel bolognese; compare all’ improvviso sotto le mura di Bologna davanti alla Porta di San Felice alla cui difesa si trovano solo dieci cavalli. Si ritira a Borgo Panigale e, da qui, depreda per otto giorni il circondario sino ad Imola senza trovare alcuna opposizione. Nel gennaio del 1373 aggredisce nuovamente Bologna rimanendoci due settimane, ma al ritorno le sue la compagnia carica di bottino viene attaccata dal legato pontificio Pietro di Bourges, da Giovanni Acuto e da Ugolino da Savignano mentre sta attraversando il Panaro, vicino a Crevalcore. La compagnia ha la peggio con la perdita di 2000 uomini tra morti e prigionieri. Si sposta poi in Lombardia a Bergamo con 300 soldati per fronteggiare l’avanzata di Amedeo di Savoia[3]. Successivamente il padre lo manda nelle vallate bergamasche per reprimervi una rivolta istigata dalla fazione guelfa. Fa incendiare l'abbazia di Pontida, Caprino Bergamasco, Gronsalega. Il 7 agosto 1373 entrò nuovamente nella Valle San Martino e cavalcò verso Caprino Bergamasco senza particolari misure di sicurezza, cadde in un'imboscata organizzata dai contadini locali e riparò nell'attuale frazione di Opreno. Qui viene ucciso da un colpo di lancia insieme ad altri nobili tra cui Ludovico da Correggio, venne poi sepolto a Bergamo. Dopo la sua morte il Bernabò Visconti si vendicò su tutta la Valle San Martino mettendo a ferro e fuoco tutte le località compresa l'abbazia di Pontida[4].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Viscónti, Ambrogio, treccani.it.
  2. ^ 1361 - Condottieri di Ventura, condottieridiventura.it.
  3. ^ AMBROGIO VISCONTI Figlio naturale di Bernabò, condottieridiventura.it.
  4. ^ Cenni storici - Comune di Caprino Bergamasco, comune.caprinobergamasco.bg.it.