Papa Pasquale II

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Papa Pasquale II
Pasquale II
160º papa della Chiesa cattolica
Elezione 13 agosto 1099
Insediamento 14 agosto 1099
Fine pontificato 21 gennaio 1118
Cardinali creati vedi Concistori di papa Pasquale II
Predecessore papa Urbano II
Successore papa Gelasio II
Nome Rainero Raineri di Bleda
Nascita Santa Sofia di Forlì, 1050 circa
Creazione a cardinale 1073 da papa Gregorio VII
Morte Roma, 21 gennaio 1118
Sepoltura Basilica di San Giovanni in Laterano

Pasquale II, nato Rainerio Raineri (Bleda, 1050 circa – Roma, 21 gennaio 1118), è stato il 160º papa della Chiesa cattolica dal 1099 alla morte.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Carriera ecclesiastica[modifica | modifica wikitesto]

Figlio di Crescenzio Raineri, nacque nel castello di Bleda, situato nell'alta valle del Bidente (vicino a Santa Sofia, oggi in diocesi di Forlì-Bertinoro; fino al 1975 in diocesi di Sansepolcro), nell'Appennino forlivese.

Divenuto monaco (dapprima, come sembra, secondo la regola benedettina adottata nel monastero toscano di Vallombrosa, poi nella congregazione cluniacense), visse nel Monastero di Fiumana, presso Forlì, per circa dieci anni.

Papa Gregorio VII lo nominò abate di San Lorenzo fuori le mura.[1]

Venne creato cardinale presbitero del titolo di San Clemente da papa Gregorio VII intorno al 1076[2]. Papa Urbano II lo nominò legato pontificio in Spagna.

Il pontificato[modifica | modifica wikitesto]

Azione di contrasto agli anti-papi[modifica | modifica wikitesto]

Il predecessore Urbano II era riuscito, nel penultimo anno del suo pontificato (1098), ad allontanare dal Lazio l'antipapa Clemente III, rifugiatosi a Ravenna. Con la morte di Urbano II, Clemente III rinnovò il proposito di tornare a Roma. Giunto ad Albano, fu però fermato dai Normanni, alleati del papa legittimo, e costretto a rifugiarsi a Civita Castellana. Qui, abbandonato dal suo alleato, Enrico IV, morì in solitudine l'8 settembre 1100.

I resti di Clemente III, sepolti nella cattedrale di Civita Castellana, divennero in breve oggetti di culto per la popolazione locale, poiché si diffuse la voce che sulla tomba dell'antipapa, a seguito della trasudazione di un misterioso liquido profumato, si verificassero numerosi miracoli[3]. Per arrestare questo culto Pasquale II ne fece disseppellire le spoglie per disperderle nel Tevere[4].

Poco tempo dopo la nobiltà romana elesse un nuovo antipapa nella persona di Teodorico, già consigliere di Clemente III. Il nuovo antipapa fu riconosciuto da Enrico IV. Teodorico entrò a Roma approfittando della momentanea assenza di Pasquale. Al ritorno del papa nell'Urbe, Teodorico tentò di rifugiarsi presso una famiglia nobile pro-imperiale, ma fu arrestato e successivamente rinchiuso in un monastero a Cava dei Tirreni, dove morì nel 1102.

Il suo successore fu Adalberto, che venne catturato dai Normanni e in seguito esiliato nel monastero di San Lorenzo ad Aversa.

Nel 1105 l'aristocrazia romana, approfittando nuovamente di un'assenza di Pasquale dall'Urbe, lo depose dal soglio pontificio con l'accusa di simonia ed eresia ed elesse ed intronizzò l'arciprete Maginulfo (18 novembre), che assunse il nome di Silvestro IV. Al ritorno del legittimo pontefice, Silvestro si trasferì prima a Tivoli e poi ad Osimo. Nel 1111 fece atto di sottomissione al papa.

Governo della Chiesa[modifica | modifica wikitesto]

Pasquale II restaurò diverse chiese dell'Urbe. In particolare, fece ricostruire la basilica dei SS. Quattro Coronati, distrutta nel Sacco di Roma del 1084. A Pasquale II si deve però la distruzione del Mausoleo dei Domizi - Enobarbi, che ancora accoglieva i resti dell'imperatore Nerone, da lui - in virtù della storiografia cristiana antica - considerato un anticristo con il falso potere di risorgere; al posto del sepolcro distrutto fu eretta una cappella, nucleo originario della Basilica di Santa Maria del Popolo[5]. A seguito delle proteste dei romani fu diffusa la falsa notizia che le ceneri di Nerone fossero state inumate nell'attuale cosiddetta Tomba di Nerone, lungo la Via Cassia (questo sarcofago accoglie in realtà Publio Vibio Mariano e la di lui moglie Reginia Massima).

Negli anni 1100-1101 effettuò un viaggio nell'Italia meridionale per risolvere alcune vertenze che erano sorte nelle comunità locali. Tra le decisioni più importanti, Pasquale II chiuse la vertenza che intercorreva tra l'abbazia di Montecassino e la badessa di Cingla, Gemma (figlia di Pietro, conte di Caiazzo). Il Papa lanciò l'interdetto alla città di Benevento, che si era schierata contro la Santa Sede. Andò in Puglia per riunire i vescovi di Canosa e Canne, poi scese in Calabria per visitare la comunità di Mileto. Infine riunì tutti i vescovi del Mezzogiorno, con cardinali, abati, religiosi e tutti i conti Normanni nel Concilio di Melfi (agosto 1101). Pasquale II verificò i rapporti fra il Papato e i conti Normanni. Al concilio tentò di ricomporre il conflitto con l'Impero bizantino, e mostrò un atteggiamento duttile nei confronti della dispensatio e nel modo di intendere il rapporto fra lo stesso Papa ed il concilio. Infine, forse fu in quest'occasione che il pontefice concesse al vescovo di Melfi il privilegio di dipendere direttamente dalla sede di Roma.

Relazioni con i monarchi cristiani[modifica | modifica wikitesto]

Re d'Inghilterra

Nel 1100 salì al trono il nuovo re d'Inghilterra, Enrico I. Enrico volle per sé il diritto delle investiture, che apparteneva all'arcivescovo di Canterbury, Anselmo d'Aosta. Entrambi avevano inviato a Roma i propri rappresentanti, chiedendo a Pasquale il permesso delle investiture. Il pontefice lo aveva rifiutato al re, il quale mandò in esilio Anselmo e confiscò i beni della Chiesa (1104). Nel 1107 la frattura con il re d'Inghilterra fu ricomposta. Con la mediazione di una legazione pontificia, nonché della regina Matilde, si raggiunse un accordo (1º agosto 1107) in base al quale Anselmo manteneva per sé il diritto esclusivo di investire con l'anello e il pastorale, ma riconosceva la nomina reale per i benefici vacanti e i giuramenti di fedeltà dei dominii temporali.

Verso la fine del pontificato i rapporti ridiventarono problematici. Pasquale si lamentò (1115) che i concili venivano tenuti e i vescovi venivano trasferiti senza la sua autorizzazione, e minacciò Enrico I con la scomunica.

La lotta per le investiture contro il Sacro romano imperatore[modifica | modifica wikitesto]

Nella lunga lotta contro gli imperatori sulle investiture, papa Pasquale portò avanti con zelo la politica ildebrandina, con esiti alterni. Nel concilio del 1102 Pasquale rinnovò la scomunica ad Enrico IV[6]. Contro lo stesso imperatore si rivoltò il figlio Enrico V. Ne scaturì una guerra civile (1104), vinta da Enrico V. Il padre morì nel 1106 mentre elaborava propositi di vendetta.

Pasquale si preparò ad allacciare relazioni diplomatiche con Enrico V che, nel maggio 1105, al Concilio di Nordhausen, aveva affermato la propria devozione filiale alla Sede Apostolica. Ma dopo quest'iniziale politica conciliante, Enrico V avanzò le stesse pretese di suo padre nei confronti del pontefice. Al Concilio di Guastalla (ottobre 1106) i legati imperiali non raggiunsero un accordo con la Santa Sede ed Enrico continuò ad effettuare nomine episcopali.

Nel 1107 la questione delle investiture era stata risolta positivamente con i re di Francia e d'Inghilterra. Nel 1109 Enrico inviò un'ambasceria al pontefice allo scopo di addivenire ad un accordo e prendere la corona imperiale. La risposta di Pasquale fu rassicurante, ma il 7 marzo 1110, in un concilio tenuto nella basilica del Laterano, il pontefice ribadì il divieto delle investiture laiche. Per tutta risposta Enrico decise di venire in Italia.

Formò due eserciti: uno guidato personalmente, che scese per la Savoia e il passo del Gran San Bernardo, e l'altro che valicò il passo del Brennero. I due eserciti formavano una forza di 30.000 uomini a cavallo, il che portò il totale degli effettivi a 100.000 unità. Fu uno degli eserciti più imponenti mai visti all'epoca sul suolo italiano e anche per molto tempo dopo[7]. A Roncaglia, nella pianura ad est di Piacenza, i due eserciti si ricongiunsero e proseguirono uniti la discesa nella penisola. Si era nel novembre 1110. Enrico celebrò il Natale a Firenze.

Nei giorni successivi all'Epifania del 1111, il re dei Germani giunse ad Acquapendente. Qui incontrò un'ambasceria del pontefice. Il 4 febbraio a Sutri avvenne l'incontro fra i rappresentanti imperiali e quelli del pontefice. I tedeschi affermarono che in Germania quella delle nomine vescovili da parte del re era un'usanza praticata senza contrasto da secoli. I rappresentanti pontifici replicarono con una proposta inaspettata: la Chiesa avrebbe rinunciato a tutti i privilegi temporali in terra tedesca purché l'imperatore avesse rinunciato a sua volta alle investiture con il pastorale e l'anello. Sulla base di questa reciproca rinuncia, la proposta fu accolta (Sutri, 9 febbraio). Furono stilati due documenti, uno di parte imperiale (Decretum Heinrici de bonis ecclesiarum) e uno di parte pontificia (Privilegium Pascalis)[8]. Si decise di ratificarli a Roma e di renderli pubblici il giorno dell'incoronazione imperiale[9]. Re Enrico pose come unica condizione quella di sentire il parere dei vescovi tedeschi ed ottenere la loro approvazione.

Il papa e l'imperatore s'incontrarono il 12 febbraio nella piccola chiesa di S. Maria in Turri, nel portico della basilica di San Pietro[8]. Mancava dunque solo il consenso dei vescovi tedeschi. Il cardinale Giovanni di Tuscolo fu incaricato di annunciare pubblicamente i termini dell'accordo. Gli astanti mantennero un relativo controllo alla presenza del papa ma poi, quando furono soli con il re, nella sagrestia della basilica petrina, levarono alte le loro voci. I principi ecclesiastici e quelli secolari tedeschi protestarono vivamente poiché l'accordo significava la completa spoliazione dei loro beni. Re Enrico, uscito dalla sagrestia, annunciò a Pasquale II che l'accordo non valeva più nulla. La situazione precipitò: il papa rispose che anche l'incoronazione era annullata. Al che fu circondato dagli uomini di Enrico, che lo sequestrarono, insieme al suo seguito, e lo portarono fuori dalla basilica con la forza. Appena si diffuse la notizia, tutta Roma scoppiò in rivolta. Enrico, prudentemente, lasciò la città leonina per accamparsi fuori le mura. Poi, il 16 febbraio, si diresse in un luogo sicuro in Sabina portando con sé il papa e i cardinali prigionieri, che furono rinchiusi nel castello di Tribuco, a Ponte Sfondato di Montopoli di Sabina.

Due mesi dopo, l'11 aprile 1111, a Ponte Mammolo, presso Tivoli, sedici cardinali dichiararono, a nome di Pasquale II, che Enrico non sarebbe stato scomunicato per aver messo le mani sul pontefice e sui cardinali, che avrebbe preso la corona imperiale e gli fu confermata la facoltà di conferire l'investitura ai vescovi e agli abati, purché liberamente eletti. A loro volta i rappresentanti del re promisero la liberazione del pontefice, l'amnistia ai romani rivoltosi e la restituzione alla Chiesa dei suoi beni[10]. L'incoronazione di Enrico fu celebrata il 13 aprile in San Pietro. Soddisfatto, Enrico tornò in Germania con il suo esercito. Per il papa i mesi successivi furono tra i più difficili del suo pontificato. Piovvero critiche da più parti: fu accusato di eresia o, quantomeno, di essere un favoreggiatore d'eresia. Alcuni vescovi cercarono di organizzare un concilio per censurare il suo operato. Pasquale capì, grazie anche alle argomentazioni del teologo Ivo di Chartres, che l'unica possibilità che aveva di salvare il suo pontificato era smentire gli accordi presi (recitare la palinodia)[11].

Il 18 marzo 1112 riunì un concilio in Laterano cui intervennero 125 vescovi. Da parte sua, Pasquale II confermò le proibizioni dell'investitura laica ratificate da Gregorio VII e Urbano II nei concili da essi convocati. Il concilio sancì la nullità del concordato di Sutri e del Privilegium de investituris, che fu detto pravilegium (Constitutiones, p. 572). Tuttavia, per rispetto al giuramento del papa, all'imperatore Enrico V fu risparmiata la scomunica[12]. Un successivo concilio tenutosi a Vienna del Delfinato dichiarò eretica l'investitura laica (16 settembre 1112). Viene attribuito a papa Pasquale questo commento, che ne sottolineò l'umiltà: “Agii da uomo, poiché sono polvere e cenere”[13].

La risposta di Enrico V non poté giungere in breve tempo. L'imperatore, infatti, rimase impegnato in una guerra civile che durò diversi anni, durante la quale fu anche sconfitto due volte prima di avere ragione delle forze oppositrici (primavera del 1115). Durante questo periodo gli furono lanciati anatemi da vescovi, legati e concilii. L'unico a non scomunicarlo fu Pasquale II, che sperò fino all'ultimo di mantenere i patti di Ponte Mammolo. Un successivo concilio del marzo 1116 scomunicò Enrico V; Pasquale ne sancì le decisioni, senza però che fosse fatto espressamente il nome dell'imperatore.

Quando Enrico V scese in Italia, nella primavera del 1117, il pontefice preferì abbandonare Roma e rifugiarsi nel Mezzogiorno, tra Montecassino, Capua e Benevento. Cercò di chiamare a difesa della Santa Sede i principi e i baroni normanni, ma senza risultato. Nel frattempo Enrico V entrò in Roma senza colpo ferire. Seguirono trattative con la Curia romana, condotte dal francese Maurizio Burdino arcivescovo di Braga, nominato dal pontefice suo legato presso l'imperatore. Enrico volle essere incoronato una seconda volta e pretese che la corona gli fosse posta sul capo proprio da Burdino: così avvenne il giorno di Pasqua in San Pietro (25 marzo 1117). Pasquale II rispose scomunicando l'imperatore da Benevento. Enrico non ne tenne conto e tornò soddisfatto in Germania.

In autunno un esercito normanno condusse il pontefice in Lazio. Pasquale celebrò il Natale a Palestrina e nel gennaio 1118 tornò finalmente sul Soglio. Il suo primario obiettivo divenne attaccare e fare prigioniero il traditore Burdino, che si era rinchiuso con i suoi fedelissimi in San Pietro. Ma il 21 gennaio lo colse la morte.

Fu sepolto nella Basilica di San Giovanni in Laterano.

Concistori per la creazione di nuovi cardinali[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Concistori di papa Pasquale II.

Papa Pasquale II durante il suo pontificato ha creato 92 cardinali nel corso di 15 distinti concistori.[14]

Principali decreti[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1113, papa Pasquale II riconobbe l'ordine dei Cavalieri Ospitalieri di San Giovanni in Gerusalemme, il più antico degli Ordini religiosi cavallereschi.

A Pasquale II si attribuisce la nomina del primo vescovo in terra d'America, circa quattro secoli prima di Cristoforo Colombo: si tratta di Enrico, o Henricus, vescovo di Groenlandia e Terranova.

Dissero di lui[modifica | modifica wikitesto]

A lungo, dopo la sua morte, i luoghi romagnoli della sua nascita furono meta di pellegrinaggio. Lo storico medievale normanno Guglielmo di Malmesbury lo definì "uomo che non mancava di nessuna qualità"[15].

Culto[modifica | modifica wikitesto]

Per tradizione, il 21 gennaio di ogni anno, anniversario della morte di Pasquale II, il Vescovo di Forlì si reca a Santa Sofia e celebra la messa in ricordo di Pasquale II[16].

Nel 1917/1918 la Diocesi di Sansepolcro ne celebrò solennemente l'ottavo centenario della morte a Isola[17].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ I Papi - Da Pietro a Francesco, Ediz. Treccani, vol. II, p. 228, ISBN 978-88-12-005321-5
  2. ^ Secondo altre fonti, nel 1073.
  3. ^ P. Golinelli, Matilde e i Canossa nel cuore del Medio Evo, Milano 1991, pag. 280.
  4. ^ L. L. Ghirardini, Cadolo, l'Antipapa guerriero. Grandezza e miseria del più famoso vescovo medievale di Parma, Parma-Mantova 2001, pag. 269.
  5. ^ Guida di Roma, Milano, TCI, 1993, p. 226
  6. ^ Gli era stata comminata due volte da Gregorio VII, la seconda delle quali nel 1080.
  7. ^ Salvatorelli, p. 132
  8. ^ a b Fine dello scisma, su testimonianzecristiane.it. URL consultato il 27 febbraio 2018.
  9. ^ Giovanni di Tuscolo, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  10. ^ Salvatorelli, p. 137
  11. ^ Salvatorelli, p. 138
  12. ^ Gregorio, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  13. ^ Salvatorelli, p. 140
  14. ^ (EN) Salvador Miranda, Paschall II, su fiu.edu – The Cardinals of the Holy Roman Church, Florida International University. URL consultato il 25 luglio 2015.
  15. ^ Guglielmo di Malmesbury, Gesta Regum, Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1992, p. 537.
  16. ^ Anche Forlì ha avuto il suo papa, Pasquale II, su diocesiforli.it. URL consultato il 26/03/2013.
  17. ^ Cfre. «Bollettino Interdiocesano Ufficiale delle Diocesi di Gubbio, Sansepolcro e Città di Castello», V, 9, 1917, pp. 147-148.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Luigi Salvatorelli, L'Italia comunale: dal secolo XI alla metà del secolo XIV, Ostiglia, Mondadori, 1940.
  • Glauco Maria Cantarella, PASQUALE II, papa, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 81, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2014. URL consultato il 20 marzo 2018.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autoritàVIAF (EN79143533 · ISNI (EN0000 0001 1862 4653 · LCCN (ENn85094733 · GND (DE11859186X · BNF (FRcb13322102z (data) · BAV ADV10173591 · CERL cnp00561940