San Lazzaro di Savena

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San Lazzaro di Savena
comune
San Lazzaro di Savena – Stemma
(dettagli)
Municipio di San Lazzaro di Savena
Municipio di San Lazzaro di Savena
Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Regione-Emilia-Romagna-Stemma.svg Emilia-Romagna
Provincia Provincia di Bologna-Stemma.png Bologna
Amministrazione
Sindaco Isabella Conti (PD) dal 26/05/2014[3][4]
Territorio
Coordinate 44°28′00″N 11°24′00″E / 44.466667°N 11.4°E44.466667; 11.4 (San Lazzaro di Savena)Coordinate: 44°28′00″N 11°24′00″E / 44.466667°N 11.4°E44.466667; 11.4 (San Lazzaro di Savena)
Altitudine 62 m s.l.m.
Superficie 44,72 km²
Abitanti 32 051[5] (31-01-2015)
Densità 716,7 ab./km²
Frazioni Borgatella, Caselle, Castel de' Britti, La Cicogna, Colunga, Croara, Farneto, Idice, La Campana, La Mura San Carlo, Mirandola, Pizzocalvo, Ponticella, Pulce, Russo, Trappolone (Paleotto), Villaggio Martino
Comuni confinanti Bologna, Castenaso, Ozzano dell'Emilia, Pianoro
Altre informazioni
Cod. postale 40068
Prefisso 051
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 037054
Cod. catastale H945
Targa BO
Cl. sismica zona 3 (sismicità bassa)
Nome abitanti sanlazzaresi
Patrono San Lazzaro
Giorno festivo 17 dicembre
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
San Lazzaro di Savena
San Lazzaro di Savena
Posizione del comune di San Lazzaro di Savena nella città metropolitana di Bologna
Posizione del comune di San Lazzaro di Savena nella città metropolitana di Bologna
Sito istituzionale

San Lazzaro di Sàvena (San Lâzer in dialetto bolognese[6]) è un comune italiano di 32.051 abitanti[7], facente parte della Città metropolitana di Bologna (ex provincia di Bologna), in Emilia-Romagna.

Geografia fisica[modifica | modifica wikitesto]

« E non pur io qui piango bolognese
anzi n'è questo luogo tanto pieno,
che tante lingue non son ora apprese
a dicer 'sipa' tra Sàvena e Reno;
e se di ciò vuoi fede o testimonio,
rècati a mente il nostro avaro seno. »
(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto XVIII)

La città[8], si trova sulla Via Emilia, sulla destra idrografica del torrente torrente Savena, a 6 km dal centro di Bologna in direzione sud-est. È saldata all'agglomerato urbano del capoluogo: la separa da questo solo il corso del Savena, sulla cui sponda sinistra sorge l'omonimo quartiere della città di Bologna.

Il territorio del Comune si sviluppa in pianura e a ridosso delle prime colline bolognesi; è attraversato da alcuni corsi d'acqua come lo Zena, il torrente Idice ed il fiume Savena.

Nel territorio sono compresi la Grotta della Spipola, con la sua dolina e gli affioramenti gessosi del Farneto (nei cui antri furono rinvenute tracce d'insediamento umano risalenti all'Età del Bronzo) e della Croara, che formano un complesso carsico di notevole interesse. Nell'area sono note circa 200 grotte. Il principale sistema carsico, formato dal corso d'acqua ipogeo del Rio Acquafredda, ha uno sviluppo complessivo di oltre 11 km e costituisce il maggiore sistema carsico nei gessi dell'Europa Occidentale, tutelato dal Parco dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell'Abbadessa[9].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Preistoria ed epoca romana[modifica | modifica wikitesto]

Lastra di arenaria posta all’ingresso della casa parrocchiale della chiesa di San Lazzaro, testimonianza dell'antico lazzaretto[10]

Abitato fin dall'antichità, nel territorio comunale sono stati rinvenuti numerosi reperti risalenti al Paleolitico e all'età del bronzo (frazioni Croara, Farneto e Castel de' Britti[11]); inoltre, insieme alla vicina Villanova di Castenaso, è stato testimone della civiltà villanoviana[12][13].

Attorno al 190 a.C., nell'area dell'attuale frazione Colunga, si accampò parte dell'esercito romano del console Publio Cornelio Scipione Nasica, il quale, nei dintorni ove ora sorge Castenaso sconfisse i Galli Boi. Successivamente, alcuni soldati rimasero in quelle terre, colonizzandole[14].

In località Pizzocalvo, la presenza romana si materializzò nella forma di un insediamento risalente al periodo fra il I e il II secolo d.C.[15]

Medioevo ed epoca napoleonica[modifica | modifica wikitesto]

Feudo di Matilde di Canossa, alla morte di questa (1115), il territorio sanlazzarese entrò a far parte di quello bolognese.

Tra il XII ed il XIII secolo fu eretto un lazzaretto, che era dislocato, come usanza del tempo, fuori dalla città (Bologna) in maniera da isolare gli ammalati e limitare la propagazione delle infezioni[16] (un antico documento riporta come funzionante tale ospedale già nel 1214[17][18]). Nella disponibilità dell'edificio vi erano anche un oratorio, un pozzo e un'area ortiva.

L'ospedale divenne poi una commenda affidata a varie famiglie nobiliari. In particolare, nel XVI secolo la famiglia Alamandini[19] si rese protagonista della riedificazione dell'edificio ospedaliero e del restauro ed ampliamento di quello ecclesiastico (facendo erigere un campanile e un porticato)[20]. Successivamente, con provvedimenti in motu proprio, prima Papa Sisto V, quindi Urbano VIII nel 1624 ed infine Innocenzo X, assegnarono la commenda ad altre famiglie gentilizie. Nel 1692 la struttura ospedaliera e la chiesa andarono sotto l'amministrazione dell'Opera Pia dell'Ospedale degli esposti di Bologna[21].

Stemma della famiglia dei nobili Alamandini, la quale provvide alla ricostruzione completa del lazzaretto

Verso il 1700 l'abitato si sviluppò con maggior intensità attorno alla chiesa e al nosocomio (la lebbra già da alcuni secoli aveva avuto una decisa riduzione[22]). Proprio l'ospedale fu soppresso durante la dominazione napoleonica[23] (le truppe francesi arrivarono nel 1796). In questo periodo San Lazzaro nacque ufficialmente (1802), divenendo un comune autonomo nel 1810. Dal 1817, causa il ripristino della dominazione pontificia, venne declassato e tornò parte del comune di Bologna, come suo appodiato (per inciso, il palazzo comunale, già lebbrosario e sede di commenda, fu affidato ai Frati dell'Osservanza, nel 1818[24][25]), ma riottenne l'autonomia a partire dal 1827 (con un Motu proprio di Papa Leone XII), grazie all'aiuto del politico Carlo Berti Pichat[26].

Nel XIX secolo San Lazzaro era scarsamente popolato (in rapporto alle sue dimensioni) ed importanti fenomeni di urbanizzazione o industrializzazione non la coinvolsero: era ancora un borgo prettamente rurale[27].

Novecento[modifica | modifica wikitesto]

Il Comune di Bologna, prima nel 1927 e in seguito nel 1931, cercò di annettere a sé nuovamente il territorio di San Lazzaro, il quale rispose con un lungo contenzioso durato fino al 1935 e risoltosi a favore dei sanlazzaresi[28].

Nell'ottobre del 1943, i soldati tedeschi (nell'ambito dell'Operazione Achse) occuparono il paese (stabilendo il loro quartier generale a Villa Rusconi, nell'odierna frazione Croara)[29]. In seguito, il sostegno dato dagli abitanti alla Resistenza, non rimase privo di conseguenze. L'episodio più grave si verificò il 2 luglio del 1944, quando otto civili furono rastrellati dai tedeschi delle SS (coadiuvati da fascisti locali delle Brigate Nere) dalle loro case site nella frazione Pizzocalvo, per aver vettovagliato i partigiani, e in località Croara subirono la fucilazione il giorno 3 luglio (vennero poi tumulati frettolosamente in una buca per far credere ad un loro trasferimento a Carpi, in attesa della deportazione definitiva in Germania): verranno ricordati come i "Martiri di Pizzocalvo"[30][31][32][33]. Per commemorarli, sul luogo dell'eccidio fu loro dedicata una lapide (il 3 luglio del 1946) ed eretta una stele (quest'ultima dello scultore Luigi Mattei).

La città fu liberata ufficialmente dal nazifascismo, il 21 aprile del 1945, con l'arrivo delle truppe alleate della 3ª Divisione Fucilieri Carpatici del Secondo corpo polacco[34][35].
Conclusosi il conflitto, la città aveva subito vittime fra civili, partigiani e caduti sui campi di battaglia; il 65% degli edifici sul suo territorio risultavano rasi al suolo o fortemente danneggiati[36] (con un novero di sfollati pari a 5.500 unità circa), le infrastrutture-chiave quali ponti, acquedotti, linee telefoniche ed elettriche erano state abbattute o notevolmente colpite, come gran parte delle costruzioni scolastiche; le coltivazioni erano devastate, senza contare la presenza di estese zone in cui erano state posate mine[37].

Origini del nome

La natura del nome San Lazzaro di Savena è duplice[38]: la prima parte è da ricondurre al lazzaretto che nel Basso Medioevo era stato elevato a oriente dell'antica cinta muraria di Bologna e che attorno al quale, nei secoli, sorse la comunità sanlazzarese (l'agiotoponimo deriva dunque dal suo patrono, San Lazzaro mendicante e lebbroso[39]); al fiume Savena (dall'etrusco Sàvena, "vena d'acqua"[40]), che oggi lambisce i suoi confini, la città deve invece l'altro tratto della propria denominazione (attribuito a partire dall'epoca ottocentesca, in seguito alla deviazione artificiale del corso d'acqua medesimo[41]).

Dopo la ricostruzione postbellica, arrivò l'espansione edilizia degli anni settanta, iniziata negli anni cinquanta e proseguita negli anni novanta, fino ai giorni nostri. San Lazzaro di Savena risulta essere uno dei comuni più popolosi della provincia di Bologna (il quarto per popolazione residente: conta oltre 30.000 abitanti[42]). Questo progetto espansivo fu voluto nel secondo dopoguerra ed è ancora visibile, per esempio, grazie al preciso impianto urbanistico della zona denominata Ponticella, che fu riqualificata dalla famiglia Brizzi-Nuccorini. Il complesso residenziale che è possibile osservare ancora oggi, sorse prevalentemente sui campi di proprietà di tale famiglia, la quale suddivise nel tempo i terreni circostanti la storica villa accanto al Savena, dando origine alle strade e ai nuovi isolati. Le vie sono rimaste invariate e seguono ancora la disposizione geometrica scelta all'epoca.

San Lazzaro è sede di industrie, dislocate in buona parte nella frazione La Cicogna, in un insediamento artigianale-industriale nato negli anni settanta e ancora in ampliamento.

Oltre agli agglomerati urbani nei dintorni della via Emilia (San Lazzaro, La Cicogna, Idice, La Campana), ne esistono alcuni lungo la valle del fiume Idice (Castel de' Britti), del fiume Savena (Trappolone-Paleotto e Ponticella) e lungo la valle del torrente Zena (nel Farneto).

Simboli[modifica | modifica wikitesto]

Stemma[modifica | modifica wikitesto]

Stemma comunale di San Lazzaro di Savena

Lo stemma di San Lazzaro di Savena è del tipo scudo svizzero, separato in quattro parti: la prima parte, smaltata di bianco, reca la figura di un ponte ad un arco sormontato da quattro sirene sopra ad altrettante colonne, il tutto su di un fiume azzurro; il secondo e il terzo quarto sono tinti di verde e recano il motto in oro "LIBERTAS", posto in banda; l'ultimo quarto (su sfondo bianco) reca la figura di San Lazzaro mendicante seduto, con una veste azzurra e un cane accucciato alla sua sinistra. Sul cimiero, è presente una lupa che allatta Romolo e Remo. Lo stemma è completato da ornamenti esteriori di città e da una doppia fronda d'alloro in decusse, che lo chiude dal basso[43].

Nel primo quarto, il ponte è posto a simbolo di quello reale che divise San Lazzaro dall'Appodiato pontificio degli Alemanni. Secondo e terzo spazio dello scudo fanno riferimento al periodo di assoggettamento alla città di Bologna (qui in verde, in correlazione alla campagna). Nell'ultima parte, vi è l'allegoria del nome del Comune, strettamente legato alla figura religiosa di San Lazzaro Mendicante (ritratta in riva al torrente Savena, confine della città).

Lo stemma comunale[44][45] fu disegnato nel 1851, su richiesta dello Stato pontificio, e approvato nel 1857[46]. Nel XX secolo, una circolare fascista (del 1927), disponeva che le prefetture esigessero da ciascun comune l'ufficializzazione del proprio stemma (o, in caso di assenza, che gli stessi ne richiedessero uno). Il 27 giugno del 1931, il podestà di San Lazzaro chiede al Governo di conservare lo stemma adottato oltre settanta anni prima. Ma la replica del prefetto di Bologna (del 1936) se da una parte riconosce a San Lazzaro l'esercizio del diritto alla conservazione dello stemma, dall'altra nega la possibilità che lo stesso abbia in sé anche la lupa romana (D.C.G. del 7 aprile 1937[47]), oramai effigie del Fascismo, quindi non reputata consona alla comunità sanlazzarese.
In seguito alla Liberazione, il comune recupera lo stemma del 1857, e a partire dal 21 dicembre 2007, ne ufficializza la revisione (ora emblema maggiormente moderno e stilizzato, pur con blasonatura identica), da accostare alla precedente versione, senza sostituirla.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Titolo di Città - nastrino per uniforme ordinaria Titolo di Città

Il comune di San Lazzaro di Savena si fregia del titolo di città, ottenuto con D.P.R. del 17 settembre 2001[48][49][50].

Monumenti e luoghi d'interesse[modifica | modifica wikitesto]

Architetture religiose[modifica | modifica wikitesto]

Chiesa di San Lazzaro[modifica | modifica wikitesto]

La Chiesa di San Lazzaro è la principale parrocchia comunale.

Non lontano da Bologna, già nei primi anni del 1200, era stato innalzato un ospedale dedicato alla cura dei lebbrosi (area, in epoca moderna, occupata dal municipio), intitolato a San Lazzaro. Vicino all'ospedale vi era collegata una cappella. Al termine del Medio Evo, i focolai della lebbra in quella zona si erano esauriti, mentre andava formandosi una piccola comunità rurale attorno ai due edifici.

Chiesa di San Lazzaro

Il 31 ottobre del 1924, il Cardinal Giovanni Battista Nasalli Rocca di Corneliano (Arcivescovo di Bologna), accolta una petizione della cittadinanza, elevò la cappella a parrocchia autonoma: Don Cesare Pizzirani divenne il primo parroco della chiesa.

Il 15 aprile 1945[51], alle ore 13:37 un bombardamento anglo-americano della Seconda guerra mondiale (la 15ª Forza Aerea degli Stati Uniti, in quel giorno diede l'avvio all'"Operazione Craftsmanwowser" per conquistare Bologna[52][53]) colpì duramente il territorio comunale e distrusse integralmente anche la chiesa e l'ex lebbrosario (unicamente la torre campanaria rimase in piedi, ma fu puntellata). Dalle macerie, vennero estratti il tabernacolo, l'effigie della Madonna del Suffragio, una Madonna dei lebbrosi in terracotta e una lapide in arenaria recante la dicitura: "In questo ospedale si medicano per carità quelli che hanno il male di San Lazzaro"[51].

Madonna dei lebbrosi in terracotta, collocata all’ingresso della casa parrocchiale della chiesa di San Lazzaro

La ricostruzione fu progettata dagli ingegneri Ferruccio Maglioni e Rodolfo Bettazzi. Nel catino absidale fu affrescata, dal pittore Ilario Rossi, l'opera "Lazzaro e il ricco Epulone" (ispirata all'omonima parabola evangelica), sotto la quale fu riportata l’iscrizione rinvenuta su di un medaglione di gesso del vecchio abside: "Quìa recepit mala in vita sua nunc consolatur" (Poiché ricevette dolori nella sua vita ora è consolato). Nel nuovo abside furono inseriti grandi bassorilievi di terracotta, opere dello scultore Carlo Pini (che creò anche l'altare maggiore), raffiguranti l'Assunzione di Maria e i santi patroni delle altre parrocchie comunali sanlazzaresi.

Il neo-edificio ecclesiastico fu consacrato in memoria di San Lazzaro mendicante il 16 luglio 1949, dal Vescovo ausiliare Monsignor Danio Bolognini. Nella medesima giornata, il Cardinal Giovanni Battista Nasalli Rocca di Corneliano, (il quale aveva posato la prima pietra, il 5 maggio del 1946)[51] celebrò la prima messa.

Nel 1956 la chiesa fu impreziosita con le Stazioni della Via Crucis, dei bassorilievi in terracotta, apporti dello scultore Cesarino Vincenzi. Nel retro della chiesa, nel 1962 venne fatta costruire la "Casa dei giovani lavoratori", ovvero un alloggio economico per i meno abbienti e fu approntata anche una mensa popolare[51]. Nel 1973, s'insediò il parroco Don Domenico Nucci (già segretario del Cardinale Giacomo Lercaro e in seguito, nel 1993, divenuto Monsignore[54]).

Aggiornamenti furono compiuti nel 1996, relativamente al tabernacolo (ne fu alloggiato uno nuovo), al battistero e alla cappella della Madonna. Quattro anni dopo (nel 2000), fu completata l'installazione di nuove vetrate per la navata, in occasione del Giubileo del 2000 (lavoro progettato da Padre Costantino Ruggeri) e che rappresentano la Storia della salvezza (in un percorso che va dalla Creazione, alla Redenzione)[51].

Nel corso del 2002 furono condotti a termine altri lavori di ristrutturazione che riguardarono essenzialmente la pavimentazione interna, la sostituzione dei marmi dell’altare maggiore e di quelli laterali. Il porticato e le gradinate vennero modificate impiegando granito e porfido, e furono realizzate rampe d'accesso al fine di rimuovere barriere architettoniche.

Altre chiese[modifica | modifica wikitesto]

Chiesa di San Francesco d'Assisi 
Struttura moderna la cui costruzione è terminata fra il 1992 e il 1993[55] e dotata di un grande organo a 1.275 canne[56][57].
Chiesa di San Luca Evangelista 
Piccola chiesa in località La Cicogna.
Chiesa della Sacra Famiglia 
Chiesetta a pianta ottagonale, sita nella frazione La Cicogna (e nel cuore della comunità "Città dei Ragazzi"), nella cui cripta, dal 1980, sono custodite le spoglie del venerabile Don Olinto Giuseppe Marella (chiamato Padre Marella)[58], fondatore dell'omonima Opera Padre Marella [59].
Chiesa di Santa Maria Assunta 
Chiesa collocata in zona centrale del territorio sanlazzarese.
Chiesa di Santa Maria Assunta e San Gabriele dell’Addolorata 
Chiesa sita in località Idice[60].
Chiesa di Sant'Agostino 
Chiesa situata nella frazione di Ponticella[61], costruita nel 1959 e un tempo al servizio di un collegio di Suore adoratrici ancelle del Santissimo Sacramento e della carità; fu elevata a parrocchia nel 1967[62].
Chiesa di San Giovanni Battista 
Chiesa collocata in frazione Colunga, l'antica chiesa è traccia della civiltà villanoviana sul territorio, conserva infatti al suo interno una fonte battesimale che era un granaio di quell'epoca. Documentazione parrocchiale fa risalire la costruzione dedicata a San Giovanni Battista agli esordi del 1300. La "nuova" chiesa è stata invece edificata un secolo fa sopra a quella piccola preesistente (il nucleo originario fu ridotto a cappella) e possiede una facciata con elementi decorativi realizzati sia per il portale, che per il sovrastante finestrone, oltre a un timpano triangolare. Il campanile è formato da una grande guglia e da altre quattro angolari (di dimensioni minori). La parrocchia, al suo interno possiede quattro colonne di ordine ionico poste a sostegno della volta dell'altare maggiore (al centro del quale è presente un quadro, attribuito al pittore Giacomo Cavedone: La Natività di San Giovanni Battista). Nelle cappelle trovano spazio l'antica fonte battesimale, un quadro sulla crocifissione di Gesù (attribuito alla scuola del Tiziano), un altro sul Sacro Cuore di Gesù, un terzo dedicato a Santa Rita, un simulacro della Madonna (opera questa dello scultore cremonese Francesco Riccardo Monti) e quindici piccoli quadri che rappresentano i misteri del Santo Rosario (della scuola del Carracci)[63].
Chiesa di San Lorenzo del Farneto 
Edificata nel 1733 (il campanile è invece anteriore, 1500), al suo interno è collocata un'opera del XVII secolo di un artista della scuola di Guido Reni, che rappresenta Gesù crocifisso, affiancato dai Santi Lorenzo e Lucia. È presente anche il dipinto della Madonna della Cintura con Gesù bambino[64], al cui culto viene annualmente dedicata la Festa della Madonna della Cintura, per la grazia ricevuta dagli abitati del Farneto, nel corso dell'epidemia di colera del 1855, dalla quale uscirono senza registrare decessi[65].
Chiesa e Abbazia di Santa Cecilia della Croara 
Il complesso sorge a sud del comune (precisamente nella frazione Croara), faceva parte di un antico convento benedettino e nei secoli raggiunse un notevole potere economico e prestigio religioso[66]. Il più datato documento ufficiale che faccia menzione dell'abbazia, risale al 1095[67], tuttavia è possibile che l’edificio sia più antico[68]. Il complesso (un tempo anche sede del Museo della Preistoria Luigi Donini), contiene opere come una Via Crucis (in cotto e del XVII secolo), due effigi create da Giovanni Andrea Donducci, detto il "Mastelletta" (uno su Santa Cecilia e l’altro raffigurante San Girolamo), un dipinto riconducibile alla scuola di Guido Reni, avente come soggetto Sant'Antonio di Padova, una statua in cotto appartenente al XV secolo, che riproduce l'immagine di Santa Cecilia e una pala d'altare con Gesù bambino, attribuito al pittore bolognese Annibale Carracci[69].
Nel 2005[70] l'abbazia ha ricevuto dai Club UNESCO il riconoscimento di "Patrimonio per la cultura di pace"[71].
Chiesa di Sant'Emiliano di Russo 
Chiesa collocata nella frazione Russo del comune.
Chiesa di San Biagio di Castel de' Britti 
Edificio ecclesiastico risalente al Trecento[72] e consacrato a San Biagio; è arroccato s'una rupe gessosa, in località Castel de' Britti.

Architetture civili[modifica | modifica wikitesto]

Monumento ai Caduti della Guerra 1915-1918 e 1940-1945[1][2][modifica | modifica wikitesto]

Col fine di onorare i caduti della Grande Guerra, il 24 ottobre del 1921, l'allora sindaco di San Lazzaro di Savena, Enrico Casanova, istituì il "Comitato Cittadino per le Onoranze ai Caduti in Guerra" (composto sia da autorità civili che religiose, associazioni, ma anche persone comuni) il quale diede l'avvio a una raccolta fondi. Dall’idea di partenza di una commemorazione fatta mediante il collocamento di una semplice lapide, si passò alla convinzione di dover erigere un monumento nel cuore della piazza principale.

Monumento ai Caduti della Guerra 1915-1918 e 1940-1945

Il Comitato diede l'incarico all'architetto e scultore Riccardo Venturi di realizzare l'opera da lui proposta. Il 21 settembre 1922, il Ministero della Guerra Fascista, concesse tre quintali di bronzo recuperati da rottami, per concretare le decorazioni. Il 24 settembre 1922, si tenne la cerimonia della posa della prima pietra. Il monumento, terminato a fine maggio 1923, venne inaugurato il 24 giugno successivo.

Nel 1962-63, il Comune designò l’architetto Ferdinando Forlay per la progettazione del rifacimento della piazza principale (nel frattempo intitolata al partigiano sanlazzarese Luciano Bracci). I risultati dello studio, contemplarono anche la variazione di posizione del monumento, dal centro, al lato orientale del piazzale.

L'opera è un’alta stele costituita di pietra calcarea ornata da decorazioni bronzee. Il monolito riporta elementi propagandistici rappresentazioni della "forza" e della "supremazia" del regime fascista.[1][2]

La costruzione architettonica è composta da un basamento con due gradini (per i due lati più estesi di tale base, furono previste due lampade votive) sul quale si appoggia un blocco (salvaguardato agli angoli da quattro elementi verticali sagomati) che ospita, frontalmente, tre rilievi circolari dotati delle iscrizioni: "PIAVE", "V. VENETO", "MONTELLO". Sul lato sinistro di tale blocco, in un altro cerchio è incisa la dicitura: "M. GRAPPA"; sul lato destro, in un ulteriore rilievo a forma di disco, si può leggere: "GORIZIA"; infine, sulla parte retrostante vi sono altri tre elementi (sempre di tipo circolare), all'interno dei quali sono visibili le parole: "S. MICHELE", "M. SANTO", "BAINSIZZA".

Il blocco fa da sostegno a due colonne di ordine dorico binate, le quali s'innestano in un parallelepipedo rettangolo (per uscirne alla sommità dello stesso) contenente frontalmente una doppia fila di nomi di caduti nel primo conflitto mondiale (al di sotto di tale elenco, c’era originariamente la seguente iscrizione, andata perduta: "MCMXV / MCM XVIII / VIRTU’ DI POPOLO - AMOR DI PATRIA / EROI LI FECE / PER L’ITALIA IN ARMI / A GLORIOSA MORTE IMMOLATI / AD ETERNA VITA RINATI"). Nel lato sinistro del parallelepipedo, è presente un altro elenco di nomi; sulla parte destra, sono visibili sia un'ulteriore lista, che la data d'inaugurazione del manufatto: "24 GIUGNO 1923". Conclusa la seconda guerra mondiale, nella parte retrostante fu aggiunta la scritta: "CADUTI NELLA GUERRA 1940-1945", fornita d'una elencazione di vittime sanlazzaresi di quel conflitto, oltre che la dicitura: "PARTIGIANI" (con un ultimo insieme di concittadini periti nel corso della lotta partigiana).

Tornando alla parte frontale del grande blocco principale, in essa è presente una spada bronzea "gocciolante il sangue dei caduti" (con la dicitura "SPQR" sulla guardia), al di sopra della cui impugnatura, vi è un componente bronzeo decorativo a foggia di foglie di quercia e d'alloro (rispettivamente a significare la forza e l'onore).
Più in alto, su di un tratto di trabeazione, svetta un'aquila (in bronzo) ad ali semi-distese (emblema della forza).

In origine, il monumento ai caduti era delimitato da una bassa recinzione in metallo. Plausibilmente, la cancellata subì la rimozione per via delle leggi fasciste che, a partire dal 1940, imponevano la requisizione del ferro per destinarlo allo sforzo bellico[73]. In seguito, il perimetro fu definito nuovamente da un recinto (in pietra), poi anch'esso rimosso.

Villa Cicogna[modifica | modifica wikitesto]

Villa Cicogna

Villa Cicogna (o Villa Boncompagni alla Cicogna[74]) è una residenza cinquecentesca (1578)[75] collocata in fondo a un lungo viale di tigli ed immersa in un parco dall'estesa superficie. È uno degli ultimi lavori dell'architetto Jacopo Barozzi (la villa, tuttavia, non è che ufficiosamente attribuita fra le opere del suo ideatore, a causa della sua morte, nel 1573; fra l'altro, lo studio iniziale prevedeva un secondo piano, mai realizzato[76])[77]. L'edificio fu commissionato dal marchese Giacomo Boncompagni, figlio legittimo di Ugo Boncompagni[78] (quest'ultimo salito al soglio pontificio nel 1572, con il nome di Gregorio XIII).

Nel seicento la proprietà (sino a qui inutilizzata[79]) passò alla famiglia fiorentina dei Falconieri[80] e nel 1743 ai Principi Colonna e da questi, per matrimonio ai Pepoli.
Eleonora Colonna (moglie del conte Sicinio Pepoli[81]) fece sottoporre a restauro la tenuta, riordinandone anche la cappella, disponendo affinché venissero realizzati stucchi e affreschi per la loggia e le sale[82]; commissionò le decorazioni al paesaggista Carlo Lodi e al figurista Antonio Rossi, i quali, attraverso la collaborazione con Giuseppe Buratti e Tertulliano Tarroni, completarono quaranta tempere a muro a favore delle undici sale interne. I soggetti rappresentati negli affreschi riguardano la storia biblica (Storie di Mosè), il mito (con la Storia di Telemaco, ispirata al romanzo Les aventures de Télémaque del filosofo francese Fénelon) e infine le vicende dei conflitti bellici europei verificatisi nel periodo del settecento[83]. Tali affreschi, nel corso degli anni furono sottoposti a rimozione e finirono in parte perduti[84].

Per una decina d'anni, nell'ottocento, il politico Gioacchino Napoleone Pepoli fu il proprietario di Villa Cicogna[85].

Vari passaggi di proprietà si susseguirono nel tempo: subentra la famiglia Paleotti, quindi gli Aldrovandi[86], Candida Cremonini (vedova Ferretti), nel 1883[87], e l'industriale di Crevalcore Gaetano Barbieri[88], nel 1920; negli anni ottanta, la tenuta venne rilevata dalla società "Villa Cicogna", che commissionò al pittore Dalla Volpe il ripristino degli spazi rimasti vuoti per via delle antiche tempere asportate[89].

Dal 2012, la residenza appartiene a Unipol, la quale ha mantenuto la destinazione d'uso delle titolarità recenti (il Gruppo Di Mario nel 2005 l'aveva rilevata dalla società Belchi 86) e perciò vi organizza, mediante Una Hotels e Resorts, meeting ed eventi culturali[90][91][92].

La Belchi 86, nel 2010 aveva ceduto al Comune di San Lazzaro di Savena, 122 ettari di parco, incluso un percorso ciclo-pedonale disteso lungo il tratto perimetrale della villa[93][94].

Villa Dolfi-Ratta[modifica | modifica wikitesto]

La villa nobiliare Dolfi-Ratta (o Castello Dolfi-Ratta), un tempo conosciuta anche come Villa Bosdari[95], collocata nella periferia sanlazzarese, era originariamente circondata da mura merlate che, connesse a due torri prospicienti l'edificio principale, creavano un aspetto d'insieme similare a quello di un castello[96]: in effetti, il complesso, risalente ad epoca quattrocentesca, era un lazzaretto e la sua struttura fortificata era stata studiata per assolvere sia a funzioni sanitarie, che difensive verso il brigantaggio[97].

La villa, nel XVI secolo passò alla ricca famiglia pavese dei Parati (in un antico dipinto custodito in una cappella che apparteneva al cavaliere Parati, sita nella Chiesa di Santa Maria della Misericordia a Bologna, è possibile scorgere l’edificio fortificato[98]). In seguito, la proprietà giunse ai conti Grassi[99], quindi a quelli Pallotta i quali, nel 1730, la vendettero al marchese Ludovico Ratta. Nell'ultima parte del XVIII secolo, la marchesa Maria Dolfi-Ratta (ereditata la struttura), ordinò alcune significative revisioni architettoniche, facendo tra l'altro atterrare le mura difensive. Eleonora Dolfi-Ratta, nel 1891 lasciò in eredità la dimora a sua nipote Eleonora Agucchi Legnani, sposa del conte Girolamo De Bosdari. All'inizio degli anni sessanta del Novecento, gli eredi del conte De Bosdari cedettero la villa alla famiglia d'imprenditori Borsari, i quali vendettero (nel 1977) agli immobiliaristi Marzaduri[100].

Intersecante un parco secolare (esteso oltre 180 000 m² e includente anche giardini all'italiana che accolgono una fauna composita: caprioli, daini, tassi, pavoni, pappagalli, fagiani e lepri), un lungo doppio viale funge da accesso alla Villa Dolfi-Ratta. L'edificio, di oltre 1 200 m² (che in tempi moderni ha subito un restauro durato 10 anni) è formato da un corpo centrale e dalle due torri laterali d'avamposto sopraccitate. L'ingresso è costituito da una ampia loggia con volta a botte ornata da affreschi rappresentanti scene di respiro mitologico. L’interno è corredato di decorazioni in stile Luigi XVI e tempere raffiguranti rovine[101]. Nella proprietà si trovano anche un auditorium, una cappella privata approntata nel 1777[102] e abbellita da stucchi (situata nella torre di levante) e un'antica conserva.

Villa storica, parco e giardini sono utilizzati parzialmente per varie tipologie di eventi mondani.

Altro[modifica | modifica wikitesto]

Ponte Savena[modifica | modifica wikitesto]

Il ponte Savena è una costruzione posta sul torrente Savena che congiunge a est il territorio della città di Bologna a quello di San Lazzaro di Savena. Tra il 1776 e 1777, fu edificato in quanto funzionale a una deviazione del Savena. Il ponte (riprodotto anche all'interno dello stemma del comune, disegnato nel 1851) era anticamente dotato di quattro pilastri le cui cime erano corredate da altrettante statue raffiguranti sirene (chiamate "sfingi" secondo alcuni documenti di quel periodo)[103][104]. Pilastri e sculture furono rimossi in base a un progetto del 13 maggio 1885 e rimpiazzati da pilastri bassi sormontati da sfere (della cui esistenza tuttavia, non v'è più traccia già nelle fotografie dei primi anni del Novecento)[105], il tutto per seguire i piani d'ampliamento della sede stradale del ponte, consentendo la circolazione della tranvia a vapore Bologna-Imola, a quel tempo in fase di costruzione.

Il ponte Savena, adeguato nell'Ottocento, nella seconda guerra mondiale subì l'abbattimento e venne sostituito dall'attuale (dallo stile architettonico anodino)[106] [107].

Aree naturali[modifica | modifica wikitesto]

Grotta del Farneto[modifica | modifica wikitesto]

La Grotta del Farneto (un tempo chiamata anche del Farnè[108], o dell'Osteriola[109], nominata monumento nazionale sotto il Regno d'Italia[110]) è una cavità del Parco regionale dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell'Abbadessa[111]. L'antro gessoso, che si trova nel territorio di San Lazzaro di Savena, venne scoperto nel 1871 dallo studente di geologia Francesco Orsoni[112] (insieme al contadino Filippo Dorelli[109]) e fu esplorato fino ai primi del Novecento.

Negli anni cinquanta gli scavi per accedere alla grotta ripresero, ma dopo alcuni decenni di abbandono, l'ambiente fu chiuso al pubblico (a seguito di eventi franosi all'ingresso[113], di cui l'ultimo nel 1991[109]) e solo dopo l'esecuzione d'interventi di consolidamento e messa in sicurezza, fu riaperto nel 2008[114].

Campagne di scavi evidenziarono come la caverna venne frequentata dall'Età del Bronzo[109], con tracce rinvenute che vanno da sepolture, al vasellame vario, frammenti d'ossa d'animali e resti di vegetali bruciati.

Risalente all'epoca del Messiniano, la Grotta del Farneto si addentra nella terra per uno sviluppo complessivo di oltre un chilometro (e un dislivello massimo di 44 m)[109]. La parte visitabile della cavità conta tre sale principali: la prima ha il pavimento cosparso di massi bianchi precipitati dalla volta; la seconda ha dimensioni più ridotte, mentre la terza è particolarmente estesa, ma dal soffitto basso e cristalli di gesso infissi in ogni direzione[115].

Grotta della Spipola[modifica | modifica wikitesto]

La Grotta della Spipola, nel Parco dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell'Abadessa (comune di San Lazzaro di Savena), venne scoperta nel 1932 dallo speleologo bolognese Luigi Fantini[116], pioniere dell'esplorazione dei gessi bolognesi (con un primo, infruttuoso sondaggio eseguito nel 1903, da parte di Giorgio Trebbi, della Società Speleologica Italiana[117]).

La grotta è considerata tra i maggiori complessi ipogei carsici dell'Europa occidentale, limitatamente alle formazioni gessose (è parte del sistema carsico chiamato "Acquafredda-Spipola-Prete Santo", con oltre 11 km di sviluppo[118])[119][120]. Vi si accede da un ingresso artificiale costruito nel 1936 più in basso rispetto a quello naturale (detto Bus d'la Speppla, in bolognese, o "Buco del Calzolaio").

Dal 1940, la Spipola subì danni ricorrenti e spoliazioni, in parte dovuti anche al suo impiego come rifugio per sfollati[121] verso il termine della seconda guerra mondiale, ma provocati anche da curiosi, vandali e collezionisti (con asportazione di cristallizzazioni, imbrattamenti delle pareti, abbandono di immondizie, ecc.)[122]. L'ultima opera di bonifica terminò nel 1995[123].

All'interno della spelonca si trovano doline minori e inghiottitoi da cui si accede ad altre cavità. La Grotta della Spipola è lunga 4 km, con un dislivello di 50 m[124].

Oasi fluviale del Molino Grande[modifica | modifica wikitesto]

Gessi bolognesi dell'Oasi del Molino Grande

Nella frazione Idice di San Lazzaro di Savena, è possibile trovare l'Oasi fluviale del Molino Grande. L'oasi (collocata nell'ambito del Parco regionale dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell'Abbadessa) include un tratto di bosco igrofilo che si estende lungo le rive del torrente Idice ed è zona di nidificazione per alcune specie di uccelli non comuni[125].
Nell'area vi trova rifugio un'avifauna golenale che comprende il gruccione, il martin pescatore e la rondine topino.

Sulla riva sinistra del corso d'acqua, sono presenti i resti di un vecchio mulino[126].

Oltre agli uccelli, è possibile incrociare caprioli, cinghiali, daini, lepri, ma anche tassi e fagiani[127].

Sulla superficie di un laghetto si trovano anche rarità botaniche di genere acquatico come il nenufaro e la ninfea sfrangiata.

Parchi pubblici[modifica | modifica wikitesto]

Parco della Resistenza 
Intitolato alla Resistenza italiana, questo parco è la zona di verde pubblico principale del capoluogo-comune. È confinante con il territorio di Bologna (Parco dei Cedri) ed è stato realizzato all'inizio degli anni settanta (ha un'estensione di oltre 17 ettari).
Parco 2 Agosto 
Quest'area è stata portata a termine nel periodo 1979-1980, in pieno centro cittadino, ed è stata dedicata alle vittime della strage della stazione di Bologna. Ospita un palco in muratura con attorno un anfiteatro naturale, che la rende adatta ad accogliere all'aria aperta esibizioni pubbliche o cerimonie religiose.

Società[modifica | modifica wikitesto]

Evoluzione demografica[modifica | modifica wikitesto]

Abitanti censiti[128]

Cultura[modifica | modifica wikitesto]

Scuole[modifica | modifica wikitesto]

Nel territorio si trovano due Istituti comprensivi, denominati I.C. 1 e I.C. 2.[129][130]

Nel Comune si trovano inoltre i seguenti istituti superiori:

ITC Teatro[modifica | modifica wikitesto]

L’ITC Teatro è il teatro comunale di San Lazzaro di Savena e venne ufficialmente inaugurato nel 1983[131]. Originariamente, la sua destinazione d'uso era di Aula Magna dell’Istituto Tecnico Commerciale "E. Mattei" (ora I.I.S. "E. Mattei"), da cui la costruzione prende il suo nome[132] e nelle cui immediate vicinane è ubicata. L'edificio fu convertito su iniziativa dell'Assessorato alla Cultura del Comune.

Nel corso degli anni ottanta, artisti e compagnie teatrali fra cui Annibale Ruccello e il Teatro delle Albe, vi si esibirono. Ospitando il festival/concorso per comici La Zanzara d’oro[133] (nato nel 1985, poi divenuto di rilevanza nazionale), e grazie all'incontro con lo spettacolo cabarettistico bolognese Gran Pavese Varietà (ideato da Patrizio Roversi e Syusy Blady), calcarono il palcoscenico sanlazzarese anche gli allora esordienti Antonio Albanese, Gene Gnocchi, Daniele Luttazzi, Paolo Hendel, Fabio De Luigi e Alessandro Bergonzoni[134].

Dal momento della sua riapertura (avvenuta nel 1998, in seguito alla chiusura forzata di alcuni anni per via di lavori di ristrutturazione), il teatro fu affidato alla gestione del cast artistico e tecnico della Compagnia del Teatro dell’Argine[135].

L’ITC Teatro ha una capienza di 220 posti (120 in platea e 100 in gradinata)[136], conta su una media di 30 000 spettatori all'anno (nella stagione teatrale 2007-2008, è risultato essere il terzo teatro in Italia per dati d'afflusso di pubblico, considerato fra quelli aventi una capienza al di sotto dei duecentocinquanta posti[137]) e negli ultimi anni ha ospitato artisti come Paolo Rossi, Ascanio Celestini, César Brie, Marco Baliani, Valerio Binasco, Paolo Nani e Emma Dante[138].

Museo della Preistoria Luigi Donini[modifica | modifica wikitesto]

Il Museo della Preistoria "Luigi Donini" era originariamente una struttura museale archeologica dedicata alla memoria del naturalista e speleologo sanlazzarese Luigi Donini. Fu istituito nel 1971[139] all’interno dell’Abbazia di Santa Cecilia della Croara, del XI secolo, sulle colline di San Lazzaro di Savena (Parco regionale dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell'Abbadessa).

Il comune di San Lazzaro, nel 1985[140] subentra nella gestione del museo, spostandone la collocazione nell'abitato cittadino. È in tale sede che venne dato un nuovo assetto alla custodia e l'allestimento dei reperti, incrementati grazie a nuove testimonianze del passato remoto, fra cui le ossa fossilizzate di mammiferi ritrovati nel giacimento dell'ex Cava Filo di gesso (nella frazione Croara).

In seguito al continuo accrescimento delle collezioni ricavate dalla geologia costituente l'Appennino bolognese, la struttura venne sottoposta a lavori d'ampliamento e nel 2003, riaprì i battenti al pubblico con la denominazione di "Museo della Preistoria"[141].

L'allestimento mescola reperti originali con ricostruzioni scenografiche dettagliate in scala 1:1 di una panoramica antropologica degli uomini primitivi, la narrazione dell'habitat ricostruito di una grotta dei Gessi Bolognesi in cui vivevano le popolazioni[142], la presenza di una palafitta e l'istantanea delle grandi faune estinte della Glaciazione Würm[143] (come il megacero e il bisonte delle steppe).

La realtà museale è articolata su due piani (l'estensione superficiale complessiva supera i 500 m²) e il percorso didattico e pedagogico si caratterizza per una dislocazione su sezioni espositive, le quali descrivono i principali fenomeni concatenati al territorio (nelle sue origini) a livello geologico, paleoecologico e antropologico. Le tematiche trattate vengono sottolineate dalla presenza di fossili (bivalvi, molluschi, gasteropodi e litodomi, a titolo d'esempio) e raccolte archeologiche (come le tracce della civiltà villanoviana), ricostruzioni di tipo dioramico e l'installazione di pannelli pittorici[144].
Le tre sale della mostra sono rispettivamente intitolate, "Ambienti e Animali prima della Storia", "Uomini delle Origini" e "La Civiltà del Ferro".

All'esterno del Museo Donini (e ad integrazione di esso), è operante dal 2008[145][146] il PreistoPark, piccolo parco tematico sui grandi mammiferi estinti, che si avvale di riproduzioni fedeli e a grandezza naturale del mammut, del leone delle caverne, l’orso delle caverne e il rinoceronte lanoso[147].

Mediateca[modifica | modifica wikitesto]

Mediateca S Lazzaro di Savena.jpg Mediateca S Lazzaro di Savena tetto.jpg
Mediateca di San Lazzaro di Savena: nella foto di destra, in evidenza la particolare copertura isolante erbosa del tetto

Con a capo l'Assessorato Cultura e Ambiente del Comune, la Mediateca di San Lazzaro di Savena[148][149] è stata inaugurata il 31 marzo 2007[150], alla presenza dell'allora sindaco Marco Macciantelli e di Romano Prodi e accompagnata da un assolo del trombettista Paolo Fresu[151][152].

Fra le prime costruzioni del suo genere ad essere stata edificata in Italia[153], è una biblioteca di circa 1550 m² disposti su due piani, ove sono conservati libri, giornali, audiovisivi e risorse multimediali in genere.

La mediateca consta di circa 40.000 documenti, 5.500 media audiovisivi e di 50 fra giornali quotidiani e periodici[154].

A livello architettonico, il tetto della mediateca è obliquo e rivestito da un tappeto vegetale per incrementarne l'inerzia termica e sviluppare un effetto isolante verso le temperature invernali ed estive[155]. La copertura è dotata anche di pannelli fotovoltaici, al fine di ridurre il fabbisogno energetico della biblioteca stessa[156].

La struttura è integrata nel distretto culturale di San Lazzaro di Savena, di cui fanno parte anche Loiano, Monghidoro, Monterenzio, Ozzano dell'Emilia, Pianoro e Rastignano[157].

Corpo Bandistico Musicale Città di San Lazzaro[modifica | modifica wikitesto]

Tra il 1853 e il 1855[158][159] nacque la Banda del Comune di San Lazzaro di Savena[160], la quale diede inizio alla propria attività adoperandosi nel corso di manifestazioni civili e religiose.

Il 6 giugno dell'anno 1859[161], il complesso bandistico musicale fu aggregato alla Guardia nazionale italiana. A partire dal 1860 mutò l'originaria denominazione in Banda Nazionale del Comune di San Lazzaro di Savena e come tale, e a fini patriottici, la più antica istituzione culturale sanlazzarese[162] accompagnò i militari nelle marce ed eseguì servizi d'onore nelle riviste delle piazze d'armi[163].

In seguito, per via dello scioglimento della Guardia nazionale italiana, il gruppo bandistico variò in Musica di San Lazzaro di Savena e continuò ad operare per ulteriori 20 anni sotto tale nome[164].

Il 25 febbraio del 1890[165], la banda si legò alla Società di Mutuo Soccorso fra i Superstiti della guerra per l’Unità d’Italia (diventando Banda di San Lazzaro di Savena e Superstiti) e per essa fornì servizi d'onore e accompagnamento per le salme dei combattenti della guerra risorgimentale per l'Unità d'Italia. Successivamente, il gruppo musicale trasferì la propria sede a Bologna (ove tutt'ora opera con il nome di Corpo Bandistico Gioacchino Rossini[166]). Nel 1920 la banda assunse la denominazione di Società Musicale Risorgimento, svincolata dalla Società di Mutuo Soccorso fra i Superstiti della guerra per l’Unità d’Italia.

Nel frattempo, a San Lazzaro di Savena si era formato un altro corpo musicale, composto anche da alcuni membri che avevano deciso di non spostarsi nel capoluogo emiliano assieme alla banda, e che divenne il nucleo del gruppo bandistico sanlazzarese.

Nell'arco delle due guerre mondiali, fu sospesa l'attività della seconda banda nata a San Lazzaro.

L'odierno Corpo Bandistico Musicale Città di San Lazzaro si articola in un organico di una quarantina di elementi[167].

In tempi recenti (il 9 maggio del 1997), la banda ha partecipato al concerto di Jovanotti, tenutosi all'Unipol Arena (all'epoca PalaMalaguti) di Casalecchio di Reno, nel bolognese[168].

Nel corso degli anni, la divisa appartenente al corpo musicale fu aggiornata diverse volte: la prima fu di color grigio, corredata di cappello piumato "alla bersagliera", in seguito assunse la livrea nera (seguendo il modello stabilito allora per gli ufficiali medici dell'Esercito Regio), fino a diventare l'uniforme corrente, composta da pantaloni grigi abbinati ad una giacca in tinta blu.

Eventi[modifica | modifica wikitesto]

La Fiera di San Lazzaro[modifica | modifica wikitesto]

« A sòn stè ala Fîra d' San Lâżar, oilì oilà... »
(Nel 1973 il cantautore Francesco Guccini riprende, parzialmente modificata, una canzone popolare e goliardica: "La Fiera di San Lazzaro", inserendola nell'album Opera buffa)

Istituita ufficialmente il 28 aprile del 1830[169] (ma con origini più antiche), la Fiera di San Lazzaro (La Fira ed San Lazer, in dialetto bolognese) è un mercato tradizionale (nato come fiera di bestiami e merci[170][171]) che si tiene annualmente nel periodo estivo, nel capoluogo di comune.

Cresciuta d'importanza nel corso del tempo (seppur perdendo di rilevanza a partire dalla fine del XX secolo[172]), della manifestazione contadina, nel 1882, il comune stabilì un secondo appuntamento all'anno, da tenersi a settembre (ma che dagli inizi del XX secolo non ebbe più seguito).

Oggigiorno la festa vede la presenza di stand di ambulanti, artisti, antiquari, di appuntamenti gastronomici e di espositori in genere[173]. Nel corso dell'evento e all'interno di apposite aree, si svolgono anche spettacoli d'intrattenimento (nel 2004 vi si esibirono i Blues Brothers[174][175]).

Persone legate a San Lazzaro di Savena[modifica | modifica wikitesto]

Sono nati a San Lazzaro di Savena:

Hanno scelto San Lazzaro di Savena come luogo di residenza:

Economia[modifica | modifica wikitesto]

A San Lazzaro di Savena hanno a tutt'oggi sede alcune importanti aziende, quali ad esempio Conserve Italia (marchi Valfrutta, Cirio, DeRica, Derby, Derby Blue, Yoga e Jolly Colombani), Furla (sede legale) e Macro Group S.p.A. (Information Technology), mentre hanno avuto la loro sede storica anche Malaguti, Italjet e Grimeca, poi trasferite altrove, e l'OSCA.

Infrastrutture e trasporti[modifica | modifica wikitesto]

Oltre che dalla via Emilia, dalla quale è attraversata, San Lazzaro è raggiungibile tramite l'uscita dell'autostrada A14 Bologna - San Lazzaro e all'uscita della tangenziale di Bologna numero 13 (San Lazzaro).

Il servizio di trasporto pubblico è assicurato dalle autocorse urbane, suburbane e interurbane svolte dalla società TPER. Il comune è inoltre servito dalla stazione urbana di San Lazzaro di Savena (inaugurata il 16 dicembre 2008[176]), parte del Servizio Ferroviario Metropolitano di Bologna.

Dal 1885 al 1935 San Lazzaro disponeva di una stazione della tranvia Bologna-Imola la quale svolgeva da un servizio con trazione a vapore gestito dalla Società Veneta. Il 31 luglio 1948 San Lazzaro fu nuovamente collegata a Bologna tramite la linea 20 della rete tranviaria urbana[177]; tale linea fu soppressa il 1º luglio 1961, sostituita da autobus[178].

Secondo un progetto degli anni novanta, un filobus a guida ottica denominato Civis avrebbe dovuto collegare San Lazzaro con il centro di Bologna; tale progetto è stato poi aggiornato in seguito ad alcune vicende giudiziarie prevedendo la sostituzione con veicoli Crealis, modelli più evoluti a guida ordinaria[179].

Amministrazione[modifica | modifica wikitesto]

Di seguito è presentata una tabella relativa alle amministrazioni che si sono succedute in questo comune.

Periodo Primo cittadino Partito Carica Note
18 maggio 1988 19 luglio 1990 Sonia Parisi PCI Sindaco [180]
19 luglio 1990 24 aprile 1995 Sonia Parisi PCI, PDS Sindaco [180]
24 aprile 1995 14 giugno 1999 Aldo Bacchiocchi PDS Sindaco [180]
14 giugno 1999 14 giugno 2004 Aldo Bacchiocchi centro-sinistra Sindaco [180]
14 giugno 2004 8 giugno 2009 Marco Macciantelli centro-sinistra Sindaco [180]
8 giugno 2009 27 maggio 2014 Marco Macciantelli centro-sinistra Sindaco [180]
27 maggio 2014 in carica Isabella Conti centro-sinistra Sindaco [180]

Sport[modifica | modifica wikitesto]

Impianti sportivi[modifica | modifica wikitesto]

PalaSavena
  • PalaSavena: palazzetto dello sport con una capienza di 2700 posti, che oltre ad eventi sportivi ospita anche spettacoli e congressi.
  • Piscina Comunale Kennedy: è dotata di una vasca coperta di 25x16 m e una profondità cha varia da 1,50 m fino a 1,80 e un'ulteriore vasca coperta di 15x6 m, profonda 0,80 m.
  • Bowling Polisport San Lazzaro: opera dal 1986 un centro bowling da 40 piste che annualmente ospita diverse finali nazionali per varie categorie (Esordienti, Singolo, Doppio, ecc.).


Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Il monumento ai caduti della Grande Guerra di San Lazzaro di Savena PDF
  2. ^ a b c San Lazzaro di Savena
  3. ^ Elezioni amministrative, i risultati definitivi
  4. ^ Elezioni 2014
  5. ^ Popolazione residente nel comune di San Lazzaro di Savena anno 2015
  6. ^ Luigi Lepri, Daniele Vitali (a cura di), Dizionario Bolognese Italiano / Italiano-Bolognese, Bologna, Pendragon, 2007, pp. 348-354, ISBN 978-88-8342-594-3.
  7. ^ Popolazione residente nel comune di San Lazzaro di Savena anno 2015
  8. ^ Statuto comunale PDF
  9. ^ Le Grotte Protette - Grotta della Spipola
  10. ^ Storia della chiesa di S. Lazzaro
  11. ^ Insediamenti preistorici e romani
  12. ^ Le vicissitudini del fiume Savena PDF
  13. ^ Gli Etruschi e Bologna
  14. ^ 109 - Chiesa di S.Giovanni Battista di Colunga
  15. ^ Gli scavi di via Montebello a San Lazzaro di Savena (BO) Testimonianze di vita romana dal Parco dei Gessi Bolognesi
  16. ^ Notizia desunta dalla rete civica di Bologna
  17. ^ San Lazzaro di Savena PDF
  18. ^ Dieci anni insieme PDF
  19. ^ Cronologia di famiglie nobili di Bologna
  20. ^ Palazzo Comunale - San Lazzaro di Savena
  21. ^ Palazzo Comunale - San Lazzaro di Savena
  22. ^ L'origine di San Lazzaro
  23. ^ Palazzo Comunale - San Lazzaro di Savena
  24. ^ Palazzo Comunale - San Lazzaro di Savena
  25. ^ San Paolo in Monte, Osservanza, Bologna
  26. ^ Fondi archivistici
  27. ^ Quaderni del Savena Rivista di strumenti, studi e documenti dell’Archivio storico comunale Carlo Berti Pichat, n.13 del 2013 PDF
  28. ^ Pier Luigi, Letizia e Gianni Marchesini, Maria Trebbi, una vita per San Lazzaro, Gianni Marchesini Editore, San Lazzaro di Savena, 2009, p. 46
  29. ^ Pier Luigi, Letizia e Gianni Marchesini, Maria Trebbi, una vita per San Lazzaro, Gianni Marchesini Editore, San Lazzaro di Savena, 2009, p. 48
  30. ^ Eccidio di Pizzocalvo
  31. ^ Contadini uccisi a Pizzocalvo
  32. ^ La strage di Pizzocalvo
  33. ^ Werther Romani e Mauro Maggiorani, Guerra e Resistenza a San Lazzaro di Savena, Edizioni Aspasia, San Giovanni in Persiceto, 2000
  34. ^ San Lazzaro di Savena, (BO)
  35. ^ Pier Luigi, Letizia e Gianni Marchesini, Maria Trebbi, una vita per San Lazzaro, Gianni Marchesini Editore, San Lazzaro di Savena, 2009, pp. 37 e 48
  36. ^ La Resistenza a San Lazzaro
  37. ^ San Lazzaro di Savena, (BO)
  38. ^ Origine e significato dei toponimi Lazzaro e Savena
  39. ^ San Lazzaro, protettore dei poveri PDF
  40. ^ Il Savena PDF
  41. ^ L'origine di San Lazzaro
  42. ^ Popolazione residente nel comune di San Lazzaro di Savena anno 2015
  43. ^ Bollettino Ufficiale della Consulta Araldica del Regno
  44. ^ Giorgio Ognibene, San Lazzaro Comune Democratico, A.P.E., Bologna, 1975
  45. ^ Piero Guelfi Camajani, Dizionario araldico, Hoepli, Milano, 1897
  46. ^ Sulla via Emilia torna il ponte delle Sirene
  47. ^ Decreto del Capo del Governo del 7 aprile 1937, inserito nel Bollettino Ufficiale della Consulta Araldica del Regno vol. XI, n. 44, 1939, p. 132
  48. ^ Città di San Lazzaro di Savena (BO)
  49. ^ Il titolo di città al comune di San Lazzaro è stato conferito, ai sensi dell'art. 18 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, con decreto del Presidente della Repubblica del 17 settembre 2001 non riportante numero.
  50. ^ Statuto comunale PDF
  51. ^ a b c d e Storia della chiesa di S. Lazzaro
  52. ^ 15 aprile 1945, una tragica domenica PDF
  53. ^ Articolo di «San Lazzaro in Piazza», aprile-maggio 2014, p. 10
  54. ^ Monsignor Nucci quarant’anni ben portati... e premiati
  55. ^ La Chiesa Nuova
  56. ^ Inaugurazione del nuovo organo PDF
  57. ^ San Lazzaro di Savena - Chiesa parrocchiale di San Francesco d'Assisi
  58. ^ Un altro passo verso la beatificazione di Padre Marella
  59. ^ San Lazzaro di Savena (BO) Località Cicogna via dei Ciliegi 1
  60. ^ La parrocchia
  61. ^ Parrocchia Sant'Agostino
  62. ^ Domani 2 luglio le esequie di don Luciano Prati
  63. ^ Chiesa di S. Giovanni Battista di Colunga
  64. ^ La Buca di Gaibola PDF
  65. ^ La devozione alla Madonna della Cintura: Farneto
  66. ^ Interrogazione a risposta scritta 4/17573 presentata da Morselli Stefano (Alleanza Nazionale) in data 19960109
  67. ^ Interrogazione a risposta scritta 4/17573 presentata da Morselli Stefano (Alleanza Nazionale) in data 19960109
  68. ^ Abbazia di Santa Cecilia della Croara: Patrimonio dell’Umanità
  69. ^ Abbazia di Santa Cecilia della Croara
  70. ^ L'ex abbazia di Santa Cecilia diventa monumento dell'Unesco
  71. ^ Centro UNESCO Bologna
  72. ^ Castelli, chiese e Monasteri
  73. ^ Oro (argento, ferro e rame) alla patria - Il Rito della "fede"
  74. ^ Villa Boncompagni alla Cicogna - S. Lazzaro di Savena
  75. ^ Villa Boncompagni alla Cicogna - S. Lazzaro di Savena
  76. ^ Ville e chiese
  77. ^ Storia
  78. ^ Villa Cicogna
  79. ^ Mezza Europa è passata per Villa Cicogna PDF
  80. ^ Ville e chiese
  81. ^ Carlo Lodi e Antonio Rossi
  82. ^ Mezza Europa è passata per Villa Cicogna PDF
  83. ^ Storia
  84. ^ Villa Boncompagni alla Cicogna - S. Lazzaro di Savena
  85. ^ Mezza Europa è passata per Villa Cicogna PDF
  86. ^ Dimora dei papi PDF
  87. ^ La Palazzina Pepoli
  88. ^ L’Anonima costruzioni macchine automatiche (Acma) PDF
  89. ^ Villa Boncompagni alla Cicogna - S. Lazzaro di Savena
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  91. ^ Unipol, 30 milioni per Villa Cicogna e si compra anche l'Hilton Garden Inn
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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