Mura di Bologna

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Le mura di Bologna cingevano la città fino all'inizio del XX secolo, quando furono quasi completamente demolite per far posto agli attuali viali di circonvallazione. Edificate in tre cerchie successive a partire dal III secolo, ne rimangono visibili significativi tratti nella zona del centro storico, a cui spesso i Bolognesi fanno riferimento con l'espressione Bologna entro le mura.

Indice

[modifica] La prima cinta: la Cerchia di Selenite

A Bologna si pensa furono addirittura gli Etruschi i primi a costruire delle mura a protezione della città, tuttavia le mura più antiche di cui oggi rimangono resti sono quelle costruite in seguito alle invasioni barbariche, in corrispondenza del tramonto dell'Impero Romano d'Occidente. Non è possibile darne una datazione precisa, ma si sa per certo che vennero costruite a più riprese. Notizie storiche riportano che le mura di Bologna avrebbero resistito all'assedio di Alarico I nel 402 e che furono semi-distrutte nel 1163 per ordine di Federico Barbarossa.

Questa cinta era costituita da blocchi di selenite, una minerale gessoso molto comune sulle colline bolognesi e in tutta la zona della cosiddetta vena del gesso romagnola. La città allora aveva una forma quadrangolare e dimensioni molto più piccole del centro storico attuale, comprendendo solo una ventina di ettari compresi approssimativamente tra via Farini a sud, via Manzoni a nord, via Oberdan a est e via Val d'Aposa a ovest.

Oggi di questa antica cinta non restano che pochi resti, uno dei quali è visibile a Casa Conoscenti in via Manzoni, un altro fu scoperto in via Rizzoli e un altro ancora in via De' Toschi durante gli scavi del 1921.

Piazza di Porta Ravegnana

Su di essa erano inizialmente aperte quattro porte, disposte ai punti cardinali della città:

  • Porta Ravegnana o Porta Ravennate, così chiamata in quanto posta sulla via Emilia in direzione Ravenna
  • Porta di San Procolo o Porta Procola
  • Porta Stiera o Porta di San Sotero, posta sulla via Emilia in direzione Modena
  • Porta di San Cassiano, in seguito rinominata Porta Piera o Porta di San Pietro in quanto vicina alla Cattedrale di San Pietro

A queste ne vennero aggiunte in seguito altre tre:

  • Porta Nova di Castiglione
  • Porta Nova
  • Porta di Castello, che dava accesso alla rocca imperiale

Da questa cinta rimasero esclusi i quartieri più poveri dell'antico abitato romano a nord che, negli anni bui del medioevo, rimasti disabitati e abbandonati a loro stessi, finirono per guadagnarsi l'appellativo di civitas antiqua rupta.

[modifica] Le quattro Croci

Tra il IV e il V secolo, nei pressi di quattro di queste sette porte furono erette delle colonne di selenite con croci di pietra. Alcune fonti storiche datano questo avvenimento agli anni 392-393 e tradizione vuole che a volerle fu l'allora vescovo di Milano Ambrogio (poi divenuto santo e patrono di quella città). Un'altra tradizione le fa invece risalire la costruzione alla fine del V secolo per volere dell'allora vescovo di Bologna Petronio (poi divenuto santo e patrono della città). Rimosse solo nel 1798, oggi sono conservate nella Basilica di San Petronio.

I loro nomi sono:

  • Croce dei Santi Apostoli ed Evangelisti, dal 1159 nota anche come Croce di Porta Ravegnana e situata davanti al luogo in cui in seguito sarebbero state erette le due torri
  • Croce delle Sante Vergini, dal X secolo nota anche come Croce di strada Castiglione o anche Croce dei Casali
  • Croce di Tutti i Santi, dal XI secolo nota anche come Croce dei Santi o anche come Croce di Porta Procula
  • Croce dei Santi Martiri, dal XI-XII secolo nota anche come Croce di Porta Stiera o Croce di Porta Castello essendo prossima ad entrambe le porte

[modifica] L'addizione Longobarda

Risale probabilmente all'VIII secolo, durante la dominazione della città da parte dei Longobardi, la costruzione di un ulteriore tratto di mura, detto appunto "addizione longobarda", addossato al lato est della prima cerchia e centrato sull'attuale Piazza di Porta Ravegnana. La forma semicircolare della porzione di città cinta da queste mura ha fatto sì che le attuali via Zamboni, via San Vitale, Strada Maggiore, via Santo Stefano e via Castiglione si sviluppassero in direzione radiale rispetto alla piazza, e fossero collegate tra loro da strade curve e concentriche.

[modifica] La seconda cinta: la Cerchia dei Mille

L'espansione della città e la nascita di nuovi borghi esterni alle mura fecero nascere l'esigenza di costruire una nuova cerchia muraria. Benché si pensasse che la loro costruzione risalisse agli anni tra il 1176 e il 1192 (o il 1208 secondo altre fonti), in corrispondenza del conflitto con Federico Barbarossa, studi recenti ne hanno provato una datazione antecedente che ha riproposto la correttezza dell'antico nome Cerchia dei Mille.

Il Torresotto di San Vitale
Il Torresotto di via Castiglione

Questa seconda cinta era lunga circa 3,5 km e disponeva di 18 porte, chiamate anche serragli o torresotti, in quanto tutte sormontate da una torre ed oggi tutte ormai abbattute tranne quattro, ancora visibili ed anacronisticamente inglobate nell'abitato, così come alcune vestigia della cinta stessa, come il tratto in piazza Verdi.

Esse prendevano spesso il nome della strada su cui si aprivano:

  • Serraglio di Strada Maggiore, fu demolito nel 1256
  • Pusterla del Borgo di San Petronio, detta anche Pusterla di San Petronio Vecchio o anche Pusterla della Paglia, fu demolita nel XIII secolo
  • Serraglio di Strada Santo Stefano, detto anche più semplicemente Serraglio di Santo Stefano, fu demolito nel 1256 ed a sua memoria vi è una targa al civico 38 della via omonima
  • Torresotto di Castiglione, detto anche Voltone di Castiglione, è ancora visibile lungo la via omonima nei pressi del Teatro Duse
  • Serraglio di San Procolo, fu demolito nel 1555 ed a sua memoria vi è una targa nella via omonima
  • Serraglio o Pusterla di Val d'Aposa, detto forse anche Porta Mariana, si apriva sulla odierna via Tagliapietre e fu demolito nel 1570
  • Pusterla di Sant'Agnese, fu demolita nel 1488 ed a sua memoria vi una targa in via Bocca di Lupo, nelle vicinanze del punto in cui la porta si apriva
  • Serraglio del Borgo di Saragozza, detto anche più semplicemente Serraglio di Saragozza, ve ne sono notizie risalenti al XII secolo, fu demolito nel XVI secolo
  • Serraglio di Berberia, fu demolito nel 1257 ed a sua memoria vi è una targa nella via omonima
  • Serraglio di Porta Nova, detto anche Voltone di San Francesco o anche Serraglio del Pratello, è ancora in parte visibile allo sbocco della via omonima su piazza Malpighi
  • Serraglio di Porta Stiera, si apriva sulle odierne via San Felice e via Ugo Bassi, secondo alcune fonti fu demolito nel XIV secolo, secondo altre nel 1596
  • Pusterla del Borgo delle Casse, detta anche Posterla dei Maggi, si apriva nei pressi della odierna via Maggia e fu demolita nel 1547, probabilmente è ad essa che si riferisce la targa situata in via Nazario Sauro
  • Serraglio del Poggiale,si apriva tra via Nazario Sauro e via San Carlo ed oggi ne restano alcune fotografie a testimonianza della demolizione avvenuta nel 1943 durante un bombardamento
  • Serraglio del Borgo di Galliera, detto anche Serraglio di Porta Galliera, fu demolito nel 1256
  • Serraglio di Porta Govese, detto anche Voltone di Piella o Torresotto dei Piella, è ancora visibile appunto tra via Piella e via Federico Venturini
  • Serraglio di San Martino dell'Aposa, fu demolito nel 1841
  • Serraglio di Strada San Donato, detto anche più semplicemente Serraglio di San Donato, fu demolito nel 1257 ed è molto probabilmente lo stesso a cui si riferiscono alcune notizie riguardo un serraglio in Borgo San Giacomo situato nei pressi della via che dà il nome alla porta
  • Serraglio di Strada San Vitale, detto anche Voltone di San Vitale, è ancora visibile lungo la via omonima dove si apre piazza Aldrovandi

[modifica] La terza cinta: la Cirda

L'ultima cerchia, di forma poligonale e detta cresta o cirda, corrispondeva come perimetro agli attuali viali di circonvallazione, racchiudendo quindi interamente la Cerchia dei Mille. La sua costruzione è databile agli inizi del XIII secolo, quando la città cominciò ad organizzarsi in quartieri annettendo i borghi esterni. Inizialmente progettata nel 1226 come palizzata di legno, solo nel 1327 ne fu iniziata la realizzazione in pietra, terminata nel 1390 ed eseguita secondo l'antica tecnica della muratura a sacco, ossia preparando due muri di mattoni paralleli e distanti tra loro circa un metro, al cui interno veniva riversato un misto di ciottoli, laterizio e sabbia. Questa architettura è ancora perfettamente visibile negli tratti di mura rimasti in piedi, nonché nelle porte superstiti.

La terza cinta si estendeva per circa 7,6 km e disponeva poi di dodici porte munite di ponte levatoio per scavalcare il fossato esterno, mentre verso l'interno ad esse era addossato un terrapieno (anch'esso in parte ancora visibile) che in alcuni punti si estendeva per oltre 70 metri verso il centro della città.

Porta San Felice

Le dodici porte erano:

  • Porta Maggiore, oggi chiamata anche Porta Mazzini dal nome che ivi assume la via Emilia
  • Porta Santo Stefano, ricostruita nella forma attuale nel 1843
  • Porta Castiglione, fu rimaneggiata nel XV secolo
  • Porta San Mamolo, fu demolita nel 1903
  • Porta Saragozza, fu ricostruita nella forma attuale tra il 1845 e il 1847
  • Porta Sant'Isaia, detta anche Porta Pia dal 1569, fu demolita nel 1903
  • Porta San Felice, fu ricostruita nel 1508
  • Porta delle Lame, fu ricostruita nel 1677
  • Porta Galliera, fu ricostruita tra il 1659 e il 1661
  • Porta Mascarella, fu rimaneggiata nel XVI secolo
  • Porta San Donato, fu rimaneggiata nel XV secolo
  • Porta San Vitale, fu privata dell'avancorpo nel 1952

[modifica] Il piano di abbattimento

Tra il 1902 e il 1906, le mura della terza cerchia furono abbattute seguendo le direttive del piano regolatore redatto nel 1889 che, agli occhi di oggi, verrebbe considerato perlomeno sciagurato. I sostenitori dello smantellamento ritenevano infatti quelle mura un limite per lo sviluppo cittadino, rifacendosi al modello urbanistico che il Barone Haussmann, per conto di Napoleone III, aveva applicato al centro cittadino di Parigi, facendo letteralmente piazza pulita dell'antica città medievale.

Tuttavia, le principali motivazioni a spingere verso questa soluzione erano soprattutto sociali ed economiche: a causa dello stallo nelle costruzioni edilizie, molti muratori erano infatti rimasti disoccupati, cosicché appoggiarono caldamente la proposta di smantellamento della cinta, vedendo in essa la tanto aspettata occasione di lavoro. Il comune, inoltre, poté rendere edificabili gli ampi spazi precedentemente occupati dalle mura, dal fossato e soprattutto dal terrapieno, ricavandone ingenti profitti. Su questi terreni sorgono infatti oggi numerose ville e villini, costruiti proprio agli inizi del '900.

Questo piano di abbattimento includeva anche le dodici porte ma, grazie anche all'intervento di Alfonso Rubbiani e di Giosuè Carducci, che si posero a difesa dell'interesse storico e artistico della cerchia, furono salvate quasi tutte ad eccezione di Porta San Mamolo e Porta Sant'Isaia. Per quanto anticamente considerata, come dice il nome, la più importante tra le porte bolognesi, fu avviato lo smantellamento anche di Porta Maggiore, ma la sua demolizione fu subito sospesa in seguito alla scoperta, al di sotto della costruzione settecentesca, della porta duecentesca visibile oggi.

[modifica] Il Progetto di restauro

Nel 2007 fu iniziato un progetto di restauro delle porte superstiti che con il contributo di un istituto di credito bolognese ha coinvolte personalità del mondo della cultura e dello spettacolo della città [1]. In questa maniera si sono succeduti sulle Porte i personaggi del mondo della musica (con le loro immagini e frasi dedicate alla città) e quelle dei ragazzi delle scuole bolognesi [2].

[modifica] Il restauro delle Porte monumentali di Bologna

[modifica] Introduzione

I lavori di restauro delle Porte Monumentali iniziati nel 2007 e terminati nel 2009 sono stati il primo intervento di restauro scientifico eseguito su questi monumenti medievali.

L’intervento ha avuto inizio con una complessa campagna di analisi degli edifici. Grazie ai ponteggi, infatti, è stato possibile per la prima volta nella storia studiare direttamente le murature delle porte, insieme ad analisi di laboratorio e allo studio della documentazione storica. Tutto ciò ha permesso di identificare e analizzare le fasi di costruzione che hanno interessato le Porte nei secoli, documentandone tecniche costruttive e materiali impiegati e registrandone lo stato di conservazione, per poter scegliere le metodologie e gli strumenti di restauro.

Anche se attualmente le Porte sono corpi di fabbrica isolati lungo i viali cittadini, lo spirito con cui ci si è intervenuti su questi monumenti è stato quello di considerarli parti di un unico complesso architettonico, come fu nelle intenzioni iniziali della loro costruzione e come è emerso dai risultati delle analisi che hanno evidenziato analogie nelle fasi costruttive, nelle tecniche e nei materiali impiegati nei vari interventi.

[modifica] Risultati delle analisi

Sono stati individuati sei periodi di edificazione e ricostruzione di cui si possono ancora leggere le tracce sulle murature delle Porte. La fase di edificazione, risalente al XIII secolo, è stata individuata in tutte le porte (ad eccezione ovviamente dei casseri di S. Stefano ricostruiti nel XIX secolo). Dalle murature risulta una sostanziale analogia costruttiva di tutti i casseri, a testimonianza del fatto che il committente di allora aveva concepito questi edifici come un unico monumento, e ne aveva presumibilmente affidato la costruzione a maestranze unitarie.

La prima modifica significativa avviene nel corso del XIV secolo, quando le Porte accentuano il loro carattere difensivo con l’edificazione degli avancorpi di protezione dei ponti levatoi, tuttora conservati a Porta S. Donato e Mascarella, e in tracce a Porta S. Vitale. L’analisi stratigrafica ha portato ad identificare, tra il XV e il XVI secolo, una serie di interventi architettonici finalizzati a cambiare il carattere difensivo delle porte in quello di rappresentanza. Si tratta di lavori che hanno interessato le parti superiori di tutte le Porte. Sono state ritrovate tracce di intonaci di questi periodi che presentavano un colore giallo nei torrioni e rosato nei corpi. Dobbiamo quindi immaginarci le Porte nel Cinquecento tinteggiate di giallo nelle parti in aggetto (come se si trattasse di arenaria) e di rosa scuro nelle murature di fondo (simile al cotto).

Gli interventi più significativi nei secoli successivi (nel XVIII e XIX secolo) sono le risistemazioni delle Porte S. Felice e Castiglione, e la realizzazione ex novo delle Porte Santo Stefano in arenaria nell’ottocento.

Nel secolo scorso, i lavori furono connessi alla demolizione delle mura e di tutti i corpi di fabbrica che nel tempo erano stati edificati in appoggio alle Porte: si tratta di porzioni realizzate sia con materiale di recupero che con mattoni nuovi, ad imitazione di quelli più antichi.

[modifica] Interventi di restauro

Il restauro ha coinvolto un totale di 35 operatori restauratori, tecnici specializzati negli interventi sull’edilizia storica, è stato condotto su tutte le porte in contemporanea. L’intervento è stato distinto in quattro macro-fasi: i consolidamenti (eseguiti sia in fase preliminare che durante l’intervento), la pulitura, le reintegrazioni (comprendenti ricostruzioni, stuccature e velature) e i protettivi.

Le zone più degradate, per ragioni legate al materiale costitutivo ma soprattutto alla mancanza pressoché totale di interventi di conservazione specifici, erano le parti in arenaria. In molti casi è risultato necessario, al fine di preservare il materiale originale, eseguire una messa in sicurezza con interventi di preconsolidamento.

I metodi adottati per i consolidamenti sono stati differenziati sulla base delle patologie del materiale oggetto di intervento: dalla consueta imbibizione con silicato di etile all'iniezione localizzata di resine acriliche o bicomponenti. Va sottolineato che a porta Santo Stefano è stato sperimentato con successo l’uso di una macchina sotto vuoto.

Il sistema, in genere impiegato per opere mobili, si basa sulla tecnica d'intrusione del materiale consolidante effettuata sfruttando una forte depressione provocata da una pompa per vuoto che permette la penetrazione del prodotto in modo uniforme, e quindi un consolidamento più efficace. L'applicazione di questo metodo, in un contesto inusuale come il consolidamento di elementi lapidei in esterno, rappresenta un valido esempio anche per interventi futuri.

Anche la pulitura è stata differenziata in relazione ai depositi, ai materiali e al loro stato di conservazione: accanto all’azione di impacchi (con miscele di prodotti basico-solventi) sono state impiegate altre metodologie come la microsabbiatura unita ad un sistema con acqua a pressione controllata che permette di calibrare l’azione meccanica delle polveri; inoltre, i lavaggi con acqua atomizzata e l’utilizzo di strumentazioni meccaniche come vibroscalpelli e ablatori ad ultrasuoni per l'abbassamento dei depositi di notevole spessore o la rimozione di vecchi interventi.

Durante le fasi di pulitura di Porta Santo Stefano sono emerse le tracce di alcune scritte della seconda guerra mondiale di cui si conservava la memoria ma che erano state nascoste da scritte vandaliche e interventi di tinteggiatura eseguiti per coprire i graffiti. Si tratta di frammenti di indicazioni stradali, alcune delle quali in lingua tedesca, per le città di Firenze (“nach Florenz”), Pistoia, Ferrara, Ravenna e Forlì, dipinte a pennello, direttamente sulle cortine murarie del monumento, ora visibili grazie ai restauri.

Le reintegrazioni delle murature hanno riguardato prevalentemente le malte di allettamento e sono state realizzate con lo scopo di effettuare un intervento conservativo e coerente con i paramenti originali: sono quindi state utilizzate malte realizzate direttamente dalle imprese di restauro, composte in loco utilizzando sabbie fluviali e calce e integrando cocciopesto o polvere di marmo dove necessario. Per salvaguardare i restauri, sono stati stesi su tutte le superfici dei protettivi che hanno la funzione di idrorepellenti, per permettere la traspirazione delle murature.

Per garantire la durata nel tempo dei lavori di restauro e la salvaguardia di questi monumenti sarà importante prevedere un protocollo con monitoraggi e interventi di manutenzione programmata.

[modifica] Note

[modifica] Bibliografia

  • Giancarlo Roversi, Le mura perdute. Storia e immagini dell'ultima cerchia fortificata di Bologna, Bologna, Grafis Edizioni, 1985.

[modifica] Voci correlate

[modifica] Collegamenti esterni

Strumenti personali