Canali di Bologna

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Il Canale delle Moline, dove confluiscono le acque del Canale di Savena e del torrente Aposa, nel centro di Bologna.
Canali e corsi d'acqua bolognesi
La Valle Padusa ed i canali di Bologna nel 1778. Si nota l'antico corso del torrente Savena, parallelo all'Idice.

Il sistema dei canali di Bologna è stato creato allo scopo di collegare la città con il fiume Po e per fornire acqua ed energia meccanica agli opifici della città. La rete idrica bolognese fu sviluppata gradualmente tra il XII ed il XVI secolo, a partire dalle due opere fondamentali, ovvero le chiuse di San Ruffillo e di Casalecchio, rispettivamente sul torrente Savena e sul fiume Reno, inizialmente resesi necessarie per aumentare il numero dei mulini da grano e per alimentare il fossato della seconda cerchia di mura della città (Cerchia dei Mille)[1].

Bologna sorge ai piedi di colline, e presenta un dislivello, entro l'antica cerchia muraria, da sud a nord verso la pianura, di circa 39 metri (76 m s.l.m. a Porta D'Azeglio e 37 m s.l.m. al Porto Navile[2]): tale pendenza favorisce un rapido passaggio delle acque, adatto anche ad azionare le pale di mulini, che nel Medioevo sorgevano numerosi lungo i canali.

I canali principali, ancora oggi esistenti, seppure quasi completamente interrati nel loro percorso cittadino, sono:

canale Navile creato per la navigazione tra Bologna (con il suo Porto Navile) ed il fiume Po
canale di Reno il cui scopo principale era l'approvvigionamento di acqua per gli altri canali
canale di Savena approvvigionamento di acqua per i canali
canale Cavaticcio forza motrice per mulini ad acqua
canale delle Moline forza motrice per mulini ad acqua

Oltre a questi canali è presente in città un torrente naturale, anch'esso quasi completamente interrato e collegato agli altri canali: l'Aposa. I principali contributori di questo sistema idrico sono il torrente Savena ed il Reno (rispettivamente a est e a ovest della città), mentre per la parte cittadina vi sono anche numerosi rii fra cui Meloncello, Ravone, Vallescura e Grifone i cui tracciati - che scendono verso la città dalla parte collinare del territorio comunale - si sono nel tempo mescolati a quello del citato Aposa e degli altri canali[3]. Inoltre tramite una condotta interrata di oltre 18 km i Romani avevano creato un acquedotto ancora oggi parzialmente utilizzato che prelevava l'acqua da un pozzo nel fiume Setta e lo conduceva in una cisterna nella valle del Ravone, fuori Porta San Mamolo[4].

La copertura dei canali avvenne progressivamente a partire dagli anni cinquanta sotto l'amministrazione Dozza, nell'ambito del disegno di ricostruzione, bonifica e riqualificazione urbanistica portata avanti nel Dopoguerra e che interessò tutta la città.

Gestione delle acque[modifica | modifica sorgente]

Durante il Medioevo le vie d'acqua erano più efficaci ed economiche rispetto a metodi di spostamento via terra. I canali di Bologna rispondevano a tre principali necessità:

  • Fornire energia per azionare i mulini ad acqua (nel 1300 esistevano già svariate decine di mulini, che divennero centinaia nel XVII secolo[5])
  • Servire da mezzo di collegamento e trasporto per il commercio (attraverso il collegamento con il Po, la Valle Padusa e l'Adriatico)
  • Raccogliere, canalizzare e regolare le acque dei rii e dei torrenti appenninici, la cui portata era dipendente dalle stagionalità, fatto che nuoceva all'economia cittadina.

Anche grazie a queste opere Bologna poté espandersi (raggiungendo circa i 50-60.000 abitanti) e competere verso la fine del XIII secolo con le maggiori città europee; al pari con Milano, Bologna era allora il maggior centro industriale tessile d'Italia.

La sete d'acqua di Bologna era tale che si aumentò la portata del Reno (e quindi dei canali) con un'opera ambiziosa: il Comune di Bologna sbarrò, all'inizio del XIV secolo, il torrente Dardagna per dirottarlo, mediante un canale artificiale (il "naviglio del Belvedere"), nel suo affluente Silla (da cui il nome della località Poggiolforato, "monte forato"[6]). Questa opera, anche se non se ne conosce più con precisione il funzionamento, permetteva anche di trasportare il legname dalle foreste di Lizzano in Belvedere e Madonna dell'Acero fino alla chiusa di Casalecchio. La perdita di portata del Dardagna (affluente del Panaro) suscitò le ire dei modenesi e diede adito a lunghi contenziosi.

Economia[modifica | modifica sorgente]

Il Canale di Reno visto da via della Barca
Il Canale Navile nei pressi del Parco di Villa Angeletti
Disegno della chiusa del Battiferro, Biblioteca comunale, XVI secolo
Chiusa di San Ruffillo, inizio del Canale di Savena

Grazie ad una gestione delle acque esemplare e innovativa Bologna poté sviluppare una fiorente industria, il cui punto di forza erano i mulini ad acqua. Verso il 1272 fu introdotta da Lucca a Bologna la lavorazione della seta e ben presto fiorì in città una particolare industria della filatura, che con migliorie tecniche permetteva di produrre seta di ottima qualità a costi minori. Il "mulino alla bolognese" (che migliorava le macchine utilizzate a Lucca mediante una ruota idraulica ed un incannatoio meccanico) permetteva di ottenere filati più uniformi e resistenti rispetto a quelli prodotti a mano o con altri mezzi meccanici. La tecnologia di questi mulini fu custodita molto segretamente per timore della concorrenza: per questo motivo vi sono pochissimi disegni che descrivono con precisione il loro funzionamento. Solamente alcuni disegni di Heinrich Schickhardt (1599) e Antonio Zonca (1607) riproducono il mulino alla bolognese, anche se in maniera incompleta.

Secondo numerosi storici della rivoluzione industriale il mulino da seta alla bolognese rappresenta un importante modello di sistema protoindustriale che permise a Bologna di commercializzare filati in tutta Europa attraverso il Canale Navile[1].

La flotta bolognese raggiunse dimensioni ragguardevoli, al punto da sconfiggere quella della Serenissima: nel 1271 fu combattuta una battaglia navale alla Polesella, nelle acque del Po di Primaro, in cui i bolognesi (al comando del generale genovese Lanfranco Malucelli) sconfissero i veneziani (guidati dal nipote del Doge, Iacopo Contarini), ottenendo dazi favorevoli al commercio bolognese[7].

La seta fu a lungo il maggiore settore economico bolognese: nel XVI secolo il 40% della popolazione viveva grazie alla seta, e le corporazioni delle arti e mestieri si dividevano in due settori, l'Opera bianca (che impiegava solo sete locali), e l'Opera tinta (che produceva organzino e drappi). Nel XVII secolo (iniziata la decadenza del settore) erano ancora in funzione entro le mura della città 119 mulini da seta mossi da 353 ruote[1].

I canali[modifica | modifica sorgente]

Canale di Reno[modifica | modifica sorgente]

Creato nel XII secolo deve il nome al fiume Reno da cui riceve acqua grazie alla chiusa di Casalecchio. Dopo 6 chilometri il canale entra in città (presso un'opera denominata Opificio della Grada) e si separa in due rami: il Canale del Cavaticcio ed il Canale delle Moline, che si ricongiungono al Porto Navile dove inizia il Canale Navile. Nel 1998 sono stati riaperti gli affacci dai ponti sul tratto non interrato del canale all’interno degli isolati fra i retri delle due cortine di case parallele a via Augusto Righi e via Bertiera, da via Malcontenti a via Oberdan. Nel 2004 è stato riaperto un breve tratto di canale a ridosso delle mura, in adiacenza alla chiesa della Grada.

Canali Cavaticcio e delle Moline[modifica | modifica sorgente]

Il Cavaticcio si origina dal canale di Reno, sfruttando l'alveo dell'antico rio Vallescura: in passato alimentava una serie di mulini ed il Porto Navile. Durante la seconda guerra mondiale fu utilizzato come rifugio e nel settembre del 1943 fu colpito e danneggiato dai bombardamenti. Dal 1995 è attiva una piccola centrale idroelettrica che sfrutta il dislivello naturale di 15 metri[8].

Il Canale delle Moline, secondo ramo del canale di Reno, con ben 9 salti di quota, alimentava 15 mulini, e si ricongiunge al Navile, mescolando le sue acque con quelle del Savena e dell'Aposa.

Canale e Porto Navile[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Canale Navile.

Il Navile fu costruito tra la fine del 1100 e l'inizio del Duecento e fu utilizzato come via principale per il traffico commerciale tra Bologna, Ferrara e Venezia. Si origina dalle acque del Canale di Reno, di cui di fatto è la continuazione a nord della città. Attraversa la pianura per immettersi nel Po di Primaro e da qui al mare. Nel suo tragitto sono presenti numerose chiuse che ne regolano il livello. Il canale era associato ad un importante Porto Navile (lungo 76 metri e largo 11[9]): entrambi furono utilizzati per la navigazione fino agli anni cinquanta. Del sistema portuale bolognese e dell'uso navigabile resta una serie di chiuse (dette "sostegni"), delle quali quella detta del Battiferro (immediatamente a valle di Bologna), è attribuita da alcuni a Leonardo da Vinci.

Canale di Savena[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Canale di Savena.

Il canale (del XII secolo) si origina dalla chiusa di San Ruffillo, che intercetta le acque del torrente Savena. Come il Canale di Reno serviva a fornire acqua agli altri canali, permetteva il funzionamento di mulini per il grano e forniva acqua per il fossato delle mura di Bologna. Dopo avere costeggiato da San Ruffillo via Murri (raccogliendo piccoli rii collinari), attraversa i giardini Margherita (alimentandone il laghetto) e continua sotto porta Castiglione per poi riversarsi nell'Aposa (tra via del Cestello e via San Domenico). Da porta Castiglione si diramano alcuni canaletti di cui il principale è il condotto Fiaccacollo che segue la Cerchia dei Mille, di cui in passato alimentava il fossato[10].

Il torrente Aposa[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Aposa.

A parte qualche rio che scende verso la città dalle colline, l'Aposa, noto fin dall'età del ferro, è l'unico corso d'acqua naturale che attraversa la città e intorno al quale si sono costituiti i primi nuclei abitativi di Felsina. Entra in città fra Porta Castiglione e Porta San Mamolo (nel visibile serraglio dell'Aposa) e segue interrato in linea retta fino a via del Pallone dove tributa nel canale delle Moline, il quale poi confluisce nel canale Navile.

L'acquedotto romano[modifica | modifica sorgente]

Anche se gli acquedotti costruiti mediante condotti aerei sono più conosciuti, spesso i Romani realizzavano acquedotti sotterranei. Questo acquedotto, completamente in galleria (in parte nella roccia ed in parte in terreni rinforzati), risale al I secolo a.C. probabilmente grazie all'imperatore Augusto, anche se a lungo si credette che l'opera fosse stata realizzata in precedenza grazie a Caio Mario (e veniva persino chiamata "Acquedotto Mario")[4].

L'acquedotto, che ha una lunghezza di oltre 18 chilomenti con un dislivello di soli 18 metri, attinge dal fiume Setta in quanto i romani compresero che queste acque erano qualitativamente migliori di quelle, seppur più vicine, del fiume Reno. L'acquedotto prelevava l'acqua presso Sasso Marconi e, passando da Casalecchio di Reno sotto la zona del Colle della Guardia, la convogliava in galleria fino a raggiungere l'Aposa, (sotto Palazzo Pizzardi nella odierna via d'Azeglio angolo via Farini[11]) dove una vasca di decantazione (castellum) schiariva l'acqua prima di distribuirla alla città e alle terme mediante il sistema tipicamente romano delle fistulae aquariae (tubi di piombo o terracotta). Oggi il tunnel finisce presso la caserma dei Vigili del Fuoco in viale Aldini. La portata ai tempi dei romani era di circa 35.000 metri cubi al giorno, abbastanza per soddisfare le necessità di una città di 25-30.000 abitanti[4].

L'acquedotto rimase attivo fino al Medioevo, quando, a seguito delle invasioni barbariche e dell'incuria, rimase quasi dimenticato e interrato. Notizie dell'acquedotto furono date nel XVI secolo dal frate Leandro Alberti (Historie di Bologna) ed in seguito da Cherubino Ghirardacci (in Historia di Bologna). Più precise furono le indicazioni di Serafino Calindri nel suo Dizionario corografico, georgico, orittologico, storico relativo alla montagna e collina del territorio bolognese.

Ma fu solo dopo l'unità d'Italia che Bologna senti la necessità di aumentare gli approvvigionamenti idrici. Grazie all'ingegnere e archeologo Antonio Zannoni ed al conte Giovanni Gozzadini (lo scopritore della civiltà villanoviana) si poté finalmente individuare e ripristinare l'antico acquedotto, che fu rimesso in funzione nel 1881: il 2 giugno di quell'anno l'acqua del Setta poté zampillare da una fontana, costruita per l'occasione in Piazza Maggiore. Ancora oggi l'acquedotto è pienamente in funzione e contribuisce (anche se solo parzialmente) ai bisogni della città.

Note[modifica | modifica sorgente]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • (IT) Tiziano Costa, Il grande libro dei canali di Bologna, Bologna, Studio Costa, 2008, ISBN 88-89646-35-7.
  • (IT) P. Bottino, R. Scatasta, Acque monumentali. La chiusa di Casalecchio di Reno e il sistema delle acque a Bologna, Bologna, Compositori, 2006, ISBN 88-7794-533-8.
  • (IT) Angelo Zanotti, Il sistema delle acque a Bologna dal XIII al XIX secolo, Bologna, Compositori, 2000.
  • Francisco Giordano Le finestre sul Canale. Il ripristino degli affacci sulle acque (con testi di Roberto Scannavini, Francisco Giordano, Marco Poli, Angelo Zanotti, Fabio Marchi), Bologna, ed. Costa, 1998;
  • Francisco Giordano, Bologna. Il canale ritrovato, in: ARCHITETTI, Torino, ed. Epiquadro, II, n.1, gennaio 2002
  • Francisco Giordano, Un «Pubblico Lavatojo al Guazzatoio» di «utilità per la popolazione specialmente povera», in: Strenna Storica Bolognese, Bologna, ed. Pàtron, LIV, 2004
  • Francisco Giordano, Le acque di Bologna ritrovate, in: INARCOS, rivista ingegneri e architetti, Bologna, LXII, 682, settembre 2007
  • Il canale Navile: com'è e come potrebbe essere, anzi come sarà ... se l'immagine dell'avvenire è rivolta anche al passato, Bologna, Assessorato alla programmazione casa e assetto urbano Comune di Bologna, stampa 1980
  • Athos Vianelli, Luci e ombre del canale Navile, 2. ed., Bologna, Tamari, 1974
  • Francisco Giordano, Fausto Carpani, Il Ponte Nuovo sul Canale Navile di Bologna (con testi di: D. Ravaioli, F. Marchi, M. Poli, F. Giordano, F. Carpani), Bologna, Costa editore, 2005
  • Francisco Giordano, Angelo Zanotti, La riscoperta dell'acqua "che fa passaggio pel mezo della città", in: Il Carrobbio, Bologna, XXXIV, 2008
  • Giuseppe Coccolini, L' acquedotto romano di Bologna, Li Causi editore, Bologna, 1983.
  • Gabriele Tarabusi, Sulle tracce dell'acquedotto romano di Bologna: moderne tecnologie applicate alla ricerca di un tesoro dimenticato, in: Strenna Storica Bolognese, Bologna, LVI, 2006
  • Francisco Giordano, Le finestre sul Canale. Il ripristino degli affacci sulle acque, Bologna, ed. Costa, 2011

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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