Michael Jordan

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(EN)
« I think it's just God disguised as Michael Jordan. »
(IT)
« Penso sia semplicemente Dio travestito da Michael Jordan. »
(Larry Bird, 20 aprile 1986[1])
Michael Jordan
Michael Jordan.jpg
Michael Jordan nel 2006.
Dati biografici
Nome Michael Jeffrey Jordan
Nazionalità Stati Uniti Stati Uniti
Altezza 198[2] cm
Peso 98[2] kg
Pallacanestro Basketball pictogram.svg
Dati agonistici
Ruolo Guardia
Ritirato 16 aprile 2003
Hall of Fame Naismith Hall of Fame (2009)
Carriera
Giovanili
1979-1981
1981-1984
Laney High School
N. Carol. Tar Heels N. Carol. Tar Heels
Squadre di club
1984-1993 Chicago Bulls Chicago Bulls 667 (21541)
1995-1998 Chicago Bulls Chicago Bulls 263 (7736)
2001-2003 Wash. Wizards Wash. Wizards 142 (3015)
Nazionale
1981-1992 Stati Uniti Stati Uniti 39[3]
Palmarès
NBA 6 vittorie
NCAA 1 vittoria
Per maggiori dettagli vedi qui
Bandiera olimpica  Olimpiadi
Oro Los Angeles 1984
Oro Barcellona 1992
 Campionati Americani
Oro Stati Uniti 1992
Flag of PASO.svg  Giochi Panamericani
Oro Caracas 1983
Il simbolo → indica un trasferimento in prestito.
 

Michael Jeffrey "Air" Jordan, conosciuto anche con le sue iniziali, MJ (pronuncia: ˈmaikl ˈdʒefri ˈdʒɔːd(ə)n; Brooklyn, 17 febbraio 1963), è un ex cestista statunitense.

La sua biografia sul sito della National Basketball Association dichiara: "Per acclamazione, Michael Jordan è il più grande giocatore di pallacanestro di tutti i tempi"[4]. Jordan è stato uno degli atleti più sponsorizzati della sua generazione e il suo ruolo è stato fondamentale nel diffondere la NBA a livello mondiale negli anni ottanta e novanta, grazie anche al suo stile di gioco spettacolare. Jordan è stato sei volte Campione NBA, realizzando coi Chicago Bulls ben 2 Three-peat, termine con il quale si indica la vittoria delle NBA Finals per 3 edizioni annuali di fila (91-92-93 e 96-97-98), impresa riuscita finora solo a lui e a Scottie Pippen, che era in squadra con lui.

Dopo un'ottima carriera alla Università della Carolina del Nord a Chapel Hill, dove guidò i Tar Heels alla vittoria del campionato nazionale NCAA nel 1982, Jordan entrò a far parte della NBA con i Chicago Bulls nel 1984, diventando in breve tempo una delle stelle della lega, mostrando grandi doti realizzative. Le sue spiccate qualità atletiche e le sue azioni spettacolari gli valsero, a partire già dalle primissime stagioni disputate tra i professionisti, i soprannomi di Air Jordan e His Airness. Si guadagnò, inoltre, anche la reputazione come uno dei migliori giocatori difensivi[5].

Nel 1991 vinse il suo primo titolo NBA con i Bulls, seguito da altri due nel 1992 e 1993, ottenendo un cosiddetto Three-peat. Dopo aver abbandonato improvvisamente la pallacanestro prima dell'inizio della stagione 1993-1994 per intraprendere una carriera nel baseball, Jordan tornò ai Bulls nel corso della stagione 1994-1995, guidando la squadra ad altri tre titoli consecutivi nel 1996, 1997 e 1998, facendo segnare anche il tuttora imbattuto record di 72 vittorie nella regular-season NBA nella stagione 1995–1996. Jordan si ritirò quindi una seconda volta dopo aver vinto il suo sesto titolo nel 1998, salvo tornare sul parquet per altre due stagioni nel 2001, questa volta nei Washington Wizards.

Tra i risultati ed i riconoscimenti individuali di Jordan figurano 5 MVP Award, 10 presenze nell'All-NBA First Team, 9 nell'All-Defensive First Team, 14 convocazioni al NBA All-Star Game con 3 All-Star MVP Award, 10 titoli come miglior marcatore e 3 come per il maggior numero di palle rubate, 6 NBA Finals MVP Award ed il NBA Defensive Player of the Year Award nel 1988. Detiene il record NBA per la miglior media punti per partita in carriera con 30,12 per la regular season e 33,4 per i playoff.

Nel 1999 è stato nominato come "più grande atleta nord-americano del XX secolo" dal canale televisivo sportivo ESPN, e fu secondo dietro Babe Ruth nella lista degli atleti del secolo stilata dalla Associated Press. È stato scelto per il Naismith Memorial Basketball Hall of Fame il 6 aprile 2009, dove è stato ufficialmente introdotto l'11 settembre 2009. La fama acquisita lo rende un autentico emblema sportivo paragonabile ad atleti eterni come Pelé, Diego Armando Maradona, Muhammed Ali o Ayrton Senna ed è considerato all'unanimità un campione dentro e fuori dal campo, sia per le imprese individuali e di squadra sia per il successo planetario conseguito. Jordan è anche celebre per i prodotti che portano il suo marchio. Le scarpe da pallacanestro della Nike Air Jordan, introdotte a partire dal 1985, ottennero subito un grande successo e sono tuttora molto popolari anche dopo il suo ritiro[6]. Jordan ha anche recitato nel film del 1996 Space Jam.

Si è cimentato anche nel baseball professionistico, disciplina sportiva nella quale ha ottenuto risultati molto minori rispetto alla carriera nella pallacanestro. Dopo esserne stato il co-proprietario e Managing Member of Basketball Operations, Jordan nel 2010 acquista i diritti dei Charlotte Bobcats, diventandone così l'unico proprietario.

Caratteristiche tecniche[modifica | modifica sorgente]

Jordan giocava come guardia tiratrice, con un'altezza dichiarata di 198 cm e con un peso forma di 98 kg.

Dotato di una grandissima tecnica offensiva, che spaziava dalle finte in posizione di tripla minaccia all'ampio bagaglio di crossover ed alla grande abilità nel gioco spalle al canestro, Jordan possedeva un rapidissimo primo passo e agilità in penetrazione. La grande potenza fisica, unita al notevole stacco verticale, lo rendeva particolarmente efficace nelle conclusioni ravvicinate. Michael Jordan era inoltre un grande schiacciatore, come dimostrano le 2 vittorie all'NBA Slam Dunk Contest, nonché eccellente nelle conclusioni dalla media distanza, spesso eseguite letteralmente "allontanandosi" dal canestro, in modo tale da sfuggire alle braccia protese dei difensori. Pur non essendo uno specialista nel concludere da dietro l'arco dei 3 punti, Jordan si è progressivamente migliorato anche in questa fase del gioco lungo l'arco della carriera, raggiungendo livelli più che buoni. A corredo delle sue doti da realizzatore, vanno citate la notevole comprensione tattica del gioco e le capacità di passatore, assieme all'efficacia nel tiro libero. Buon rimbalzista, soprattutto difensivo, nonostante il ruolo.

Michael Jordan è inoltre stato considerato uno dei migliori difensori della NBA e assieme a Scottie Pippen ha formato una delle coppie difensive più forti di sempre. L'istinto, i riflessi veloci e la grande mobilità di piedi gli consentivano di marcare con successo anche avversari più bassi e rapidi e di essere un difensore pericoloso anche lontano dalla palla, come confermano le medie statistiche in carriera sui recuperi difensivi. Nei primi anni da professionista, Jordan si è distinto anche come uno stoppatore sopra la media, soprattutto se comparato ai suoi pari ruolo.

Profilo da giocatore[modifica | modifica sorgente]

È uno dei giocatori più prolifici di tutti i tempi. Vinse per ben 10 volte il titolo di NBA Scoring Champion dell'anno, arrivando a segnare nella stagione 1986-1987 fino a 37.1 punti a partita. Per 3 volte ha vinto la classifica dei recuperi difensivi e per 2 stagioni consecutive fu il giocatore con il maggior numero di minuti giocati. Ha vinto molti altri premi individuali: ha vinto 5 volte il NBA Most Valuable Player Award (secondo giocatore di tutti i tempi, dietro solo a Kareem Abdul-Jabbar ed a pari merito con Bill Russell), il NBA Rookie of the Year Award nel 1984-1985, e per 3 volte il NBA All-Star Game Most Valuable Player Award. Michael Jordan è l'unico atleta nella storia dell'NBA,insieme ad Hakeem Olajuwon, ad aver conquistato nella stessa annata sia il premio di MVP che di difensore dell'anno, nel 1988.

Con i Chicago Bulls ha vinto 6 volte le NBA Finals ed è stato per 6 volte premiato come MVP delle NBA Finals. La franchigia di Chicago fu, durante l'era jordaniana, una delle squadre più forti e vincenti di sempre, nella quale, nel corso degli anni, militarono giocatori importanti come Scottie Pippen, Horace Grant, Dennis Rodman, Toni Kukoč e Steve Kerr. I Bulls di Michael Jordan furono la prima squadra pro allenata da Phil Jackson, in seguito sulla panchina dei Los Angeles Lakers e vincitore di 11 titoli NBA.

Oltre che per le doti tecniche e fisiche mostrate sul campo, Jordan si è distinto per la sua mentalità vincente e competitiva, la regolare costanza di rendimento di stagione in stagione e la naturale leadership esercitata sui suoi compagni. Una delle peculiarità più apprezzate è sempre stata la sua abilità nel giocare sotto pressione ed effettuare le giocate decisive delle partite (sono diventate famose anche al di fuori del contesto sportivo alcune azioni che lo hanno visto protagonista, tra cui il tiro col quale decise le NBA Finals del 1998 nonché, grazie anche ad uno spot televisivo che riutilizzò le immagini, i due punti coi quali sconfisse nei playoff del 1989 i Cleveland Cavaliers.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Le origini e la famiglia[modifica | modifica sorgente]

Michael Jeffrey Jordan nasce il 17 febbraio 1963 nel quartiere di Brooklyn, a New York, dove i genitori Deloris, impiegata di banca, e James R. Jordan Sr., meccanico in una centrale elettrica, si erano appena trasferiti. Poco dopo la nascita di Michael, la famiglia si trasferisce nuovamente, questa volta a Wilmington, nella Carolina del Nord[7]

I primi studi e l'esclusione dalla squadra del liceo[modifica | modifica sorgente]

Il giovane Michael frequenta la Emsley A. Laney High School, ma è un ragazzo molto timido; segue addirittura un corso di economia domestica, per paura di non riuscire a trovare una donna da sposare una volta cresciuto. Di conseguenza, impegna tutte le sue energie nello sport per cercare di emergere, praticando numerose attività: pallacanestro, baseball, football americano, golf, nuoto e altri, insieme ai fratelli.

Il giovane Jordan non eccelle nello studio, che non lo interessa più di tanto, ma comincia a farsi notare nelle attività sportive, brillando soprattutto nel football americano giocando da quarterback e nel baseball come lanciatore. Anche nel basket il ragazzo se la cava e prova, durante il suo secondo anno di liceo, ad entrare nella squadra della scuola, venendo però escluso dopo le selezioni. Invece di perdersi d'animo, Michael si allena per un anno intero per conto proprio e giocando per la Junior Varsity del liceo (una sorta di "primavera", la prima squadra è detta Varsity), della quale diventa la stella. Nello stesso anno, nel quale il ragazzo cresce di statura fino ad arrivare al metro e 80[4], arriva anche la prima schiacciata durante una partitella tra amici.

L'annata successiva, cresciuto sia fisicamente che come giocatore, supera le selezioni e diventa in breve il miglior giocatore della squadra, viaggiando per tutto il campionato ad una media di 20 punti a gara e portando la Laney high school al titolo nazionale.

Il quarto e ultimo anno di scuola vede la Laney trionfare di nuovo ed il giovane cestista ancora una volta è tra i migliori giovani talenti dello Stato, tanto da guadagnarsi la convocazione all'All Star Game delle High School.[8]. In Estate Jordan viene reclutato dalla prestigiosa University of North Carolina di coach Dean Smith.

Gli anni a UNC[modifica | modifica sorgente]

Il numero 23 di Jordan appeso al soffitto del Dean Smith Center.
Michael Jordan con James Worthy e Dean Smith, rispettivamente compagno di squadra ed allenatore al college nel 2007.

Nel primo anno di università, Jordan si conferma giocatore spettacolare ed eccitante, ma ancora non del tutto maturo e non ancora un leader di una squadra che dispone di giocatori quotati, come ad esempio il futuro Los Angeles Lakers James Worthy. Il suo anno da freshman (studente al primo anno di college) termina, tuttavia, in grande stile: nella finale per il titolo NCAA del 1982, Michael mette a segno il tiro decisivo allo scadere, regalando così alla sua squadra il titolo[4].

Durante le sue 3 stagioni al college con North Carolina mantiene una media di 17,7 punti a partita, tirando con una percentuale dal campo del 54,0%, aggiungendo 5,0 rimbalzi[9]. Non riuscendo tuttavia a rivincere il torneo NCAA. Dopo aver vinto il premio Naismith College Player of the Year, il John R. Wooden Award e l'Adolph Rupp Trophy nel 1984 decide di lasciare con un anno di anticipo il college per dichiararsi eleggibile al Draft NBA 1984. Jordan tornò comunque all'università per conseguire la laurea nel 1986[10].

Olimpiadi 1984: il primo oro[modifica | modifica sorgente]

L'estate del 1984 è quella della XXIII Olimpiade a Los Angeles e Michael Jordan viene convocato da coach Bobby Knight nella nazionale statunitense, formazione composta da soli giocatori universitari. A Los Angeles arriva un oro molto agevole per gli americani, aiutati anche dal boicottaggio sovietico che toglie loro l'avversario più temibile.

L'arrivo nella NBA[modifica | modifica sorgente]

Jordan viene scelto dai Chicago Bulls come terza scelta assoluta nel primo giro del draft NBA del 1984, dietro Hakeem Olajuwon e Sam Bowie.

Il fatto che Jordan non sia stato la prima scelta assoluta, col senno di poi, può apparire un incredibile errore da parte degli scout NBA. Tuttavia, questa situazione non deve stupire: altri fuoriclasse, come Larry Bird o Kobe Bryant hanno avuto una sorte simile e il draft del 1984 è generalmente considerato il più ricco di tutta la storia dell'NBA, comprendendo un numero impressionante di future stelle, fra i quali è doveroso ricordare Charles Barkley (5ª scelta assoluta) e John Stockton (16ª scelta), oltre ai già citati. Tradizionalmente le squadre NBA privilegiano la scelta di centri rispetto a guardie o ali, seguendo alla lettera la frase del mitico allenatore di UCLA, John Wooden che diceva "Nel basket si può insegnare tutto meno che l'altezza".

In tal senso, la prima scelta assoluta nel draft di Hakeem Olajuwon, un centro dal talento cristallino, e probabilmente più affermato di Jordan a livello universitario, fu considerata una decisione assolutamente logica e condivisa dall'intera critica. Inoltre, Olajuwon si rivelò un centro dominante e guidò i suoi Rockets a due titoli consecutivi.

Meno condivisa la scelta dei Portland Trail Blazers di chiamare Sam Bowie come numero 2. Tuttavia, è necessario chiarire che Sam Bowie era considerato un centro di enorme talento con un curriculum NCAA di altissimo profilo, e che molti critici ritengono che le sue alterne fortune in campo professionistico siano soprattutto da imputare all'incredibile serie di infortuni che lo perseguitarono, fra cui quattro consecutivi nei primi due anni di professionismo. Non è poi da escludere che il fatto di essere quotidianamente comparato a talenti del calibro di Jordan, Olajuwon o Barkley e di sentirsi costantemente rinfacciare i grandi traguardi conseguiti da questi campioni, tanto da vedersi rapidamente appiccicare addosso il crudele nomignolo di bust ("fallimento", "bidone"), abbia avuto un impatto fortemente negativo sul rendimento di un giocatore che, comunque, ha giocato nell'NBA per undici anni con statistiche di buon livello.

Inoltre, per giustificare almeno in parte la scelta di Portland, è doveroso ricordare come al draft dell'anno precedente questa franchigia avesse scelto Clyde Drexler, praticamente pariruolo di Jordan e a sua volta considerato uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi, tanto da essere incluso nel Naismith Memorial Basketball Hall of Fame.

Infine va considerato che molti critici nutrissero dei dubbi sul fatto che lo stile di gioco di Michael Jordan, basato sulla velocità e l'esplosività fisica, potesse avere un impatto vincente anche a livello NBA, dove avrebbe incontrato giocatori atleticamente e tecnicamente molto più dotati che non nel torneo NCAA.

I primi anni[modifica | modifica sorgente]

Jordan salta per una schiacciata.
Una replica in nero e blu delle Air Jordan I, il primo paio di scarpe Nike sponsorizzato da MJ.

Al momento del suo arrivo, la squadra dei Bulls è una delle peggiori della NBA, avendo disputato diverse stagioni letteralmente disastrose, e fra quelle con meno spettatori, tanto da aver valutato l'opportunità di spostarsi da Chicago per cercare maggiore pubblico. Sarà proprio intorno a Michael Jordan che si formerà, a poco a poco, una nuova squadra, che arriverà poi a essere la dinastia che ha dominato la lega statunitense negli anni novanta.

La sua non eccezionale altezza (1,98 m, o 6'6") risultava largamente compensata da una velocità d'esecuzione e una potenza atletica fuori dal comune, che lo rendevano una minaccia versatile sul parquet di gioco, capace di giocare sia come playmaker che come ala piccola, oltre alla sua posizione tipica di guardia tiratrice.

Il suo esordio in campionato avviene contro i Washington Bullets (guarda caso proprio la squadra che, con il nome di Washington Wizards, è stata l'ultima squadra di Michael Jordan). In quella partita mette a segno ben 16 punti e porta Chicago alla prima di tante vittorie che si susseguiranno negli anni a venire. Il talento e gli sforzi di Jordan vengono premiati con la convocazione per la partita delle stelle nel mese di febbraio, l'NBA All-Star Game, e dopo pochi mesi viene premiato come matricola dell'anno.[4]

La seconda stagione con i Bulls, però, non la inizia nemmeno: il 25 ottobre 1985 si infortuna alla caviglia durante una partita di preseason contro i Golden State Warriors. Per Jordan sono cinque mesi di stop.

Il 14 marzo 1986 rientra sul parquet con 18 partite di regular season ancora da disputare. Questa scelta ha luogo dopo una certa disputa fra Jordan e la dirigenza dei Bulls che preferirebbe perdere qualche partita in più in modo da ottenere maggiori chance di avere un'altra scelta alta al draft dell'anno a seguire. D'altra parte, dopo tutte le aspettative accese nel pubblico l'anno precedente, Jordan smania dal desiderio di dimostrare le sue capacità ancora una volta e con un finale di stagione regolare trascina i Bulls ai play-off.

Nella post-season ottiene un risultato incredibile, un record tuttora imbattuto che da solo vale la stagione: segna 63 punti contro i Boston Celtics di Larry Bird, che esclamerà a fine partita: "Penso sia Dio travestito da Michael Jordan"; resterà la miglior prestazione di sempre quanto a punti segnati in una gara di play-off[1].

L'estate del 1986 è l'inizio del nuovo corso dei Chicago Bulls, e la nuova squadra inizia a prendere forma attorno a Jordan, sempre più leader.

Il terzo campionato NBA è quello della conferma per Jordan, che per la prima volta vince la classifica marcatori, con 37,1 punti di media a partita[11]. Il ruolino di marcia di Jordan è assolutamente incredibile: nelle 82 partite della stagione regolare, 77 volte Jordan è il miglior realizzatore della sua squadra, per due volte segna 61 punti, per otto volte supera i 50, per addirittura trentasette volte ne mette 40 o più. Supera la soglia dei tremila punti in una sola stagione (3041), segnando il 35% dei punti totali della squadra.

Tutto questo, però, non deve distogliere l'attenzione dalla grandissima applicazione in difesa, spesso trascurata. È il primo giocatore della storia a concludere un campionato con almeno 200 palle recuperate e 100 stoppate. Queste saranno le cifre che faranno ottenere a Jordan il titolo di NBA Defensive Player of the Year Award, per il 1988.

Nel 1987-1988, durante una partita disputata contro gli Utah Jazz a Salt Lake City, Jordan schiaccia in testa a John Stockton (alto "solo" 185 cm). Un tifoso nel parterre si alza in piedi e urla sdegnato a Jordan di provare a schiacciare in testa ad un avversario della sua stessa altezza. Nell'azione successiva, Jordan schiaccia in testa al mastodontico Mel Turpin (211 cm, 13 più di Jordan) e si rivolge al tifoso con un'occhiata divertita per sapere se era grosso abbastanza.[12]

Durante le edizioni del 1987 e del 1988 dell'NBA All-Star Game vince lo Slam Dunk Contest, la gara delle schiacciate, e viene consacrato con il soprannome Air per la sua grandiosa capacità di volare a canestro e restare in aria, suggellata da una storica schiacciata staccando dalla linea del tiro libero.

Negli Stati Uniti diviene un idolo e il suo nome e la sua immagine diventano popolarissimi. In poco tempo, diviene una sorta di "Re Mida" della pallacanestro, siglando contratti favolosi con marche di ogni tipo, tra le quali la Nike, che gli dedica prima una serie di scarpe e poi addirittura una linea completa di vestiario. Apre un ristorante a Chicago, dove si riserva una sala isolata per poter mangiare senza essere assediato dai fan. Anche il valore complessivo dei Bulls cresce in maniera inimmaginabile: passa da 16 a 120 milioni di dollari.

Tuttavia, non tutti gli appassionati e addetti ai lavori sono ancora pienamente convinti del suo assoluto valore: per molti è uno dei tanti atleti dotati di talento che però non saranno mai vincenti perché troppo solisti. In quegli anni quindi, non c'è ancora unanimità sul fatto che Michael sia il miglior giocatore del momento, e molti ancora gli preferiscono Magic Johnson che riesce a condurre i suoi Los Angeles Lakers ad un'impresa che nell'NBA non riusciva da ben 19 anni: ovvero, vincere il titolo due volte consecutivamente.

In realtà, questa idea che a volte emerge di un Michael solista è dovuta al fatto di avere compagni di squadra non all'altezza di giocare con lui: ciò lo porta a volte a intraprendere più iniziative del normale, ma solo in vista del bene della squadra e non della glorificazione personale. Infatti, i suoi Chicago Bulls crescono anno dopo anno finché alla fine del decennio cominciano ad essere considerati uno dei top team della Lega, anche perché gradualmente vengono aggiunti alla rosa dei Bulls nuovi giocatori che ne completano le lacune. Su tutti, nel draft del 1987 verrà preso Scottie Pippen, che avrà una capacità di evoluzione tecnica diventando una delle ali piccole più forti di sempre.

Sulla loro strada c'è però una delle compagnie più forti di sempre: i Detroit Pistons di Isiah Thomas, Joe Dumars e Dennis Rodman, i cosiddetti Bad Boys per il loro modo maschio di affrontare le gare, specialmente le più decisive. Abbinato a valori individuali notevoli ed un amalgama di squadra ferreo, diventano una formazione troppo dura da superare per chiunque, e, se concedono ai Los Angeles Lakers la loro prima finale (1988), li surclasseranno l'anno successivo nella rivincita (4-0 nelle finali) e ripeteranno subito il back-to-back appena realizzato dai californiani.

Michael Jordan se li ritrova nella Midwest Division, e quindi li affronta nelle finali della Eastern Conference; dopo avergli già cozzato contro un paio di volte, il 1990 sembra l'anno buono: arrivati in gara-7 a Detroit (che ha un miglior score in regular season), finisce 93-74 per i Pistons, con partita già chiusa nei primi minuti e l'aneddoto di Jordan che spacca una sedia al rientro negli spogliatoi nell'intervallo per esprimere la rabbia sullo scarso rendimento, se non impegno dei propri compagni. Il disappunto di Michael è aumentato dal fatto che con molti giocatori di Detroit vive una rivalità anche extra-sportiva, con continui frecciate nelle interviste anche con riferimenti extra-cestistici.

Al di là degli scetticismi, e nonostante non fosse ancora riuscito ad arrivare nemmeno ad una finale assoluta NBA, tuttavia alcuni già considerano Jordan il più forte cestista di tutti i tempi: difatti, il suo gioco, elettrizzante da un punto di vista spettacolare, rasenta la perfezione anche su un piano tecnico, e in molti si fa strada la convinzione che non sia possibile giocare meglio.

Il tempo sembra comunque essere maturo. Vincente si rivelerà la strategia societaria dei Chicago Bulls: invece di stravolgere la squadra ogni anno e cercare giocatori affermati qua e là per rinforzarne il pacchetto, lo staff manageriale e quello tecnico, guidato da coach Phil Jackson, decidono di confermare anno dopo anno la rosa che hanno a disposizione e lasciar crescere la squadra sia a livello individuale che collettivo.

Il primo three-peat[modifica | modifica sorgente]

Le Air Jordan VII, indossate durante le Olimpiadi di Barcellona 1992.
Lo United Center di Chicago, casa dei Bulls dal 1994, soprannominato "the house that Michael built", "la casa costruita da Michael".

La vera consacrazione di Michael come dominatore assoluto del basket mondiale, arriva all'inizio degli anni novanta, quando i Bulls raggiungono un livello di gioco che coniuga un mix esplosivo di talento, creatività e spettacolo uniti al sacrificio e alla dedizione verso la fase difensiva del gioco, illuminati da Jordan che gioca una pallacanestro a livelli ineguagliabili, rasente il limite della perfezione mai vista prima e mai più rivista da nessun giocatore dopo di lui.

In tre anni, nel 1991 contro i Los Angeles Lakers di Magic Johnson e James Worthy, nel 1992 contro i Portland Trail Blazers di Clyde Drexler e nel 1993 contro i Phoenix Suns di Charles Barkley, Kevin Johnson e Dan Majerle, i Chicago Bulls vincono tre titoli NBA in fila, realizzando il cosiddetto three-peat (gioco di parole traducibile più o meno come tri-petizione che fonde il numero "three" e il termine "repeat") riuscito solo ad altre 2 squadre nella storia della NBA.

Nei play-off, e in particolare nelle finali, Michael è semplicemente inarrestabile, polverizzando un record dietro l'altro (su tutti quello di più alta media realizzativa di punti in una serie di finale con la strabiliante cifra di 40 punti, stabilito nel 1993 contro i Phoenix Suns), e vincendo anch'egli tre titoli consecutivi di MVP delle finali NBA (altro record, in quanto cosa mai riuscita a nessun altro giocatore nella storia della NBA fino ad allora, solo in seguito (2000/2001/2002) Shaquille O'Neal saprà ripetere tale impresa).

Nel 1991, la superiorità dei Bulls comincia ad emergere nella seconda parte della regular season, tanto che i Bulls sono unanimemente accreditati come una delle favorite per il titolo: i Pistons, pur ancora massimamente competitiva, sembra aver esaurito il suo impeto agonistico tanto che per la prima volta colleziona un record di vittorie in stagione inferiore a quello dei Bulls, accumulando nette sconfitte negli scontri diretti. Nuovamente affrontata in Finale di Conference, Chicago surclassa Detroit con un cappotto (4-0) che spingerà i "Pistoni" ad abbandonare il campo qualche secondo prima della fine di gara-4 per non poter sopportare una tale umiliazione.

Ad ovest ci sono i Portland Trail Blazer con il miglior record in regular season, ma sono battuti nella finale della Western Conference dagli esperti Los Angeles Lakers: la finalissima sarà Michael contro Magic, il meglio che questo sport potesse offrire. Pagato lo scotto dell'inesperienza in gara-1, vinta all'ultimo secondo dai Lakers, in gara-2 i Bulls, capitanati da Jordan, esprimono tutto il loro potenziale e travolgono i Lakers con il maggiore distacco in una finale NBA.

Nel 1992 molti sono gli scettici riguardo ad una riconferma dei Bulls come squadra al vertice, ritenendo il successo dell'anno prima come il massimo sforzo fatto dal grande campione per arrivare finalmente ad un titolo. Ma già dall'inizio la stagione regolare è dominata dai Bulls, più carichi e motivati che mai e con il solito rendimento mostruoso di Jordan; all'arrivo dei playoff si pensa che sia difficile strappargli anche una sola partita. Gli unici che possono pensare ad insidiarli sono i Portland Trail Blazers di Clyde Drexler, considerato il diretto rivale di Jordan sia perché ritenuto il miglior giocatore della Lega professionistica al di fuori di lui, sia perché riveste il suo stesso ruolo che interpreta tra l'altro in maniera analoga. Tuttavia, sulla strada dei Bulls c'è un ostacolo imprevisto: al secondo turno dei playoff ad Est arriva una squadra emergente, i New York Knicks del nuovo allenatore Pat Riley. Si tratta di una squadra che vede la presenza di un solo grande giocatore, il centro Patrick Ewing, ma che ricalca il modo di giocare duro dei Detroit Pistons di qualche anno prima, che tante difficoltà aveva creato ai Bulls. Michael e i suoi sono costretti a giocarsi tutto in gara-7, quando con il senno di poi, si deciderà un pezzo della storia di questo sport. Vinceranno senza troppe difficoltà e d'ora in poi non avranno grossi ostacoli verso la conquista del loro back-to-back (ormai una tradizione) nonostante concedano 2 gare in ciascuna delle serie contro i Cavaliers e i Trail Blazers in finale.

Il suo scontro diretto con Drexler viene deciso fin dalle prime battute: nella gara-1 delle finali andrà a riposo nell'intervallo del primo tempo con l'incredibile score personale di 35 punti, cui contribuisce una entusiasmante serie di 6 canestri consecutivi da 3 punti, conditi da altre giocate mozzafiato. A seguito dell'ennesimo canestro da tre, rimane famosa un'occhiata di Jordan che alza le spalle come a dire: "Che ci posso fare? Entrano tutte...". Il pubblico del Chicago Stadium è in delirio e in ogni angolo del pianeta che guarda l'NBA si salta sulle sedie; anche in Italia, nonostante fossero le 3 di notte. Dopo la vittoria dei Bulls in gara-6 Drexler disse: "All'inizio della serie pensavo che Michael avesse 2000 mosse diverse. Mi sbagliavo. Ne ha 3000." Le finali del 1993 presentano una variante sul tema: esplode il fenomeno Charles Barkley che, passato in estate da Philadelphia 76ers ai Phoenix Suns per ambire ai massimi traguardi, disputa una stagione eccezionale conducendo il suo team al miglior record nella stagione regolare, superando anche i Bulls che sembrano leggermente appagati. La critica elegge Barkley MVP, quale miglior giocatore della regular season, osando "ignorare" Jordan che comunque si mantiene ai suoi livelli; nonostante l'eccezionale performance di Barkley, per molti suona come un tentativo di contrastare con il domino assoluto in tutti i campi, anche mediatico, di Jordan e dei suoi Bulls. La resa dei conti sarà nella finalissima, cui giungono entrambe le squadre e che risulterà la più equilibrata tra quelle del primo three-peat.

Con i Bulls in vantaggio 3-2, si ritorna in Arizona per le sfide decisive: gara-6 sarà al solito molto combattuta e si arriva all'ultimo possesso con i Bulls palla in mano e sotto di 2 punti. Un eventuale gara-7 li vedrà giocarsi il titolo in una partita secca giocata fuori casa. Jordan è stato l'autore di tutti i 9 punti finora effettuati dai Bulls nel 4º quarto ma, contro abitudine, non si incarica del tiro; raddoppiato dalla difesa dei Suns trova la lucidità, l'umiltà e la fiducia di affidare la palla a Scottie Pippen, il quale vede sotto canestro smarcato Horace Grant, il quale potrebbe comodamente appoggiare per il pareggio. Tuttavia, costui è in profondissima crisi di gioco, avendo segnato in due partite la miseria di 2 punti e avendo poco prima sbagliato diverse conclusioni facili. La palla è quindi repentinamente ceduta a John Paxson, appostato sull'arco da 3 punti, per il tiro che varrà non solo il pareggio ma la vittoria della partita e della serie: è il 3º titolo consecutivo. Michael dirà: "Questa vittoria mi pone su un piano diverso rispetto a Magic e Bird". Una situazione analoga si ripeterà in futuro, con Steve Kerr nei panni di John Paxson.

Olimpiadi 1992: il Dream Team e il secondo oro[modifica | modifica sorgente]

Nell'estate del 1992, Jordan, dopo aver vinto il suo secondo titolo, partecipa ai Giochi olimpici estivi di Barcellona 1992, dove si tiene la prima apparizione di giocatori professionisti della NBA ai Giochi olimpici. Jordan viene incaricato del ruolo di capitano della squadra insieme a Magic Johnson e Larry Bird.

Jordan è una delle stelle del Dream Team originale, quella che è considerata da tutti gli esperti come la squadra di pallacanestro più forte di tutti i tempi; accanto a Michael vi sono infatti altri grandissimi campioni: il compagno di squadra Scottie Pippen, Magic Johnson, Larry Bird, Charles Barkley, Clyde Drexler, Patrick Ewing, Karl Malone, David Robinson, John Stockton, Chris Mullin e l'universitario Christian Laettner, guidati dal coach Chuck Daly.

È il secondo oro olimpico per MJ, che si dimostra protagonista assoluto della squadra statunitense, risultando il secondo miglior marcatore della squadra (dopo Charles Barkley).

La morte del padre e il primo ritiro[modifica | modifica sorgente]

Il padre di Jordan, James, venne assassinato nel 1993: di ritorno dal funerale di un amico, decise di fermarsi sul bordo di un'autostrada interstatale nella Carolina del Nord per riposarsi un po'. Mentre stava dormendo, due criminali locali si fermarono, lo uccisero e rubarono la sua Lexus, che gli era stata regalata proprio da Michael. Gli autori del fatto furono rapidamente rintracciati poiché avevano effettuato alcune chiamate con il telefono cellulare della vittima[13].

Il 6 ottobre 1993, in una conferenza stampa sovraffollata di giornalisti, Michael comunica alla Lega e al mondo la sofferta decisione di lasciare la pallacanestro. Le sue parole sono: "Ho perso ogni motivazione. Nel gioco del basket non ho più nulla da dimostrare: è il momento migliore per me per smettere. Ho vinto tutto quello che si poteva vincere. Tornare? Forse, ma ora penso alla famiglia."

Insieme alla perdita degli stimoli, è la morte del padre ad incidere sulla difficile decisione presa da Michael.[14] James Jordan era stato un grande appoggio per il figlio, che gli era profondamente affezionato, e lo aveva sempre incitato, anche se avrebbe preferito vederlo giocare a baseball, il suo sport preferito.

Il mondo del basket è stravolto da questa decisione, e di colpo si ritrova senza il suo uomo simbolo. Più di tutti, sono i suoi milioni di fan in tutto il mondo a sentirsi all'improvviso orfani di ciò che aveva incarnato i loro sogni e le loro ambizioni, di un giocatore che era qualcosa di più di un giocatore, "trasformando la pallacanestro in una forma d'arte". Ciò porta anche ad atteggiamenti paradossali fra i più giovani: alcuni si presentano ai campi da gioco con il segno del lutto sulla canottiera. Evitando facili censure, si può concepire come la presa di coscienza che con il suo ritiro moriva tutto ciò che egli aveva incarnato, giacché nessun altro ne avrebbe potuto ripercorrere le gesta. Non era solo un fatto tecnico: Michael Jordan è stato il primo "atleta globale", cioè capace di canalizzare da solo l'attenzione di fans di tutto il mondo superando i confini di nazionalità, cultura, tradizioni sportive locali. Nell'ammirazione delle sue imprese ci si sentiva parte del respiro del mondo.

Il 9 settembre 1994, un anno dopo il suo ritiro, gioca un'ultima volta al Chicago Stadium, prossimo alla demolizione, in una partita di beneficenza organizzata da Scottie Pippen, uno dei compagni di squadra "storici" e grande amico. Nel nuovo impianto, lo United Center, viene tenuta qualche giorno dopo la cerimonia ufficiale d'addio del giocatore, con il ritiro della maglia numero 23.

Davanti al nuovo stadio viene posta una grande statua di Jordan impegnato in una schiacciata con una targa con le parole: "The best there ever was, the best there ever will be", ovvero "Il migliore che ci sia mai stato, il migliore che mai ci sarà".

La carriera nel baseball[modifica | modifica sorgente]

Michael Jordan
Dati biografici
Nome Michael Jeffrey Jordan
Nazionalità Stati Uniti Stati Uniti
Altezza 198 cm
Peso 98 kg
Baseball Baseball pictogram.svg
Dati agonistici
Ruolo Esterno, battitore
Ritirato 1994
Carriera
Squadre di club
1994 Birmingham Barons
1994 Scottsdale Scorpions
 

"Voglio dimostrare di poter primeggiare anche in un'altra disciplina". Con queste parole, e sempre per la devozione verso il defunto padre, Jordan tenta la carriera nel baseball professionistico, sognata fin da ragazzo. L'amore del padre appena scomparso per questo sport fu probabilmente la motivazione più forte che spinse Jordan a ritirarsi dalla pallacanestro per dedicarsi alla sua nuova carriera.[15]

Nel febbraio 1994 firma un contratto da free agent con i Chicago White Sox; il 31 marzo viene ingaggiato dai Birmingham Barons, seconda squadra dei Chicago White Sox impegnata nelle Minor League

Nonostante la grande aspettativa del pubblico nei confronti del campione, Jordan ottiene risultati abbastanza modesti. Con i Barons disputa 127 partite[16] ed ottiene una media di battuta di 20,2% con 3 home run, 51 punti battuti a casa, 30 basi rubate (quinto nella Southern League a pari merito) e 11 errori.[15]

I risultati modesti fecero salire la pressione di giornalisti e tifosi che, aspettandosi qualcosa in più dall'ex-superstar NBA, iniziarono a criticare Jordan, ipotizzando anche che il suo ingaggio fosse più dovuto ad un fattore pubblicitario che ad altro.

Tra il settembre e il novembre 1994 gioca 35 incontri con gli Scottsdale Scorpions in Arizona Fall League; tiene una media di battuta del 25,2%.[16] Continua poi ad allenarsi con i Chicago White Sox fino al marzo 1995.[16]

Tuttavia, i risultati non soddisfano l'orgoglio del campione, che dopo circa un anno e mezzo dichiara conclusa la sua carriera di giocatore di baseball.

"I'm back": il ritorno nella NBA[modifica | modifica sorgente]

Milioni di tifosi in tutto il mondo iniziano a sperare concretamente in un suo ritorno quando viene diffusa la notizia che Jordan si è allenato per due giorni consecutivi con i Bulls. La ESPN, la più importante rete televisiva sportiva statunitense, interrompe tutti i programmi per dare la notizia di un suo possibile ritorno. La Nike, sponsor storico di Jordan, invia 40 paia di scarpe targate Air Jordan ai Bulls.

È il 18 marzo 1995 quando, alle 11:40, viene diramato un breve comunicato: "Michael Jordan ha informato i Bulls di aver interrotto il suo volontario ritiro di 17 mesi. Esordirà domenica a Indianapolis contro gli Indiana Pacers."

Bastano queste poche parole per scatenare un delirio tra i tifosi, non solo quelli di Chicago. Il giorno dopo, Michael Jordan si presenta a una conferenza stampa, ancora una volta superaffollata, con poche ma efficaci parole: "I'm back" ("Sono tornato")[4].

Come ulteriore segno di cambiamento, Michael sceglie di usare al posto del mitico numero 23 sulla maglia il 45, numero che aveva quando giocava a baseball da piccolo, e suo reale numero preferito. Ritornerà in seguito a usare il numero 23, inizialmente non utilizzato anche perché ritirato dalla squadra di Chicago.

Inizia un nuovo ciclo per i Chicago Bulls, che nei due anni senza Jordan avevano raggiunto risultati deludenti, arrivando comunque ai play-off. Con alcuni giocatori della vecchia squadra, come Scottie Pippen e alcuni nuovi innesti, tra i quali spiccano il croato Toni Kukoč (già avversario di Pippen e Jordan con la Croazia, ai Giochi olimpici di Barcellona) e Dennis Rodman, sempre sotto la guida di coach Phil Jackson, la squadra riprende la sua "routine" di vittorie nella stagione successiva a quella del ritorno di MJ. La stagione del ritorno dimostra che Michael ha risentito solo in parte dello stop di circa un anno e mezzo; la squadra comunque non riesce a raggiungere le finali, venendo eliminata ai play-off dagli Orlando Magic. Proprio in una gara di play-off contro i Magic, Jordan commette alcuni errori decisivi; il giocatore dei Magic Nick Anderson, in un'intervista, parla del numero 45 dei Bulls come di un giocatore forte ma non quanto il 23, che era paragonabile a Superman. Stuzzicato dal rivale, MJ dalla partita successiva in poi tornerà ad indossare la maglia numero 23 (che non abbandonerà più per il resto della carriera) pagando una multa per ogni partita di play-off giocata con quel numero (nella NBA infatti è proibito cambiare numero di maglia a stagione in corso senza richiederne preventivamente l'autorizzazione).

Il secondo three-peat[modifica | modifica sorgente]

Scottato dalla sconfitta nella precedente serie di playoff, Jordan passa l'estate a prepararsi duramente in vista della nuova stagione. In quella che seguirà, la stagione 1995-1996, Jordan è di nuovo protagonista assoluto e i Chicago Bulls ottengono un'altra stagione superlativa.

La squadra fa segnare un record assoluto nella NBA: sono la prima formazione nella storia della NBA a superare la soglia delle 70 vittorie nella regular season, vincendo ben 72 partite su 82, un risultato senza precedenti[17]. Con una line-up composta da Jordan, Ron Harper, Scottie Pippen, Dennis Rodman e Luc Longley, nonché probabilmente la miglior panchina della Lega, soprattutto grazie a Steve Kerr e Toni Kukoč, i Bulls migliorarono tantissimo rispetto alla stagione precedente, passando da un record di 47-35 a 72-10. Jordan vinse il suo ottavo titolo di marcatore e Rodman il suo quinto consecutivo da rimbalzista, mentre Kerr guidò la Lega nel tiro da tre punti. Jordan ottenne la cosiddetta Triple Crown, la prestigiosa e quasi impossibile impresa dei tre premi come MVP: infatti, in questa stessa stagione Michael è MVP dell'All Star Game, MVP della stagione regolare e MVP delle finali[2], vinte contro i Seattle SuperSonics. Il manager Jerry Krause fu il "dirigente dell'anno", Jackson vinse il suo primo premio come allenatore dell'anno e Kukoč fu il sesto uomo dell'anno. Sia Pippen che Jordan furono parte dell'All-NBA First Team e gli stessi due, insieme a Dennis Rodman, fecero parte anche dell'All-Defensive First Team. La squadra trionfò contro Gary Payton, Shawn Kemp e i loro Seattle SuperSonics vincendo il quarto titolo.

Per molti critici della pallacanestro si tratta della più forte squadra nella storia NBA; nasce l'idea di un campione e di una squadra invincibili che scatena un fenomeno mediatico senza precedenti: la pressione è tale che i Bulls nelle loro trasferte devono viaggiare scortati e, nella prenotazione degli alberghi, sono costretti a riservarsi l'intero edificio per sfuggire all'assedio dei fans. L'NBA, sempre preoccupata che qualche suo membro catalizzi troppa attenzione rispetto al contesto generale, cerca rimedi e convince Magic Johnson a fare ritorno sul campo dopo quasi 4 anni dal suo ritiro dal basket avvenuto ai Giochi olimpici di Barcellona e quasi 5 da quelli dai campi NBA. Questo avverrà, ma la non completa competitività dell'ormai anziano Magic non può realizzare appieno le aspettative della dirigenza della Lega professionistica, che sembra ormai secondaria rispetto ad una sua parte: i Chicago Bulls, appunto, se non ad un suo singolo giocatore.

La stagione 1996-1997 è ancora una stagione-record: i Bulls ottengono un record di vittorie-sconfitte di 69-13[18]. Ancora una volta, i play-off vedono i Bulls ] protagonisti, e nelle finali arriva il quinto titolo dopo la vittoria in finale contro gli Utah Jazz di Karl Malone e John Stockton.

Air guida la squadra durante la stagione 1997-1998 che, anche se non emozionante come le precedenti, è comunque abbastanza convincente. Dopo una regular season non all'altezza delle due precedenti, i Chicago Bulls ritrovano lo smalto nei play-off e raggiungono nuovamente le finali, dove incontrano gli Utah Jazz per il secondo anno consecutivo, uscenti da un'agevole finale di Conference vinta con un secco 4-0 contro i Los Angeles Lakers. Arriva così il sesto titolo per Jordan, suggellato da una palla rubata dalle mani di Karl Malone e dallo splendido canestro proprio di MJ a 5,2 secondi dalla fine della sesta gara delle finali, giocata a Salt Lake City, entrato di diritto nella storia della pallacanestro: è il secondo three-peat per Michael e i Chicago Bulls.

È il suo saluto di congedo dalla NBA, anche se nessuno ancora lo sa. Poco tempo dopo la finale annuncia il suo secondo, e a detta di tutti definitivo, ritiro. Si dedica al suo secondo sport preferito, il golf, e alla gestione dei Washington Wizards.[19]

Il ritorno ai Washington Wizards[modifica | modifica sorgente]

Nel 2001, i tifosi di tutto il mondo vengono colti di sorpresa quando si comincia a diffondere l'ipotesi di un secondo ritorno di Air. Jordan decide così di fare un passo in più, e da proprietario dei Washington Wizards torna ad essere giocatore. Questa volta la sua dichiarazione ai giornalisti tradisce le sue intenzioni e la sua concezione della pallacanestro, affermando di voler tornare unicamente "for the love of the game", ovvero "per amore del gioco".

Incredibile è l'interesse mediatico che si produce intorno al suo ritorno sul campo, e i Wizards diventano in un lampo una delle squadre più seguite dell'intera NBA.

Durante le due stagioni nella nuova squadra, Jordan percepisce un compenso simbolico di un milione di dollari, devoluto interamente in beneficenza alle famiglie delle vittime degli attentati terroristici dell'11 settembre 2001.[20][21] Nonostante l'età, 38 anni, ed un infortunio che lo tiene fuori per parte della stagione 2001-2002, partecipa naturalmente al suo 14º All-Star Game, a Filadelfia, dove riesce come sempre a creare spettacolo, con la sua classe e il suo talento. La sua prima stagione come Wizards finisce comunque con una media di 22,9 punti a partita[4].

Nella stagione 2002-2003 ottiene una media di 20 punti a partita[4] e partecipa ancora una volta, l'ultima, all'All-Star Game, ad Atlanta, dove l'intera manifestazione viene organizzata per essere un tributo a MJ. Le divise della partita delle stelle furono fatte a copia delle divise dell'All-Star Game del 1988 di Chicago, nel quale Michael fu eletto per la prima volta MVP, e nell'intervallo il tributo al più grande di sempre, si realizzò sulle note di Hero, cantate da Mariah Carey, vestita per l'occasione con un abito che rappresentava insieme la maglia n°23 dei Washington Wizards e quella dei Chicago Bulls. Ripresa la partita, a circa tre secondi dalla fine, riesce a segnare un tiro in fade-away che sembrerebbe regalare la competizione alla squadra dell'Est; tuttavia, un fallo su Kobe Bryant effettuato da Jermaine O'Neal all'ultimo secondo riesce a ribaltare la situazione e tutto si conclude in una vittoria di 155 a 145 per l'Ovest, dopo un doppio overtime.

Nel corso della stagione, Jordan diventa il giocatore più anziano (38 anni) dell'NBA a segnare più di 40 punti in una partita, mettendone a segno 51 contro gli Charlotte Hornets il 29 dicembre 2001[22] e 45 contro i New Jersey Nets il 31 dicembre 2001[23]. Nonostante i suoi sforzi, però, Jordan non riesce a coinvolgere fino in fondo i compagni ed a formare un gruppo valido né nella stagione 2001-02 né in quella seguente, non riuscendo a portare i Washington Wizards ai play-off. Questo a dispetto della presenza di numerosi giovani di talento come Richard Hamilton (scambiato per Jerry Stackhouse ad inizio stagione 2002-03) il quale farà poi fortuna con i Detroit Pistons o come Larry Hughes finito poi fuori rotazione.

Il 21 febbraio 2003 realizza 43 punti contro i New Jersey Nets, divenendo l'unico giocatore con più di 40 anni ad aver realizzato più di 40 punti in un incontro NBA[24]. Verso la fine della stagione 2002-03 Jordan viene addirittura isolato da alcuni compagni i quali cominciano a trovare opprimenti i suoi metodi di allenamento e gestione della squadra. Queste stesse motivazioni saranno alla base del suo licenziamento in qualità di presidente da parte del proprietario Abe Pollin. Le ultime partite di Air in giro per le arene della NBA diventano momenti per i fan avversari di dare un ultimo grande saluto al Jordan giocatore, prima passando dalla sua Chicago, per l'ultima partita nel "suo" United Center, per arrivare a Filadelfia, da Allen Iverson, alla 82a partita di stagione regolare, dove si potrà assistere all'ultima sua schiacciata e all'ultimo tiro della sua carriera: un tiro libero che gli farà raggiungere i 20 punti di media in stagione.

Uscendo dalla partita a poco più di un minuto dal termine, avviene una standing ovation di tifosi, giocatori e addetti ai lavori, che costringe a fermare la partita per diversi minuti, mentre dal pubblico avversario si alza il coro "We Want Mike!".

Ma è veramente finita. È l'ultima apparizione su un parquet di Michael Jordan che, visibilmente emozionato, dopo aver salutato i giocatori avversari e gli amici presenti, si avvia verso gli spogliatoi.

Il terzo e ultimo ritiro[modifica | modifica sorgente]

Michael Jordan nel 2007 durante una partita di golf, uno dei suoi hobby preferiti.

Al termine della stagione 2002-2003, si ritira per la terza e ultima volta. Jordan conclude la sua carriera NBA con una media punti per partita di 30,12 nella stagione regolare, la più alta in tutta la storia dell'NBA,[4] superiore di pochi centesimi alla media punti di Wilt Chamberlain (30,06); è terzo come numero di punti segnati in carriera.

Nonostante alcune voci circolate negli USA e in tutto il mondo durante l'estate del 2004, Jordan ha annunciato di non voler tornare sul parquet come giocatore professionista. Le indiscrezioni erano nate dopo la partecipazione del campione ad alcuni allenamenti degli Atlanta Hawks. Per Jordan si trattava di semplice divertimento, ma il giocatore ha espresso la volontà di restare nel mondo NBA come proprietario di un team.

La carriera fuori dal parquet[modifica | modifica sorgente]

Alla fine dell'ottobre 2004, Giorgio Armani ha contattato MJ per cercare di convincerlo a venire a giocare in Italia, nella squadra dell'Olimpia Milano, sponsorizzata dal 2004 proprio dal celebre stilista, ottenendo, però, un nulla di fatto.

Nel 2006, il desiderio di Michael di dirigere una franchigia NBA si avvera; infatti, durante le finali NBA, arriva l'annuncio che Jordan sarà il nuovo general manager dei giovani Charlotte Bobcats, franchigia della "sua" Carolina del Nord.

A dicembre 2007, MJ torna sul parquet disputando un allenamento[25] con i suoi Bobcats allo scopo di risollevare il morale della squadra dopo 10 sconfitte in 12 partite. Jordan ha comunque escluso categoricamente la possibilità di un suo ennesimo ritorno in campo.

Nell'aprile 2009 è stato eletto nel Naismith Memorial Basketball Hall of Fame (insieme a John Stockton, David Robinson, Jerry Sloan e C. Vivian Stringer), dove è stato introdotto ufficialmente nel settembre dello stesso anno.

Il 19 marzo 2010, Michael Jordan acquista il club Charlotte Bobcats (con la partecipazione dell'amico rapper Nelly) per 275 milioni di dollari e ne diventa il nuovo proprietario.

Numeri di maglia[modifica | modifica sorgente]

La maglia numero 23 della North Carolina autografata da Jordan.

Michael Jordan ha indossato cinque diversi numeri di maglia nella sua intera carriera: lo storico 23, il 45 al ritorno dal suo primo ritiro, il 9 con la nazionale degli Stati Uniti alle Olimpiadi del 1984 e del 1992, il 5 sempre con la nazionale ai Giochi Panamericani di Caracas, e il 12, il 14 febbraio 1990, come maglia di emergenza, poiché in una gara contro gli Orlando Magic, ad Orlando, un tifoso si intrufolò negli spogliatoi e rubò la maglia di Jordan. La maglia era del compagno di squadra Sam Vincent, ed essendo una maglia da allenamento era priva di cognome stampato sul retro. Jordan segnò 49 punti nella sconfitta contro i Magic.[26]

La maglia numero 23 di Jordan è stata ritirata dai Chicago Bulls e dai Miami Heat, anche se Michael non ha mai giocato per questa squadra. Fu desiderio del coach degli Heat, Pat Riley, fare un tributo a Jordan nella sua ultima gara a Miami nella stagione 2002-2003, innalzando al soffitto un banner raffigurante per metà la maglia dei Bulls e metà la maglia dei Wizards.

Jordan indossò il numero 23 poiché, quando era giovane, ammirava molto il fratello maggiore Larry, che giocava alla Laney High School, ed indossava il 45. Il 23 è la metà del 45 arrotondata per eccesso, poiché Michael sperava di diventare bravo a giocare, almeno la metà di quanto lo era suo fratello.

Merchandising[modifica | modifica sorgente]

Il logo della Air Jordan.

Gli atleti professionisti sono stati a lungo associati nell'opinione comune al merchandising e alle promozioni commerciali e Jordan ha dimostrato un grande talento quando si arriva al fattore commerciale.

È celebre per il suo esteso lavoro commerciale per compagnie quali la Nike, con il brand dedicato Air Jordan. Nato inizialmente per la sola produzione di scarpe, creando un modello nuovo ogni anno, indossato dal giocatore nel corso della stagione, già dal suo primo anno da professionista, grazie all'enorme successo globale ed il richiamo generato ha portato nel tempo l'azienda ad espandere la linea anche a magliette, felpe, pantaloncini, anche non solo prettamente per il parquet, ma anche per la vita di tutti i giorni, dando vita ad una vera e propria sottomarca. La linea ed il suo successo proseguono tuttora, anche dopo il ritiro di MJ.

È anche apparso in una campagna promozionale dei celebri fast food McDonald's, intitolata "Nothin' but net" ("niente eccetto la retina"), che comprendeva anche una serie di spot televisivi che proponevano una sfida amichevole tra Jordan stesso e Larry Bird, suo grande rivale ed amico. Oltre a questo, Jordan è apparso in un popolare spot della Gatorade dei primi anni novanta, con in sottofondo il jingle "Be Like Mike" ("Sii come Mike"). Tra le altre aziende per le quali è stato testimonial figurano Coca-Cola, Chevrolet, Ball Park Franks, Rayovac, Wheaties, Hanes e MCI Communications.

Nel 1992 è coprotagonista del video musicale di Jam, quinto singolo tratto dall'album Dangerous del suo amico Michael Jackson. Nel 1996, la Warner Bros. diede a Jordan un ruolo di protagonista in un film ricco di effetti speciali, Space Jam, al quale partecipavano anche molti personaggi classici dei cartoni animati Warner Bros. quali Bugs Bunny, Daffy Duck e altri. Il giudizio della critica sul film fu tiepido, poiché molti lo videro solamente come un lungo spot commerciale in cui Jordan faceva la parte della leggenda del basket, quasi una divinità angelica. Nonostante questo, il film incassò più di 100 milioni di dollari solamente al botteghino, rinsaldando ulteriormente la reputazione di Jordan come figura capace di far guadagnare molto. Nel film compaiono anche grandi attori come Bill Murray e altri campioni NBA, tra i quali ancora Larry Bird. Nell'edizione italiana del film Jordan era doppiato da Massimo Corvo.

Nel 2002, un film per famiglie intitolato Il sogno di Calvin (titolo originale Like Mike, ovvero "Come Mike") trattava di una storia romanzata nella quale un ragazzino di nome Calvin viene casualmente in possesso di un paio di scarpette da basket del grande Michael Jordan. Queste scarpette procurano magicamente al ragazzino un'abilità sovrumana nel gioco del basket, così che egli diviene un atleta professionista prima di aver compiuto 12 anni.

Statistiche[modifica | modifica sorgente]

NBA[modifica | modifica sorgente]

Stagione regolare[modifica | modifica sorgente]

Stagione Squadra Campion. Partite Statistiche tiro Altre statistiche
Pres. Titol. Minuti Tiri da 2 Tiri da 3 Liberi Rimb. Assist Rubate Stopp. Punti
1984-1985 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 82 82 3144 837/1625 9/52 630/746 534 481 196 69 2313
1985-1986 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 18 7 451 150/328 3/18 105/125 64 53 37 21 408
1986-1987 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 82 82 3281 1098/2279 12/66 833/972 430 377 236 125 3041
1987-1988 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 82 82 3311 1069/1998 7/53 723/860 449 485 259 131 2868
1988-1989 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 81 81 3255 966 /1795 27/98 674/793 652 650 234 65 2633
1989-1990 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 82 82 3197 1034/1964 92/245 593/699 565 519 227 54 2753
1990-1991 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 82 82 3034 990/1837 29/93 571/671 492 453 223 83 2580
1991-1992 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 80 80 3102 943/1818 27/100 491/590 511 489 182 75 2404
1992-1993 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 78 78 3067 992/2003 81/230 476/569 522 428 221 61 2541
1994-1995 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 17 17 668 166/404 16/32 109/136 117 90 30 13 457
1995-1996 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 82 82 3090 916/1850 111/260 548/657 543 352 180 42 2491
1996-1997 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 82 82 3106 920/1892 111/297 480/576 482 352 140 44 2431
1997-1998 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 82 82 3181 881/1893 30/126 565/721 475 283 141 45 2357
2001-2002 Stati Uniti Washington Wizards NBA 60 53 2092 551/1324 10/53 263/333 339 310 85 26 1375
2002-2003 Stati Uniti Washington Wizards NBA 82 67 3031 679/1527 16/55 266/324 497 311 123 39 1640
Totale carriera 1072 1039 41010 12192/24537
49,7%
581/1778
32,7%
7327/8772
83,5%
6672 5633 2514 893 32292
Nota: per la NBA, la WNBA e la NCAA, la colonna "Tiri da 2" comprende la somma dei tiri dal campo (tiri da 2 + tiri da 3).

Play-off[modifica | modifica sorgente]

Stagione Squadra Campion. Partite Statistiche tiro Altre statistiche
Pres. Titol. Minuti Tiri da 2 Tiri da 3 Liberi Rimb. Assist Rubate Stopp. Punti
1984-1985 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 4 4 171 34/78 1/8 48/58 23 34 11 4 117
1985-1986 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 3 3 135 48/95 1/1 34/39 19 17 7 4 131
1986-1987 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 3 3 128 35/84 2/5 35/39 21 18 6 7 107
1987-1988 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 10 10 427 138/260 1/3 86/99 71 47 24 11 363
1988-1989 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 17 17 718 199/390 10/35 183/229 119 130 42 13 591
1989-1990 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 16 16 674 219/426 16/50 133/159 115 109 45 14 587
1990-1991 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 17 17 689 197/376 10/26 125/148 108 142 40 23 529
1991-1992 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 22 22 920 290/581 17/44 162/189 137 127 44 16 759
1992-1993 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 19 19 783 251/528 28/72 136/169 128 114 39 17 666
1994-1995 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 10 10 420 120/248 11/30 64/79 65 45 23 14 315
1995-1996 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 18 18 733 187/407 25/62 153/187 89 74 33 6 552
1996-1997 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 19 19 804 227/498 13/67 123/148 150 91 30 17 590
1997-1998 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 21 21 872 243/526 13/43 181/223 107 74 32 12 680
Totale carriera 179 179 7474 2188/4497
48,7%
148/446
33,2%
1463/1766
82,8%
1152 1022 376 158 5987
Nota: per la NBA, la WNBA e la NCAA, la colonna "Tiri da 2" comprende la somma dei tiri dal campo (tiri da 2 + tiri da 3).

NCAA[modifica | modifica sorgente]

Stagione Squadra Campion. Partite Statistiche tiro Altre statistiche
Pres. Titol. Minuti Tiri da 2 Tiri da 3 Liberi Rimb. Assist Rubate Stopp. Punti
1981-1982 Stati Uniti Tar Heels NCAA 34 - - 191/358 - 78/108 149 61 41 8 460
1982-1983 Stati Uniti Tar Heels NCAA 36 - - 282/527 34/76 123/167 197 56 78 28 721
1983-1984 Stati Uniti Tar Heels NCAA 31 - - 247/448 - 113/145 163 64 50 35 607
Totale carriera 101 - - 720/1333
54%
- 314/420
74,8%
509 181 169 71 1788

Palmarès[modifica | modifica sorgente]

Un lato del basamento della statua di Jordan fuori dallo United Center con tutti i riconoscimenti ottenuti.

Club[modifica | modifica sorgente]

Chicago Bulls: 1991, 1992, 1993, 1996, 1997, 1998.
  • Campionato NCAA: 1
University of North Carolina at Chapel Hill: 1982

Nazionale[modifica | modifica sorgente]

Los Angeles 1984, Barcellona 1992
Venezuela 1983
Stati Uniti d'America 1992

Individuale[modifica | modifica sorgente]

Hall of Fame[modifica | modifica sorgente]

Memorabilia di Jordan in mostra al Chicago History Museum.

Premi NBA[modifica | modifica sorgente]

1987-88, 1990-91, 1991-92, 1995-96, 1997-98
1990-91, 1991-92, 1992-93, 1995-96, 1996-97, 1997-98
1987-88
1984-85
1986-87, 1987-88, 1988-89, 1989-90, 1990-91, 1991-92, 1992-93, 1993-94, 1995-96, 1996-97, 1997-98

All-Star Game[modifica | modifica sorgente]

1985, 1986, 1987, 1988, 1989, 1990, 1991, 1992, 1993, 1996, 1997, 1998, 2002, 2003
1988, 1996, 1998
1987, 1988

All-NBA[modifica | modifica sorgente]

1986-1987, 1987-1988, 1988-1989, 1989-1990, 1990-1991, 1991-1992, 1992-1993, 1995-1996, 1996-1997, 1997-1998
1984-1985
1986-1987, 1987-1988, 1988-1989, 1989-1990, 1990-1991, 1991-1992, 1992-1993, 1995-1996, 1996-1997, 1997-1998
1984-1985

College[modifica | modifica sorgente]

1983-1984
1983-1984
1983-1984
1983-1984
1983-1984
  • Atlantic Coast Conference Freshman of the Year: 1
1981-1982
  • Sporting News Men's College Basketball Player of the Year: 2
1982-1983, 1983-1984

Cifre e record[modifica | modifica sorgente]

  • 10 volte miglior marcatore della NBA (record assoluto): 1987, 1988, 1989, 1990, 1991, 1992, 1993, 1996, 1997, 1998
  • Miglior marcatore della NBA per 7 stagioni consecutive (record assoluto condiviso con Wilt Chamberlain): dal 1987 al 1993
  • Punti realizzati: 32.352 (terza posizione assoluta)
  • Punti segnati in una partita di regular season: 69 (contro i Cleveland Cavaliers il 28 marzo 1990)
  • Più alta media punti nella storia della NBA: 30,12
  • Più alta media punti a partita nei play-off: 33,4
  • Più alta media punti in una serie di finale: 41, nel 1993 contro i Phoenix Suns
  • Partite consecutive a segno in doppia cifra: 842
  • Punti totali segnati nei play-off: 5987
  • Punti totali segnati all'NBA All-Star Game: 262
  • Punti segnati in un tempo di una finale: 35, nel 1992 contro i Portland Trail Blazers
  • Punti segnati in una gara di play-off: 63, nel 1986 contro i Boston Celtics
  • Giocatore più volte nel quintetto difensivo ideale: 9
  • Giocatore più volte miglior marcatore dell'anno: 10
  • Giocatore più anziano ad aver realizzato più di 50 punti in una partita: 51 contro gli Charlotte Hornets a 38 anni
  • Giocatore ultraquarantenne ad aver segnato più di 40 punti in una partita: 43 contro i New Jersey Nets (stagione 2002-2003)
  • Primo giocatore a realizzare una "tripla doppia" all'NBA All-Star Game (nel 1997)
  • Tiri liberi realizzati (20) e tentati (23) in un tempo di una partita (contro i Miami Heat il 30 dicembre 1992)
  • Tiri liberi realizzati (14) e tentati (16) in un quarto di una partita
  • Tiri tentati in un tempo di gara di play-off: 25
  • Tiri da 3 segnati in un tempo di gara di play-off: 6 (Record battuto nelle NBA Finals 2010 da Ray Allen con 7 triple)
  • Tiri decisivi in carriera: 29
  • Tiri tentati, tiri liberi realizzati, percentuale al tiro e recuperi nei play-off
  • Canestri fatti in un tempo di gara di play-off: 24
  • Minor numero di partite per realizzare 31.000 punti: 1,011 partite, risultato raggiunto contro i Portland Trail Blazers il 10 dicembre 2002
  • Minor numero di partite per realizzare 32.000 punti: 1,059 partite, risultato raggiunto in casa dei Golden State Warriors il 23 marzo 2003

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b (EN) God Disguised as Michael Jordan, NBA. URL consultato il 5 gennaio 2012.
  2. ^ a b c (EN) Michael Jordan Bio, NBA. URL consultato il 5 gennaio 2012.
  3. ^ (EN) All-Time USA Basketball Men's Roster, USA Basketball. URL consultato il 5 gennaio 2011.
  4. ^ a b c d e f g h Michael Jordan, nba.com/history, 15 gennaio 2007.
  5. ^ (EN) Ira Berkow, Sports of The Times; Air Jordan And Just Plain Folks, 15 giugno 1991. URL consultato il 09-06-2010.
  6. ^ (EN) 23 years later, Air Jordans maintain mystique. URL consultato il 10 gennaio 2008.
  7. ^ Sachare, Alex. The Chicago Bulls Encyclopedia. Chicago: Contemporary Books, 1999. pgs. 172-3. ISBN 0-8092-2515-8
  8. ^ Williams, Lena. PLUS: BASKETBALL; "A McDonald's Game For Girls, Too", The New York Times, 7 dicembre 2001.
  9. ^ (EN) Basketball-reference: Michael Jordan.
  10. ^ Morris, Mike. "The Legend: A Highlight-Reel History of the NBA's Greatest Player". Michael Jordan: The Ultimate Career Tribute. Bannockburn, IL: H&S Media, 1999. pg. 67.
  11. ^ Michael Jordan entry, databasebasketball.com, 16 gennaio 2007.
  12. ^ MJ dunk vs Stockton and Turpin
  13. ^ Alison Mitchell, THE NATION; "So Many Criminals Trip Themselves Up" in The New York Times, 22 agosto 1993. URL consultato il 9 giugno 2010..
  14. ^ Ira Berkow, A Humbled Jordan Learns New Truths" in The New York Times, 11 aprile 1994. URL consultato il 09-06-2010..
  15. ^ a b Michael Jordan A Tribute, sportillustrated.cnn.com, 7 marzo 2007
  16. ^ a b c (EN) Michael Jordan Chronology, Sports Illustrated. URL consultato il 5 gennaio 2012.
  17. ^ Le 10 più grandi squadre della storia del NBA, nba.com/history, 6 marzo 2007.
  18. ^ Chicago Bulls 1996–97 Game Log and Scores, databasebasketball.com, 16 gennaio 2007.
  19. ^ Sandomir, Richard. Jordan Sheds Uniform for Suit as a Wizards Owner, 20 gennaio 2000.
  20. ^ Pollin Establishes Education Fund, nba.com, 9 settembre 2002.
  21. ^ News Summary, The New York Times, 26 settembre 2001.
  22. ^ basketball-reference.com
  23. ^ basketball-reference.com
  24. ^ bleacherreport.com
  25. ^ Michael Jordan torna in campo
  26. ^ [1], nota.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Christian Giordano. Michael «Air» Jordan. Libri di sport. 1999.
  • Claudio Limardi; Roberto Gotta. Michael Jordan. Libri di sport, 2006.

Filmografia[modifica | modifica sorgente]

Curiosità[modifica | modifica sorgente]

Finora la squadra ha sempre gareggiato con motociclette giapponesi, con una certa predilezione per le Suzuki GSX-R.
Le livree delle moto sono sempre legate a squadre o eventi che concernono la carriera sportiva di Jordan:
Alfieri del team sono stati, tra gli altri, Ben Bostrom, Aaron Yates, Jake Zemke, Jason Pridmore e Roger Lee Hayden (fratello di Nicky Hayden). Attività sospesa dal 31 ottobre 2013.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Controllo di autorità VIAF: 114945073 LCCN: n86020198