Storia di Brescia

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Chi siano stati i primi abitatori delle lande bresciane, è a noi impossibile dirlo; si trovano alcune tracce d'insediamenti umani solo in quella che oggi è la provincia di Brescia, ma non nel territorio ove oggi sorge la città di Brescia.

Origine[modifica | modifica wikitesto]

Le origini di Brescia sconfinano nella leggenda: vi è chi fa risalire le origini di Brescia a Ercole, chi ne fa risalire la fondazione a Troe che, scappando da Troia in fiamme, giunge presso il luogo ove ora sorge Brescia e lì fonda Altilia, vale a dire l'altra Ilio e quindi l'altra Troia. Ma la leggenda che, secondo la storiografia, più probabilmente contiene un fondo di verità, è quella che si riferisce a Cidno, re dei Liguri, che nella tarda età del bronzo invase la pianura Padana e, giunto presso il colle Cidneo (al centro dell'attuale Brescia), ne fortificò la cima, nel punto in cui oggi sorge il Castello. Altri ancora sostengono che i primi abitanti del territorio bresciano furono gli Etruschi, che si stanziarono nella pianura cispadana.[1]

L'evento di maggior importanza per la storia bresciana fu però l'invasione dei Galli Cenomani (IV secolo a.C.), i quali, s'insediarono nella regione pianeggiante (spingendo nelle valli le popolazioni di ceppo ligure-euganeo) compresa tra l'Adige e l'Addan nella fascia pedemontana e nella bassa fino all'altezza di Soncino ricomprendendo tutta la bassa bresciana e le terre al di quaà dell'Oglio, facendo della futura Brixia la loro capitale.[1]

A quell'epoca risale la fondazione da parte dei Cenomani delle città vicine a Brescia, tanto che il poeta veronese Catullo definì Brixia "mater meae Veronae".[senza fonte]

Sobillate da Annibale, Asdrubale e Magone, intorno al 202 a.C. le tribù celtiche della pianura Padana crearono una confederazione contro i Romani. Questa confederazione mosse guerra contro gli stanziamenti Romani nella pianura cis-padana; i Cenomani però, appena prima della battaglia, si riallearono segretamente con i Romani (con i quali avevano già combattuto nel 225 a.C. le altre tribù galliche e nel 216 a.C. i Cartaginesi a Canne) ed il giorno seguente attaccarono alle spalle gli Insubri, provocandone la totale disfatta. Questa battaglia pose fine alla sovranità esclusiva su Brescia ed il suo territorio da parte dei Cenomani e diede inizio all'età romana. Venne infatti mantenuta solamente l'autonomia amministrativa.[senza fonte]

Età romana[modifica | modifica wikitesto]

Tempio capitolino, scritta
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Brixia (archeologia).

Dal 196 a.C. ha inizio per Brescia l'età romana tuttavia a Brescia non vi fu mai un'occupazione romana ma ne rimase solamente alleata[2]. Questa alleanza permise a Brescia nell'89 a.C., con la Lex Pompeia, di essere riconosciuta da Roma col rango di civitas, alleanza grazie alla quale i Romani, uniti a Veneti, Galli e Liguri, sconfissero i socii, cioè gli alleati italici dei Romani e nel 41 a.C. divenne parte del territorio romano ed ai suoi abitanti venne data la cittadinanza romana, con l'iscrizione alla tribù dei Fabii. In epoca repubblicana il mondo "cenomane" godette di grande autonomia, poté auto amministrarsi, battere moneta propria e poté mantenere una propria "cultura", ma con l'acquisizione della cittadinanza romana scomparve la dicitura "Cenomani" in favore di quella di "Brixiani".

La Brixia romana era un importante centro religioso, inserito amministrativamente nella Regio X Venetia et Histria, aveva ben 3 templi di cui uno è parzialmente visibile ai giorni nostri e gli altri 2, di dimensioni molto maggiori, sorgevano ove sorge attualmente il castello. Vennero costruiti l'acquedotto, il teatro, peraltro utilizzato anche in epoca medievale, le terme dove ora sorge la Rotonda (ovvero il Duomo Vecchio) e nelle vicinanze di quella che oggi è piazza Tebaldo Brusato, e sotto il regno di Vespasiano il tempio capitolino con il Foro ad esso adiacente. Un altro aspetto da considerare è la condizione economica Bresciana durante l'epoca imperiale. Se da un lato vi fu un forte sviluppo economico, dall'altro la povertà di certe popolazioni rurali spinse un gran numero di bresciani ad arruolarsi nelle legioni; in particolare molti bresciani vennero arruolati nella Legio VI Ferrata.

Incursioni barbariche[modifica | modifica wikitesto]

Nel 402 Brescia venne travolta delle orde gotiche di Alarico, fu saccheggiata dagli Unni di Attila nel 452, mentre nel 476 un guerriero Turclingio di nome Odoacre, alla testa di un esercito di Eruli, conquistò la pianura transpadana portando alla fine dell'Impero e facendo entrare Brescia nel suo dominio. Il Regno di Odoacre finì con l'avanzata degli Ostrogoti guidati dal loro re Teodorico poi detto "il Grande" che nel 493 espugnò Brescia facendone uno dei suoi maggiori insediamenti insieme alla vicina Verona.

Durante la Guerra gotica (535-553), Brescia, guidata probabilmente[3] dal conte goto Widin, fu, insieme alla vicina Verona, una delle ultime due città a resistere ai Bizantini, cadendo nelle mani di Narsete solo nel corso del 561/562.[4]

Età longobarda e carolingia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ducato di Brescia.

Nel 568 fu tra le prime città conquistate dai Longobardi, diventandone, durante il regno longobardo (568-774), uno dei centri propulsori e sede di un importante ducato; tra i duchi si conta anche Rotari, poi re dei Longobardi e primo legislatore del suo popolo. Oltre a Rotari Brescia diede al regno dei longobardi altri due re: Rodoaldo, figlio di Rotari, e Desiderio. Quest'ultimo fondò, nell'area dell'attuale provincia, coadiuvato dalla moglie importanti monasteri benedettini come il monastero di San Salvatore a Brescia e la Badia leonense a Leno, posto a sud della città.

Il regno dei longobardi durò due secoli, la città venne conquistata da Carlo Magno nel 774 e fu eretta a contea del Sacro Romano Impero. L'imperatore Ludovico II frequentò spesso la curia regis cittadina e morì non lontano dalla città, presso Ghedi. Dopo la deposizione di Carlo il Grosso (888), la contea diede omaggio feudale prima a Guido di Spoleto e poi a Berengario entrando nell'orbita della Marca friulana, durante le lotte per la corona d'Italia che si svolsero prima dell'ascesa al trono di Ottone I.

Età comunale[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Monetazione bresciana, Alberto I Casaloldo e Ugoni-Longhi.

Durante il X secolo ci fu una progressiva riduzione del potere comitale, la cui carica sul finire del secolo fu assegnata al Vescovo cittadino dagli imperatori germanici. Nello stesso periodo ci fu la concomitante ascesa del libero comune che estese la propria influenza su tutto il comitato, corrispondente all'incirca l'attuale territorio provinciale, grazie ad un'accorta politica di colonizzazione delle terre incolte e di militarizzazione delle rive dei fiumi Oglio e Chiese e del Lago di Garda.

Come tutti i comuni lombardi sorse quindi in dialettica col potere episcopale e con una iniziale connotazione di fondo aristocratica, gravitante intorno alla vassallità capitaneale dei monasteri (Santa Giulia e San Benedetto di Leno su tutti) e dell'episcopato bresciano. La maturazione interna del comune e l'espansione attuata sul comitato ebbe luogo in scontro con le comunità rurali, ancora sottomesse ai signori del territorio, in particolare i Conti Palatini di Lomello ed gli Ugoni-Longhi, stanziati a sud-est, e i conti Gisalbertini, ad ovest.

Inoltre la crescita del comune fu caratterizzata dalla lotta anche violenta con i grandi comuni confinanti, in particolare Bergamo e Cremona, che sconfisse a Pontoglio due volte consecutive, nelle battaglie delle Grumore (metà XII secolo) e della Malamorte (1191) di cui narra ampiamente il cronista Malvezzi. Partecipò inoltre alla lotta comunale della lega lombarda (seconda metà del XII) a fianco di Milano e Piacenza, storiche alleate del periodo comunale, e le truppe del comune si distinsero nella battaglia di Legnano come secondo contingente più numeroso e agguerrito dopo quello milanese.

Il Castello, incisione di Pierre Mortier

La pace di Costanza (1183) segnò la definitiva affermazione del comune sul territorio, ormai controllato in buona parte, ma anche, precocemente rispetto ad altre città lombarde, l'esplodere dei conflitti civili che dai primi del XIII secolo insanguinarono la città. I nobili scacciati dalla città dalla fazione popolare si rifugiarono a Cremona raccogliendo appoggi tali da sconfiggere il comune popolare in battaglia. L'alternanza delle partes in città fu deleteria per la coesione del sistema politico, ormai in netta crisi, che sopravvisse, sotto la forma politica podestarile, sino alla fine del XIII secolo.

Nel 1259 termina la dominazione di Ezzelino da Romano e si costituisce come comune autonomo sotto la protezione di Oberto Pelavicino fino al 1265. In seguito passa sotto il controllo dei Della Torre di Milano.[5]

Nel 1269 fa una dedizione a Carlo d'Angiò, e ritorna libera ed autonoma nel 1281.[5]

Nel 1277 il vescovo di Brescia Berardo Maggi, con una politica marcatamente accentratrice, si fa rinnovare il titolo Duca della Vallecamonica e Principe di Brescia[6]

Nel 1279 assieme a Padova, Cremona, Verona, Parma e Modena combatte contro Verona e Mantova per il possesso di alcuni castelli e la difesa gli interessi Guelfi.[5]

Nel 1287 un patto con la Repubblica di Venezia per il passaggio del sale provoca lo scoppio della grande ribellione camuna e la conquista militare della valle nel 1288. Seguirà la pacificazione di Matteo Visconti che nel 1291 risolse la controversia tra camuni e bresciani.[5]

Nel 1295 Federico Odorici riporta nelle sue Storie Bresciane che vi erano due partiti politici:

Nel 1313 fece atto di dedizione alla nascente signoria viscontea.

Nel 1317 le forze di Matteo Visconti e Cangrande della Scala assediano la città responsabile di aver scacciato la famiglia Maggi, sostenitrice del partito ghibellino.

Nel 1329 Cangrande della Scala conquista buona parte del territorio bresciano. Il 31 dicembre 1330 Luigi IV del Sacro Romano Impero è in Brescia, che con l'appoggio di Mastino della Scala fa rientrare i ghibellini, con i quali inizia la costruzione del Castello di Brescia sul monte Cidneo. Inoltre appoggia l'autonomia della Val Camonica.[7]

L'8 ottobre 1337 Brescia, sotto il controllo scaligero, si dona ai Visconti milanesi, dopo la sconfitta delle truppe veronesi.[5]

Tra il 1406 ed il 1421 Brescia passa sotto Pandolfo III Malatesta. Ex generale dei Visconti, essendo i suoi signori in debito con lui e non avendo moneta con cui pagarlo, gli affittano Brescia in modo che si ricompensi con le decime cittadine.[5]

Il 17 marzo 1426 Brescia si rivolta a Filippo Maria Visconti e si dà alla Repubblica di Venezia. L'anno seguente le truppe della serenissima combattono contro quelle milanesi, fino ad arrivare al trattato di cessione alla Serenissima il 30 dicembre.[5]

Dominazione viscontea[modifica | modifica wikitesto]

Il 3 luglio 1403 Baroncino II dei Nobili di Lozio, alla guida di 7000 guelfi di Valle Camonica e della Val di Scalve espugna Brescia al seguito di Giovanni Ronzoni, facendo strage di ghibellini e cacciando il vescovo Giacomo Pusterla, che parteggiava per la duchessa Caterina, moglie del defunto Gian Galeazzo Visconti e reggente del figlio Filippo Maria Visconti, lasciandola poi nelle mani di Francesco Novello dei Carrara, signore di Padova. Prima della fine dell'anno Brescia tornerà in mani Viscontee.[8]

Età veneta[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Rinascimento bresciano.
La provincia di Brescia in epoca veneta. Antonio Zatta 1782.

Il 20 novembre 1426 Brescia si diede alla Repubblica di Venezia, diventando uno dei domini di Terraferma. Ebbene fino alla Pace di Lodi si verificarono degli scontri tra la Serenissima e gli eserciti mercenari dei Visconti che non volevano rinunciare al bresciano. Si ricorda, in particolare, il lungo assedio del 1438 ad opera di Niccolò Piccinino, per conto del duca di Milano, assedio che venne spezzato grazie all'intervento di Scaramuccia da Forlì, capitano di ventura che operava per conto di Venezia.

In epoca veneta la Bresciana aveva 21 suddivisioni: quattro podesterie maggiori: Valcamonica, Salò, Asola e Orzinuovi, tre podesterie minori: Chiari, Lonato e Palazzolo, sette vicariati: Iseo, Montichiari, Gottolengo Rovato, Calvisano, Quinzano e Pontevico, sette vicariati minori: Gavardo, Manerbio, Ghedi, Gambara, Pontoglio, Castrezzato e Pompiano. Per le elezioni delle podesterie maggiori serviva che i candidati ottenessero i 2/3 dei favorevoli, per gli altri bastava la maggioranza semplice. La carica durava un anno e iniziava ad ottobre.[9]

Venezia accordava ampia autonomia ai sudditi fedeli, compensandoli con privilegi, il più importante del quale era il distacco del territorio, divenendo così “corpo o terra separata”. Il 1 luglio 1428 fu la Valcamonica, Nel 1440 l’ebbero Brescia (9 aprile), Asola (27 luglio), Lonato (17 settembre) e la Riviera il 19 dicembre. Per la Valtrompia il 30 gennaio 1454, per la Valsabbia il 19 agosto 1463. Il territorio vero e proprio rimase compreso dei comuni del lago d’Iseo, Franciacorta, aree a nord ed est della città e dalla pianura.[10]

Nel febbraio 1512 fu occupata e saccheggiata dal condottiero francese Gastone di Foix-Nemours, nipote del re Luigi XII.

Mappa di Brescia a inizio Settecento

Il 18 agosto 1769 un fulmine colpì la torre di San Nazaro, adibita a polveriera, che si trovava vicino all'omonima Porta di San Nazaro, dove oggi c'è la fontana di Piazza della Repubblica. Ne seguì un'enorme esplosione che distrusse quasi un settimo della città. La stima delle vittime è incerta, andando da un minimo di 400 morti fino a 2.500[11]

Brescia condivise le sorti della Serenissima fino all'occupazione da parte dell'Armata d'Italia nel 1796. A seguito del trattato di Campoformio del 1797 divenne territorio della Repubblica Cisalpina e condivise le sorti degli stati napoleonici successivi, come la Repubblica Italiana e il Regno d'Italia, fino alla caduta del Viceré Beauharnais avvenuta nel 1814.

Regno Lombardo-Veneto[modifica | modifica wikitesto]

Durante il Risorgimento la città di Brescia si distinse per la rivolta antiaustriaca delle Dieci giornate (marzo 1849) che, per la sua eroica resistenza, le valse l'appellativo, datole da Giosuè Carducci, di "Leonessa d'Italia", con anche un'evidente allusione al Leone, simbolo araldico della città. Il capo degli insorti, Tito Speri, continuò negli anni successivi la sua attività cospirativa fino al 3 marzo 1853, quando fu giustiziato a Belfiore, località alla periferia di Mantova, divenendo uno dei Martiri di Belfiore.

Henry Dunant, testimone nel 1859 della Battaglia di Solferino e San Martino, rimase sconvolto dalla situazione dei feriti visti sul campo di battaglia e a Brescia, che con i suoi 40 000 abitanti aveva visto affluire oltre 30 000 feriti; ebbe qui l'idea di fondare la Croce Rossa, idea che realizzò una volta ritornato a Ginevra. Nel suo libro, Un ricordo di Solferino, Henry Dunant parlò della battaglia e tornò più volte sulla dedizione del popolo di Brescia per aiutare i feriti.

Regno d'Italia[modifica | modifica wikitesto]

Ventennio fascista[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Piazza della Vittoria (Brescia).

Il progetto più rilevante che caratterizzò la città in questo periodo fu la riqualificazione del medievale quartiere delle Pescherie, il lembo meridionale del Carmine che, oltrepassato il Palazzo della Loggia, arrivava fino a Piazza del Mercato, delimitato a est dai portici di Via Dieci Giornate. Il progetto, avviato nel 1927 con la riforma del piano regolatore comunale, mise in atto la definitiva demolizione dell'area in questione, sulla quale fu costruita l'attuale Piazza della Vittoria. Il progetto, da un lato, servì a dotare Brescia di un'ulteriore piazza di carattere civico (quelle di carattere religioso erano in notevole soprannumero) e di porre fine agli annosi problemi del quartiere delle Pescherie, primi fra tutti la sanità e la sicurezza. Dall'altro lato, la costruzione della piazza portò alla demolizione di diverse opere medievali di notevole valore architettonico, come il caratteristico borgo, i resti della curia ducis (fondamenta della quale sono oggi visibili grazie ai lavori per la metropolitana) e la chiesetta di sant'Ambrogio.

L'operazione, inoltre, prevedeva la realizzazione di due viadotti perpendicolari che avrebbero attraversato la città a croce, incontrandosi appunto in Piazza della Vittoria, che ne avrebbe costituito il nodo. Il progetto, per mancanza di fondi, non fu mai realizzato.

Altro progetto significativo del periodo fu la Galleria Tito Speri, che venne abbozzato attorno al 1920, anche se già fin dalla fine dell'Ottocento i piani di sviluppo della città miravano ad un'espansione verso nord. Dopo un primo progetto a cura dell'ing. Giovanni Conti tra il 1921 e il 1925 e l'approvazione da piano regolatore nel 1929, la vera decisione giunse nel 1932 e fu rafforzata ancor più dalla richiesta da parte delle autorità militari della costruzione di rifugi antiaerei. Nel 1935 il progetto venne presentato, ma il costo di 7 milioni di lire ne determinò un temporaneo accantonamento, fino al 1937. Già allora aveva la struttura che oggi conosciamo: una galleria centrale per una lunghezza di 600 metri a collegare via Musei alla Pusterla, e due gallerie laterali, dirette verso via San Faustino. L'iter per ottenere il permesso fu lungo e complesso: importante fu l'intervento a Roma dell'ing. Francesco Fantoni, responsabile dell'ufficio tecnico comunale e progettista dell'opera. I lavori iniziarono nel gennaio 1943: interrotti nel '45, vennero ripresi tra il 1946 e il '48. Durante i bombardamenti della Seconda Guerra mondiale la galleria servì da ricovero e rifugio antiaereo per la popolazione. L'inaugurazione ufficiale avvenne il 28 aprile 1951.


Fonti: Quaderno del Collegio Geometri della Provincia di Brescia - Circolare nr 16, 1 semestre 1971 - pg. 8-14, disponibile al link http://www.facebook.com/photo.php?fbid=10151152619944825&set=pb.195260169824.-2207520000.1359288840&type=3&theater

Brescia repubblicana[modifica | modifica wikitesto]

La Brescia Repubblicana, insignita della Medaglia d'Argento per la Resistenza, visse il periodo della ricostruzione godendo dell'operosità tipica della popolazione. L'industria pesante venne riconvertita, la città - martoriata dai bombardamenti bellici - visse gli anni della ricostruzione sotto la guida del sindaco democristiano Bruno Boni, amministratore estremamente amato dai cittadini, che restò ininterrottamente in carica dal 1948 al 1975. Boni era definito per dileggio "Ciro l'asfaltatore", (lo slogan delle opposizioni fu "asfaltar no es gobernar") ma la sua opera intensa contribuì a creare strutture ed infrastrutture moderne ed efficienti. Alcuni suoi progetti non furono accettati (il tunnel sotto la Maddalena per togliere dalla città il traffico verso la Valtrompia, il canale navigabile di collegamento con Mantova), sebbene venissero presentati come opere di importanza strategica. Grazie ad uno dei vari progetti promossi da Boni, Brescia, prima città in Italia, si dotò del teleriscaldamento. Da tale sistema negli anni '90 è derivato un nuovo un sistema per produrre energia attraverso la combustione dei rifiuti. (Il termoutilizzatore di Brescia è stato considerato dall'Università Harvard il migliore al mondo, anche se gli ambientalisti contestano questo riconoscimento in quanto l'Ente premiatore, Wtert, della Columbia University, ha tra gli sponsor la Martin GmbH, Germany, produttrice dello stesso impianto[12]).

In questo periodo a Brescia non venne meno la tradizione sociale, e alla figura di Boni si affianca quella di padre Ottorino Marcolini, fondatore della Cooperativa "La Famiglia", che realizzò interi quartieri residenziali alla periferia di Brescia. Anche il mondo della cooperazione sociale, capillare e proficuo, risente dello spirito di "cattolicesimo progressista" e trova conformazione, all'inizio degli anni ottanta, nel consorzio provinciale Sol.Co.

Il 28 maggio 1974, durante una manifestazione sindacale ed antifascista, ebbe luogo la drammatica Strage di Piazza della Loggia. Otto persone persero la vita e decine furono i feriti. Una stele commemorativa ricorda i caduti, sotto i portici di fronte alla Loggia, nel punto dove deflagrò l'ordigno nascosto in un bidone (una colonna, visibilmente rovinata, testimonia l'intensità dello scoppio). Il 16 dicembre 1976 un altro ordigno scoppia in Piazzale Arnaldo uccidendo una persona e ferendone altre 11.

Dopo il tracollo della prima Repubblica finì l'egemonia democristiana. La tendenza cattolico democratica dei bresciani trovò però espressione nella guida di giunte di centrosinistra (due guidate da Mino Martinazzoli e due guidate da Paolo Corsini, l'ultima in scadenza nel 2008). Tra i progetti più significativi di questi ultimi anni, la riforma del trasporto pubblico urbano (con la creazione delle LAM, linee ad alta mobilità) e soprattutto il discusso progetto per la Metropolitana.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b "Le origini" su "Brescia Story". URL consultato il 7 ottobre 2009.
  2. ^ Abeni, La storia bresciana, Brescia, Del Moretto, 1984.
  3. ^ La frammentarietà e la scarsità delle fonti non permettono di dare assoluta certezza al fatto che la guerra condotta da Narsete contro il goto Widin e il franco Amingo sia collegabile alla rivolta di Verona e Brescia; comunque la coincidenza di date (561/562) e della regione in cui avvennero gli scontri (Venetia et Histria) rendono probabile la connessione. Menandro Protettore, frammento 8, sostiene che nel 561 ca. Narsete inviò al condottiero franco Amingo due ambasciatori affinché lo convincessero a permettere ai Bizantini il passaggio del fiume Adige, ma Amingo rifiutò. Paolo Diacono (Historia Langobardorum, II,2) narra infatti che Amingo si era alleato con Widin, condottiero goto rivoltatosi a Narsete, e che i due si scontrarono in battaglia con Narsete, uscendone sconfitti: Widin venne esiliato a Costantinopoli, mentre Amingo «fu ucciso dalla spada di Narsete». La cronaca di Giovanni Malala, fonte di Teofane Confessore e Giorgio Cedreno, riporta poi che nel novembre 562 giunse a Costantinopoli la notizia che Narsete aveva espugnato Verona e Brescia, ma senza collegarla agli scontri con Widin e Amingo. La connessione tra i due avvenimenti è suggerita da PLRE IIIb, p. 923, dove avanza l'ipotesi che Widin fosse comandante del presidio goto di Verona.
  4. ^ Agnello, in Liber Pontificalis Ecclesiae Ravennatis 79, riporta la data della presa di Verona: il 20 luglio 561; mentre la notizia dell'espugnazione delle due città arrivò a Costantinopoli nel novembre 562 (cfr. Giovanni Malala, 492; Teofane Confessore, A.M. 6055; Cedreno I, 679).
  5. ^ a b c d e f g Eugenio Mainetti Gambera, Brescia nelle monete, Brescia, Grafo, 1991, ISBN 88-7385-098-7.
  6. ^ Lino Ertani, La Valle Camonica attraverso la storia, Esine, Tipolitografia Valgrigna, 1996, p. 78.
  7. ^ Irma Valetti Bonini, Le Comunità di valle in epoca signorile, Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore, 1976, pp. 95-96.
  8. ^ Tratto da: Giacomo Goldaniga, Storia del castello di villa e l'eccidio dei Nobili di Lozio, Darfo Boario Terme, Tipografia Lineagrafica, 1992, p. 60.
  9. ^ NAVARRINI Roberto, Cultura religiosa e politica nell’età di Angelo Maria Querini, Morcelliana, Brescia 1982 p 518
  10. ^ NAVARRINI Roberto, Cultura religiosa e politica nell’età di Angelo Maria Querini, Morcelliana, Brescia 1982 p. 519
  11. ^ "Il fulmine della notte di S.Elena" su "Qui Brescia". URL consultato il 29 agosto 2011.
  12. ^ La lettera del dott. Francesco Pansera, che scoprì la singolare presenza del costruttore tra i finanziatori del premio vinto dall'inceneritore Asm di Brescia: http://www.ambientebrescia.it/AsmCampioneFavola.pdf

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Antonio Fappani. Voce Brescia in Enciclopedia bresciana, Editrice Voce del Popolo, Brescia, 1975.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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