Finalissima

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La finalissima era una precisa fase del campionato italiano di calcio.

Un campionato settentrionale[modifica | modifica wikitesto]

Sebbene alcune storiche società di calcio si siano formate lungo l'intera penisola italiana verso la fine dell'Ottocento (ad esempio il Florence Football Club nel 1898 e il Palermo nel 1900), solo nel Triangolo Industriale si creò una concentrazione di squadre di football tale da permettere la nascita di un campionato.

I primi tornei tricolori erano strutturati su un sistema a eliminazione diretta, in cui i primi turni erano a carattere regionale per poi passare, in caso di qualificazione, a un livello nazionale. La manifestazione si concludeva con una finale a due per l'assegnazione del titolo. Col passare degli anni si cominciò a modificare la formula sostituendo alle gare secche una serie di gruppi eliminatori. In ogni caso ciascuna fase, indipendentemente dal fatto che si trattasse di un raggruppamento o di una sfida a due, prendeva il nome di girone: vi erano quindi ad esempio un Girone Eliminatorio, un Girone Semifinale e un Girone Finale. In questo periodo, visto l'esito delle amichevoli, solo tre regioni potevano schierare squadre in grado di confrontarsi nel campionato in maniera equilibrata: il Piemonte, la Liguria e la Lombardia. Le formazioni delle altre regioni non potevano accedere al torneo, dato che nei vari incontri informali incappavano in pesanti sconfitte da squadre del Nordovest anche non di primo piano.

Le compagini del Nord-Est[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1909 la FIGC, da pochi anni ammessa alla FIFA, decise una drastica riforma del campionato. Sul modello della English League, il meccanismo del torneo venne semplificato iscrivendo tutte le nove partecipanti ad un Girone Unico che si sarebbe concluso con una classifica per determinare a fine stagione la squadra vincitrice del titolo.

La Federazione era però intenzionata ad allargare i confini del torneo, per dargli davvero una valenza nazionale. Il problema era, come si è detto, la netta differenza di valore fra le squadre provenienti dalle diverse parti del Paese. L'anno successivo, la FIGC decise di inglobare il campionato veneto, che già si disputava da alcune stagioni, facendolo diventare parte del torneo nazionale col nome di Sezione Veneto-emiliana, e includendovi anche il Bologna, che non aveva alcuna avversaria in Emilia. Nel 1911 il Vicenza e nel 1912 il Venezia sfidarono i campioni occidentali nella gara conclusiva (la Pro Vercelli in entrambi i casi) uscendone nettamente sconfitte, con cinque gol al passivo per i biancorossi e addirittura tredici per i neroverdi lagunari.

La Lega Sud[modifica | modifica wikitesto]

Predominanza schiacciante[modifica | modifica wikitesto]

La finalissima nazionale del 1913 descritta su La Stampa Sportiva.
Pino Fioranti (a sinistra) nel giorno della finale nazionale nel 1913.

Per garantire la definitiva patente di nazionalità al titolo, la FIGC aveva però bisogno che il campionato coinvolgesse anche il Centro e il Sud. A quei tempi le formazioni meridionali disputavano vari tornei regionali inquadrati nella Terza Categoria, livello consono in rapporto alla forza delle squadre del Nord. Per raggiungere l'obiettivo prefissatosi la Federazione attuò una specie di "sfasatura" tra l'organizzazione calcistica delle due parti del Paese, elevando d'ufficio i tornei del Sud alla Prima Categoria, pur non essendo tali raggruppamenti paragonabili a quelli del Nord. Dati i differenti valori, il calcio del Nord e quello del Sud furono dunque divisi in due organizzazioni parallele, che si incontravano in occasione della gara per l'assegnazione del titolo nazionale. Dato che contemporaneamente al Nord si era tornati indietro sulla decisione del Girone Unico, ristabilendo i Gironi Eliminatori regionali propedeutici al Girone Finale, gli incontri conclusivi fra i campioni del Nord e quelli del Sud presero il nome di Girone Finalissimo, o semplicemente di finalissima. La creazione del Campionato del Centro-Sud e della Finalissima fu decisa all'Assemblea Federale del 31 agosto 1912, durante la quale venne approvato il "progetto Valvassori-Faroppa", un piano di riforma dei campionati che tra le varie novità prevedeva l'ammissione, per la prima volta, al campionato di Prima Categoria (allora la massima serie) delle squadre del centro-sud. La Stampa scrisse: «Il rappresentante partenopeo, sig. Bayon, pronunciò una calorosa difesa dei clubs meridionali chiedendo che la Federazione madre venga finalmente in loro aiuto... L'ispirato discorso fu salutato da prolungati applausi. Col nuovo regolamento anche l'Italia meridionale avrà i suoi campionati regionali, e la squadra che avrà vinto le semifinali del Sud si incontrerà in due matches finali con la squadra vincitrice del girone finale del Nord».[1]

La dicotomia lessicale fra la finale del Nord e la finalissima nazionale si perpetuò negli anni per il fatto che la vera finale del campionato, quella che assegnava de facto il titolo, era la sfida che concludeva il torneo settentrionale, essendo la finalissima un appuntamento dal risultato scontato, utile solo a dare completezza a un titolo già in pratica acquisito. Nei fatti, le finalissime non ebbero quasi mai un andamento di gioco che mettesse in dubbio l'esito favorevole ai campioni del Nord. Nel 1912-13, a Genova, la Pro Vercelli ratificò la vittoria del titolo sommergendo di sei reti (a zero) la Lazio, campione del Centro-sud, anche se al 78° il risultato era ancora sul 2-0 e quattro delle sei reti vercellesi giunsero solo nei dieci minuti finali. Nell'anno successivo fu invece il Casale a travolgere la solita Lazio, dominando 7-1 a Casale Monferrato ed espugnando Roma con un più modesto 2-0, per un totale di nove reti a uno. Nel 1915, quando il campionato fu interrotto a causa dello scoppio della Prima guerra mondiale, la Federazione assegnò lo scudetto al Genoa, che era in testa al Girone Finale del Nord al momento della sospensione, senza preoccuparsi del torneo in corso al Sud, ciò a testimonianza di come la finalissima fosse considerata un appuntamento quasi protocollare. Inoltre, nel 1919-20 la FIGC incoronò l'Inter campione d'Italia, prima ancora che si disputasse la finalissima con il Livorno, ritenendo a priori il Centro-Sud incapace di vincere.[2]

La crescita del calcio toscano[modifica | modifica wikitesto]

Una formazione del Pisa, vice-campione d'Italia nel 1921

Nell'immediato Dopoguerra, tuttavia, la crescita del calcio toscano determinò nelle stagioni 1919-20 e 1920-21 la disputa di finalissime più combattute che i club settentrionali vinsero con difficoltà contro le finaliste meridionali. Nel 1919-20 l'Inter affrontò la finalissima contro il Livorno sul campo neutro di Bologna. Non fu la solita passeggiata contro le sprovvedute formazioni centro-meridionali, perché l'essere importante sede portuale aveva attratto nella città toscana numerosi giovani inglesi che avevano dato un forte contributo allo sviluppo del calcio locale. Ciononostante, l'esito della sfida fra nerazzurri ed amaranto non fu mai in discussione, tranne che nei minuti conclusivi, a causa della parziale rimonta dei labronici. Tale fu il giudizio de La Stampa sulla partita: «L'Internazionale F.C. ha arrischiato di farsi mettere in iscacco dall' [...] audace squadra dell'U.S. Livorno, campioni di football dell'Italia centro-meridionale. L'U.S. Livorno dev'essere tornata piena di orgoglio ai propri lari. Cedere di misura ad una squadra come quella dei nero azzurri, per due goals contro tre, dopo di aver giuocato due terzi della partita con dieci uomini, può essere considerato dai livornesi come una mezza vittoria. Essi dovettero il brillante risultato alla loro resistenza e ad una grande tenacia di tutti i loro elementi, sorretti da un meraviglioso entusiasmo». La cronaca de La Stampa prosegue notando un calo di forma dell'Inter, a causa della lunghezza spossante del campionato. I meneghini, nondimeno, spadroneggiarono nel primo tempo al termine del quale vincevano 3-0 con doppietta di Agradi al 12° e al 34° e gol di Aebi al 44°, complice anche l'infortunio al 29° del terzino avversario Innocenti I che costrinse il Livorno a giocare il resto della partita in 10. Nella ripresa, tuttavia, si ebbe il risveglio dei livornesi, e i milanesi, ormai esausti, «devono subire una superiorità effettiva da parte di coloro i quali sono stati fino allora dominati». A riequilibrare la situazione influì anche l'infortunio del giocatore nerazzurro Viganò all'8º minuto, che ne penalizzò il rendimento, malgrado fosse riuscito a rientrare in campo. I gol livornesi arrivarono nel finale: al 38º minuto, dopo una palla gol del Livorno sventata in corner da Francesconi, sul successivo calcio d'angolo, battuto da Corte, Magnozzi insaccò di testa, accorciando le distanze; quattro minuti dopo, invece, lo stesso Magnozzi, approfittando di una mischia in area neroazzurra, provocò l'autorete del portiere neroazzurro Piero Campelli, portando il risultato sul 3-2 (alcune fonti attribuiscono proprio a Magnozzi il gol). A quel punto, il Livorno cercò di pareggiare, ma ormai non mancavano che tre minuti alla fine della partita e non riuscì nell'intento. L'Inter, perciò, confermò sul campo, anche se con più fatica del previsto, la vittoria del suo secondo scudetto.[3]

L'anno successivo fu invece il Pisa a dare filo da torcere alla blasonata Pro Vercelli, perdendo per 2-1 una partita molto contestata dai pisani che accusarono l'arbitro dell'incontro, Olivari di Genova, di aver favorito la vittoria della Pro, non espellendo il vercellese Rampini per fallo su Gnerucci (che fu costretto a uscire per infortunio lasciando la squadra in dieci), convalidando il gol della vittoria vercellese in netto fuorigioco e espellendo un giocatore pisano per aver protestato per la convalida del gol (il Pisa fu costretto così a giocare in 9 contro 11). Il Pisa addirittura espose reclamo alla Federazione chiedendo la ripetizione della gara condizionata a loro dire dall'arbitraggio avverso ma ciò non ebbe effetto.[4] Secondo la Stampa di Torino invece l'arbitraggio fu regolare e la vittoria della Pro Vercelli meritata date le numerose occasioni da gol create molte delle quali sventate dalle parate del portiere del Pisa Giani, la cui prestazione venne molto lodata. Proprio per il fatto di non aver sfigurato nella finalissima, le compagini toscane furono a quel punto accorpate al Nord. La finalissima tornò da quel momento ad essere una formalità: nel 1921-22 la Fortitudo di Roma perse 3-0 in casa e 5-2 a Vercelli la Finalissima con la Pro Vercelli. Nel 1922-23 la Lazio perse per 4-1 a Genova e 2-0 in casa propria la finalissima contro il Genoa.

L'impresa del Savoia[modifica | modifica wikitesto]

Il Savoia Campione della Lega Sud e secondo in campionato.
(in piedi da sinistra): Di Giorgio (all.), Maltagliati, Ghisi I, Bobbio, Mombelli, Orsini; (al centro da sinistra): Borghetto, Gaia, Cassese; (seduti da sinistra): Nebbia, Visciano, Lobianco
I giornali commentano le due gare di finale
« Il Savoia si è rivelato come la migliore di quelle venute dal Sud a contendere il titolo alle squadre del Nord »
(Il Mattino, 1º settembre 1924[5])
« Il trio difensivo costituisce un buon baluardo, preciso, potente, deciso. Visciano ha parato un'infinità di palloni, sfoggiando un buon senso di postazione e attanagliando ferreamente i bolidi che gli attaccanti rossoblù gli indirizzavano. Dei due terzini, più preciso e potente Lo Bianco, più disordinato ma più irruente Nebbia. Nella linea mediana emerse il biondo Cassese, che però, nel secondo tempo, causa una leggera distorsione, dovette passare all'ala sinistra. Tra gli avanti emersero Bobbio buon distributore e trascinatore e la mezza sinistra Mombelli, che fu il più pericoloso tiratore di tutta la linea… »
(Il Corriere di Napoli, 7 settembre 1924[5])

Fino a quell'anno i Campioni dell'Italia Centromeridionale avevano sempre perso contro le squadre settentrionali.[6][7][8][9] Puntualmente, ciò si verificò anche nella partita di andata tra Genoa e Savoia, disputatasi a Genova il 31 agosto 1924. Il punteggio finale fu di 3-1 per i rossoblù.

L'incontro di ritorno si disputò allo stadio Oncino di Torre Annunziata il 7 settembre 1924. Qui il Genoa fu accolto tra l'entusiasmo generale dei tifosi, e furono ricevuti anche dal Sindaco Francesco Galli de' Tommasi.[10] Tutto si decise nel secondo tempo, quando Moruzzi mise in rete una corta respinta di Visciano su tiro dalla distanza di Catto. Dopo appena due minuti arrivò il pari dei biancoscudati, con Mombelli, che su passaggio di Bobbio, fulminò il portiere della Nazionale[11] De Prà.[10] Il Savoia finì l'incontro all'attacco alla ricerca della vittoria, che avrebbe dato la bella in campo neutro ai bianchi.[10]

Con questo risultato il Savoia entrò nella storia del calcio italiano, in quanto fu la prima squadra dell'Italia centromeridionale a terminare invitta con una squadra dell'Italia settentrionale, proclamandolo inoltre vicecampione d'Italia. Il gol genoano a Torre Annunziata fu contestato e l'arbitro Rangone dichiarò che se avesse ritenuto il Savoia in grado di disputare la partita non l'avrebbe convalidato; senza quel gol il Savoia avrebbe vinto per 1-0, pareggiando la serie e costringendo il Genoa a una gara di spareggio in campo neutro.[12]

L'abolizione della Finalissima[modifica | modifica wikitesto]

Nella stagione 1924-25 l'Alba di Roma affrontò il Bologna nella Finalissima, perdendo 4-0 a Bologna e 2-0 a Roma.

Nella stagione 1925-26 l'Alba si qualificò di nuovo alla Finalissima contro la Juventus battendo per 6-1 e 1-1 l'Internaples. Nel frattempo, con la Carta di Viareggio, fu abolita la separazione tra un campionato del Nord e un campionato nel Sud ammettendo tre squadre del Sud, Alba, Internaples (ribattezzato Napoli nell'estate 1926) e Fortitudo in Divisione Nazionale, un campionato finalmente unificato tra Nord e Sud. L'ammissione di ben tre squadre meridionali al nuovo massimo campionato non mancò di suscitare proteste tra i club del Nord, che non ritenevano le squadre del Sud sufficientemente competitive per giocare insieme alle grandi del Nord; ritenevano al contrario che nella Seconda Divisione Nord vi erano squadre non meno degne delle tre del Sud di giocare nella massima divisione.[13] La Stampa, pur non mettendo assolutamente in dubbio la vittoria della Juventus (diversi giornali la davano già per campione d'Italia, suscitando le proteste della stampa capitolina), fece notare che nell'Alba giocavano comunque giocatori di un certo livello, alcuni dei quali avevano militato nella rappresentativa romana che pochi mesi prima era riuscita addirittura nell'impresa di battere la Juventus in amichevole.[14] La Stampa stessa presentò la finalissima come banco di prova per le tre squadre del Sud neo-ammesse: se la migliore di esse, l'Alba, avesse perso contro la Juventus con un eccessivo divario, allora, ciò avrebbe significato che per tutte le tre rappresentanti del Sud salvarsi dalla retrocessione sarebbe stato molto complicato.[14] La gara di andata della Finalissima si disputò a Torino e fu subito dominata dalla Juventus: portatisi subito in vantaggio, i bianconeri premettero per segnare una seconda rete, ma una serie di parate del portiere dell'Alba, Ricci (definito un meraviglioso portiere nella cronaca de La Stampa), sventarono numerose palle gol create dai bianconeri.[15] Nell'unica palla gol creata dai romani in tutta la partita, anzi, l'Alba riuscì addirittura a raggiungere il beffardo pareggio, di Loprete, al 22° del primo tempo.[15] Sempre per merito del portiere dell'Alba, che sventò numerose altre palle gol create dai bianconeri, il punteggio si mantenne sull'1-1 fino ai minuti finali del primo tempo, quando la Juventus segnò il 2-1.[15] Nella ripresa i bianconeri dilagarono segnando altre cinque reti, nonostante la bravura del portiere dell'Alba, e vincendo 7-1.[15] Al ritorno, disputato a Roma, non ci fu storia e i bianconeri dominarono l'incontro vincendolo per cinque reti a zero. I giornali del Nord si chiesero giustamente se la FIGC avesse fatto bene ad ammettere tre squadre del Sud al massimo torneo, se la migliore di esse in due gare aveva incassato dodici gol (a uno) contro la Juventus.[13]

Dopo questa Finalissima, si chiudeva un'era (cfr. più sotto). Il campionato di Lega Sud venne soppresso e le tre migliori squadre vennero ammesse al campionato di Divisione Nazionale, mentre altre dieci vennero declassate nel campionato cadetto.

I campioni del Sud[modifica | modifica wikitesto]

In tutto si tennero dieci edizioni del campionato dell'Italia Meridionale. I vincitori accedevano alla finalissima nazionale per il titolo di campione d'Italia.

Stagione Vincitore Secondo posto Esito finalissima
1912-13 Lazio Naples 0-6 vs. Pro Vercelli
1913-14 Lazio Internazionale Napoli 1-9 vs. Casale
1914-15 - - edizione non completata
1919-20 Livorno Fortitudo 2-3 vs. Inter
1920-21 Pisa Livorno 1-2 vs. Pro Vercelli
1921-22 Fortitudo Puteolana 2-8 vs. Pro Vercelli
1922-23 Lazio Savoia 1-6 vs. Genoa
1923-24 Savoia Alba Roma 2-4 vs. Genoa
1924-25 Alba Roma Anconitana 0-6 vs. Bologna
1925-26 Alba Roma Internaples 1-12 vs. Juventus

Titoli per squadra[modifica | modifica wikitesto]

Squadra Titoli Stagioni
Lazio 3 1913, 1914, 1923
Alba Roma 2 1925, 1926
Livorno 1 1920
Pisa 1 1921
Fortitudo 1 1922
Savoia 1 1924

La Divisione Nazionale[modifica | modifica wikitesto]

Con la Carta di Viareggio del 1926 il governo fascista riorganizzò il campionato abolendo la divisione fra nord e sud, inaccettabile dal punto di vista degli ideali nazionalistici del regime. La Lega Sud fu di conseguenza abolita e tre sue formazioni, l'Alba Audace, la Fortitudo e il Napoli, furono ascritte alla nuova Divisione Nazionale; dieci società costituirono il Gruppo Sud della divisione cadetta, rinominata Prima Divisione, mentre tutte le altre furono inserite in Seconda Divisione (il terzo livello nazionale) da cui la Federazione aveva preso i sodalizi meridionali nel 1912.

Successivamente, nel 1929-30, fu inaugurato il torneo a girone unico e la Finalissima non si tenne più. Il termine rimase in voga nel linguaggio giornalistico a indicare una finale di particolare importanza.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ L'assemblea generale della Federazione del Foot-Ball, La Stampa, 2 settembre 1912. URL consultato il 7-11-2010.
  2. ^ Chiesa, La grande storia del calcio italiano, p. 76.
  3. ^ L'Internazionale F.C. di Milano batte faticosamente l'U.S. Livorno., La Stampa, 21 giugno 1920, p. 4. URL consultato il 17-07-2012.
  4. ^ Il "quasi" scudetto
  5. ^ a b Calvelli, Lucibelli, Schettino, p. 43
  6. ^ Panini, p. 77
  7. ^ Panini, p. 78
  8. ^ Panini, p. 79
  9. ^ Panini, p. 80
  10. ^ a b c Calvelli, Lucibelli, Schettino, p. 44
  11. ^ Panini, p. 402-403
  12. ^ Il grande Savoia
  13. ^ a b Una riunione delle società calcistiche dell'Italia Settentrionale., La Stampa, 23 agosto 1926, p. 2. URL consultato il 17-07-2012.
  14. ^ a b Juventus contro Alba di Roma per il titolo di Campione italiano., La Stampa, 7 agosto 1926, p. 2. URL consultato il 17-07-2012.
  15. ^ a b c d L'Alba di Roma nettamente dominata dalla Juventus., La Stampa, 9 agosto 1926, p. 3. URL consultato il 17-07-2012.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Chrystian Calvelli; Giuseppe Lucibelli; Raffaele Schettino, Savoia storia e leggenda dall'Oncino al Giraud, Gragnano, Stampa Democratica '95, dicembre 2000.
  • Edizioni Panini, Almanacco illustrato del Calcio 1984, Modena, Edizioni Panini s.p.a., 1984.
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