Caso Rosetta

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Il terzino Virginio Rosetta, al centro del processo sportivo che favorì la corsa allo scudetto del Genoa ai danni della Juventus.

Il caso Rosetta fu uno dei primi scandali del calcio italiano, avvenuto nella stagione 1923-24.

L'antefatto[modifica | modifica wikitesto]

Il 24 luglio 1923, Edoardo Agnelli divenne presidente della Juventus. Il nuovo massimo dirigente bianconero diede subito il via ad un'intensa campagna di rafforzamento, che avrebbe potuto dare subito frutti se non fosse stato per l'intricata vicenda del trasferimento del difensore Virginio Rosetta dalla Pro Vercelli ai bianconeri.

La Pro Vercelli, una delle squadre più blasonate dell'epoca, si trovava infatti in difficoltà economiche gettando nello scontento i suoi giocatori, che pretendevano sempre più compensi economici. La società vercellese, legata al puro dilettantismo, non usava pagare stipendi ai giocatori poiché, sebbene la pratica di retribuire gli atleti fosse sottobanco molto diffusa (si vedano, ad esempio, i casi dei genoani Aristodemo Santamaria ed Enrico Sardi), gli statuti federali ancora vietavano il professionismo. Di fronte al malcontento dei giocatori, la dirigenza della Pro Vercelli, rappresentata dal presidente Luigi Bozino, scrisse una lettera ad ognuno dei suoi giocatori, invitandoli ad andarsene se non la sentivano più di giocare con la Pro Vercelli senza essere retribuiti: due giocatori della Pro, Virginio Rosetta e Gustavo Gay, risposero alla missiva con una lettera di dimissioni, che venne accettata dalla società vercellese il 4 settembre.[1]

In attesa di trovare una nuova società, i due vennero messi "fuori rosa". Gay fu contattato dal Milan, che gli propose un lauto contratto da giocatore professionista: egli si appellò quindi alla Federazione per essere iscritto nelle liste di trasferimento in modo da permettere ai rossoneri di acquistarlo. Per cambiare società, all'epoca, bisognava però risiedere nella città di appartenenza della squadra nuova e Gay era residente a Vercelli da diversi anni, per cui, non risiedendo a Milano, non poteva giocare nel Milan. Nonostante ciò, il fatto che il presidente della Lega Nord era Ulisse Baruffini, dirigente del Milan, e che un certificato dell'azienda Richard-Ginori attestava che Gay era dipendente della suddetta azienda e risiedeva a Milano già da due anni, fece sì che la Lega Nord approvasse il passaggio di Gay al Milan.[2]

Il 23 e il 30 settembre la Juventus giocò due amichevoli con la Pro Vercelli, dapprima a Vercelli e poi a Torino: notando che la Pro non schierò in campo Gay e Rosetta, il dirigente bianconero Piero Monateri chiese spiegazioni e la società vercellese rispose che i due erano fuori rosa e che erano liberi di trasferirsi in un'altra squadra. Saputolo, la Juventus promise un lauto ingaggio a Rosetta per convincerlo a vestire la maglia bianconera: la Vecchia Signora, comunque prima di ottenere il via libera al trasferimento di Rosetta, decise di aspettare gli sviluppi del caso Gay. Il 24 ottobre 1923 la Lega Nord diede il permesso a Gay di poter cambiare squadra e dunque passare al Milan, suscitando lo sdegno del presidente della Pro Vercelli Bozino che si lamentò dello "scippo" del giocatore (del quale, incoerentemente, aveva tuttavia accettato le dimissioni) anche sulle pagine de La Gazzetta dello Sport.[3]

Il caso[modifica | modifica wikitesto]

Nel frattempo era cominciato il campionato e la Juventus, dopo un inizio stentato, recuperò terreno finendo al vertice della classifica in coabitazione con il Genoa. I bianconeri, per rinforzarsi ulteriormente, fecero pressioni sulla Lega Nord affinché approvasse la messa in lista di trasferimento di Rosetta in modo da permettere alla Juventus di tesserarlo. Il 7 novembre 1923 Rosetta chiese alla Lega Nord di essere messo in lista di trasferimento essendosi dimesso dalla Pro Vercelli ed avendo intenzione di trasferirsi dalla Juventus, ma il presidente della Lega Nord, ritenendo il caso Rosetta dissimile da quello Gay, rimandò ogni decisione al Consiglio di Lega del 1º dicembre. Rosetta, allora, sporse reclamo alla FIGC, che il 24 novembre 1923 lo accolse, stabilendo che tutti i giocatori le cui dimissioni erano state accettate dalla società di appartenenza erano inseriti automaticamente nelle liste di trasferimento e dunque Rosetta poteva tranquillamente essere tesserato dalla Juventus.[4] I bianconeri, forti della deliberazione della FIGC in contrasto con la decisione della Lega Nord, schierarono in campo Rosetta per la prima volta il 25 novembre contro il Modena[5], vincendo sul campo; il Modena, tuttavia, sporse reclamo alla Lega Nord per la posizione irregolare di Rosetta e la Lega lo accolse, dando vinta la partita al Modena per 2-0 a tavolino. La Juventus replicò, facendo a sua volta ricorso alla Presidenza Federale e schierando Rosetta anche nello scontro diretto contro il Genoa (che venne proiettato, tra l'altro, anche in due cinema di Torino), vinto ancora una volta sul campo per 2-1 grazie anche a una rete decisiva di Rosetta[5]. I genoani, tuttavia, sporsero reclamo per la posizione irregolare di Rosetta e la Lega Nord diede loro ragione, assegnandogli la vittoria per 2-0 a tavolino. Il vicepresidente bianconero Craveri si lamentò a questo punto sulle pagine della Gazzetta dello Sport per le due sconfitte a tavolino, facendo notare alla Lega Nord che, avendo la FIGC stabilito che Rosetta poteva giocare in maglia bianconera, ed essendo la FIGC un organo superiore alla Lega Nord, la posizione del giocatore era regolare e dunque le due sconfitte a tavolino erano ingiuste. Fece dunque ricorso alla FIGC per le due sconfitte a tavolino, che diede ragione alla Juventus richiamando la Lega Nord ed invitandola a rispettare le decisioni della Federazione senza fare di testa propria.[6] Forte del sostegno della FIGC, la Juventus schierò Rosetta anche contro il Padova, vincendo per 2-1; anche il Padova sporse però reclamo, ottenendo la vittoria a tavolino.

A questo punto il 15 dicembre il Consiglio Federale capovolse i verdetti della Lega Nord, restituendo alla Juventus i tre successi nelle partite contro Modena, Genoa e Padova che la Lega Nord aveva trasformato in sconfitte a tavolino. A questo punto, essendoci due diverse classifiche (una della FIGC – in cui la Juventus aveva sei punti in più – e una della Lega Nord) Baruffini rassegnò le dimissioni che vennero però respinte dalla Lega, la quale decise di radunare un'assemblea il 6 gennaio 1924 sul caso Rosetta. La FIGC rispose dichiarando decaduto, il 30 dicembre 1923, l'intero consiglio direttivo della Lega Nord e annullando l'assemblea del 6 gennaio, sostituendola con un'altra da tenersi a Torino il 6 febbraio. Inviò inoltre a tutte le società affiliate un documento con il quale il Consiglio Federale difendeva il proprio operato: questo documento prese il nome di libro bianco, e un riassunto di tale documento venne pubblicato da Il paese sportivo di Torino:

«Accusato di aver intaccato lo statuto, il Consiglio Federale ampiamente dimostra di non essere mai uscito dai limiti precisi del suo compito [...]. Il cosiddetto Caso Rosetta non deve considerarsi isolatamente, ma deve essere ampiamente illuminato dalle deliberazioni federali precedenti, deliberazioni alle quali la Lega Nord si è sempre inchinata senza riserve. [...] Caso De Nardo e Caso Rosetta: il 30 settembre 1922 al CF è proposto il caso di un giuocatore espulso da una società. Può questo giuocatore considerarsi senz'altro libero di entrare in quella qualsiasi altra società che gli talenti? Il Consiglio Federale [...] risponde di sì. Il giocatore viene di diritto posto in lista di trasferimento e può trasferirsi dove gli piace. [...] La Lega Nord approva senz'altro il deliberato, riconoscendo la validità del nuovo tesseramento. Il giuocatore in questione passa dalla Spes alla Sampierdarenese. Questo si chiama il Caso De Nardo. Pochi mesi or sono il Consiglio Federale è chiamato a risolvere il Caso Rosetta. Il giuocatore Rosetta è dimissionario dalla sua società: le sue dimissioni sono state accettate. Egli chiede di essere messo in lista di trasferimento per poter entrare a far parte della Juventus. Il Consiglio Federale pensa, logicamente, che quando una società accoglie le dimissioni di un socio significa che lo lascia libero e pone in lista di trasferimento il Rosetta. La Lega Nord risponde "no". [...] Orbene, è serio ed è sportivo ciò che ha fatto la Lega Nord contro il giuocatore Rosetta? E' seria ed è sportiva la persecuzione contro la società Juventus? Che cosa voleva, in sostanza, la Lega Nord, se non impedire che il giuocatore Rosetta giuocasse? Il giuocatore De Nardo era un mezzo Carneade, non interessava; il giuocatore Rosetta... era un'altra cosa. Tra i quattro rappresentanti della Lega Nord che presero la prima deliberazione in odio al Rosetta, uno era dell'Internazionale, uno del Genoa e uno del Modena, tre società in lizza contro la Juventus per la conquista del Campionato.[...] Nè vogliamo soffermarci sul caso del giuocatore Gay, perfettamente identico al Caso Rosetta e risolto dal Consiglio Federale con le stesse motivazioni. Anche per il Gay la Lega Nord disse "sì" [...], ma per il Rosetta "no", decisamente "no". Tutto ciò è molto malinconico e meritava di essere ben chiarito alle società federate e al pubblico [...]. Il libro bianco della Federazione giunge dunque opportunissimo. E' un documento di serietà e di rettitudine che darà i suoi frutti. [...]»

(Riassunto del libro bianco della FIGC pubblicato da Il paese sportivo di Torino, citato in Chiesa, p. 114.)

Nel frattempo Rosetta scese in campo anche contro la Virtus di Bologna, partita vinta dai bianconeri per 3-0: i bolognesi, tuttavia, non sporsero reclamo, come non lo fecero gli avversari delle partite successive in cui Rosetta scese in campo per la Juventus. Nel frattempo il 6 gennaio l'assemblea della Lega si tenne comunque, malgrado il divieto della FIGC: alle proteste dell'avvocato della Juventus, Craveri, che sosteneva che tale assemblea fosse illegittima, i dirigenti della Lega ribadirono che la FIGC non aveva diritto di dichiarare decaduto il consiglio direttivo della Lega Nord, essendo esso eletto dalle società e non dalla FIGC e che comunque, essendosi stabilita l'assemblea prima del divieto della FIGC di tenerla, essa poteva svolgersi tranquillamente. Con 156 voti favorevoli, 5 astenuti e il solo voto contrario della Juventus, l'assemblea approvò l'ordine del giorno con cui respinse le dimissioni del Consiglio della Lega Nord e ribadì la posizione irregolare di Rosetta; per prevenire la possibilità di un nuovo scisma, dato il contrasto tra la quasi totalità delle società del Nord e il Consiglio Federale, e per cercare di scavalcare l'opposizione della FIGC, nel documento finale dell'assemblea la Lega Nord invocò l'intervento del CONI, rappresentato dal gerarca fascista Aldo Finzi, con il pretesto che il caso Rosetta rischiava di compromettere il rendimento della nazionale in vista delle imminenti Olimpiadi, essendo Rosetta appunto un giocatore della Nazionale.[7] Aldo Finzi, presidente del CONI, sentendosi legittimato ad intervenire sul caso Rosetta dall'ordine del giorno della Lega Nord in cui veniva invocato l'intervento del CONI, convocò urgentemente una riunione, al termine della quale emanò un ordine del giorno che si pronunciava in modo favorevole alla Lega Nord e sfavorevole alla FIGC e alla Juventus, pur esortando l'assemblea di Lega a non disconoscere l'autorità del Consiglio Federale.

Il 9 febbraio 1924 si tenne l'assemblea generale a Torino: alla presenza di trecento delegati, il vicepresidente della FIGC Ferretti diede inizio all'assemblea. Subito dopo l'inizio, Sabatini del Bologna presentò un ordine del giorno con il quale veniva chiesto di rinnovare sia il Consiglio Federale che la Lega Nord, tramite le dimissioni dei membri attuali e la loro sostituzione con nuovi membri. L'assemblea non si rivelò dello stesso parere e il disaccordo provocò la sospensione dell'assemblea e il suo rinvio al pomeriggio. Ripresa l'assemblea al pomeriggio, l'ordine del giorno Sabatini venne di nuovo presentato e poi ritirato, con la riserva di ripresentarlo al termine della discussione. Ferretti poi espose e difese l'operato del Consiglio Federale per quanto riguarda il caso Rosetta: dopo aver attaccato la Lega Nord accusandola di insubordinazione a un ente a lei superiore, ribadì che il caso Rosetta e il caso Gay erano identici, pertanto, se la Lega Nord aveva ritenuto le dimissioni di Gay sufficienti a metterlo in lista di trasferimento, non vi era ragione per non seguire una identica norma per Rosetta. Ferretti concluse il discorso rammentando le ragioni per cui fu ordinato lo scioglimento della Lega Nord e lasciò all'assemblea il compito di giudicare anche su questo punto l'operato del Consiglio Federale. A questo punto prese la parola il presidente della Pro Vercelli, l'avvocato Bozino, il quale rammentò che i Casi Gay e Rosetta avevano danneggiato seriamente la propria società, la quale aveva perso nel giro di un anno ben otto giocatori; proseguì il discorso spiegando le differenze tra i due casi e ritenendo il primo un errore della Lega Nord e il secondo un errore del Consiglio Federale; dopo aver espresso l'augurio di una rapida risoluzione del caso e di una conseguente pacificazione, concluse il discorso mostrandosi favorevole, ma solo al termine della faccenda, alla messa in lista di trasferimento di Rosetta. Il discorso di Bozino non fu approvato da alcuni soci della stessa società vercellese, i quali fecero cenni di diniego. Presero poi la parola Cavazzana, che arringò a favore della posizione della Lega, infine il rappresentante del Carpi, Levi, che con una lunga requisitoria affermò che non vi poteva essere pacificazione senza giustizia, e che era compito di quell'assemblea fare giustizia. Nel proseguimento del discorso, Levi affermò che l'operato del Consiglio Federale fosse illegittimo, e, facendo forza sull'ordine del giorno di Milano emanato dal presidente del CONI, presentò un ordine del giorno con il quale si chiedeva di sfiduciare il Consiglio Federale, reo a suo dire di non aver applicato in maniera corretta i regolamenti. Il vicepresidente Ferretti espresse la preferenza affinché fosse votato non l'ordine del giorno Levi ma quello Sabatini, in quanto quest'ultimo chiedeva di sfiduciare anche la Lega Nord. Si crearono nuove tensioni, che furono risolte solo quando Gandolfi, rappresentante dell'Imolese, riuscì a far sì che si raggiunse un accordo; lo stesso Gandolfi lesse l'ordine del giorno presentato che chiedeva alle società di approvare l'operato del Consiglio Federale e di concedergli la fiducia. Con 87 voti favorevoli, 188 contrari e 10 astenuti, l'ordine del giorno non passò e il consiglio federale venne sfiduciato e costretto a dimettersi. La FIGC finì per essere commissariata venendo messa sotto il controllo di un direttorio formato da sette membri: Felice Tonetti, Roberto Gera, Luigi Bianchetti, Paride Nicolato, Enrico Bassani, Duilio Ripardelli e Edoardo Pasteur.[8]

La conclusione[modifica | modifica wikitesto]

Nella prima riunione del suddetto Direttorio, tenutasi il 17 febbraio, si stabilì infine che Rosetta era da considerare tuttora un giocatore della Pro Vercelli finché essa non l'avesse messo regolarmente nella lista di trasferimento, per cui egli, essendogli stata revocata la tessera di giocatore, non poteva più giocare per il resto della stagione. Lo stesso Direttorio assegnò la sconfitta a tavolino alla Juventus nelle tre partite vinte sul campo contro Modena, Genoa e Padova[5], graziando però i bianconeri per le altre quattro partite (nelle quali aveva ottenuto tre vittorie e un pareggio) in cui fu schierato Rosetta perché avvenute dopo la messa in lista di trasferimento del giocatore e tenendo conto della buona fede dei bianconeri. La FIGC decise di convocare comunque Rosetta in Nazionale: il calciatore, sdegnato per il trattamento ricevuto dalla stessa federazione, rifiutò la convocazione per protesta, perché se non poteva giocare una partita di campionato non intendeva nemmeno giocare con gli azzurri. La FIGC, allora, non volendo rinunciare a Rosetta, invitò la Juventus a convincere Rosetta ad accettare la convocazione e alla fine questa tattica ebbe successo. Nelle sei partite successive – tre amichevoli e tre partite delle Olimpiadi 1924 – Rosetta vestì la maglia della Nazionale, anche se formalmente ancora come giocatore della Pro Vercelli, anche se aveva lasciato la squadra vercellese da un anno.[9] Il risultato dell'affaire Rosetta, una delle tante vicissitudini che tormentarono gli albori del calcio italiano, fu che la Juventus si ritrovò tagliata fuori dalla corsa al titolo a tutto vantaggio del Genoa, che si qualificò così alla finale. Senza le tre sconfitte a tavolino della Juventus, sarebbero stati i bianconeri a sfidare il Bologna nella finale della Lega Nord. Questa sarebbe stata infatti la classifica finale "sul campo":

Pos. Squadra Pt
1rightarrow.png 1. Juventus 32
2. Genoa 31
3. Inter 27
3. Livorno 27
3. Padova 27
6. Alessandria 26
7. Casale 22
8. Modena 21
9. Sampierdarenese 18
10. Brescia 13
2rightarrow.png 11. Novara 12
Nuvola actions cancel.png 12. Virtus Bologna 8

Alla fine, comunque, la Juventus riuscì a fine campionato ad ottenere il trasferimento di Rosetta in bianconero. Al congresso delle società calcistiche italiane del 28 e 29 giugno 1924, fu abolita la norma che obbligava il calciatore a risiedere nella città sede del club dove intendeva trasferirsi, aprendo ulteriormente le porte al professionismo, mentre la Juventus, dopo aver minacciato di ritirarsi dal campionato per protesta, cercò di negoziare con la Pro Vercelli per il trasferimento di Rosetta: la Pro Vercelli, rimasta fedele ai valori del dilettantismo, non intendeva mettere nelle liste di trasferimento il giocatore tanto desiderato dai bianconeri, ma la Juventus riuscì a persuaderla accettando di sborsare alla società vercellese un assegno di 50 000 lire in cambio della messa in lista di trasferimento di Rosetta.[10] Fu così che, per 50 000 lire, Rosetta entrò a far parte della Juventus, causando la reazione sarcastica del Guerin Sportivo che scrisse: «Da oggi, mercé gli sforzi combinati juventino-vercellesi, è possibile determinare il valore di una squadra: quella vercellese vale 550 000 lire» [50 000 × 11].[11] Rosetta, passato in bianconero, ricevette comunque il suo stipendio, mascherato come rimborso spese.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Chiesa, p. 110.
  2. ^ Chiesa, p. 111.
  3. ^ Chiesa, p. 112.
  4. ^ Chiesa, p. 113.
  5. ^ a b c Carlo Felice Chiesa, We Are the Champions - I 150 fuoriclasse che hanno fatto la storia del calcio, in Calcio 2000 (Milano), nº 25, novembre 2000, p. 66.
  6. ^ Chiesa, p. 115.
  7. ^ Chiesa, p. 116.
  8. ^ Chiesa, p. 117.
  9. ^ Chiesa, p. 118.
  10. ^ Chiesa, p. 126.
  11. ^ Chiesa, p. 127.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Carlo Felice Chiesa, La Grande storia del calcio italiano, puntata pubblicata sul Guerin Sportivo di novembre 2012.
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