Caso Genoa

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Il caso Genoa fu un illecito sportivo che coinvolse la società ligure nel 2005, con l'accusa di aver aggiustato a proprio favore il risultato di una partita del campionato di B.

Il fatto[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Serie B 2004-2005.

L'11 giugno 2005 era in programma l'ultima giornata del campionato cadetto:

a Genova, i rossoblu (primi in classifica) ospitavano il Venezia (già matematicamente retrocesso).

L'incontro terminò per 3-2 in favore dei padroni di casa: la vittoria consentì loro di mantenere il primo posto, vincere il campionato facendo così ritorno in A dopo 10 anni[1]. La partita fu spettacolare perché il Venezia, seppur fosse già retrocesso e seppur giocasse in trasferta, sciorinò una performance grintosa, agonistica e combattiva oltre ogni aspettativa e ben oltre le sue ultime prestazioni dismesse, ma grazie ai gol di Marco Rossi e soprattutto di Diego Milito che con due autentiche prodezze siglò una doppietta d'autore, il Genoa vinse l'incontro in uno stadio gremito e festeggiante la promozione dopo un campionato condotto sempre al primo posto sin dalle prime giornate.

Genova
11 giugno 2005, ore 20:30 CET
42ª giornata
Genoa 3 – 2
referto
Venezia Stadio Luigi Ferraris (37.000 spett.)
Arbitro Morganti (Ascoli Piceno)

Poco dopo la fine del campionato, due magistrati genovesi, Alberto Lari e Giovanni Arena (ironicamente iscritti al club supporters sampdoriani toghe blucerchiate), nell'ambito di un'indagine in corso da molti mesi riguardante dei possibili casi di scommesse clandestine, fornirono alle autorità della giustizia sportiva del materiale utile ad istruire un processo sportivo riguardante quella partita Genoa-Venezia, sulla quale avevano appuntato la loro attenzione, disponendo di mezzi di intercettazione ed utilizzando il reato di associazione a delinquere a carico degli indagati, atteso che la sola imputazione per il reato di frode nelle competizioni sportive non avrebbe permesso tale mezzo di ricerca delle prove. Alcuni mesi dopo gli stessi PM disposero la derubricazione del reato di associazione, chiudendo il caso originario da cui avevano avuto il permesso di intercettazione.

Il 14 giugno i carabinieri fermarono nei pressi di Cogliate un'auto su cui viaggiava Giuseppe Pagliara, dirigente del Venezia. Durante la perquisizione, in una valigetta Carpisa venne rinvenuta una busta gialla formato A4 contenente un modulo di contratto di vendita intestato al Genoa CFC che riguardava il giocatore paraguaiano Ruben Maldonado e 250.000 euro in contanti: i Carabinieri chiesero a Pagliara il perché di tutti quei soldi, e Pagliara rispose di essere un dirigente del Venezia e di avere appena venduto al Genoa il giocatore, e i 250.000 euro sarebbero stati un anticipo della somma pattuita.[2]

Indizi[modifica | modifica wikitesto]

1- Nei pressi del luogo dove era avvenuto il fermo dell'auto di Pagliara si trova la sede della Giochi Preziosi S.p.A., di proprietà di Enrico Preziosi, presidente del club ligure. Lì venne ritrovata una busta intestata al Genoa CFC dove era presente il modulo di contratto di vendita che riguardava il giocatore Maldonado del Venezia e relativo denaro corrispondente a quanto riportato sul contratto. Il contratto era redatto su carta intestata al Genoa CFC ma non su modulo federale utile ai fini fiscali, e i carabinieri, prospettando il reato di appropriazione indebita, invitarono dunque Pagliara a seguirli e posero sotto sequestro i soldi per accertamenti fiscali.

Secondo i PM genovesi, su mandato dei quali avevano agito i militi, quelli sarebbero stati i soldi con cui le due squadre avrebbero truccato la partita.

2- Altro indizio un'intercettazione telefonica tra lo stesso Enrico Preziosi e Franco Dal Cin (ex Presidente ed ex proprietario del Venezia), nella quale il presidente rossoblù chiedeva al presidente del Venezia di disputare una partita regolare di campionato tra la prima in classifica e l'ultima, senza particolare acredine, rifiutando la proposta di alcuni dirigenti del Torino che avrebbero proposto un premio a vincere per il Venezia.

Secondo i PM genovesi, e secondo la disciplinare sportiva, questo sarebbe stato un tentativo di normalizzare l'evento sportivo.

3- Un altro elemento fu il fatto che il portiere del Venezia Lejsal, che aveva disputato un buon campionato, venne sostituito alla fine del primo tempo dopo aver subìto un colpo alla mano; secondo alcuni l'infortunio era solo di lieve entità, mentre secondo altri si trattava di un normale avvicendamento per far esordire in Serie B un giovane che ha il ruolo di secondo nei pochi minuti dell'ultima giornata rimasti a disposizione prima della retrocessione, come spesso accade in tutti i campionati, peraltro disputando un'ottima partita.

Secondo i PM genovesi, e secondo la disciplinare sportiva, questo sarebbe stato un sotterfugio per perdere la partita pertanto anche l'estremo difensore ceco fu inserito per questo dalla pubblica accusa nel registro degli indagati insieme ai suoi compagni di squadra Massimo Borgobello e Massimiliano Esposito.

Conclusione[modifica | modifica wikitesto]

Le parole conclusive furono scritte dalla Cassazione nel maggio 2012[3], dove fu stabilita la sentenza sulla vicenda scaturita dall' intreccio tra Venezia e Genoa e Torino:

Difesa - secondo l'avvocato difensore del GenoaCFC, il socio granata Luigi Gallo, ex presidente del Venezia poi arrestato per il crack del Torino del quale era socio[3] avrebbe offerto denaro ed esercitato pressioni affinché il Venezia tentasse in tutti i modi e con ogni risorsa di battere il Genoa; a supporto è stata portata la dichiarazione e testimonianza di Cravero, ex d.s. granata, che aveva chiuso ogni rapporto con il Torino calcio[3]; il presidente dei rossoblù venuto a conoscenza del patto tra Torino e Venezia, chiese (come si evidenziò dalle controverse intercettazioni) al presidente del Venezia di non accettare le proposte del Torino disputando viceversa una gara normale senza particolare astio o acredine[3]; in ogni caso il legale difensore affermò l'inutilizzabilità delle controverse intercettazioni poiché effettuate dai magistrati genovesi su istanza di reato di associazione a delinquere, ma reato non esistente nel caso Genoa.

Procura - il Procuratore generale affermò che l'inutilizzabilità delle intercettazioni non andasse estesa agli interrogatori dei testimoni che furono stimolati e non determinati dalle intercettazioni, dichiarando la non attendibilità oggettiva delle dichiarazioni di Cravero sul coinvolgimento del Torino; secondo la Procura il presidente Preziosi aveva sbagliato, poiché anche se vittima di una aggressione aveva agito in propria difesa da solo senza rivolgersi alle autorità federali che lo avrebbero tutelato[3].

Fu pertanto chiusa la vicenda con una condanna a Preziosi di quattro mesi ed il pagamento di spese processuali per il tentativo di normalizzare l'evento sportivo[3], e l'assoluzione di tutti gli altri imputati stabilendo che non avevano truccato il risultato sportivo[3], mettendo la parola fine sul Caso del Genoa che comunque era già stato retrocesso 7 anni prima.

Processo sportivo[modifica | modifica wikitesto]

Richieste di accusa[modifica | modifica wikitesto]

Dopo gli interrogatori, la procura Federale della FIGC espresse le richieste di accusa il 24 luglio 2005 davanti alla Commissione Disciplinare della Lega Nazionale Professionisti;

Società

  • Genoa: declassamento all'ultimo posto del Campionato di Serie B 2004-2005 con conseguente retrocessione in Serie C1 con 3 punti di penalizzazione.
  • Venezia: non giudicabile in quanto la società fallì un mese prima.

Dirigenti società

Calciatori

Sentenza di primo grado[modifica | modifica wikitesto]

La sentenza di primo grado venne resa pubblica il 27 luglio 2005 con le seguenti decisioni;

Società

  • Genoa: declassamento all'ultimo posto del Campionato di Serie B 2004-2005 con conseguente retrocessione in Serie C1 con 3 punti di penalizzazione.

Dirigenti società

Calciatori

Sentenza d'appello[modifica | modifica wikitesto]

L'8 agosto 2005 la CAF diede la parola definitiva al procedimento sportivo;

Società

  • Genoa: retrocessione in Serie C1 con 3 punti di penalizzazione.

Dirigenti società

Calciatori

Ricorso al tribunale civile[modifica | modifica wikitesto]

Successivamente il Genoa, non condividendo le decisioni della giustizia sportiva, fece ricorso al Tribunale Civile di Genova sostenendo che il processo di secondo grado si era svolto in modo irregolare e sottolineando il fatto che le intercettazioni telefoniche, unico indizio contro i dirigenti liguri, erano state acquisite ed utilizzate in maniera illegale. Il 19 agosto il giudice genovese Alvaro Vigotti, dopo aver analizzato il ricorso del Genoa e quello della Federazione Italiana Giuoco Calcio, decise di lasciare la giurisdizione del caso alla FIGC, sottolineando il fatto che il processo d'appello si era svolto in maniera regolare secondo le procedure di giustizia sportiva e che le intercettazioni telefoniche, seppure acquisite per altre indagini su altri reati che poi non si erano concretizzate, erano state fornite dalla magistratura ordinaria genovese a quella sportiva in maniera lecita[4]. Inoltre il giudice sottolineò il fatto che, in caso di retrocessione per illecito sportivo, una società sportiva non poteva ricorrere alla giustizia ordinaria e, per questi motivi, il Genoa si vide respingere i ricorsi e dovette inghiottire il rospo accettando la retrocessione. Per questo episodio a metà stagione venne penalizzato di altri 3 punti da parte della Commissione Disciplinare della Lega Calcio di Serie C, poi annullati dalla CAF.

Processo penale[modifica | modifica wikitesto]

Dalle indagini penali del 2005 venne fuori il sospetto di combine di altre partite, commesse dalla dirigenza rossoblu. Questi sospetti decaddero, così come l'accusa di associazione a delinquere, mentre rimase in piedi l'accusa di frode sportiva. Nel giugno 2006 iniziò il processo penale e vennero rinviati a giudizio le seguenti persone: Enrico Preziosi, Matteo Preziosi (figlio del presidente genoano), Stefano Capozucca, Franco Dal Cin, Michele Dal Cin e Giuseppe Pagliara con l'accusa di frode sportiva. Nel febbraio del 2007 l'accusa chiese 8 mesi di reclusione a tutti gli imputati.

Sentenza di 1º grado[modifica | modifica wikitesto]

Il 2 marzo 2007 il Tribunale di Genova emise la sentenza di primo grado: Enrico Preziosi, Matteo Preziosi, Stefano Capozucca, Franco Dal Cin e Giuseppe Pagliara condannati a 4 mesi di carcere per frode sportiva. L'unico assolto, per non aver commesso il fatto, fu Michele Dal Cin[5].

Sentenza di 2º grado[modifica | modifica wikitesto]

Il 27 novembre 2008, al termine del processo d'appello, vennero confermate le decisioni del processo di 1º grado; 4 mesi di reclusione per frode sportiva ad Enrico e Matteo Preziosi, Stefano Capozucca, Franco Dal Cin e Giuseppe Pagliara. Confermata anche l'assoluzione di Michele Dal Cin per non aver commesso il fatto.

Rinvio della Cassazione e nuova sentenza di 2º grado[modifica | modifica wikitesto]

La Corte di Cassazione il 25 febbraio 2010 ha annullato la prima sentenza di secondo grado, disponendo il rinvio del processo ad altra sezione della Corte d'appello di Genova. La seconda sentenza d'appello, in data 15 febbraio 2011, conferma la condanna a 4 mesi per Enrico Preziosi e dispone l'assoluzione per il figlio Matteo, per Capozucca e per Francesco Dal Cin.[6]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Calcio Portale Calcio: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di calcio