Caso Allemandi

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Il caso Allemandi è stato uno dei principali scandali della storia del calcio italiano, nonché uno dei primi in ordine di tempo, essendo avvenuto nel periodo antecedente all'istituzione della Serie A a "girone unico" (1929).

La vicenda, alquanto complessa e caratterizzata da retroscena che non furono mai ben chiariti, comportò la revoca dello scudetto vinto dal Torino nella stagione 1926-1927. L'esito controverso del caso giudiziario portò, nei decenni seguenti, a diversi tentativi di riaprire l'inchiesta in merito, finora tutti senza successo.[1]

La cronaca dell'illecito[modifica | modifica wikitesto]

Luigi Allemandi, il terzino della Juventus protagonista dello scandalo

Al centro dello scandalo vi fu una combine apparentemente orchestrata da Guido Nani, revisore dei conti del Torino nonché amico personale del presidente granata Enrico Marone Cinzano, e da Luigi Allemandi, promettente terzino sinistro della Juventus che, in coppia con l'affermato fuoriclasse Virginio Rosetta, formava uno dei reparti difensivi migliori nel calcio italiano degli anni 1920.[2][3][4][5]

Secondo la cronaca del tempo, il dottor Nani corruppe il giocatore anticipandogli 25 000 lire affinché questi dirottasse a favore del "Toro" il risultato del derby della Mole (Torino-Juventus) in programma il 5 giugno 1927; le restanti 10 000 lire pattuite sarebbero state consegnate dopo la conquista dello scudetto da parte dei granata (in quel momento il Torino era in testa alla classifica con 10 punti e seguito sia dal Bologna che dalla Juventus).[3][4][6][7] La proposta di truccare il risultato della stracittadina sarebbe partita da Francesco Gaudioso, uno studente siciliano del Politecnico che alloggiava in una pensione in piazzetta Madonna degli Angeli dove aveva domicilio anche Allemandi: Gaudioso avrebbe contattato Nani e svolto il ruolo di "intermediario" tra questi e Allemandi.[6][8][9]

Il derby si chiuse con la vittoria in rimonta per 2 a 1 del Torino, e circa un mese dopo, il 3 luglio, il "Toro" divenne campione d'Italia con una giornata d'anticipo:[7][10] in base alla ricostruzione ufficiale degli eventi, tuttavia, Nani si sarebbe rifiutato di pagare le rimanenti 10 000 lire perché Allemandi, contrariamente ai presunti patti, si segnalò tra i migliori in campo nella partita del 5 giugno.[2][3][7] Come conseguenza di ciò, nell'ostello sarebbe scoppiato un litigio fra il calciatore e Gaudioso origliato dal giornalista Renato Ferminelli, corrispondente da Torino delle testate Lo Sport di Milano e Il Tifone di Roma, il quale risiedeva nella stessa struttura.[2][3][11] Altre fonti, invece, negano che l'alterco sia mai avvenuto e sostengono che lo studente decise di rivelare sua sponte l'esistenza della combine a Ferminelli: la storia del diverbio sarebbe stata, quindi, un'invenzione del reporter.[4][6]

In ogni caso Ferminelli, il quale era per giunta in cattivi rapporti col Torino, poiché la società granata non gli aveva concesso per un qui pro quo l'accredito stagionale per le partite allo Stadio Filadelfia,[2][3][4][6] pubblicò sulle due riviste per cui lavorava, tra il 29 luglio e il 22 settembre 1927, una serie di articoli dai titoli allusivi (come "Preludio. C'è del marcio in Danimarca" e "Sinfonia") nei quali denunciava un illecito del club granata, dapprima in maniera sibillina e in seguito facendo i nomi dei personaggi coinvolti.[2][3][4][11][12] A detta del cronista, anche Marone Cinzano sarebbe stato implicato nello scandalo in quanto autore di un telegramma dal significato misterioso («Sospendete consegna pacco»); tempo dopo, il presidente torinista dimostrerà, con delle prove, che quel messaggio non nascondeva niente di particolare.[4][12]

I procedimenti giudiziari[modifica | modifica wikitesto]

Il processo sportivo[modifica | modifica wikitesto]

Il reportage fece partire a settembre l'inchiesta della Federazione Italiana Giuoco Calcio. In quel momento, alla testa della FIGC si trovava Leandro Arpinati, gerarca fascista nonché podestà della città di Bologna (divenuta dal 1926 sede della Federazione per volontà dello stesso presidente), il quale era coadiuvato dal segretario generale Giuseppe Zanetti.[11] Dopo una serie di indagini svolte in Piemonte, Lombardia e Sicilia, i due dirigenti condussero diversi interrogatori: in particolare, i colloqui decisivi si tennero il 3 novembre 1927 nel corso di una lunga riunione d'urgenza del Consiglio Federale presso la Casa del Fascio del capoluogo emiliano.[2][13][14]

Il primo teste fu proprio Ferminelli, il quale ripeté ciò che aveva scoperto, quindi fu il turno di Gaudioso: lo studente negò in principio l'accaduto, ma successivamente decise di confessare e fece il nome di Nani; il consigliere torinista confermò l'avvenuta corruzione e riferì che l'intera società piemontese era implicata nella combine, salvo poi smentire e spiegare di essere l'unico dirigente coinvolto nel misfatto. Gaudioso, inoltre, dopo aver dichiarato di aver dato i soldi ai tre calciatori juventini Luigi Allemandi, Federico Munerati e Piero Pastore, affermò di essersi tenuto i soldi per sé e infine ritrattò ulteriormente, accusando il solo Allemandi.[2][14] I tre suddetti giocatori vennero, a loro volta, interrogati: Munerati fu incolpato di aver ricevuto in dono dal presidente granata Cinzano una cassa di vini e liquori (circostanza, tuttavia, non così insolita per l'epoca)[15], mentre a Pastore venne imputato di aver scommesso sulla sconfitta juventina nel derby (incontro durante il quale egli stesso si fece espellere per fallo da reazione).[4][2][11]

Sentenza di primo grado[modifica | modifica wikitesto]

«Il Direttorio federale, accertato anche per confessione del dottor Nani, consigliere del Torino, che egli ha versato al signor Gaudioso, pure confesso, lire 25 000 destinate a taluno dei giocatori della Juventus per assicurare illegittimamente al Torino la vittoria nella gara del 5 giugno, delibera di togliere al Torino il titolo di campione assoluto d'Italia, per l'anno sportivo 1926-27.»[13]
(Comunicato ufficiale della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC), 4 novembre 1927)

La sentenza arrivò il 4 novembre 1927, appena terminata la suddetta assemblea straordinaria: il Direttorio Federale decretò la revoca dello scudetto al Torino per comprovata corruzione di un imprecisato calciatore della Juventus in occasione della stracittadina del 5 giugno, nonché la squalifica a vita per i membri del Consiglio Direttivo del Torino in carica nei mesi di maggio e giugno 1927 (fra cui il presidente Enrico Marone Cinzano, il vicepresidente Eugenio Vogliotti, il segretario Pietro Zanoncelli e il consigliere Guido Nani).[3][4][14][16][17] Nessun provvedimento fu invece preso a carico della Juventus, poiché la dirigenza della società bianconera era stata vittima, e non parte attiva, del misfatto.[13]

«[...] Il risultato dell'inchiesta è tale che ha riportato l'impressione precisa che talune partite di campionato abbiano falsato l'esito del campionato stesso. Il Bologna non avrà perciò il titolo tolto al Torino; il campionato 1926-27 non avrà il suo vincitore.»[13]
(Dichiarazione del presidente della FIGC Leandro Arpinati riportate su La Gazzetta dello Sport il 7 novembre 1927)

Il Direttorio, inoltre, stabilì che il risultato della partita sotto indagine e la classifica finale del campionato non sarebbero stati modificati e che lo scudetto sarebbe rimasto perpetuamente "non assegnato", unico caso nel calcio italiano fino al ripetersi di un secondo episodio nel 2005. Arpinati motivò la decisione lasciando intendere che altri match, oltre a quello al centro dell'inchiesta, apparivano falsati, e che pertanto era stata appurata l'irregolarità del campionato in toto.[2][3][4][13] Il titolo, di conseguenza, non fu dato al Bologna secondo classificato, come prevedevano i regolamenti FIGC e CIO, né tantomeno alla Juventus terza piazzata, la quale sarebbe divenuta prima in graduatoria nel caso avesse ottenuto la vittoria a tavolino nel derby incriminato.[2][3][4][18]

Società
  • Torino: revoca dello scudetto 1926-1927 e pagamento di 10 000 lire per le spese d'inchiesta.
Dirigenti
  • Enrico Marone Cinzano (presidente Torino): squalifica a vita.
  • Eugenio Vogliotti (vicepresidente Torino): squalifica a vita.
  • Pietro Zanoncelli (segretario Torino): squalifica a vita.
  • Guido Nani (revisore legale Torino): squalifica a vita.
  • Altri 17 membri del Consiglio Direttivo del Torino nei mesi di maggio-giugno 1927: squalifica a vita.
  • Altri 2 membri del Consiglio Direttivo del Torino nei mesi successivi a giugno 1927: squalifica per 2 anni.

Sentenza di secondo grado[modifica | modifica wikitesto]

«Il Direttorio federale conferma le precedenti decisioni e squalifica a vita Luigi Allemandi, della cui colpevolezza è stata pienamente raggiunta la prova; richiama il giocatore Munerati a una più esatta comprensione dei suoi doveri in quanto un calciatore tesserato non può accettare doni di qualsiasi entità o natura da iscritti ad altre società; deplora e proibisce il malcostume delle scommesse anche di lieve cifra, specie quelle tenute contro le sorti dei propri colori e ammonisce per questa trasgressione il giocatore Pastore [...]»[13]
(Comunicato ufficiale della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC), 21 novembre 1927)

In un'intervista alla Gazzetta dello Sport del 6 novembre, Arpinati annunciò che il calciatore juventino coinvolto nel reato era Luigi Allemandi e che intendeva squalificarlo a vita. Allemandi, che nell'estate era passato dalla Juventus all'Inter, preparò un lungo memoriale di difesa, ma Arpinati respinse il 21 novembre la richiesta di assoluzione del calciatore, adducendo come prova materiale dell'illecito i presunti frammenti di una lettera mai spedita nella quale Allemandi, rivolgendosi a Gaudioso, avrebbe reclamato il pagamento della quota iniziale di 25 000 lire; tale missiva sarebbe stata rinvenuta da Zanetti in seguito a un sopralluogo nella camera del giocatore presso la pensione di piazzetta Madonna degli Angeli.[3][4][16] Lo stesso giorno, inoltre, furono lievemente puniti anche Munerati e Pastore, gli altri due calciatori bianconeri coinvolti nell'inchiesta: Arpinati, infatti, sanzionò entrambi con un richiamo formale rispettivamente per il dono ricevuto dal presidente del Torino e per la trasgressione relativa al calcioscommesse.[11][13]

««[..] In quella [camera] di Allemandi vennero notati dei pezzettini di carta nel cestino, pezzettini di carta che vennero raccolti pensando che avessero potuto avere un riferimento con la questione che interessava. Infatti, incollati questi pezzettini su della carta trasparente (lavoro che durò ben diciotto ore) si poté ricostruire una lettera con cui Allemandi si lagnava del mancato versamento delle venticinquemila lire, sostenendo di aver collaborato e non poco alla conquista dello scudetto da parte dei granata. [...]»[1][13]
(Dichiarazione del segretario generale della FIGC Giuseppe Zanetti, riportata molti anni dopo lo scandalo)

Secondo la versione ufficiale del processo, Allemandi riconobbe come propria la grafia della lettera a Gaudioso e confermò di esserne l'autore. Nei decenni seguenti, tuttavia, il calciatore negò tutto, sostenendo che Arpinati si rifiutò di fargli vedere la missiva, e affermò che le proprietarie dell'ostello gli raccontarono che fu Gaudioso in persona a recarsi a Bologna per consegnare il documento alla Federazione.[3][4][19] In ogni caso, cinque mesi dopo la sentenza, in occasione del Natale di Roma (21 aprile 1928), Allemandi beneficiò di un'amnistia rivolta a tutti gli atleti e dirigenti sportivi colpiti da squalifiche che fu promulgata dal presidente del CONI Lando Ferretti (altre fonti, invece, fanno erroneamente risalire la clemenza alla medaglia di bronzo della Nazionale Italiana alle Olimpiadi estive dello stesso anno).[3][4][20] In base alla testimonianza di Zanetti, tale provvedimento venne concesso unicamente per merito delle accorate richieste di grazia della madre del giocatore, rivolte a Ferretti, al Duce, al principe Umberto e perfino al re d'Italia.[2]

Società

Conferma della sentenza di primo grado.

Dirigenti

Conferma della sentenza di primo grado.

Calciatori

Il processo penale[modifica | modifica wikitesto]

Il 9 novembre 1927 i dirigenti del Torino sanzionati dalla Federazione emisero un comunicato ufficiale in cui, sostenendo la propria estraneità all'opera di corruzione messa in atto da Nani, annunciavano la presentazione di un'istanza al Direttorio FIGC per l'accertamento delle responsabilità individuali. Arpinati troncò sul nascere l'iniziativa e suggerì loro di adire le vie legali (non esistendo all'epoca dei fatti la clausola compromissoria che impedisce ai tesserati federali di rivolgersi alla giustizia ordinaria per sanare le controversie inerenti l'attività sportiva).[2][3][4]

Marone Cinzano e i suoi colleghi, quindi, intentarono causa per diffamazione contro Nani e nel gennaio del 1928 si tenne un processo sull'affaire Allemandi presso la magistratura ordinaria. Nel tribunale di Bologna il revisore dei conti ripeté di aver orchestrato l'illecito da solo, scagionando tutti tranne il segretario Zanoncelli, che gli aveva dato 20 000 lire per la compravendita della partita (le restanti 5 000 le avrebbe versate Nani di tasca propria). Chiamato in causa, Zanoncelli testimoniò che i soldi se li era fatti prestare dal vicepresidente Vogliotti, senza spiegargli però il motivo della richiesta, poi si difese raccontando che Gaudioso lo aveva a sua volta contattato per proporgli una combine prima del derby di andata del 3 aprile 1927 (vinto 1-0 dalla Juventus) e che, dopo averne parlato con Nani, aveva deciso in autonomia di non andare avanti nella truffa.[4][19]

A quel punto Marone Cinzano, ritenendosi soddifatto dalle dichiarazioni di Nani, si impegnò dopo una sola udienza a lasciar cadere le accuse di diffamazione e le parti si misero d’accordo per un’amichevole remissione della querela. Secondo la testimonianza di Zanetti, invece, la rinuncia avvenne «perché troppo chiare erano le prove fornite al Tribunale dai dirigenti federali, prove tali da non ammettere dubbi sulla colpevolezza dei puniti.» Fatto sta che la sentenza decretò la cancellazione delle squalifiche di quasi tutti i consiglieri della società granata, tuttavia non per i licenziati Nani e Zanoncelli né tantomeno per Marone Cinzano e Vogliotti. Nel mese di aprile, comunque, i quattro condannati poterono godere assieme ad Allemandi della suddetta amnistia concessa dal regime fascista.[2][3][4][19]

Dirigenti
  • Enrico Marone Cinzano (presidente Torino): conferma della squalifica a vita (poi amnistiata).
  • Eugenio Vogliotti (vicepresidente Torino): conferma della squalifica a vita (poi amnistiata).
  • Pietro Zanoncelli (ex segretario Torino): conferma della squalifica a vita (poi amnistiata).
  • Guido Nani (ex revisore legale Torino): conferma della squalifica a vita (poi amnistiata).
  • Altri 17 membri del Consiglio Direttivo del Torino nei mesi di maggio-giugno 1927: cancellazione della squalifica a vita.
  • Altri 2 membri del Consiglio Direttivo del Torino nei mesi successivi a giugno 1927: cancellazione della squalifica per 2 anni.

Controversie[modifica | modifica wikitesto]

Lo scudetto non assegnato[modifica | modifica wikitesto]

Leandro Arpinati, presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio dal 1926 al 1933

Sulle motivazioni della mancata riassegnazione del titolo al Bologna si avanzarono illazioni totalmente opposte.[2][4][13]

Da un lato c'era chi, credendo nella buona fede e nella probità di Leandro Arpinati, ritenne che il presidente federale impedì la premiazione del club rossoblù non soltanto poiché l'intero campionato appariva ai suoi occhi invalidato, ma per evitare che ricadessero sulla propria persona ovvi sospetti di parzialità, essendo egli un noto sostenitore felsineo. A confermare tale interpretazione sarebbe la reputazione stessa di Arpinati di uomo incorruttibile, nonché voce critica all'interno del Fascismo e amico di figure non allineate al regime (fra cui il segretario Zanetti, non iscritto al partito unico): tutte queste qualità sarebbero in seguito costate al politico la caduta in disgrazia e il confino.[2][3][13][21]

All'opposto, invece, ci fu chi accusò Arpinati di aver ordito, o quantomeno "gonfiato", lo scandalo che coinvolse Allemandi proprio allo scopo di favorire il Bologna, insinuando che la mancata incoronazione del club emiliano dopo la revoca del titolo al Torino sarebbe stata voluta da alti gerarchi, forse da Benito Mussolini in persona, timorosi che la condotta di Arpinati, la quale era stata soggetta a critiche anche in precedenza, potesse giungere a screditare l'immagine e l'autorità del sistema fascista.[4][13][22]

Il caso Pinasco[modifica | modifica wikitesto]

In base a quest'ultima tesi, infatti, il presidente federale avrebbe tentato di danneggiare i rivali del Bologna già l'8 giugno 1927, quando il Comitato Italiano Tecnico Arbitrale decretò la replica dell'incontro del 15 maggio fra i piemontesi e gli emiliani (vinto 1-0 dal "Toro") a causa di un presunto errore tecnico. Apparentemente, il direttore di gara genovese Giacomo Pinasco, interrogato dall'organo ben ventitré giorni dopo il match, avrebbe ammesso di non aver segnalato un fuorigioco nella circostanza della rete granata, poiché distratto dalle lamentele della squadra rossoblù per un gol fantasma che le era stato appena negato; tuttavia, la versione ufficiale dell'assemblea venne clamorosamente smentita dallo stesso Pinasco, il quale affermò in un'intervista alla Stampa che la rete torinista era regolare, aggiungendo che la precedente non assegnazione di un gol ai bolognesi era corretta.[3][4][22][23] "Carlin" Bergoglio, storica firma del Guerin Sportivo, commentò ironicamente la surreale situazione:[13]

«La CITA, soltanto quando ha letto l’esito della partita Torino-Juventus, s'è accorta di un errore tecnico nella partita Torino-Bologna, avvenuta quasi un mese prima.»

(Carlo Bergoglio su Guerin Sportivo, giugno 1927)

Gli arbitri liguri indissero una riunione di protesta in segno di solidarietà nei confronti del collega, ma il Direttorio Federale intervenne, minacciando dimissioni coatte per i partecipanti al convegno e sospendendo Pinasco «fino a nuovo ordine». Infine, il 30 giugno Arpinati deliberò irrevocabilmente la ripetizione di Torino-Bologna e punì il direttore di gara con il ritiro della tessera per aver reso versioni diverse sullo svolgimento della partita.[2][22][24] Il replay dell'incontro annullato si tenne il 3 luglio e vide un'ulteriore vittoria del Torino, con una rete su rigore, che fu determinante per la conquista dello scudetto poi revocato: l'arbitro di questo match fu Carlo Dani, torinese ma affiliato alla sezione di Genova, resosi già protagonista il 16 gennaio della concessione ai piemontesi di un tiro dal dischetto decisivo durante un'altra sfida contro gli emiliani[2][3] (una coincidenza che suscitò perplessità, sebbene le cronache giornalistiche confermino la validità di entrambi i penalty assegnati).[25][26]

Gli estimatori di Arpinati argomentano che proprio la designazione di Dani, la quale apparve all'opinione pubblica come una compensazione per l'ipotetico favoritismo concesso dal CITA al Bologna, sarebbe un'ulteriore riprova del fatto che il presidente federale ebbe in realtà un comportamento super partes nella gestione di questo scandalo e di quello Allemandi.[2][3] Di conseguenza, quando Arpinati non assegnò lo scudetto a tavolino ai bolognesi ritenendo il torneo falsato, si sarebbe riferito sia all'illecito ordito da Guido Nani, sia a occulte pressioni che avrebbero determinato la ridisputa di Torino-Bologna.[2][13] A tal proposito, l'operato del presidente FIGC fu difeso anche da Renato Ferminelli:[12]

«Calato il sipario sull’ultimo atto del dramma calcistico, con l’intervento del deus ex machina Dani, tace ormai ogni eco della campagna inscenata da alcuni giornali contro le presunte manovre degli organi federali.»

(Renato Ferminelli su Lo Sport, 29 luglio 1927)

Per i detrattori di Arpinati, al contrario, egli avrebbe solo cercato di porre rimedio al danno d'immagine causato dall'affaire arbitrale, e la sua condotta si sarebbe rivelata non neutrale anche in altre occasioni. Secondo talune congetture, infatti, il gerarca avrebbe sfruttato il proprio ascendente politico per consentire al Bologna di vincere due titoli tricolori contro il Genoa e il Torino,[22][27] rispettivamente nelle stagioni 1924-1925 (il famigerato Scudetto delle pistole, funestato da scandali sportivi e istituzionali)[27] e 1928-1929 (i granata sporsero reclamo, respinto dal Direttorio Divisioni Superiori di Ottorino Barassi, per una presunta scorrettezza del giocatore felsineo Giuseppe Martelli nello spareggio della finale).[28] Bisogna constatare, comunque, che in queste circostanze, come per la vicenda di Pinasco, gli accusatori di Arpinati non sono riusciti mai a dimostrare il verificarsi di ingerenze indebite della presidenza federale in decisioni prese da altri enti[2][3] (tanto più che, nel caso del campionato 1925, Arpinati non era neanche presente nell'organigramma FIGC).[29]

I sospetti su Rosetta[modifica | modifica wikitesto]

Virginio Rosetta, compagno di reparto di Allemandi alla Juventus.

Le speculazioni sul caso Allemandi, a distanza di tempo, non terminarono. In particolare, le nuove congetture si concentrarono sulla figura del terzino destro juventino Virginio Rosetta,[9] il quale aveva consentito al Torino di portarsi sul momentaneo 1-1 nella stracittadina, allargando le gambe al passaggio del tiro su punizione di Mihály Balacics.[10] Lo stesso Rosetta (il quale era considerato il miglior difensore italiano dell'epoca) fu tra le prime persone a essere interrogate dagli inquirenti, salvo uscire totalmente dall'inchiesta di lì a poco.[4][13] A tal proposito, Gianni Brera ipotizzò nella sua Storia critica del calcio italiano:[18]

«A questo punto, non sembra necessario essere Sherlock Holmes per appurare come sia andata, e subito dopo capire come abbia potuto Allemandi militare nell'Inter di Giovanni Mauro, vicepresidente della Federazione e temibile capo degli arbitri. I sottili ricatti reciproci avevano lasciato alla Juventus il terzino più dotato di classe [Rosetta] e avevano impedito al Bologna di acquistare un terzino [Allemandi] che avrebbe fatto irresistibile coppia con il suo Monzeglio ai Mondiali 1934»

(Brera, p. 69.)

Tale ricostruzione, insomma, teorizza che Allemandi non sarebbe stato un partecipante alla combine sul campo da gioco (essendosi, anzi, distinto come uno dei migliori atleti nel derby), ma avrebbe avuto il compito di ricevere i soldi della truffa da Francesco Gaudioso per poi consegnarli ad altre persone interessate, fra cui Rosetta (il ruolo nella vicenda dei già menzionati Munerati e Pastore rimarrebbe oscuro). Una volta scoppiato lo scandalo, Arpinati avrebbe quindi utilizzato Allemandi come capro espiatorio, perché da pochi mesi aveva lasciato la Juventus e non era iscritto al Partito Nazionale Fascista,[4] al fine di evitare la squalifica del terzino che giocava ancora nella "Vecchia Signora".[2][3][13] La ragione di questo presunto trattamento iniquo dei giocatori coinvolti nello scandalo risiederebbe nei «sottili ricatti reciproci» citati da Brera: un apparente conflitto di interessi di natura imprenditoriale che, secondo alcune fonti, avrebbe legato Leandro Arpinati al presidente bianconero Edoardo Agnelli dal 2 maggio 1926, quando Agnelli cedette ad Arpinati la società editrice del Resto del Carlino, la Stabilimenti Poligrafici Riuniti.[3][4][13]

La tangente scomparsa[modifica | modifica wikitesto]

Un ulteriore mistero riguarda poi il reale destino delle 25 000 lire pagate da Guido Nani. Nel processo sportivo Francesco Gaudioso aveva confessato di aver consegnato la mazzetta ad Allemandi; in precedenza, tuttavia, lo studente aveva sostenuto di essersi intascato l'intera somma, ed effettivamente questa versione dei fatti appare credibile, giacché, secondo le titolari della pensione di piazzetta Madonna degli Angeli, Gaudioso si sarebbe improvvisamente arricchito (saldò completamente il suo debito con le proprietarie della struttura e comprò vestiti e oggetti di valore per un totale di migliaia di lire)[4][14] e Allemandi, nella lettera rinvenuta da Giuseppe Zanetti, si sarebbe lamentato proprio del mancato versamento della cifra da parte di Gaudioso stesso.[1][13] In ogni caso, Allemandi nei decenni successivi contestò a più riprese la sua condanna, proclamandosi innocente, e nel 1976, poco prima di morire, dichiarò:[1][13]

«Non ho mai preso quei soldi. Voglio giustizia. C’è stato del marcio, è vero, ma il colpevole non sono io.»

(Luigi Allemandi)

Le richieste di riassegnazione del titolo[modifica | modifica wikitesto]

Nel tempo si sono periodicamente succedute diverse richieste di riattribuzione dello scudetto revocato, sia da parte del Torino (in ragione della presunta irregolarità del processo sportivo), sia da parte del Bologna (per la mancata assegnazione del titolo alla seconda classificata).[30][31] Già nel 1949, durante i funerali del Grande Torino, la FIGC di Ottorino Barassi promise di riaprire il caso in favore del club granata, ma tale assicurazione non ebbe seguito.[32] Nel 1964, invece, il direttore responsabile della Gazzetta dello Sport (nonché figlio del "braccio destro" di Arpinati) Gualtiero Zanetti suggerì al presidente federale Giuseppe Pasquale di risolvere la lotta scudetto fra il Bologna e l'Inter, entrambe prime a fine campionato, assegnando in via eccezionale il titolo 1964 all'Inter e il titolo 1927 al Bologna: tale proposta, inizialmente benaccetta, fu alla fine respinta e si optò per la disputa di uno spareggio come da prassi regolamentare.[33][34][35]

Il 17 ottobre 2015 il presidente granata Urbano Cairo, in occasione della posa della prima pietra del nuovo Stadio Filadelfia, ha annunciato la ripresa della battaglia per la riassegnazione dello scudetto[36]; in merito a ciò, il presidente federale Carlo Tavecchio ha garantito la disponibilità della FIGC ad approfondire la questione.[37] Il 28 aprile 2017 il presidente Cairo ha inoltrato istanza formale alla federazione calcistica al fine di ottenere la restituzione del titolo revocato[38], a cui seguirà la nomina di una commissione federale dedicata alla vertenza;[39] al termine dell'istruttoria, il consiglio federale sarà chiamato ad esprimersi.[40] L'iter ha subìto una battuta d'arresto durante il lungo commissariamento degli organi della Federcalcio, conclusosi nell'ottobre del 2018 con l'elezione di Gabriele Gravina alla presidenza.[41] Nel mese successivo, a novembre, all'iniziativa del Torino si è aggiunta quella del Bologna, il quale reclama a sua volta l'assegnazione del titolo conteso.[42]

Nel corso del consiglio federale del 30 gennaio 2019, il presidente Gravina ha proposto l'istituzione di una commissione ad hoc che analizzi, con approccio storico-scientifico, sia le richieste dello scudetto 1927 di Torino e Bologna che quelle di Lazio e Genoa relative ai campionati 1915 e 1925; l'organo collegiale è stato istituito il successivo 30 maggio e il vicepresidente della fondazione Museo del calcio Matteo Marani è stato incaricato di coordinare i docenti universitari che lo compongono.[43][44]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d Gianni Cerasuolo, Storie di Sport. Un derby venduto?, in succedeoggi.it, 26 gennaio 2019. URL consultato il 26 gennaio 2019.
  2. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u Chiesa 2012, op. cit.
  3. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u Chiesa 2017, op. cit.
  4. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w Lunardelli, op. cit.
  5. ^ Bacci, p. 16.
  6. ^ a b c d Andrea Piva, L'inchiesta / Scudetto del '27, dal fascista Arpinati al bianconero Allemandi: i protagonisti, in Toro.it, 2 giugno 2017. URL consultato l'8 giugno 2017.
  7. ^ a b c Bacci, p. 17.
  8. ^ Domani la 3ª puntata: il Torino campione d'Italia, in Stampa Sera, 4 luglio 1967, p. 7.
  9. ^ a b Gianna Traverso Allemandi, Mio padre era innocente, non un uomo corrotto, in Stampa Sera, 8 agosto 1980, p. 9.
  10. ^ a b Vittorio Pozzo, Torino-Juventus: 2-1, in La Stampa, 6 giugno 1927, p. 2.
  11. ^ a b c d e Bacci, p. 18.
  12. ^ a b c Andrea Piva, L'inchiesta / Scudetto revocato del 1927: scoppia lo scandalo, in Toro.it, 4 giugno 2017. URL consultato l'8 giugno 2017.
  13. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r Carlo Caliceti, Lo scudetto di nessuno, in L'altra faccia del pallone, Calcio 2000, 4 [40], aprile 2001, pp. 53-55, ISSN 1122-1712 (WC · ACNP).
  14. ^ a b c d Andrea Piva, L'inchiesta / Lo scudetto revocato del 1927: le confessioni e la sentenza, senza un processo, in Toro.it, 7 giugno 2017. URL consultato l'8 giugno 2017.
  15. ^ Andrea Piva, L’inchiesta / Lo scudetto revocato del 1927: Toro-Juve, il derby dello scandalo, in Toro.it, 3 giugno 2017. URL consultato l'8 giugno 2017.
  16. ^ a b Bacci, p. 19.
  17. ^ Il «Torino» privato del titolo di campione d'Italia, in La Stampa, 4 novembre 1927, p. 4.
  18. ^ a b Brera, p. 69.
  19. ^ a b c Andrea Piva, L'inchiesta / Lo scudetto revocato del 1927: nessuno ha mai visto la prova che inchioda il Toro, in Toro.it, 7 giugno 2017. URL consultato l'8 giugno 2017.
  20. ^ Carlo Giordano, Allemandi: campione del mondo, in La Stampa, 2 marzo 2000, p. 49.
  21. ^ Grimaldi, op. cit.
  22. ^ a b c d Andrea Piva, L’inchiesta / Lo scudetto revocato del 1927: campionato falsato? Sì, ma da Arpinati, in Toro.it, 6 giugno 2017. URL consultato l'8 giugno 2017.
  23. ^ Dichiarazioni dell'arbitro che diresse il match Torino-Bologna, in La Stampa, 11 giugno 1927, p. 4. URL consultato l'8 giugno 2017.
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  25. ^ Cinque incontri sospesi per l'impraticabilità dei campi, in La Stampa, 17 gennaio 1927, p. 2. URL consultato il 22 settembre 2019.
  26. ^ Il titolo di campione d'Italia rimane a Torino, in La Stampa, 4 luglio 1927, p. 2. URL consultato il 22 settembre 2019.
  27. ^ a b Roberto Gotta, Dalla Lazio ai Pompieri, caccia agli scudetti perduti, su Il Giornale, 2 novembre 2018. URL consultato il 2 novembre 2018.
  28. ^ Rodolfo Pezzoli, Comunicazioni ufficiali F.I.G.C. Direttorio divisioni superiori Comunicato n. 47, in Il Littoriale, 12 luglio 1929, p. 4. URL consultato l'8 luglio 2017.
  29. ^ Annuario italiano giuoco del calcio Pubblicazione ufficiale della F.I.G.C. Vol. II – 1929, pagina 48: «Le assemblee delle Leghe e l’Assemblea Generale del Luglio - Agosto 1924. Le elezioni alle cariche federali diedero i seguenti risultati: Consiglio Federale: Presidente: comm. Avv. Luigi Bozino; Vice Presidente: cav. Uff. Mario Ferretti; Segretario: Vogliotti geom. Eugenio; Cassiere: Levi Salvatore; Consiglieri: Tergolina Enrico, dott. Mario Argento, Oliva prof. Luciano; Sindaco: Silvestri rag. Enrico.»
  30. ^ Andrea Piva, L’inchiesta / Lo scudetto revocato del 1927: le conclusioni e il parere di Gian Carlo Caselli, in Toro.it, 10 giugno 2017. URL consultato il 27 agosto 2018.
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  32. ^ Cairo mette in campo la strategia per lo scudetto del 1927, su tuttogranata.it. URL consultato il 23 ottobre 2015 (archiviato dall'url originale l'11 dicembre 2015).
  33. ^ Giuseppe Pastore, Il misterioso caso del settimo scudetto del Bologna, su ultimouomo.com, 16 gennaio 2018. URL consultato l'11 febbraio 2018.
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  36. ^ Il Torino e la sua gente: «Lo scudetto del '27 è nostro»
  37. ^ Tavecchio apre al Toro: «Scudetto 1927 Cairo, ti ascolto»
  38. ^ Lettere in pezzi e giochi di potere. Il Toro vuole lo scudetto fantasma
  39. ^ Torino, scudetto del '27: la Figc risponde
  40. ^ Dopo il nuovo Filadelfia lo scudetto del 1927. Il Toro rivuole la storia, su lastampa.it. URL consultato il 12 agosto 2017 (archiviato dall'url originale l'11 agosto 2017).
  41. ^ Toro tra Fiorentina, gli striscioni su Superga e lo scudetto del 1927
  42. ^ Bologna, chiesto ufficialmente lo scudetto del 1927
  43. ^ Il Consiglio federale dà il via alla riforma dei campionati, dal 2019/20 la Serie B a 20 squadre
  44. ^ Dal Genoa a Torino e Lazio, ecco la commissione dei saggi per gli scudetti contesi

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]