Storia della Juventus Football Club

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Juventus Football Club.

(EN)

« In the history of football, Juventus is a club without compare. »

(IT)

« Nella storia del calcio la Juventus è un club senza paragoni.[1] »

(Fédération Internationale de Football Association, 2007)

La storia della Juventus Football Club, società calcistica italiana per azioni con sede a Torino fondata da giovani studenti torinesi alla fine del XIX secolo, si estende per più di un secolo dopo la fondazione del club nell'autunno 1897.[2]

La prima sede societaria della Juventus venne stabilita presso la via Montevecchio a Torino nel 1898.[3] Il club venne affiliato alla Federazione Italiana del Foot-Ball (FIF, dal 1909 nota come Federazione Italiana Giuoco Calcio — FIGC) nel 1900, partecipando così nel Campionato Federale dello stesso anno. Nel 1906 poco tempo dopo la vittoria del suo primo campionato nel 1905 la Juventus soffrì uno scisma che provocò la fondazione istituzionale del Torino, dando così origine alla più antica rivalità del calcio italiano e a una serie di problemi finanziari e in seguito sportivi che condussero la squadra alle soglie della retrocessione in Promozione nel 1913. Fu l'avvocato ed ex calciatore Giuseppe Hess, presidente della Juventus a partire dalla seconda metà dello stesso anno, a farla uscire dalla crisi dopo averne migliorato la situazione economica e avere riformato le sue strutture interne con una direzione manageriale.[4]

L'arrivo dell'imprenditore torinese e figlio del fondatore della FIAT Edoardo Agnelli alla presidenza della società nel 1923 diede inizio a una lunga serie di vittorie a livello nazionale e internazionale che resero la Juventus una delle più vittoriose società a livello mondiale — unica squadra di club a livello planetario ad avere vinto tutte le competizioni ufficiali a livello confederale[5][6][7][8] — fino al punto di essere nominata dalla Federazione Internazionale di Storia e Statistica del Calcio (IFFHS), organizzazione riconosciuta dalla FIFA, come il migliore club italiano e il secondo a livello europeo del XX secolo.[9] Inoltre i numerosi giocatori della Juventus convocati diedero un enorme contributo ai successi della nazionale di calcio italiana.[10]

Indice

Le origini[modifica | modifica wikitesto]

« [...] Nel 1896 una brigata di studenti del Liceo d'Azeglio soleva avviarsi, finite le elezioni pomeridiane, verso il corso Duca di Genova e quindi, deposti i libri su d'una panca, dedicarsi al giuoco di 'barra'. Il foot-ball si insinuò più tardi: già si era visto giocarlo prima alla patinoire del Valentino e poscia in Piazza d'armi da alcuni stranieri residenti a Torino i quali avevano fondato il FC Internazionale mutandosi poi in FC Torinese. Con tante iniziative una società ci voleva e nell'autunno del 1897 se ne decise la fondazione. Qui cominciarono le vere origini della Juventus...[11] »
(Enrico Canfari, Storia del Foot-Ball Club Juventus di Torino, 1915)
L'officina dei fratelli Eugenio ed Enrico Canfari, prima sede dello Sport-Club Juventus in corso Re Umberto 42, Torino (1897)

La Juventus nacque nell'autunno del 1897 a Torino, come società civile «per gioco, per divertimento, per voglia di novità», su iniziativa di alcuni giovani studenti della terza e quarta classe del liceo classico Massimo d'Azeglio che si ritrovavano nella vicina piazza d'armi per giocare a football.[12]

Secondo la memoria scritta che si riferisce all'origine della Juventus è verosimile che i soci fondatori furono Eugenio Canfari, Enrico Canfari, Gioacchino Armano, Alfredo Armano, Luigi Gibezzi, Umberto Malvano, Carlo Vittorio Varetti, Umberto Savoia, Domenico Donna, Carlo Ferrero, Francesco Daprà, Luigi Forlano ed Enrico Piero Molinatti cui si aggiunsero successivamente Pio Crea, Carlo Favero, Gino Rocca, Guido Botto ed Eugenio Secco, tutti con un'età tra quattordici e diciassette anni. Il luogo tipico di riunione di questi liceali era una panchina non distante dalla loro scuola, di fronte alla pasticceria Platti verso il corso Duca di Genova.[13] La panchina è custodita dal 2012 nel museo del club.[3] L'argomento principale era lo sport, in particolare il calcio, che dalla Gran Bretagna stava espandendosi nel resto d'Europa. La data ufficiale di fondazione del club non è nota e pertanto si assume come data convenzionale il 1º novembre 1897.

Inizialmente i soci fondatori dovettero affrontare il problema della sede, risolto dai fratelli Canfari che offrirono il retrobottega della loro officina ciclistica in corso re Umberto 42, dove ebbe luogo la prima riunione. Dopo un'opportuna votazione i soci, sebbene la maggioranza propendesse per i primi due nomi, scelsero invece quello meno votato di Sport-Club Juventus (che suonava come un compromesso tra un nome anglosassone e uno latineggiante) per favorire la diffusione del nuovo sport e la passione per la squadra anche fuori dell'ambito cittadino o regionale.[4] Enrico Canfari, autore tra gli altri dell'unico documento con caratteristiche di "ufficialità" attestante con sufficiente certezza la nascita e i primi anni della Juventus, racconta:

« Si venne finalmente alla seduta decisiva: battaglia grossa! Da una parte i latinofobi, dall'altra i classicheggianti, in minor numero i democratici. All'onore della votazione s’avanzarono tre nomi: 'Società Via Fort', 'Società Sportiva Massimo d’Azeglio' e 'Sport-Club Juventus'.
Per quest’ultimo pochi simpatizzavano, ragione per cui riuscì ad imporsi. Fra gli oppositori c'ero proprio io: mi sembrava che quel 'Juventus' più non s'addicesse a soci fatti maturi. Avevo torto: nella 'Juventus' non s'invecchia, [...] invecchia invece la 'Juventus'. E così la società fu battezzata 'Sport-Club Juventus'.[11] »
I fondatori-giocatori della Juventus in una delle loro prime uscite nel 1898, con l'allora divisa sociale rosanero

La sede cambiò presto ubicazione: fu scelta una scuderia di via Parini composta da quattro camere, una tettoia e una soffitta, nonché provvista di acqua potabile. Tuttavia il costo dell'affitto, sei lire (dell'epoca) al mese, si rivelò proibitivo sicché lo Sport-Club Juventus venne sfrattato.[4] Nel 1898 il club vide un incremento dei soci e dei giocatori tale da richiedere lo spostamento della sede presso un locale di via Piazzi 4. La presidenza della società passò da Eugenio Canfari al fratello Enrico. Il 15 marzo dello stesso anno fu fondata la Federazione Italiana Foot-Ball. Per ragioni sconosciute la Juventus non si iscrisse all'associazione e quindi non poté partecipare al primo campionato italiano di calcio che si svolse l'8 maggio di quello stesso anno a Torino tra quattro squadre: FC Torinese, Genoa, Ginnastica Torino e Internazionale Torino. Nel 1899 la società assunse il nome di Foot-Ball Club Juventus.[14] Canfari descrisse così il motivo del cambio di denominazione:

« Da quell'epoca il nostro scopo sportivo venne più nettamente a precisarsi ed il solo foot-ball occupò la nostra attività; ed al primitivo nome di Sport-Club Juventus fu sostituito l'attuale 'Foot-Ball Club Juventus' o semplicemente Juventus. Questo nome fu, come vedete ora, veramente fortunato poiché le Società Sportive nostre omonime sono moltissime, ma la vera Juventus è una sola: la nostra.[11] »

Gli incontri di quell'anno si svolsero in prevalenza in piazza d'armi, località Crocetta. La squadra ricevette anche i primi inviti da Alessandria, Milano e Genova e fu la prima squadra a ospitare a Torino una squadra straniera: il Montriond di Losanna. Presto la squadra acquisì il diritto di giocare al Velodromo Umberto I, uno degli impianti sportivi di Torino dell'epoca.

Nel 1897 la sua prima divisa sociale prevedeva una camicia bianca e pantaloni «alla zuava», sostituita due anni dopo da una camicia rosa con papillon, colletto bianco, cravattino e berretto nero.[15]

I primi vent'anni (1900-1920)[modifica | modifica wikitesto]

L'ingresso nel campionato (1900-1902)[modifica | modifica wikitesto]

L'esordio ufficiale

III Campionato Nazionale di Football

Torino, 11 marzo 1900
Campo di Piazza d'armi
Eliminatorie – Girone piemontese
1ª giornata


FC TorineseJuventus
1 – 0[16]


Soccer Field Transparant.svg

Nicola B. I
Armano I
Chiapirone G.
Canfari
Rolandi
Nicola C. II
Ghibezzi
Varetti
Barberis
Forlano
Donna

  • Arbitro: Jourdain
  • Marcatori: Gol Colongo

La Juventus partecipò per la prima volta al Campionato Nazionale di Football l'11 marzo 1900, con la terza edizione, non superando comunque le eliminatorie in piazza d'armi, perdendo 0-1 contro la Torinese. Il 18 marzo seguente la Juventus vinse la sua prima partita ufficiale battendo per 2-0 la Ginnastica Torino.[17] La squadra venne eliminata nelle qualificazioni regionali, ma nel frattempo conquistò per la prima volta la Coppa del Ministero della Pubblica Istruzione, trofeo conquistato anche nei due anni successivi.

Nel successivo Campionato Italiano di Football 1901, che fu giocato tra cinque squadre, la Juventus vinse la prima eliminatoria contro la Società Ginnastica per 5-0 e giunse fino alle semifinali, ma venne battuta dal Milan. In quest'annata si aggiudicò il Gonfalone e la Medaglia del Municipio della Città di Torino in un torneo tra squadre liguri e piemontesi.

Il 1902 segnò l'ingresso nella squadra della Juventus, all'epoca composta quasi totalmente da studenti universitari, dei primi giocatori stranieri e di Carlo Favale come nuovo presidente. La Juventus disputò quella stagione il girone eliminatorio del quinto campionato di calcio e alla fine dovette cedere il passo alla Torinese.

Il 24 ottobre disputò la semifinale della Coppa Città di Torino contro l'Audace, superandola e raggiungendo la finale del 2 novembre successivo contro il Milan. Al 90' il punteggio era di 2-2 e nei tempi supplementari entrambe segnarono ancora una rete, portandosi sul 3-3. A questo punto l'arbitro decise di continuare a oltranza applicando una sorta di «golden goal ante litteram», ma il Milan era in disaccordo e decisero di non proseguire l'incontro lasciando campo libero alla Juventus, che venne così proclamata vincitrice dell'edizione.

1903: l'anno della maglia bianconera[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Colori e simboli della Juventus Football Club.

Nel 1903 Savage, insieme all'amico Goodley, portò dall'Inghilterra (in particolare da Nottingham) delle divise da gioco più moderne, quelle del Notts County a strisce verticali bianche e nere: esse vennero regalate alla Juventus, che le adottò al posto delle sue precedenti camicie rosa.[18] Nel frattempo la sede sociale venne trasferita da via Gasometro 14 a via Pastrengo.

Nel campionato nazionale di quell'anno la Juventus arrivò per la prima volta alla finale, perdendo tuttavia per 0-3 contro il Genoa. La Juventus vice-campione d'Italia venne invitata a Trino presso Vercelli a disputare un torneo triangolare, i cui incontri si giocarono nella stessa giornata l'11 ottobre dello stesso anno. La finale del pomeriggio si giocò tra una compagine novarese chiamata Forza e Costanza e la Juventus, che vinse per 15-0 e conquistò il Torneo di Trino Vercellese. La Juventus partecipò anche alla Coppa Città di Torino — questa volta un quadrangolare con Andrea Doria, Audace e Milan — un mese dopo la vittoria a Torino.

La Juventus fece sua per la seconda volta la Coppa Citta di Torino dopo avere vinto per 2-0 contro l'Audace e per 1-0 contro il Milan in finale.

Dalla seconda finale in campionato al primo titolo italiano (1904-1905)[modifica | modifica wikitesto]

Il 1904 fu l'anno in cui arrivarono alla Juventus nuovi soci e i tre fratelli Ajmone Marsan dalla Svizzera, mentre il campo di gioco ufficiale si spostò dalla piazza d'armi al Velodromo Umberto I, che era dotato di tribune. Nel campionato italiano di Prima Categoria dopo avere vinto le eliminatorie nazionali per la seconda volta consecutiva arrivò nuovamente in finale contro il Genoa, perdendo nuovamente sul campo di ponte Carrega a Genova con il risultato di 1-0. Al termine della stagione al Velodromo Umberto I si giocò la Coppa Universitaria, un torneo internazionale in cui la Juventus sconfisse in partita secca il Lyon Olympique Universitaire per 9-1.

Nel 1905 divenne presidente della Juventus lo svizzero Alfred Dick, proprietario di un'industria tessile, che rinforzò la squadra inserendo alcuni suoi dipendenti. In quella stagione la società spostò la sua sede a via Donati 1 e il presidente firmò un lungo contratto di affitto per l'utilizzo del Velodromo di corso Re Umberto.

La Juventus del 1905 per la prima volta campione d'Italia, dopo la vittoria nella Prima Categoria, con indosso la nuova maglia bianconera adottata stabilmente un paio d'anni prima

Nel campionato dello stesso anno la Juventus aveva superato il girone eliminatorio vincendo 3-0 per forfait le due partite contro la Torinese, ritiratasi dalle eliminatorie regionali. Nel girone finale del campionato italiano batterono la US Milanese per 3-0, pareggiando a Genova per 1-1 con il Genoa e battendo di nuovo la Milanese a Torino per 4-1, mentre l'ultima gara del girone si risolse in un nuovo pareggio per 1-1 contro il Genoa nella sfida decisiva del girone finale giocata a Torino il 2 aprile dello stesso anno, gara che venne ripetuta tre volte.[19] Fu il primo grande successo del club, il suo primo titolo di campione d'Italia, che valse alla Juventus la cosiddetta Targa Federale,[20] chiudendo il girone finale al primo posto a 6 punti contro i 5 dl Genoa.

Gli undici giocatori della Juventus che vinsero il campionato italiano per la prima volta furono Domenico Durante, Gioacchino Armano, Oreste Mazzia, lo svizzero Paul Arnold Walty, il capitano Giovanni Goccione, lo scozzese Jack Diment, Alberto Barberis, Carlo Vittorio Varetti, Luigi Forlano, l'inglese James Squair e Domenico Donna, quest'ultimo anche allenatore della Juventus.[21]

I primi campioni

Prima Categoria 1905

Soccer Field Transparant.svg

Durante
Armano I
Mazzia
Walty
Diment
Goccione
Squair
Varetti
Barberis
Forlano
Donna

In quell'anno la Juventus si aggiudicò anche il torneo di Seconda Categoria, a cui partecipavano sia squadre riserve sia le prime squadre di club non iscritte alla Prima Categoria. La «Juventus B» fu ammessa di diritto al girone finale, in quanto unica iscritta dell'eliminatoria piemontese, in compagnia di Genoa e Milan. Vinse per 1-0 contro il Milan in casa, per 2-0 a Genova, per 3-0 a Milano (con titolo matematico) e per 3-0 a tavolino con il Genoa per forfait. Gli artefici di questa vittoria furono Francesco Longo, Giuseppe Servetto, Lorenzo Barberis, Fernando Nizza, Ettore Corbelli, Alessandro Ajmone Marsan, Ugo Mario, Frédéric Dick, Heinrich Hess, Marcello Bertinetti e Riccardo Ajmone Marsan.

A coronamento della stagione ci fu il successo per 2-1 sui titolari nella partitella in famiglia al termine del campionato.

1906: la rinuncia alla finale del campionato e lo scisma[modifica | modifica wikitesto]

Nella stagione 1906 in campionato la Juventus chiuse al primo posto del girone finale a pari merito con il Milan, pareggiando 1-1 nella partita finale. L'allora FIF decise di far ripetere la partita sul campo della Milanese il 6 maggio, ma la Juventus rinunciò allo spareggio per il titolo e così il Milan fu dichiarato vincitore di quella partita per 3-0 grazie alla deliberazione dalla FIF e quindi del titolo del IX Campionato Federale.

Nell'autunno la Juventus raggiunse il terzo posto nel campionato di Seconda Categoria. Nello stesso anno il presidente della società Alfred Dick, insieme ad alcuni giocatori come Diment, Ballinger, Mazzia e Squair (tutti dipendenti della sua industria tessile), fondò il Torino unendosi alla FC Torinese che già qualche anno prima aveva assorbito l'Internazionale Torino, un'altra squadra dall'epoca.

In seguito all'abbandono del presidente svizzero la presidenza della Juventus fu assegnata a Carlo Vittorio Varetti.

Il triennio 1907-1909: i Campionati FIF e la doppia conquista della Palla Dapples[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1907 la Juventus ritornò al campo di piazza d'armi e in campionato fu eliminata dal Torino il 13 gennaio 1907 (1-2 all'andata e 1-4 al ritorno), chiudendo il campionato a gironi nel secondo posto delle eliminatorie piemontesi.

Nell'ottobre dello stesso anno in una seduta straordinaria della FIF fu presa la decisione di «sdoppiare» il campionato: il primo fu denominato «Campionato Federale», era aperto anche a squadre con giocatori stranieri e avrebbe assegnato alla squadra vincitrice la Coppa James Spensley.[22] Il secondo venne denominato «Campionato Italiano» (Coppa Romolo Buni) ed era riservato solo a squadre composte interamente di calciatori di origine italiana.[14][22]

Parte della rosa della Juventus nel 1908, per due volte detentrice della Palla Dapples; una volta uscita nelle eliminatorie del Campionato Italiano riservato ai soli calciatori nazionali, con l'aiuto dei giocatori stranieri vinse il Campionato Federale (poi disconosciuto)

Originariamente al torneo federale doveva partecipare anche il Milan, che tuttavia il 1º gennaio 1908 si ritirò per protesta, riducendo il torneo a una finale a due tra la Juventus e l'Andrea Doria .[23] La gara di andata della finale del Campionato Federale a Genova contro la Doria fu vinta dalla Juventus per 3-0.[24] Un mese dopo si rigiocò a Torino, dove la Doria vinse per 0-1.[25] Lo spareggio si giocò il 15 marzo e finì 2-2, ma l'incontro fu successivamente annullato per un errore tecnico arbitrale.[26] Passarono due mesi e il 10 maggio si poté rigiocare lo spareggio al Corso Sebastopoli — campo della Juventus fino al 1922 —: i bianconeri vinsero per 5-1 con Ernesto Borel mattatore dell'incontro e del Campionato Federale. Alla Juventus non fu assegnata la Coppa Spensley che le spettava di diritto in quanto campione federale, perché il Milan detentore in carica l'aveva riconsegnata a James Spensley, rappresentante del Genoa. All'inizio della stagione successiva fu deliberato che la coppa venisse assegnata permanentemente al Milan, la società che l'aveva vinta per due volte di fila (1906 e 1907).[27]

La Juventus giocò ancora prima che diventasse campione federale d'Italia (poiché la partita decisiva si disputò soltanto il 10 maggio) il Campionato Italiano (Coppa Romolo Buni), iniziato a marzo dello stesso anno con altre tre squadre. Il 1º marzo pareggiò 1-1 a Vercelli contro la Pro Vercelli (poi vincitrice del torneo) nella gara d'andata delle eliminatorie regionali e perse 2-0 la partita di ritorno (doppietta di Carlo Rampini per la Pro Vercelli), venendo eliminata dal torneo.[28] La Juventus si ritirò poi per protesta contro il divieto di impiego di giocatori stranieri.

Nello stesso anno la Juventus conquistò due Palle d'Argento Henry Dapples nelle finali disputate il 22 novembre e il 13 dicembre: in entrambe le occasioni batté la Pro Vercelli.

Nel 1909 il sistema dei due campionati federale (aperto agli stranieri) e italiano (aperto solo ai calciatori italiani) venne riproposto e la Juventus partecipò a entrambi i campionati. Al Campionato Federale (Coppa Zaccaria Oberti) iniziato a gennaio fu eliminata al primo turno delle eliminatorie piemontesi dal Torino.[29] Il Campionato Italiano (Coppa Romolo Buni) iniziò invece a marzo e fu trionfale per la Juventus, che una volta superate le eliminatorie piemontesi grazie agli abbandoni di Torino e Pro Vercelli sconfisse dapprima la Doria nella semifinale ligure-piemontese e poi in finale la Milanese (1-1 in casa, 2-1 in trasferta), vincitore della semifinale lombardo-veneta (dove aveva sconfitto il Vicenza con un complessivo 10-1, 2-1 all'andata e 8-0 al ritorno), aggiudicandosi così la Coppa Romolo Buni e il Campionato italiano di Prima Categoria.[30]

Dal terzo posto in campionato al ripescaggio (1909-1913)[modifica | modifica wikitesto]

Carlo Bigatto, il primo capitano e bandiera della Juventus, militò nella squadra per due decenni divenendo il trait d'union tra la squadra dei pionieri e quella del Quinquennio d'oro

Il tredicesimo campionato, disputatosi nella stagione 1909-1910, fu il primo nella storia del calcio italiano in cui venne introdotto il girone unico con partite di andata e di ritorno. Quell'anno si classificò al terzo posto con 18 punti, sette in meno rispetto all'Inter (campione d'Italia federale e poi assoluta dopo un controverso spareggio con la Pro Vercelli) e alla Pro Vercelli (campione italiano in quanto migliore squadra composta unicamente da calciatori nazionali). Dopo questo torneo la suddivisione tra campionato federale e italiano terminò.

Il quattordicesimo campionato nazionale fu il primo in cui furono ammesse squadre della regione nord-orientale d'Italia (Emilia e Veneto) e anche il primo dove fu introdotto il calendario dalla FIGC. Finì nona e ultima nella classifica del cosiddetto torneo maggiore con dieci punti. Si presentò al torneo successivo nell'ottobre 1911 con un organico composto da soli dieci giocatori,[31] giungendo all'ottavo posto nella classifica finale del torneo con nove punti.

Nella stagione 1912-1913 il girone unico fu abolito e il campionato nazionale venne esteso anche alla regione centro-meridionale della penisola italiana con formazioni toscane, laziali e campane in uno dei due tronconi del campionato, i cui vincitori accedevano direttamente alla finale del campionato. La Juventus si classificò all'ultimo posto nel girone ligure-piemontese nel primo anno in cui vennero introdotte le retrocessioni in Promozione[32] come conseguenza di un periodo critico a livello economico per la grande difficoltà della società a reclutare nuovi giocatori nelle ultimi tre stagioni, ma al pari di tutte le squadre classificate all'ultimo posto nei loro gironi[33] fu ripescata in seguito all'annullamento del sistema di retrocessione e insieme ai piemontesi del Novara venne ammessa nel girone lombardo del campionato successivo. Questo in seguito alla fusione tra le neopromosse lombarde Lambro e Unitas nella AC Milanese, che portò al ripescaggio della Racing Libertas (ultima classificata del girone lombardo-ligure) e a quello seguente di Juventus e Modena, rispettivamente ultime dei gironi piemontese e veneto-emiliano.

La Grande Guerra e la ricostruzione della società (1914-1916)[modifica | modifica wikitesto]

Il primo numero della rivista Hurrà! (1915)

Con la presidenza dell'avvocato Giuseppe Hess la Juventus aprì un nuovo ciclo con un tipo di mentalità manageriale diversa rispetto al periodo precedente: dopo il citato ripescaggio disputò il campionato piazzandosi seconda dietro l'Inter nel girone lombardo e finendo quarta nella fase finale del Campionato Alta Italia (uno dei due gruppi del campionato nazionale).

Nel 1914 il campionato iniziò a ottobre, quando la prima guerra mondiale non aveva ancora coinvolto l'Italia, ma il precipitare degli eventi e la decisione (presa il 22 maggio 1915) del governo italiano di entrare in guerra a fianco delle potenze dell'Intesa costrinse la FIGC alla sua sospensione. Nel settembre 1919 la vittoria venne assegnata al Genoa in quanto squadra capolista a una giornata dal termine, mentre la Juventus terminò seconda nel gruppo semifinale.

Gli anni della prima grande guerra portarono lutti alla Juventus e ad altre società sportive italiane. All'inizio di quel conflitto furono ventiquattro gli juventini sotto le armi: sei soldati semplici e diciotto tra allievi ufficiali, sottufficiali o addetti sanitari. La presidenza della Juventus fu così assegnata provvisoriamente in primis e poi fino a 1918 al Comitato Presidenziale di Guerra: il triumvirato composto dal pioniere Gioacchino Armano, il dirigente Sandro Zambelli e l'ex calciatore Fernando Nizza. Nel 1916 furono centosettanta i soci e giocatori della Juventus a prendere parte al conflitto bellico con varie mansioni che partivano dal soldato semplice fino all'ufficiale. Allo scopo di mantenere saldi i contatti con i propri associati e con i tifosi della Juventus lontani a causa della guerra il 10 giugno 1915 venne pubblicato per la prima volta il giornale ufficiale della società, intitolato Hurrà!, il primo del suo genere nel Paese.[34] Il 26 dicembre di quell'anno sulla neonata rivista venne pubblicata la memoria autografa di Enrico Canfari, caduto nella terza battaglia dell'Isonzo insieme a Giuseppe Hess e molti altri componenti della Juventus il precedente 23 ottobre 1915. Questo testo rappresenta tuttora nella storia della Juventus l'unica testimonianza scritta delle sue origini.[15]

I giocatori della Juventus parteciparono durante la prima guerra mondiale alla Coppa Mauro e alla Coppa Federale di calcio. In quest'ultima competizione dopo la vittoria nel girone eliminatorio arrivarono fino alle finali con il Genoa, il Milan, il Casale (poi ritiratosi per gravi problemi finanziari) e il Modena, terminando al secondo posto della classifica con 10 punti, uno in meno rispetto al Milan, vincitore del torneo.

Gli anni 1920[modifica | modifica wikitesto]

Il triennio 1919-1922[modifica | modifica wikitesto]

La Juventus della stagione 1920-1921 che vede, accosciato, il portiere Giovanni Giacone, primo bianconero convocato in nazionale

Una volta finito il primo conflitto mondiale il calcio ripartì in Italia con la stagione 1919-1920 e la Juventus, che elesse nel 1919 il presidente Corrado Corradini, disputò un campionato su base regionale, vincendo il girone piemontese e concludendo quel campionato al secondo posto nel girone finale. Tre giocatori, Giovanni Giacone, Oswaldo Novo e Antonio Bruna, furono i primi calciatori della Juventus a giocare nella nazionale italiana (Italia-Svizzera 0-3 del 28 marzo 1920 disputatasi a Roma). Nella stagione 1921-1922 si iscrisse al campionato della Confederazione Calcistica Italiana (CCI), un settore dissidente della FIGC, chiudendo la stagione al quarto posto del girone A della Lega Nord. Il numero dei tifosi nel frattempo crebbe: il 19 ottobre 1922 con Gino Olivetti a capo della Juventus dall'anno precedente venne inaugurato lo stadio di Corso Marsiglia, situato nell'odierno corso Tirreno, con 15 000 posti. Fu il primo impianto sportivo d'Italia costruito in cemento armato e venne considerato all'epoca un «gioiello di ingegneria». Nella gara inaugurale dello stadio la Juventus sconfisse 4-0 il Modena.

Il sodalizio con la famiglia Agnelli e l'arrivo di Károly (1923-1924)[modifica | modifica wikitesto]

L'imprenditore Edoardo Agnelli, eletto presidente della Juventus nel 1923, diede inizio al legame tuttora in essere tra i bianconeri e la famiglia Agnelli, un unicum nel panorama sportivo mondiale
« Vi sono grato per aver accolto come un onore la mia presidenza, ma spero di non deludervi se vi confesso che non ho alcuna intenzione di considerarla soltanto onorifica. [...] Dobbiamo impegnarci a far bene, ma ricordandoci che una cosa fatta bene può essere sempre fatta meglio.[35] »
(Frammenti del discorso dell'imprenditore Edoardo Agnelli al momento di essere eletto presidente del Foot-Ball Club Juventus. Torino, 24 luglio 1923)

Il 24 luglio 1923 (anno della riunificazione del campionato) la famiglia Agnelli entrò a far parte della Juventus con Edoardo, figlio di Giovanni Agnelli, fondatore dell'azienda automobilistica FIAT, eletto nuovo presidente del club in sostituzione di Olivetti. Quella data rappresentò sia l'inizio del legame tra la società torinese e la famiglia industriale, il più antico del panorama sportivo nazionale e vigente tuttora,[36][37] sia la nascita del cosiddetto stile Juventus riassunto in «eleganza, professionalità e mentalità vincente». In tale anno la squadra raggiunse il quinto posto del Girone B della Lega Nord.

In questa stagione venne inoltre ridata linfa all'attività polisportiva del club dopo la prima fugace esperienza conclusasi all'inizio del secolo. Il nuovo presidente decise infatti di estendere l'attività della società ad altre discipline portando all'apertura di nuove sezioni sportive, racchiuse sotto l'egida della nuova Juventus – Organizzazione Sportiva S.A. (in cui confluì la stessa squadra calcistica). Tra le sezioni di maggiore successo vi furono l'hockey su ghiaccio e il tennis. L'attività polisportiva della Juventus O.S.A. (Organizzazione Sportiva Anonima) continuò sotto vari cambi di proprietà fino al 1949.

L'ungherese Jenő Károly (1886-1926), primo allenatore della Juventus

Nella stagione 1923-1924, la prima in cui venne introdotto nel calcio italiano lo scudetto come stemma onorifico assegnato alle squadre vincitrici del campionato federale, la Juventus subì una penalizzazione a causa del caso Rosetta che costò alla Juventus le sconfitte a tavolino di tre delle sette partite disputate dal suo difensore Virginio Rosetta, quelle giocate tra la ottava e la decima giornata. Come conseguenza della penalizzazione la Juventus si classificò in quinta posizione del primo raggruppamento della Lega Nord a pari merito con l'Alessandria con 26 punti, sette in meno rispetto al Genoa, vincitore del gruppo e poi del tricolore. Quello fu l'anno dell'arrivo a Torino del primo allenatore Jeno Karolý e della mezzala sinistra Férénc Hirzer, entrambi ungheresi.

Biennio 1924-1926: dalla riorganizzazione societaria alla riconquista d'Italia[modifica | modifica wikitesto]

Nella stagione 1924-1925 la Juventus raggiunse il terzo posto del secondo raggruppamento del campionato con due punti in meno sul Bologna, poi vincitore del campionato. In quella stagione morì il mediano Monticone a causa di un aneurisma. A livello societario organizzò i quadri manageriali assegnando precisi compiti ai vari dirigenti.

Nella stagione 1925-1926 la FIGC autorizzò l'apertura ai calciatori stranieri e in campionato la Juventus raggiunse il primo posto grazie a nove vittorie consecutive e con nove partite (934 minuti) con la porta inviolata[38] (primato del calcio pioneristico). Con 17 vittorie, 3 pareggi e 2 sconfitte si qualificò per la prima volta in cinque anni alla finale della Lega Nord contro il Bologna. Nella gara di andata le due squadre pareggiarono 2-2; la gara di ritorno finì 0-0. L'allenatore della Juventus Jenő Károly morì di infarto il 28 luglio, ma ciononostante Il 1º agosto seguente la Juventus vinse 2-1 con reti di Piero Pastore e Antonio Vojak.

La Juventus vincitrice del campionato di Prima Divisione 1925-1926 e di nuovo campione d'Italia dopo 21 anni

In qualità di campione del Nord la Juventus affrontò la finale contro l'Alba Roma (campione del Sud) vincendo sia all'andata per 7-1 a Torino l'8 agosto sia al ritorno per 5-0 a Roma il 22 agosto 1926. Con 37 punti si aggiudicò il suo secondo titolo federale, ventuno anni dopo il primo scudetto vinto nel 1905, indossando per la prima volta sulla maglia il simbolo di campione d'Italia, lo stesso utilizzato dalla nazionale italiana dall'incontro con l'Ungheria del 6 gennaio 1911.[39] La carta di Viareggio del 2 agosto 1926 portò alla fusione di Lega Nord e Lega Sud nella cosiddetta «Divisione Nazionale», prima dell'inizio del ventisettesimo campionato a gironi.

Il periodo 1926-1930: dal debutto in Coppa Italia alla nascita del girone unico[modifica | modifica wikitesto]

Nel campionato nazionale 1926-1927 si classificò nel primo posto del suo girone con 27 punti, 44 reti a favore e 10 contro. Nel girone finale della Divisione Nazionale a sei squadre si classificò al terzo posto con 11 punti, 24 reti a favore e 13 contro. La Juventus partecipò anche alla prima edizione della Coppa Italia e il 6 gennaio 1927 raggiunse la quarta fase eliminatoria dopo le vittorie in trasferta contro il Cento per 15-0 — vittoria con la maggiore differenza reti nella storia della Juventus — e contro il Parma per 2-0 il 27 febbraio dello stesso anno. La gara del quarto turno contro il Milan non fu disputata per l'interruzione del torneo per mancanza di date disponibili tra le formazioni classificate.

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Trio dei ragionieri.
Il Trio dei ragionieri nella Juventus e nell'Italia tra gli anni 1920 e 1930: il terzino destro Virginio Rosetta (futuro capitano della Juve del Quinquennio), il portiere Gianpiero Combi e il terzino sinistro Umberto Caligaris

Nel campionato 1927-1928 si classifico al secondo posto nel gruppo B della Divisione Nazionale e in seguito raggiunse il terzo posto nel gruppo finale del torneo. Inoltre fu acquistato Umberto Caligaris, il quale insieme a Gianpiero Combi e Virginio Rosetta formò un affiatato reparto difensivo, divenuto poi noto noto come il Trio dei ragionieri), alla base dei successi di Juventus e nazionale italiana negli anni 1930, e ricordato come una delle migliori linee difensive di tutti i tempi.[40]

Il campionato 1928-1929 fu l'ultimo con tale formato e la Juventus giunse il secondo posto del gruppo B con 76 reti a favore e 25 contro. Al termine del torneo partecipò per la prima volta a una competizione internazionale per club a livello professionistico: la Coppa dell'Europa Centrale, arrivando fino ai quarti di finale del torneo.

La seconda metà dell'anno 1929 registrò l'istituzione del girone unico, ovvero la nascita della Serie A e della Serie B a diciotto squadre.[41] Rafforzata dall'oriundo argentino Renato Cesarini, la Juventus chiuse il primo campionato di Serie A al terzo posto segnando 78 reti, con cinque punti di meno rispetto all'Ambrosiana di Milano campione d'Italia.

Gli anni 1930 e 1940[modifica | modifica wikitesto]

Il Quinquennio d'oro (1930-1935)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Quinquennio d'oro.
Felice Borel (cannoniere della Juve del Quinquennio) e Carlo Carcano, l'unico allenatore ad avere vinto 4 scudetti consecutivi nel calcio italiano (dal 1931 al 1934) durante il suo periodo in bianconero

Con l'imprenditore Edoardo Agnelli ancora alla presidenza si aprì un ciclo che portò la Juventus a conquistare cinque titoli nazionali consecutivi — una striscia poi eguagliata nel calcio italiano solo dal Grande Torino negli anni 1940 e dall'Inter negli anni 2000, mentre la stessa Juventus la batterà negli anni 2010 — tra la stagione 1930-1931 e la stagione 1934-1935. Il club si dimostrò uno dei migliori del suo tempo anche in Europa,[42] avendo raggiunto in quattro stagioni consecutive le semifinali della Coppa dell'Europa Centrale, tra la stagione 1931-1932 (seconda partecipazione alla coppa) e la stagione 1934-1935. La squadra costituì anche il nucleo della nazionale italiana durante la prima metà degli anni 1930, periodo durante il quale la nazionale si aggiudicò il campionato del mondo 1934 con nove calciatori del club in rosa, la cosiddetta «Nazio-Juve».[43][44] Il citato Quinquennio d'oro sarebbe divenuto importante anche per l'enorme impatto sociale che aveva generato:

« Il legame tra la famiglia Agnelli e la Juventus, suggellato dai cinque scudetti dei primi anni 1930, tuttavia ha posto le basi per quello che sarà il calcio italiano nella seconda metà del secolo passato. Che farà appunto della squadra bianconera la "fidanzata d'Italia", la regina indiscussa del nostro football, amatissima da milioni di tifosi da nord a sud della Penisola, riferimento obbligato per qualsiasi tipo di riflessione sul nostro calcio.[45] »
(Guido Luguori e Antonio Smargiasse, Calcio e Neocalcio: Geopolitica e prospettive del football in Italia, 2003)
La Juventus della stagione 1934-1935, l'apice del Quinquennio d'oro

La Juventus della prima metà degli anni 1930 utilizzava il «metodo», lo stesso schema applicato dalla nazionale italiana. Attraverso il suo innovativo modulo 2-3-2-3 o «WW», derivato invece dalla cosiddetta «piramide di Cambridge» (2-3-5), gli attaccanti interni della squadra (Renato Cesarini e Giovanni Ferrari) potevano dare supporto al «centromediano metodista» Luis Monti, giocatore deputato a costruire il gioco, mentre i due mediani laterali (Mario Varglien e Luigi Bertolini) affrontavano le ali delle squadre avversarie; la linea difensiva era guidata dal trio Combi-Rosetta-Caligaris,[46] che poté così acquisire maggior sicurezza, mentre il centrocampo riusciva a sfruttare una maggior superiorità numerica. Tale disposizione in campo, rese possibile costruire una serie di attacchi e contropiedi più veloci ed efficaci rispetto agli schemi tattici del decennio scorso. La linea offensiva, con calciatori come le ali Pietro Sernagiotto e Raimundo Orsi, e il centravanti Giovanni Vecchina, questo ultimo sostituito poi da Felice Borel, fu la principale artefice delle 434 reti realizzate dalla squadra in partite ufficiali durante il Quinquennio d'oro (384 in tornei nazionali e 50 nelle coppe).

Il periodo 1936-1940 e la seconda guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

Il 14 luglio 1935 morì in un incidente aereo davanti al porto di Genova il presidente della Juventus Edoardo Agnelli. A seguito inoltre della partenza di alcuni giocatori come Cesarini e Ferrari la squadra chiuse il campionato 1935-1936 al 5º posto con Virginio Rosetta come giocatore-allenatore.

La Juventus viene premiata dopo la conquista della Coppa Italia 1937-1938, la prima nella sua storia, vinta in finale in un derby coi concittadini del Torino

Sul finire degli anni 1930 la Juventus riuscì a classificarsi seconda nel campionato 1937-1938 a due punti dall'Ambrosiana-Inter vincitrice e ad aggiungere alla propria bacheca due Coppe Italia: la prima fu ottenuta al termine della citata stagione dopo la vittoria in finale sul Torino (3-1, reti di Bellini (2) e Defilippis, per la Juventus all'andata il 1º maggio e 2-1 in rimonta, doppietta di Gabetto, al ritorno l'8 maggio), mentre la seconda arrivò durante la stagione 1941-1942, quando nella doppia finale la Juventus sconfisse l'allora Milano (pareggio per 1-1 a Milan, gol di Bellini, il 21 giugno e vittoria per 4-1 a Torino il 28 giugno, con tripletta della stella albanese Riza Lushta e rete su rigore di Sentimenti III).

Nell'inverno del 1942 a causa dei bombardamenti sulla città di Torino la Juventus si trasferì ad Alba nella Villa Sorano di proprietà della famiglia vinicola Bonardi per sfuggire al conflitto bellico e continuare ad allenarsi fino alla primavera del 1943 durante la fase finale del quarantatreesimo campionato nazionale.[47] In quella città la Juventus prese il nome di Juventus Cisitalia in abbinamento con la casa automobilistica, il cui titolare era Piero Dusio, l'allora presidente della Juventus.[48][49]

Dodici anni dopo la fine del Quinquennio d'oro e dopo la sospensione del campionato nel 1944 e nel 1945, anno in cui la Juventus mutò la denominazione nell'odierna Juventus Football Club, un membro della famiglia Agnelli tornò alla guida della società: nel 1947 diventò infatti presidente Gianni Agnelli (uno dei figli di Edoardo), che sostituì Dusio e che restò alla guida della squadra fino al 1953.

Gli anni 1950 e 1960[modifica | modifica wikitesto]

Gianni Agnelli e il ritorno ai vertici[modifica | modifica wikitesto]

Giocatori e tifosi della Juventus in festa per l'ottavo scudetto vinto nella 1949-1950, che interruppe un digiuno di 15 anni.

All'indomani della seconda guerra mondiale la società trascorse diverse stagioni nelle prime posizioni della Serie A. Nel 1947 Gianni Agnelli (detto l'Avvocato) diventò presidente del club. La Juventus vinse lo scudetto al termine della stagione 1949-1950 (a quindici anni dall'ultimo successo) con 100 reti in campionato e 62 punti, grazie anche al supporto dal nuovo allenatore, l'inglese Jesse Carver, oltre a nuovi calciatori come Carlo Parola (alla Juventus dal 1939), l'ala Ermes Muccinelli, i danesi Karl Aage Præst (ala tornante) e John Hansen (centravanti autore di 189 partite e 124 gol con la Juventus) e l'italiano Giampiero Boniperti (che smise di giocare alla fine della stagione 1960-1961, dopo 443 presenze in Serie A)[50] e 183 reti, di cui 178 in Serie A), che ne fanno tuttora il secondo migliore cannoniere della storia della Juventus.

Nella stagione 1950-1951 la Juventus arrivò terza in Serie A realizzando 103 reti (primato della storia societaria in campionato), di cui sette segnate a Busto Arsizio contro la Pro Patria in una gara vinta 7-0 il 10 settembre 1950 (migliore vittoria esterna della Juventus). Esordì anche il terzo danese della squadra, Karl Aage Hansen, regista e autore di 23 reti in campionato.

Nel 1951-1952 sotto la guida dell'ex giocatore ungherese György Sárosi la squadra vinse ancora lo scudetto grazie al trio d'attacco formato da Muccinelli, Boniperti e Hansen: le reti realizzate in campionato furono 98 (19 quelle di Boniperti, il capocannoniere della squadra) e i punti 60. Quel nono scudetto consentì alla Juventus di raggiungere il Genoa, che aveva da sempre dominato la classifica per numero di tornei vinti, diventando così il club più vittorioso d'Italia. Nella stagione successiva la squadra giunse invece seconda, segnalandosi per una larga vittoria 8-0 sulla Fiorentina.

Umberto Agnelli e i successi del Trio Magico[modifica | modifica wikitesto]

L'oriundo argentino Omar Sívori, l'italiano Giampiero Boniperti e il gallese John Charles, il Trio Magico della Juventus tra gli anni 1950 e 1960 — tra i più prolifici reparti d'attacco mai ammirati nella storia del calcio italiano —, esce dal campo al termine di una gara del vittorioso campionato 1957-1958

Nel 1955 per impegni di lavoro Gianni Agnelli lasciò la presidenza, che due anni più tardi passò a suo fratello minore Umberto (detto il Dottore): a ventidue anni divenne il più giovane presidente nella storia della Juventus e aprì contestualmente un nuovo ciclo di vittorie con la squadra che era reduce dai noni posti nei due campionati precedenti, ma che ritornò allo scudetto nel torneo 1957-1958 grazie anche a nuovi acquisti come il gallese John Charles e l'argentino di origini italiane Omar Sívori — primo calciatore proveniente dalla Serie A, nonché italiano (seppur oriundo), a vincere il Pallone d'oro nel 1961 — e a giocatori affermati come Boniperti. I tre furono ricordati come il Trio Magico,[51] un attacco che garantì 235 reti nelle competizioni ufficiali (95 di Charles, 113 di Sívori e 27 di Boniperti), di cui 201 in Serie A, dalla stagione 1957-1958 all'annata 1960-1961.

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Trio Magico.

Per la prima volta una società italiana di calcio conquistò la stella,[52] attribuita dalla FIGC per avere vinto dieci titoli nazionali, diventando nella circostanza il primo club al mondo a indossare sulla maglia uno stemma commemorativo di una vittoria calcistica.[53] La Juventus fu la squadra più vittoriosa del torneo (23 successi) e il miglior attacco con 77 gol (28 del capocannoniere Charles, 22 di Sívori e 8 di Boniperti). Totalizzarono inoltre 51 punti contro i 43 della Fiorentina, eguagliando il primato di squadra di distacco sulla seconda in classifica che risaliva al campionato 1932-1933.

Il presidente Umberto Agnelli e il capitano Boniperti sollevano la Coppa Italia 1959-1960

Nella stagione 1958-1959 la Juventus finì quarta in campionato (19 gol Charles, 15 Sívori), vincendo la Coppa Italia battendo in finale l'Inter per 4-1 il 13 settembre 1959 con gol di Charles, Cervato, Sívori, Cervato (su rigore). Fece inoltre il suo debutto nella neonata Coppa dei Campioni il 24 settembre 1958 al Comunale contro il Wiener SK, vincendo 3-1 con tripletta di Sívori. La qualificazione scappò una settimana dopo, quando gli austriaci le inflissero a Vienna uno 0-7 al termine di un discusso incontro in virtù del permissivo arbitraggio, favorevole all'estrema violenza espressa dalla squadra di casa, principalmente dal difensore Barschandt su Charles durante tutta la partita,[54] che segnò l'eliminazione della Juventus.

Nel 1960 conquistò un altro scudetto (l'undicesimo) con 25 vittorie, 92 reti segnate (28 Sívori, capocannoniere, e 23 Charles) e nuovamente 8 punti di distacco (55 a 47) sulla seconda, ancora la Fiorentina (tutti primati stagionali), oltre alla quarta Coppa Italia, vinta il 18 settembre 1960 grazie al 3-2 di Roma ai supplementari contro la Fiorentina (doppietta di Charles e autogol di Micheli): fu la prima doppietta nella storia della Juventus (un primato conseguito poi dal Torino, dal Napoli, dalla Lazio e dall'Inter in tutta la storia del calcio italiano) e la seconda vincita della coccarda tricolore di fila, impresa mai riuscita prima a un club italiano.

La Juventus conquistò ancora uno scudetto nel 1960-1961 (con il primato di Sívori, che segnò sei reti nella storica vittoria per 9-1 contro l'Inter, che per protesta schierò la formazione Primavera),[55] vincendo 22 partite, segnando 80 gol (25 Sívori, 15 Charles, 13 Nicolè e 12 Mora) e ricevendo per prima volta la neonata Coppa Campioni d'Italia.

Il periodo 1962-1970[modifica | modifica wikitesto]

Alla sua terza partecipazione europea la Juventus arrivò ai quarti di finale della Coppa dei Campioni 1961-1962 contro il Real Madrid: vittoria del Real Madrid per 0-1 a Torino e vittoria della Juventus per 1-0 con rete di Sívori a Madrid (prima vittoria di una squadra italiana a Madrid, nonché prima sconfitta interna del Real Madrid nella competizione). Lo spareggio venne giocato in un campo neutro (il Parco dei Principi) a Parigi e il Real Madrid passò il turno con la decisiva vittoria per 3-1.

Nel 1962-1963 vinse la Coppa delle Alpi (primo successo internazionale) con quattro vittorie in altrettante partite (in finale la Juventus batté l'Atalanta per 3-2) e nel 1964-1965 la Coppa Italia, battendo il 29 agosto nella finale di Roma la Grande Inter con il decisivo 1-0 di Menichelli. In quella stagione la Juventus perse la Coppa delle Fiere (antenata della Coppa UEFA) contro il Ferencváros per 0-1 (finale unica a Torino).

Analoga conclusione si ebbe nella stagione 1970-1971 in quella che fu l'ultima edizione della Coppa delle Fiere contro il Leeds Utd, nonostante il doppio pareggio in finale: 2-2 a Torino e 1-1 a Leeds (fu la prima volta che il trofeo venne assegnato sulla base dei gol segnati in trasferta). In tale torneo la Juventus rimase imbattuta, cosa che si sarebbe ripetuta nella Coppa delle Coppe 1983-1984 e nell'Europa League 2010-2011.

Stagione 1966-1967: la Juve Operaia e il tredicesimo scudetto[modifica | modifica wikitesto]

Nella stagione 1966-1967 la Juventus fu trasformata in società per azioni[56] e conquistò il suo tredicesimo scudetto all'ultima giornata e ai danni dell'Inter (battuta per 1-0 con gol di Favalli nello scontro diretto del 7 maggio 1967), squadra che precedeva la cosiddetta «Juve Operaia»[57] di un punto: l'Inter perse per 1-0 in trasferta contro il Mantova (con errore del portiere Giuliano Sarti), mentre la Juventus sconfisse in casa la Lazio per 2-1 con gol di Bercellino I e Zigoni. Presidente della società era Vittore Catella mentre in panchina sedeva il ginnasiarca Heriberto Herrera, tecnico paraguaiano fautore del movimiento (tra i precursori del cosiddetto calcio totale, poi sviluppato e perfezionato negli anni 1970 dai Paesi Bassi di Rinus Michels e Johan Cruijff).[58] A causa di questa concezione atletica del calcio di «HH2» nel 1965 Sívori aveva lasciato la Juventus per andare al Napoli.

La Juve Operaia della stagione 1966-1967, forgiata dalla rigida disciplina tattica di Heriberto Herrera, che conquistò lo scudetto a spese della Grande Inter

Nella Coppa dei Campioni della stagione successiva la Juventus fu rafforzata dall'arrivo del tedesco Helmut Haller e arrivò alle semifinali del torneo, ma perse contro il Benfica di Eusébio (0-2 a Lisbona e 0-1 a Torino). Nella stagione 1969-1970 debuttò in prima squadra il giovane Giuseppe Furino, che rimarrà con la Juventus fino al campionato 1983-1984 vincendo otto scudetti, e appaiando Giovanni Ferrari e Virginio Rosetta come i calciatori italiani all'epoca più vittoriosi in Serie A, nonché l'unico a esservi riuscito con la stessa squadra — sarà eguagliato nel 2017 da un altro juventino, Gianluigi Buffon.

Gli anni 1970 e 1980[modifica | modifica wikitesto]

L'era Boniperti (1971-1990)[modifica | modifica wikitesto]

Il 13 luglio 1971 Giampiero Boniperti diventò presidente del club dopo quindici stagioni con la Juventus come calciatore. Con Boniperti si aprì un lungo ciclo trionfale che come negli anni 1930 coincise con i grandi successi della nazionale italiana, guidata in questi anni dal commissario tecnico Enzo Bearzot.[59]

Sotto la sua gestione dirigenziale la società vinse nove scudetti in quindici anni (1971-1972, 1972-1973, 1974-1975, 1976-1977, 1977-1978, 1980-1981, 1981-1982, 1983-1984 e 1985-1986), tre Coppe Italia (1978-1979, 1982-1983 e 1989-1990) e un totale di sei trofei a livello internazionale, tra loro tutte le competizioni a livello di club sia confederali sia il titolo mondiale, un'impresa mai accaduta prima nella storia del calcio.[5][60]

I cicli Vycpálek e Parola (1971-1976)[modifica | modifica wikitesto]

Gianpietro Marchetti, Francesco Morini, Helmut Haller e Pietro Anastasi negli spogliatoi dell'Olimpico di Roma il 20 maggio 1973, in festa dopo il 2-1 alla Roma che valse il quindicesimo scudetto

La Juventus si classificò quarta nel campionato nazionale della stagione 1970-1971. Il 26 maggio di quell'anno morì a trentasei anni per un male incurabile Armando Picchi, allenatore della Juventus da un anno. Nella stagione successiva la Juventus, già sotto la conduzione tecnica dell'ex giocatore cecoslovacco Čestmír Vycpálek e con l'apporto di alcuni elementi come Sandro Salvadore e la valorizzazione di giovani calciatori come Franco Causio (proveniente dal Lecce), Giuseppe Furino (dal Palermo, dopo essere cresciuto nelle divisioni minori della Juventus), Fabio Capello (dalla Roma), del libero e poi capitano Gaetano Scirea e di Roberto Bettega (torinese prodotto del vivaio della Juventus), vinse lo scudetto della stagione 1971-1972 in cui il girone d'andata fu un continuo alternarsi di squadre nelle prime posizioni e con un punto di vantaggio sul Milan.

Al termine della stagione 1972-1973 vinse il suo quindicesimo scudetto avendo la meglio su Lazio e Milan. Il Milan si prese la rivincita in Coppa Italia battendo la Juventus in finale ai tiri di rigore. Nella stessa stagione raggiunse per la prima volta nella loro storia la finale di Coppa dei Campioni, tuttavia perdendo a Belgrado contro l'Ajax per 0-1.

Il 28 novembre di quell'anno la Juventus (che prese il posto del rinunciatario Ajax) perse a Roma anche la Coppa Intercontinentale contro l'Independiente per 0-1 con rigore fallito da Antonello Cuccureddu quando la gara era ancora sullo 0-0. Per di più i dirigenti della Juventus avevano trovato l'accordo con l'Independiente per disputare la finale in un'unica partita allo stadio Olimpico di Roma.

Sandro Salvadore, per dodici stagioni baluardo della difesa della Juventus, in azione contro l'Independiente nel corso della Coppa Intercontinentale 1973

Nel 1974 dopo il Mondiale in Germania Ovest iniziò un nuovo ciclo di grandi risultati per la nazionale di Enzo Bearzot: quattro anni dopo al campionato del mondo 1978 in Argentina l'Italia arrivò quarta, avendo nelle file complessivamente nove giocatori della Juventus: Dino Zoff, Antonio Cabrini, Claudio Gentile, Scirea, Romeo Benetti, Cuccureddu, Causio, Marco Tardelli e Bettega. In seguito al campionato mondiale in Spagna furono sei i giocatori della Juventus del cosiddetto «blocco-Juve».[61][62][63]

Allenata dall'ex campione della Juventus Carlo Parola nella stagione 1973-1974 si classificò seconda in Serie A alle spalle della Lazio e raggiunse il girone finale di Coppa Italia. Nella stagione successiva vinse lo scudetto al termine di un duello con il Napoli, battuto per 6-2 al San Paolo il 15 dicembre e per 2-1 al Comunale di Torino il 6 aprile. La squadra arrivò fino alle semifinali della Coppa UEFA, dalla quale uscì in seguito alla doppia sconfitta col Twente. Nel campionato successivo invece non fu sufficiente un girone di andata da primato (26 punti su 30 ottenuti), poiché lo scudetto fu vinto dal Torino.

Il primo ciclo Trapattoni: la conquista dell'Europa e del mondo (1976-1986)[modifica | modifica wikitesto]

Biennio 1976-1978: due scudetti e la vittoria della Coppa UEFA[modifica | modifica wikitesto]
L'allenatore Giovanni Trapattoni, divenuto alla Juventus l'unico capace di vincere tutti i maggiori trofei UEFA per club

L'anno seguente Parola fu sostituito da Giovanni Trapattoni, all'epoca trentasettenne e con alle spalle solo un biennio di conduzione tecnica nel Milan, club nel quale era stato anche giocatore. Al debutto sulla panchina della Juventus vinse lo scudetto della stagione 1976-1977, conteso ai campioni uscenti del Torino fino all'ultima giornata: alla fine la Juventus prevalse alla fine con 51 punti, frutto di 23 vittorie, 5 pareggi e 2 sconfitte (primato per la Serie A a sedici squadre), contro i 50 del Torino. Quattro giorni prima di vincere il suo diciassettesimo scudetto la Juventus si aggiudicò anche la sua prima competizione internazionale, la Coppa UEFA, al termine di una doppia finale disputata contro gli spagnoli dell'Athletic Bilbao (1-0 all'andata e 1-2 al ritorno).

« Nella capitale della Biscaglia, la Juventus rappresentava l'Italia, anche in tribuna stampa ci siamo sentiti tutti bianconeri.[64] »
(Elio Domeniconi, Guerin Sportivo, maggio 1977)
Roberto Bettega, centravanti della Juventus dal 1970 al 1983 e poi dirigente durante il ciclo vincente di Marcello Lippi, qui in elevazione contro la difesa dell'Athletic Club nella finale di andata della Coppa UEFA 1976-1977, primo trofeo confederale vinto dai bianconeri

Con il supporto di Pietro Paolo Virdis, acquistato dal Cagliari, la Juventus conquistò nel 1978 il suo secondo tricolore consecutivo con cinque punti di vantaggio sulla coppia L.R. Vicenza-Torino. Nella stessa annata arrivò fino alle semifinali di Coppa dei Campioni, tuttavia perdendo ai supplementari con il Club Bruges.

Il triennio 1979-1981: la sesta Coppa Italia[modifica | modifica wikitesto]

Gli anni 1970 si chiusero con un'altra Coppa Italia (la sesta) nel 1978-1979, con la vittoria in finale sul Palermo (gol di Brio e Causio) per 2-1 dopo i tempi supplementari.

Nella stagione successiva la squadra giunse fino alla semifinale di Coppa delle Coppe, ma fu sconfitta nel doppio confronto dai londinesi dell'Arsenal (1-1 e 0-1), dove giocava l'irlandese Liam Brady, che nel mercato estivo di quell'anno (il primo aperto dopo molti anni ai calciatori stranieri) fu acquistato proprio dalla Juventus, che nel biennio successivo vinse due scudetti consecutivi. Quello del 1980-1981 fu il diciannovesimo e venne vinto dopo un testa a testa con la Roma e le polemiche susseguenti un gol non convalidato al difensore della Roma Maurizio Turone nello scontro diretto disputatosi a Torino il 10 maggio 1981 e finito 0-0.[65]

Biennio 1981-1983: lo scudetto della seconda stella e la settima Coppa Italia[modifica | modifica wikitesto]

L'anno successivo la Juventus vinse il ventesimo scudetto, ottenendo così la seconda stella e rimanendo l'unica squadra nel Paese ad avere raggiunto questo traguardo. Tuttavia in Coppa Italia e Coppa dei Campioni la squadra fu eliminata dopo i primi turni. Nella stagione 1982-1983 la Juventus vinse la Coppa Italia per la settima volta battendo in finale il Verona, oltre alla conquista del Mundialito per club. Giunse inoltre alla sua seconda finale di Coppa dei Campioni contro l'Amburgo, venendo sconfitta per 1-0 con il gol di Felix Magath.

Marco Tardelli e il capitano Gaetano Scirea, colonne della squadra di Trapattoni fra gli anni 1970 e 1980, qui insieme a Francesco Morini (nel frattempo divenuto dirigente del club) e alla seconda linea Roberto Tavola, celebrano negli spogliatoi del Comunale la vittoria del ventesimo scudetto della Juventus, dopo l'1-1 contro l'Avellino del 6 maggio 1984

In quegli anni giunsero alla società nuovi giocatori come i giovani Paolo Rossi, capocannoniere della coppa del mondo di Spagna e Pallone d'oro 1982. Durante il campionato del mondo in Spagna si distinsero altri due giocatori che proprio quell'estate erano arrivati alla Juventus, ovvero il polacco Zbigniew Boniek (ingaggiato dal Widzew Łódź) e il francese Michel Platini (all'epoca in scadenza di contratto presso il suo club in Francia, il Saint-Étienne), le cui nazionali erano giunte rispettivamente al terzo e quarto posto di quel mondiale.

Biennio 1983-1985: l'accoppiata scudetto-Coppa delle Coppe e il Grande Slam[modifica | modifica wikitesto]

Dopo un interregno della Roma (campione d'Italia 1982-1983) vinse il campionato 1983-1984 e colse la sua seconda affermazione internazionale vincendo a Basilea la finale di Coppa delle Coppe contro il Porto per 2-1.

Sergio Brio, Tardelli e Antonio Cabrini, tra i protagonisti del Grande Slam nelle coppe europee, festeggiano il trionfo nella Supercoppa UEFA 1984

La vittoria in Coppa delle Coppe diede alla Juventus il diritto di sfidare il Liverpool (vincitore della Coppa dei Campioni) nella Supercoppa UEFA, che fu disputata in gara unica a Torino nel gennaio 1985 e vinta per 2-0 con doppietta di Boniek. A Bruxelles il 29 maggio 1985 la Juventus si laureò campione d'Europa contro lo stesso Liverpool al termine di un incontro vinto per 1-0 (Platini su rigore), ma oscurato dagli eventi accaduti allo stadio Heysel mezz'ora prima dell'incontro.

Con la vittoria in Coppa dei Campioni la Juventus divenne il primo club europeo a vincere tutte le tre maggiori manifestazioni organizzate dalla UEFA.[66]

Stagione 1985-1986: il ventiduesimo scudetto e la prima Coppa Intercontinentale[modifica | modifica wikitesto]

Nella stagione 1985-1986 conquistò un altro scudetto grazie a un'iniziale sequenza di otto vittorie consecutive iniziali e 26 punti su 30 ottenuti nel girone di andata (entrambi primati), oltre alla prima Coppa Intercontinentale, vinta l'8 dicembre 1985 a Tokyo battendo ai tiri di rigore (2-2 dopo i supplementari) i campioni sudamericani dell'Argentinos Jrs,[67] divenendo così il primo e l'unico club al mondo a vincere tutte le competizioni ufficiali a livello internazionale.[5][6]

Con la stagione 1985-1986 si chiuse il decennio con Trapattoni allenatore: durante questi due lustri la società vinse un totale di sei scudetti, due Coppe Italia e tutte le coppe internazionali.[5] Cabrini, Scirea e Tardelli divennero i primi calciatori europei ad avere conquistato tutte e tre le principali competizioni UEFA per club e i primi giocatori al mondo ad avere vinto sia tutte le competizioni internazionali a livello di club cui presero parte sia la Coppa FIFA. Trapattoni (che nel frattempo passò all'Inter) diventò il primo e unico nel continente ad avere vinto tutte le competizioni a livello di club a cui partecipò e tutte con lo stesso club.

Michel Platini, per 3 volte consecutive Pallone d'oro durante il suo lustro con la Juventus, e Scirea con la Coppa Intercontinentale 1985

Il 12 luglio 1988 a Ginevra in occasione del sorteggio delle competizioni europee della stagione 1988-1989 l'allora presidente della confederazione calcistica europea Jacques Georges conferì la Targa UEFA alla Juventus (rappresentata dall'allora presidente Giampiero Boniperti) in ragione del primato conseguito in campo continentale.[68]

Il rinnovamento del periodo 1986-1990[modifica | modifica wikitesto]

Con Rino Marchesi sulla panchina la Juventus iniziò la stagione 1986-1987 con una vittoria 2-0 a Udine contro l'Udinese. La stagione terminò con il sorpasso all'Inter per il secondo posto con 39 punti, tre punti in meno della capolista Napoli, vincitrice del campionato. In Coppa dei Campioni invece la Juventus fu eliminata agli ottavi di finale dal Real Madrid: persa l'andata in trasferta per 1-0, al Comunale di Torino la Juve si impose per 1-0 grazie a un gol di Cabrini e la sfida proseguì ai calci di rigore, dove perse 3-1. Al termine della stagione Platini decise di lasciare il calcio giocato all'età di trentadue anni. Nella stagione successiva la Juventus concluse sesta in classifica con 31 punti e poté accedere alla Coppa UEFA dopo lo spareggio-derby contro il Torino (0-0 dopo i supplementari e 4-2 ai rigori).

Quella del 1988-1989 portò Dino Zoff come allenatore e Alessandro Altobelli come nuovo centravanti per sostituire l'avulso Ian Rush. Zoff diede alla squadra continuità e gioco grazie anche a innesti quali Rui Barros, Giancarlo Marocchi, Roberto Galia e Oleksandr Zavarov, pur senza lottare per lo scudetto che venne vinto dalla cosiddetta «Inter dei record», classificandosi al quarto posto dietro alla giò citata Inter, al Milan e al Napoli.

Stagione 1989-1990: l'accoppiata Coppa Italia-Coppa UEFA[modifica | modifica wikitesto]
L'allenatore Dino Zoff e il suo erede a difesa della porta bianconera, Stefano Tacconi, posano con la Coppa UEFA 1989-1990 vinta in una finale tutta italiana contro la Fiorentina

L'annata 1989-1990 iniziò sotto nel più tragico dei modi: il 3 settembre 1989 perì trentaseienne in un incidente stradale a Babsk in Polonia il viceallenatore Gaetano Scirea, per anni libero, capitano e simbolo della squadra, nonché primatista di presenze con la Juventus fino al 2008.

La Juventus, ancora sotto la guida di Zoff e con una squadra che aveva come prima punta Totò Schillaci, finì il campionato di quell'anno ancora al quarto posto, così come nella stagione precedente. Tuttavia la Juventus conquistò l'ottava Coppa Italia battendo in finale il Milan dopo un pareggio per 0-0 a Torino e la vittoria per 1-0 a Milano, conquistando anche la Coppa UEFA in una doppia finale — per la prima volta nella storia delle competizioni europee tra due club italiani[69] — contro la Fiorentina (3-1 a Torino e 0-0 sul campo neutro di Avellino). Questi furono i primi trofei vinti dopo tre stagioni senza titoli e la finale della Coppa UEFA fu l'ultima partita di Sergio Brio, titolare in difesa per dodici anni ed erede della fascia di capitano dopo l'addio di Cabrini l'anno prima. Il 5 febbraio 1990, mentre si inaugurava lo stadio delle Alpi in vista del campionato del mondo 1990, l'avvocato Vittorio Caissotti di Chiusano assunse la presidenza della società, chiudendo dopo diciannove anni l'era Boniperti.

Gli anni 1990[modifica | modifica wikitesto]

Nella stagione successiva Zoff lasciò il posto all'allenatore Gigi Maifredi, il quale dopo l'arrivo di nuovi giocatori come Roberto Baggio, Thomas Häßler, Júlio César da Silva e Paolo Di Canio perse la Supercoppa Italiana contro il Napoli per 1-5 e non riuscì a portare la squadra (terza dopo il girone d'andata) oltre il settimo posto finale in campionato. In Coppa delle Coppe la squadra fu eliminata in semifinale dal Barcellona, con Baggio capocannoniere della competizione. Pertanto dopo ventinove anni (l'ultima volta era stata nel 1961-1962), la Juventus non si qualificò per alcuna competizione internazionale.

Il secondo ciclo Trapattoni (1991-1994)[modifica | modifica wikitesto]

Roberto Baggio, trascinatore e capitano della Juventus dei primi anni 1990, solleva la Coppa UEFA 1992-1993 vinta contro il Borussia Dortmund

L'avventura di Maifredi sulla panchina della Juventus durò un anno, così nella stagione 1991-1992 Trapattoni venne richiamato ad allenare la Juventus. Con lui in panchina la squadra perse la finale di Coppa Italia contro il Parma e si piazzò seconda in campionato. Nella stagione 1992-1993 dopo avere acquistato il tedesco Andreas Möller, Fabrizio Ravanelli e Gianluca Vialli la Juventus vinse per la terza volta la Coppa UEFA battendo nella finale per 3-1 in Germania (Dino Baggio e doppietta di Roberto Baggio) e per 3-0 a Torino (due gol di Dino Baggio e Möller) il Borussia Dortmund con un punteggio complessivo di 6-1, primato della manifestazione e dei tornei gestiti dalla UEFA. In quel torneo la squadra segnò 32 reti, per un totale di 106 nell'intera stagione. In campionato invece la Juventus si classificò al quarto posto, vincendo in casa del Milan il 18 aprile con doppietta di Möller e rete di Roberto Baggio. Al termine dell'anno solare Baggio venne premiato col Pallone d'oro, mentre nel 1993-1994 debuttarono con la Juventus Angelo Di Livio e Alessandro Del Piero, quest'ultimo simbolo della Juventus (oltre che capitano) per quasi un ventennio fino al 2012. La squadra terminò il campionato al secondo posto, staccata di tre punti dal Milan.

Il primo ciclo Lippi: nuovi successi nazionali e internazionali (1994-1999)[modifica | modifica wikitesto]

(EN)

« At the end of the last millennium, Juventus dominated European club football. Blending power and panache, the Bianconeri won everything. And if they didn't win it, they were usually runners-up. »

(IT)

« Alla fine dello scorso millennio la Juventus dominava il calcio europeo per club. Combinando potenza ed eleganza i bianconeri hanno vinto tutto. E quando non vincevano di solito arrivavano secondi.[70] »

(Sheridan Bird, Champions Magazine, 2008)

Biennio 1994-1996: la seconda doppietta nazionale e la vittoria della Champions League[modifica | modifica wikitesto]

La festa negli spogliatoi del Delle Alpi il 21 maggio 1995, dopo il 4-0 ai rivali del Parma che valse il ventitreesimo scudetto, atteso in casa juventina da 9 anni.

Nel 1994 ci fu l'insediamento ai vertici societari della cosiddetta «Triade», composta dal direttore generale Luciano Moggi, dall'amministratore delegato Antonio Giraudo e dal vicepresidente ed ex giocatore della Juventus Roberto Bettega. Questa nuova dirigenza rimase alla guida sportiva ed economico-finanziaria del club fino al 2006.

Dopo nove anni nella stagione 1994-1995 la Juventus (allenata dall'emergente Marcello Lippi) tornò alla conquista del ventitreesimo titolo nazionale con 96 reti siglate nell'arco dell'intera annata e in campionato dieci punti di vantaggio su Lazio e Parma, entrambe al secondo posto della classifica (primato di squadra nei campionati con tre punti a vittoria, poi battuto dai diciassette del 2013-2014). Vinse anche la Coppa Italia contro il Parma, realizzando così la seconda doppietta nazionale nella storia della Juventus. In Coppa UEFA raggiunse per la quarta volta la finale, ancora contro il Parma, che questa volta ebbe la meglio (0-1 al Tardini e 1-1 nel ritorno giocato allo stadio Giuseppe Meazza di Milano). La stagione fu segnata dal lutto per la morte del giovane e promettente terzino Andrea Fortunato, scomparso per una grave forma di leucemia il 25 aprile 1995.[71]

Alessandro Del Piero, bandiera della Juventus dal 1993 al 2012, solleva la Champions League 1995-1996 vinta nella finale di Roma contro l'Ajax

L'anno successivo la Juventus giunse al secondo posto della Serie A a otto punti di distanza dal Milan e conquistò il 17 gennaio 1996 la sua prima Supercoppa Italiana, superando nuovamente il Parma per 1-0 al Delle Alpi. Con questo trofeo divenne la prima squadra a vincere le tre maggiori competizioni nazionali nello stesso anno. La squadra concluse la stagione con il trionfo in Champions League (ex Coppa dei Campioni), che venne vinta il 22 maggio seguente nella finale di Roma contro l'Ajax, sconfitto per 5-3 ai tiri di rigore dopo che i supplementari si erano conclusi sul 1-1 con i gol di Jari Litmanen per l'Ajax e Ravanelli per la Juventus.

Stagione 1996-1997: i trionfi del centenario[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1997 la Juventus festeggiò i cento anni dalla sua fondazione istituzionale: allo scopo di celebrare questa ricorrenza la società e le autorità della città di Torino organizzarono una serie di manifestazioni denominate Juvecentus (1897-1997; Cento anni di Juve) e dal 22 al 27 maggio venne presentata al Lingotto l'attività editoriale, multimediale e filatelica del club. In occasione del secolo di vita della Juventus fu poi organizzata la cosiddetta Coppa del Centenario-Trofeo Repubblica di San Marino contro gli inglesi del Newcastle Utd (la Juventus indossò una speciale divisa rosanero che ricordava la prima storica casacca della società), disputata allo stadio Dino Manuzzi di Cesena il 3 agosto.[72] A fianco di queste iniziative venne allestita la Mostra del Centenario a illustrare l'origine e l'evoluzione del club, oltre alla creazione un fanclub con più di 10 000 membri.

Il presunto abuso di farmaci

Nel 1998 l'allenatore Zdeněk Zeman lanciò un allarme a proposito di un supposto eccessivo ricorso ai farmaci da parte delle società di calcio. Sulla base di queste dichiarazioni, il procuratore generale di Torino Raffaele Guariniello aprì un'inchiesta che coinvolse diverse squadre, tra cui Juventus, Parma, Roma e Torino.[73][74] Per motivi di competenza territoriale, soltanto nel caso delle squadre torinesi fu aperto un provedimento giudiziario:[75] nel caso dei bianconeri, il procedimento vide imputati il medico sociale Riccardo Agricola e l'amministratore delegato Antonio Giraudo.

Nella sentenza di primo grado del processo penale, iniziato il 31 gennaio 2002, Agricola fu condannato a una pena sospesa di 1 anno e 10 mesi «per frode sportiva e somministrazione di farmaci in modo pericoloso per la salute» come l'eritropoietina umana ricombinante (EPO) — quest'ultimo argomento fu introdotto nelle imputazioni il 28 giugno 2004 su base ipotetica — in base ai valori sanguigni dei calciatori della Juventus, nonostante i risultati negativi riscontrati in tutti gli oltre 480 controlli antidoping registrati durante il periodo indagato,[76] mentre Giraudo venne assolto «per non avere commesso il fatto»;[77] non emersero, inoltre, prove che confermassero la responsabilità diretta della Juventus nella vicenda.[77] Nell'aprile 2005 Guariniello propose appello contro la sentenza di primo grado, che venne ribaltata in secondo grado in favore della difesa. La Corte d'appello di Torino confermò il 14 dicembre 2005 l'assoluzione di Giraudo e annullò la condanna di Agricola, assolvendolo dal reato di «frode sportiva» relativo all'uso di EPO «perché il fatto non sussiste», nonché dalla somministrazione di medicinali non vietati «perché il fatto non costituisce reato».[78]

Guariniello propose un ulteriore ricorso contro la sentenza di secondo grado. Il 29 marzo 2007 la seconda sezione penale della Cassazione confermò le assoluzioni di Giraudo e Agricola per il reato di «frode sportiva» relativo all'EPO.[79][80] La Corte, tuttavia, accolse in parte qua il ricorso in riferimento ai medicinali vietati diversi dall'EPO, nonché alla somministrazione off-label di quelli leciti, annullando le relative sentenze.[80] Nel primo caso, pur precisando che a essa «non compete [...] la valutazione nel merito delle specifiche condotte incriminate», la Cassazione rilevò che l'assoluzione in Corte d'appello «sul punto specifico, risulta carente» non essendo state confutate le argomentazioni del giudice di primo grado;[81] nel secondo caso, essa ritenne che, pur non essendo all'epoca ancora in vigore la legge sul particolare (introdotta il 14 dicembre 2000), l'utilizzo off-label di farmaci potesse integrare il delitto di cui all'art. 1 della legge n. 401 del 13 dicembre 1989 (concernente la «frode in competizioni sportive»), l'unica applicabile al periodo indagato.[81] La Cassazione, pertanto, pose la necessità di svolgere un nuovo giudizio e una nuova perizia riguardo alle due ipotesi; tutto ciò non ebbe luogo per l'estinzione delle accuse in oggetto a causa della prescrizione dal 12 febbraio 2007.[82][80]

Sul piano sportivo il procedimento disciplinare, avviato dalla procura antidoping nei confronti di Agricola, iniziò con un'indagine della procura di Torino terminata con l'assoluzione emessa dall'Ufficio di Procura Antidoping del CONI il 25 luglio 2000, non essendo stati riscontrati indizi di «doping ematico».[76] Il processo sportivo venne poi riaperto dopo la sentenza penale di primo grado: il 26 aprile 2005 il Tribunale Arbitrale dello Sport, su richiesta del CONI, sancì che «l'uso di sostanze farmacologiche che non sono espressamente proibite dalla legge sportiva e che non possono essere considerate come sostanze simili o associate a quelle espressamente proibite non può essere sanzionato con provvedimenti disciplinari».[83][84] Su questa sentenza il processo sportivo si concluse con l'assoluzione emessa dalla Commissione disciplinare l'11 novembre 2005, confermata sia dalla Commissione d'Appello Federale il 5 ottobre 2006, sia dal giudice di ultima istanza il 19 gennaio 2007.[85]

La stagione 1996-1997 fu inaugurata con una nuova vittoria nella doppia finale di Supercoppa UEFA contro il club vincitore della Coppa delle Coppe, il Paris Saint-Germain (6-1 in trasferta a Parigi all'andata e 3-1 a Palermo nel ritorno): il 9-2 complessivo è lo scarto più grande mai raggiunto nelle finali UEFA. In seguito il 26 novembre 1996 a Tokyo la squadra conquistò anche la seconda Coppa Intercontinentale contro i campioni sudamericani del River Plate. Il ventiquattresimo scudetto della storia venne conquistato con 65 punti, mentre in Champions League la Juventus perse per 1-3 la finale giocata a Monaco di Baviera il 28 maggio 1997 contro il Borussia Dortmund.

Biennio 1997-1999[modifica | modifica wikitesto]

L'anno successivo la squadra vinse la Supercoppa italiana contro il Vicenza per 3-0, quindi a fine stagione arrivò il venticinquesimo scudetto con cinque punti di vantaggio sull'Inter. Nella terza finale consecutiva di Champions League giocata ad Amsterdam il 25 maggio 1998 la Juventus cedette per 0-1 al Real Madrid, ma Del Piero si aggiudicò il titolo di capocannoniere della manifestazione con 10 reti.

Zinédine Zidane, fantasista della Juventus a cavallo di II e III millennio

La stagione 1998-1999 partì con la sconfitta (1-2) della squadra nella Supercoppa Italiana contro la Lazio. In Champions League la Juventus sfiorò la quarta finale consecutiva uscendo dalla Champions in semifinale per mano del Manchester Utd. Dopo la sconfitta per 4-2 contro il Parma a metà del girone di ritorno Lippi si dimise e fu sostituito da Carlo Ancelotti, che condusse una squadra ormai alla fine di un ciclo al settimo posto, venendo relegata alla Coppa Intertoto dopo avere perso anche lo spareggio UEFA con l'Udinese.

Gli anni 2000[modifica | modifica wikitesto]

L'interregno di Ancelotti (1999-2001)[modifica | modifica wikitesto]

Nell'estate 1999 Ancelotti portò la formazione a vincere la Coppa Intertoto — riconvalidando dunque il primato di vittorie in ogni competizione continentale.[5] Il campionato vide la Juventus contendere lo scudetto alla Lazio, ma dopo avere vinto il titolo di metà stagione[86] subì la rimonta della Lazio cedendo anche nello scontro diretto.[87] Il possibile titolo sfumò all'ultima giornata, quando perdendo in trasferta contro il Perugia (su un campo reso impraticabile dalla pioggia che causò un'interruzione di oltre un'ora) la squadra si fece definitivamente sorpassare dalla Lazio. Anche l'annata successiva terminò con il secondo posto, questa volta dietro alla Roma.[88] Le mancate affermazioni portarono all'addio di Ancelotti, sostituito dal rientrante Lippi.[89][90]

Il secondo ciclo Lippi (2001-2004)[modifica | modifica wikitesto]

Al ritorno di Lippi fece seguito[91] nell'autunno 2001 l'ingresso in Borsa della società.[92] Fu così compiuto un nuovo importante passo nell'evoluzione da società calcistica civile a entertainment and leisure group: nei primi anni del XXI secolo con oltre duecento milioni di euro di fatturato la Juventus era la terza società calcistica per ricavi in Europa dopo Manchester Utd e Real Madrid.[92]

La stagione 2001-2002 segnò il ritorno allo scudetto, conquistato ai danni dell'Inter dopo un finale che vide coinvolta anche la Roma e che si concluse con il sorpasso sull'Inter all'ultima domenica in un pomeriggio rimasto nella storia della Juventus come quello del «5 maggio».[93] Nello stesso anno vennero messi in bacheca la Supercoppa[94] e un altro tricolore.[95] In Champions League a capo di un torneo che la vide protagonista la Juventus tornò a disputare una finale dopo sette anni: venne però sconfitta ai rigori dai Milan dopo lo 0-0 dei tempi supplementari nella prima finale tutta italiana nella storia della manifestazione.[96] In precedenza nel gennaio 2003 la Juventus aveva dato l'addìo all'avvocato Gianni Agnelli, uno dei più grandi illustri della storia d'Italia e della Juventus.

Pavel Nedvěd, dapprima giocatore e leader della Juventus negli anni 2000, e poi dirigente nel vittorioso ciclo degli anni 2010

La stagione 2003-2004 fu anch'essa segnata da eventi luttuosi per la società, con la scomparsa di due figure chiave nella storia recente del club, il presidente Vittorio Chiusano (agosto 2003) e Umberto Agnelli (maggio 2004). Sul versante sportivo al Juventus vinse un'altra Supercoppa e chiuse terzi in campionato.[97] A fine stagione Lippi lasciò definitivamente la squadra per passare sulla panchina della nazionale.[98]

Dal biennio di Capello allo scandalo Calciopoli (2004-2006)[modifica | modifica wikitesto]

Nell'estate del 2004 la squadra venne affidata a Fabio Capello. Il 20 maggio 2005 grazie al pareggio nell'anticipo tra Milan e Palermo la Juventus si laureò campione d'Italia, conquistando alla fine del torneo 86 punti, sette in più del Milan. In Champions League la squadra venne eliminata nei quarti di finale a opera degli inglesi del Liverpool.

Nel campionato 2005-2006 la Juventus batté il primato storico di vittorie consecutive all'inizio del campionato (9), che sommate alla vittoria per 4-2 contro il Cagliari nella giornata di chiusura del torneo precedente hanno composto la serie di trionfi in fila più lunga nel campionato a girone unico a pari merito con quella della stagione 1931-1932. Stabilì il primato di punti in totale (91) e in un solo girone (52 punti solo all'andata: 17 vittorie, un pareggio e una sconfitta). La squadra perse una sola partita in campionato (cosa mai riuscita nei campionati a venti squadre), quella in casa del Milan per 3-1 il 30 ottobre. Tale gara fu anche l'ultima persa nei campionati a girone unico per quasi due anni fino alla sconfitta in trasferta contro il Mantova del 13 gennaio 2007 per un totale di 46 gare in serie positiva. La squadra si aggiudicò il ventinovesimo scudetto battendo il 14 maggio la Reggina per 2-0. Per tutta l'era Capello la Juventus fu sempre capolista della Serie A (76 giornate, primato nazionale).[99] Il 20 agosto perse la Supercoppa Italiana contro l'Inter per 0-1 ai supplementari. In Champions League invece la Juventus fu eliminata nei quarti di finale dagli inglesi dell'Arsenal.

Alla fine dello stesso anno la società rimase coinvolta in Calciopoli: la sentenza di primo grado costò la revoca dello scudetto 2004-2005, la non assegnazione dello scudetto 2005-2006 (in seguito assegnato all'Inter)[100] e la retrocessione in Serie B con una penalizzazione finale di 9 punti.[101] Moggi presentò le sue dimissioni alla Juventus subito dopo l'ultima giornata del campionato, seguito pochi giorni dopo da Giraudo e dal presidente Franzo Grande Stevens. Quindi il consiglio di amministrazione della società venne sciolto e ricomposto a fine giugno con nuovi elementi scelti dagli azionisti, tra cui l'ex calciatore Marco Tardelli e l'allenatore della nazionale italiana di pallavolo Gian Paolo Montali. Vennero nominati presidente Giovanni Cobolli Gigli, direttore sportivo Alessio Secco e amministratore delegato Jean-Claude Blanc.[102]

Il periodo 2006-2011[modifica | modifica wikitesto]

Dalla stagione in Serie B al ritorno in Serie A (2006-2009)[modifica | modifica wikitesto]

« Dopo essere tornati dai Mondiali [io, Del Piero, Buffon, Camoranesi e Nedvěd] ci siamo incontrati, in una delle sale di Vinovo. Ci siamo guardati negli occhi e ci siamo subito capiti. Eravamo parte di una grandissima squadra, tutti ci sentivamo legati alla società e dovevamo riportarla subito in Serie A. Sono orgoglioso di essere rimasto e di aver contribuito a quell'impresa.[103] »
(David Trezeguet, 2014)
Il francese David Trezeguet, centravanti della Juventus negli anni 2000, decennio in cui divenne il migliore marcatore straniero nella storia del club

Il 10 luglio 2006 arrivò come allenatore Didier Deschamps, già centrocampista della Juve nella seconda metà degli anni 1990. Dopo 36 partite del campionato cadetto e nonostante la penalizzazione di 9 punti la squadra, che si trovò in testa alla classifica di Serie B rimanendo sempre tra le prime posizioni il 19 maggio 2007 (dopo la vittoria per 5-1 in trasferta ad Arezzo) raggiunse la matematica promozione in Serie A con tre giornate di anticipo rispetto alla fine del campionato. Il 26 maggio vinse in casa per 2-0 contro il Mantova e ottenne matematicamente il primo posto. La stessa sera Deschamps risolse consensualmente il contratto con la società.

Il 4 giugno venne ufficializzato il nome del nuovo allenatore, Claudio Ranieri, che iniziò la sua avventura sulla panchina della Juventus il 1º luglio 2007. Il ritorno della Juventus in Serie A avvenne ufficialmente il 25 agosto seguente contro il Livorno in una partita terminata con il risultato di 5-1 in favore della Juventus. A fine stagione arrivò terza in campionato — il migliore piazzamento di una neopromossa da trent'anni a quella parte — e si fermò ai quarti di Coppa Italia venendo eliminata dall'Inter.

Nel 2008-2009 la Juventus affrontò nel preliminare di Champions League gli slovacchi dell'Artmedia Petržalka di Bratislava, ritornando a partecipare dopo due anni di assenza alle competizioni confederali per club.[104] Dopo avere vinto il proprio girone si spinse fino agli ottavi di finale, ma venne eliminata dal Chelsea, finalista dell'edizione precedente. Nel finale di campionato Ranieri fu esonerato e sostituito da Ciro Ferrara, che condusse la squadra al secondo posto. In precedenza in Coppa Italia era stata eliminata in semifinale dalla Lazio.

Le difficoltà del biennio 2009-2011[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2009-2010 la squadra venne estromessa dalla Champions League nell'ultima giornata della fase a gironi, stabilendo suo malgrado il primato di marcature subite in casa nelle coppe europee.[105] A gennaio fu poi eliminati dall'Inter (1-2) ai quarti di finale di Coppa Italia, una sconfitta che sancì l'esonero di Ferrara in favore di Alberto Zaccheroni. Il cambio della guida tecnica non diede i frutti sperati, tanto che la squadra uscì successivamente agli ottavi dell'Europa League per mano dei futuri finalisti del Fulham, chiudendo infine il campionato al settimo posto con 15 sconfitte — primato negativo del club in un torneo a 20 squadre, con un totale di 19 nel corso della stagione — e 56 gol subiti, eguagliando gli scialbi numeri ottenuti nel 1961-1962.[105]

La stagione 2010-2011 vide l'effimera prova di Luigi Delneri sulla panchina della Juventus: infatti la squadra, ancora zavorrata da errori societari e di mercato, uscì presto di scena nella fase a gironi di Europa League e fu poi estromessa dalla Roma ai quarti di finale della Coppa Italia, mentre il campionato venne concluso nuovamente al settimo posto, questa volta mancando anche l'accesso alle competizioni continentali. Era dal triennio 1954-1957 che la Juventus non terminava almeno due edizioni consecutive della Serie A al di sotto di tale piazzamento.

Gli anni 2010[modifica | modifica wikitesto]

Andrea Agnelli e la ristrutturazione della società[modifica | modifica wikitesto]

Claudio Marchisio, dal vivaio a protagonista nel rilancio juventino dopo l'opaco lustro successivo a Calciopoli

Nell'ambito di un graduale cambio di rotta sul piano societario nel 2010 a Blanc subentrò alla presidenza della Juventus Andrea Agnelli, quarto esponente della celebre famiglia torinese proprietaria del club.[106] Alle prese con una squadra da qualche anno deficitaria sia a livello sportivo sia di bilancio,[107] tra i primi passi della nuova gestione c'è da una parte il risanamento delle casse societarie[108] e la graduale apertura verso nuove opportunità di fatturato,[109][110] mentre dall'altra si assiste a un profondo rinnovamento dell'organigramma con le nomine di Giuseppe Marotta e Fabio Paratici, rispettivamente a direttore generale e direttore sportivo,[111] assieme al ritorno in società in veste dirigenziale di ex giocatori della Juventus quali Pavel Nedvěd e David Trezeguet.[112] Sempre in tal senso in questi anni giunse a compimento l'idea dello stadio di proprietà: dalle ceneri del Delle Alpi l'8 settembre 2011 venne infatti inaugurato lo Juventus Stadium.[113] Il 16 maggio 2012 ci fu poi l'apertura del primo museo societario, il J-Museum, dedicato alla storia della Juventus e al suo legame con le vicende del Paese.[114]

Esacampioni d'Italia (2011-2017)[modifica | modifica wikitesto]

Il ciclo Conte (2011-2014)[modifica | modifica wikitesto]

Stagione 2011-2012: il ritorno al successo e l'imbattibilità[modifica | modifica wikitesto]
Antonio Conte, dapprima 5 scudetti da giocatore e capitano, e poi 3 da allenatore con la Juventus

La stagione 2011-2012 vide l'arrivo in panchina di Antonio Conte, capitano della Juvetus degli anni 1990 e promettente allenatore, il quale gettò le basi per il ritorno ai vertici della società. In campionato, rinforzatasi con nomi quali il giovane Arturo Vidal e l'esperto Andrea Pirlo,[115] ha occupato il vertice della classifica sin dalle prime giornate, posizione che avrebbe ceduto solo poche volte nel corso del torneo: dopo un lungo testa a testa col Milan il 6 maggio 2012 la Juventus è tornata a laurearsi campione d'Italia — non accadeva dalla stagione 2002-2003, se si escludono i successi cancellati da Calciopoli — vincendo il suo ventottesimo scudetto.[116] Il successo arrivò con una giornata d'anticipo ed è stato ottenuto senza avere mai perso una partita, eguagliando un primato conseguito nella storia del girone unico solo dal Perugia nel 1978-1979 e dal Milan nel 1991-1992. La Juventus è però la prima a siglare questo primato in un torneo a venti squadre, stabilendo così il primato nazionale di imbattibilità stagionale in campionato.[117] L'imbattibilità venne persa nella gara dell'epilogo stagionale, la finale di Coppa Italia in cui il Napoli si impose per 2-0. Questa sconfitta mise anche fine all'imbattibilità assoluta della Juventus tra campionato e coppa dopo 43 partite utili consecutive (anch'esso primato nazionale).[118] Fu questa l'ultima stagione nella Juventus di Alessandro Del Piero, che dopo diciannove anni lasciò la squadra.

Biennio 2012-2014: dalla riconferma al campionato dei record[modifica | modifica wikitesto]
Andrea Pirlo, tra i maggiori artefici del ritorno dei bianconeri ai vertici nei primi anni 2010

L'11 agosto 2012 la Juventus, che nel frattempo ha accolto tra le proprie file il promettente Paul Pogba (destinato presto a sovvertire le gerarchie dell'undici titolare),[119] vince a Pechino la sua quinta Supercoppa Italiana contro il Napoli per 4-2 ai supplementari, un trofeo che mancava dall'edizione 2003.[120] La Juventus non è riuscita a raggiungere la seconda finale consecutiva di Coppa Italia, uscendo in semifinale contro la Lazio, mentre in Champions League (competizione dove ha fatto ritorno dopo due anni di assenza) si è spinta fino ai quarti di finale prima di essere estromessi dai futuri campioni del Bayern Monaco. Nonostante la battuta di arresto in campo europeo la Juventus ha marciato stabilmente e con discreta tranquillità in vetta alla classifica del campionato, sicché il 5 maggio 2013 è arrivato il ventinovesimo titolo italiano e il secondo consecutivo, conquistato con tre turni di anticipo.[119][121]

L'annata 2013-2014 si è aperta il 18 agosto con il secondo successo consecutivo in Supercoppa italiana, superando all'Olimpico di Roma la Lazio con un netto 4-0[122] su cui ha messo il sigillo Carlos Tévez, trascinatore della Juventus per il successivo biennio.[123][124] Dopo una deludente eliminazione al primo turno di Champions League la squadra è ripescata in Europa League,[125] dove ha offerto un un cammino migliore, fermandosi tuttavia a un passo dalla finale dopo essere battuti dai portoghesi del Benfica,[126] raggiungendo comunque una semifinale europea che mancava da undici anni. In Serie A si è invece ripetuto il copione delle precedenti stagioni e dopo avere rincorso la Roma nelle prime giornate del torneo ha preso la testa della classifica a fine novembre per mantenerla sino al termine: il 4 maggio 2014 la Juventus ha vinto con due turni d'anticipo il terzo scudetto dell'era Conte, tagliando il traguardo del trentesimo titolo ufficiale nella loro storia (prima squadra italiana a riuscirci).[127] La squadra di Conte è artefice in questa stagione di un «cammino record»,[128] battendo numerosi primati societari e nazionali: su tutti quello di punti in graduatoria con 102, tripla cifra mai toccata prima in Italia, nonché quarto punteggio a livello europeo.[129]

Il ciclo Allegri (dal 2014)[modifica | modifica wikitesto]

Stagione 2014-2015: la terza doppietta nazionale[modifica | modifica wikitesto]
La Juventus festeggia il trionfo nella Coppa Italia 2014-2015, la decima della sua storia

La stagione 2014-2015 ha visto l'arrivo in panchina di Massimiliano Allegri[130] al posto del dimissionario Conte, passato alla guida dell'Italia. Il 22 dicembre a Doha la Juventus ha perso la finale di Supercoppa Italiana contro il Napoli ai tiri di rigore,[131] ma la sconfitta non pregiudicò il cammino della squadra nelle altre competizioni, che culminò a fine stagione nella terza doppietta nazionale, eguagliando i precedenti del 1960 e del 1995. Il 2 maggio 2015 con il successo 1-0 sul campo della Sampdoria la Juventus ha conquistato il suo trentunesimo scudetto, nonché quarto consecutivo, rimarcando ulteriormente la loro egemonia sul calcio italiano nella prima metà degli anni 2010.[132] Il 20 maggio seguente è arrivata anche la decima Coppa Italia, vinta 2-1 ai tempi supplementari contro la Lazio nella finale giocata all'Olimpico di Roma (anche questa volta la Juventus è la prima in Italia a raggiungere tale simbolico traguardo).[133] Non è riuscita invece l'affermazione europea in Champions League, dove al termine di un cammino che l'ha vista dopo dodici anni tornare in finale nella massima competizione europea per club, all'Olympiastadion di Berlino la Juventus è stata sconfitta 1-3 dai catalani del Barcellona.[134]

Stagione 2015-2016: dalla rimonta-record alla prima tripletta nazionale[modifica | modifica wikitesto]
Gianluigi Buffon, portiere e capitano dei bianconeri monopolizzatori della Serie A negli anni 2010

L'annata 2015-2016 ha proposto una Juventus decisamente rinnovata nell'organico, priva di alcuni protagonisti dei successi del precedente quadriennio (Pirlo, Vidal e Tévez su tutti).[135] L'esordio stagionale è avvenuto allo Shanghai Stadium nella vittoria per 2-0 contro la Lazio in Supercoppa italiana.[136] Ciononostante l'avvio di stagione è stato pieno di difficoltà per la Juventus, che per i primi mesi di campionato è rimasta molto lontana dalle posizioni di vertice della classifica (sintomatico lo zero in classifica dopo due giornate, fatto mai accadutole prima dall'istituzione del girone unico),[137] pagando oltremodo la ricerca del miglior equilibrio in un nuovo gruppo di calciatori[138] in cui iniziò presto a farsi spazio il giovane Paulo Dybala.[139][140][141]

« È lo scudetto più bello della rinascita post-Calciopoli? Ogni tifoso può avere la propria risposta: è ragionevole pensare che il primo di Conte, proprio per aver riportato la Juve là dove era prima del dramma, abbia avuto un sapore fortissimo; è altrettanto comprensibile che lo scudetto "over 100", nella sua sostanziale irripetibilità, abbia rappresentato qualcosa di speciale. Però giornalisticamente e statisticamente, questo quinto della serie è davvero il più incredibile, che ha smentito un secolo di statistiche: nessuno, nella storia era risalito dal baratro in cui era sprofondata la Juve d'inizio stagione; nessuno aveva mai infilato la stratosferica serie 24 vittorie su 25 seguita a quell'avvio infelice; nessuno, nemmeno il grande Zoff, aveva saputo chiudere la sua porta tanto a lungo quanto il Buffon di questo campionato. Se è l'ombra ad esaltare la luce, se il piacere è più intenso se figlio di sofferenza, questo scudetto figlio della crisi iniziale, dovrebbe rappresentare una gioia abbagliante. E il semplice fatto di averci creduto nel pieno delle difficoltà [...] è già stato qualcosa di eccezionale.[142] »
(Massimo De Luca, 24 aprile 2016)

A dispetto di pronostici e statistiche avverse la Juventus è stata tuttavia artefice di una inaspettata rimonta[142] che l'ha portata il 25 aprile 2016 a riconfermarsi per la quinta volta consecutiva campione d'Italia.[143][144] Con la vittoria della seconda Coppa Italia consecutiva (nonché undicesima), arrivata battendo nella finale del 21 maggio a Roma il Milan,[145] la Juventus ha chiuso la stagione mettendo in bacheca la sua prima tripletta nazionale.[146]

Stagione 2016-2017: i primati del sesto scudetto e del terzo double consecutivi[modifica | modifica wikitesto]
La Juventus esacampione d'Italia nella stagione 2016-2017

Rinforzatasi con elementi quali Dani Alves, Miralem Pjanić e Gonzalo Higuaín,[147] la stagione 2016-2017 ha visto una Juventus ormai riassestatasi nell'élite del calcio continentale. Il principale obiettivo dell'annata, quello che sarebbe uno storico sesto scudetto consecutivo, viene raggiunto in maniera abbastanza agevole, con gli uomini di Allegri quasi costantemente in vetta alla classifica per tutto l'arco del campionato; neanche l'incidente di percorso rappresentato dalla sconfitta dicembrina in Supercoppa di Lega, persa a Doha ai rigori contro il Milan,[148] mina le certezze dei bianconeri che il 21 maggio 2017 si aggiudicano il loro trentatreesimo scudetto: mai nessuno, nella storia del calcio italiano, era riuscito a confermarsi campione nazionale per sei volte di fila, superando inoltre dopo ottantadue anni il record della Juve del Quinquennio.[149]

Affiancando a questo trionfo anche quello della dodicesima Coppa Italia nonché terza consecutiva, arrivata quattro giorni prima battendo la Lazio, la squadra torinese inanella l'ennesimo primato di questi anni, divenendo la prima a conseguire tre double nazionali di fila.[150] È invece ancora rimandato l'appuntamento con un successo europeo: alla seconda finale di Champions League nell'arco di un triennio, il 3 giugno al Millennium Stadium di Cardiff i piemontesi cedono 1-4 ai detentori del Real Madrid.[151]

Note[modifica | modifica wikitesto]

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  23. ^ Chiesa, pp. 17-20. Tuttavia va fatto notare che l'autore sbaglia nel sostenere che oltre al Milan si erano iscritte anche Torino e Genoa, in quanto La Stampa afferma esplicitamente che alla chiusura delle iscrizioni si erano iscritte al campionato federale solo Juventus, Doria e Milan.
  24. ^ I matches di football d'ieri a Torino, Milano e Genova, in La Stampa, 20 gennaio 1908, p. 5.
  25. ^ La gran finale del Campionato Federale, in La Stampa, 22 febbraio 1908, p. 5.
  26. ^ I matches di Campionato a Torino, in La Stampa, 16 marzo 1908, p. 2.
  27. ^ Chiesa, pp. 20-21.
  28. ^ Juventus-Pro Vercelli 0-2, in La Stampa, 9 marzo 1908, p. 5.
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  30. ^ Il F.C. Juventus vince il Campionato Italiano, in La Stampa, 7 giugno 1909, p. 5.
  31. ^ La Juventus partecipò nei campionati 1911-1912 e 1912-1913 con soli dieci giocatori in organico, cfr. Maurizio Vannini, Stagione 1911-12: Una stagione buia, juventusstory.it. (archiviato dall'url originale il 4 dicembre 2014).
  32. ^ Cfr. quanto scritto da Davide Rota e Silvio Brognara nel libro, Football dal 1902 – la storia della Biellese, Biella, edizioni del giornale Il Biellese, 1996.
  33. ^ Esiste discordanza tra le fonti riguardo al numero di squadre che dovevano retrocedere nella stagione 1912-1913. Secondo alcuni fonti, come l'Almanacco di Calcio Italiano edito da Panini, la retrocessione avrebbe dovuto colpire tutte le ultime classificate dei vari gironi. Tuttavia altre fonti giornalistiche, come La Gazzetta dello Sport, ritengono che la retrocessione riguardasse solo i tre gironi del torneo maggiore.
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  41. ^ Le squadre classificate dal primo al nono posto nei Gironi A e B del ventinovesimo Campionato Federale di Calcio nella stagione 1928-1929 furono ammesse al primo campionato di Serie A nella stagione 1929-1930, mentre le squadre classificate dal decimo all'ultimo posto in entrambi i gironi furono iscritte al primo campionato di Serie B.
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  50. ^ In realtà, le gare giocate da Boniperti in Serie A vengono erroneamente conteggiate in 444: ciò è dovuto a un errore dell'inviato torinese della Gazzetta dello Sport, il quale gli assegnò una presenza il 13 maggio 1951 contro l'Udinese, quando al suo posto giocò, invece, Karl Aage Hansen.
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  55. ^ La partita del 16 aprile 1961 fu sospesa al 31' sul risultato di 0-0 a causa del sovraffollamento sugli spalti, dovuto allo sfondamento dei cancelli da parte di alcuni tifosi dell'Inter senza biglietto che causò l'invasione della pista di atletica di alcuni spettatori, che si sedettero sulla stessa per guardare la partita. Nonostante essi non tentassero di entrare nel terreno di gioco la gara fu fermata e la Corte di Giustizia Federale assegnò all'Inter la vittoria per 2-0 a tavolino. La Juventus fece successivamente ricorso e la Corte d'Appello Federale decretò la nuova disputa della gara, comminandole semplicemente una multa. La decisione quindi provocò la contestazione dell'Inter, che accusò Umberto Agnelli (all'epoca presidente della FIGC) di ingerenza. La Juventus alla fine vinse il campionato con 49 punti, quattro sopra il Milan e cinque in più dell'Inter.
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    «Il "movimiento", così inviso al genio logoro e selvaggio di Omar Sívori, contemplava un'adesione globale alla manovra, assaggio del "totalitarismo" batavo. In assenza di tenori, ma quand'anche ce ne fossero stati, l'orchestra incarnava il fine ultimo, e non un dispotico vezzo. Heriberto, paraguaiano di rigida lavagna, passò per pazzo. Viceversa, era in anticipo su convinzioni e convenzioni».
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Libri[modifica | modifica wikitesto]

Libri di rilevanza[modifica | modifica wikitesto]

  • AA.VV., Il libro del calcio italiano, Il Corriere dello Sport, Stadio, 2000.
  • AA.VV., La storia della Juventus, 2 voll., La Casa dello Sport, 1986.
  • Gianni Brera, Storia critica del calcio italiano, Baldini & Castoldi, 1998 [1975], ISBN 88-8089-544-3.
  • Vladimiro Caminiti, Juventus, 90 anni di gloria, 4 voll., Milano, Forte, 1987.
  • Enrico Canfari, Storia del Foot-Ball Club Juventus di Torino, Torino, Tipografia Artale, 1915.
  • Lino Cascioli, Storia fotografica del calcio italiano: dalle origini al campionato del mondo 1982, Roma, Newton & Compton, 1982.
  • Enzo D'Orsi, Massimiliano Morelli, Valentino Russo, La Storia della Juventus, Roma, L'Airone, 2005, ISBN 88-7944-721-1.
  • Guido Luguori, Antonio Smargiasse, Calcio e Neocalcio: Geopolitica e prospettive del football in Italia, Roma, Manifestolibri, 2003, ISBN 88-7285-342-7.
  • Giampiero Mughini, Un sogno chiamato Juventus. Cento anni di eroi e vittorie bianconere, Milano, Mondadori, 2004, ISBN 88-04-52765-X.
  • Maner Palma, Juventus. 110 anni della nostra storia, Torino, Libri di Sport, 2007, ISBN 88-87676-93-3.
  • Mario Pennacchia, Gli Agnelli e la Juventus, Milano, Rizzoli, 1985, ISBN 88-17-85651-7.
  • Marco Sappino (a cura di), Dizionario biografico enciclopedico di un secolo del calcio italiano, vol. 2, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2000, ISBN 88-8089-862-0.
  • Antonio Sarcinella, Novecento bianconero, un secolo di storia della Juventus, Fornacette, Mariposa Editrice, 2001, ISBN 88-7359-000-4.
  • Renato Tavella, Dizionario della grande Juventus. Dalle origini ai nostri giorni, Roma, Newton & Compton, 2001, ISBN 88-8289-639-0.
  • Renato Tavella, Franco Ossola, Il Romanzo della Grande Juventus, Roma, Newton & Compton, 2003 [1997], ISBN 88-8289-900-4.

Altre letture[modifica | modifica wikitesto]

  • Roberto Beccantini, Juve, ti amo lo stesso, Mondadori, 2007, ISBN 88-04-56906-9.
  • Bruno Bernardi, Massimo Novelli, Tre re per la Signora, Graphot Editrice, 2002, ISBN 88-86906-42-0.
  • Giampiero Boniperti, La mia Juventus, Giampaolo Ormezzano Editore, 1958.
  • Giampiero Boniperti, Enrica Speroni, Una vita a testa alta. Cinquant'anni sempre e solo per la Juventus, Biblioteca Universale Rizzoli, 2003, ISBN 88-17-10685-2.
  • Marcello Lippi, Massimo Lodi, Il mio calcio, la mia Juve, ED Sterling & Kupfer, 1997, ISBN 88-200-2459-4.
  • Giampiero Mughini, Juve, il sogno che continua, Mondadori, 2008, ISBN 88-04-57594-8.
  • Corrado Olocco, [...] Quando la Juve si allenava al Coppino, Edizioni Albesi, 2010.
  • Mario Parodi, Giocavamo senza numero. La Juventus che eravamo noi (Pietro Rava: un terzino lungo in linea di un secolo), Tirrenia-Stampatori, 1999, ISBN 88-7763-449-9.
  • Mario Parodi, Andrea Parodi, In bianco e nero: una grande Juve negli anni del piombo, ED Bradipolibri, 2003, ISBN 88-88329-33-1.
  • Michel Platini, La mia vita come una partita di calcio, Biblioteca Universale Rizzoli, 1990, ISBN 88-17-53620-2.

Pubblicazioni varie[modifica | modifica wikitesto]

Risorse informative in rete[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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