Storia della Juventus Football Club

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Juventus Football Club.

(EN)

« In the history of football, Juventus is a club without compare. »

(IT)

« Nella storia del calcio, la Juventus è un club senza paragoni. »

(Fédération Internationale de Football Association, 2007.[1])

La storia della Juventus Football Club, società calcistica italiana per azioni con sede a Torino, si estende per più di un secolo. Fondata da giovani studenti torinesi alla fine del XIX secolo, la sua prima sede societaria venne stabilita presso la via Montevecchio a Torino, nel 1898.[2] Il club venne affiliato alla Federazione Italiana Foot-Ball nel 1900, partecipando così nel Campionato Federale dello stesso anno. Nel 1906, poco tempo dopo la vittoria del suo primo campionato, la società bianconera soffrì uno scisma che provocò la fondazione istituzionale del Torino, dando così origine alla più antica rivalità del calcio italiano e a una serie di problemi finanziari e, in seguito, sportivi che condussero la squadra alle soglie della retrocessione in «Promozione» nel 1913. Fu l'avvocato ed ex giocatore bianconero Giuseppe Hess, presidente della Juventus a partire dalla seconda metà dello stesso anno, a farla uscire dalla crisi, migliorando la situazione economica del club e riformando le sue strutture interne con una direzione manageriale.[3]

L'arrivo dell'imprenditore torinese e figlio del fondatore della FIAT Edoardo Agnelli alla presidenza della società nel 1923 diede inizio a una lunga serie di vittorie a livello nazionale e internazionale che resero la Juventus una delle più vittoriose società a livello mondiale – unica squadra di club a livello planetario ad avere vinto tutte le competizioni ufficiali a livello confederale –,[4][5][6][7] fino al punto di essere nominata dalla Federazione Internazionale di Storia e Statistica del Calcio, organizzazione riconosciuta dalla FIFA, come il miglior club italiano e il secondo a livello europeo del XX secolo.[8] Inoltre, i numerosi giocatori bianconeri convocati diedero un enorme contributo ai successi della nazionale di calcio.[9]

Indice

Le origini[modifica | modifica wikitesto]

« [...] Nel 1896 una brigata di studenti del Liceo d'Azeglio soleva avviarsi, finite le elezioni pomeridiane, verso il corso Duca di Genova e quindi, deposti i libri su d'una panca, dedicarsi al giuoco di 'barra'. Il foot-ball si insinuò più tardi: già si era visto giocarlo prima alla patinoire del Valentino e poscia in Piazza d'armi da alcuni stranieri residenti a Torino i quali avevano fondato il FC Internazionale mutandosi poi in FC Torinese. Con tante iniziative una società ci voleva e nell'autunno del 1897 se ne decise la fondazione. Qui cominciarono le vere origini della Juventus... »
(Enrico Canfari, Storia del Foot-Ball Club Juventus di Torino, 1915.[10])
L'officina dei fratelli Eugenio ed Enrico Canfari, prima sede dello Sport-Club Juventus in corso Re Umberto 42, Torino (1897).

La Juventus nacque nell'autunno del 1897 a Torino come società civile «per gioco, per divertimento, per voglia di novità» su iniziativa di alcuni giovani studenti della terza e quarta classe del liceo classico Massimo d'Azeglio che si ritrovavano nella vicina piazza d'armi per giocare a foot-ball.[11]

Secondo la memoria scritta che si riferisce all'origine della società torinese, è verosimile che i soci fondatori furono Eugenio Canfari, Enrico Canfari, Gioacchino Armano I, Alfredo Armano, Luigi Gibezzi, Umberto Malvano, Carlo Vittorio Varetti, Umberto Savoia, Domenico Donna, Carlo Ferrero, Francesco Daprà, Luigi Forlano ed Enrico Piero Molinatti cui si aggiunsero successivamente Pio Crea, Carlo Favero, Gino Rocca, Guido Botto e Eugenio Secco, tutti con un'età tra quattordici e diciassette anni. Il luogo tipico di riunione di questi liceali era una panchina – non distante dalla loro scuola – di fronte alla pasticceria Platti verso il corso Duca di Genova;[12] la panchina è custodita dal 2012 nel museo del club.[13] L'argomento principale era lo sport, in particolare il calcio, che dalla Gran Bretagna stava espandendosi nel resto d'Europa. Si assume per convenzione il 1º novembre del 1897 quale data di fondazione ufficiale del club.

Inizialmente, i soci fondatori dovettero affrontare il problema della sede, risolto dai fratelli Canfari che offrirono il retrobottega della loro officina ciclistica in Corso Re Umberto 42, dove ebbe luogo la prima riunione. Dopo un'opportuna votazione, i soci, sebbene la maggioranza propendesse per i primi due nomi, scelsero invece quello meno votato, «Sport-Club Juventus» (che, tra l'altro, suonava come un compromesso tra un nome anglosassone e uno latineggiante) per favorire la diffusione del nuovo sport e la passione per la squadra anche fuori dell'ambito cittadino o regionale.[3] Enrico Canfari, autore tra gli altri dell'unico documento con caratteristiche di "ufficialità" attestante con sufficiente certezza la nascita e i primi anni della Juventus, racconta:

« Si venne finalmente alla seduta decisiva: battaglia grossa! Da una parte i latinofobi, dall'altra i classicheggianti, in minor numero i democratici. All'onore della votazione s’avanzarono tre nomi: 'Società Via Fort', 'Società Sportiva Massimo d’Azeglio' e 'Sport-Club Juventus'.
Per quest’ultimo pochi simpatizzavano, ragione per cui riuscì ad imporsi. Fra gli oppositori c'ero proprio io: mi sembrava che quel 'Juventus' più non s'addicesse a soci fatti maturi. Avevo torto: nella 'Juventus' non s'invecchia, ... invecchia invece la 'Juventus'. E così la società fu battezzata 'Sport-Club Juventus'.[10] »
I fondatori-giocatori della Juventus in una delle loro prime uscite, nel 1898, con l'allora divisa sociale rosanero.

La sede cambiò presto ubicazione: fu scelta una scuderia di via Parini, composta da quattro camere, una tettoia e una soffitta, nonché provvista di acqua potabile; il costo dell'affitto – sei lire dall'epoca al mese – si rivelò però proibitivo e così lo S.C. Juventus venne sfrattato.[3] Nel 1898 il club vide un incremento dei soci e dei giocatori tale da richiedere lo spostamento della sede presso un locale di via Piazzi 4. La presidenza della società passò da Eugenio Canfari al fratello Enrico. Il 15 marzo dello stesso anno fu fondata la F.I.F. (Federazione Italiana Foot-Ball, in seguito divenuta Federazione Italiana Giuoco Calcio). Per ragioni sconosciute, la Juventus non si iscrisse all'associazione e quindi non poté partecipare al primo campionato italiano di calcio che si svolse l'8 maggio di quello stesso anno a Torino tra quattro squadre: FC Torinese, Genoa, Ginnastica Torino e Internazionale Torino.

Nel 1899 la società assunse il nome di Foot-Ball Club Juventus.[14] Canfari descrisse così il motivo del cambio di denominazione:

« Da quell'epoca il nostro scopo sportivo venne più nettamente a precisarsi ed il solo foot-ball occupò la nostra attività; ed al primitivo nome di Sport-Club Juventus fu sostituito l'attuale 'Foot-Ball Club Juventus' o semplicemente Juventus. Questo nome fu, come vedete ora, veramente fortunato poiché le Società Sportive nostre omonime sono moltissime, ma la vera Juventus è una sola: la nostra.[10] »

Gli incontri di quell'anno si svolsero in prevalenza in Piazza d'armi, località Crocetta. La squadra ricevette anche i primi inviti da Alessandria, Milano e Genova, e fu la prima squadra a ospitare a Torino una squadra straniera: il Montriond di Losanna. Presto la squadra acquisì il diritto di giocare al Velodromo Umberto I, uno degli impianti sportivi di Torino dell'epoca. La sua prima divisa sociale, nel 1897, prevedeva una camicia bianca e pantaloni «alla zuava», sostituita due anni dopo da una camicia rosa con papillon, colletto bianco, cravattino e berretto nero.[15]

I primi vent'anni (1900-1920)[modifica | modifica wikitesto]

L'ingresso nel campionato (1900-1902)[modifica | modifica wikitesto]

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L'esordio ufficiale

III Campionato Nazionale di Football

Torino, 11 marzo 1900
Campo di Piazza d'armi
Eliminatorie – Girone piemontese
1ª giornata


Giallo e Nero (Strisce).png FC Torinese – Juventus 600px Rosa e Nero Orizzontale.png
1 – 0[16]


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Nicola B. I
Armano I
Chiapirone G.
Canfari
Rolandi
Nicola C. II
Ghibezzi
Varetti
Barberis
Forlano
Donna

  • Arbitro: Jourdain
  • Marcatori: Gol Colongo

La Juventus partecipò per la prima volta al Campionato Nazionale di Football – il terzo nella storia del calcio italiano – l'11 marzo 1900, non superando comunque le eliminatorie in Piazza d'armi, perdendo 0-1 contro la FC Torinese.

Una settimana dopo, il 18 marzo 1900, la Juventus vinse la sua prima partita ufficiale battendo per 2-0 la Ginnastica Torino.[17] La squadra viene eliminata nelle qualificazioni regionali. Nel frattempo conquistò, per la prima volta, la Coppa del Ministero della Pubblica Istruzione, conquistato anche nei due anni successivi.

Nel successivo Campionato Italiano di Football 1901, giocato tra cinque squadre, la Juventus vinse la prima eliminatoria contro la Società Ginnastica per 5-0 e giunse fino alle semifinali, battuta dal Milan. In quest'annata si aggiudicò il Gonfalone e la Medaglia del Municipio della Città di Torino, in un torneo tra squadre liguri e piemontesi.

Il 1902 segnò l'ingresso nella squadra juventina, composta quasi totalmente da studenti universitari, dei primi giocatori stranieri e di Carlo Favale come nuovo presidente. La Juventus disputò quella stagione il girone eliminatorio del quinto campionato di calcio e, alla fine, dovette cedere il passo alla FC Torinese.

Il 24 ottobre la squadra disputò la semifinale della Coppa Città di Torino contro l'Audace, superandola e raggiungendo la finale del 2 novembre successivo contro il Milan. Al 90' il punteggio era di 2-2 e nei supplementari entrambe segnarono ancora una rete, portandosi sul 3-3. A questo punto, però, l'arbitro decise di continuare a oltranza applicando una sorta di golden gol ante litteram, ma i rossoneri, in disaccordo, decisero di non proseguire l'incontro lasciando campo libero alla Juventus, che venne così proclamata vincitrice dell'edizione.

1903: l'anno della maglia bianconera[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Colori e simboli della Juventus Football Club.

Nel 1903 Savage, insieme all'amico Goodley, portò dall'Inghilterra, e in particolare da Nottingham, delle divise da gioco più moderne, a strisce verticali bianche e nere, quelle del Notts County: esse vennero regalate alla Juventus, che le adottò al posto delle sue precedenti camicie rosa.[18] Nel frattempo, la sede sociale venne trasferita da via Gasometro 14 a via Pastrengo.

Nel campionato nazionale di quell'anno la squadra torinese arrivò, per la prima volta, alla finale, perdendo per 0-3 contro il Genoa. La Juventus vice-campione d'Italia venne invitata a Trino, presso Vercelli, a disputare un torneo triangolare. Gli incontri si giocarono nella stessa giornata, l'11 ottobre dello stesso anno. La finale del pomeriggio si giocò tra una compagine novarese chiamata Forza e Costanza e gli juventini che vinsero per 15-0, conquistando così il Torneo di Trino Vercellese.

I bianconeri partecipano anche alla Coppa Città di Torino – stavolta un quadrangolare con Audace, Doria e Milan – un mese dopo la vittoria a Torino. La Juventus lo fece suo per la seconda volta, dopo avere vinto per 2-0 contro l'Audace e per 1-0 contro i rossoneri del Milan in finale.

1904: la seconda finale in campionato[modifica | modifica wikitesto]

Il 1904 fu l'anno in cui arrivarono alla Juventus nuovi soci e i tre fratelli Ajmone Marsan dalla Svizzera; il campo di gioco ufficiale si spostò dalla Piazza d'armi al Velodromo Umberto I, dotato di tribune. Nel campionato italiano di Prima Categoria, dopo aver vinto le eliminatorie nazionali per la seconda volta consecutiva, arrivò nuovamente in finale contro il Genoa, perdendo nuovamente sul campo di Ponte Carrega a Genova, con il risultato di 1-0.

Al termine della stagione, al Velodromo Umberto I si giocò la Coppa Universitaria, un torneo internazionale in cui la Juventus sconfisse, in partita secca, il Lyon Olympique Universitaire per 9-1.

1905: la conquista del primo titolo italiano[modifica | modifica wikitesto]

La Juventus del 1905, per la prima volta campione d'Italia dopo la vittoria nella Prima Categoria, e con indosso la nuova maglia bianconera adottata stabilmente un paio d'anni prima.

Nel 1905 divenne presidente della società lo svizzero Alfred Dick, proprietario di un'industria tessile, che rinforzò la squadra inserendo alcuni suoi dipendenti. In quella stagione la società spostò la sua sede a via Donati 1 e il presidente firmò un lungo contratto di affitto per l'utilizzo del Velodromo di Corso Re Umberto.

Nel campionato dello stesso anno la Juventus aveva superato il girone eliminatorio vincendo 3-0 per forfait la partita contro la FC Torinese, ritiratasi dalle eliminatorie regionali. Nel girone finale del campionato italiano gli juventini batterono la US Milanese per 3-0, pareggiano a Genova per 1-1 con il Genoa e batterono di nuovo i meneghini a domicilio per 4-1, mentre l'ultima gara del girone si risolse in un nuovo pareggio per 1-1 contro il Genoa nella sfida decisiva del girone finale, giocata a Torino il 2 aprile dello stesso anno, gara, fra l'altro, ripetuta tre volte.[19] Fu il primo grande successo del club, il suo primo titolo di campione d'Italia, che valse alla Juventus la cosiddetta Targa Federale,[20] chiudendo il girone finale al primo posto a 6 punti, contro i 5 dei genovesi.

Gli undici juventini che vinsero il campionato italiano per la prima volta furono Domenico Durante, Gioacchino Armano, Oreste Mazzia, lo svizzero Paul Arnold Walty, il capitano Giovanni Goccione, lo scozzese Jack Diment, Alberto Barberis, Carlo Vittorio Varetti, Luigi Forlano, l'inglese James Squair e Domenico Donna, questo ultimo anche allenatore della squadra.[21]

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I primi campioni

Prima Categoria 1905

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Durante
Armano I
Mazzia
Walty
Diment
Goccione
Squair
Varetti
Barberis
Forlano
Donna

In quell'anno la Juventus si aggiudicò anche il torneo di Seconda Categoria, a cui partecipavano sia squadre riserve sia le prime squadre di club non iscritte alla Prima Categoria. La Juventus "B" fu ammessa di diritto al girone finale, in quanto unica iscritta dell'eliminatoria piemontese, in compagnia di Genoa e Milan. I bianconeri vinsero per 1-0 contro il Milan in casa, per 2-0 a Genova, per 3-0 a Milano (con titolo matematico) e per 3-0 a tavolino con il Genoa per forfait. Gli artefici di questa vittoria furono Francesco Longo, Giuseppe Servetto, Lorenzo Barberis, Fernando Nizza, Ettore Corbelli, Alessandro Ajmone Marsan, Ugo Mario, Frédéric Dick, Heinrich Hess, Marcello Bertinetti e Riccardo Ajmone Marsan.

A coronamento della stagione, c'è il successo per 2-1 sui titolari nella partitella in famiglia al termine del campionato.

1906: la rinuncia alla finale del campionato e lo scisma[modifica | modifica wikitesto]

Nella stagione 1906, in campionato, i bianconeri chiusero al primo posto del girone finale, a pari merito con il Milan, pareggiando 1-1 nella partita finale. La FIF decise di far ripetere la partita sul campo della US Milanese il 6 maggio, ma la Signora rinunciò allo spareggio per il titolo e così il Milan fu dichiarato vincitore di quella partita per 2-0 grazie alla deliberazione dalla Federazione Italiana Foot-Ball e quindi del titolo del IX Campionato Federale. Nell'autunno la Juventus raggiunse il terzo posto nel campionato di Seconda Categoria.

Nello stesso anno, il presidente della società, Alfred Dick, insieme ad alcuni giocatori come Diment, Ballinger, Mazzia e Squair (tutti dipendenti della sua industria tessile), fondò il Foot-Ball Club Torino unendosi alla FC Torinese che già qualche anno prima aveva assorbito l'Internazionale Torino, un'altra squadra dall'epoca. In seguito all'abbandono del presidente svizzero, la presidenza della società fu assegnata a Carlo Vittorio Varetti.

Il triennio 1907-1909, i Campionati F.I.F. e la doppia conquista della Palla Dapples[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1907 la Juventus ritornò al campo di Piazza d'armi, quello dei primi anni societari, e in campionato fu eliminata dal Torino il 13 gennaio 1907 (1-2 all'andata e 1-4 al ritorno), chiudendo il campionato a gironi nel secondo posto delle eliminatorie piemontesi.

Nell'ottobre dello stesso anno, in una seduta straordinaria della Federazione Italiana Foot-Ball, fu presa la decisione di «sdoppiare» il campionato: il primo, denominato Campionato Federale, era aperto anche a squadre con giocatori stranieri e avrebbe assegnato alla squadra vincitrice la Coppa James Spensley.[22] Il secondo venne denominato «Campionato italiano» (o Coppa Romolo Buni), riservato solo a squadre composte interamente di calciatori di origine italiana.[14][22]

Parte della rosa bianconera nel 1908, per due volte detentrice della Palla Dapples; uscita di scena nelle eliminatorie del campionato "italiano" riservato ai soli calciatori nazionali, con l'aiuto dei footballers stranieri vinse quello "federale" (poi disconosciuto).

Originariamente, al torneo federale doveva partecipare anche il Milan, che tuttavia il 1º gennaio 1908 si ritirò per protesta, riducendo il torneo a una finale a due tra Juventus e Doria.[23] La gara di andata della finale del Campionato federale a Genova contro l'Andrea Doria fu vinta dalla Signora per 3-0.[24] Un mese dopo si rigiocò, a Torino, dove i doriani uscirono vincitori per 0-1.[25] Lo spareggio si giocò il 15 marzo, e finì 2-2; l'incontro fu successivamente annullato per un errore tecnico arbitrale.[26] Passarono due mesi e il 10 maggio si poté rigiocare lo spareggio, sempre in Corso Sebastopoli – campo juventino fino al 1922 – e la Juventus vinse per 5-1 con Ernesto Borel mattatore dell'incontro e del Campionato Federale F.I.F. 1908. Alla Juventus non fu assegnata la Coppa Spensley che le spettava di diritto in quanto Campione Federale, perché il Milan detentore in carica l'aveva riconsegnata a Spensley, rappresentante del Genoa; all'inizio della stagione successiva, fu deliberato che la Coppa venisse assegnata permanentemente al Milan, la società che l'aveva vinta per due volte di fila (1906 e 1907).[27]

La Juventus giocò, ancora prima che diventasse «campione federale d'Italia» (poiché la partita decisiva si disputò soltanto il 10 maggio), il campionato italiano, Coppa Romolo Buni, iniziato a marzo dello stesso anno, con altre tre squadre. Il 1º marzo i bianconeri pareggiarono 1-1 a Vercelli contro la Pro Vercelli, poi vincitrice del torneo, nella gara d'andata delle eliminatorie regionali, e perse 2-0 la partita di ritorno (doppietta di Rampini per i vercellesi), venendo eliminata dal torneo.[28] Si ritirò poi per protesta contro il divieto di impiego di giocatori stranieri.

Nello stesso anno, la società juventina conquistò due Palle d'Argento Henry Dapples nelle finali disputate il 22 novembre e il 13 dicembre, battendo in entrambe le occasioni la Pro Vercelli.

Nel 1909 il sistema dei due campionati "federale" (aperto agli stranieri) e "italiano" (aperto solo ai calciatori italiani) venne riproposto, e la Juventus partecipò a entrambi i campionati. Al campionato "federale", o "Coppa Zaccaria Oberti", iniziato a gennaio, fu eliminata al primo turno delle eliminatorie piemontesi dal Torino.[29] Il campionato "italiano" (o "Coppa Romolo Buni") iniziò invece a marzo e fu trionfale per la Juventus che, superate le eliminatorie piemontesi grazie ai forfait di Torino e Pro Vercelli, sconfisse dapprima la Doria nella semifinale ligure-piemontese e poi, in finale, la US Milanese (1-1 in casa, 2-1 in trasferta), vincitore della semifinale lombardo-veneta (dove aveva sconfitto il Vicenza con un complessivo 10-1, 2-1 all'andata e 8-0 al ritorno), aggiudicandosi così la Coppa Romolo Buni e il Campionato italiano di Prima Categoria.[30]

1909-1913: dal terzo posto in campionato al ripescaggio[modifica | modifica wikitesto]

Carlo Bigatto, il primo capitano bianconero.

Il tredicesimo campionato, disputatosi nella stagione 1909-1910, fu il primo nella storia del calcio italiano in cui venne introdotto il girone unico con partite di andata e di ritorno. Quell'anno la Juventus si classificò al terzo posto con 18 punti, sette in meno rispetto all'Inter (campione d'Italia federale e poi assoluta, dopo un controverso spareggio con i vercellesi) e Pro Vercelli (campione italiano in quanto miglior squadra composta unicamente da calciatori nazionali). Dopo questo torneo, la suddivisione tra campionato federale e italiano terminò.

Il quattordicesimo campionato nazionale fu il primo in cui furono ammesse squadre della regione nord-orientale d'Italia (Veneto ed Emilia) e anche il primo dove fu introdotto il calendario dalla Federazione di calcio. La Juventus finì nona e ultima nella classifica del cosiddetto Torneo Maggiore con dieci punti.

La Juventus si presentò al torneo successivo, iniziato a ottobre del 1911, con un organico composto da soli dieci giocatori,[31] giungendo all'ottavo posto nella classifica finale del torneo con nove punti.

Nella stagione 1912-1913 il girone unico fu abolito e il campionato nazionale venne esteso anche alla regione centro-meridionale della penisola italiana con formazioni toscane, laziali e campane in uno dei due tronconi del campionato, i cui vincitori accedevano direttamente alla finale del campionato. La società bianconera si classificò all'ultimo posto nel girone ligure-piemontese nel primo anno in cui vennero introdotte le retrocessioni in «Promozione»[32] come conseguenza di un periodo critico a livello economico per la grande difficoltà della società a reclutare nuovi giocatori nelle ultimi tre stagioni ma, al pari di tutte le squadre classificate all'ultimo posto nei loro gironi,[33] fu ripescata in seguito all'annullamento del sistema di retrocessione e, insieme ai piemontesi del Novara, ammessa nel girone lombardo del campionato successivo. Questo in seguito alla fusione tra le neopromosse lombarde Lambro e Unitas nella AC Milanese, che portò al ripescaggio della Racing Libertas ultima classificata del girone lombardo-ligure, e a quello seguente di Juventus e Modena ultime dei gironi piemontese e veneto-emiliano, rispettivamente.

La ricostruzione della società (1914-1916)[modifica | modifica wikitesto]

Il primo numero della rivista Hurrà!, uscito nel 1915.

Con la presidenza dell'avvocato Giuseppe Hess, la Juventus aprì un nuovo ciclo con un tipo di mentalità manageriale diversa rispetto al periodo precedente: dopo il citato «ripescaggio», la squadra torinese disputò il campionato piazzandosi seconda dietro l'Inter nel girone lombardo e finendo quarta nella fase finale del Campionato Alta Italia (uno dei due gruppi del campionato nazionale).

Nel 1914, il Campionato iniziò a ottobre, quando la prima guerra mondiale non aveva ancora coinvolto l'Italia, ma il precipitare degli eventi e la decisione (presa il 22 maggio 1915) del Governo italiano di entrare in guerra a fianco delle potenze dell'Intesa, costrinse la Federazione alla sua sospensione. Nel settembre 1919 la vittoria venne assegnata al Genoa in quanto squadra capolista a una giornata dal termine, mentre la Juventus terminò seconda nel gruppo semifinale.

Gli anni della prima grande guerra portarono lutti in casa bianconera e delle altre società sportive italiane. All'inizio di quel conflitto furono 24 gli juventini sotto le armi: 6 soldati semplici e 18 tra allievi ufficiali, sottufficiali o addetti sanitari. La presidenza della società torinese fu così assegnata, provvisoriamente in primis e poi, fino a 1918, al Comitato Presidenziale di Guerra: il triumvirato composto dal pioniere Gioacchino Armano, il dirigente Sandro Zambelli e l'ex calciatore Fernando Nizza. Nel 1916 saranno ben 170 i soci e giocatori della Juventus a prendere parte al conflitto bellico, con varie mansioni che partivano dal soldato semplice fino all'ufficiale.

Allo scopo di mantenere saldi i contatti con i propri associati e con i tifosi bianconeri lontani a causa della guerra, il 10 giugno 1915, venne pubblicato per la prima volta il giornale ufficiale della società, intitolato Hurrà!, il primo del suo genere nel Paese.[34]

Il 26 dicembre di quell'anno, sulla neonata rivista venne pubblicata la memoria autografa di Enrico Canfari, caduto nella terza battaglia dell'Isonzo insieme a Giuseppe Hess e molti altri componenti della Juventus il precedente 23 ottobre 1915. Questo testo rappresenta tutt'oggi, nella storia bianconera, l'unica testimonianza scritta delle sue origini.[15]

Gli juventini parteciparono, durante la prima guerra mondiale, alla Coppa Mauro e alla Coppa Federale di calcio. In quest'ultima competizione, in particolare, dopo la vittoria nel girone eliminatorio, arrivarono fino alle finali con il Genoa, il Milan, il Casale (poi ritiratosi per gravi problemi finanziari) e il Modena, terminando al secondo posto della classifica con 10 punti, uno in meno rispetto ai rossoneri vincitori del torneo.

Gli anni 1920[modifica | modifica wikitesto]

Il triennio 1919-1922[modifica | modifica wikitesto]

La Juventus della stagione 1920-1921; accosciato, il portiere Giovanni Giacone, primo bianconero convocato in Nazionale.

Finito il primo conflitto mondiale, il calcio ripartì in Italia con la stagione 1919-1920. La Juventus, che elesse nel 1919 il presidente Corrado Corradini, disputò un campionato su base regionale, vincendo il girone piemontese e concludendo quel campionato al secondo posto nel girone finale. Tre giocatori, Giovanni Giacone, Oswaldo Novo e Antonio Bruna, furono i primi calciatori della società bianconera a giocare in Nazionale (Italia-Svizzera 0-3 del 28 marzo 1920 disputatasi a Roma).

Nella stagione 1921-1922 i bianconeri si iscrissero al Campionato della Confederazione Calcistica Italiana (C.C.I.), un settore dissidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC), chiudendo la stagione al quarto posto del Girone A della Lega Nord.

Il numero dei tifosi, nel frattempo, crebbe: il 19 ottobre 1922, con Gino Olivetti a capo della Juventus dall'anno precedente, venne inaugurato lo stadio di Corso Marsiglia, situato nell'attuale Corso Tirreno, con 15.000 posti: fu il primo impianto sportivo d'Italia costruito in cemento armato, e venne considerato all'epoca un «gioiello di ingegneria». Nella gara inaugurale dello stadio, la Juventus sconfisse 4-0 il Modena.

1923-1924: il sodalizio con la famiglia Agnelli e l'arrivo di Károly[modifica | modifica wikitesto]

L'imprenditore Edoardo Agnelli, eletto presidente della società torinese nel 1923.
« Vi sono grato per aver accolto come un onore la mia presidenza, ma spero di non deludervi se vi confesso che non ho alcuna intenzione di considerarla soltanto onorifica [...]. Dobbiamo impegnarci a far bene, ma ricordandoci che una cosa fatta bene può essere sempre fatta meglio »
(Frammenti del discorso dell'imprenditore Edoardo Agnelli al momento di essere eletto presidente del Foot-Ball Club Juventus. Torino, 24 luglio 1923.[35])

Il 24 luglio 1923, anno della riunificazione del campionato, la famiglia Agnelli entrò a far parte della società bianconera con Edoardo, figlio di Giovanni Agnelli, fondatore dell'azienda automobilistica FIAT, eletto nuovo presidente del club in sostituzione di Olivetti. Quella data rappresentò sia l'inizio del legame tra la società torinese e la famiglia industriale, il più antico del panorama sportivo nazionale e vigente tutt'oggi,[36][37] sia la nascita del cosiddetto «Stile Juve» riassunto in «eleganza, professionalità e mentalità vincente». In tale anno, la squadra raggiunse il quinto posto del Girone B della Lega Nord.

In questa stagione venne inoltre ridata linfa all'attività polisportiva del club (dopo la prima fugace esperienza conclusasi all'inizio del secolo). Il nuovo presidente bianconero decise infatti di estendere l'attività della società ad altre discipline portando all'apertura di nuove sezioni sportive, racchiuse sotto l'egida della nuova Juventus – Organizzazione Sportiva S.A. (in cui confluì la stessa squadra calcistica); tra le sezioni di maggior successo vi furono l'hockey su ghiaccio e il tennis. L'attività polisportiva della Juventus O.S.A. (Organizzazione Sportiva Anonima) continuò sotto vari cambi di proprietà fino al 1949.

L'ungherese Jenő Károly (1886-1926), primo allenatore della Juventus.

Nella stagione 1923-1924, la prima in cui venne introdotto per la prima volta nel calcio italiano lo scudetto, come stemma onorifico assegnato alle squadre vincitrici del campionato federale, la Juventus subì una penalizzazione a causa dell'affaire Rosetta, che costò alla squadra bianconera le sconfitte a tavolino di tutte e tre le partite disputate dal suo difensore Virginio Rosetta, quelle giocate tra la ottava e la decima giornata. Come conseguenza della penalizzazione, la Juventus si classificò in quinta posizione del primo raggruppamento della Lega Nord, a pari merito con l'Alessandria, con 26 punti, sette in meno rispetto ai liguri, vincitori del gruppo e poi, del tricolore. Quello fu l'anno dell'arrivo a Torino del primo allenatore della storia bianconera, Jeno Karolý e la mezz'ala sinistra Férénc Hirzer, entrambi ungheresi.

Biennio 1924-1926: dalla riorganizzazione societaria alla riconquista d'Italia[modifica | modifica wikitesto]

Nella stagione 1924-1925 la Juventus raggiunse il terzo posto del secondo raggruppamento del campionato, con due punti in meno sul Bologna, poi vincitore del campionato. In quella stagione morì il mediano Monticone, a causa di un aneurisma. A livello societario, la società torinese organizzò i quadri manageriali assegnando precisi compiti ai vari dirigenti.

Nella stagione 1925-1926 la federazione di calcio autorizzò l'apertura ai calciatori stranieri e le Zebre torinesi in campionato raggiunsero il primo posto grazie a nove vittorie consecutive e con nove partite (934 minuti) con la porta inviolata[38] (record del calcio pioneristico). Con 17 vittorie, 3 pareggi e 2 sconfitte, si qualificò, per la prima volta in cinque anni, alla finale della Lega Nord contro il Bologna. Nella gara d'andata le due squadre pareggiarono 2-2; la gara di ritorno finì 0-0. L'allenatore juventino Jenő Károly morì di infarto il 28 luglio, appena cinque giorni prima della partita di spareggio. In questa gara, disputata il 1º agosto, la Juventus vinse 2-1 con reti di Pietro Pastore e Antonio Vojak.

La Juventus vincitrice del campionato a gironi nella stagione 1925-1926.

La Juventus, in qualità di campione del Nord, affrontò la finale contro l'Alba Roma, campione del Sud, vincendo sia all'andata per 7-1 a Torino l'8 agosto, che al ritorno per 5-0 a Roma il 22 agosto 1926. Così, con 37 punti, si aggiudicò il suo secondo titolo federale, ventuno anni dopo il primo scudetto vinto nel 1905. Indossò così sulla maglia, per la prima volta, il simbolo di campione d'Italia, lo stesso utilizzato dalla Nazionale italiana dall'incontro con l'Ungheria del 6 gennaio 1911.[39] La carta di Viareggio del 2 agosto 1926 portò alla fusione della Lega Nord e della Lega Sud nella cosiddetta Divisione Nazionale, prima dell'inizio del ventisettesimo campionato a gironi.

1926-1927: il terzo posto in campionato e il debutto in Coppa Italia[modifica | modifica wikitesto]

Nel campionato nazionale 1926-1927, la vecchia Signora, squadra campione in carica si classificò nel primo posto del suo girone con 27 punti, 44 reti a favore e 10 contro. Nel girone finale della Divisione Nazionale a sei squadre i bianconeri si classificarono al terzo posto con 11 punti, 24 reti a favore e 13 contro. La Juventus partecipò anche alla prima edizione della Coppa Italia e raggiunse la quarta fase eliminatoria, dopo le vittorie in trasferta contro il Cento per 15-0 il 6 gennaio – vittoria con la maggiore differenza reti della storia bianconera – e contro il Parma per 2-0 il 27 febbraio dello stesso anno. La gara del quarto turno contro il Milan non fu disputata per l'interruzione del torneo per mancanza di date disponibili tra le formazioni classificate.

Il triennio 1927-1930 e la nascita del girone unico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Trio dei ragionieri.
Il trio dei ragionieri, nella Juventus e nell'Italia, tra gli anni 1920 e 1930: il terzino destro Virginio Rosetta – futuro capitano dei bianconeri del Quinquennio –, l'estremo difensore Gianpiero Combi e il terzino sinistro Umberto Caligaris.

Nel campionato 1927-1928 i bianconeri chiusero il campionato al secondo posto nel gruppo B della Divisione Nazionale e raggiungono in seguito il terzo posto nel gruppo finale del torneo. Fu acquistato, fra gli altri, Umberto Caligaris che, insieme a Gianpiero Combi e Virginio Rosetta, formò il trio difensivo della Juventus e della Nazionale di calcio italiana negli anni 1930, una delle migliori linee difensive di tutti i tempi.[40]

Il campionato 1928-1929 fu l'ultimo con il format. La squadra torinese giunse il secondo posto del Gruppo B con 76 reti a favore e 25 contro. Al termine del torneo, la Juventus partecipò per la prima volta a una competizione internazionale per club a livello professionistico: la Coppa dell'Europa Centrale, arrivando fino ai quarti di finale del torneo.

La seconda metà dell'anno 1929 registrò l'istituzione del girone unico, ovvero la nascita della Serie A e della Serie B a 18 squadre.[41] Gli juventini, rafforzati dall'oriundo argentino Renato Cesarini, chiusero il primo campionato di Serie A al terzo posto segnando 78 reti, con 5 punti di meno rispetto all'Ambrosiana di Milano campione d'Italia.

Gli anni 1930 e 1940[modifica | modifica wikitesto]

Il Quinquennio d'oro (1931-1935)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Quinquennio d'oro.
I bianconeri della stagione 1934-1935, l'apice del cosiddetto Quinquennio d'oro. Con il quinto scudetto consecutivo, la Juventus fu la prima formazione italiana a raggiungere tale primato – in seguito solo eguagliato.

Con l'imprenditore Edoardo Agnelli ancora alla presidenza della società bianconera, si aprì un ciclo che portò la squadra a conquistare cinque titoli nazionali consecutivi – record poi eguagliato nel calcio italiano solo dal Grande Torino nel corso degli anni 1940, dall'Inter negli anni 2000 e ancora dalla stessa Juve negli anni 2010 – tra la stagione 1930-1931 e la stagione 1934-1935. Il club si dimostrò uno dei migliori del suo tempo anche in Europa,[42] avendo raggiunto in quattro stagioni consecutive le semifinali della Coppa dell'Europa Centrale, tra la stagione 1931-1932 (seconda partecipazione dei bianconeri alla Coppa) e la stagione 1934-1935. La squadra costituì anche il nucleo della Nazionale italiana durante la prima metà degli anni 1930, periodo durante il quale la Nazionale si aggiudicò il campionato del mondo 1934 con nove calciatori del club in rosa, la cosiddetta Nazio-Juve.[43][44] Il cosiddetto Quinquennio d'oro sarebbe divenuto importante anche per l'enorme impatto sociale che aveva generato:

« Il legame tra la famiglia Agnelli e la Juventus, suggellato dai cinque scudetti dei primi anni 1930, tuttavia ha posto le basi per quello che sarà il calcio italiano nella seconda metà del secolo passato. Che farà appunto della squadra bianconera la "fidanzata d'Italia", la regina indiscussa del nostro football, amatissima da milioni di tifosi da nord a sud della Penisola, riferimento obbligato per qualsiasi tipo di riflessione sul nostro calcio »
(Guido Luguori e Antonio Smargiasse, Calcio e Neocalcio: Geopolitica e prospettive del football in Italia, 2003.[45])
Felice Borel, goleador della Juve del Quinquennio, e Carlo Carcano, l'unico allenatore ad aver vinto 4 scudetti consecutivi nel calcio italiano (dal 1931 al 1934) durante il suo periodo sulla panchina bianconera.

La Juventus della prima metà degli anni 1930 utilizzava il metodo, lo stesso schema applicato dalla Nazionale italiana. Attraverso il suo innovativo modulo 2-3-2-3 o "WW", derivato invece del modulo tattico noto come "Piramide di Cambridge" (2-3-5) gli attaccanti interni della squadra, Renato Cesarini e Giovanni Ferrari, potevano dare supporto al «centromediano metodista» Luis Monti, giocatore con il compito di costruire il gioco, mentre i due mediani laterali, Mario Varglien e Luigi Bertolini, affrontavano le ali delle squadre avversarie; la linea difensiva, guidata dal trio Combi-Rosetta-Caligaris,[46] poté acquisire maggior sicurezza mentre il centrocampo riusciva a sfruttare una maggior superiorità numerica. Tale schema rese possibile costruire una serie di attacchi e contropiedi più veloci ed efficaci rispetto agli schemi tattici del decennio scorso. La linea offensiva bianconera, con calciatori come le ali Pietro Sernagiotto e Raimundo Orsi, e il centravanti Giovanni Vecchina, sostituito poi da Felice Borel – con il supporto delle mezze ali prima nominate – fu la principale artefice delle 434 reti realizzate dalla squadra in partite ufficiali durante il Quinquennio d'oro (384 in tornei nazionali e 50 nelle coppe).

Il periodo 1936-1940 e la seconda guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

Il 14 luglio 1935 morì in un incidente aereo, davanti al porto di Genova, il presidente bianconero Edoardo Agnelli. A seguito, inoltre, della partenza di alcuni giocatori come Cesarini e Ferrari, la squadra chiuse il campionato 1935-1936 al 5º posto, con Virginio Rosetta come giocatore-allenatore.

La Juventus viene premiata dopo la conquista della Coppa Italia 1937-1938, la prima nella sua storia, vinta in finale in un derby coi concittadini del Torino.

Sul finire degli anni 1930 la società bianconera riuscì a classificarsi seconda nel campionato 1937-1938, a due punti dall'Ambrosiana vincitrice, e ad aggiungere alla propria bacheca due Coppe Italia: la prima fu ottenuta al termine della citata stagione, dopo la vittoria in finale sul Torino (3-1, reti di Bellini (2) e Defilippis, per i bianconeri all'andata il 1º maggio e 2-1 in rimonta, doppietta di Gabetto, al ritorno l'8 maggio); la seconda arrivò durante la stagione 1941-1942 quando, nella doppia finale, la Juventus sconfisse l'allora Milano (pareggio per 1-1 in Lombardia, gol di Bellini, il 21 giugno e vittoria per 4-1 in Piemonte il 28 giugno, con tripletta della stella albanese Riza Lushta e rete su rigore di Sentimenti III).

Nell'inverno del 1942, a causa dei bombardamenti sulla città di Torino, la Juventus si trasferì ad Alba, alla Villa Sorano di proprietà della famiglia vinicola Bonardi, per sfuggire al conflitto bellico e continuare ad allenarsi fino alla primavera del 1943, durante la fase finale del quarantatreesimo campionato nazionale.[47] In quella città, la società juventina prese il nome di «Juventus Cisitalia», in abbinamento con la casa automobilistica, il cui titolare, Piero Dusio, era l'allora presidente bianconero.[48][49]

Dodici anni dopo la fine del Quinquennio, dopo la sospensione del campionato nel 1944 e nel 1945, anno in cui la società bianconera mutò la denominazione in «Juventus Football Club», un membro della famiglia Agnelli tornò alla guida della società: nel 1947 diventò infatti presidente Gianni Agnelli (uno dei figli di Edoardo), che sostituì Dusio, e che resterà alla guida della squadra fino al 1953.

Gli anni 1950 e 1960[modifica | modifica wikitesto]

L'Avvocato Agnelli e il ritorno ai vertici[modifica | modifica wikitesto]

La Juventus Campione d'Italia nel 1949-1950. Festeggiamenti dei giocatori e tifosi per l'ottavo scudetto, dopo la vittoria 4-0 fuori casa contro la Sampdoria del 28 maggio 1950.

All'indomani della seconda guerra mondiale, la società trascorse diverse stagioni nelle prime posizioni della Serie A. Nel 1947, Gianni Agnelli (detto l'Avvocato) diventò presidente del club. La Signora vinse lo scudetto al termine della stagione 1949-1950, a quindici anni dall'ultimo successo, con 100 reti in campionato e 62 punti, grazie anche al supporto dal nuovo allenatore, l'inglese Jesse Carver, e di nuovi calciatori come Carlo Parola (alla Juventus dal 1939), l'ala Ermes Muccinelli, i danesi Karl Aage Præst (ala tornante) e John Hansen (centravanti autore di 189 partite e 124 gol con Madama), e Giampiero Boniperti (che smetterà di giocare alla fine della stagione 1960-1961, dopo 443 presenze in Serie A)[50] e 183 reti, di cui 178 in Serie A), che ne fanno oggi il secondo miglior cannoniere della storia della società.

Nella stagione successiva, la 1950-1951, la Juventus arrivò terza in Serie A realizzando 103 reti (record della storia societaria in campionato), di cui sette segnate a Busto Arsizio contro la Pro Patria in una gara vinta 7-0 il 10 settembre 1950, miglior vittoria esterna dei bianconeri; esordì anche il terzo danese della squadra, Karl Aage Hansen, regista e autore di 23 reti in campionato.

Nel 1951-1952, sotto la guida dell'ex giocatore ungherese György Sárosi, la squadra vinse ancora lo scudetto, grazie al trio d'attacco formato da Muccinelli, Boniperti e Hansen: le reti realizzate in campionato furono 98 (19 quelle di Boniperti, il capocannoniere della squadra) e i punti 60. Quel nono scudetto consentì ai bianconeri di raggiungere il Genoa, che aveva da sempre dominato la classifica per numero di tornei vinti, diventando così il club più vittorioso d'Italia. Nella stagione successiva la squadra giunse invece seconda, segnalandosi per una larga vittoria 8-0 sulla Fiorentina.

Il Dottore Agnelli e i successi del Trio Magico[modifica | modifica wikitesto]

L'oriundo argentino Omar Sívori, l'italiano Giampiero Boniperti e il gallese John Charles, il Trio Magico bianconero a cavallo degli anni 1950 e 1960 – tra i più prolifici reparti d'attacco mai ammirati nella storia del calcio italiano –, esce dal campo al termine di una partita del torneo 1957-1958.

Nel 1955, per impegni di lavoro, Gianni Agnelli lasciò la presidenza che, due anni più tardi, passò a suo fratello minore Umberto: a ventidue anni, il Dottore divenne il più giovane presidente nella storia della società bianconera e aprì contestualmente un nuovo ciclo di vittorie, con la squadra piemontese che, reduce dai noni posti nei due campionati precedenti, ritornò allo scudetto nel torneo 1957-1958 grazie anche a nuovi acquisti come il gallese John Charles e l'argentino di origini italiane Omar Sívori – primo calciatore proveniente dalla Serie A nonché italiano, seppur oriundo, a vincere il Pallone d'oro, nel 1961 –, e a giocatori affermati come l'ormai "bandiera" Boniperti. I tre saranno ricordati come il Trio Magico,[51] un attacco che garantì 235 reti nelle competizioni ufficiali (95 di Charles, 113 di Sívori e 27 di Boniperti), di cui 201 in Serie A, dalla stagione 1957-1958 all'annata 1960-1961.

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Trio Magico.

Per la prima volta una società italiana di calcio conquistò la stella,[52] attribuita dalla FIGC per avere vinto dieci titoli nazionali, diventando nella circostanza il primo club al mondo a indossare sulla maglia uno stemma commemorativo di una vittoria calcistica.[53] I bianconeri furono la squadra più vittoriosa del torneo (23 successi) e il miglior attacco con 77 gol (28 del capocannoniere Charles, 22 di Sívori e 8 di Boniperti). Totalizzarono inoltre 51 punti contro i 43 della Fiorentina, eguagliando il record di squadra di distacco sulla seconda in classifica che risaliva al campionato 1932-1933.

Il presidente Umberto Agnelli e il capitano Boniperti sollevano la Coppa Italia 1959-1960.

Nella stagione 1958-1959 la Juve finì quarta in campionato (19 gol Charles, 15 Sívori), vincendo la Coppa Italia battendo in finale l'Inter per 4-1 il 13 settembre 1959 con gol di Charles, Cervato, Sívori, Cervato (su rigore). Fece inoltre il suo debutto nella neonata Coppa dei Campioni, il 24 settembre 1958 al Comunale contro il Wiener SK, vincendo 3-1 con tripletta di Sívori; la qualificazione scappò una settimana dopo, quando gli austriaci inflissero a Vienna uno 0-7 ai bianconeri al termine di un discusso incontro in virtù del permissivo arbitraggio, favorevole all'estrema violenza espressa dalla squadra di casa, principalmente dal difensore Barschandt su Charles durante tutta la partita,[54] che segnò l'eliminazione dei piemontesi dal torneo.

Nel 1960 conquistò un altro scudetto (l'undicesimo), con 25 vittorie, 92 reti segnate (28 Sívori, capocannoniere, e 23 Charles) e nuovamente 8 punti di distacco (55 a 47) sulla seconda, ancora la Fiorentina, tutti record stagionali; e un'altra Coppa Italia (la quarta), il 18 settembre 1960, grazie al 3-2 di Roma ai supplementari contro i viola (doppietta di Charles e autogol di Micheli): fu il primo double della storia bianconera (un record conseguito poi dal Torino, dal Napoli, dalla Lazio e dall'Inter in tutta la storia del calcio italiano) e la seconda vincita della coccarda tricolore di fila, impresa mai riuscita prima a un club italiano.

La Vecchia Signora conquistò ancora uno scudetto nel 1960-1961 (con il record di Sívori, che segnò ben 6 reti nella storica vittoria per 9-1 contro l'Inter, in cui i nerazzurri schierarono per protesta la formazione Primavera),[55] vincendo 22 partite, segnando 80 gol (25 Sívori, 15 Charles, 13 Nicolè, 12 Mora) e ricevendo per prima volta la neonata Coppa Campioni d'Italia.

Il periodo 1962-1967[modifica | modifica wikitesto]

Alla loro terza partecipazione europea, i bianconeri arrivarono ai quarti di finale della Coppa dei Campioni 1961-1962 contro il Real Madrid: vittoria madridista per 0-1 a Torino e vittoria della Juve per 1-0, con rete di Sívori, a Madrid (prima vittoria di una squadra italiana nella capitale spagnola, nonché prima sconfitta interna merengue nella competizione). Lo spareggio venne giocato a Parigi e il Real vinse per 3-1.

Nel 1962-1963 i bianconeri vinsero la Coppa delle Alpi, loro primo successo internazionale, con quattro vittorie in altrettante partite (in finale batterono l'Atalanta per 3-2) e, nel 1964-1965, la Coppa Italia, battendo il 29 agosto nella finale di Roma la Grande Inter con il decisivo 1-0 di Menichelli. In quella stagione la Juventus perse la Coppa delle Fiere (antenata della Coppa UEFA) contro il Ferencváros (finale unica, 0-1 a Torino).

Analoga conclusione si ebbe nella stagione 1970-1971, ultima edizione della Coppa delle Fiere, contro il Leeds Utd, nonostante il doppio pareggio in finale: 2-2 a Torino e 1-1 a Leeds (questa fu la prima volta che il trofeo venne assegnato sulla base dei gol segnati in trasferta). In tale torneo la Juventus rimase imbattuta, cosa che si ripeterà nelle manifestazioni in ambito continentale nella Coppa delle Coppe 1983-1984 e nell'Europa League 2010-2011.

La Juve Operaia e il tredicesimo scudetto[modifica | modifica wikitesto]

Nella stagione 1966-1967 la Juventus, trasformata quell'anno in società per azioni,[56] conquistò il suo tredicesimo scudetto all'ultima giornata e ai danni dell'Inter, battuta per 1-0 con gol di Favalli nello scontro diretto del 7 maggio 1967, squadra che precedeva la cosiddetta Juve Operaia[57] di un solo punto: i nerazzurri persero per 1-0 a Mantova (con errore del portiere Giuliano Sarti), mentre i bianconeri batterono in casa la Lazio per 2-1, con gol di Bercellino I e Zigoni. Presidente della società era Vittore Catella mentre in panchina siedeva il ginnasiarca Heriberto Herrera, tecnico paraguaiano precursore del movimiento (tra i primi esempi del cosiddetto calcio totale, poi sviluppato e perfezionato negli anni 1970 dai Paesi Bassi di Rinus Michels e Johan Cruijff).[58] A causa di questa concezione atletica del calcio di "HH2", nel 1965 aveva lasciato la Juventus, per andare al Napoli, Omar Sívori.

La Juve Operaia del 1966-1967, forgiata dalla rigida disciplina tattica di Heriberto Herrera, che conquistò lo scudetto a spese della Grande Inter.

Nella Coppa dei Campioni della stagione successiva la Juventus, rafforzata dall'arrivo del tedesco Helmut Haller, arrivò alle semifinali del torneo, ma perse contro il Benfica di Eusébio (0-2 a Lisbona e 0-1 a Torino). Nella stagione 1969-1970 debuttò in prima squadra il giovane Giuseppe Furino, che giocherà con i bianconeri fino al 1983-1984, vincendo otto scudetti e risultando, assieme a Giovanni Ferrari e Virginio Rosetta, il calciatore italiano che ha vinto il maggior numero di campionati di lega, l'unico a esservi riuscito indossando sempre la stessa maglia.

Gli anni 1970 e 1980[modifica | modifica wikitesto]

L'era Boniperti (1971-1990)[modifica | modifica wikitesto]

Il 13 luglio 1971 Giampiero Boniperti, dopo il lungo periodo trascorso in veste di giocatore, diventò presidente del club. Con Boniperti si aprì un lungo ciclo trionfale che coincise, come negli anni 1930, con i grandi successi della Nazionale italiana, guidata in questi anni da Enzo Bearzot.[59]

Sotto la sua gestione dirigenziale, la società vinse nove scudetti in quindici anni (1971-1972, 1972-1973, 1974-1975, 1976-1977, 1977-1978, 1980-1981, 1981-1982, 1983-1984 e 1985-1986), tre Coppe Italia (1978-1979, 1982-1983 e 1989-1990) e un totale di sei trofei a livello internazionale, tra loro tutte le competizioni a livello di club, sia confederali che il titolo mondiale, un'impresa mai accaduta prima nella storia del calcio.[4][60]

I cicli Vycpálek e Parola (1971-1976)[modifica | modifica wikitesto]

Gianpietro Marchetti, Francesco Morini, Helmut Haller e Pietro Anastasi negli spogliatoi dell'Olimpico di Roma il 20 maggio 1973, in festa dopo il 2-1 bianconero alla Roma che valse il quindicesimo scudetto.

La Juventus si classificò quarta nel campionato nazionale della stagione 1970-1971. Il 26 maggio di quell'anno morì a 36 anni, per un male incurabile, Armando Picchi, allenatore dei bianconeri da appena un anno. Nella stagione successiva la Juventus, già sotto la conduzione tecnica dell'ex giocatore cecoslovacco Čestmír Vycpálek e con l'apporto di alcuni elementi come Sandro Salvadore e la valorizzazione di giovani calciatori come Franco Causio (proveniente dal Lecce), Giuseppe Furino (cresciuto nelle divisioni minori bianconere, dal Palermo), Fabio Capello (dalla Roma), del libero (poi capitano bianconero) Gaetano Scirea e di Roberto Bettega (torinese prodotto del vivaio bianconero), vinse lo scudetto della stagione 1971-1972, in cui il girone d'andata fu un continuo alternarsi di squadre nelle prime posizioni, con un punto di vantaggio sul Milan.

Al termine della stagione 1972-1973 il club torinese vinse il suo quindicesimo scudetto, avendo la meglio su Lazio e Milan. La società lombarda si prese la rivincita in Coppa Italia battendo i bianconeri in finale ai calci di rigore. Nella stessa stagione raggiunsero per la prima volta nella loro storia la finale di Coppa dei Campioni, perdendo a Belgrado contro l'Ajax per 0-1.

Il 28 novembre di quell'anno la Juventus (che prese il posto del rinunciatario Ajax) perse a Roma anche la Coppa Intercontinentale contro l'Independiente: 0-1 contro i "diavoli rossi" di Avellaneda, con rigore fallito da Cuccureddu quando la gara era ancora sullo 0-0. Per di più, i dirigenti bianconeri avevano trovato l'accordo con gli argentini per disputare la finale in un'unica partita allo stadio Olimpico di Roma.

Sandro Salvadore, per dodici stagioni baluardo della retroguardia bianconera, in azione contro l'Independiente nel corso della Coppa Intercontinentale 1973.

Nel 1974, dopo il Mondiale in Germania Ovest, iniziò un nuovo ciclo di grandi risultati per la Nazionale del CT Enzo Bearzot: quattro anni dopo, al campionato del mondo 1978 in Argentina, l'Italia arrivò quarta, avendo nelle file complessivamente nove giocatori bianconeri: Dino Zoff, Antonio Cabrini, Claudio Gentile, Scirea, Romeo Benetti, Antonello Cuccureddu, Causio, Marco Tardelli e Bettega. In seguito, al campionato mondiale in Spagna, sei giocatori bianconeri del cosiddetto Blocco-Juve.[61][62][63]

Allenata dall'ex-campione bianconero Carlo Parola, nella stagione 1973-1974 la Juve si classificò seconda in Serie A, alle spalle della Lazio, e raggiunse il Girone finale di Coppa Italia. Nella stagione successiva, il club vinse lo scudetto, al termine di un duello con il Napoli, battuto per 6-2 al San Paolo il 15 dicembre e per 2-1 al Comunale di Torino il 6 aprile; la squadra arrivò fino alle semifinali della Coppa UEFA, dalla quale uscì in seguito alla doppia sconfitta cn iol Twente. Nel campionato successivo, invece, non fu sufficiente un girone di andata da record (26 punti su 30 ottenuti), poiché lo scudetto fu vinto dal Torino.

Il decennio di Trapattoni: la conquista dell'Europa e del mondo (1976-1986)[modifica | modifica wikitesto]

Biennio 1976-1978: due scudetti e la vittoria della Coppa UEFA[modifica | modifica wikitesto]
L'allenatore Giovanni Trapattoni, divenuto in bianconero l'unico capace di vincere tutti i maggiori trofei UEFA per club.

L'anno seguente, Parola fu sostituito da Giovanni Trapattoni, all'epoca trentasettenne e con alle spalle solo un biennio di conduzione tecnica nel Milan, club nel quale era stato anche giocatore. Al debutto sulla panchina della Juventus, il Trap vinse lo scudetto della stagione 1976-1977, conteso ai campioni uscenti del Torino fino all'ultima giornata: i bianconeri prevalsero alla fine con 51 punti, frutto di 23 vittorie, 5 pareggi e 2 sconfitte (record per la Serie A a sedici squadre), contro i 50 dei concittadini granata. Quattro giorni prima di vincere il suo diciassettesimo scudetto, la Juventus si aggiudicò anche la sua prima, importante, competizione internazionale, la Coppa UEFA, al termine di una doppia finale disputata contro gli spagnoli dell'Athletic Bilbao di Bilbao (1-0 all'andata, 1-2 al ritorno).

« Nella capitale della Biscaglia, la Juventus rappresentava l'Italia, anche in tribuna stampa ci siamo sentiti tutti bianconeri. »
(Elio Domeniconi, Guerin Sportivo, maggio 1977.[64])
Roberto Bettega, centravanti bianconero dal 1970 al 1983 e poi dirigente durante il ciclo vincente di Marcello Lippi, qui in elevazione contro la difesa dell'Athletic Bilbao nella finale d'andata della Coppa UEFA 1976-1977.

Con il supporto di Pietro Paolo Virdis, acquistato dal Cagliari, la Juventus conquistò nel 1978 il suo secondo tricolore consecutivo con cinque punti di vantaggio sulla coppia L.R. Vicenza-Torino. Nella stessa annata, i bianconeri arrivarono fino alle semifinali di Coppa dei Campioni, perdendo ai supplementari con il Club Bruges.

Il triennio 1979-1981[modifica | modifica wikitesto]

Gli anni 1970 si chiusero con un'altra Coppa Italia, la sesta, nel 1978-1979, con la vittoria in finale sul Palermo (gol di Brio e Causio) per 2-1 dopo i tempi supplementari.

Nella stagione successiva la squadra giunse fino alla semifinale di Coppa delle Coppe, sconfitta nel doppio confronto dai londinesi dell'Arsenal (1-1 e 0-1); nella squadra inglese giocava l'irlandese, Liam Brady, che nel mercato estivo di quell'anno, il primo aperto dopo molti anni ai calciatori stranieri, fu acquistato proprio dal club bianconero e vinse, nel biennio successivo, due scudetti consecutivi; quello del 1980-1981, il diciannovesimo, fu vinto dopo un testa a testa con la Roma e le polemiche susseguenti un gol non convalidato al giallorosso Maurizio Turone nello scontro diretto disputatosi a Torino il 10 maggio 1981 e finito 0-0.[65]

Biennio 1981-1983: lo scudetto della seconda stella e la settima Coppa Italia[modifica | modifica wikitesto]

L'anno successivo la Juventus vinse il ventesimo scudetto, ottenendo così la seconda stella, rimanendo l'unica squadra nel Paese ad aver raggiunto questo traguardo. In Coppa Italia e Coppa dei Campioni, tuttavia, la squadra fu eliminata dopo i primi turni. Nella stagione 1982-1983 la squadra vinse la Coppa Italia per la settima volta, battendo in finale il Verona, e il Mundialito per club. Giunse inoltre alla sua seconda finale di Coppa dei Campioni contro l'Amburgo, perdendo per 1-0.

Marco Tardelli e il capitano Gaetano Scirea, colonne della squadra del Trap fra gli anni 1970 e 1980, qui insieme a Morini (nel frattempo divenuto dirigente del club) e alla seconda linea Tavola, celebrano negli spogliatoi del Comunale la vittoria del ventunesimo scudetto juventino, dopo l'1-1 contro l'Avellino del 6 maggio 1984.

In quegli anni giunsero alla società nuovi giocatori come i giovani Paolo Rossi, capocannoniere della coppa del mondo di Spagna nonché Pallone d'oro 1982. Durante il campionato del mondo in Spagna si distinsero altri due giocatori che proprio quell'estate erano arrivati alla Juventus, ovvero il polacco Zbigniew Boniek, ingaggiato dal Widzew Łódź, e il francese Michel Platini, all'epoca in scadenza di contratto presso il suo club in Francia, il Saint-Étienne, le cui Nazionali erano giunte rispettivamente al terzo e quarto posto di quel mondiale.

Biennio 1983-1985: il double scudetto-Coppa delle Coppe e il Grande Slam[modifica | modifica wikitesto]

Dopo un interregno della Roma (campione d'Italia 1982-1983), la Juventus vinse il campionato 1983-1984 e colse la sua seconda affermazione internazionale ufficiale, vincendo a Basilea la finale di Coppa delle Coppe contro il Porto per 2-1.

Sergio Brio, Tardelli e Antonio Cabrini, tra i protagonisti del Grande Slam nelle coppe europee, festeggiano il trionfo nella Supercoppa UEFA 1984.

La vittoria in Coppa delle Coppe diede alla Juventus il diritto di sfidare il Liverpool, vincitore della Coppa dei Campioni, nella Supercoppa UEFA, che fu disputata in gara unica a Torino nel gennaio 1985 e vinta dai bianconeri per 2-0 con doppietta di Boniek; a Bruxelles, il 29 maggio 1985, infine, la Juventus si laureò campione d'Europa, ancora di fronte al Liverpool, al termine di un incontro vinto per 1-0 (Platini su rigore), oscurato dagli eventi accaduti allo stadio Heysel mezz'ora prima dell'incontro.

Con la vittoria in Coppa dei Campioni, la Juventus divenne il primo club europeo a vincere tutte le tre maggiori manifestazioni organizzate dall'UEFA.[66]

Stagione 1985-1986: il ventiduesimo scudetto e la prima Coppa Intercontinentale[modifica | modifica wikitesto]

Nella stagione 1985-1986 i bianconeri conquistarono un altro scudetto, grazie a un'iniziale sequenza di 8 vittorie consecutive iniziali e 26 punti su 30 ottenuti nel girone di andata (entrambi record), e conquistarono anche la loro prima Coppa Intercontinentale, l'8 dicembre 1985 a Tokyo battendo ai tiri di rigore (2-2 dopo i supplementari) i campioni sudamericani dell'Argentinos Jrs,[67] divenendo così il primo e l'unico club al mondo a vincere tutte le competizioni ufficiali a livello internazionale.[4][5]

Con la stagione 1985-1986 si chiuse il cosiddetto decennio trapattoniano: durante questi due lustri la società vinse un totale di sei scudetti, due Coppe Italia e tutte le coppe internazionali.[4] Inoltre, Cabrini, Scirea e Tardelli divennero i primi calciatori europei ad aver conquistato tutte e tre le principali competizioni UEFA per club e, ulteriormente, i primi giocatori al mondo ad aver sollevato sia tutte le competizioni internazionali a livello di club cui presero parte sia la Coppa FIFA; da par suo l'allenatore Trapattoni, che nel frattempo passò all'Inter, diventò il primo e unico nel continente ad aver vinto tutte le competizioni a livello di club a cui partecipò (tutte con lo stesso club).

Le Roi Michel Platini, tre volte consecutive Pallone d'oro durante il suo lustro in maglia bianconera, e Scirea con la Coppa Intercontinentale 1985.

Il 12 luglio 1988 a Ginevra (Svizzera), in occasione del sorteggio delle competizioni europee della stagione 1988-1989, l'allora presidente della confederazione calcistica europea, Jacques Georges, conferì la Targa UEFA alla Juventus, rappresentata dall'allora presidente Giampiero Boniperti, in ragione del primato conseguito in campo continentale.[68]

Il rinnovamento nel periodo 1986-1990[modifica | modifica wikitesto]

Con Rino Marchesi sulla panchina, la Juventus iniziò la stagione 1986-1987 con una vittoria 2-0 a Udine contro l'Udinese. La stagione terminò con il sorpasso all'Inter, in extremis, per il secondo posto, con 39 punti, 3 in meno della capolista Napoli, vincitrice del campionato. In Coppa dei Campioni, invece, i bianconeri furono eliminati agli ottavi dal Real Madrid: persa l'andata in trasferta per 1-0, al Comunale di Torino la Juve si impose per 1-0 grazie a un gol di Cabrini. La sfida proseguì ai calci di rigore dove i bianconeri persero 3-1. Michel Platini, al termine della stagione, decise di lasciare il calcio giocato all'età di 32 anni. Nella stagione successiva la Juventus concluse sesta in classifica con 31 punti, e poté accedere alla Coppa UEFA dopo lo spareggio-derby contro il Torino (0-0 dopo i supplementari, 4-2 ai rigori).

Quella del 1988-1989 portò Dino Zoff come allenatore e Alessandro Altobelli come nuovo centravanti, per sostituire l'avulso Ian Rush. Zoff diede alla squadra continuità e gioco, grazie anche a innesti quali Rui Barros, Giancarlo Marocchi, Roberto Galia e Oleksandr Zavarov, pur senza lottare per lo scudetto che venne vinto dall'Inter dei record; alla fine la squadra giungerà quarta dietro ai nerazzurri, al Milan e al Napoli. L'annata 1989-1990 iniziò sotto nel più tragico dei modi: il 3 settembre 1989 perì trentaseienne in un incidente stradale a Babsk, in Polonia, il viceallenatore Gaetano Scirea, per anni libero, capitano e simbolo della squadra (nonché recordman di presenze in maglia bianconera fino al 2008).

L'allenatore Dino Zoff e il suo erede a difesa della porta bianconera, Stefano Tacconi, posano con la Coppa UEFA 1989-1990 vinta in una finale tutta italiana contro la Fiorentina.

La squadra bianconera, ancora sotto la guida di Zoff e con un team che aveva come prima punta Totò Schillaci, finì il campionato di quell'anno ancora al quarto posto, così come nella stagione precedente. I bianconeri conquistarono comunque l'ottava Coppa Italia battendo in finale il Milan dopo un pareggio per 0-0 a Torino e la vittoria per 1-0 a Milano (gol di Galia), e poi vinsero anche la Coppa UEFA in una doppia finale – per la prima volta nella storia delle competizioni europee, tra due club italiani[69] – contro la Fiorentina (3-1 a Torino, con gol di Galia, Casiraghi e De Agostini, e 0-0 sul campo neutro di Avellino). Questi furono i primi trofei vinti dopo tre stagioni senza titoli. La finale di UEFA fu l'ultima partita di Sergio Brio, titolare in difesa per dodici anni, ed erede della fascia di capitano dopo l'addio di Cabrini l'anno prima. Nel frattempo, il 5 febbraio 1990, mentre si inaugurava lo stadio delle Alpi in vista del campionato del mondo 1990, l'avvocato Vittorio Caissotti di Chiusano assunse la presidenza della società, chiudendo dopo diciannove anni l'era Boniperti.

Gli anni 1990[modifica | modifica wikitesto]

Nella stagione successiva Zoff lasciò il posto all'allenatore Gigi Maifredi, il quale, dopo l'arrivo di nuovi giocatori come Roberto Baggio, Thomas Häßler, Júlio César da Silva e Paolo Di Canio, perse subito la Supercoppa italiana contro il Napoli per 1-5, e non riuscì a portare la squadra (terza dopo il girone d'andata) oltre il settimo posto finale in campionato, perdendo 0-2 all'ultima giornata in casa del Genoa. In Coppa delle Coppe la squadra fu eliminata in semifinale dal Barcellona, con Baggio capocannoniere della competizione. Così, dopo ventinove anni (l'ultima volta era stata nel 1961-1962), la Juventus non si qualificò per alcuna competizione internazionale.

Il secondo ciclo Trapattoni (1991-1994)[modifica | modifica wikitesto]

Roberto Baggio alza al cielo la Coppa UEFA 1992-1993 vinta sul Borussia Dortmund.

L'avventura di Maifredi sulla panchina della Juventus durò un anno, così nella stagione 1991-1992 Trapattoni venne richiamato ad allenare i bianconeri. Con lui in panchina la squadra perse la finale di Coppa Italia contro il Parma e si piazzò seconda in campionato.

Nella stagione 1992-1993, dopo aver acquistato il tedesco Andreas Möller, Fabrizio Ravanelli e Gianluca Vialli, la squadra vinse per la terza volta la Coppa UEFA battendo per 3-1 in Germania (Dino Baggio e doppietta di Roberto Baggio) e per 3-0 a Torino (due gol di Dino Baggio e Möller) il Borussia Dortmund, con un punteggio complessivo di 6-1, record della manifestazione e dei tornei gestiti dall'UEFA. In quel torneo la squadra segnò 32 reti, per un totale di 106 nell'intera stagione. In campionato, invece, la Juventus si classificò al quarto posto, vincendo in casa del Milan il 18 aprile con doppietta di Möller e segnatura di Roberto Baggio. Al termine dell'anno solare, il Divin Codino venne premiato col Pallone d'oro.

Nel 1993-1994 debuttarono con la maglia bianconera Angelo Di Livio e Alessandro Del Piero, quest'ultimo simbolo della Juventus (oltre che capitano) per quasi un ventennio. La squadra terminò il campionato al secondo posto, staccata di tre punti dal Milan.

L'era Lippi e i nuovi successi nazionali e internazionali (1994-1999)[modifica | modifica wikitesto]

(EN)

« At the end of the last millennium, Juventus dominated European club football. Blending power and panache, the Bianconeri won everything. And if they didn't win it, they were usually runners-up. »

(IT)

« Alla fine dello scorso millennio, la Juventus dominava il calcio europeo per club. Combinando potenza ed eleganza, i bianconeri hanno vinto tutto. E quando non vincevano, di solito arrivavano secondi. »

(Sheridan Bird, Champions Magazine, 2008.[70])

Biennio 1994-1996: il secondo double e la vittoria della Champions League[modifica | modifica wikitesto]

La festa negli spogliatoi del Delle Alpi, il 21 maggio 1995, dopo il 4-0 ai rivali del Parma che valse il ventitreesimo scudetto, atteso in casa bianconera da nove anni.

Nel 1994 ci fu l'insediamento ai vertici societari della cosiddetta Triade, composta dal direttore generale Luciano Moggi, dall'amministratore delegato Antonio Giraudo e dal vicepresidente, ed ex giocatore juventino, Roberto Bettega. Questa nuova dirigenza rimarrà alla guida sportiva ed economico-finanziaria del club fino al 2006. Contestualmente, come nuovo allenatore fu scelto l'emergente Marcello Lippi.

Dopo nove anni, nella stagione 1994-1995 la Juventus tornò alla conquista del titolo nazionale, il ventitreesimo, con 96 reti siglate nell'arco dell'intera annata e, in campionato, dieci punti di vantaggio sul tandem al secondo posto della classifica, Lazio e Parma (record di squadra nei campionati con tre punti a vittoria, poi battuto dai diciassette del 2013-2014). I torinesi vinsero anche la loro nona Coppa Italia proprio a spese dei ducali, realizzando così la seconda "doppietta" della storia bianconera. In Coppa UEFA il club raggiunse per la quarta volta la finale, dove si trovò di fronte ancora gli emiliani che stavolta ebbero la meglio (0-1 al Tardini, e 1-1 nel ritorno giocato eccezionalmente a Milano). La stagione fu altresì segnata dal lutto per la morte del giovane e promettente terzino Andrea Fortunato, scomparso per una grave forma di leucemia il 25 aprile 1995.[71]

Alessandro Del Piero, bandiera banconera dal 1993 al 2012, solleva la Champions League 1995-1996 vinta ai rigori contro l'Ajax.

L'anno successivo la Juventus giunse al secondo posto della Serie A, a otto punti di distanza dal Milan, e conquistò il 17 gennaio 1996 la sua prima Supercoppa di Lega, superando nuovamente il Parma, per 1-0, al Delle Alpi. Con questo trofeo, i piemontesi divennero i primi a vincere le tre maggiori competizioni nazionali nello stesso anno. La squadra concluse la stagione con il trionfo in Champions League (ex Coppa dei Campioni), che venne vinta il 22 maggio del '96 nella finale di Roma contro l'Ajax, battendo gli olandesi 5-3 ai tiri di rigore dopo che i supplementari si erano conclusi sul 1-1.

Stagione 1996-1997: i trionfi del centenario[modifica | modifica wikitesto]

La Juventus Football Club festeggiò nel 1997 i cento anni dalla sua fondazione istituzionale: allo scopo di celebrare questa ricorrenza, la società e le autorità della città di Torino organizzarono una serie di manifestazioni denominate Juvecentus (1897-1997; Cento anni di Juve). Dal 22 al 27 maggio 1997 venne presentata al Lingotto l'attività editoriale, multimediale e filatelica del club. In occasione del secolo di vita bianconero fu poi organizzata la cosiddetta Coppa del Centenario-Trofeo Repubblica di San Marino contro gli inglesi del Newcastle Utd (la Juventus indossò una speciale divisa rosanero che ricordava la prima, storica, casacca della società), disputata allo stadio Dino Manuzzi di Cesena il 3 agosto.[72] A fianco di queste iniziative, infine, venne allestita la Mostra del Centenario, a illustrare l'origine e l'evoluzione del club, e creato un fanclub con più di 10.000 membri.

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Il giudizio sull'uso di farmaci

Nell'estate del 1998 Zdeněk Zeman, all'epoca allenatore della Roma, lanciò un allarme a proposito di un supposto eccessivo ricorso ai farmaci da parte delle società di calcio; incalzato dalla stampa, il tecnico boemo citò ad esempio i giocatori juventini Del Piero e Vialli. Sulla base di queste dichiarazioni, il procuratore di Torino Raffaele Guariniello aprì un'inchiesta che portò a un procedimento processuale a carico della Juventus e che vedrà imputati, fra i suoi tesserati, il medico sociale Riccardo Agricola e l'amministratore delegato Antonio Giraudo.

Nella sentenza di primo grado del processo penale iniziato il 31 gennaio 2002 venne ravvisato il comportamento irregolare di Agricola, il quale fu condannato a 1 anno e 10 mesi, sospesi condizionalmente, «per frode sportiva e somministrazione di farmaci in modo pericoloso per la salute» come l'eritropoietina – argomento introdotto nelle imputazioni il 28 giugno 2004 – in base ai valori sanguigni dei calciatori bianconeri, nonostante i risultati negativi riscontrati in tutti i controlli antidoping,[73] mentre non si ravvisarono reati per Giraudo, che venne pienamente assolto. Inoltre, durante questo processo non emersero prove che confermassero la responsabilità diretta della società nella vicenda.[74]

Nell'aprile del 2005 la pubblica accusa ricorse contro la sentenza di primo grado, che venne ribaltata in secondo grado. La Corte d'appello di Torino confermò, il 14 dicembre dello stesso anno, il verdetto assolutorio per Giraudo «per non avere commesso il fatto» e annullò la sentenza di condanna per Agricola, assolvendolo dal reato di «frode sportiva» (per l'uso di eritropoietina) per cui fu inizialmente processato «perché il fatto non sussiste», in quanto il presunto acquisto di EPO e/o la sua somministrazione – divenuta l'accusa principale del processo penale – non era stato provato, nonché dalla somministrazione di medicinali non vietati «perché il fatto non costituisce reato».[75] Su questo punto, la Corte d'appello sancì che i farmaci dati ai calciatori della Juventus non rappresentavano doping e che la dispensazione di sostanze lecite atta a migliorare le prestazioni sportive non poteva (in generale, e quindi a prescindere dal club e dal suo medico) essere giudicata come tale in base della legislazione in vigore all'inizio dell'inchiesta della procura (L. 401/1989 sul calcio scommesse).[75]

La procura di Torino propose ricorso in cassazione contro la sentenza di secondo grado, ritenendo «erronea» l'interpretazione e l'applicazione delle norme di diritto che motivarono la sentenza di assoluzione. Il 29 marzo 2007, infine, la Seconda Sezione Penale della Corte di Cassazione confermò la sentenza di assoluzione con ampia formula del secondo grado di giudizio a Giraudo e l'assoluzione, per quanto riguarda il reato di «frode sportiva» (somministrazione di eritropoietina) ad Agricola, concludendo che nel periodo indagato non era stato accertato alcun tipo di positività a sostanze dopanti da parte dei calciatori bianconeri, i cui valori ematologici medi erano simili alla media della popolazione nazionale, e che l'acquisto e/o distribuzione di EPO agli atleti della società non è stato ritenuto provato da nessun atto del processo.[76]

Venne dichiarata invece l'inammissibilità del ricorso del Procuratore Generale,[76] ma accolto il ricorso della procura, che annullò in parte qua[77] la sentenza di secondo grado per la somministrazione, a carico del medico sociale, di medicinali non vietate diversi dall'eritropoietina, in quanto, pur non essendo all'epoca ancora in vigore la legge sul particolare – introdotta il 14 dicembre 2000 –, fu ritenuto che l'eccessivo utilizzo di farmaci (o uso in condizioni off-label) potesse costituire una violazione della L. 401/1989, l'unica applicabile al periodo indagato.[78] La corte, dopo aver sancito che l'esito in secondo grado, pur ribaltando l'esito in primo grado, non considerava alcuni argomenti trattati in quel processo,[79] giudicò la necessità di svolgere un nuovo giudizio per confermare tale ipotesi poiché nel frattempo le liste di farmaci consentiti era stata modificata;[80] ciò non ebbe luogo per la prescrizione dell'accusa in oggetto dal 12 febbraio 2007.[77]

Anche sul piano sportivo il procedimento disciplinare, a suo tempo instaurato dalla Procura Antidoping nei confronti di Agricola per la somministrazione di farmaci, iniziò con un'indagine della Procura della Repubblica di Torino, finalizzata nell'assoluzione emessa dall'Ufficio di Procura Antidoping del CONI il 25 luglio 2000, in quanto l'uso dei farmaci erano in regola con l'allora regolamento antidoping e non furono riscontrati indizi di un presunto «doping ematico».[73]

Il processo sportivo venne riaperto dopo la sentenza in primo grado del processo penale. Il 26 aprile 2005, la Camera di Arbitraggio dello Sport, su richiesta presentata dalla Commissione Scientifica Antidoping del CONI il 7 marzo dello stesso anno, sancì che «l'uso di sostanze farmacologiche che non sono espressamente proibite dalla legge sportiva, e che non possono essere considerate come sostanze simili o associate a quelle espressamente proibite non può essere sanzionato con provvedimenti disciplinari».[81][82] Su questa sentenza, il processo sportivo si concluse con l'assoluzione emessa in primo grado dalla Commissione Disciplinare l'11 novembre 2005, decisione confermata ulteriormente sia dalla Commissione di Appello Federale il 5 ottobre 2006 sia dal Giudice di Ultima Istanza in materia di doping il 19 gennaio 2007.[83]

La stagione 1996-1997 fu inaugurata con una nuova vittoria, nella doppia finale di Supercoppa UEFA contro il club vincitore della Coppa delle Coppe, il PSG (6-1 in trasferta all'andata e 3-1 a Palermo nel ritorno): il 9-2 complessivo è lo scarto più grande mai raggiunto nelle finali UEFA. In seguito, il 26 novembre 1996 a Tokyo, la squadra conquistò anche la seconda Coppa Intercontinentale contro i campioni sudamericani del River Plate. Il ventiquattresimo scudetto della storia bianconera venne conquistato con 65 punti, mentre in Champions League la squadra perse poi per 1-3 la finale giocata a Monaco di Baviera, il 28 maggio 1997, contro il Borussia Dortmund.

Biennio 1997-1999[modifica | modifica wikitesto]

L'anno successivo la squadra vinse la Supercoppa italiana sul Vicenza per 3-0, quindi a fine stagione arrivò il venticinquesimo scudetto con 5 punti di vantaggio sull'Inter. Nella terza finale consecutiva di Champions League, giocata ad Amsterdam il 25 maggio 1998, la Juve cedette per 0-1 al Real Madrid; Del Piero si aggiudicò il titolo di capocannoniere della manifestazione con 10 reti.

Zinédine Zidane, fantasista juventino a cavallo di II e III millennio.

La stagione 1998-1999 partì con la sconfitta (1-2) della squadra nella Supercoppa di Lega contro la Lazio. In Champions League i bianconeri sfiorarono la quarta finale consecutiva uscendo dalla Champions in semifinale per mano del Manchester Utd. Dopo la sconfitta per 4-2 contro il Parma a metà del girone di ritorno Lippi si dimise e fu sostituito da Carlo Ancelotti, che conduce una squadra bianconera ormai alla fine di un ciclo al settimo posto, venendo relegata alla Coppa Intertoto dopo aver perso anche lo spareggio UEFA con l'Udinese.

Gli anni 2000[modifica | modifica wikitesto]

L'interregno di Ancelotti (1999-2001)[modifica | modifica wikitesto]

Nell'estate 1999, Ancelotti portò la formazione a vincere la Coppa Intertoto riconvalidando dunque il primato di vittorie in ogni competizione continentale.[4] Il campionato vide i bianconeri contendere lo scudetto alla Lazio ma, dopo aver vinto il titolo di metà stagione[84], i torinesi subirono la rimonta dei laziali cedendo anche nello scontro diretto.[85] Il possibile titolo sfumò all'ultima giornata, quando perdendo a Perugia (su un campo reso impraticabile dalla pioggia, che causò un'interruzione di oltre un'ora) la squadra si fece definitivamente sorpassare dai biancocelesti. Anche l'annata successiva terminò con il secondo posto, stavolta dietro alla Roma.[86] Le mancate affermazioni portarono all'addio del tecnico emiliano, sostituito dal rientrante Lippi.[87][88]

Il secondo ciclo Lippi (2001-2004)[modifica | modifica wikitesto]

Al ritorno del viareggino fece seguito[89], nell'autunno 2001, l'ingresso in Borsa della società.[90] Fu così compiuto un nuovo importante passo nell'evoluzione da società calcistica civile a entertainment and leisure group: nei primi anni del XXI secolo, con oltre duecento milioni di euro di fatturato, la Juventus era la terza società calcistica per ricavi in Europa dopo Manchester Utd e Real Madrid.[90]

La stagione 2001-02 segnò il ritorno allo scudetto, conquistato ai danni dell'Inter dopo un rush finale al cardiopalma che vide coinvolta anche la Roma, e che si concluse con il sorpasso bianconero sui nerazzurri all'ultima domenica, in un pomeriggio rimasto nella storia del calcio italiano come quello del «5 maggio».[91] Nello stesso anno vennero messi in bacheca la Supercoppa[92] e un altro tricolore.[93] In Champions League, a capo di un torneo che la vide protagonista, la Juventus tornò a disputare una finale dopo 7 anni: venne però sconfitta ai rigori dai Milan, dopo lo 0-0 dei tempi supplementari, nella prima finale tutta italiana nella storia della manifestazione.[94] In precedenza, nel gennaio 2003 i bianconeri avevano dato l'addìo all'avvocato Gianni Agnelli, uno dei più grandi illustri della storia d'Italia nonché della squadra torinese.

Il fuoriclasse ceco Pavel Nedvěd, dapprima giocatore e poi dirigente della Juventus.

L'annata 2003-04 fu anch'essa segnata da eventi luttuosi per la società, con la scomparsa di due figure chiave nella storia recente del club, il presidente Vittorio Chiusano (agosto 2003) e Umberto Agnelli (maggio 2004). Sul versante sprotivo, i torinesi vinsero un'altra Supercoppa e chiusero terzi in campionato.[95] A fine stagione, Lippi lasciò definitivamente la squadra per passare sulla panchina della Nazionale.[96]

Dal biennio di Capello allo scandalo Calciopoli (2004-2006)[modifica | modifica wikitesto]

Nell'estate del 2004 la squadra venne affidata a Fabio Capello. Il 20 maggio 2005, grazie al pareggio nell'anticipo tra Milan e Palermo, la Juventus si laureò campione d'Italia, conquistando alla fine del torneo 86 punti, 7 in più del Milan. In Champions League la squadra venne eliminata nei quarti di finale a opera degli inglesi del Liverpool.

Nel campionato 2005-2006 batté il record storico di vittorie consecutive all'inizio del campionato, 9, che sommate alla vittoria per 4-2 contro il Cagliari nella giornata di chiusura del torneo precedente compongono la serie di trionfi in fila più lunga nel campionato a girone unico, a pari merito con quella della stagione 1931-1932. Stabilì il record di punti in totale (91) e in un solo girone (52 punti solo all'andata: 17 vittorie, un pareggio e una sconfitta). Perse una sola partita in campionato, cosa mai riuscita nei campionati a venti squadre, in casa del Milan per 3-1 il 30 ottobre; tale gara sarà l'ultima persa nei campionati a girone unico per quasi due anni, fino alla sconfitta di Mantova del 13 gennaio 2007, per un totale di 46 gare in serie positiva; la squadra si aggiudicò il ventinovesimo scudetto battendo il 14 maggio la Reggina per 2-0. Per tutta l'"era Capello", la Juventus fu sempre capolista della Serie A (76 giornate, record nazionale).[97] Perse la Supercoppa italiana contro l'Inter per 0-1 ai supplementari, il 20 agosto. In Champions League, invece, la Juventus fu eliminata nei quarti di finale dagli inglesi dell'Arsenal.

Alla fine dello stesso anno la società rimase coinvolta in Calciopoli: la sentenza di primo grado costò la revoca dello scudetto 2004-2005, la non assegnazione dello scudetto 2005-2006 (in seguito assegnato all'Inter)[98] e la retrocessione in Serie B, con una penalizzazione finale di 9 punti.[99] Moggi presentò le sue dimissioni alla Juventus subito dopo l'ultima giornata del campionato, seguito pochi giorni dopo da Giraudo e dal presidente Grande Stevens. Quindi il consiglio d'amministrazione della società venne sciolto e ricomposto a fine giugno con nuovi elementi scelti dagli azionisti, tra cui l'ex calciatore bianconero Marco Tardelli e l'allenatore della Nazionale italiana di pallavolo Gian Paolo Montali; vennero nominati presidente Giovanni Cobolli Gigli, direttore sportivo Alessio Secco e amministratore delegato Jean-Claude Blanc.[100]

Il periodo 2006-2011[modifica | modifica wikitesto]

Dalla stagione in B al ritorno in A (2006-2009)[modifica | modifica wikitesto]

« Dopo essere tornati dai Mondiali [io, Del Piero, Buffon, Camoranesi e Nedvěd] ci siamo incontrati, in una delle sale di Vinovo. Ci siamo guardati negli occhi e ci siamo subito capiti. Eravamo parte di una grandissima squadra, tutti ci sentivamo legati alla società e dovevamo riportarla subito in Serie A. Sono orgoglioso di essere rimasto e di aver contribuito a quell'impresa. »
(David Trezeguet, 2014[101])
Il francese David Trezeguet, fromboliere della Juventus negli anni 2000, decennio in cui divenne il miglior marcatore straniero nella storia dei bianconeri.

Il 10 luglio 2006 arrivò sulla panchina bianconera Didier Deschamps, già centrocampista della Juve nella seconda metà degli anni 1990. Dopo 36 partite del campionato cadetto, nonostante la penalizzazione di 9 punti, la squadra si trovò in testa alla classifica di Serie B e, rimanendo sempre tra le prime posizioni della serie cadetta, il 19 maggio 2007, dopo la vittoria per 5-1 in trasferta ad Arezzo, raggiunse la matematica promozione in Serie A, con tre giornate di anticipo rispetto alla fine del campionato. Il 26 maggio, vincendo in casa per 2-0 contro il Mantova, ottenne matematicamente il primo posto nella serie cadetta. La stessa sera Deschamps risolse consensualmente il contratto con la società.

Il 4 giugno venne ufficializzato il nome del nuovo allenatore, Claudio Ranieri, che iniziò la sua avventura sulla panchina torinese il 1º luglio 2007. Il ritorno della Juventus in Serie A avvenne ufficialmente il 25 agosto seguente contro il Livorno, in una partita terminata con il risultato di 5-1 in favore dei piemontesi. A fine stagione la formazione bianconera arrivò terza in campionato – il miglior piazzamento di una neopromossa da trent'anni a quella parte – e si fermò ai quarti di Coppa Italia, eliminata dall'Inter.

Nel 2008-2009 la Juventus affrontò nel preliminare di Champions League gli slovacchi dell'Artmedia di Bratislava, ritornando a partecipare, dopo due anni di assenza, alle competizioni confederali per club.[102] La squadra, dopo aver vinto il proprio girone, si spinse fino agli ottavi di finale dove venne eliminata dal Chelsea, finalista dell'edizione precedente. Nel finale di campionato Ranieri venne esonerato e sostituito da Ciro Ferrara, che condusse la squadra al secondo posto. In precedenza, in Coppa Italia i bianconeri erano stati eliminati in semifinale dalla Lazio.

Le difficoltà del biennio 2009-2011[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2009-2010 la formazione venne estromessa dalla Champions League nell'ultima giornata della fase a gironi, stabilendo suo malgrado il poco invidiabile primato di marcature subite in casa nelle coppe europee.[103] A gennaio i bianconeri furono poi eliminati dall'Inter (1-2) ai quarti di finale di Coppa Italia; una sconfitta che sancì l'esonero di Ferrara in favore di Alberto Zaccheroni. Il cambio della guida tecnica non diede i frutti sperati, tanto che la squadra uscì successivamente agli ottavi dell'Europa League per mano dei futuri finalisti del Fulham, chiudendo infine il campionato al settimo posto con 15 sconfitte – record negativo del club in un torneo a 20 squadre, per un totale di 19 nel corso della stagione – e 56 gol subiti, eguagliando gli scialbi numeri ottenuti nel 1961-1962.[103]

La stagione 2010-2011 vide l'effimera prova di Luigi Delneri sulla panchina juventina. La squadra, ancora zavorrata da errori societari e di mercato, uscì presto di scena nella fase a gironi di Europa League; i torinesi furono poi estromessi dalla Coppa Italia ai quarti di finale, mentre il campionato venne concluso nuovamente al settimo posto, mancando stavolta anche l'accesso alle competizioni continentali. Era dal triennio 1954-1957 che la formazione piemontese non terminava almeno due edizioni consecutive della Serie A al di sotto di tale piazzamento. Fu il negativo apice di un anonimo lustro per i colori bianconeri.

Gli anni 2010[modifica | modifica wikitesto]

Andrea Agnelli e la ristrutturazione della società[modifica | modifica wikitesto]

Claudio Marchisio, dal vivaio al rilancio juventino negli anni 2010, dopo l'opaco lustro post-Calciopoli.

Nell'ambito di un graduale cambio di rotta sul piano societario, nel 2010 a Blanc subentra alla presidenza della Juventus Andrea Agnelli, quarto esponente della celebre famiglia torinese proprietaria del club.[104] Alle prese con una squadra da qualche anno deficitaria sia a livello sportivo sia di bilancio,[105] tra i primi passi della nuova gestione c'è, da una parte, il risanamento delle casse societarie[106] e la graduale apertura verso nuove opportunità di fatturato,[107][108] mentre dall'altra si assiste a un profondo rinnovamento dell'organigramma con le nomine di Giuseppe Marotta e Fabio Paratici, rispettivamente, a direttore generale e direttore sportivo,[109] assieme al ritorno in società, stavolta in veste dirigenziale, di ex bianconeri quali Pavel Nedvěd e David Trezeguet.[110]

Sempre in tal senso, in questi anni giunge a compimento l'idea dello stadio di proprietà: dalle ceneri del Delle Alpi, l'8 settembre 2011 viene infatti inaugurato lo Juventus Stadium.[111] Il 16 maggio 2012 c'è poi l'apertura del primo museo societario, lo J-Museum, dedicato alla storia della squadra bianconera e al suo legame con le vicende del Paese.[112]

Un secondo quinquennio di scudetti (2012-2016)[modifica | modifica wikitesto]

L'era Conte (2011-2014)[modifica | modifica wikitesto]

Stagione 2011-2012: il ritorno al successo e l'imbattibilità[modifica | modifica wikitesto]
Antonio Conte, 5 scudetti da giocatore e 3 da allenatore con la Juventus.

La stagione 2011-2012 vede l'arrivo in panchina di Antonio Conte, capitano bianconero degli anni 1990 e ora promettente allenatore, il quale getta le basi per il ritorno ai vertici della società. In campionato i piemontesi, rinforzatasi con nomi quali il giovane Arturo Vidal e l'esperto Andrea Pirlo,[113] occupano il vertice della classifica fin dalle prime giornate, posizione che cederanno solo poche volte nel corso del torneo: dopo un lungo testa a testa col Milan, il 6 maggio 2012 la Juventus torna a laurearsi campione d'Italia – non accadeva dalla stagione 2002-2003, se si escludono i successi cancellati da Calciopoli – vincendo il suo ventottesimo scudetto;[114] il successo, arrivato con una giornata d'anticipo, è stato ottenuto senza aver mai perso una partita, eguagliando un record conseguito nella storia del girone unico solo dal Perugia nel 1978-1979 e dal Milan nel 1991-1992; i bianconeri sono però i primi a siglare questo primato in un torneo a 20 squadre, stabilendo così il record nazionale d'imbattibilità stagionale in campionato.[115]

L'imbattibilità viene persa nella gara dell'epilogo stagionale, la finale di Coppa Italia in cui il Napoli s'impone per 2-0; questa sconfitta mette anche fine all'imbattibilità assoluta della squadra bianconera, che tra campionato e coppa termina dopo 43 partite utili consecutive (anch'esso record nazionale).[116] È questa l'ultima stagione in maglia bianconera di Alessandro Del Piero, che dopo diciannove anni lascia la Juventus.

Stagione 2012-2013[modifica | modifica wikitesto]

L'11 agosto 2012 la squadra, che accoglie tra le proprie file il promettente Paul Pogba destinato presto a sovvertire le gerarchie dell'undici titolare,[117] vince a Pechino la sua quinta Supercoppa di Lega contro il Napoli, superato 4-2 ai supplementari, per un trofeo che in casa bianconera mancava dall'edizione del 2003.[118]

Andrea Pirlo, tra i maggiori artefici del ritorno ai vertici in Italia ed Europa.

La squadra manca l'approdo alla seconda finale consecutiva di Coppa Italia, uscendo in semifinale per mano della Lazio, mentre in Champions League, competizione dove la Juventus fa ritorno dopo due anni di assenza, i piemontesi si spingono fino ai quarti di finale, prima di venir estromessi dai futuri campioni del Bayern Monaco. Nonostante la battuta d'arresto in campo europeo, in campionato la squadra marcia stabilmente e con discreta tranquillità in vetta alla classifica, sicché il 5 maggio 2013 arriva il ventinovesimo titolo italiano, il secondo consecutivo, conquistato con tre turni d'anticipo.[117][119]

Stagione 2013-2014: il campionato dei record[modifica | modifica wikitesto]

L'annata si apre il 18 agosto 2013 con il secondo successo consecutivo in Supercoppa italiana, superando all'Olimpico di Roma la Lazio con un netto 4-0[120] su cui mette il sigillo Carlos Tévez, trascinatore dei torinesi per il successivo biennio.[121][122] Dopo una deludente eliminazione al primo turno di Champions League, la squadra è ripescata in Europa League[123] dove piemontesi offrono un cammino migliore fermandosi tuttavia a un passo dalla finale, battuti dai portoghesi del Benfica,[124] raggiungendo comunque una semifinale europea che in casa bianconera mancava da undici anni.

In Serie A si ripete invece il copione delle precedenti stagioni. Dopo aver rincorso la Roma nelle prime giornate del torneo, la Juventus prende la testa della classifica a fine novembre e la mantiene sino al termine: il 4 maggio 2014 i piemontesi vincono con due turni d'anticipo il terzo scudetto dell'era Conte, tagliando il traguardo del trentesimo titolo ufficiale nella loro storia (prima squadra italiana a riuscirci).[125] L'undici di Conte è artefice in questa stagione di un cammino-record,[126] battendo numerosi primati societari e nazionali: su tutti quello di punti in graduatoria, ben 102, tripla cifra mai toccata prima in Italia nonché quarto punteggio a livello europeo.[127]

Gli anni di Allegri (2014-presente)[modifica | modifica wikitesto]

Stagione 2014-2015: il terzo double[modifica | modifica wikitesto]
La squadra festeggia il trionfo nella Coppa Italia 2014-2015, la decima della storia bianconera.

La stagione 2014-2015 vede l'arrivo in panchina di Massimiliano Allegri[128] al posto del dimissionario Conte, passato alla guida dell'Italia. Il 22 dicembre a Doha, in Qatar, la squadra perde la finale di Supercoppa di Lega contro il Napoli ai tiri di rigore,[129] tuttavia la sconfitta non pregiudica il cammino dei bianconeri nelle altre competizioni che culmina, a fine stagione, nel loro terzo double nazionale, eguagliando i precedenti del 1960 e del 1995. Il 2 maggio 2015, con il successo 1-0 sul campo della Sampdoria, la formazione torinese conquista il suo trentunesimo scudetto nonché quarto consecutivo, rimarcando ulteriormente la loro egemonia sul calcio italiano nella prima metà degli anni 2010.[130]

Il 20 dello stesso mese arriva anche la decima Coppa Italia, vinta 2-1 ai tempi supplementari contro la Lazio nella finale giocata all'Olimpico di Roma; anche stavolta, i piemontesi sono i primi in Italia a raggiungere tale simbolico traguardo.[131] Non riesce invece l'affermazione europea in Champions League dove la Juventus, al termine di un cammino da outsider che la vede, dopo dodici anni, tornare in finale nella massima competizione europea per club, all'Olympiastadion di Berlino è sconfitta 1-3 dai catalani del Barcellona.[132]

Stagione 2015-2016: il treble nazionale[modifica | modifica wikitesto]

L'annata 2015-2016 propone una Juventus decisamente rinnovata nell'organico, priva di alcuni protagonisti dei successi del precedente quadriennio (Pirlo, Vidal e Tévez su tutti).[133] L'esordio stagionale avviene allo Shanghai Stadium, nella vittoria per 2-0 contro la Lazio in Supercoppa italiana;[134] nonostante ciò, l'avvio di stagione è pieno di difficoltà per i torinesi, che per i primi mesi di campionato rimangono molto lontani dalle posizioni di vertice della classifica (sintomatico lo zero in classifica dopo due giornate, fatto mai accadutole prima dall'istituzione del girone unico),[135] pagando oltremodo la ricerca del miglior equilibrio in un nuovo gruppo di calciatori[136] in cui inizia presto a farsi spazio il giovane Paulo Dybala.[137][138][139]

Gianluigi Buffon, portiere e capitano della Juventus del Secondo Quinquennio.[140]
« È lo scudetto più bello della rinascita post-Calciopoli? Ogni tifoso può avere la propria risposta: è ragionevole pensare che il primo di Conte, proprio per aver riportato la Juve là dove era prima del dramma, abbia avuto un sapore fortissimo; è altrettanto comprensibile che lo scudetto "over 100", nella sua sostanziale irripetibilità, abbia rappresentato qualcosa di speciale. Però giornalisticamente e statisticamente, questo quinto della serie è davvero il più incredibile, che ha smentito un secolo di statistiche: nessuno, nella storia era risalito dal baratro in cui era sprofondata la Juve d'inizio stagione; nessuno aveva mai infilato la stratosferica serie 24 vittorie su 25 seguita a quell'avvio infelice; nessuno, nemmeno il grande Zoff, aveva saputo chiudere la sua porta tanto a lungo quanto il Buffon di questo campionato. Se è l'ombra ad esaltare la luce, se il piacere è più intenso se figlio di sofferenza, questo scudetto figlio della crisi iniziale, dovrebbe rappresentare una gioia abbagliante. E il semplice fatto di averci creduto nel pieno delle difficoltà [...] è già stato qualcosa di eccezionale. »
(Massimo De Luca, 24 aprile 2016.[141])

A dispetto di pronostici e statistiche avverse, la Juventus è tuttavia artefice di una inaspettata rimonta[141] che la porta, il 25 aprile 2016, a riconfermarsi campione d'Italia:[142][143] dopo ottantuno anni, i bianconeri tornano a conquistare cinque scudetti consecutivi, un filotto che non si verificava dai tempi del Quinquennio d'oro; la Juventus è inoltre la prima, nella storia del calcio italiano, a mettere assieme in due periodi diversi cinque edizioni di fila del campionato.[144] Con la vittoria della seconda Coppa Italia consecutiva nonché undicesima del palmarès bianconero, arrivata battendo nella finale del 21 maggio a Roma il Milan,[145] i torinesi chiudono la stagione mettendo in bacheca il loro primo treble nazionale e, soprattutto, facendo loro per due annate consecutive l'accoppiata scudetto-coppa nazionale – quest'ultima, una prima volta assoluta nella storia del calcio italiano.[146]

Note[modifica | modifica wikitesto]

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  31. ^ La Juventus partecipò nei campionati 1911-1912 e 1912-1913 con soli dieci giocatori in organico, cfr. Maurizio Vannini, La Storia della Juventus – Stagioni. Stagione 1911-12: Una stagione buia, juventusstory.it. (archiviato dall'url originale il 4 dicembre 2014).
  32. ^ Cfr. quanto scritto da Davide Rota e Silvio Brognara nel libro, Football dal 1902 – la storia della Biellese, Biella, edizioni del giornale Il Biellese, 1996.
  33. ^ Esiste discordanza tra le fonti riguardo al numero di squadre che dovevano retrocedere nella stagione 1912-1913. Secondo alcuni fonti, come l'Almanacco di Calcio Italiano edito da Panini, la retrocessione avrebbe dovuto colpire tutte le ultime classificate dei vari gironi; altre fonti giornalistiche, come La Gazzetta dello Sport ritengono che la retrocessione riguardasse solo i tre gironi del torneo maggiore.
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  50. ^ In realtà, le gare giocate da Boniperti in Serie A vengono erroneamente conteggiate in 444: ciò è dovuto a un errore dell'inviato torinese della Gazzetta dello Sport, il quale gli assegnò una presenza il 13 maggio 1951 contro l'Udinese, quando al suo posto giocò, invece, Karl Aage Hansen.
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  55. ^ La partita del 16 aprile 1961 fu sospesa al 31', sul risultato di 0-0, a causa del sovraffollamento sugli spalti, dovuto allo sfondamento dei cancelli da parte di alcuni tifosi interisti senza biglietto, che causò l'invasione della pista d'atletica di alcuni spettatori, che si sedettero sulla stessa per guardare la partita. Nonostante essi non tentassero di entrare nel terreno di gioco, la gara fu fermata e la Corte di Giustizia Federale assegnò all'Inter la vittoria per 2-0 a tavolino. La Juventus fece successivamente ricorso e la Corte d'Appello Federale decretò la nuova disputa della gara. I bianconeri alla fine vinsero il campionato con 49 punti, quattro sopra il Milan e cinque in più dell'Inter.
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  138. ^ Andrea Sorrentino, Sfida scudetto a ritmo di tango: è Higuain contro Dybala, repubblica.it, 18 gennaio 2016.
  139. ^ Cesare Zanotto, Juve campione d'Italia, la stella è Dybala, sportmediaset.mediaset.it, 25 aprile 2016.
  140. ^ Xavier Jacobelli, Questa Juve comanderà per altri 5 anni se le altre non si svegliano, tuttosport.com, 25 aprile 2016.
  141. ^ a b Massimo De Luca, Lo scudetto più bello e "impossibile", circomassimo.corriere.it, 24 aprile 2016.
  142. ^ Timothy Ormezzano, Dall'imbattibilità alla rimonta: una stagione da record, repubblica.it, 25 aprile 2016.
  143. ^ Alberto Mauro, Juventus, uno scudetto thrilling: dalla crisi iniziale al record di vittorie, gazzetta.it, 25 aprile 2016.
  144. ^ Andrea Tundo, Juventus campione d’Italia per la quinta volta consecutiva. Solo due precedenti: sempre la Signora e il Grande Torino, ilfattoquotidiano.it, 25 aprile 2016.
  145. ^ Matteo De Santis, La Juve si prende anche la Coppa Italia, Milan battuto 1-0 ai supplementari, lastampa.it, 21 maggio 2016.
  146. ^ I numeri di un'ennesima impresa, juventus.com, 22 maggio 2016.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Libri[modifica | modifica wikitesto]

Libri di rilevanza[modifica | modifica wikitesto]

  • AA.VV., Il libro del calcio italiano, Il Corriere dello Sport, Stadio, 2000.
  • AA.VV., La storia della Juventus, 2 voll., La Casa dello Sport, 1986.
  • Gianni Brera, Storia critica del calcio italiano, Baldini & Castoldi, 1998 [1975], ISBN 88-8089-544-3.
  • Vladimiro Caminiti, Juventus, 90 anni di gloria, 4 voll., Milano, Forte, 1987.
  • Enrico Canfari, Storia del Foot-Ball Club Juventus di Torino, Torino, Tipografia Artale, 1915.
  • Lino Cascioli, Storia fotografica del calcio italiano: dalle origini al campionato del mondo 1982, Roma, Newton & Compton, 1982.
  • Enzo D’Orsi, Massimiliano Morelli, Valentino Russo, La Storia della Juventus, Roma, L’Airone, 2005, ISBN 88-7944-721-1.
  • Guido Luguori, Antonio Smargiasse, Calcio e Neocalcio: Geopolitica e prospettive del football in Italia, Roma, Manifestolibri, 2003, ISBN 88-7285-342-7.
  • Giampiero Mughini, Un sogno chiamato Juventus. Cento anni di eroi e vittorie bianconere, Milano, Mondadori, 2004, ISBN 88-04-52765-X.
  • Maner Palma, Juventus. 110 anni della nostra storia, Torino, Libri di Sport, 2007, ISBN 88-87676-93-3.
  • Mario Pennacchia, Gli Agnelli e la Juventus, Milano, Rizzoli, 1985, ISBN 88-17-85651-7.
  • Marco Sappino (a cura di), Dizionario biografico enciclopedico di un secolo del calcio italiano, vol. 2, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2000, ISBN 88-8089-862-0.
  • Antonio Sarcinella, Novecento bianconero, un secolo di storia della Juventus, Fornacette, Mariposa Editrice, 2001, ISBN 88-7359-000-4.
  • Renato Tavella, Dizionario della grande Juventus. Dalle origini ai nostri giorni, Roma, Newton & Compton, 2001, ISBN 88-8289-639-0.
  • Renato Tavella, Franco Ossola, Il Romanzo della Grande Juventus, Roma, Newton & Compton, 2003 [1997], ISBN 88-8289-900-4.

Altre letture[modifica | modifica wikitesto]

  • Roberto Beccantini, Juve, ti amo lo stesso, Mondadori, 2007, ISBN 88-04-56906-9.
  • Bruno Bernardi, Massimo Novelli, Tre re per la Signora, Graphot Editrice, 2002, ISBN 88-86906-42-0.
  • Giampiero Boniperti, La mia Juventus, Giampaolo Ormezzano Editore, 1958.
  • Giampiero Boniperti, Enrica Speroni, Una vita a testa alta. Cinquant'anni sempre e solo per la Juventus, Biblioteca Universale Rizzoli, 2003, ISBN 88-17-10685-2.
  • Marcello Lippi, Massimo Lodi, Il mio calcio, la mia Juve, ED Sterling & Kupfer, 1997, ISBN 88-200-2459-4.
  • Giampiero Mughini, Juve, il sogno che continua, Mondadori, 2008, ISBN 88-04-57594-8.
  • Corrado Olocco, [...] Quando la Juve si allenava al Coppino, Edizioni Albesi, 2010.
  • Mario Parodi, Giocavamo senza numero. La Juventus che eravamo noi (Pietro Rava: un terzino lungo in linea di un secolo), Tirrenia-Stampatori, 1999, ISBN 88-7763-449-9.
  • Mario Parodi, Andrea Parodi, In bianco e nero: una grande Juve negli anni del piombo, ED Bradipolibri, 2003, ISBN 88-88329-33-1.
  • Michel Platini, La mia vita come una partita di calcio, Biblioteca Universale Rizzoli, 1990, ISBN 88-17-53620-2.

Pubblicazioni varie[modifica | modifica wikitesto]

Risorse informative in rete[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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