Lingua romagnola

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
(Reindirizzamento da Dialetto romagnolo)
Se hai problemi nella visualizzazione dei caratteri, clicca qui.

Riconoscendo l'arbitrarietà delle definizioni, nella nomenclatura delle voci viene usato il termine lingua se riconosciute tali nelle norme ISO 639-1, 639-2 o 639-3. Per gli altri idiomi viene usato il termine dialetto.

Lingua romagnola
Parlato in Italia Italia
San Marino San Marino
Regioni Regione-Emilia-Romagna-Stemma.svg Emilia-Romagna (province di Rimini, Forlì Cesena, Ravenna, parte della provincia di Ferrara, in provincia di Bologna l'imolese)
Coat of arms of Marche.svg Marche (parte della provincia di Pesaro e Urbino)[1]
Coat of arms of Tuscany.svg Toscana, nei comuni di Firenzuola, Marradi e Palazzuolo sul Senio [2]
San Marino San Marino
Persone ~620 mila
Classifica Non nelle prime 100
Filogenesi Indoeuropee
 Italiche
  Romanze
   Italo-occidentali
    Occidentali
     Galloromanze
      Galloitaliche
       Romagnolo
Statuto ufficiale
Regolato da nessuna regolazione ufficiale
Codici di classificazione
ISO 639-2 roa
ISO 639-3 rgn  (EN)
Estratto in lingua
Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, art. 1
Tot j essèri umèn i nàs lébri e cumpagn in dignità e dirét. Lou i è dutid ad rasoun e ad cuscinza e i à da operè, ognun ti cunfrunt at ch'j ilt, sa sentimint ad fratelènza.
In questa cartina dell'area cispadana, la zona di diffusione del romagnolo è la parte settentrionale di quella colorata in rosa scuro, con la dicitura "IVf - Romagnolo".
Forlimpopoli, lapide scritta in romagnolo.

La lingua romagnola è parlata in Romagna, nella Repubblica di San Marino[3], in parte della Provincia di Pesaro e Urbino[1] e nei comuni toscani (in modo promiscuo con il toscano) della Romagna toscana.

Appartiene agli idiomi del gruppo Gallo-italico ed è quindi affine alle lingue di gran parte dell'Italia settentrionale e, nel centro Italia, ai dialetti gallico-marchigiani parlati nella provincia marchigiana di Pesaro e Urbino e in parte di quella di Ancona (nel circondario di Senigallia e in quello del Cònero)[4], diminuendo però le somiglianze sempre di più con l'allontanarsi dai confini romagnoli.

È caratterizzato da un forte rilievo delle consonanti nelle parole e da una notevole moltiplicazione dei fonemi vocalici (rispetto all'italiano, che ne ha solo sette). Esistono comunque varie forme locali della lingua stessa. Ad esempio, il romagnolo di Ravenna è abbastanza differente da quello di Cesena ma anche da quello di Rimini. Il dialetto romagnolo tipico è comunque quello di Forlì, città definita da Dante "meditellium" nel suo De Vulgari Eloquentia, a riconoscimento della centralità sia geografica che linguistica di Forlì in Romagna: nelle altre parlate, a mano a mano che ci si allontana, si vanno via via perdendo alcune delle caratteristiche.

Nella Romagna toscana si notano interessanti influenze toscane, dovute a motivi sia geografici sia storici.

Indice

Geografia del Romagnolo [modifica]

Confine occidentale

Ad ovest della Romagna si parla il dialetto bolognese, appartenente alla lingua emiliana. Il confine con l'area bolognese è il torrente Sillaro, che scorre in Provincia di Bologna: ad ovest (Castel San Pietro Terme) si parla bolognese, ad est (Dozza) romagnolo.
Nella regione Emilia-Romagna, la lingua emiliana è parlata in tutto il territorio ad ovest del torrente Sillaro, fino a Piacenza.

Confine settentrionale

Il fiume Reno rappresenta il confine tra romagnolo e dialetto ferrarese.
Il romagnolo è parlato anche in alcuni paesi oltre il Reno, quali:

Confine meridionale

A sud, il romagnolo è parlato sino a tutta la provincia di Rimini, che comprende dal settembre 2009 l'intera Val Marecchia, inclusa l'Alta Valmarecchia, ex pesarese e marchigiana fino al 15 agosto 2009. Fuori dall'Emilia-Romagna, il romagnolo, anche se ormai non più tipico, è parlato a San Marino ("sammarinese").

Il romagnolo ha notevoli affinità con i dialetti gallo-italici delle Marche settentrionali [5] parlati nella media ed alta Valconca (appartenente alla regione storica del Montefeltro); affinità linguistiche sono più marcate con il dialetto pesarese-urbinate che nel resto della provincia di Pesaro e Urbino. Il dialetto di questa provincia ha in comune con il romagnolo vero e proprio la matrice gallica e bizantina, ma con una minore influenza di quest'ultima a favore invece della cosiddetta "cadenza celtica" derivante dalla popolazione dei Galli Senoni che qui furono a lungo stanziati.

Andando verso sud, i dialetti gallici marchigiani (quelli del circondario di Senigallia e del Cònero) sono sempre più lontani dal romagnolo e acquisiscono caratteristiche via via sempre più simili ai dialetti italiani mediani.

La Romagna toscana è un'area storicamente molto vasta che comprende territori sia al di qua che al di là del crinale appenninico. Dal punto di vista amministrativo, è oggi composta di soli tre comuni, siccome i rimanenti territori che la costituivano sono confluiti nella Provincia di Forlì:

  • Marradi (Valle del Lamone), dove si parla romagnolo (con inflessioni e vocaboli appartenenti al toscano);
  • Palazzuolo (Valle del Senio), dove si parla romagnolo (con inflessioni e vocaboli appartenenti al toscano);
  • Firenzuola (Valle del Santerno), dove si parla prevalentemente toscano. L'ultimo paese del comune di Firenzuola dove si parla il dialetto romagnolo, nella varietà chiamata localmente "balzerotto", è la frazione di San Pellegrino.

Origini [modifica]

La lingua romagnola ha antiche origini neolatine; ad essa va geneticamente riconosciuta pari dignità con l'italiano. Il toscano e il romagnolo sono lingue contemporanee [6].

Nell'Alto Medioevo, l'evoluzione spontanea dei volgari regionali, dal latino, è proceduta attraverso rigorose regole fonetiche e morfologiche. Uno dei tratti che accomuna i volgari italiani è, per esempio, la scomparsa della flessione (declinazione) dei sostantivi. Il romagnolo non fa eccezione.

Ciò che distingue il romagnolo rispetto alle altre lingue dell'Italia settentrionale è un insieme di fattori storici, geografici e culturali:

  • il retaggio greco-bizantino dei secoli VI, VII e VIII,
  • la diversa esposizione agli influssi germanici (prima e dopo le invasioni barbariche),
  • le diverse caratteristiche del latino parlato al di qua e al di là dell'Appennino,
  • l'esistenza di un substrato celtico (secondo l'Ascoli), presente in tutte le parlate a nord degli Appennini (tranne il veneto).

Ecco come Friedrich Schürr, un linguista austriaco che a lungo ha studiato il romagnolo, spiega quanto fu decisivo il periodo bizantino: la lingua romagnola acquisì i suoi caratteri distintivi fra il VI e l'VIII secolo, quando ciò che restava dell'Esarcato d'Italia si trovò isolato politicamente e culturalmente dal resto della Valpadana. Esso assunse la sua specificità rispetto ai volgari delle zone confinanti, che finirono invece sotto il dominio longobardo.

Per quanto riguarda gli influssi delle parlate germaniche, lo studioso Guido Laghi ha individuato due parole derivanti dalla lingua degli Ostrogoti che sono entrate nel romagnolo. Le radici di "bere smodatamente" e "russare", da cui trinchêr e runfêr sono infatti un lascito del popolo di Teodorico (la cui tomba si trova a Ravenna).

Sembra che sia venuto dal Nord, portatori i Longobardi o i Franchi (secc. VIII-IX), anche l'accento di intensità, cioè l'abitudine a caricare la vocale tonica al punto da sottrarre "aria" alle vocali precedenti e/o successive. In Romagna questo fenomeno ebbe conseguenze ben più profonde che presso i popoli confinanti. Nel romagnolo le atone cadono totalmente, con l'eccezione della 'a', che si conserva di norma in ogni posizione.

In questo modo, le parole che in latino sono trisillabe o quadrisillabe sono ridotte a monosillabi:

  • Il latino GENUCULU- diventa in romagnolo ZNÒC (ginocchio)
  • Il latino TEPIDU- diventa in romagnolo TEVVD (tiepido)
  • Il latino OCULU- diventa in romagnolo ÒC (occhio)
  • Il latino FRIGIDU- diventa in romagnolo FRÉDD (freddo)

Il fenomeno non ha eguali nelle lingue delle regioni confinanti, per cui si può dire che la “distruzione delle atone” è una caratteristica distintiva del romagnolo.

Altra caratteristica è la flessione interna, con vari gradi di apofonia, per la determinazione del genere e del numero nei nomi, della persona e del tempo nei verbi. Inoltre, certamente nel forlivese, le "e" e le "o" non venivano ripetute in una stessa parola, nemmeno nei cognomi: ad esempio, si può prendere il celebre cardinale Giuseppe Bofondi: a Forlì il suo nome di famiglia suonava invece Bafondi; e talvolta si trova anche scritto così. Tra il popolo, infatti, sono circolate abbastanza a lungo espressioni come: A-n so miga Bafondi! oppure U-s créd dësar Bafondi![7].

L'area di Forlì è considerata generalmente il centro linguistico della Romagna. Anche Dante Alighieri, nel De vulgari eloquentia vede nella città di Forlì il "meditullium" della Romagna.

La letteratura [modifica]

Dal Cinquecento al Settecento [modifica]

La prima attestazione di un'opera letteraria è il "sonetto romagnolo" di Bernardino Catti, di Ravenna, stampato nel 1502. È scritto in un italiano frammisto di romagnolo.
Appartiene invece alla metà del Cinquecento la Commedia Nuova... molto diletevole e ridiculosa di Piero Francesco da Faenza, pubblicata a Firenze. È un testo teatrale, ad imitazione dell'Orfeo di Poliziano. Il protagonista è il tipico villano, il cui comportamento rozzo contrasta con la raffinatezza degli altri protagonisti, nobili e acculturati. Allo stesso modo, la sua parlata, un dialetto faentino infarcito di volgarità, contrasta col linguaggio aulico degli altri personaggi [8].
Alla fine del XVI secolo appare il primo poema scritto in romagnolo: E Pvlon matt. Cantlena aroica (Il Paolone matto); un poema, almeno all'inizio, eroi-comico sulla falsariga dell’Orlando Furioso, scritto da un anonimo autore nel dialetto di San Vittore di Cesena e attribuito al Fantaguzzi. Dei XII canti, in ottave toscane, che formavano il poema sono sopravvissuti solo i primi tre e buona parte del IV, per un totale di 231 ottave (1848 versi) [9].

Del 1626 è La finta schiauetta di Francesco Moderati, riminese. Il protagonista si chiama ancora "Paulone" e si esprime in riminese, benché la commedia sia ambientata a Roma. Nella seconda metà del XVII secolo appare la Batistonata, o frottola, composta (non molto dopo il 1636) dal ravennate Lodovico Gabbusio in tempo di carnevale.
Risalgono al 1710 tre sonetti scritti dal parroco di San Nicandro (presso Ravenna), Giandomenico Michilesi. In pieno Settecento troviamo le poesie del conte ravennate Ippolito Gamba Ghiselli (1724-1788) e i sonetti dell'abate ed agronomo riminese Giovanni Antonio Battarra (1714-1789).

Il primo poeta in lingua romagnola a godere di una certa notorietà fu don Pietro Santoni (Fusignano, 1736-1823), autore di canzoni composte alla fine del XVIII secolo, che ai suoi tempi circolavano manoscritte. Don Santoni fu, dal 1764 al 1766, maestro di Vincenzo Monti. I due rimasero amici anche quando Monti assurse alla notorietà. Esiste anche un sonetto in romagnolo del Monti [10]. Autore di quattro sonetti in dialetto ravennate è infine Jacopo Landoni (1772-1855), che si firmava «Pirett Tignazza, canonich d'la Piaza».

L'Ottocento e il Novecento [modifica]

La prima edizione del Vocabolario Romagnolo-Italiano di Antonio Morri (1840).

Nel 1840 il faentino Antonio Morri pubblicava per i tipi di Pietro Conti all'Apollo il primo vocabolario Romagnolo-Italiano.

Prima metà del Novecento

Si ricordano,

  • nell'area ravennate: Olindo Guerrini (i suoi Sonetti romagnoli furono pubblicati postumi dal figlio) e Francesco Talanti (1870-1946), entrambi di Sant'Alberto; il lughese Lino Guerra (1891-1930) e il barbianese Nettore Neri;
  • nell'area forlivese e cesenate: Aldo Spallicci, bertinorese, (autore di poesie e di molti testi di cante romagnole).
Seconda metà del Novecento

Il secondo Novecento vide la fioritura di numerosi poeti in lingua romagnola. Tra i molti autori di quel felice periodo, spiccarono i poeti di Santarcangelo e di Ravenna. L'area santarcangiolese produsse poeti di primissimo piano:

Accanto a Baldini e Guerra, è necessario ricordare anche Nino Pedretti (1927-1981), Giuliana Rocchi (1922-1996), Cino Pedrelli (1913-2012) e il neodialettale Gianni Fucci.

Nel secondo Novecento l'esponente di maggior rilievo dell'area ravennate è stato Tolmino Baldassari (1927-2010).

Versioni di opere celebri [modifica]

  • Antonio Morri, E' Vangeli sgond S. Matì (prima edizione 1865);
  • Francesco Talanti, di Sant'Alberto di Ravenna, ha tradotto diversi canti della Divina commedia: Saggi di traduzione della Divina Commedia in dialetto romagnolo (1933);
  • Nevio Spadoni ha tradotto in dialetto il Pentateuco (i primi cinque libri della Bibbia, dalla Genesi al Deuteronomio): Fiat Lux! E' fat dla creazion (2011).

Premi [modifica]

Il più importante premio di poesia in lingua romagnola è «La Pignataza» (la pentolaccia). Fu istituito nel 1967 dal bertinorese Aldo Spallicci insieme ad alcuni amici di Castel Bolognese. Il premio ha cadenza triennale.

Il teatro [modifica]

Il teatro in lingua romagnola fiorisce all'inizio del Novecento, ma le sue origini sono ben più antiche. Abbiamo già accennato alle cinquecentesche Commedia Nuova... molto diletevole e ridiculosa, di Piero Francesco da Faenza, ed E Pvlon matt. Cantlena aroica di anonimo di San Vittore di Cesena.
Nel periodo del carnevale, durante i trebbi (veglie) nelle case coloniche (cioè quando, durante l'inverno, una o più famiglie passavano le serate tutti insieme nell'unica stanza riscaldata), venivano spesso proposte anche scenette irriverenti che suscitavano riso e ilarità. Da qui nacque una tradizione che, dalla lingua orale, è passata alla parola scritta. Alla metà dell'Ottocento risalgono le scenette comiche redatte dal verucchiese Carlo Celli e la breve opera del riminese Ubaldo Valaperta La Franzchina dall'aj (1868), che descrive un quadro di vita popolare. Ai primi del Novecento il faentino Giuseppe Cantagalli ideò il personaggio di "Lovigi Gianfuzi", il "letterato" che, con un linguaggio farcito di improbabili termini forbiti, frammisti a esilaranti dialettismi, commenta i fatti della vita sociale.
Il primo autore importante del teatro in romagnolo fu Eugenio Guberti (1871-1944). Trasse ispirazione dalla vita quotidiana della sua città, Ravenna, per scrivere esilaranti commedie. Tra le più conosciute vi sono: E zenar (Il genero), I bragòn (I pantaloni), Casa Miccheri, E' Bullo. Il capolavoro di Guberti fu Al tatar (Le pettegole), scritta nel 1920 e portata in scena il 13 marzo 1921 dalla compagna della «Società Artistica Drammatica Musicale Ravennate» del teatro Rasi. La commedia, che rispecchiava la vita ravennate dell'epoca, riscosse subito un grande successo.

Proprio a seguito di questo successo, nel 1924 si consolidò la «Compagnia dialettale ravennate», che ebbe tra i fondatori Arturo Cellini, scrittore di poesie. Un altro dei fondatori della compagnia, Bruno Gondoni (1905-1976), fu autore di una ventina di opere, tutte rappresentate nei teatri della Romagna. A differenza degli altri autori, scrisse opere drammatiche, in cui portava in scena i drammi umani e sociali del tempo [11].
Nel 1929 ottenne grande successo la comicissima Maridèv, burdèl, maridèv! del ravennate Guido Umberto Maioli. Un altro rappresentante della commedia farsesca e ridanciana fu il ravennate Eligio Cottignoli. Le sue più fortunate pièce, Cla bèla famiulèna e Se ognon e' badess a ca' su, ottennero più volte il tutto esaurito.

Nello stesso periodo iniziarono a scrivere commedie due grandi personaggi, nonché amici nella vita, entrambi originari di San Zaccaria, frazione di Ravenna: Icilio Missiroli e Bruno Marescalchi. Quest'ultimo sarebbe diventato il maggiore rappresentante del teatro romagnolo del suo tempo. Nato nel 1905, farmacista, Marescalchi fu autore di celebri commedie, come La Burdëla incajeda, La mân d'ê mél, Gigiò e va int i fré e La ca' 'd Sidori. I personaggi che scaturirono dalla sua penna, come Arbalòn, Balzanè e Ovdur, rappresentano i caratteri tipici in cui si riconoscono ancora oggi i romagnoli. Furono 22 le commedie firmate da Marescalchi. Nelle antiche filodrammatiche, tutti i personaggi erano interpretati da attori uomini [12]

Dopo anni di alterna fortuna, la creatività di questi autori subì un arresto durante il regime fascista. Per motivi di antiregionalismo le lingue locali vennero abolite e, di conseguenza, anche le recite che portavano in scena la vita e le usanze della gente di un tempo non furono più gradite.

Dopo la caduta del fascismo, tutti gli autori ripresero la loro produzione. Uno dei primi fu Guido Umberto Maioli (si firmò con lo pseudonimo Euclide 'd Bargamen) con A i temp 'd Landon (Ai tempi di Landoni) dove drammatizza la morte di Anita Garibaldi, poi il già citato Bruno Gondoni che con La broja (L'erba palustre) mise in scena il dramma dei braccianti romagnoli nella bonifica dell'Agro Romano (1884 e segg.). Poco alla volta, rifiorirono anche le compagnie teatrali.

Oggi il teatro dialettale è tornato a divertire i romagnoli di tutte le generazioni. Le compagnie romagnole più rinomate e celebri sono:

  • la Filodrammatica Berton di Faenza, fondata nel 1883 dai Salesiani; oggi è diretta da Giuliano Bettoli;
  • la "Rumagnola C.D.T." di Bagnacavallo, fondata nel 1946 e diretta da Arturo Parmiani;
  • il "Gruppo d'Arte Drammatica (GAD) ENAL" di Lugo", fondato nel 1947;
  • la "Cumpagnì dla Zercia" di Forlì;
  • "La Compagine" di San Lorenzo di Lugo (nata nel 1973, vincitrice nel 2010 di un premio nazionale FITA [13] per la commedia con musiche La not che Garibaldi e' vulè ins la lòna di Paolo Parmiani).

Nel 2010 un altro premio FITA, quello per la miglior attrice caratterista, è andato all'attrice in lingua romagnola Elisa Collina.

Le cante romagnole [modifica]

Nel 1894 uscì a Forlì il Saggio di canti popolari romagnoli, a cura di Benedetto Pergoli. Scopo dell'opera era raccogliere testi e musiche di cante e stornelli che, fino ad allora erano state tramandate solamente per via orale.
Ispirati dal Pergoli, agli inizi del XX secolo quattro giovani forlivesi, poco più che ventenni, formarono un sodalizio allo scopo di preservare e diffondere il patrimonio musicale popolare romagnolo. Erano: Aldo Spallicci (1886-1973), medico e poeta, Antonio Beltramelli, scrittore, e i musicisti Cesare Martuzzi (1885-1960) e Francesco Balilla Pratella. Il gruppo cercò anche di arricchire l'antico repertorio attraverso la creazione di nuove canzoni d'autore. Ne scaturì un'abbondante messe di "cante in coro", che furono pubblicate dapprima su Il Plaustro (1911-14), poi su La piê (dal 1920), la rivista ufficiale del sodalizio, fondata e diretta da Spallicci.
Nel 1909 apparve l'opera La 'Sina d'Vargõn (Rosellina dei Vergoni), prima composizione di Francesco Balilla Pratella. Il musicista lughese, nello scrivere la sua prima opera per il teatro, attinse pienamente alla tradizione popolare romagnola. Ricostruì sulla scena le usanze, i personaggi e le voci della Romagna tradizionale. L'autore scrisse personalmente il libretto in romagnolo.

I Canterini romagnoli di Massa Lombarda (foto del 1930). Al centro, Ettore Ricci.

Nel 1910 Cesare Martuzzi costituì a Forlì un complesso di coristi (inizialmente solo uomini) denominato «Canterini romagnoli». Da allora il termine è entrato nell'uso. Oggi in Romagna si chiamano "canterini romagnoli" tutte le formazioni che eseguono il repertorio della musica popolare tradizionale. Mario Lazzari fu tra i maggiori interpreti del genere nella prima metà del secolo. Una delle cante più note in assoluto del duo Martuzzi-Spallicci (il primo autore delle musiche, il secondo autore dei testi) è A Gramadora:

« Bèla burdèla fresca e campagnola
da i cavell e da j occ coma e' carbon
da la bocca piò rossa d'na zarsòla
te t'sì la mi passion. »
(A Gramadòra)

Nel primo dopoguerra, sulla scia della felice intuizione di Martuzzi e Spallicci, nacquero corali polifoniche in tutta la Romagna. Balilla Pratella fondò una sua società di canto popolare a Lugo, che chiamò «Camerate di canterini» (1922). Turibio Baruzzi di Fontanelice (1893-1944) fondò e diresse la Camerata di Imola (1927), Antonio Ricci (1896-1976) quella di Massa Lombarda (1929) e Domenico Babini (1901-1971) fondò nel 1935 la Camerata di Russi. Del primo furono celebri La sfujareja e La cânta d'la pulénta, su versi di Luigi Orsini; del secondo La cânta d'Ross, La sîra in campâgna e, soprattutto, E' mêl d'amor (Il mal d'amore). La Camerata più numerosa rimane invece quella fondata nel 1929 da Bruto Carioli (1902-1983), farmacista di San Pietro in Vincoli (frazione di Ravenna).

Francesco Balilla Pratella, nonostante fosse diventato uno dei maggiori esponenti della musica futurista, musicò molte composizioni in versi di Aldo Spallicci. Tra esse diventarono famose: A la carira (Lungo la strada di campagna), La fasulera[14], Al fugarén (Il fuoco del camino), Burdëli ch'va a la festa (Ragazze che vanno alla festa), ed altre.
Balilla Pratella approfondì negli anni successivi i suoi studi, fino a dare alle stampe, nel 1938, un'opera organica: Etnofonia di Romagna. Secondo l'autore, la storia del canto popolare romagnolo può essere suddivisa in tre fasi:

  1. Cante della vecchia Romagna: testi e musica in romagnolo (dalla nascita del verso sillabico rimato fino al XVII secolo). Sono le cante di derivazione arcaica, gregoriana o laudi francescane del XIII e XIV secolo che si sono tramandate oralmente;
  2. Cante popolari romagnole: l'italiano soppianta il romagnolo nei testi, mentre la musica rimane inalterata (dal XVII alla prima metà del XIX secolo). Appartengono a questo genere orazioni, filastrocche, ninne nanne e canti di argomento storico o legati a solennità religiose;
  3. Cante della nuova Romagna: coprono il periodo che va dalla fine del XIX secolo ad oggi. Si tratta di canzoni e cante che si collocano tra la musica colta (appaiono le firme di maestri come Balilla Pratella, Martuzzi e altri) e il folclore (i versi, in romagnolo, sono opera di poeti, tra cui lo stesso Aldo Spallicci) [15].

Si deve a Secondo Casadei l'invenzione della canzone romagnola ballabile: una su tutte, la popolare "Un bès in biciclèta", scritta nel 1935.

Fonetica [modifica]

La varietà dei suoni vocali del romagnolo è di fondamentale importanza poiché le variazioni di accento costituiscono anche variazioni nel significato.

  • a - suono aperto
  • à - suono più aperto (es. sarà, càpar, farà = sarà, cappero, farà)
  • â - seguito da n, m, gn: suono nasale, particolarmente chiuso (es. câna, mâma, Rumâgna = canna, mamma, Romagna)
  • e - suono chiuso normale
  • ë - suono molto aperto (in certe zone tendente in a evanescente, es. bël = bello)
  • è - suono aperto
  • ê - suono chiuso allargato in a evanescente (es. magnê = mangiare)
  • é - suono chiuso e prolungato (es. péra, méla = pera, mela)
  • é - seguito da n, un suono chiuso nasale con la n muta (es. cadéna = catena)
  • i - vocale debole dal suono chiuso
  • ì - stesso suono ma l'accento indica la sillaba tonica
  • ì - seguito da n, un suono chiuso nasale con la n muta
  • o - suono chiuso normale
  • ò - suono aperto (es. bòta = botta)
  • ö - suono semiaperto con terminazione evanescente (es. öv, röda = uovo, ruota)
  • ô - suono chiuso terminante in u evanescente (es. fôrca, côlpa, atôrna = forca, colpa, attorno)
  • ô - seguito da n suono molto chiuso quasi nasale con la n pronunciata (es. casôn, sandrôn = casone, sandrone)
  • u - vocale normale breve (debole)
  • ù - come sopra l'accento indica la sillaba tonica
  • c - suono duro
  • c + a,o,u - suono duro come in italiano
  • c + e, i - suono dolce come in italiano
  • cc - suono dolce di fine parole
  • ch + e, i - suono duro come in italiano
  • g - suono duro
  • g + a,o,u - suono duro come in italiano
  • g + e, i - suono dolce come in italiano
  • gg - suono dolce di fine parola
  • gh + e, i - suono duro come in italiano
  • gl + i - suono dolce come in italiano
  • g-li - suono duro come glicine
  • gn - come in italiano
  • h - è muta e serve unicamente per rafforzare la c e la g come in italiano
  • m - come in italiano, eccetto che nelle terminazioni nasali è quasi sempre semimuta e si indica sottolineata
  • n - come in italiano, eccetto che è muta nelle terminazioni nasali
  • r - come in italiano, eccetto che è muta nei verbi all'infinito salvo che la parola non sia seguita da vocale
  • s - aspra come sonno o selva
  • ş - dolce come in rosa
  • sc - si pronuncia come in italiano, dura con a,o,u e dolce con e,i
  • s-c - s dura seguita da c dolce a prescindere dalla vocale seguente
  • z - aspra come in zavorra
  • ź - dolce come in zucchero

Per quanto non menzionato valgono comunque le regole dell'italiano scritto, compresa la q anche se talvolta si può trovare scritta come cv.

La vocale a [modifica]

La a tonica latina rimane invariata nel dialetto toscano e quindi nella lingua nazionale:
FACTU 'fatto' - PATRE 'padre' - LACU 'lago' ecc.
In romagnolo le cose sono un po' più complesse e la a tonica evolve in maniera diversa a seconda che si trovi in sillaba aperta o in sillaba chiusa.
Consideriamo questi tre esiti da parole latine con a tonica:

Latino Romagnolo Italiano
1) CARRU car carro
2) CARU chêr caro
3) CAMPU câmp campo

Come si può notare, la stessa a tonica in latino è evoluta in tre modi diversi in romagnolo.

La differenza tra i casi 1) e 2) la fanno le consonanti che seguono l'unica A. Ci sono due R in 1) ed una sola R in 2). Nel caso 1) la A si trova in sillaba chiusa; nel caso 2) si trova in sillaba aperta. La regola è che:

  • in sillaba chiusa la a tonica latina rimane invariata,
  • in sillaba aperta la a tonica latina passa invece ad ê, cioè ad una e chiusa allargata.

Il caso 3) è un esempio di nasalizzazione (non presente in toscano, quindi neanche in italiano). La regola è che:

  • una vocale tonica, quando è seguita da una consonante nasale (m, n o gn), assume una pronuncia nasalizzata.

La vocale 'e' breve [modifica]

La 'e' breve del latino classico, e con essa il dittongo 'ae', evolve in toscano (e quindi nella lingua nazionale) in due modi: in sillaba libera si dittonga in 'ie', mentre in sillaba chiusa rimane inalterata. Esempi: PEDE 'piede'; BELLU 'bello'.
In romagnolo non sempre è così. La 'e' breve di norma passa ad é (e chiusa) o ad i.

Sillaba aperta

Latino Italiano Romagnolo
1) PEDE piede , pi (Forlì)
2) DECE dieci dis

Sillaba chiusa

Latino Italiano Romagnolo
3) MEL miele mél
4) CAELU cielo zîl

Questi esempi ribadiscono l'importanza nel romagnolo dell'accento tonico, che fa cadere le altre vocali. In tutti e quattro i casi, infatti, seconda sillaba viene troncata.
Quando non cade? Davanti a nasale la 'e' breve si conserva assumendo una pronuncia nasalizzata.
Es.: GENTE - zent; VENTU vent; VENIO a vegn.

La vocale 'e' lunga [modifica]

La 'e' del latino classico, e con essa il dittongo 'oe', confluiscono in toscano nella e chiusa (é). Tale suono è di norma conservato nella lingua nazionale.
Esempi: RETE 'rete'; PILU 'pelo'.
In romagnolo, di norma la 'e' lunga si conserva come tale se è in sillaba aperta.
Quando invece la 'e' o la 'i' seguono una consonante palatale, frequentemente la é si chiude in 'i'.

Latino Romagnolo Italiano
1) CERA zera (cera)
2) CICER zis (cece)
3) PLICA pjiga (piega)

In sillaba chiusa la é si apre in è.

Latino Romagnolo Italiano
1) TEGULA tègia (teglia di terracotta)
2) BESTIA bèssa (biscia)
3) SICCU sèch (secco)

La vocale 'i' [modifica]

La i tonica del latino rimane di norma invariata nel toscano.
Anche nel romagnolo, la 'i' si conserva, se è in sillaba aperta.
In sillaba chiusa invece l'esito della 'i' è una 'e' aperta:

Latino Romagnolo Italiano
1) GRILLU grèll (grillo)
2) MILLE mèll (mille)
3) FRICTU frètt (fritto)

Davanti a nasale, la 'i' passa ad 'e' nasale.
Esempi: VINU ven; PRIMU premm, ecc.

La semivocale j [modifica]

La lettera J è un'eredità dell'alfabeto greco, analogamente alla lingua italiana, la quale tuttavia l'ha col tempo abbandonata e sostituita con la i semplice. In romagnolo il diagramma "gl+i" ha almeno nove possibilità di impiego:

  • come semiconsonante davanti a una vocale in principio di parola: Jómla (Imola), Jusëf (Giuseppe);
  • fra due vocali all'interno di una parola: fôja (foglia) paja (paglia), come fino a non molto tempo fa in italiano;
  • come i di fine parole dopo una vocale es. moj (moglie)
  • come articolo determinativo maschile plurale, davanti a vocale: j'óman (gli uomini), j'ingién (gli indiani
  • come pronome personale maschile alla terza persona plurale es. j'arcörda i témp pasé (ricordano i tempi passati)
  • come avverbio ci vi o ve: Aj duvró turnê un'etra völta (ci dovrò tornare un'altra volta)
  • come pronome dimostrativo ci o vi es. T'j pu stê sicùr (Ci puoi stare sicuro)
  • come enclisi del verbo pronominale all'imperativo -jal o -jan es. Dàjal e Fàjan (Daglielo, Fagliene)
  • come forma pronominale sintetica es. A j'e' faró savé (Glielo farò sapere)

Ovviamente questa casistica è ben lungi dall'essere completa, una maggiore comprensione infatti si può ottenere solamente arricchendo il proprio vocabolario e iniziando ad analizzare il discorso. A tal riguardo si rimanda alla consultazione del "Vocabolario Romagnolo" di Adelmo Masotti (ed. Zanichelli).

La vocale 'o' breve [modifica]

La 'o' breve latina passa di regola in italiano alla forma dittongata uo.
Esempi: NOVU 'nuovo'; FOCU 'fuoco'; SCHOLA 'scuola'.
Il toscano si comporta in questo caso in maniera diversa dalla lingua nazionale, conservando la 'o' originale: nòvo, fòco, scòla.

In romagnolo la 'o' in sillaba libera passa alla vocale dittongata ô, cioè una o chiusa che si allarga in una a indistinta.
Esempi: NOVU nôv; COR côr, HORTU ôrt.

Fanno eccezione i vocaboli terminanti in -OCU. In essi, infatti, la ô passa ad u.
Esempi: FOCU fugh, JOCU zugh; COCU cugh.

Le vocali 'o' lunga e 'u' breve [modifica]

Queste due vocali del latino classico confluiscono nella ó (o chiusa) del toscano. Tale suono è conservato sia in sillaba aperta sia in sillaba chiusa.
Esempi: CODA coda; VOCE voce; CRUCE croce; BUCCA bocca.

In sillaba aperta nel romagnolo, la o chiusa del latino si conserva come tale.
Esempi: VOCE vos; SOLE sol; CRUCE cros.

In sillaba chiusa la ó si apre in ò.
Esempi: CRUSTA gròsta; LUCTA lòta; BUCCA bòca.

Davanti a nasale, o e u breve passano ad o o si nasalizzano.
Esempi: PLUMBU piomb; UMBRA ombra.

La vocale 'u' lunga [modifica]

La u lunga, nei dialetti toscani e nella lingua nazionale rimane inalterata in ogni posizione.
Esempi: UVA uva; LUMEN lume; IUNCU giunco.

Nel romagnolo la u lunga si conserva in sillaba libera.
Esempi: MULU mul; CRUDU crud; LUCE lus.

In sillaba chiusa la u passa ad o.
Esempi: FRUCTU frott; EXSUCTU sott (asciutto); USTIU oss (uscio); PULICE polsa.

Anche davanti a consonante nasale la u si apre in o:
LUNA lona; FUMU fom; UNU on.

In sillaba finale la u si abbrevia e passa ad ó:
ILLU ó; PLUS pió.

Grammatica [modifica]

I primi studi linguistici sulla lingua romagnola sono apparsi alla fine dell'Ottocento. Il primo studio in assoluto fu opera del filologo italiano della Dalmazia Adolfo Mussafia, docente all'Università di Vienna: Darstellung der romagnolischen Mundart[16], apparso nel 1871. Collega di Mussafia a Vienna fu un altro importante studioso delle lingue romanze, lo svizzero Wilhelm Meyer-Lübke, docente di filologia romanza. Meyer-Lübke assegnò la prima tesi di laurea sul romagnolo ad un suo allievo, l'austriaco Friedrich Schürr (1888-1980).[17] Tra il 1917 e il 1919 Schürr pubblicò tre fondamentali studi storico-linguistici che aprirono la strada alla ricerca storica sulla lingua romagnola. Il suo libro più importante in lingua italiana è La Voce della Romagna (1974), che ancora oggi è ritenuto un'opera irrinunciabile per chi voglia studiare il romagnolo.
Le altre opere principali sono:

  • Grammatica del dialetto romagnolo di Ferdinando Pelliciardi (1977);
  • Vocabolario comparato dei dialetti romagnoli, a cura di Giuseppe Bellosi e Gianni Quondammatteo (1977);
  • Grammatica romagnola di Adelmo Masotti (1999).

Alfabeto [modifica]

L'alfabeto romagnolo si compone delle 21 lettere della lingua italiana con l'aggiunta della J. Nel romagnolo la j assume un ruolo fondamentale come i di iato. La pronuncia è scritta tra parentesi.

A (a) B (bi) C (ci) D (di) E (e) F (ëffe) G (gi) H (àcca) I (i) J (i lônga) L (ëlle) M (èmme)
N (ènne) O (o) P (pi) Q (qu o cu) R (ërre) S (ësse) T (ti) U (u) V (vi o vu) Z (zeta).

Articolo determinativo [modifica]

Maschile Femminile Antevocalico
Singolare e' la l'
Plurale i al (m) j (f) àgli

Non c'è nessuna differenza tra la 'z' e la 's' impura rispetto alle altre consonanti. Quindi “lo zio” si dice è zej.

I sostantivi [modifica]

Singolare: quelli maschili terminano per consonante; quelli femminili terminano di solito in 'a'.
Plurale maschile: normalmente le parole al singolare maschile non hanno plurale. Il plurale si distingue dal singolare solo nelle parole dove la vocale accentata può essere chiusa. Questo accade con tre vocali su cinque: la 'a', la 'e' e la 'o' accentate.

  • Casi con la 'a' accentata
(in italiano) Singolare Plurale
cane can chèn
gatto gatt ghett
carro car chêr
anno ann ènn
compagno cumpagn cumpegn
  • Casi con la 'e' accentata
(in italiano) Singolare Plurale
pezzo pèzz (aperta) pézz (chiusa)
prato prê prë
mese mes mis

Ma la 'é' chiusa rimane 'é' anche al plurale: (capelli) cavéll cavéll.

  • Casi con la 'o' accentata
(in italiano) Singolare Plurale
occhio òcc (aperta) ócc (chiusa)
nipote anvod anvud
orto ort urt
monte mont munt

Caso particolare: i nomi plurali collettivi (ossa, uova, ecc.). 'Osso'-'Ossa' si scrivono allo stesso modo sia al singolare che al plurale: 'oss'. E così 'uovo'-'uova'. Per distinguerli, si cambia l'accento dell'unica vocale:
un óss (chiuso); do òss (aperto);
un ov (ö); do ov (ô).

Come detto sopra, le 'i' e le 'u' sono invariabili:

  • (prete preti) prit prit
  • (frutto frutti) frut frut

Plurale femminile: normalmente cade la 'a' finale:

(in italiano) Singolare Plurale
ape êva êvi
ala éla él
parte pèrt (aperta) pêrt (chiusa)
formica furmiga furmighi

Caso particolare: se la perdita della 'a' lascia un gruppo di consonanti che rende ostica la pronuncia, viene inserita nella parola una vocale compensatoria:
(arma armi) èrma erum
(serva serve) serva seruv.

Nei casi in cui la caduta della vocale finale potrebbe causare ambiguità tra maschile e femminile, nel plurale femminile la 'a' cambia in 'i': (amica amiche) amiga amighi
(giovane giovani) zovna zovni

Gli aggettivi [modifica]

MASCHILI
Seguono le stesse regole dei sostantivi, cioè di norma sono invariabili:
grande/i: Du grend j'occ
buono/i: I bon burdell
bianco/hi: Pidin biench
basso/i: Mitìl pió bëss.

FEMMINILI
Seguono le stesse regole dei sostantivi: di norma finiscono in ‘a’; al plurale terminano in ‘i’:
Tante beccate - Tenti becch
La bella terra – La bela tera
Le prime stelle – Al prèmi stell
Maria era buona – Maria l’era bona.

Aggettivi comparativi [modifica]

(1) REGOLARI

Comparativo Superlativo
(più) pió (m) e pió - (f) la pió
(meno) manc (m) e manc - (f) la manc

(2) IRREGOLARI

Comparativo Superlativo
(migliore) mej (m) e mej - (f) la mej
(peggiore) pez (m) e pèz - (f) la pèz

Gli avverbi [modifica]

(1) Quelli che derivano dagli aggettivi possono essere:

Regolari Irregolari
-ment (finalment, sicurament) ben, mèj, mel, pèz

(2) Affermativi

(Italiano) Romagnolo
anche neca, nech, énca, anca
pure

(3) Negativi

(Italiano) Romagnolo
non ne, ‘n’, nu
neanche gnanc, gnénca, gnànca

(4) di Quantità

(Italiano) Romagnolo
troppo tropp
poco poch, pó
meno manc, ménc
tanto tant, tént
solo sol, snò
quasi (s)quesi, guasi
perfino infenna, perfèin

L’avverbio ‘tant’ ha una curiosità: se è insieme ad un aggettivo femminile si scrive ‘tanta’, e se l'aggettivo è al maschile si scrive anch'esso al maschile ‘tant’.

(5) di Luogo

(Italiano) Romagnolo
dove? indov?, duv?, indo’? induvòn?
lì, là alè là, ilè, ilà (Rimini)
qui aquè, iquè (Forlì, Rimini)
dappertutto (in)dipartott
in nessun posto invell, unvell — dal latino ubi velles
all'inizio in te prinzipi
innanzi dadnenz
dietro drî, dria
indietro in drî, in dria
su
giù
intorno datoran, datorna, datorne
dentro (in)dentar, dentra
fuori fura, fòra
dirimpetto, di fronte impett, a dirimpett
lontano luntän, luntèn, dalong

(6) di Tempo

(Italiano) Romagnolo
quando? quänd?
allora alóra
adesso adess
poi pû, pò
dopo dopp
spesso spess
sempre sempar, sèmpre
prima premma, prèima
oggi incù, incùa, oz', og'
ieri jir
domani admän, admén
ormai urmai, urmei
fuori fura, forra, fòra
dirimpetto, di fronte impett
lontano luntän, luntèn

(7) di Modo

(Italiano) Romagnolo
come coma, cma, cum, cumè, com
così acsè, icsè, icè (Forlì), isè (Rimini)

Le congiunzioni [modifica]

Congiuntive Disgiuntive Avversative Illative
e o mo, ma donca
parò

‘Mo’ è usato anche come particella rafforzativa nell’Imperativo:
“Stasì mo atenta” (State attenta).

È usato anche in domande polemiche che implichino perplessità:

“Cuss èl mo st’urcì?” (Che cos’è quest’orecchino? – P. es. detto da un genitore al figlio maschio)

Preposizioni semplici [modifica]

(1) di Luogo

Italiano Romagnolo
a a
da da, d’int
in int
sopra sôra
sotto sotta, sòta
fra stra, tramez
accanto a, lungo drì
dietro drì da
fuori fura di, fòra di
di fronte a dnenz a
dentro dent’r a
lungo longh (a)
verso vers (a), ma
su in so

(2) di Tempo

Italiano Romagnolo
dopo dop
prima di prema di
fino a infèn a

(3) di Modo

Italiano Romagnolo
per par, p’r
come cumpagna, l’istess d’
invece di invezi d’

Preposizioni articolate [modifica]

Sing. M Sing. F Antevoc. Plur. M Antevoc. Plur. F Antevoc.
d’ de dla dl’ di dj dal dagli
a a e’ a la a l’, all’ a i aj al agli
int int e int la intl’ int i intj int al int agli
da da e’ da la dall’ da i daj dal dagli
par par’e’ par la par l’ pr’i par j’ pr’al pr’agli
in so in se, ins’ in sla in sl’ in si in sj in sal in sagli
cun cun e’ cun la cun l’ cun i cun j’ cun al cun agli

I verbi [modifica]

Modo I Coniug. (ÊR) II Coniug. (ÉR)[18] III Coniug. (AR) IV Coniug. (ÌR)
Infinito Presente passê gudé nèssar finì
Gerundio Presente passend gudènd nassend fnend
Participio Passato passé -da gudù né(d) fnì –da

Regole:
1. Per l'Infinito, nella I, II e IV coniugazione la r finale si conserva solo se la parola seguente inizia per vocale (es. purtêr indrì, ma purtê veja)[19].
2. Per l’Indicativo presente

pess (senza desinenza finale: il verbo è alla radice)
pessat (‘t’ finale per distinguere dalle altre persone)
passa
passèn (-en)
passiv (-iv)
passa (la terza persona plurale è la stessa della terza persona singolare. Ciò vale per tutti i tempi verbali)

3. Per l'Imperfetto indicativo, le desinenze della prima coniugazione (a purtéva) sono in -ev- per analogia con le altre coniugazioni. La forma della prima persona (a purtéva) risulta identica alla terza singolare (e' purtéva) che, per analogia, è ripetuta nella terza plurale (i purtéva).
4. La morfologia del Congiuntivo presente è più semplice rispetto all'italiano. In tutte le quattro coniugazioni, le tre persone singolari terminano sempre in -a.
5. Lo stesso vale per il Gerundio: tutte le forme hanno la desinenza in -ènd della prima coniugazione.
6. Per il Participio passato esistono numerose forme contratte:

  • scort (parlato);
  • scäp (andato via in fretta)
  • smengh (dimenticato). Quest’ultima forma aggiunge una ‘a’ al femminile singolare e ‘edi’ al femm. plurale.

Prima coniugazione regolare [modifica]

Coniugazione del verbo "vut-êr" secondo Masotti (provincia di Ravenna) [20]

Pron. tonico Presente Imperfetto Futuro
me a vôt a vut-éva a vut-aró
te t'vôt t'vut-ìvtia t'vut-aré
ló (m.) e' vôt-a e' vut-éva e' vut-arà
lì (f.) la vôt-a la vut-éva la vut-arà
a vut-én a vut-èmia a vut-arén
a vut-ì a vut-ìvia a vut-arì
lô (m.) i vôt-a i vut-éva i vut-arà
lô (f.) al vôt-a al vut-éva al vut-arà


Coniugazione del verbo "magn-è" secondo Piccini (Rimini)[21]

Pron. tonico Presente Imperfetto Futuro
a magn a magn-èva
t' magn t' magn-èvte
ló (m.) è magn-a è magn-èva
léa (f.) la magn-a la magn-èva
nun a magn-ém a magn-èmie
vuièlt a magn-è a magn-èvie
lór (m.) i magn-a i magn-èva
lóri (f.) al magn-a al magn-èva


Coniugazione del verbo "pagh-é" secondo Spadoni e Lo Magro (Riccione)[22]

Pron. tonico Presente Imperfetto Futuro
a pègh a pagh-éva a pagh-arò
t' pègh t' pagh-évte t' pagh-arè
ló (m.) e' pèg-a e' pagh-éva e' pagh-arà
lìa (f.) la pèg-a la pagh-éva la pagh-arà
nóun a pag-àm a pag-àmie a pag-arém
vuélt (m.) / vuélte (f.) a pagh-é a pagh-évie a pagh-arì
lór (m.) i pèg-a i pagh-éva i pagh-arà
lóre (f.) al pèg-a al pagh-éva al pagh-arà

Il verbo "essere" [modifica]

Caratteristiche comuni

In romagnolo, nella 1a persona singolare avviene la perdita della nasalizzazione rispetto al latino SUM.

Variazioni

Coniugazione del verbo "ësar" secondo la Guerrini (dialetto del comprensorio imolese confinante a nord con la zona di Ferrara, ad ovest con quella di Bologna, ad est con quella di Faenza e a sud con la Toscana)

Pron. tonico Presente Imperfetto Futuro
me a só a sera a srò
te t'se t'sìri t'saré
ló (m.) l'è l'éra e srà
le (f.) l'è l'éra la srà
a sé a segna a sré
vuitar a si a sìri a srì
luitar (m.) j'è j'éra i srà
luietri (f.) agl'j'è agl'j'era al sarà


Coniugazione del verbo "ësar" secondo Masotti (provincia di Ravenna) [20]

Pron. tonico Presente Imperfetto Futuro
me a só a séra a s(a)rò
te t'si t'sìrtia t's(a)ré
ló (m.) l'è l'éra e' srà
lì (f.) l'è l'éra la srà
a sén a sèrmia a s(a)rén
a si a sìrvia a s(a)rì
lô (m.) j'è j'éra i srà
lô (f.) agl'j'è agl'j'era al srà


Coniugazione del verbo "èsar" secondo Pelliciardi (campagna di Lugo)[23]

Pron. tonico Presente Imperfetto Futuro
a sò a sera a srò
t cì t sìria t sré
lò (m.) l'è l'éra e srà
lì (f.) l'è l'éra la srà
a sẽn a simia a srẽn
a sì a sìvia a srì
ló (m.) j'è j'éra i srà
ló (f.) agli è agli éra al srà


Coniugazione del verbo "ës(a)r / ës'" secondo Bellosi (Fusignano)[24][25]

Pron. tonico Presente Imperfetto Futuro
me a sò a séva / séra a srò
te t' si (pron. tci) t' siv(t)i(a) t' sré
lò (m.) l' è l' éra e srà
lì (f.) l' è l' éra la srà
a sẽ a simi(a) a srẽ
a si a sivi(a) a sri
ló (m.) j è j'éra i srà
ló (f.) agl'è agl'éra al srà


Coniugazione del verbo "èss" secondo Quondamatteo (Rimini)[26]

Pron. tonico Presente Imperfetto Futuro
a so a sèra
te t'cè t'certe
ló (m.) l'è l'èra
nun a sèm a sèrmie
vujèlt (m.) a si a sèrvie
lór (m.) j è i j èra


Coniugazione del verbo "es" secondo Spadoni e Lo Magro (Riccione)[22]

Pron. tonico Presente Imperfetto Futuro
a so a séra a sarò
t' zi t' zérie t' zarè
ló (m.) l'è l'éra e' sarà
lìa (f.) la è la éra la sarà
nóun a sém a sérmie a sarém
vuélt (m.) / vuélte (f.) a si a sérvie a sarì
lór (m.) i è i éra i sarà
lóre (f.) àgli è àgli éra al sarà

Il verbo "avere" [modifica]

Grafia della pianura occidentale (Faenza-Forlì):[27]

Romagnolo Italiano
a jò ho
t'é hai
l'à ha
a javem (javen) abbiamo
a javì avete
j à hanno

Al fine di evitare lo iato, il romagnolo inserisce una semivocale di passaggio, la j.
Da notare j à (terza persona plurale). In questo caso la j rappresenta il pronome personale i. Nella terza persona plurale la j non va mai unita al verbo, perché assumerebbe un altro significato.
Esempi:

  1. Me a jò fat un righêl (Io ho fatto un regalo)
  2. Me a j ò fat un righêl (Io gli-le ho fatto un regalo)

Il "perfetto forlivese" [modifica]

Nei tempi verbali del romagnolo c'è anche il perfetto (passato remoto), che ha una particolarità specialmente nel forlivese: quando la parola che segue inizia con una vocale, aggiunge una 'p' alla desinenza:

Andèp a ca' (andò a casa)

U i fop un insansè (fu uno stupido)

Sintassi [modifica]

Il romagnolo mostra alcune differenze con l'italiano. Esaminiamo le più note.

  • Verbi. La più evidente è nella costruzione del tipo: A jò arvanzè un quël da fê ("Mi è rimasta una cosa da fare"), o anche A n' ò armast un bajöch (Non mi è rimasto un soldo"), in cui il verbo è usato in modo transitivo. Alcuni scrittori romagnoli hanno trasposto quest'uso nelle loro opere scritte. Ad esempio Alfredo Oriani (1852-1909). Nelle edizioni delle opere di Oriani successive alla prima guerra mondiale, però, l'uso transitivo è stato corretto con quello intransitivo.
  • La congiunzione 'ma' è diffusa in tutto il territorio italiano, tranne in Romagna e nel bolognese, dove la congiunzione avversativa è mo. Esempi: Mo 's' a dit? ("Ma che cosa dici?"); U-n toca a me, mo a te! ("Non spetta a me, ma a te!").
  • La Preposizione d ("di"), davanti a vocale è scritta per convenzione con l'apostrofo (D'istê, "D'estate"). Davanti a consonante assume la forma ad (Ad nöt, "Di notte"). La preposizione in davanti all'articolo assume la forma int: int la ca ("nella casa"); Int e' zil ("Nel cielo"). Questa forma trova un parallelo nella preposizione ins 'su, sopra (a contatto)': Ins la têvla ("Sulla tavola"). La preposizione dri vale 'vicino': dri (a) ca ("vicino a casa"). Le due preposizioni unite dri da valgono 'dietro': dri da ca ("dietro casa").[28]

Note [modifica]

  1. ^ a b Non tutti sono d'accordo con l'inserimento dei dialetti marchigiani settentrionali all'interno del romagnolo; si veda ad esempio: AA. VV. Conoscere l'Italia vol. Marche (Pag. 64), Istituto Geografico De Agostini - Novara - 1982; Le Regioni d'Italia, Vol X Collezione diretta da Roberto Almagià, Pubblicazione sotto gli auspici del Comitato Nazionale per la celebrazione del centenario dell'Unità d'Italia, 1961; Flavio Parrino, capitolo sui dialetti nella Guida d'Italia - volume Marche del Touring Club Italiano. In tutta la provincia di Pesaro-Urbino, nella parte settentrionale di quella di Ancona (zona di Senigallia) e nell'area del Cònero si parlano indubbiamente dialetto gallo-italici. In effetti negli studi citati i dialetti gallici parlati nelle Marche vengono definiti "gallico-marchigiani" o "gallo-piceni" e si rimarcano le somiglianze con il romagnolo (come esso, appartengono tutti al gruppo gallo-italico), ma anche alcune differenze che esistono tra i primi e il secondo.
  2. ^ I tre comuni rimasero in Provincia di Firenze dopo il ritorno del Circondario di Rocca San Casciano alla Provincia di Forlì (1923).
  3. ^ (EN) Studio sulla posizione del dialetto sammarinese nel gruppo linguistico romagnolo
  4. ^ AA. VV. Conoscere l'Italia vol. Marche (Pag. 64), Istituto Geografico De Agostini - Novara - 1982; Le Regioni d'Italia, Vol X Collezione diretta da Roberto Almagià, Pubblicazione sotto gli auspici del Comitato Nazionale per la celebrazione del centenario dell'Unità d'Italia, 1961; Flavio Parrino, capitolo sui dialetti nella Guida d'Italia - volume Marche del Touring Club Italiano
  5. ^ Vedi: AA. VV. Conoscere l'Italia vol. Marche (Pag. 64), Istituto Geografico De Agostini - Novara - 1982; Le Regioni d'Italia, Vol X Collezione diretta da Roberto Almagià, Pubblicazione sotto gli auspici del Comitato Nazionale per la celebrazione del centenario dell'Unità d'Italia, 1961; Flavio Parrino, capitolo sui dialetti nella Guida d'Italia - volume Marche del Touring Club Italiano
  6. ^ Gli italianisti sono concordi nel sostenere che la fortuna del toscano, che da lingua regionale è diventata, dopo lunghe vicissitudini, la lingua nazionale, non fu determinata da valori linguistici, ma da fattori culturali e storico-politici.
  7. ^ La Ludla
  8. ^ L'opera, che circolò a lungo come manoscritto, fu stampata per la prima volta nel 1887 da Giuseppe Gaspare Bagli presso l'editore Zanichelli di Bologna.
  9. ^ Quanto restava dell'opera, che ci è giunta in una copia settecentesca, fu acquistato, insieme ad altre carte, dalla Biblioteca Malatestiana di Cesena nel 1872. E Pvlon matt venne pubblicato per la prima volta nel 1887 da Giuseppe Gaspare Bagli.
  10. ^ Ne dà notizia Santi Muratori; il componimento oggi è conservato presso gli Istituti Culturali e Artistici di Forlì.
  11. ^ Il capolavoro di Gondoni fu La Broja, del 1956.
  12. ^ Secondo la morale dell'epoca, la promiscuità tra maschi e femmine era ritenuta sconveniente.
  13. ^ Federazione Italiana Teatro Amatori.
  14. ^ Era usanza che i giovani corteggiatori lasciassero, sulla soglia di casa dell'amata, dei fagioli e del granoturco in segno d'amore. Stavano ad indicare che la ragazza non aveva ancora trovato marito nonostante avesse girato e ballato parecchio, fino a farsi venire i "piedi rossi". Per tradizione, si faceva nella prima domenica di Quaresima.
  15. ^ Attilia Tartagni, «Il Sanremo della Romagna», La Voce di Romagna, 10 marzo 2010.
  16. ^ "Descrizione del dialetto romagnolo".
  17. ^ «La Ludla» 2010, n. 5, Friedrich Schürr a trent'anni dalla scomparsa. URL consultato in data 27/04/2013.
  18. ^ Gilberto Casadio, «Appunti di grammatica storica del dialetto romagnolo», in 'La Ludla, 2010.
  19. ^ Gilberto Casadio, op. cit.
  20. ^ a b Adelmo Masotti, Grammatica romagnola, Ravenna, Edizioni del Girasole, 1999
  21. ^ Amos Piccini, "Fa da per té", Rimini, Tipolito Giusti, 2002
  22. ^ a b Teresio Spadoni, Giuseppe Lo Magro, "Per cmanzè a zchèr ...e a scriv", Riccione, Famija Arciunesa, 2003
  23. ^ Ferdinando Pelliciardi, Grammatica del dialetto romagnolo, Ravenna, Longo Editore, 1977
  24. ^ Giuseppe Bellosi, Gianni Quondamatteo, Le parlate dell'Emilia e della Romagna, Firenze, Edizioni del Riccio, 1979
  25. ^ Gianni Quondamatteo, Giuseppe Bellosi, Romagna civiltà, Imola, Grafiche Galeati, 1977
  26. ^ Gianni Quondamatteo, Dizionario romagnolo (ragionato), Villa Verucchio, Tipolito "La Pieve", 1983
  27. ^ Gilberto Casadio, «Appunti di grammatica storica del dialetto romagnolo», in 'La Ludla, 2010.
  28. ^ Gilberto Casadio, «Appunti di grammatica storica del dialetto romagnolo» XLII-XLIII, in La Ludla, 2010.

Bibliografia [modifica]

Storia
  • Polloni, A., Toponomastica romagnola (Olschki, 1966).
Grammatica e lessico
  • Antonio Morri, Vocabolario romagnolo-italiano (Faenza, 1840).
  • Giovanni Tozzoli, Piccolo Dizionario domestico Imolese-Italiano (versione digitalizzata)
  • Adolfo Mussafia, Darstellung der romagnolischen Mundart, in «Sitzungsberichte der Wiener Akademie der Wissenschaften». Philosophisch-historische klasse, LXVII (1871), pp. 653-722.
  • Antonio Mattioli, Vocabolario Romagnolo-Italiano (Imola, 1879)
  • Friedrich Schürr, «II Plaustro», 31 dicembre 1911 (Anno 1, n. 6), Forlì.
  • Friedrich Schürr, Romagnolische Mundarten (Sitz.d.kais.Ak.d.W., Vienna, 1917).
  • Friedrich Schürr, Romagnolische Dialektstudien, Lautlehre (1918); Lebende Mundarten (1919).
  • Libero Ercolani, Vocabolario romagnolo-italiano (Ravenna, 1963).
  • Douglas B. Gregor, Romagnol. Language and Literature (1971).
  • Giuseppe Bellosi, Gianni Quondamatteo, Le parlate dell'Emilia e della Romagna (Firenze, 1979)
  • Gianni Quondamatteo, Dizionario romagnolo (ragionato) (Villa Verucchio, Tipolito "La Pieve", 1982-83, due voll.)
  • G. Bellosi, Tera bianca, sment negra. Dialetti, folklore e letteratura dialettale in Romagna (Ravenna, 1995)
  • Paolo Bonaguri, Par nôn scurdës. Un vocabolarietto da leggere (Forlì 1995)
  • Adelmo Masotti, Vocabolario romagnolo italiano (Bologna, 1996)
  • Silvio Lombardi, E' nöst dialet : repertorio di frasi idiomatiche romagnole (Imola, 2004)
  • M. Valeria Miniati, Italiano di Romagna. Storia di usi e di parole (Bologna, 2010)
Letteratura
  • Giuseppe Gaspare Bagli, Saggio di novelle e fiabe in dialetto romagnolo (Bologna, 1887)
  • Giuseppe Gaspare Bagli, Contributo agli studi di bibliografia storica romagnola (Bologna, 1897)
  • Giuseppe Bellosi, Gianni Quondamatteo, Cento anni di poesia dialettale romagnola (Imola, 1976)
  • Giuseppe Bellosi, Bibliografia della narrativa popolare romagnola (Imola, 1998)
Teatro

Voci correlate [modifica]

Collegamenti esterni [modifica]

Altri progetti [modifica]