Economia d'Italia

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A partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, l'Italia ha conosciuto profondi cambiamenti economici che l'hanno portata a diventare, nei decenni successivi, una delle maggiori potenze economiche mondiali, grazie ad un continuo processo di crescita economica, durato fino alla fine degli anni novanta del XX secolo.

Durante questa fase, il progressivo ridimensionamento del settore primario (agricoltura, allevamento e pesca) a favore di quello industriale e terziario (in particolare, nel periodo del boom economico, negli anni cinquanta-settanta) si è accompagnato a profonde trasformazioni nel tessuto socio-produttivo, in seguito a massicce migrazioni dal Meridione verso le aree industriali del Centro-Nord grazie anche ad una nuova forte spinta all'urbanizzazione, legate alla parallela trasformazione del mercato del lavoro.

La fase di industrializzazione è arrivata a compimento negli anni ottanta, quando è cominciata la terziarizzazione dell'economia italiana, con lo sviluppo dei servizi bancari, assicurativi, commerciali, finanziari e della comunicazione.

Negli anni 2000 l'economia italiana entra in una fase di sostanziale stagnazione, caratterizzata da una crescita estremamente bassa. Infine, sul finire del decennio, come effetto della crisi economica globale, il Paese entra in un periodo di vera e propria recessione. Nel IV Trimestre del 2013 il paese torna a crescere registrando una crescita del PIL del +0,1% rispetto al trimestre precedente. Per il 2014 si prevede un andamento del PIL del +0,7% e del +1,7% nel 2015, invece per il FMI si prevede lo +0,6% per il 2014 e +1,1% per il 2015.

Struttura economica[modifica | modifica wikitesto]

Il PIL italiano del II trimestre 2013 suddiviso tra le principali attività economiche. Dati Istat.

L'economia italiana è una delle maggiori al mondo per dimensione; nel 2012 era infatti ottava per prodotto interno lordo nominale e decima a parità di potere d'acquisto[1]. L'Italia è inoltre un Paese fortemente orientato al commercio estero, essendo decima al mondo per valore delle esportazioni e dodicesima per valore delle importazioni[2][3].

L'industria italiana è dominata da piccole e medie imprese (PMI), per lo più di tipo manifatturiero, mentre le grandi imprese sono poche. Si tratta del cosiddetto dualismo industriale. Di recente, le PMI sono state messe sotto pressione dalla crescente concorrenza proveniente dai Paesi emergenti, soprattutto quelli dell'Asia orientale (Cina, Vietnam, Thailandia), che proprio sul settore manifatturiero hanno puntato per il loro sviluppo, grazie al basso costo del lavoro[senza fonte]. Le imprese italiane hanno reagito in parte esternalizzando la produzione o delocalizzandola in Paesi in via di sviluppo, in parte puntando su produzione di qualità[senza fonte]. Inoltre, a partire dalla fine degli anni '90 l'Italia ha cominciato ad introdurre norme per deregolare il mercato del lavoro, rendendolo particolarmente flessibile[4][5].

Il sistema economico italiano è caratterizzato inoltre da alcune peculiarità: l'elevato debito pubblico in proporzione al prodotto interno lordo (nel 2012 al 127%[6]), l'elevata pressione fiscale (nel 2012 attestata al 44%[6]), la presenza di una vasta[senza fonte] economia sommersa legata in parte alla corruzione politica e alla criminalità organizzata.

Nel 2013 il reddito pro capite medio netto è stato pari a 1445 € (Confcommercio) mentre lo stipendio medio netto pro capite ha superato i 1900€ (Istat).

Settore primario: agricoltura, allevamento, pesca, estrazione[modifica | modifica wikitesto]

La superficie agricola italiana è pari a 17,8 milioni di ettari, di cui 12,7 utilizzati. La superficie agricola utilizzata si concentra soprattutto nel Mezzogiorno (45,7%). Da notare che il 10% della manodopera agricola è straniera[7].

Nel 2010 il valore complessivo della produzione agricola era pari 48,9 miliardi di euro. Per quanto riguarda la produzione vegetale, che incide per 25,1 miliardi, i maggiori prodotti in termini di valore sono stati il vino (1803 milioni di euro), il granoturco (1434), l'olio (1398) e i pomodori (910). Per quantità prodotte, invece, i prodotti principali dell'agricoltura italiana sono il granoturco (84 milioni di quintali), i pomodori (66), il frumento duro (38) e l'uva da vino (35)[7].

Attualmente la produzione agricola, nonostante la diversità dei prodotti agricoli, copre solo i 4/5 del fabbisogno soprattutto a causa della cementificazione delle terre destinate all'agricoltura: il suolo impermeabilizzato in Italia è del 7,5%, contro il 4,3% della media dei paesi UE.[8]

Nel comparto della produzione di origine animale spiccano latte di vacca e di bufala (4.040 milioni di euro per 11.200 migliaia di tonnellate), carni bovine (3.109 e 1.409 rispettivamente), carni suine (2.459 e 2.058) e pollame (2.229 e 1.645)[7].

La produzione complessiva della pesca marittima e lagunare, comprensiva di crostacei e molluschi, si attesta nel 2010 a 2.247 milioni di euro[7].

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ricerca e produzione di idrocarburi in Italia.

L'Italia ha scarse risorse minerarie, ed è anche un forte importatore di energia. Non ci sono importanti giacimenti di ferro stimati in 40 e 100 milioni di tonnellate, carbone con riserve di 500 milioni di tonnellate e petrolio con circa 1,4 miliardi di barili. Anche se possiede il giacimento di titanio più grande d'Europa con oltre 400 milioni di tonnellate di rutilio. L'estrazione di gas naturale, soprattutto nella valle del Po e al largo del mar Adriatico, pur costituendo la principale risorsa estrattiva del Paese è in continuo e inarrestabile calo tanto per l'esaurimento dei giacimenti esistenti, quanto per normative ambientali che limitano lo sfruttamento dei giacimenti più sensibili.

Settore secondario: industria, edilizia, artigianato[modifica | modifica wikitesto]

La specificità dell'industria italiana consiste nella lavorazione e nella produzione di manufatti, principalmente in aziende medio-piccole di proprietà familiare. Le industrie meccaniche (auto, moto, macchine utensili, elettrodomestici), della difesa (elicotteri, sistemi di difesa, armi leggere, blindati), chimiche(petrolio, gomma, farmaceutica), elettroniche, della moda, del tessile, del cuoio, del mobile, delle costruzioni navali, metallurgiche e agroalimentari sono quelle più rilevanti per l'economia italiana. Storicamente, un peso notevole, nell'economia italiana, ha l'industria delle costruzioni e delle lavorazioni collegate (industria estrattiva, cementiera, impiantistica, ecc.). Le maggiori produzioni industriali sono situate nelle regioni Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna.

Il Nord, e in particolare il Nord-Ovest, hanno tradizionalmente costituito il nucleo dell'industria italiana. I benefici chiave includono: la facilità degli scambi commerciali con il resto d'Europa, la produzione di energia idroelettrica grazie alla presenza delle Alpi, ed ampio terreno pianeggiante. Per esempio una delle più grandi industrie italiane, la FIAT, si trova a Torino. A partire dall'ultimo decennio del Novecento sono sorte attività industriali che hanno visto protagoniste prevalentemente imprese di media e piccola dimensione costituite in distretti industriali nel Nord-Est del Paese; tale modello industriale ha visto una consistente diffusione lungo la dorsale adriatica, al punto da costituire una delle caratteristiche peculiari dell'economia italiana.

L'industria pesa poco più del 32%; ma se da questa si escludono le attività legate alle costruzioni, la percentuale scende a circa il 28%. Attualmente l'industria italiana è fortemente orientata al settore motoristico (auto, moto, ricambi e accessori), cantieristico navale (con imprese come Fincantieri (uno dei leader mondiali nella sua categoria), Isotta Fraschini Motori, C.R.D.A.), chimico, della gomma (Pirelli), metallurgico (Riva, TenarisDalmine, Acciaierie di Terni), farmaceutico (Menarini, Artsana, Angelini ACRAF), energetico (Enel, Terna, Sorgenia), della difesa (Finmeccanica, AgustaWestland, MBDA, OTO Melara, Fabbrica d'Armi Pietro Beretta) e agroalimentare. Importante è anche l'industria petrolchimica, dominata dall'ENI.

L'Italia è uno dei paesi leader nella produzione e nel design di automobili e ciclomotori con imprese automobilistiche come il Gruppo Fiat, che include Alfa Romeo, Lancia, Fiat, Ferrari, Maserati ed Iveco, quest'ultimo uno dei leader mondiali nella produzione di camion e tir. Il gruppo Fiat controlla anche le aziende CNH Global, Zastava, Tofaş, Sevel e Abarth. Da non dimenticare gruppi come Lamborghini (controllata dalla Volkswagen) e Pagani. L'industria italiana produce anche motociclette e scooter, grazie ad aziende come Piaggio, Aprilia, Ducati, Italjet, Cagiva, Garelli. Non meno rilevante è il settore degli elettrodomestici, con grandi gruppi di livello internazionale come Candy ed Indesit Company, ed altre piccole e medie imprese del settore (Argoclima, Bompani, Glem Gas, Polti, Smeg). Il Paese è leader mondiale nella produzione di macchine utensili ed industriali, realizzata in gran parte da piccole e medie aziende.

L'industria elettronica è rappresentata da STMicroelectronics (italofrancese, produce semiconduttori) e da alcune piccole aziende produttrici di computer (Olidata, Olivetti) e di elettronica di consumo (Hantarex, Mivar, Sèleco, Videocolor, Brondi).

L'Italia è rinomata in tutto il mondo per i suoi prodotti di lusso nel campo della moda. I marchi più famosi sono Gucci, Prada, D&G, Armani, Versace per l'abbigliamento; Ferragamo, Cesare Paciotti, Tod's per le calzature; Luxottica, Safilo per gli occhiali, ma la produzione è ricca anche nei campi della gioielleria e degli accessori di moda.

In ogni caso l'Italia soffre la concorrenza delle industrie delle economie emergenti che, grazie al basso costo della manodopera, riescono ad essere molto competitive. Infatti, nonostante le grandi punte di eccellenza dell'economia italiana, questa è costituita in gran parte da una produzione che non richiede grande capitale umano né ha una grande spesa in ricerca e sviluppo, e quindi soffre più di altre la concorrenza del basso costo asiatico. Imprese che al contrario sarebbero quasi immuni a tale concorrenza sono le imprese Hi-tech e informatiche, non molto presenti in Italia. Bisogna dire inoltre che l'alto livello di tassazione e il frazionamento dell'attività produttive in imprese medio-piccole, che fanno fatica a fare ricerca, oltre a vari problemi come la penuria di infrastrutture e la macchinosa burocrazia, non aiutano le aziende a competere.

Settore terziario: servizi, finanza, turismo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Turismo in Italia.
Facciata della sede della Borsa di Milano

In Italia i servizi rappresentano il settore più importante dell'economia, sia per numero di occupati (il 67% del totale) che per valore aggiunto (il 71%).[9] Il settore è, inoltre, di gran lunga il più dinamico: oltre il 51% degli oltre 5.000.000 di imprese operanti oggi in Italia appartiene al settore dei servizi, e il 45,8% all’area Confcommercio; ed in questo settore nascono oltre il 67% delle nuove imprese.

Importantissime attività in Italia sono il turismo, il commercio, i servizi alle persone e alle imprese (terziario avanzato). Quest'ultima attività è maggiormente sviluppata nelle grandi città e nelle regioni economicamente più avanzate. I principali dati settoriali nel 2006: per il commercio vi sono 1.600.000 imprese, pari al 26% del tessuto imprenditoriale italiano, e oltre 3.500.000 unità di lavoro. Trasporti, comunicazioni, turismo e consumi fuori casa, oltre 582.000 imprese, pari al 9,5% del tessuto imprenditoriale, quasi 3.500.000 di unità di lavoro. Servizi alle imprese: 630.000 imprese registrate, pari al 10,3% del tessuto imprenditoriale, oltre 2.800.000 unità di lavoro.[10]

Il settore bancario ha conosciuto, nel primo decennio del 2000, una diminuzione del numero degli occupati, soprattutto per la diffusione delle nuove tecnologie informatiche. Il settore finanziario conserva, comunque, un ruolo centrale nel capitalismo italiano in quanto, spesso, i gruppi bancari sono proprietari di importanti industrie, società di assicurazioni, beni immobili e gruppi editoriali. Il settore finanziario è da alcuni anni protagonista di una forte tendenza alla concentrazione tra le banche e le assicurazioni.[11]

La bilancia dei pagamenti[modifica | modifica wikitesto]

Saldo del conto delle partite correnti italiano in percentuale sul PIL (1980-2012) - DATI FMI

Come si può osservare nel grafico, l’Italia, dopo aver goduto di surplus del conto corrente per gran parte degli anni novanta, a partire dal 2000 ha registrato disavanzi, con un andamento irregolare, ma tendente al peggioramento per circa un decennio. In particolare, nel 2010, il deficit del conto corrente ha raggiunto il 3,5% del PIL, il peggior dato dall'inizio del 1981. Nel 2012, tuttavia, con la seconda fase della recessione, il deficit si è notevolmente ridotto, scendendo al -0,7% del PIL.[12].

Scomponendo il disavanzo delle partite correnti italiano nelle sue quattro sezioni si nota che:

  • Il saldo delle merci (differenza tra esportazioni ed importazioni di merci), intorno al pareggio nei primi anni ’90, ha fatto registrare ampi surplus tra il 3 ed il 4% del PIL negli anni 1993-1998, per poi iniziare una netta discesa che lo ha portato ad azzerarsi nel 2005 (-0,04%) e, infine, ad oscillare intorno alla parità fino al 2010, quando è diventato decisamente negativo (-1,19%).
  • Il saldo dei servizi (differenza tra esportazioni ed importazioni di servizi, includendo anche i trasporti e i proventi derivanti dal turismo), leggermente positivo per tutti gli anni ’90, ha oscillato intorno alla parità tra il 2000 ed il 2006, per poi iniziare un deterioramento fino a toccare -0,58% nel 2010.
  • Il saldo dei trasferimenti unilaterali (comprendente principalmente le rimesse degli immigrati, gli aiuti umanitari e i trasferimenti dello Stato alle istituzioni internazionali ma anche, in positivo, i fondi dell'Unione europea destinati all'Italia) è rimasto sostanzialmente invariato nel tempo, tra -0,5% e -1%. Si può però osservare un aumento nel tempo dell’incidenza delle rimesse degli immigrati stranieri verso i Paesi d’origine e dei trasferimenti verso le istituzioni europee.
  • Il saldo dei redditi (la differenza tra i redditi da lavoro e da capitale ricevuti dall'estero quelli pagati all'estero) è, tra tutte le componenti, la più negativa. Esso, dopo essere sceso fino al -1,74% nel 1992, è risalito nel corso del decennio fino a toccare -0,94 nel 1997, mantenendosi poi nei dieci anni successivi intorno al punto percentuale di deficit. Tuttavia, nel 2007 e nel 2008 il conto dei redditi è peggiorato rapidamente raggiungendo (-1,27% e -1,23% rispettivamente), peggioramento rapidamente rientrato nel biennio successivo. Nel 2010 il conto dei redditi è risultato negativo solo per lo 0,51%.

Dunque, se da un lato si può affermare che l’esaurirsi dei surplus correnti degli anni 1993-1999 è dovuto alla decisa riduzione del saldo della bilancia commerciale, riduzione arrestatasi, intorno all’equilibrio, solo a partire dal 2007, dall’altro lato si può notare come il conto dei redditi sia responsabile di oltre la metà del deficit delle partite correnti a partire dal 2005. Per questo aspetto, l’Italia si differenzia notevolmente da Francia e Gran Bretagna, che presentano un disavanzo corrente di simili dimensioni ma strutturato in maniera diversa, con una bilancia dei servizi ed un conto dei redditi attivi a compensare parte del deficit della bilancia commerciale.

La posizione netta sull'estero[modifica | modifica wikitesto]

Per quanto riguarda la posizione netta sull’estero del Paese, ovvero la differenza tra le attività finanziare detenute dagli italiani all'estero e quelle detenute dagli stranieri in Italia, nel 2012 essa si è attestata al -26,4%, in netto peggioramento rispetto al -4,8% del 1997. Si tratta inoltre del valore peggiore dall'inizio delle serie storiche (1997)[13].

Commercio estero[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Made in Italy.

L'Italia ha un'economia fortemente orientata al commercio estero. Nel 2012, infatti, risulta il nono Paese esportatore ed il dodicesimo importatore nel mondo; detiene il 7,9% dei flussi di esportazioni intra-Ue e l’11,6% delle esportazioni di paesi Ue verso il resto del mondo[14]. Nello stesso anno, secondo dati del Fondo Monetario Internazionale, il saldo del conto delle partite correnti, è risultato negativo per 78,812 miliardi di dollari americani, pari al 3,41% del PIL[15]. Nel 2007 le esportazioni contribuivano al 29,24% del Prodotto interno lordo, valori leggermente più alti di Francia e Regno Unito (intorno al 26%), ma considerevolmente più basso del 47,21% della Germania. Le importazioni, invece, valgono il 29,48% del PIL, valore molto simile a quelli britannici e francesi, ma notevolmente più basso di quello tedesco (40,01%)[16].

Tra il 2005 ed il 2008 le esportazioni italiane sono aumentate del 16,6% in valore medio unitario e del 5,5% in volume. Le importazioni, invece, pur essendo aumentate soltanto dello 0,5% in volume sono cresciute del 22,9% in valore medio unitario, in gran parte a causa dell'aumento dei prezzi delle materie prime. Nel 2009, anno di crisi, mentre il valore medio unitario dell'import-export è rimasto quasi stabile, in leggera flessione, si è avuto un forte crollo dei volumi commerciali scambiati con l'estero, in particolare per quanto riguarda le esportazioni[17]. Nel 2013 l'export italiano è tornato ai livelli pre-crisi.

Esportazioni[modifica | modifica wikitesto]

Le esportazioni si rivolgono principalmente ai Paesi dell'Unione europea, tra cui Germania (12,8%), Francia (11,2%), Spagna (6,6%) e Regno Unito (5,3%). La quota di esportazioni verso gli Stati Uniti è del 6,3%. Le principali esportazioni italiane riguardano macchinari ed apparecchi (19,425% delle esportazioni italiane nel 2009), prodotti tessili, abbigliamento, pelli e accessori (11,66%), metalli di base e prodotti in metallo (11,36%), mezzi di trasporto (10,42%) e prodotti alimentari, bevande e tabacco (7,05%)[17].

Molti sono i prodotti italiani famosi nel mondo, formando quello che viene comunemente indicato come Made in Italy. Nel settore alimentare, il Paese eccelle per i vini, la pizza, i formaggi ed i salumi. Molti di questi prodotti di qualità in cui l'Italia si è specializzata sono spesso classificati come DOC. Questo certificato DOC, che viene attribuito dall'Unione europea, assicura che il luogo di tutto il processo produttivo sia riconosciuto. Questa certificazione è considerata importante da parte dei produttori e dei consumatori, al fine di evitare confusione con prodotti di bassa qualità prodotti in serie, ad esempio la Cambozola, in Germania l'imitazione della Gorgonzola.

L'Italia è conosciuta anche per le sue case di moda; Loro Piana, Ermenegildo Zegna, Versace, Valentino, Fendi, Gucci, Prada, Cavalli, Sergio Rossi, Dolce & Gabbana, Benetton, Armani e altri.

Ferrari, Maserati Lamborghini, ma anche Alfa Romeo sono tutti nomi associati con il massimo della tecnologia nella produzione di auto. Il principale produttore italiano di automobili, la FIAT, ha una buona reputazione in Italia e all'estero[senza fonte].

Nel campo degli armamenti l'Italia è l'ottavo paese per export di sistemi di difesa e armi e secondo per armi leggere) con multinazionali come finmeccanica, AgustaWestland (uno dei leader mondiali nella produzione di elicotteri), OTO Melara, Fabbrica d'Armi Pietro Beretta.

Anche nel campo della cantieristica navale l'Italia ha il suo peso, con Imprese come Fincantieri (uno dei leader mondiali nella sua categoria), Isotta Fraschini Motori, C.R.D.A., ecc. L'export Italiano però opera anche in altri settori come la produzione di componentistica per auto e casa,uno dei leader mondiali nella produzione e esportazione di ciclomotori con imprese come Piaggio, Aprilia, Ducati, italjet, Cagiva, Garelli, ecc.

L'Italia è anche uno dei maggiori produttori nel campo della siderurgia, nel Tarantino ad esempio è presente il più grande impianto siderurgico d'Europa. Attualmente l'impresa Riva è la 14a impresa a livello mondiale nella produzione di acciaio. L'export italiano copre anche settori come elettrodomestici per la casa con marche come Rex, Smeg, Indesit, Ariete e San Giorgio o nel campo dell'elettronica con imprese come ST Microelectronics.

Importazioni[modifica | modifica wikitesto]

Le importazioni riguardano in particolare i mezzi di trasporto (12,24%), sostanze e prodotti chimici (8,98%), metalli di base e prodotti in metallo (8,65%), il petrolio greggio (8,50%), e computer, apparecchi elettronici e ottici (7,89%). Vi sono anche consistenti importazioni nel settore tessile (7,65%) ed alimentare (7,88%)[17]. Il 16% delle importazioni proviene dalla Germania, seguita dalla Francia (8,6%), dalla Cina (6,2%), dai Paesi Bassi (5,3%), dalla Libia (4,6%) e dalla Russia (4,3%), queste ultime due a causa delle importazioni di gas e petrolio, di cui l'Italia è quasi del tutto priva.

Inflazione[modifica | modifica wikitesto]

Tasso annuo di inflazione in Italia dal 1960. È evidenziato l'anno dell'introduzione dell'euro (1999). Dati: Istat

Durante gli anni settanta, l'inflazione salì a livelli molto elevati in quasi tutti i Paesi industrializzati, compresa l'Italia, dove raggiunse cifre più alte che altrove, superando in alcuni anni il 20%. Ancora nel 1981 il tasso d'inflazione era del 21,8%. Nel corso della prima metà del decennio i Governi si impegnarono per ridurre il tasso d'inflazione attuando politiche restrittive. Nel 1987, infatti, l'inflazione fu del 4,7%. Un'ulteriore stretta fu data nella seconda metà degli anni novanta, con l'obiettivo di rispettare i vincoli stabiliti dal trattato di Maastricht. Da allora, l'Italia ha mantenuto un tasso intorno al 2%, perfettamente in linea con i parametri di Maastricht e con i grandi Paesi europei. A tal proposito, è necessario ricordare che dal 1999 l'Italia non svolge più una politica monetaria autonoma, in quanto questa è di competenza della Banca centrale europea, la quale ha per statuto il mantenimento di un tasso di inflazione inferiore al 2% annuo.

Nel 2008 i grandi aumenti dei prezzi delle materie prime, dei prodotti alimentari e dell'energia hanno fatto salire l'inflazione in tutto il mondo ed in Italia essa è arrivata al 3,3%, per poi crollare drasticamente allo 0,8% l'anno successivo a causa della crisi mondiale. Da allora l'inflazione è tornata a salire gradualmente raggiungendo il 3,3% nel 2012, ma subendo una brusca frenata nel 2013 (1,3%).[18].

Occupazione[modifica | modifica wikitesto]

L'Italia e la sua economia possono contare su una forza lavoro di oltre 25 milioni di persone, la ventunesima al mondo. Secondo i dati del 2013, il 3,6% della forza lavoro è occupata nell'agricoltura, il 27,3% nell'industria ed il 69,1% nei servizi[19]. Rispetto al 1995 (valori pari a 6%, 30,9% e 63,1% rispettivamente) si registra una diminuzione della quota di occupati nei settori primario e secondario a favore del settore terziario, tendenza questa comune a tutti i Paesi industrializzati. Inoltre, secondo i dati Eurostat riferiti al 2013, il 22,3% degli occupati risulta lavoratore autonomo, contro appena il 14,4% della media europea; tuttavia, solo il 29% dei lavoratori autonomi italiani ha dei dipendenti, familiari inclusi. I lavoratori part-time sono il 17,9% del totale (il 31,9% tra le sole donne) ed il 13,2% ha un contratto a tempo determinato (appena al di sotto della media europea del 13,8%)[20].

Evoluzione del tasso di disoccupazione in Italia tra il 1960 ed il 2012. Fonte: AMECO database

Il tasso di occupazione si attesta nel 2013 al 59,8%, ai minimi dal 2002, quando era pari al 59,4%[21]. La crisi cominciata nel 2009 ha infatti interrotto una lunga crescita del tasso di occupazione passato dal 55% del 1995 al 63% del 2008. Il dato italiano rimane comunque molto inferiore alla media europea, che è del 68,3%, e superiore solo a quello di Grecia, Croazia e Spagna. Forti sono le differenze tra il tasso di occupazione maschile (69,8% nel 2013) e quello femminile (49,9% nello stesso anno. Tuttavia, se il tasso di occupazione maschile è calato di 6 punti dal picco del 2007 ed è oggi al valore più basso dall'inizio delle serie storiche nel 1993, quello femminile è invariato rispetto al 2007 e di soli 0,7 punti percentuali inferiori rispetto al picco raggiunto nel 2008. Peraltro, notevoli sono i miglioramenti rispetto al 1993, quando il tasso di occupazione femminile era pari ad appena il 38,6%.

La disoccupazione, che in passato aveva raggiunto anche valori elevati, è scesa costantemente fino a toccare il minimo del 6,1% nel 2007. A partire dal 2008 la disoccupazione ha ricominciato a salire per effetto della crisi economica, giungendo al 12,2% nel 2013[19], ai massimi dal dopoguerra. Il valore medio italiano era superiore sia alla media dell'Unione Europea del periodo corrispondente (10,8%) che a quella francese (10,3%), tedesca (5,3%) e inglese (7,5%), ma inferiore al tasso di disoccupazione spagnolo (26,1%)[22]. Tuttavia, il tasso di disoccupazione, se scomposto a livello regionale, presenta fortissime differenze tra Nord e Sud, variando tra il 4,4% della Provincia di Bolzano ed il 22,2% della Calabria. Più precisamente, nel 2013 il tasso di disoccupazione era pari al 7,7% nel Nord-Est, all'8,9% nel Nord-Ovest, al 10,9% nel Centro, al 19,6% nel Sud e al 20% nelle Isole.[23].

Le associazioni di categoria[modifica | modifica wikitesto]

I lavoratori possono affidare la rappresentanza delle loro posizioni ai sindacati, la cui esistenza e libertà d'azione è tutelata dall'articolo 39 della Costituzione italiana.

La maggior parte dei sindacati italiani sono raggruppati in tre grandi confederazioni: la Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL), la Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori (CISL) e l'Unione Italiana del Lavoro (UIL), che insieme comprendono il 35% della forza lavoro. Queste confederazioni in passato erano collegate a importanti partiti politici (rispettivamente il Partito comunista italiano, la Democrazia Cristiana ed il Partito Socialista Italiano), ma hanno formalmente chiuso tali legami. A livello europeo, CGIL, CISL e UIL fanno parte della Confederazione Europea dei Sindacati (CES o, in inglese, ETUC), mentre a livello internazionale sono affiliati alla International Trade Unions Confederation (ITUC-CSI).

Secondo dati della Confederazione Internazionale dei Sindacati (ITUC-CSI) del 2009, la CGIL conta 5.542.667 iscritti, la CISL 4.507.349 e la UIL 2.116.299, per un totale di oltre 12 milioni di iscritti[24].

Oggi, questi tre sindacati spesso coordinano le loro posizioni prima di affrontare le trattative con il Governo e le associazioni industriali, per meglio far pesare la loro posizione, secondo la dottrina dell'unità sindacale. Ciò fa sì che le tre principali confederazioni, anche in considerazione dell'alto numero di lavoratori che rappresentano, abbiano un importante ruolo consultivo a livello nazionale nelle questioni sociali ed economiche. I principali accordi che hanno firmato sono: un patto riguardante la moderazione salariale concluso nel 1993, una riforma del sistema pensionistico nel 1995 ed un patto per l'occupazione e l'introduzione di misure per la flessibilità del mercato del lavoro in zone economicamente depresse nel 1996.

Dal lato delle imprese, esse sono rappresentate dalla Confindustria, nata nel 1910 ed oggi la principale organizzazione rappresentativa delle imprese manifatturiere e di servizi in Italia, raggruppando ben 116.000 imprese. A livello internazionale, essa è affiliata all'IOE, International Organization of Employers. Le piccole e medie imprese sono rappresentate dalla Confapi, "Confederazione Italiana della Piccola e Media Industria privata" che, nata nel 1947 rappresenta oggi gli interessi di 120.000 imprese manifatturiere con 2,3 milioni di dipendenti.

Finanza pubblica[modifica | modifica wikitesto]

In Italia, lo Stato ha un ruolo rilevante nell'economia, con un bilancio di quasi la metà del Prodotto interno lordo. Infatti, nel quadriennio 2006-2009 le entrate totali dello Stato sono state pari a circa 47% del PIL, in gran parte grazie alle entrate fiscali attraverso il gettito fiscale (la pressione fiscale media è stata il 43% del PIL). Le uscite (spesa pubblica), d'altra parte, sono state maggiori, pari, in media, al 50% del PIL, generando così un continuo deficit pubblico con conseguente ricorso ad indebitamento sotto forma di debito pubblico[25].

Secondo l'ISTAT, nel 2013 il debito pubblico italiano era pari ad oltre 2.069 miliardi, corrispondenti all 132,6% del PIL, valore più alto dal dopoguerra ed in crescita per il sesto anno consecutivo[26], ponendo l'Italia al quarto posto al mondo nella classifica dell'indebitamento in rapporto al PIL, dietro a Giappone, Zimbabwe e Grecia[27].

Il deficit pubblico, che nel 2007-2008 si era mantenuto su valori inferiori al 3% fissato dal patto di stabilità europeo, è tornato a crescere in corrispondenza della crisi economica del 2008-2013. Il deficit, infatti, è salito gradualmente dall'1,6% del 2007 al 2,7% del 2008, fino al 5,5% del 2009, pur rimanendo a partire dal 2008 tra i più contenuti nei Paesi occidentali[28]. Nei due anni successivi, il deficit si è in parte ridotto, attestandosi al 3,7% del 2011 e rimanendo sulla soglia limite del 3% nel 2012 e nel 2013[26].

Nel 2013 la spesa per interessi sul debito pubblico, anch'essa in aumento, superava gli 82 miliardi, ovvero il 5,3% del Prodotto interno lordo, in calo di 4,5 miliardi rispetto all'anno precedente[26].

Origine ed evoluzione del debito pubblico[modifica | modifica wikitesto]

Andamento del debito pubblico italiano in rapporto al PIL dopo il 1960. È evidenziato il limite del 60% fissato dal patto di stabilità. Dati: FMI.

Le origini dell'alto ammontare del debito dello Stato italiano vanno ricercate nella politica economica seguita tra la fine degli anni sessanta ed i primi anni ottanta, periodo che coincise prima con il rallentamento della crescita economica al termine del boom economico e poi con i periodi di recessione legati alle crisi petrolifere degli anni settanta.

Infatti, se nel 1963 il debito pubblico italiano tocca il livello minimo dal dopoguerra (32,6% del PIL), da quel momento comincia a crescere ininterrottamente fino ai primi anni novanta. Da un lato, si assiste ad un continuo aumento della spesa pubblica, che passa dal 29% del PIL del 1960 al 53,5% del 1990[29]. Tale maggiore spesa segue alla graduale istituzione, negli anni '60, di un esteso e costoso (la spesa in prestazioni sociali in rapporto al Prodotto interno lordo raddoppia in trent'anni[29]) sistema di welfare state per venire incontro alle richieste dei lavoratori[30], ed alla messa in atto di ricette keynesiane di espansione della spesa pubblica per sostenere la produzione e dunque la crescita economica stessa (finanziamento in deficit della crescita). Dall'altro lato, però, non si assiste ad un altrettanto rapido aumento della pressione fiscale che, dal 25,7% del 1960[29], ancora nel 1985 è pari al 34,6% del PIL, contro il 41% della media europea e il 45% della Francia[31].

Conseguenza di questa asimmetria tra entrate ed uscite nel bilancio dello Stato è dunque un elevato deficit pubblico, che passa da una media inferiore al 2% negli anni '60 ad una media rispettivamente del 5% e del 9% nella prima e nella seconda metà del decennio successivo, per mantenersi intorno al 10-11% negli anni '80[29]. La conseguenza fu dunque l'aumento continuo del debito pubblico.

Tuttavia, durante tutti gli anni settanta il peso del debito fu mitigato dalla forte inflazione, mentre la Banca d'Italia emetteva moneta per acquistare i titoli di stato non collocati sul mercato, alimentando ulteriore inflazione. Infatti, nel 1980, l'incidenza del debito pubblico sul PIL era solo del 56,9%, sebbene tale valore fosse già notevolmente maggiore di quello delle principali economie europee[32].

La situazione cambiò nel decennio successivo. Nel 1981, con il cosiddetto divorzio tra Ministero del Tesoro e Banca d'Italia, quest'ultima non fu più obbligata a pagare il debito attraverso l'emissione di moneta. Da questo momento in poi, lo stato italiano doveva reperire in toto capitali sui mercati privati, ciò comportò un'esplosione del debito pubblico a causa degli alti tassi d'interesse offerti dai mercati per il finanziamento della spesa pubblica italiana, che in quegli anni viaggiavano intorno al 15-20%. Il culmine fu raggiunto nella prima metà degli anni novanta. Nel 1994, infatti, fu raggiunto il record di un indebitamento pubblico al 121,8% del PIL, mentre quelli di Francia, Germania e Regno Unito si attestavano rispettivamente al 49,4%, 47,7% e 43%[32]. A questo punto la riduzione del debito non era più prorogabile, soprattutto se l'Italia voleva entrare nella nascente Unione Monetaria Europea. Infatti secondo il Trattato di Maastricht, il rapporto deficit/PIL doveva essere sotto il 3%, e il rapporto debito/PIL sotto il 60%; e nel caso questi parametri non fossero rispettati, bisognava dimostrarsi in grado di avvicinarcisi il più velocemente possibile. Fu così che a partire dal 1992 la politica economica del Paese si concentrò principalmente sulla riduzione del disavanzo del bilancio delle amministrazioni pubbliche e sulla conseguente riduzione del debito nazionale.

I governi italiani che si succedettero negli anni novanta si orientarono così su tagli alla spesa e sull'adozione di nuove misure per aumentare le entrate. Dal 1991 al 2008 l'Italia godette di un avanzo primario di bilancio, al netto dei pagamenti di interessi. Il disavanzo complessivo della pubblica amministrazione, comprendente gli interessi, scese allo 0,6% del PIL nel 2000, da valori in media di oltre il 10% a cavallo tra gli anni ottanta e novanta.[33]. L'Italia venne così ammessa all'Unione economica e monetaria dell'Unione europea (UEM) nel maggio 1998.

Parallelamente, il debito pubblico, dai massimi del 1994 (121,8%) scese costantemente fino al 103,8% del PIL nel 2004, ma da allora ha iniziato lentamente a risalire, con un'accelerazione nel 2009 (quest'ultimo aumento in parte a causa della maggiore spesa pubblica effettuata dal Governo per contenere la crisi, ma anche per la diminuzione del PIL). Da allora il rapporto debito/PIL è salito ancora superando i precedenti massimi della metà degli anni Novanta e raggiungendo il valore record del 132,6% nel 2013][34].

La struttura del debito pubblico[modifica | modifica wikitesto]

L'enorme debito pubblico italiano, pari a 2.089,216 miliardi di euro[35] al 31 dicembre 2013, è rappresentato per circa l'83% da Titoli di Stato quotati su Borsa italiana per la clientela retail e MTS per il mercato all'ingrosso.I titoli in circolazione sono rappresentati da più del 65% da BTP a tasso fisso,circa 13% da BTPi e BTP Italia indicizzati all'inflazione,12% da titoli zero coupon (BOT e CTZ),10% da titoli a tasso variabile (CCT e CCTEu) e 3% da titoli esteri di cui solo 0,01% in valuta diversa dall'euro.La vita residua media del debito pubblico italiano al 30 giugno 2014 è di 6,33 anni. Inoltre, il 55,6% del debito pubblico è detenuto dalla Banca d'Italia o da istituzioni finanziarie italiane,il 12,5% è posseduto da altri residenti (privati,società etc.), mentre il restante 31,9% è allocato all'estero (debito estero)[36].

Economia sommersa[modifica | modifica wikitesto]

L'ISTAT ha stimato che nel 2008 il valore dell'economia sommersa si è attestato tra i 255 ed i 275 miliardi di euro, ovvero tra il 16,3 ed il 17,5% del PIL, un valore elevato, ma in flessione rispetto al 19,7% del 2001. In gran parte il sommerso è costituito da sottodichiarazione del fatturato (evasione fiscale) e da rigonfiamento dei costi e si concentra in particolare nei settori dell'agricoltura e dei servizi[37].

Evasione fiscale[modifica | modifica wikitesto]

In particolare nel 1981 l’evasione fiscale in Italia ammontava a circa 28mila miliardi di vecchie lire, equivalente al 7-8% del PIL. Trent'anni dopo questa quota è salita appunto fra il 16,3% e il 17,5% del PIL, per un totale che oscilla tra i 255 e i 275 miliardi di imponibile sottratto all'erario[38] con forti ripercussioni sul deficit pubblico e sul conseguente debito pubblico. Secondo alcuni studi tale valore colloca l'Italia al 1º posto in Europa per evasione[39] e al terzo posto tra i paesi dell'area OCSE[40].

Crimine organizzato[modifica | modifica wikitesto]

In Italia più che in altri Paesi dell'Unione Europea il crimine organizzato è economicamente sviluppato[41], con attività nell'usura, estorsione, narcotraffico, traffico di armi e prostituzione. Il giro d'affari di questa economia sotterranea criminale (che non fa parte dell’economia sommersa) è stato stimato pari al 7% del PIL[42][43].

Declino economico italiano[modifica | modifica wikitesto]

Dal periodo del boom economico l’Italia si era arricchita nei confronti del resto d’Europa e degli U.S.A. colmando in parte il divario che esisteva alla fine della seconda guerra mondiale. La crescita comincia a diminuire alla fine degli anni '60, già nel 1964 e nel 1969 si inasprirono le spinte salariali (con le conseguenti politiche restrittive nei confronti dei prezzi) mentre nel 1974 e nel 1979 furono gli shock petroliferi a frenare la crescita. Negli anni ottanta il divario di reddito tra Italia ed USA/UE si era stabilizzato. Tuttavia, a partire dall'anno 2001, "sia per l'effetto delle impostazioni di politiche economiche a seguito dell'11 settembre" che per la "caduta azionaria" di quell'anno, l'economia italiana è entrata in una fase di declino[44], fortemente accentuatosi con la crisi economica iniziata nel 2008.

Nella fase di declino (che si può considerare comprensiva anche dei tardi anni novanta) si evidenziano:[senza fonte]

Alcuni indicatori del declino[modifica | modifica wikitesto]

Si analizza la performance della crescita italiana in termini relativi paragonando l'economia italiana agli altri Paesi occidentali, anch'essi interessati da un rallentamento economico. Utilizziamo alcuni indicatori:

  • analizzando il reddito per persona in parità di potere d'acquisto (cioè corretto per le dinamiche demografiche, livello dei prezzi ed omogeneizzato nelle procedure di calcolo del reddito) emerge dal 1995 al 2004 un passaggio da un livello di reddito nei confronti dell’Europa dei 15 del 102,67% al 97,4% scendendo quindi sotto la media: un divario troppo pronunciato e in rapida ascesa per essere imputato a cause congiunturali. I dati sono confermati anche rispetto agli U.S.A. tenendo conto che il rapporto di reddito U.E./U.S.A. è rimasto pressoché invariato.
  • analizzando l'andamento delle retribuzioni tra il 1998 ed il 2002, la stagnazione dell'economia viaggia di pari passo con la stagnazione dei salari reali (nei decenni precedenti invece le due dinamiche si alternavano) mentre dal 1999 in poi i prezzi iniziano a crescere più rapidamente dei salari nominali. Anche l’occupazione giovanile in Italia (15-24 anni) è diminuita: tra il 2000 ed il 2003 la flessione è dal 27,8% al 26,8%, mentre in Europa è aumentata dal 40,8% al 42,6%.
  • vale inoltre il calo della dinamica della produttività e della competitività di prezzo (in corrispondenza con l'adozione di un cambio troppo forte) che è più accentuato rispetto agli altri Paesi europei (in parte questo vale a spiegare anche perché i salari non aumentano);
  • si evidenzia la perdita della quota di mercato dell’export italiano: tra il 1996 ed il 2001 l’apprezzamento della lira ha colpito l’export italiano che passa dalla quota mondiale del 4,7% al 4,0%. Ha contribuito a questo calo anche la forza dell'euro sopravvalutato per l'economia Italiana (e per quelle del Sud Europa in generale) essendo di fatto "mediato" sulle economie dell'intero continente: non a caso nello stesso periodo la Francia passa del 5,7% al 5,3% e la Germania dal 9,7% al 9,2%. Francia e Germania (a differenza dell'Italia) si riprenderanno nel 2004, per poi tornare ad essere in difficoltà con la grave crisi dell'Eurozona nel 2011, anche se la Germania in maniera meno accentuata.

Possibili cause e rimedi del declino[modifica | modifica wikitesto]

Vari analisti, a volte in disaccordo, imputano inoltre il processo di declino economico in atto nell'economia italiana a una o più cause possibili:

  • l'entrata nell'Unione economica e monetaria dell'Unione europea ovvero nella moneta unica con l'impossibilità di svalutare la moneta per favorire l'export come accadeva con la lira e a vincoli o restrizioni economiche in virtù di patti europei giudicati penalizzanti per la ricchezza nazionale[50][51]. I sostenitori di questa tesi propongono dunque l'uscita dal'euro. La tesi antieuropeista è però rigettata da altri economisti[52][53];
  • un rapporto debito/PIL troppo elevato e tra i più grandi al mondo (fino al rischio default come nel caso della crisi dei debiti sovrani), con grande spesa pubblica per interessi e dunque effetti negativi sulla pressione fiscale, il mancato finanziamento della spesa pubblica in deficit e la minor fiducia degli investitori nell'acquisizione di titoli di stato per il più alto spread; i rimedi proposti vanno da politiche economiche di tipo restrittivo (austerity) nel breve periodo a politiche di tipo espansivo nel medio-lungo periodo per ripagare il debito con la crescita tramite più alto gettito fiscale. Questa tesi è smentita da altri[54].
  • una spesa pubblica troppo elevata dovuta ad inefficienze e per il quale varrebbe una spending review[55], tesi smentita però da altri studi di settore[56];
  • fenomeni troppo accentuati di evasione fiscale, corruzione[57] e criminalità organizzata. Per questi fattori sono stati proposti un maggior recupero dell'evasione e controllo statale da parte degli organi preposti (Agenzia delle Entrate, magistratura, ecc...)
  • eccessiva pressione fiscale a livello statale/governativo che spinge il processo di deindustrializzazione/delocalizzazione con fuga di aziende e capitali all'estero e scoraggia gli investimenti in innovazione e sviluppo diminuendo al contempo l'offerta di lavoro e i consumi[58]. Per questa tesi sono state proposte riforme fiscali e un maggior recupero da evasione.
  • un assetto o tessuto produttivo debole in quanto incentrato in massima parte su piccole e medie imprese, spesso a conduzione familiare, anziché grandi aziende, in forte competizione tra loro e incapaci di reggere la competizione e la concorrenza sul piano internazionale dei mercati globalizzati[59]. Per questa tesi sono state proposte fusioni tra aziende.
  • cattiva redistribuzione del reddito che sfavorisce i consumi anche a seguito della precarizzazione del mercato del lavoro[60]. Una migliore redistribuzione del reddito favorirebbe dunque una ripresa o crescita dei consumi.
  • un'eccessiva burocratizzazione a freno dell'industrializzazione, per il quale varrebbero misure di snellimento delle relative procedure amministrative[61];
  • mancanza di una politica industriale adeguata da parte governativa negli ultimi due decenni, con scarso investimento in ricerca e sviluppo sia nel pubblico che nel privato e all'incapacità gestionale/amministrativa della classe dirigente/imprenditoriale italiana rispetto a quella di altri paesi esteri[46][47][48][49].
  • crescita economica frenata da troppi monopoli e lobby[62] con ridotta liberalizzazione del mercato.
  • un'eccessiva dipendenza di materie prime dall'estero in particolare dell'energia (dipendenza energetica) per il quale varrebbero riforme e politiche adeguate e mirate in ambito energetico[63];
  • ridotta meritocrazia in favore di ampi fenomeni di raccomandazione, clientelismo e nepotismo con influsso negativo sulla produttività e competitività sul lavoro nonché fonte di degrado morale[64];
  • eccessiva opposizione e freno verso le riforma del mercato o legislazione del lavoro da parte dei sindacati dei lavoratori[65]; la tesi è rigettata ovviamente dai sindacati stessi che difendono il loro operato in favore degli interessi dei lavoratori.
  • un percorso formativo scolastico/universitario non più adeguato ai tempi attuali ovvero non allineato ai processi evolutivi di forte trasformazione economico-produttiva in atto[60] ovvero disallineato con le richieste del mercato del lavoro. Anche in questo caso sarebbero necessarie riforme del sistema scolastico.

Analisi del vantaggio comparato italiano tra il 1970 ed il 2002[modifica | modifica wikitesto]

Il vantaggio comparato è la capacità di un sistema di produrre un determinato bene a prezzi relativamente minori rispetto a quelli affrontati per la produzione di altri beni: l’analisi dei vantaggi comparati di una data economia permette di conoscerne le peculiarità ed il tipo di specializzazione[66]. L'Italia ha un vantaggio comparato nei settori tradizionali a bassa intensità di capitale umano mentre nei settori avanzati il vantaggio comparato è molto negativo[67]. Inoltre, negli anni, in Italia non c’è stato un sostanziale mutamento della struttura dei vantaggi comparati e la tendenza italiana a rafforzare la produzione nei settori tradizionali appare anomala rispetto a tutti gli altri Paesi occidentali che convergono verso una specializzazione in quelli più avanzati[senza fonte].

Ciò è confermato dal rapporto tra impiegati in ricerca e sviluppo e operatori complessivamente presenti per ogni settore supponendo il numero di impiegati in ricerca e sviluppo proporzionale a quello degli operatori qualificati: questo indice in Italia è più basso rispetto a Germania, Francia, USA, Spagna e Regno Unito. Le tendenze italiane costituiscono una peculiarità in tutto il mondo occidentale, che svantaggia l'industria italiana in particolare nell'esportazione. Infatti la correlazione tra struttura dei vantaggi comparati in un dato anno e la crescita delle esportazioni settoriali nei cinque anni successivi dimostra che l'industria italiana è specializzata in settori in cui sta perdendo posizioni a livello mondiale[senza fonte].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ IMF World Economic Outlook - Aprile 2014
  2. ^ CIA - The World Factbook - Country Comparison :: Imports
  3. ^ CIA - The World Factbook - Country Comparison :: Exports
  4. ^ Repubblica, 05 gennaio 2012 - Licenziare i dipendenti è già possibile l'Ocse: siete tra i più flessibili al mondo - Economia e Finanza con Bloomberg - Repubblica.it
  5. ^ Ocse (strictness of employment protection) - Strictness of employment protection – individual and collective dismissals (regular contracts)
  6. ^ a b Fonte ISTAT: Rapporto annuale 2013, cap.1, p.53, tav. 1.18.
  7. ^ a b c d http://www.inea.it/public/pdf_articoli/1679.pdf
  8. ^ 8 m² al secondo. Salvare l’Italia dall’asfalto e dal cemento | www.salviamoilpaesaggio.it
  9. ^ I numeri dei Terziario - Confcommercio - Anno 2008. URL consultato il 16 febbraio 2010.
  10. ^ Il vero “motore” dell’economia è il settore terziario. URL consultato il 10 febbraio 2010.
  11. ^ Intesa Sanpaolo: i numeri della prima banca italiana in Il Sole 24 Ore. URL consultato il 10 febbraio 2010.
  12. ^ IMF World Economic Outlook - Ottobre 2013
  13. ^ Eurostat
  14. ^ ISTAT: Noi Italia - Macroeconomia
  15. ^ Report for Selected Countries and Subjects
  16. ^ IMF Data Mapper
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  18. ^ Statistiche I.Stat
  19. ^ a b Istat.it - Lavoro
  20. ^ [1]
  21. ^ Eurostat - Tables, Graphs and Maps Interface (TGM) table
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  24. ^ International Trade Unions Confederation - List of affiliates
  25. ^ Istat -Conti economici nazionali del 2009
  26. ^ a b c ISTAT
  27. ^ CIA - The World Factbook - Country Comparison :: Public debt
  28. ^ IMF World Economic Outlook - April 2010
  29. ^ a b c d Università Cattolica del Sacro Cuore, La spesa pubblica in Italia: articolazioni, dinamica e un confronto con gli altri Paesi
  30. ^ Privilegia Ne Irroganto
  31. ^ Istat - Conti ed aggregati economici della Amministrazioni pubbliche, anni 1980-2009
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  33. ^ IMF World Economic Outlook - April 2010
  34. ^ Eurostat - Tables, Graphs and Maps Interface (TGM) table
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  36. ^ Banca d'Italia, Finanza pubblica, fabbisogno e debito - Aprile 2014
  37. ^ Corriere della Sera, In Italia sommerso tra 255 e i 275 miliardi, 13 luglio 2010
  38. ^ Evasione fiscale a quota 300 miliardi. E in trent’anni si è quintuplicata | Attualità
  39. ^ Evasione fiscale, Italia prima in Europa con 340 miliardi di economia sommersa | Economia | www.avvenire.it
  40. ^ Giampaolino: "Evasione, Italia ai vertici Destinare recuperi al taglio delle tasse" - Economia e Finanza con Bloomberg - Repubblica.it
  41. ^ European Union - Seized mafia assets put to good use
  42. ^ New York Times - Mafia crime is 7% of GDP in Italy, group reports
  43. ^ Confesercenti - Le mani della criminalità sulle imprese
  44. ^ Nino Galloni, Moneta e società - Edizioni Sì, 2013
  45. ^ Italia: Cenerentola d’Europa per investimenti in ricerca e sviluppo
  46. ^ a b Rapporto Commissione Ue: "In Italia in atto vera deindustrializzazione"
  47. ^ a b Gianfranco Viesti: «L'Italia e il male della deindustrializzazione» - ECONOMIA
  48. ^ a b Deindustrializzazione italiana, cronaca di una morte annunciata - Europinione.it
  49. ^ a b Imprese in fuga dall’Italia +65% in dieci anni: “All’estero c’è la certezza del diritto” - Il Fatto Quotidiano
  50. ^ http://www.correttainformazione.it/economia/borghi-euro-crisi/
  51. ^ http://www.eastjournal.net/la-crisi-e-colpa-delleuro-adesso-non-sorprenda-lascesa-dellultradestra/41074
  52. ^ www.apiceuropa.com/wp2/wp-content/uploads/2014/05/euro.pdf
  53. ^ L'euro ha tante responsabilità ma non è la causa dell'incendio - Il Fatto Quotidiano
  54. ^ Il debito pubblico è il «peccato originale» dell'Italia? Ma i dati dicono che cresce meno di tutti i Paesi euro. Mentre il Pil... - Il Sole 24 ORE
  55. ^ Spesa pubblica
  56. ^ La spesa pubblica in Italia e in Europa | ABC Economics - Abbiamo Bisogno di Crescita
  57. ^ Allarme Ue sulla corruzione in Italia - 3 di 10 - Repubblica.it
  58. ^ Doing Business 2014: troppe tasse per le imprese in Italia - PMI.it
  59. ^ Allarme Ue per le Pmi: troppe imprese “micro”, ripresa lontana – Percentualmente - Blog - Repubblica.it
  60. ^ a b www.ssef.it/sites/ssef/files/Agenda/.../2011/slides_seminario_6_dic.pdf
  61. ^ Ue bacchetta l'Italia: poco produttiva Troppa burocrazia frena investimenti - Tgcom24
  62. ^ http://www.partitodemocraticopinerolo.it/2011/10/crescita-frenata-da-troppi-monopoli/
  63. ^ http://www.greenstyle.it/rapporto-enea-italia-riduca-dipendenza-energetica-dallestero-8963.html
  64. ^ http://www.eunews.it/2013/05/30/i-giovani-di-bruxelles-in-italia-non-ce-meritocrazia-per-noi-partire-e-un-obbligo/7354
  65. ^ http://www.huffingtonpost.it/2013/10/25/occupazione-studio-di-hays_n_4163485.html
  66. ^ Simplified theory of comparative advantage
  67. ^ Un modello obsoleto? Crescita e specializzazione dell’economia italiana

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Gaggi, Narduzzi, La fine del ceto medio e la nascita della società low cost, Einaudi 2006
  • Coppini, Nieri, Volpi, Storia Contemporanea, Pacini Editore 2005
  • De Bernardi, Guarracino, La Conoscenza Storica, B. Mondadori 2000
  • Begg, Fischer, Dornbush, Economia, Mc Graw-Hill 2005
  • Stiglitz, Economia del settore pubblico, Hoepli 2004
  • AA. VV., Eredità del Novecento alla voce Lo Stato Sociale (Scamuzzi), Treccani 2000
  • AA. VV., La Piccola Treccani (vol. XII) alla voce Welfare, Treccani 1997
  • Boeri, Faini, Ichino, Pisauro, Scarpa, Oltre il declino, Il Mulino 2005
  • Bianco, L’industria italiana, Il Mulino 2003
  • Valerio Castronovo, "Storia Economica d'Italia", Einaudi, 2006
  • Alberto Cova, "Economia, lavoro e istituzioni nell'Italia del '900", Vita e Pensiero 2002
  • Paul Ginsborg, "Storia d'Italia dal dopoguerra a oggi: Dal miracolo economico agli anni '80", Einaudi, 1989

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