Pressione fiscale
In economia con pressione fiscale si intende l'indicatore percentuale che misura il livello di tassazione medio di uno stato, di un'entità geografica o di un sottoinsieme della popolazione. È un parametro che spesso è tenuto in conto o deriva da scelte del governo in materia di politica fiscale.
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Descrizione [modifica]
Generalmente si calcola la pressione fiscale rapportando l'ammontare delle imposte al Prodotto Interno Lordo. All'interno dell'ammontare delle imposte sono incluse le imposte dirette, le imposte indirette e le imposte in conto capitale. Sono anche inclusi i contributi sociali che i lavoratori e i datori di lavoro versano ai fini pensionistici e assistenziali (cuneo fiscale). Si distingue dalla pressione tributaria che è il rapporto tra imposte (senza contributi) e Prodotto Interno Lordo.
La pressione fiscale può essere utilizzata per misurare l'azione dello Stato nel ridistribuire la ricchezza. Tipicamente stati con un'elevata pressione fiscale tendono a prelevare maggiori risorse dalle classi agiate per destinarla alle classi più povere attraverso politiche sociali di redistribuzione del reddito (welfare).
Distorsioni dell'indicatore [modifica]
La pressione fiscale è un indicatore medio, non misura quindi la varianza del livello di tassazione all'interno della popolazione, può quindi verificarsi che all'interno di uno stato alcune categorie di contribuenti possano avere un livello di tassazione molto superiore a quello rilevato.
La pressione fiscale può aumentare a causa di una stretta fiscale, ossia a seguito dell'introduzione di nuove imposte o all'aumento delle aliquote delle imposte esistenti. Un aumento della pressione fiscale può però anche derivare da un aumento dell'evasione fiscale nel tentativo da parte dello Stato di recuperare i fondi persi, ad esempio con inasprimento di imposte indirette quali accise.
La pressione fiscale in alcuni Paesi [modifica]
| Per approfondire, vedi Lista di Paesi per gettito fiscale in rapporto al PIL. |
In Italia la pressione fiscale agli inizi del Governo Berlusconi II (2001) ammontava al 41,3% del PIL, per poi salire al 42% nel 2006, al termine della legislatura. Anche durante il governo Prodi la pressione ha continuato a salire fino al 43,1% del 2007, per poi scendere nel 2008 al 42,6%. Nel 2011 la pressione ammontava al 42,5% del PIL [1]. Secondo i dati Istat, dall'insediamento del Governo Monti, la pressione è stata del 41,3% nei primi nove mesi del 2012 e del 42,6% nell'ultimo trimestre dell'anno, riallineandosi ai dati degli anni precedenti[2]. Secondo l'Ocse, nel 2009 i Paesi con maggiore pressione fiscale sono Danimarca (48,2%) e Svezia (46,4), paesi che storicamente hanno un evoluto sistema di welfare. Seguono Belgio (43,2%), Austria (42,8%) e Francia (41,9%). Dall'altro lato della classifica troviamo Svizzera (30,3%), Slovacchia (29,3%) e Irlanda (27,8%)[3]. Altri dati riguardano Lituania (29,3%), Romania (29,5%), Lettonia (30,2%) e Estonia (32,4%).
Teorie economiche [modifica]
Nella realtà odierna, solitamente, la pressione fiscale può essere aumentata (o diminuita) per ragioni di carattere politico oppure di politica economica ovvero di bilancio dello Stato ad esempio, nel breve periodo, un +T può contribuire al risanamento dei conti pubblici ma, solitamente, una stretta fiscale che si protrae nel tempo tende ad avere effetti negativi sui corsi economici specie perché riduce la propensione marginale al consumo e di conseguenza la produttività ed il reddito (Y). Riassumendo, nelle teorie macroeconomiche abbiamo
e
; ma è pur vero che
senza dover procedere ad una stretta fiscale visto che nelle economie moderne le imposte vengono calcolate in % del reddito prodotto.
Keynes e la spesa in disavanzo [modifica]
Il disavanzo pubblico è pari alla differenza fra entrate e uscite. Quindi, il disavanzo cresce con la spesa pubblica non finanziata da un pari aumento delle tasse, o viceversa da una riduzione delle imposte non seguita da pari tagli alla spesa pubblica.
Secondo la teoria keynesiana, il moltiplicatore del reddito nazionale che si ottiene in presenza di una spesa pubblica in disavanzo è maggiore di quello ottenibile con una riduzione della pressione fiscale.
Teorema del bilancio in pareggio [modifica]
Secondo il teorema del bilancio in pareggio, dimostrato nell'ambito della Teoria macroeconomica keynesiana, una spesa in disavanzo genera un effetto sul reddito nazionale, che è massimo dopoché è stato raggiunto il pareggio fra entrate e uscite, sia che si tratti di un taglio alle tasse che di un aumento diretto della spesa pubblica.
In altre parole, i benefici sul reddito nazionale non sono infiniti, ma sono massimi partendo da un debito pubblico nullo, e decrescono progressivamente con l'accumularsi del debito.
Voci correlate [modifica]
Note [modifica]
- ^ Istat, conti nazionali, pressione fiscale del PIL 2001-2010
- ^ Notizie ISTAT sulla pressione fiscale
- ^ Dati dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico
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