Macroeconomia

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In economia la teoria macroeconomica (o semplicemente macroeconomia) è un ramo dell'economia politica che, diversamente dalla microeconomia che studia i comportamenti dei singoli operatori economici, studia invece il sistema economico a livello aggregato.

La nascita della macroeconomia moderna, intesa come approccio sistematico e coerente ai fenomeni economici a livello aggregato, viene fatta risalire alla pubblicazione nel 1936 dell'opera di J. M. Keynes "The general theory of employment, interest and money".[1]

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

Le interazioni tra le interdipendenti variabili macroeconomiche sono studiate nel loro contributo alla determinazione di un equilibrio economico (di breve periodo, di medio periodo e di lungo periodo). Costituiscono variabili economiche:

  • La domanda (domanda aggregata) e l'offerta complessiva (offerta aggregata) di un paese. L'eccesso di offerta di beni incrementa le scorte e induce gli imprenditori a diminuire la produzione.
  • Il prodotto interno lordo (P. I.L.) sommatoria del valore dei beni e servizi finali prodotti in un paese in un tempo determinato, un suo incremento aumenta la domanda di moneta a scopo transattivo.
  • Il consumo (C).
  • L'investimento (I) si distingue in scorte ed in investimenti fissi: sommatoria dei beni e servizi in grado di incrementare lo sviluppo della capacità produttiva di un paese.
  • Il risparmio (S) differenza tra reddito e consumo e può essere investito anche in moneta ed in obbligazioni.
  • Le esportazioni (X).
  • Le importazioni (M).
  • La Bilancia dei pagamenti che si suddivide in due sezioni: in partite correnti (incassi e pagamenti) ed in movimenti di capitale (investimenti di capitale e di portafoglio).
  • La moneta. Assente nell'economia di baratto che per funzionare necessita di una coincidenza di bisogni, riveste un ruolo fondamentale nelle transazioni di beni e servizi. In teoria qualunque bene può assumerne il ruolo, a condizione che tutti gli individui siano disposti ad accettarlo. La moneta ha la triplice funzione di intermediaria negli scambi, di unità di conto e di riserva di valore e può essere suddivisa in due componenti: circolante e deposito in conto corrente. Il mercato della moneta tende all'equilibrio molto più velocemente del mercato dei beni e servizi;
  • L'inflazione.
  • Il tasso di interesse di mercato ha l'importante funzione di riequilibrare l'offerta e la domanda di moneta. Quando aumenta fa diminuire:
- Gli investimenti e quindi la domanda aggregata, il reddito e la domanda di moneta a scopo transativo;
- Il prezzo dei titoli obbligazionari e quindi innalza il reddito degli stessi, ciò incentiva l'acquisto di obbligazioni e disincentiva la detenzione del risparmio in moneta. Ne consegue una riduzione della domanda di moneta a scopo speculativo.

Il fine è anche quello di prevedere gli scenari futuri (attraverso la raccolta e l'elaborazione dei dati), in modo che la politica economica possa intervenire per correggere, ove necessario, i trend (le tendenze) e perseguire il controllo dell'inflazione e l'aumento del reddito.

Modelli economici[modifica | modifica sorgente]

Lo studio delle variabili macroeconomiche impiega modelli economici (rappresentazioni semplificate della realtà) elaborati per spiegare il funzionamento dell'economia nelle prospettive temporali considerate. Ad esempio:

  • il modello IS-LM, che analizza l'equilibrio economico e le sue variazioni nel breve periodo;
  • il modello AD-AS, che analizza il processo di aggiustamento dell'equilibrio economico, che opera nel medio periodo a seguito delle variazioni di breve periodo;
  • i modelli appartenenti alla teoria della crescita, che analizzano le determinanti del processo di crescita di lungo periodo.

La teoria dello sviluppo economico analizza le cause che determinano variazioni del reddito (Y), variabile oggetto di studio della teoria del ciclo economico. La crescita della domanda aggregata [sommatoria dei consumi (C) e degli investimenti (I) delle famiglie e delle imprese, della spesa dei beni e servizi (G) e dei trasferimenti (TR) dello Stato, delle esportazioni (X) al netto delle imposte (TA) e delle importazioni (M)], incrementa il processo produttivo e aumenta il reddito.

Trattazione matematica[modifica | modifica sorgente]

Definizioni[modifica | modifica sorgente]

Notazioni[modifica | modifica sorgente]

I principali concetti della teoria macroeconomica sono spesso indicati con questa notazione, presente nei libri di testo universitari e nella formulazione originale di John Maynard Keynes:

Il prodotto interno lordo[modifica | modifica sorgente]

Il PIL è definibile in due modi equivalenti:

A consuntivo di fine anno queste due modalità di calcolo devono portare allo stesso risultato.

Il reddito pro-capite[modifica | modifica sorgente]

A partire dal PIL è definibile il reddito pro-capite medio come il rapporto tra il PIL e il numero dei cittadini: è evidente la correlazione diretta fra la ricchezza individuale e quella nazionale.

L'eguaglianza fra PIL e valore aggiunto è l'equazione fondamentale della contabilità nazionale.

A partire dalla precedenti notazioni si possono dare una serie di definizioni, oltre a quella iniziale del PIL.

Tributi[modifica | modifica sorgente]

L'ammontare T del prelievo o gettito fiscale è pari a:

T = t \cdot Y, ossia deriva da un'aliquota (pressione fiscale media) applicata al reddito nazionale.

Bilancio dello Stato[modifica | modifica sorgente]

Il bilancio dello Stato B è dato dalla differenza fra entrate (imposte) e uscite (spesa pubblica + trasferimenti):

B = T - (G + TR)

In generale:

B ><= 0. Il bilancio può presentarsi in avanzo, disavanzo o in pareggio (saldo primario).

Reddito disponibile[modifica | modifica sorgente]

Il reddito disponibile di famiglie, Stato e imprese per i consumi è definito come il reddito totale al netto del prelievo fiscale:

Y_d = Y - T

Consumi[modifica | modifica sorgente]

Fra consumi e reddito disponibile viene ipotizzata l'esistenza di una relazione analitica lineare (ipotesi semplificativa).

La relazione non lega direttamente consumi e reddito nazionale, ma consumi e reddito disponibile, evidenziando come il carico fiscale riduce la possibilità di spesa dei soggetti economici.

C = C(Y_d)= c_0 + c \cdot Y_d, dove 0 < c < 1

La precedente equazione è detta funzione di consumo. L'equazione, come da ipotesi, ha il grafico di una retta presentandosi nella forma descritta dall'equazione di una retta:

y = y_0 + m \cdot x

Dalla funzione di consumo ipotizzata si ricava che la pendenza della retta è:

c = \frac {\Delta_C}{\Delta_{Y_d}}

dove c è detto propensione marginale al consumo.

Risparmio[modifica | modifica sorgente]

Risparmio e consumi sono le due componenti del reddito disponibile. Per differenza si ha che il risparmio S è:

S = Y_d - C

Allo stesso modo dei consumi, fra risparmio e reddito disponibile viene ipotizzata una relazione analitica lineare.

S = S(Y_d)= s_0 + s \cdot Y_d, dove 0 < s < 1

Dall'equazione della precedente retta, si ricava che la pendenza è:

s = \frac {\Delta_S}{\Delta_{Y_d}}

dove s è detta propensione marginale al risparmio.

La relazione fra propensione marginale al consumo e propensione marginale al risparmio è:

c = 1 - s.

ricavabile dalle definizione di risparmio sostituendovi le funzioni di consumo e di risparmio.

Il PIL come complesso dei redditi prodotti[modifica | modifica sorgente]

Il PIL o ricchezza nazionale può essere definito come complesso dei redditi prodotti (somma di consumi C, investimenti I e spesa pubblica G) pari a:

Y = C + I + G

Per dedurre gli effetti sul reddito di un aumento della spesa pubblica e/o delle tasse si sostituisce a C la funzione dei consumi:

Y = c_0 + c \cdot Y_d + I + G

Abbiamo detto anche che il PIL è somma di consumi, risparmi e spesa pubblica. Esso deve dunque eguagliare il valore aggiunto della precedente definizione (somma di consumi, investimenti e spesa pubblica). Si ha:

Y= C + R + G = C + I + G

da cui:

R = I

Eguagliando i due membri dell'equazione si ottiene che i risparmi sono uguali agli investimenti, ossia che i risparmi finanziano gli investimenti produttivi. L'equazione è tendenziale, non vera in ogni istante.

Moltiplicatore sul reddito della spesa pubblica[modifica | modifica sorgente]

Per vedere il solo effetto di una variazione della spesa pubblica sul reddito nazionale, si ipotizza di agire a parità di altri fattori, e che T = 0:

\Delta_Y = c \cdot \Delta{Y_d} + \Delta_G = c \cdot \Delta_Y + \Delta_G = \frac {1}{1 - c} \cdot \Delta_G

Il fattore \frac {1}{1 - c} è detto moltiplicatore sul reddito della spesa pubblica poiché il suo valore è sempre maggiore dell'unità: quindi, a fronte di un aumento della spesa pubblica di 10, si avrà un aumento del reddito pari a 11, 20, etc., con un ritorno più che proporzionale.

Infatti, posto:

\frac {1}{1 - c} > 1,

si ottiene che:

c > 0, vero \forall c (essendo 0 < c <1)

Un intervento di aumento sulla spesa pubblica genera dunque un incremento del reddito nazionale. Il finanziamento di questa spesa è un problema distinto e può avvenire in vari modi impiegando un avanzo di bilancio, con indebitamento dello Stato o con pari entrate fiscali.

Il moltiplicatore sul reddito della spesa pubblica ha una formulazione leggermente diversa se si tiene conto che questa spesa venga finanziata, in parte o integralmente, con le tasse:

\Delta_Y = c \cdot \Delta{Y_d} + \Delta_G = c \cdot \Delta_Y - c \cdot t \cdot \Delta_Y + \Delta_G = \frac {1}{1 - c \cdot (1 - t)} \cdot \Delta_G.

Il motiplicatore è anche in questo caso sempre maggiore dell'unità. Infatti, posto:

\frac {1}{1 - c \cdot (1 - t)} > 1,

si ottiene che:

c \cdot (1 - t) > 0, vero \forall c e \forall t

Inoltre in tutti i casi quanto più piccola è la propensione al risparmio (1-c) ossia tanto maggiore è la propensione ai consumi, tanto più alto è l'aumento di ricchezza nazionale, qualunque azione venga intrapresa (riduzione delle tasse, spesa pubblica, spesa in disavanzo). Fu Keynes ad affermare che la domanda è un dato ed è il motore della crescita economica ovvero che l'economia è consumistica: la domanda è infatti una domanda di consumo.

Moltiplicatore sul reddito delle imposte[modifica | modifica sorgente]

Una riduzione delle imposte genera invece il seguente effetto sul reddito prodotto:

\Delta_Y = c \cdot \Delta{Y_d} = c \cdot (\Delta_Y - \Delta_T) = - \frac {c}{1 - c} \cdot \Delta_T

Il segno negativo indica che un incremento del reddito deriva da una riduzione delle tasse (\Delta_T negativo).

Il fattore \frac {c}{1 - c} è detto moltiplicatore sul reddito delle tasse o anche moltiplicatore della leva fiscale, perché è sempre maggiore dell'unità. Infatti, posto:

- \frac {c}{1 - c} > 1,

si ottiene un'identità, vera \forall c (0 > -1)

Una riduzione dell'ammontare di tasse equivale a una riduzione della pressione fiscale definita come rapporto fra le entrate (che sono tasse e imposte) e il PIL.

Confronto fra i due moltiplicatori[modifica | modifica sorgente]

La spesa pubblica ha un moltiplicatore sul reddito nazionale più alto di quello che ha la riduzione delle imposte. In altri termini un aumento della spesa pubblica o un taglio delle tasse hanno lo stesso effetto sul bilancio pubblico, ma un effetto differente sul reddito nazionale: in generale per incrementare la ricchezza di una nazione è più conveniente un intervento diretto dello Stato tramite la spesa pubblica rispetto ad un taglio delle imposte.

Infatti il moltiplicatore (sul reddito) della spesa pubblica è maggiore di quello derivante da un riduzione delle imposte:

\frac {\Delta_Y}{\Delta_G}= \frac {1}{1 - c}

\frac {\Delta_Y}{\Delta_T}= - \frac {c}{1 - c}

Da cui:

\frac {\Delta_Y}{\Delta_G} > \frac {\Delta_Y}{\Delta_T}, essendo per ipotesi 0 < c < 1 (confrontando i due moltiplicatori, si ottiene 1 > -c, vera \forall c).

Confronto in funzione dell'aliquota fiscale[modifica | modifica sorgente]

Il risultato è confermato anche confrontando i due moltiplicatori nella loro forma più generale.

Il moltiplicatore delle tasse sul reddito, sostituendo a \Delta_T = t \cdot \Delta_Y, diventa:

\Delta_Y = -  \frac {c \cdot t}{1 - c} \cdot \Delta_Y

Se si confronta con il moltiplicatore della spesa pubblica sul reddito in funzione dell'aliquota fiscale, si ottiene che:

\frac {1}{1 - c \cdot (1 - t)} > -  \frac {c \cdot t}{1 - c}, da cui:


c \cdot t^2 + c \cdot t + 1 - c \cdot (1 + c \cdot t) > 0, che è una quantità sempre positiva.

Il teorema del bilancio in pareggio[modifica | modifica sorgente]

Enunciato del teorema[modifica | modifica sorgente]

Il teorema del bilancio in pareggio afferma che l'aumento del reddito è massimo quando ogni incremento di spesa pubblica è corrisposto da un analogo incremento delle entrate cioè non vi sia disavanzo pubblico o deficit pubblico. Il valore di questo incremento massimo del reddito è pari all'esatto ammontare della spesa pubblica.

L'incremento di reddito di una spesa pubblica finanziata da un incremento delle tasse sarà infatti dato dalla somma dei due moltiplicatori (della spesa pubblica e delle tasse):

\Delta Y = \frac {1}{1 - c} \cdot (\Delta G - c \cdot \Delta T)


Se \Delta B = 0, ossia \Delta G = \Delta T, sostituendo si ha che:


\Delta Y = \Delta G = \Delta T


Se aumentiamo spesa pubblica e imposte in modo da lasciare invariato il saldo del bilancio pubblico, il reddito varia di questo stesso ammontare.

Considerazioni economiche[modifica | modifica sorgente]

Per il teorema del bilancio in pareggio l'aumento del PIL (ricchezza nazionale) prodotto dalla spesa pubblica è massimo quando il disavanzo pubblico è pari a zero. L'effetto è più contenuto quando il disavanzo è diverso da zero. Alcuni sostenitori del deficit spending si richiamano alle precedenti teorie keynesiane per favorire la crescita economica, mentre l'analisi di merito mostra che, proprio secondo il teorema del pareggio di bilancio, non è conveniente la spesa in disavanzo.

Secondo gli economisti moderni, la spesa in disavanzo conviene solo per temporanee condizioni di crescita del reddito prossima allo zero, o negativa, mentre un avanzo pubblico non è conveniente dal punto di vista della ricchezza nazionale perché non produce aumenti del reddito. La spesa pubblica per Keynes ha come unico obiettivo la piena occupazione e la pubblica utilità.

Un risultato sorprendente del teorema è invece che un avanzo del bilancio pubblico ha un effetto negativo sulla spesa pubblica, perciò, strutturalmente la pubblica amministrazione tende a non avere risparmi. Questa non avendo strutturalmente grandi risparmi, non è il motore degli investimenti produttivi: la spesa pubblica è infatti un termine diverso dagli investimenti produttivi, la cui peculiarità è invece l'orientamento al profitto.

La componente occupazionale della spesa è essenziale per l’impatto di moltiplicatore economico di questa. Se la congiuntura è negativa, le grandi opere pubbliche hanno un ruolo anticiclico se provengono da settori che non siano ad alta intensità di capitale, ma labour intensive.

Da un lato gli investimenti richiedono la domanda e i consumi, dall'altro sono possibili soltanto con i risparmi (che sono rinunce di consumo) dei cittadini. Ciò vale sia per consumi e risparmio dei cittadini che per consumi e risparmi delle imprese. Questa dualità trova però un punto di equilibrio.

Dei tre soggetti economici, escluso lo Stato, resta che la fonte degli investimenti produttivi sono i risparmi delle stesse imprese e principalmente dei cittadini. L'efficacia nella stimolazione della domanda è però sempre maggiore nel caso della spesa pubblica che produce il maggior aumento della ricchezza nazionale (e tasso di crescita annuo).

La macroeconomia disconosce l'opportunità delle teorie reaganiane di riduzione delle tasse in favore di un intervento diretto dello Stato nell'economia (con la spesa pubblica).

Tradizionalmente, l'austerità e il pareggio di bilancio sono obiettivi opposti alla piena occupazione ed alla spesa pubblica. Il teorema mostra che la spesa pubblica è conveniente quando si è raggiunto il pareggio.

Critiche alla teoria del bilancio in pareggio[modifica | modifica sorgente]

Gli economisti odierni concordano sulla convenienza della spesa in disavanzo in situazioni di recessione o crescita lenta del PIL (inferiore al 4% annuo) per la quale lo Stato spende in misura maggiore delle sue entrate, indebitandosi. Anche una spesa pubblica in disavanzo produce un aumento del PIL maggiore ed è più efficace di una riduzione della pressione fiscale.

Infatti, il moltiplicatore della spesa pubblica sul reddito è, comunque, maggiore di quello fiscale. Quindi, l'incremento di reddito derivante dalla spesa pubblica è più che proporzionale alla riduzione dovuta all'aumento della pressione fiscale per finanziare tale spesa. A patto, tuttavia, che il maggior carico fiscale si traduca in domanda interna e, non, come in parte accade attualmente nei paesi fortemente indebitati, in trasferimenti di valuta all'estero.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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  1. ^ Modern Macroeconomics - Its origins, development and current state, Edward Elgar, 2005, ISBN 1 84542 208 2.