Produzione di energia elettrica in Italia

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In Italia la produzione di energia elettrica avviene in parte grazie all'utilizzo di fonti non rinnovabili (come il carbone, il petrolio e il gas naturale) e in parte con fonti rinnovabili (come lo sfruttamento dell'energia geotermica e dell'energia idroelettrica); il restante fabbisogno viene coperto con l'acquisto di energia dall'estero, trasportata nel paese tramite l'utilizzo di elettrodotti.

Indice

[modifica] Fonti di approvvigionamento

L'Italia, come sistema fisico nazionale comprendente le proprie centrali e le proprie stazioni di pompaggio, ha consumato nel 2007 circa 360170 GWh (gigaWattora) di energia elettrica. Tale dato è il cosiddetto "consumo o fabbisogno nazionale lordo" e indica l'energia di cui ha bisogno il Paese per far funzionare qualsiasi impianto o mezzo che abbisogni di energia elettrica. Tale dato è ricavato come somma dei valori indicati ai morsetti dei generatori elettrici di ogni singolo impianto di produzione. Tale misura è effettuata prima di una eventuale detrazione di energia per alimentare le stazioni di pompaggio e non considerando gli autoconsumi delle centrali (ovvero l'energia che la centrale usa per il suo funzionamento).

Se si escludono tali "consumi imposti" (servizi ausiliari, perdite nei trasformatori di centrale e l'energia elettrica per immagazzinare energia durante la notte attraverso le stazioni di pompaggio), abbiamo un "consumo nazionale netto" o "richiesta nazionale di energia elettrica", che nel 2007 è stato di 339927 GWh, con un incremento del 0,73% rispetto all'anno precedente e del 2,45% medio negli ultimi venti anni. Tale valore comprende anche le perdite di rete, calcolate intorno ai 20957 GWh circa. La parte rimanente (318952 GWh) rappresenta il consumo di energia degli utenti finali.[1]

L'Italia ha quindi bisogno mediamente di circa 41,1 GigaWatt di potenza elettrica lorda istantanea (38,6 GigaWatt di potenza elettrica netta istantanea). Tali valori oscillano tra la notte e il giorno mediamente da 28 a 50 GigaWatt, con punte minime e massime rispettivamente di 21,5 e 56,8 GigaWatt.[2]

Il dato di consumo nazionale lordo contiene una percentuale pari al 12,8% di energia importata dall'estero (ovvero, al netto delle esigue esportazioni, circa 46283 GWh annui nel 2007), che incide per il 13,6% sul valore dell'energia elettrica richiesta.[1]

Il fabbisogno nazionale lordo di energia elettrica viene coperto per il 73,8% attraverso centrali termoelettriche che bruciano principalmente combustibili fossili in gran parte importati dall'estero (di questi piccole percentuali - inferiori al 2% - fanno riferimento a biomassa, rifiuti industriali o civili e combustibile nazionale). Un altro 13,4% viene ottenuto da fonti rinnovabili (idroelettrica, geotermica, eolica e fotovoltaica) per un totale di energia elettrica di produzione nazionale lorda di circa 313887 GWh annui (2007). La rimanente parte per coprire il fabbisogno nazionale é importata all'estero nella percentuale già citata del 12,8%.[3]

[modifica] Energie non rinnovabili

Variazioni percentuali fonti di energia non rinnovabile in Italia. Elaborazione da dati pubblicati da Terna

L'Italia non dispone di consistenti riserve di combustibili fossili e quindi la quasi totalità della materia prima utilizzata viene importata dall'estero.

Secondo le statistiche di Terna, società che dal 2005 gestisce la rete di trasmissione nazionale, la maggior parte delle centrali termoelettriche italiane sono alimentate a gas naturale (65,2% del totale termoelettrico nel 2007), carbone (16,6%) e derivati petroliferi (8,6%). Percentuali minori (circa il 2,1%) fanno riferimento a gas derivati (gas di acciaieria, di altoforno, di cokeria, di raffineria) e a un generico paniere di "altri combustibili" (circa il 7,3%) in cui sono comprese diverse fonti combustibili "minori", sia fossili che rinnovabili (biomassa, rifiuti, coke di petrolio, Orimulsion, bitume e altri).

È da notare come le percentuali relative ai tre principali combustibili siano cambiate radicalmente in pochissimi anni (1996-2007); solo nel 1996, gas naturale, carbone e petrolio "pesavano" rispettivamente il 25%, l'11% e il 59%. Si può notare come, accanto ad un discreto aumento dell'utilizzo del carbone, ci sia stata una radicale inversione dell'importanza relativa tra petrolio e gas naturale, il cui utilizzo è cresciuto fortemente sia in termini assoluti che percentuali [4]. Oggi gran parte delle centrali termoelettriche vengono concepite in maniera di poter utilizzare più combustibili, in maniera da poter variare in tempi relativamente rapidi la fonte combustibile (sebbene negli ultimi anni moltissimi cicli combinati non possano accettare carbone o petrolio o altri combustibili diversi dal gas).

Tale politica è conseguita da considerazioni circa il costo, la volatilità dei prezzi e la provenienza da regioni politicamente instabili del petrolio; non deve inoltre essere trascurato il minor impatto ambientale del gas rispetto al petrolio, soprattutto alla luce dei dettami del Protocollo di Kyōto.

Attualmente l'Italia figura come il quarto importatore mondiale di gas naturale[5], proveniente principalmente dalla Russia e dall'Algeria, con quote minori da Norvegia, Libia e Paesi Bassi[6]; il potenziamento del gasdotto sottomarino "Greenstream" dovrebbe in futuro far crescere sensibilmente la quota di gas importata dalla Libia[7].

Nonostante ciò, l'Italia rimane ancora oggi (dati 2005) il paese europeo (sesto al mondo) maggiormente dipendente dal petrolio per la produzione di energia elettrica[8].

[modifica] Energie rinnovabili

Variazioni percentuali fonti di energia rinnovabile in Italia. Elaborazione da dati pubblicati da GSE / Terna

La maggior parte dell'energia elettrica prodotta in Italia con fonti rinnovabili deriva dalle fonti rinnovabili cosiddette "classiche". Le centrali idroelettriche (localizzate principalmente nell'arco alpino e in alcune zone appenniniche) producono il 10,7% del fabbisogno energetico lordo; le centrali geotermoelettriche (essenzialmente in Toscana) producono l'1,5% della potenza elettrica mentre le "nuove" fonti rinnovabili come l'eolico (con parchi eolici diffusi principalmente in Sardegna e nell'Appennino meridionale), sebbene in crescita, producono ancora solo l'1,1% della potenza elettrica richiesta. Percentuali ancora minori vengono prodotte con il solare in impianti connessi in rete o isolati (circa 39 GWh nel 2007, pari a circa lo 0,01% del totale, considerando anche il contributo del programma "Tetti fotovoltaici" e impianti in Conto energia[9]).

Infine, negli ultimi anni è cresciuta la quota di energia elettrica generata in centrali termoelettriche o termovalorizzatori dalla combustione di biomasse, rifiuti industriali o urbani. Tale fonte (generalmente compresa nel computo generale delle "termoelettriche"), è quella che ha avuto i ratei di crescita più alti negli ultimi anni, passando da una produzione quasi nulla nel 1992, fino a superare la quota geotermoelettrica nel 2004, per giungere fino al 2,0% del fabbisogno energetico totale nel 2007. Il 60,7% di tale aliquota è riconducibile ad energia ottenuta a partire dai cosiddetti "RSU", mentre la parte restante è relativa agli altri scarti e rifiuti o biomassa.[10] Gli RSU, tuttavia, non sono una fonte rinnovabile, se non in parte (per la quota organica che contengono), anche se in passato sono stati assimilati alle fonti rinnovabili così da poter ricevere i contributi statali relativi (CIP6)[11].

In conclusione, considerando tutti i contributi, la quota "rinnovabile" italiana giunge fino al 15,7% della produzione totale nazionale, al 14,5% dell'energia elettrica richiesta e al 13,7 del fabbisogno nazionale lordo[9].

[modifica] Scambi con l'estero

L'Italia è il secondo paese al mondo per importazione di energia elettrica [12], il primo se invece si considera il saldo con l'estero[13]. L'Italia importa una quantità di potenza elettrica media che, durante l'anno, può avere un massimo giornaliero inferiore ai 4000 MegaWatt (fase notturna, mese di agosto) fino ad un massimo di oltre 7500 MegaWatt (fase diurna, mesi invernali), per un totale di circa 44000 GWh netti all'anno.

Va comunque menzionato che la stessa ENEL è in alcuni casi anche comproprietaria di alcuni impianti di produzione esteri; tale elettricità sarebbe dunque in questi casi ancora dell'ENEL sebbene prodotta fuori dai confini nazionali.

L'importazione non è sempre proporzionale alla richiesta, cosicché il fabbisogno energetico italiano viene sostenuto da corrente prodotta all'estero per un'aliquota che può oscillare tra meno del 10% in fase diurna fino a punte massime del 25% durante la notte. Tale importazione avviene da quasi tutti i paesi confinanti, anche se l'aliquota maggiore è quella proveniente dalla Svizzera e, a seguire, dalla Francia (è da notare, tuttavia che attraverso la Svizzera viene veicolata anche parte dell'energia francese richiesta dall'Italia[14]); considerando dunque questi due Paesi insieme, da Francia e Svizzera proviene circa il 90% di tutta l'importazione italiana di elettricità.[15].

Parte di questa energia (in particolare circa il 40% di quella "svizzera"[14] e l'85% di quella "francese"[16]) viene prodotta con centrali nucleari. In effetti l'importazione notturna è percentualmente molto più importante di quella diurna proprio a causa della natura della produzione elettrica con questo tipo di centrali; queste infatti funzionano al meglio in regime costante e quindi l'energia prodotta durante la notte viene praticamente "svenduta" a basso costo[17] [18]. Ciò consente di fermare in Italia durante la notte le centrali meno efficienti e di attivare le stazioni di pompaggio idriche che poi possono "rilasciare" nuovamente energia durante il giorno. Questo meccanismo ha reso conveniente l'importazione di energia dall'estero, da cui il grande sviluppo del commercio di energia negli ultimi anni.

Dai dati pubblicati da Terna riguardanti il 2007 si ricava che l'energia elettrica importata è aumentata solo leggermente rispetto al 2006 (circa 5%), mentre sono aumentate del 65% le seppur esigue esportazioni, specialmente nelle ore di punta diurne quando altri stati non sono in grado di far fronte ai picchi di domanda.

[modifica] Problematiche

[modifica] Costo

La corrente elettrica in Italia costa mediamente di più che nel resto d'Europa: costa ad esempio, al netto della tassazione, circa il doppio di quella prodotta in Francia o di quella prodotta in Svezia.[19] Un costo così elevato è dovuto a molti fattori, e solo parzialmente al mix di centrali elettriche.

Bisogna notare che il costo dipende fortemente dal consumo annuale per contratto: per consumi fino a 1800 Kwh l'Italia risulta infatti uno dei Paesi più economici, mentre le tariffe più elevate si riscontrano per consumi oltre i 3540 kwh. Questo sistema ha il fine di incentivare i bassi consumi.

Va inoltre rilevato che la tassazione in Italia è particolarmente elevata: ad esempio circa il 7% delle bollette è costituito dai prelievi CIP6, formalmente introdotti per finanziare le energie rinnovabili, ma in pratica utilizzati in gran parte -in violazione delle normative europee- per finanziare l'incenerimento di rifiuti urbani o la combustione di scarti di raffineria.

Infine, si può riscontrare che anche paesi privi di centrali nucleari hanno costi dell'elettricità inferiori all'Italia (dal 25 al 45%)[20]

[modifica] Dipendenza

Considerando sia i combustibili che l'energia elettrica importata, l'Italia dipende dall'estero per circa l'84% della propria energia elettrica. Tale valore viene dato dalla quota di generazione termoelettrica (fatto salvo i contributi relativi a combustibile nazionale, combustione di biomasse e rifiuti), più gli scambi di energia con l'estero. Questo genera un settore produttivo instabile, soggetto in particolare a forti variazioni del costo per chilowatt a causa delle variazioni del costo del combustibile (petrolio e gas naturale). Ovviamente ciò è un pericolo per il Paese; un'improvvisa penuria del combustibile o un improvviso aumento dei prezzi potrebbe rendere problematica la produzione di energia elettrica paralizzando il Paese.

Tuttavia, va osservato che anche modificando il mix energetico, non sono possibili sostanziali variazioni di questa percentuale: che si parli di carbone, petrolio, uranio o metano, le riserve italiane sono comunque molto inferiori al reale fabbisogno, per cui l'approvvigionamento avverrebbe comunque dall'estero. In pratica, l'unica modalità di generazione dell'energia che potrebbe realmente considerarsi "interna" è quella che fa affidamento sulle fonti rinnovabili.

[modifica] Storia della produzione di energia elettrica in Italia

Riepilogo storico variazioni percentuali fonti di energia in Italia. Elaborazione da dati pubblicati da Terna

[modifica] Gli inizi

I primi impianti di generazione elettrica italiani (sul finire del XIX secolo) furono centrali termoelettriche a carbone situate all'interno delle grandi città. La prima centrale in assoluto fu costruita appunto a Milano.

In seguito, lo sviluppo della rete di trasmissione nazionale permise lo sfruttamento del grande bacino idroelettrico costituito dalle Alpi, e grazie all'energia idroelettrica (unica fonte nazionale e a buon mercato) fu possibile un primo timido sviluppo industriale italiano. Le caratteristiche della risorsa idroelettrica diedero anche per un certo periodo l'illusione che l'Italia potesse essere indefinitamente autosufficiente dal punto di vista energetico (talvolta anche con eccessi retorici sul "carbone bianco delle Alpi").

Inoltre, nel 1904, veniva costruita a Larderello la prima centrale geotermoelettrica del mondo. Tale fonte continua a dare il suo contributo anche oggi, sebbene, a causa della limitatezza delle aree interessate, tale contributo non abbia mai superato l'8% della richiesta nazionale.

Dopo la Seconda guerra mondiale apparve chiaro che la risorsa idroelettrica non poteva più tenere il passo con le richieste dell'industrializzazione e quindi l'Italia dovette sempre più (anche a causa del basso costo del petrolio in quel periodo) affidarsi a nuove centrali termoelettriche.
Il potenziale idroelettrico fu quasi completamente sfruttato negli anni cinquanta finché, anche a causa di enormi disastri ambientali (come la strage del Vajont), non fu del tutto abbandonata la costruzione di nuove centrali di questo tipo.

[modifica] La nazionalizzazione e la crisi petrolifera

Fin dall'inizio della sua storia, la produzione dell'energia elettrica in Italia era sempre stata affidata all'impresa privata (ove si escludano alcuni tentativi parziali di controllo statale nel periodo fascista); il 27 novembre 1962 la Camera approvava il disegno di legge sulla nazionalizzazione del sistema elettrico e l'istituzione dell'ENEL (Ente Nazionale per l'Energia Elettrica), cui venivano demandate "tutte le attività di produzione, importazione ed esportazione, trasporto, trasformazione, distribuzione e vendita dell'energia elettrica da qualsiasi fonte prodotta". In base a ciò anche produttori "storici" (come "SIP" - Società Idroelettrica Piemonte, "Edison", "SADE", SME) dovevano vendere le loro attività al nuovo soggetto; venivano esclusi dal provvedimento solo gli autoproduttori e le aziende municipalizzate cui rimasero lo stesso quote marginali del mercato. In definitiva, l'ENEL si trovò ad assorbire le attività di oltre 1000 aziende elettriche.

La scelta della nazionalizzazione (all'alba della cosiddetta "stagione del centro-sinistra") sembrava allora essere l'unica possibilità di soddisfare la crescente domanda di energia, in un contesto di sviluppo uniforme ed armonico dell'intero Paese.

Riepilogo storico della produzione di energia in Italia. Elaborazione da dati pubblicati da Terna

Il nuovo periodo che si stava aprendo per l'ENEL e per il Paese sarebbe stato caratterizzato da grandi trasformazioni sia per quanto riguarda la rete di trasmissione che la produzione di energia; basti pensare che negli anni sessanta la produzione di energia elettrica italiana cresceva a un ritmo di circa l'8% annuo, contro lo scarso 2% attuale. Questa crescita avvenne in gran parte grazie allo sviluppo della fonte termoelettrica, facilitato dai bassi prezzi del petrolio tipici di quel decennio.

Tale tendenza venne bruscamente interrotta dalle crisi petrolifere del 1973 e del 1979; negli anni settanta e ottanta, accanto a una temporanea contrazione della produzione causata dalla crisi economica conseguente allo "shock petrolifero", si ebbe un primo tentativo di diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico; in tale ambito si collocano sia una leggera ripresa dell'utilizzo del carbone, sia la crescita dell'acquisto di energia dall'estero.

Ma negli anni settanta la vera e propria "scommessa" fu quella nei confronti dell'energia nucleare: è del 1975 il varo del primo piano energetico nazionale che prevedeva, tra l'altro, un forte sviluppo di tale fonte.

L'Italia aveva cominciato lo sfruttamento della fonte nucleare già dai primi anni '60 (nel 1966 l'Italia figurò addirittura come il terzo produttore al mondo, dopo USA e Regno Unito) ma fu sul finire degli anni '70 che venne effettuata una decisa svolta in questa direzione: alle vecchie centrali del Garigliano e Trino Vercellese si affiancarono (o si cominciarono a costruire) Caorso, Montalto di Castro e la seconda centrale di Trino (per quest'ultima fu solo individuato e terraformato il sito, poi impiegato per la costruzione di un impianto a ciclo combinato da 700 MW, entrato in funzione nel 1997).

Tuttavia, nel 1987, dopo la forte impressione creata nell'opinione pubblica dal disastro nucleare in Unione Sovietica (Disastro di Chernobyl), l'Italia, con votazione tramite referendum, abbandonava di fatto lo sviluppo della fonte nucleare, chiudendo o riconvertendo le centrali esistenti.

[modifica] Il presente

Lo scenario del mercato dell'energia è cambiato nuovamente agli inizi degli anni '90: nel 1992 l'ENEL diventa una società per azioni, anche se con il Ministero del Tesoro come unico azionista; poi, il 19 febbraio 1999 viene approvato il decreto legislativo di liberalizzazione del mercato elettrico, anche detto decreto Bersani, che recepisce una direttiva europea in tal senso. Lo scopo è quello di favorire il contenimento dei prezzi dell'energia in un regime di concorrenza.

Nuovi soggetti possono tornare ad operare nel campo della produzione di energia elettrica; le attivita di ENEL che devono essere dismesse sono divise tra tre società (dette "GenCo": Eurogen, Elettrogen ed Interpower) che vengono messe sul mercato.

Dal punto di vista dell'approvvigionamento, l'aumento della richiesta di energia dell'ultimo decennio, nonché le sempre maggiori incertezze economiche e geopolitiche legate all'utilizzo del petrolio hanno costretto i produttori ad intensificare gli sforzi nella ricerca di diversificazione delle fonti. A seguito di valutazioni economiche dettate dal costo delle materie petrolifere, costi sociali nell'uso del carbone (il cui utilizzo pure è in leggera crescita) e dall'abbandono del nucleare, le soluzioni adottate sono state essenzialmente due:

  • la sostituzione al petrolio del gas naturale come combustibile delle centrali termoelettriche, considerato un combustibile con oscillazioni di prezzo inferiori a quelle del petrolio, maggiore disponibilità e provenienza da aree meno instabili politicamente;
  • è stata ulteriormente perseguita la politica di importazione di energia dall'estero, in particolare dalla Francia e dalla Svizzera (nazioni che tra l'altro non hanno abbandonato la risorsa nucleare).

Inoltre, con la delibera n. 6 del 1992 (CIP6) il Comitato Interministeriale Prezzi ha stabilito una maggiorazione del 6% del prezzo finale dell'energia elettrica a carico del consumatore. I ricavi provenienti da questo sovrapprezzo vengono utilizzati in parte per promuovere la ricerca e gli investimenti nel campo delle energie rinnovabili ed assimilate.

Grazie a tali incentivazioni, nonché ad una forte riduzione dei costi tali fonti (in particolare per l'energia eolica, attualmente competitiva con le altre fonti), si sono accese alcune aspettative su questo fronte, sebbene il contributo della fonte eolica al momento non superi l'1% circa dell'energia richiesta e quella del solare (in particolare fotovoltaico) si limiti a quote ancor più marginali.

[modifica] Considerazioni per il futuro

Nell'immediato futuro sicuramente vedremo confermate alcune delle tendenze già evidenti oggi, come in particolare, una sempre maggiore apertura e concorrenza nel mercato dell'energia, il sempre più diffuso utilizzo del gas naturale come combustibile delle centrali termoelettriche, nonché una crescita percentuale (di entità non facilmente stimabile) dell'energia prodotta tramite combustione di biomassa e rifiuti e attraverso centrali eoliche o solari fotovoltaiche e termiche.

Nonostante ciò non si può prevedere se tali tendenze porteranno benefici risolutivi dal punto di vista del costo dell'energia o da quello della dipendenza estera (sia come combustibili che come energia prodotta).

Ridurre tale dipendenza è ad oggi in effetti molto difficile, in quanto il Paese non dispone di consistenti risorse fossili di alcun tipo. Le fonti energetiche rinnovabili di tipo "classico" (energia idroelettrica e geotermoelettrica) sono state già quasi completamente sfruttate dove ritenuto conveniente e quindi sensibili miglioramenti in questo campo non sono immaginabili.

Le fonti energetiche rinnovabili "nuove" (in particolare eolico e solare) e le pur favorevoli previsioni di crescita, sono ancora molto lontane dal fornire contributi percentualmente apprezzabili; permangono inoltre alcune perplessità riguardo a problematiche quali "l'aleatorietà" (o "non programmabilità") dell'approvvigionamento elettrico realizzato, nonché (per il fotovoltaico) riguardo costi ancora non competitivi.

La combustione di biomassa non è un settore in cui si stia investendo molto; l'attenzione maggiore è andata all'incenerimento di rifiuti, in passato assimilato alle fonti rinnovabili[21]. La termovalorizzazione di rifiuti, nonostante i forti investimenti (tra il 1981 e il 2002 lo Stato italiano ha finanziato le fonti rinnovabili e assimilate con 51,1 miliardi di euro, e l'incenerimento è stato ed è tuttora il massimo beneficiario[22]), sebbene non dia problemi di "non programmabilità" o di costi, non si prevede che possa in futuro fornire più che contributi comunque marginali.[23]

Poiché attualmente la valutazione dei costi e dei benefici dell'eventuale costruzione di centrali nucleari è ancora oggetto di dibattito, né d'altra parte si può immaginare una grande diffusione delle centrali termoelettriche a carbone (politica che si scontrerebbe con gli obiettivi posti all'Italia dal protocollo di Kyōto), è da ritenere che in futuro si proseguirà e verrà ulteriormente incentivata e diversificata la politica di acquisto di energia elettrica dall'estero, associata ai conseguenti adeguamenti delle rete elettrica nazionale. In tale ambito è previsto il potenziamento dei collegamenti esistenti con l'estero (in particolare con la Francia e la Slovenia), ma soprattutto la costruzione di nuovi collegamenti sottomarini, in particolare con l'area balcanica e nordafricana, al fine di differenziare i mercati d'acquisto dell'energia e ridurre i costi[24].

In aggiunta a ciò si prevedono investimenti nella costruzione di nuovi gasdotti o potenziamento di quelli già esistenti, nonché progettazione o costruzione di rigassificatori al fine di differenziare ulteriormente le fonti di approvvigionamento di tale combustibile[25].

Ulteriori benefici potrebbero giungere da eventuali politiche mirate all'incentivazione dell'efficienza energetica e del risparmio energetico. I modi e l'efficacia di tali politiche sono attualmente oggetto di dibattito in ambito tecnico e politico.

In particolare sussistono ancora margini di miglioramento riguardo l'efficienza delle centrali termoelettriche, con politiche di dismissione o ristrutturazione delle centrali con i rendimenti più bassi e maggiore diffusione delle centrali a ciclo combinato o con teleriscaldamento.

Anche altre fonti energetiche molto interessanti, come le centrali solari termiche, lo sfruttamento delle onde marine o l'eolico d'alta quota, al momento sono in Italia ancora allo stato di prototipi oppure non trovano adeguata diffusione.

Permangono infine alcune speranze riguardo la fusione nucleare controllata, sebbene solo sul lungo periodo. Mentre nel 1985 si stimava di poter installare la prima centrale elettrica a fusione nucleare nel 2015, attualmente gli scienziati del progetto ITER hanno spostato quella data al 2040. Inoltre allo stato attuale della ricerca si è ancora in dubbio circa la fattibilità stessa della messa in opera di un reattore commerciale a fusione per la produzione di energia elettrica con rendimenti continuativi accettabili.

[modifica] Note

  1. ^ a b "Terna", Dati Statistici sull'energia elettrica in Italia, Dati generali (pdf), 2007, p. 4.
  2. ^ Dati "Terna" 2007 Carichi orari (pdf)
  3. ^ Dati "Terna" 2007 Dati storici (pdf)
  4. ^ Dati "Terna" 2006 Dati di produzione (pdf)
  5. ^ Dati IEA Key World Energy Statistics 2007, pag. 13
  6. ^ BP Statistical Review of World Energy 2008 _Gas Statistics
  7. ^ Ministero dello Sviluppo Economico - Sicurezza degli Approvvigionamenti Energetici - pagg. 19-20 (pdf)
  8. ^ Dati IEA Key World Energy Statistics 2007, pag. 25
  9. ^ a b Dati "GSE" 2006 - fonte Terna-ENEA Statistiche fonti rinnovabili (pdf)
  10. ^ Dati "Terna" 2007 Produzione, pagg. 113-114 (pdf)
  11. ^ Cfr. articolo 2, comma 1 del Decreto legislativo n. 387 del 29 dicembre 2003 che ha recepito la norma europea per quanto riguarda strettamente la definizione di biomassa e C 78 E/192 Gazzetta ufficiale dell'Unione Europea IT 27.3.2004
  12. ^ Dati IEA Key World Energy Statistics 2007, pag. 27
  13. ^ Dati "Terna-Enerdata" 2006 Confronti internazionali, pag. 151 (pdf)
  14. ^ a b (FR) (DE)Statistique suisse de l'électricité 2007
  15. ^ "Terna", Dati Statistici sull'energia elettrica in Italia, Dati generali, 2007, p. 20.
  16. ^ (FR) Percentuale nucleare della produzione di elettricità di Electricité De France
  17. ^ GME - Gestore del mercato elettrico: Prezzi dell'energia elettrica aggiornati quotidiananmente
  18. ^ Articolo de Il Sole 24 Ore: "Produrre di notte? In Italia non conviene"
  19. ^ Comparazione prezzi europei elettricità e gas Grafici riportati da ASPO Italia - Fonte Électricité de France
  20. ^ Studio della Confartigianato sui costi dell'elettricità in Italia ed in paesi non nuclearizzati.]
  21. ^ Con il decreto legislativo 387/2003, emesso in attuazione della direttiva n.2001/77/CE, gli incentivi previsti dal cosiddetto "CIP6" furono estesi anche alla produzione energetica mediante combustione dei rifiuti inorganici, che quindi fu per legge assimilata alle fonti rinnovabili, sebbene le stesse direttive europee in materia considerino rinnvabile la sola parte organica dei rifiuti (vedasi C 78 E/192 Gazzetta ufficiale dell'Unione Europea IT 27.3.2004).
  22. ^ fonte Ministero delle Attività Produttive
  23. ^ Secondo alcune stime, potenzialmente, la termovalorizzazione potrebbe al massimo coprire fino all'8% dell'attuale produzione elettrica nazionale (vedasi stime ASPO Italia su dati APAT).
  24. ^ Ministero dello Sviluppo Economico - Sicurezza degli Approvvigionamenti Energetici, pagg. 14-31 (pdf)
  25. ^ Ministero dello Sviluppo Economico - Sicurezza degli Approvvigionamenti Energetici, pagg. 32-43 (pdf)

[modifica] Bibliografia

[modifica] Voci correlate

[modifica] Collegamenti esterni

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