Spread
In finanza, il termine spread può essere usato con diversi significati:
- Il differenziale denaro-lettera (bid-ask spread) è la differenza tra il prezzo più basso a cui un venditore è disposto a vendere un titolo (ask) e il prezzo più alto che un compratore è disposto ad offrire per quel titolo (bid), ed è spesso usato come misura della liquidità del mercato;
- Il credit spread denota il differenziale tra il tasso di rendimento di un'obbligazione caratterizzata da rischio di default (ad es., un titolo di stato a breve termine, quale in Italia il BOT), e quello di un titolo privo o a bassissimo rischio preso a riferimento. Ad esempio, se un BTP con una certa scadenza ha un rendimento del 7% e il corrispettivo Bund Tedesco con la stessa scadenza ha un rendimento del 3%, allora lo spread sarà di 7 - 3 = 4 punti percentuali ovvero di 400 punti base. Il rendimento atteso o richiesto (e alla fine offerto) può infatti salire o scendere in funzione del grado di fiducia degli investitori/creditori, a sua volta misurabile attraverso eventuali squilibri tra domanda e offerta di titoli: se l'offerta è superiore alla domanda, il rendimento atteso aumenta per tentare di riequilibrare la domanda e viceversa. Come conseguenza, lo spread diventa dunque indirettamente e allo stesso tempo:
- una misura del rischio finanziario associato all'investimento nei titoli cioè nel recupero del credito da parte del creditore, essendo rischio e rendimento strettamente legati da relazione di proporzionalità: quanto maggiore è lo spread, tanto maggiore è il rischio connesso all'acquisto di titoli;
- al rovescio, una misura dell'affidabilità (rating) dell'emittente/debitore (ad esempio lo Stato) di restituire il credito: maggiore è lo spread, minore è tale affidabilità;
- in ultimo, una misura della capacità dell'emittente di promuovere a buon fine le proprie attività finanziarie (nel caso dello Stato, di rifinanziare il proprio debito pubblico) tramite emissione di nuovi titoli: maggiore è lo spread, minore è questa capacità in virtù dei tassi di interesse più elevati dovuti fino a un limite massimo di sostenibilità. Nel caso dei titoli di stato, spread elevatissimi possono condurre nel medio-lungo termine alla dichiarazione di insolvenza o fallimento o bancarotta dello Stato oppure a misure drastiche di riduzione della spesa pubblica e/o aumento della tassazione sui contribuenti per evitare il fallimento con i consueti effetti di diminuzione del reddito (dunque della domanda) e degli investimenti e quindi, in ultimo, ripercussioni anche sulla crescita economica.
- Uno spread è inoltre un'operazione finanziaria che combina diverse attività finanziarie, normalmente titoli derivati, al fine di ottenere un determinato valore a una data scadenza.
- Lo spread (in inglese: diffusione) è quello applicato (spesso in misura percentuale) dagli istituti di credito alle operazioni di prestito fiduciario ipotecario: lo spread viene aggiunto al costo del denaro e la somma dei due dà il tasso nominale.
[modifica] Effetti dell'Euro sullo spread
Pur tenendo conto che la differenza di tasso di interesse (spread) si ottiene confrontando almeno due valori relativi a dati omogenei o comunque confrontabili tra loro; lo spread che nel linguaggio comune si considera, divenuto di grande attualità nel 2011, è la differenza dei tassi di interesse tra i BTP (Buoni del Tesoro poliennali) italiani e i BUND tedeschi decennali, che nel novembre 2011, ha raggiunto il record oltrepassando di oltre 500 punti il differenziale col BUND tedesco.
Questo comporta che lo Stato italiano paga in più oltre il 5% di interesse annuo rispetto al tasso pagato dal paese di Eurolandia più "virtuoso", che è la Germania. A fine 2011 la Germania colloca i suoi BUND decennali pagando ai sottoscrittori circa il 2% annuo, l'Italia per poterli collocare sul mercato deve pagare circa il 7% annuo, con un differenziale, uno spread oltre il 5%.
Occorre ricordare che le politiche di convergenza economica propedeutiche (di preparazione) all'introduzione dell'Euro sono state efficaci, posto che all'inizio del 2002 lo spread tra i vari Paesi che avevano adottato l'Euro era zero, in una congiuntura economica particolarmente favorevole, che vedeva una drastica riduzione dei tassi di interesse soprattutto in Eurolandia, accompagnata da bassa inflazione, eventi che raramente si verificano in contemporanea. Alcuni paesi, tra cui l'Italia, hanno effettuato politiche di convergenza e poi di tenuta dei conti pubblici all'interno dell'Eurozona, basate più su provvedimenti sul fronte dell'entrata o "una tantum" (Condoni, anticipi di imposta, concordati fiscali, eurotassa...) che strutturali (risparmi, abolizione delle rendite dovute a privilegi, riforme della macchina statale, investimenti sul medio/lungo periodo, monitoraggio critico con tagli alle voci di spesa corrente...), creando le premesse per una divaricazione con le economie più forti della zona Euro man mano che l'efficacia dei provvedimenti una tantum andava scemando.
Lo spread è quindi originato dalle divergenze delle politiche economiche adottate dagli stati membri nel corso degli anni successivi. Le responsabilità sono principalmente di due tipi: la mancanza di poteri e vincoli stringenti a livello delle Istituzioni Finanziarie europee: Francia e Germania soprattutto, e Italia, si sono opposte a forti cessioni di sovranità in materia per avere "mani libere" nelle politiche economiche nazionali, e la mancanza di riforme economiche strutturali che non sono state attuate in alcuni Paesi, pur in presenza di favorevole congiuntura economica, divergendo in maniera considerevole le economie tra i paesi "cicala" e paesi "formica". I vari indicatori economici, tra cui lo spread, non fanno altro che misurare queste divergenze economiche che poi si ripercuotono nella vita di tutti i giorni.
[modifica] Collegamenti esterni
|
|