Se riscontri problemi nella visualizzazione dei caratteri, clicca qui

Michael Jordan

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando l'attore statunitense, vedi Michael B. Jordan.
(EN)

« I think it's just God disguised as Michael Jordan. »

(IT)

« Penso sia semplicemente Dio travestito da Michael Jordan. »

(Larry Bird, 20 aprile 1986[1])
Michael Jordan
Michael Jordan.jpg
Nome Michael Jeffrey Jordan
Nazionalità Stati Uniti Stati Uniti
Altezza 198[2] cm
Peso 98[2] kg
Pallacanestro Basketball pictogram.svg
Ruolo Guardia
Ritirato 16 aprile 2003
Hall of fame Naismith Hall of Fame (2009)
FIBA Hall of Fame (2015)
Carriera
Giovanili
1979-1981 Laney High School
1981-1984 N. Carol. Tar Heels
Squadre di club
1984-1993 Chicago Bulls 667 (21541)
1995-1998 Chicago Bulls 263 (7736)
2001-2003 Wash. Wizards 142 (3015)
Nazionale
1981-1992 Stati Uniti Stati Uniti
Palmarès
NBA 6 vittorie
NCAA 1 vittoria
Per maggiori dettagli vedi qui
Olympic flag.svg Olimpiadi
Oro Los Angeles 1984
Oro Barcellona 1992
Transparent.png Campionati Americani
Oro Stati Uniti 1992
Flag of PASO.svg Giochi Panamericani
Oro Caracas 1983
Il simbolo → indica un trasferimento in prestito.
 

Michael Jeffrey Jordan, conosciuto anche con le sue iniziali, MJ[4] (pronuncia: [ˈmaikl ˈdʒefri ˈdʒɔːd(ə)n]; Brooklyn, 17 febbraio 1963), è un ex cestista statunitense, oltreché principale azionista e presidente della squadra di pallacanestro degli Charlotte Hornets.

La sua biografia sul sito della National Basketball Association dichiara: "Per acclamazione, Michael Jordan è il più grande giocatore di pallacanestro di tutti i tempi".[5] Dopo un'ottima carriera alla Università della Carolina del Nord a Chapel Hill, dove guidò i Tar Heels alla vittoria del campionato nazionale NCAA nel 1982, Jordan entrò a far parte della NBA con i Chicago Bulls nel 1984, diventando in breve tempo una delle stelle della lega e contribuendo a diffondere la NBA a livello mondiale negli anni ottanta e novanta.[6][7] Le sue spiccate qualità atletiche e le sue azioni spettacolari gli valsero, a partire già dalle primissime stagioni disputate tra i professionisti, i soprannomi di Air Jordan[5] e His Airness.[8]

Jordan è stato sei volte Campione NBA, realizzando coi Chicago Bulls ben 2 Three-peat, termine con il quale si indica la vittoria delle NBA Finals per 3 edizioni annuali di fila (91-92-93 e 96-97-98), impresa riuscita finora solo a lui e a Scottie Pippen, che era in squadra con lui.

Dopo la vittoria del terzo titolo, abbandonò temporaneamente la pallacanestro per intraprendere una carriera nel baseball, con risultati non equiparabili a quelli ottenuti nel basket; tornò ai Bulls nel corso della stagione 1994-1995[9] e si ritirò una seconda volta dopo aver vinto il suo sesto titolo nel 1998. Nel 2001 riprese l'attività agonistica, questa volta nei Washington Wizards, rimandendovi per due stagioni prima del ritiro definitivo.

Nel 1999 è stato nominato come "più grande atleta nord-americano del XX secolo" dal canale televisivo sportivo ESPN; scelto per il Naismith Memorial Basketball Hall of Fame il 6 aprile 2009, vi è stato ufficialmente introdotto l'11 settembre 2009. La fama acquisita sul campo lo ha reso una vera e propria icona dello sport,[10] al punto da spingere la Nike a dedicargli una linea di scarpe da pallacanestro chiamata Air Jordan, introdotta a partire dal 1985 e tuttora molto popolare.[11]

Caratteristiche tecniche[modifica | modifica wikitesto]

Jordan giocava come guardia tiratrice, con un'altezza dichiarata di 198 cm e con un peso forma di 98 kg.

Dotato di grande tecnica offensiva, abilissimo nel crossover con entrambe le mani[12] e nel gioco spalle al canestro,[12] Jordan possedeva un rapidissimo primo passo e notevoli doti acrobatiche,[5] che gli consentirono di distinguersi come un grande schiacciatore[13][14] (come dimostrano le 2 vittorie all'NBA Slam Dunk Contest).

Nella fase finale della sua carriera, quando il suo atletismo era diminuito per via dell'età e del periodo di lontananza dalla pallacanestro, Jordan perfezionò il tiro in allontanamento, una tecnica che gli consentiva di eludere le braccia protese dei difensori e che divenne un suo marchio di fabbrica tanto quanto le schiacciate che lo contraddistinsero da giovane.[15][16]

Specialista nel tiro dalla media distanza, Jordan non era altrettanto abile nel tiro da tre punti: le sue percentuali da dietro l'arco sono state altalenanti per buona parte della sua carriera, ad eccezione delle periodo compreso tra il 1994 ed il 1997, in cui Jordan, favorito anche dal temporaneo abbassamento dell'arco da 7,25 m a 6,75 m,[17][18] migliorò le proprie percentuali, innalzando la propria media in carriera ad un discreto 35% (poi sceso a 32,7 dopo le ultime tre stagioni).[19]

A corredo delle sue doti da realizzatore, vanno citate l'abilità a rimbalzo,[19] l'efficacia nel tiro libero,[19] la notevole comprensione tattica del gioco e le capacità di passatore, retaggio dei primi due anni al liceo, durante i quali, preferiva far andare a canestro i compagni piuttosto che segnare in proprio.[6]

Michael Jordan è inoltre stato considerato uno dei migliori difensori della NBA,[20] capace di formare, assieme a Scottie Pippen, una delle coppie difensive più forti di sempre. Jordan era solito prendere in consegna il top scorer avversario, marcandolo con efficacia grazie ad una combinazione di forza fisica, velocità e riflessi;[21] abile stoppatore, Jordan era un difensore pericoloso anche lontano dalla palla, come confermano le medie statistiche in carriera sui recuperi difensivi.[19]

Oltre che per le doti tecniche e fisiche mostrate sul campo, Jordan si è distinto per la sua mentalità vincente e competitiva,[22] la regolare costanza di rendimento di stagione in stagione e la naturale leadership esercitata sui suoi compagni.[23] Una delle peculiarità più apprezzate è sempre stata la sua abilità nel giocare sotto pressione ed effettuare le giocate decisive delle partite: alcuni esempi sono il tiro con cui decise le NBA Finals del 1998 contro gli Utah Jazz e i due punti coi quali sconfisse nei play-off del 1989 i Cleveland Cavaliers; degna di nota anche la prestazione in Gara 1 delle Finals del 1992 contro i Portland Trail Blazers, chiusa con 6/10 da oltre l'arco,[24] nonostante la poca dimestichezza col tiro da tre.

Riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

Oltre ai sei titoli NBA vinti con i Bulls, Jordan ha ottenuto numerosissimi riconoscimenti individuali. È stato 6 volte su 6 MVP delle NBA Finals e 5 volte MVP della regular season (come Bill Russell, davanti a loro solo Kareem Abdul-Jabbar). Matricola dell'anno nel 1984-1985, ha vinto per ben 10 volte il titolo di NBA Scoring Champion, arrivando a segnare nella stagione 1986-1987 37.1 punti a partita. Per 3 volte ha vinto la classifica dei recuperi difensivi e per 2 stagioni consecutive è stato il giocatore con il maggior numero di minuti giocati. Detiene il record NBA per la miglior media punti per partita in carriera con 30,12 per la regular season e 33,4 per i playoff, ed è l'unico atleta NBA, insieme ad Hakeem Olajuwon, ad aver conquistato nella stessa annata sia il premio di MVP che di difensore dell'anno, nel 1988.

Tra i risultati ed i riconoscimenti individuali di Jordan figurano anche 10 presenze nell'All-NBA First Team, 9 nell'All-Defensive First Team e 14 convocazioni all'NBA All-Star Game con 3 All-Star MVP Award.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Le origini e la famiglia[modifica | modifica wikitesto]

Michael Jeffrey Jordan nasce il 17 febbraio 1963 nel quartiere di Brooklyn, a New York, dove i genitori Deloris, impiegata di banca, e James R. Jordan Sr., meccanico in una centrale elettrica, si erano appena trasferiti. Quarto di cinque figli, ha due fratelli (James R. Jordan Jr. e Larry) e due sorelle (Deloris, detta Sys e Roslyn, più piccola di un anno, ma che si diplomerà assieme a lui e con lui frequenterà la NCU). Poco dopo la nascita di Michael, la famiglia si trasferisce nuovamente, questa volta a Wilmington, nella Carolina del Nord[25], dove il piccolo Michael cresce tra l'amore materno e l'ostilità del padre, che non perdeva occasione per schernirlo e per lamentarsi di lui; ostilità che, come dirà anni dopo lo stesso Michael, contribuirà ad alimentare la sua determinazione al miglioramento costante[6].

I primi studi e gli anni del liceo[modifica | modifica wikitesto]

Il giovane Michael frequenta la Emsley A. Laney High School, e viene ricordato come un ragazzo molto estroverso e burlone ma pigro, a differenza dei suoi fratelli James R. Jr. e Larry[6]; non eccelle nello studio e, seppur a 13 anni frequenti -su consiglio della madre Deloris- un corso di economia domestica ("glielo consigliai per offrirgli una opportunità in più", dirà, anni dopo, la genitrice[6]) impegna tutte le sue energie nello sport, soprattutto il baseball, suo primo grande amore, football americano e pallacanestro, che inizia a conoscere all'età di 11 anni quando il padre costruisce un campetto nel giardino di casa[6].

Tuttavia è un ragazzino molto gracile, per cui, dopo due anni promettenti come lanciatore della squadra di baseball locale, anni in cui lascia intuire enormi potenzialità, la sua carriera si interrompe bruscamente a causa proprio della sua ridotta stazza fisica, che gli impedisce di lanciare con la dovuta forza ed energia[6]. L'ultimo anno delle medie viene quindi impiegato in altri ruoli all'interno della squadra, ma la sua aura di promessa del baseball svanisce rapidamente, lasciando il giovane Jordan piuttosto deluso. Parallelamente prova anche con la squadra locale di football americano, giocando in difesa, e rendendosi -anche qui- protagonista di diverse prestazioni di rilievo fino a quando un contrasto di gioco piuttosto violento gli causa la lussazione della spalla inducendolo, di nuovo, a dirottare altrove la sua attenzione[6].

Si dedica, dunque, alla pallacanestro, giocando per la Laney High School; dopo due anni spesi -con ottimi risultati- tra le giovanili, prova ad entrare in prima squadra, ma l'allenatore, Clifton "Pop" Herring, lo esclude, preferendogli il coetaneo Harvest Leroy Smith Jr. L'episodio, che segnerà indelebilmente la carriera di Herring, darà vita, a posteriori, ad uno dei più grossi equivoci della storia dello sport, anche a causa dello stesso Jordan, che -come confesserà anni dopo- utilizzerà "l'esclusione dalla squadra del liceo" come stimolo a non cedere mai[6]. È vero, infatti, che MJ era senza dubbio il miglior giocatore delle giovanili (la cosiddetta junior varsity) e avrebbe dunque dovuto entrare, "di diritto", in prima squadra; tuttavia la sua esclusione si spiega -come confermato da chi, al di là dei sensazionalismi postumi ("MJ è stato tagliato quando era al liceo") visse quegli anni al fianco di Jordan- con il fatto che la prima squadra, composta, per regolamento, quasi interamente da giocatori del quarto e quinto anno, aveva un'altezza media piuttosto ridotta (su 10 giocatori, otto erano sotto i 185 cm) e dunque aveva necessità di elementi alti; per questo Herring sceglie Smith, giocatore mediocre ma alto 201 cm, anziché Jordan, che seppur nettamente più forte, misurava -all'epoca- solo 178 cm[6].

Invece di perdersi d'animo, Michael strumentalizza l'esclusione per motivare sé stesso, allenandosi duramente e senza sosta (e gettando, così, le basi di quella feroce determinazione che contraddistinguerà la sua carriera), anche se l'ossessione per la statura fisica rischia di minare le sue certezze, perché anche se fa, tutti i giorni, esercizi di trazione alla sbarra e prega (nel senso letterale del termine, come confesserà anni dopo la madre[6]) tutte le sere di crescere, la sua statura non aumenta (d'altronde, a 15 anni, è già il più alto della sua famiglia) e lo sconforto rischia di farlo abbandonare; per fortuna -leggenda narra- un pomeriggio incontra un cugino del padre alto quasi due metri[6] sicché la speranza si riaccende; difatti di lì a poco cominceranno i dolori alle ginocchia, preludio di una rapida quanto insperata crescita di 12 cm in pochi mesi.

Il risultato è che all'inizio del suo quarto anno al liceo, Jordan è alto 190 cm; a quel punto non ci sono più ostacoli al suo ingresso in prima squadra, dove indossa, per la prima volta, il numero 23 (che sceglie perché è "quasi la metà di 45 ", il numero di maglia di suo fratello Larry) e, diventa, ben presto, leader dentro e fuori dal campo grazie alle sue capacità tecniche e alle sue doti caratteriali. Tuttavia i Laney Buccaneers sono troppo deboli per ambire al titolo statale, anche se concludono l'anno con un record in attivo (13-11) e Jordan chiude la stagione con 24.6 punti e 11.8 rimbalzi a partita. Durante l'estate partecipa al torneo riservato ai migliori prospetti liceali del quarto anno, facendo così conoscere il suo nome a tutti gli osservatori che, causa le difficili opportunità di scouting dell'epoca (non c'erano i mezzi tecnologici di oggi e l'unica rivista di settore, il celeberrimo Street&Smith's, usciva una volta all'anno, spesso con notizie già superate), ignoravano il suo nome.

Il quinto e ultimo anno di liceo, Jordan aiuta la Laney a migliorare il proprio record, anche se la corsa al titolo si arresta in semifinale play-off contro la New Hanover High School del futuro giocatore NBA Kenny Gattison; tuttavia Michael, che a quel punto è considerato, da tutti gli addetti ai lavori, il miglior prospetto liceale d'america assieme a Aubrey Sherrod, allo stesso Gattison e a tale Patrick Ewing, incrementa ancora le sue cifre e, a fine anno, viene convocato al McDonald's Invitational Tournament e cioè l'All Star Game delle High School.[26]. In Estate comunica, in una seguitissima conferenza stampa locale[6], di aver scelto la prestigiosa University of North Carolina di coach Dean Smith a discapito di altrettanto prestigiose università (tra le quali Duke e Syracuse) ugualmente desiderose di reclutarlo.

Gli anni a UNC[modifica | modifica wikitesto]

Il numero 23 di Jordan appeso al soffitto del Dean Smith Center.
Michael Jordan con James Worthy e Dean Smith, rispettivamente compagno di squadra ed allenatore al college nel 2007.

Alla UNC, Jordan deve confrontarsi con un allenatore dalla forte personalità e con il suo sistema di gioco, oltreché con i due giocatori più forti della squadra, situazioni alle quali non è abituato, venendo da una realtà liceale nella quale era stato leader indiscusso. Eppure, contro ogni aspettativa, Michael (che fino ad allora voleva essere chiamato Magic Mike,[6] accetta di farsi guidare da Dean Smith, entrando appieno nel suo sistema di gioco e instaura un'ottima convivenza con James Worthy e Sam Perkins (nonostante il suo iniziale ecceso di spavalderia, che lo porterà a provocare continuamente Worthy fino a quando, perse due sfide su tre di uno contro uno, cambierà atteggiamento), dando vita ad un'alchimia di squadra perfetta che, a detta di numerosi addetti ai lavori, sarà il vero segreto della fantastica stagione dei Tar Heels. Il primo anno di college è dunque un anno di apprendimento, sebbene, per coincidenze fortunose, Jordan parta in quintetto per tutta la stagione (circostanza del tutto inconcepibile per Dean Smith che era solito relegare i giocatori più giovani in panchina); tiene una media di oltre 15 punti a partita ma senza quei lampi di classe che, anni dopo, avrebbero rappresentato la routine ; il campionato termina, tuttavia, in grande stile, visto che nella finale per il titolo NCAA del 1982 contro la Georgetown di Patrick Ewing -giocata al Superdome di New Orleans davanti ad oltre 61.000 spettatori (cui si aggiunsero i 17 milioni che la videro in Tv)- Michael mette a segno il tiro vincente a 15 secondi dal termine della partita, regalando così alla sua squadra il titolo[6] (sebbene il vero eroe sia James Worthy, che difatti vince il titolo di MVP del torneo). A fine partita, negli spogliatoi, Jordan risponde così all'unico giornalista (della NBC) che lo sta intervistando :"davvero non ho avvertito alcuna pressione. Era un tiro come un altro"[6].

In realtà, quel tiro gli cambia per sempre la vita, perché UNC aspettava il titolo NCAA da troppo tempo e quando finalmente arriva, i festeggiamenti vanno avanti per settimane e Jordan viene incensato come un re. Se prima di quella finale era considerato, dall'opinione pubblica, come un giocatore molto forte ma comunque al pari di tanti altri, da quel momento diviene un vero e proprio personaggio, seguito ovunque da tifosi e semplici curiosi. Come ricorda lui stesso "prima il mio nome era Mike, tutti mi chiamavano Mike Jordan, ma dopo il tiro ero diventato Michael Jordan ".[6] Nonostante il nuovo status di star collegiale, durante l'estate si allena intensamente (fedele al suo spirito agonistico) e, grazie alla crescita in altezza di ulteriori 5 centimetri, ad inizio della seconda stagione lascia sbigottiti compagni di squadra e tecnici per le sue migliorate condizioni fisiche e tecniche. E difatti la stagione 1982 è quella della sua definitiva consacrazione cestistica e -se in attacco viene considerato ormai da tutti come il più forte giocatore di college (la media punti sale -complice l'introduzione del tiro da tre punti- a quasi 21 a partita, con 5.8 rimbalzi)- è in difesa che diventa determinante, stupendo gli addetti ai lavori di mezza America (compreso il mitico commentatore Dick Vitale), che a quel punto si convincono di avere di fronte un vero e proprio fenomeno. Ciò nonostante, la stagione di UNC parte in sordina, soprattutto perché non c'è più James Worthy, che, dietro insistenza del suo allenatore, ha lasciato iTar Heels con un anno di anticipo per andare in NBA (ai Los Angeles Lakers come prima scelta assoluta del Draft 1982) e si conclude anzitempo alle finali regionali contro Georgia; nonostante le sue statistiche, Jordan non vince neppure il trofeo di MVP, assegnato, con merito, al devastante centro di Virginia Ralph Sampson (che proprio quell'estate verrà selezionato, come prima scelta assoluta, dagli Houston Rockets dell'Nba).

In estate partecipa ai giochi Panamericani con la squadra degli Stati Uniti, che -ovviamente (anche se con qualche affanno)- vincono la competizione; assieme a lui molti futuri protagonisti della NBA, tra cui Chris Mullin e Mark Price, che risulta essere il giocatore più determinante della squadra anche se Jordan sarà il miglior marcatore con 17.3 punti a partita nonostante un'infiammazione al tendine del ginocchio destro ne limiti il rendimento.

Il terzo anno sembra iniziare sotto i migliori auspici; Jordan è in forma fisica eccezionale e i Tar Heels sono la squadra da battere: oltre al 23 e a Sam Perkins (all'ultimo anno), ci sono il secondo anno Brad Daugherty e la matricola al fosforo Kenny Smith (entrambi futuri giocatori NBA), oltre al gruppo dell'anno precedente, tant'è che, a detta di molti, questa è la miglior formazione allenata da Dean Smith. E difatti UNC parte come un rullo e arriva agli ottavi del torneo NCAA (tra le cosiddette sweet sixteen) dove incontra gli Indiana Hoosiers di Bobby Knight. Jordan, pur essendo a tutti gli effetti il miglior prospetto d'America, gioca una stagione sottotono, limitando la propria individualità per adattarsi, ancora una volta (e non senza frustrazione), al "sistema Smith"; in questo senso gli addetti ai lavori parlano di maturazione definitiva di Jordan (la stessa che -anni dopo- lo aiuterà a partecipare appieno al sistema di gioco di Tex Winter e Phil Jackson), anche se non mancano di criticare l'allenatore per aver sacrificato Jordan sull'altare delle proprie idee. A queste critiche risponderà, anni dopo, lo stesso Jordan, dicendo:"non conoscevo il gioco, me lo ha insegnato lui. Dean Smith mi diede la competenza necessaria per segnare trentasette punti a partita, è questo che la gente non capisce"[6]. Ma proprio il sistema di Dean Smith va in crisi nella partita con Indiana, che da sfavorita, batte UNC 72-68; Jordan, limitato dalle scelte del suo allenatore, chiude con soli 13 punti ed un misero 6 su 14 al tiro. Seguono giorni di dubbi, perché MJ non sa se lasciare, come Worthy, l'università con un anno di anticipo oppure rimanere fino alla fine, assecondando il desiderio della madre Deloris di vedere i suoi due figli più piccoli (Michael e Roslyn) laurearsi insieme alla UNC. È ancora una volta Smith a convincere un suo giocatore al grande salto, cosicché il 5 maggio 1984 Jordan annuncia la propria scelta di passare professionista. Secondo alcune malelingue (su tutti Jerry Krause), Smith riteneva che Jordan stesse offuscando il suo sistema e dunque spinse per liberarsene[6], ma la verità è che MJ era pronto per passare ai pro e il suo allenatore l'aveva capito.

Dopo aver vinto il premio Naismith College Player of the Year, il John R. Wooden Award e l'Adolph Rupp Trophy nel 1984 decide di lasciare con un anno di anticipo il college per dichiararsi eleggibile al Draft NBA 1984 (tornerà comunque all'università per conseguire la laurea nel 1986)[27], dove viene selezionato dai Chicago Bulls come terza scelta assoluta, dietro Hakeem Olajuwon e Sam Bowie.

Olimpiadi 1984: il primo oro[modifica | modifica wikitesto]

L'estate del 1984 è quella della XXIII Olimpiade a Los Angeles e Michael Jordan viene convocato da coach Bob Knight nella nazionale statunitense, composta da soli giocatori universitari, assieme a Sam Perkins, Patrick Ewing, Chris Mullin, Wyman Tisdale, Leon Wood, Alvin Robertson, Joe Kleine, John Koncak, Jeff Turner, Vern Fleming e Steve Alford. Già nelle amichevoli di preparazione contro selezioni di giocatori NBA, Jordan mette in mostra tutto il suo strabordante talento, guadagnandosi la definitiva consacrazione, pur non avendo ancora giocati un minuto di basket professionistico. Pat Riley, allenatore dei Lakers che quell'estate guida una delle selezioni, ammette, nel dopopartita "è il giocatore più dotato che ho mai visto su un campo da basket"[6] mentre lo stesso Knight, notoriamente molto restio ad elogiare i propri giocatori, confida a Billy Packer (storico giornalista di college basketball): "Prima avevo dei dubbi su Michael Jordan, ma ora so che diventerà il più grande giocatore di basket mai esistito "[6]. A Los Angeles arriva un oro molto agevole per gli americani, aiutati anche dal boicottaggio sovietico che toglie loro l'avversario più temibile; la squadra vince 8 partite su 8 con un margine di scarto medio di 32 punti. Jordan, seppur imbrigliato dai rigidi schemi offensivi di Knight, è il miglior realizzatore con 17.1 punti a partita e a fine competizione dichiara, ad un giornalista estero che gli mostra una rivista secondo cui è il più forte giocatore del mondo:"finora non ho ancora incontrato qualcuno che mi abbia impedito di fare quello che voglio fare [6].

L'arrivo nella NBA e i primi anni[modifica | modifica wikitesto]

Jordan salta per una schiacciata.

Il 12 settembre 1984 i Bulls annunciano che Jordan ha firmato un contratto di 7 anni per 6 milioni di dollari, il terzo più alto nella storia dell'NBA dopo quello dei due centri di Houston Hakeem Olajuwon e Ralph Sampson. Molti analisti e procuratori definiscono azzardata la scelta del giocatore di vincolarsi per così tanti anni proprio in un momento in cui gli stipendi dei giocatori sono in rapida ascesa, ma MJ è molto soddisfatto, anche perché è riuscito a far inserire nell'accordo negoziale la clausola "love of the game ", che -in deroga alla regola generale per cui ogni franchigia può risolvere il contratto con i giocatori che si infortunano svolgendo attività diverse da quella della squadra- gli consente di giocare dove e quando vuole senza correre alcun rischio in caso di infortunio. Firmato il contratto, Jordan dichiara ai giornalisti di Chicago:"non vedo l'ora di integrarmi con i Bulls. Non sarà il Michael Jordan Show: sarò solo un elemento della squadra "[6].

Nello stesso periodo, la Nike, un'azienda di scarpe dell'Oregon con un fatturato annuo di 25 milioni di dollari, sta cercando nuovi canali di espansione e, grazie ad un suo lungimirante agente, Sonny Vaccaro, sta colonizzando il mondo del basket, dapprima quello collegiale e poi quello NBA. Ed è proprio Vaccaro ad intuire l'enorme potenziale di Jordan e a convincere Nike a scommettere ingenti risorse su un ragazzo che non ha ancora giocato neppure un minuto tra i professionisti (e che, tra l'altro, voleva firmare con la Adidas, come confesserà lui stesso anni dopo [6]). Nasce così la linea Air Jordan (il nome viene inventato da Peter Moore, designer creativo della Nike, ed il logo è uno stemma con ali che cinge un pallone da basket): Michael -che da quel momento acquisirà il soprannome Air- firma un contratto di 2 milioni di dollari in 5 anni oltre ad una percentuale su ogni scarpa, un investimento senza precedenti per un atleta non professionista, tanto che la madre Deloris dirà :"Ci vogliono come soci "[6].

Quando firma per Chicago, la squadra è disastrata, con un allenatore, Kevin Loughery, piuttosto eclettico, uno spogliatoio molto allegro -grazie alle influenze dell'ex idolo di casa Reggie Theus (ceduto l'anno prima), che con il soprannome di "Reggie di Rush Street" era diventato il re della movida della Windy city - e una formazione piena di ragazzi problematici o, addirittura, alla deriva, come i talentuosissimi Quintin Dailey e Orlando Woolridge, già da tempo nel tunnel dell'alcoolismo e della tossicodipendenza; non stupisce che la stagione precedente si sia conclusa con 27 vittorie e 60 sconfitte. Ciiliegina sulla torta, i Bulls giocano al vecchio Chicago Stadium, un palazzetto mal ridotto che si trova, tra l'altro, in uno dei quartieri più malfamati della città; il risultato è che la media degli spettatori è la più bassa della lega (poco più di 7.000) e che i Bulls sono sostanzialmente la squadra più ignorata della NBA.

Però hanno Jordan, che si porta dietro il clamore mediatico e la classe cristallina, dando, da subito, l'impressione di poter rivoluzionare la franchigia. Il suo esordio in campionato avviene il 26 ottobre 1984 contro i Washington Bullets, partita nella quale segna 16 punti con 5 su 16 dal campo, 7 assist e 6 rimbalzi. Due sere dopo segna 37 punti contro i Milwaukee Bucks, vicendo il duello con la stella avversaria Sidney Moncrief, e da quel momento non si ferma più; diventa il leader offensivo della squadra, anche grazie allo schema "palla a Jordan"[6] , e, con le sue giocate spettacolari, attira sempre più spettatori allo Stadium e attenzioni da parte degli addetti ai lavori. Alla nona partita contro San Antonio segna 45 punti, altrettanti poche settimane dopo contro Cleveland; poi ne arrivarono 42 contro New York e altri 45 contro Atlanta. La prima tripla doppia (35 punti, 15 assist e 14 rimbalzi) arriva contro Denver, dopodiché, poco prima della pausa per l'All Star Game, Jordan realizza 41 punti contro i campioni in carica dei Boston Celtics. I tifosi lo votano affinché faccia parte del quintetto base della squadra dell'Est nell'NBA All-Star Game del febbraio 1985; durante la partita alcuni veterani, tra i quali Isiah Thomas, si rifiutano di passargli la palla, infastiditi dalle troppe attenzioni su MJ, dando così vita al boicottaggio meglio conosciuto come "freeze-out"[7] un episodio che Jordan non dimenticherà mai ed anzi, rinfaccerà ai diretti interessati in ogni occasione (da ultimo, nel controverso discorso tenuto in occasione dell'assegnazione del Naismith Trophy[28]). La prima occasione utile non si fa attendere, perché subito dopo l'All Star Game i Detroit Pistons, squadra di Thomas, vanno a giocare al Chicago Stadium; Jordan segna 49 punti con 15 rimbalzi e i Bulls vincono la partita 139-126 nel tempo supplementare. Grazie alla stagione fenomenale di Jordan, Chicago vince 38 partite in regular season (11 in più dell'anno prima) e si qualifica ai play-off ma la squadra è troppo debole e viene battuta 3-1 al primo turno da Milwaukee. MJ viene comunque premiato come matricola dell'anno.

Durante l'estate i Bulls vengono acquistati da Jerry Reinsdorf, ricco immobiliarista già proprietario della squadra di baseball dei Chicago White Sox, il quale, per prima cosa, assume come general manager lo scout degli stessi White Sox Jerry Krause. Quest'ultimo chiama, come responsabile del coaching staff, Tex Winter, un allenatore di college in pensione molto apprezzato per aver creato un brillante schema di gioco offensivo noto come "attacco triangolo"; le basi della dinastia Bulls sono gettate, anche se Krause e Jordan non andranno mai d'accordo ed anzi, l'acredine tra loro aumenterà ogni anno di più, fino alla turbolenta rottura.

La seconda stagione di Jordan inizia nel peggiore dei modi: il 25 ottobre 1985, durante la partita contro i Golden State Warriors, si frattura l'osso navicolare del tarso del piede sinistro, un infortunio grave che aveva già compromesso la carriera di molti giocatori NBA; impossibilitato a giocare e frustrato dall'immobilità forzata, torna a Chapel Hill, dove si laurea e, secondo voci mai confermate, ricomincia anzitempo a giocare partitelle "segrete" nonostante il veto assoluto dei medici, secondo i quali un rientro anticipato avrebbe potuto causare la fine della sua carriera[6]. Ma come ha detto anni dopo Mark Pfeil, storico preparatore atletico dei Bulls, "lui era fatto così. Se si convinceva che qualcosa non gli avrebbe fatto male, si concentrava oltre l'ostacolo e scendeva in campo ". A 18 partite dalla fine della regular season rientra in campo nonostante l'ennesimo veto della dirigenza dei Bulls, veto motivato, ufficialmente, dalla paura di non rischiarlo inutilmente (vista la stagione ormai compromessa) e, ufficiosamente, dalla volontà di perdere qualche partita in più per ottenere maggiori chances di scelta al draft dell'estate seguente. Con lui in campo, la squadra vince 16 delle ultime partite e si qualifica ai play-off, dove incontra, al primo turno, i Boston Celtics; Chicago perde la serie 3-0, ma in gara due, giocata il 20 aprile 1986 al Boston Garden, Jordan riscrive la storia del basket, segnando 63 punti[29] con 5 rimbalzi e 6 assist in una partita memorabile, tanto che Larry Bird (che, per la cronaca, in quella partita segnò 36 punti, con 12 rimbalzi e 8 assist) pronuncerà la famosa frase "Penso sia Dio travestito da Michael Jordan"[1]; resterà la miglior prestazione di sempre quanto a punti segnati in una gara di play-off.

Jordan nel 1996.

Il terzo campionato NBA è quello della conferma per Jordan, che per la prima volta vince la classifica marcatori, con 37,1 punti di media a partita[30]. Il ruolino di marcia è impressionante: nelle 82 partite della stagione regolare, per 77 volte è il miglior realizzatore della sua squadra, per due volte segna 61 punti, per otto volte supera i 50, per addirittura trentasette volte ne realizza 40 o più. Supera la soglia dei tremila punti in una sola stagione (3041), segnando il 35% dei punti totali della squadra. A questo punto non ci sono più dubbi sul fatto che, almeno a livello offensivo, MJ sia il miglior giocatore della lega, anche se diversi osservatori lo ritengono troppo egoista e nutrono, dunque, forti perplessità sulla sua capacità di essere un uomo squadra. In realtà qest'idea è vera solo in parte, perché se da un lato MJ è portato, per indole, a diffidare dei suoi compagni (gli ci vorranno anni per cambiare mentalità), dall'altro non c'è dubbio che il roster dei Bulls sia, in quel momento, davvero povero di sostanza e dunque gli imponga di fare gli straordinari in attacco.

Eppure è anche un ottimo difensore, tant'è che chiude la stagione con una media di 3.2 palle recuperate a partita e oltre 100 stoppate, vincendo il titolo di NBA Defensive Player of the Year Award, per il 1988; nello stesso anno viene anche inserito nel quintetto difensivo ideale e domina la classifica marcatori, con oltre 35 punti di media a partita, vincendo, per la prima volta, il titolo di MVP sia della stagione regolare che dell'All Star Game, che si gioca proprio a Chicago e nel quale segna 40 punti; nell'occasione vince, per la seconda volta, lo Slam Dunk Contest, la gara delle schiacciate, battendo in finale Dominique Wilkins con una schiacciata che passerà alla storia, eseguita prendendo la rincorsa da bordo campo e staccando dalla linea del tiro libero del canestro opposto.

Tuttavia il riconoscimento più importante è il primo passaggio, da parte dei Bulls, di un turno di playoff dal 1981: 3-2 contro i Cleveland Cavaliers. Nelle prime due partite Jordan segna 50 e 55 punti, impresa che non era mai riuscita ad alcuno nella storia della NBA, anche se gara 5 viene decisa dalla giovane matricola da Arkansas University Scottie Pippen, che, partendo in quintetto per la prima volta in stagione, segna 24 punti. In semifinale di Conference Chicago trova i Detroit Pistons, che -grazie al gioco duro e alle "Jordan Rules" (una tattica difensiva elaborata da Chuck Daly e Joe Dumars per arginare MJ)- vincono agevolmente la serie 4-1.

Ed è proprio durante quella serie che Donald Sterling, proprietario dei Los Angeles Clippers, sonda il terreno con Krause per acquistare Jordan; il GM dei Bulls è ancora convinto che con Michael in squadra non ci sia alcuna possibilità di vincere il titolo ed è dunque molto propenso ad accettare (tanto più che Sterling offre, in cambio, un paio di scelte tra le prime cinque al draft di quell'anno), ma poi pensa alle conseguenze di una cessione e rifiuta l'offerta[6]. Perché, grazie a MJ, i Chicago Bulls fanno registrare il tutto esaurito ad ogni partita e vedono crescere il loro valore da 16 a 120 milioni di dollari i pochi anni, guidando la classifica NBA relativa alle vendite di materiali e gadget ufficiali; più precisamente, come ricorda lo storico vicepresidente dei Bulls Steve Schanwald, circa il 40% del merchandising ufficiale venduto dalla NBA è legato ai Bulls.

La stagione si conclude con la notizia che la linea di scarpe Air Jordan ha portato alla Nike un fatturato di $ 120 milioni in un anno, parte dei quali finisce nelle tasche di MJ, che a quel punto guadagna, in sponsorizzazioni, cifre fino ad allora inimmaginabili per uno sportivo, tanto da fargli dire, in risposta ad un cronista che gli chiede cosa pensi del fatto che il suo stipendio annuo come giocatore dei Bulls è di soli $ 700.000, "posso permettermi di giocare senza dovermi preoccupare dello stipendio"[6].

A settembre del 1988, comunque, Reinsdorf decide di ricompensare la sua stella rinnovandogli il contratto per otto stagioni a (secondo le voci) $ 25 milioni; e fa bene, perché la squadra inizia la stagione in modo mediocre ed è ancora una volta Jordan a doversela caricare sulle spalle. Questo non fa altro che aumentare le critiche della stampa, da tempo convinta che, a differenza di Magic Johnson e Larry Bird, MJ sia troppo individualista e incapace di valorizzare i compagni.[31] Anche per questo motivo l'allenatore Doug Collins chiede al suo vice Phil Jackson di catechizzare il suo giocatore sulla necessità del gioco di squadra[6]; il colloquio avviene e -nonostante l'iniziale ritrosia di Jordan[6]- produce i suoi effetti, anche perché, nel frattempo, Collins decide di relegare in panchina il poco convincente playmaker titolare Sam Vincent e di spostare nel ruolo proprio MJ, che non a caso realizza, dopo il cambiamento, sette triple doppie (cioè la doppia cifra in tre voci statistiche diverse) consecutive (14 in totale tra gennaio ed aprile), coinvolgendo molto i compagni di squadra e portando i Bulls a 6 vittorie consecutive, grazie anche alle ottime prestazioni di Pippen e del giovane Horace Grant, che partendo in quintetto con regolarità comincia a garantire prestazioni convincenti[6].

Nelle NBA Finals del 1996.

Il risultato è che, con un record di 47-35 Chicago avanza alla post season (con il sesto miglior record della Eastern Conference), dove al primo turno incontra nuovamente i Cleveland Cavaliers (finiti terzi), con il fattore campo a sfavore: la serie è equilibratissima e si decide in gara 5, giocata il 7 maggio 1989 in Ohio, quando, a 2 secondi dalla fine della partita, con la squadra sotto di un punto, Michael segna un tiro in sospensione praticamente impossibile (da quel momento universalmente ribattezzato "the shot"), dalla linea del tiro libero, in controtempo e con le mani in faccia di Craig Ehlo. Al secondo turno i Bulls incontrano i New York Knicks di Patrick Ewing e dell'ex Charles Oakley, che superano abbastanza agevolmente 4-2 per poi ritrovarsi, in finale di Conference, gli storici nemici dei Detroit Pistons. In gara 1 Collins decide di mettere Jordan in marcatura su Thomas; la scelta da i suoi frutti, perché il play dei Pistons, limitato dal maggior atletismo di MJ, non riesce a penetrare né a creare giochi per i compagni ed è costretto a tirare da fuori, ma con percentuali disastrose (3 su 18), sicché i Bulls espugnano il campo di Detroit (che non perdeva in casa da 25 partite) 94-88. In gara 2 Thomas segna 33 punti e Dumars 20 per la vittoria dei Pistons 100-91, mentre gara 3 viene vinta da Chicago 99-97 grazie all'ennesimo tiro allo scadere di Jordan, che segna anche 46 punti. In gara 4 la strepitosa difesa di Dumars costringe Jordan ad un misero 5 su 15 che vale la vittoria dei Pistons 86-80: nel dopo partita Collins accusa MJ di essere stato troppo egoista ed impreciso. Per ripicca, nella successiva gara 5 il 23 prende solo otto tiri, lasciando a Detroit una facile vittoria per 94-85 e fomentando così la rabbia del suo allenatore, da tempo convinto che i Bulls non avrebbero mai vinto finché ci fosse stato Jordan[6]. Si torna a Chicago per gara 6: la partita è tiratissima ma -nonostante il pubblico scatenato e i 32 punti di Jordan- Detroit riesce a prendere un buon vantaggio nell'ultimo quarto e a vincere 103-94 grazie anche ai 33 punti di Isaiah Thomas; i Pistons vanno così in finale contro i Los Angeles Lakers di Magic Johnson, che batteranno 4-0.

Il 6 luglio 1989 Reinsdorf e Krause licenziano Doug Collins e affidano la squadra al suo vice Phil Jackson, il quale -appena nominato- confida allo stesso Krause:"Sono sempre stato più orientato alla difesa, sia come giocatore che come allenatore. Lascerò l'attacco a Tex Winter, giocherò con il triplo post "[6].

Nella prima stagione con il nuovo coach, i Chicago Bulls continuano il loro percorso di crescita, arrivando ad un record finale di 55-27, più vicino ai lanciatissimi Detroit Pistons, campioni in carica. Jordan migliora sempre più nel coinvolgimento dei compagni di squadra. In particolare, a beneficiarne sono Horace Grant e Scottie Pippen (quest'ultimo riceverà la sua prima convocazione all'All Star Game). Si arriva così alla fase finale della stagione in cui si capisce che, mentre ad ovest vi sono forti franchigie pronte a sfidare Detroit, ad Est il compito è ormai passato riposto a Jordan e ai Bulls, i quali mantengono le aspettative vincendo agevolmente le prime due serie di play-off contro i Milwaukee Bucks (3-1) e i Philadelphia 76ers (4-1) e presentandosi dunque alla Finals di Conference dell' Est al cospetto di Detroit e dei suoi Bad Boys, così chiamati per il loro gioco intenso e aggressivo.[32][33] La serie tra Chicago e Detroit sarà tiratissima, con Jordan autore di grandi prestazioni, soprattutto in gara-4. Il fattore campo è rispettato sempre e si arriverà alla 7° partita, che si gioca a Detroit per via del miglior record in regular season dei Pistons. Finirà 93-74 per Detroit, che batterà poi Portland in finale. I Bulls dimostrano di non essere ancora pronti al salto definitivo, e Jordan manifesta nervosismo spaccando una sedia negli spogliatoi a seguito di un gesto di stizza.[31]

Il primo three-peat[modifica | modifica wikitesto]

Le Air Jordan VII, indossate durante le Olimpiadi di Barcellona 1992.

In tre anni, nel 1991 contro i Los Angeles Lakers di Magic Johnson e James Worthy, nel 1992 contro i Portland Trail Blazers di Clyde Drexler e nel 1993 contro i Phoenix Suns di Charles Barkley, Kevin Johnson e Dan Majerle, i Chicago Bulls vincono tre titoli NBA in fila, realizzando il cosiddetto three-peat (gioco di parole traducibile più o meno come tri-petizione che fonde il numero "three" e il termine "repeat") riuscito solo ad altre 2 squadre nella storia della NBA.

Nei play-off, e in particolare nelle finali, Jordan gioca una grande pallacanestro, facendo registrare diversi record uno dietro l'altro (su tutti quello di più alta media realizzativa di punti in una serie di finale con la strabiliante cifra di 40 punti, stabilito nel 1993 contro i Phoenix Suns), e vincendo anch'egli tre titoli consecutivi di MVP delle finali NBA (cosa, fino ad allora, mai riuscita ad altro giocatore nella storia della NBA; solo in seguito (2000/2001/2002) Shaquille O'Neal saprà ripetere tale impresa).

Stagione 1990-1991[modifica | modifica wikitesto]

Lo United Center di Chicago, casa dei Bulls dal 1994, soprannominato "the house that Michael built", "la casa costruita da Michael".

La stagione 1990/91 ricomincia con il roster dei Chicago Bulls sostanzialmente invariato, almeno nel quintetto base. La politica della franchigia è di lasciar maturare la squadra, non snaturandola. La concorrenza è però fortissima, soprattutto ad Ovest, dove, oltre ai Lakers di Magic Johnson, emergono diverse franchigie frutto di una maturazione di una grande generazione di campioni nelle franchigie verso il Pacifico. Su tutte, i Portland Trailbalzers, che stabiliranno il miglior record della regular season con 63-19, davanti proprio ai Bulls con 61-21. I Bulls mostrano un basket completo e senza punti deboli, avendo armonizzato la presenza di una superstar con le dinamiche di squadra, ciò che valse a Jordan il secondo titolo di MVP della Lega. Detroit, pur ancora massimamente competitiva, sembra aver esaurito il suo impeto agonistico tanto che per la prima volta colleziona un record di vittorie in stagione inferiore a quello dei Bulls, accumulando nette sconfitte negli scontri diretti.

I Bulls superano nuovamente in scioltezza i primi due turni di play-off (3-0 ai New York Knicks e nuovamente 4-1 ai Philadelphia 76ers di Charles Barkley) per ritrovarsi per il terzo anno consecutivo nelle Finals dell' Est, sempre contro i Detroit Pistons. Nuovamente affrontata in Finale di Conference, Jordan si prenderà la sua rivincita, trascinando Chicago ad un netto 4-0. Alla fine di gara-4, con il risultato ormai guadagnato dai Bulls, i Pistons (con Isiah Thomas e Bill Laimbeer in testa) uscirono dal campo diversi secondi prima del termine della partita.[34][35] Jordan, sempre attento anche alle dinamiche motivazionali, evitò di subire passivamente questo atteggiamento dei Pistons e mentre questi uscivano dal campo si rivolse ai suoi compagni congratulandosi con loro.[senza fonte]

In finale trovarono i Los Angeles Lakers di Magic Johnson. In gara 1 i Bulls vengono sconfitti, con Jordan che sbaglia il tiro del pareggio a pochi secondi dal termine, e i Lakers ribaltano così il fattore campo. La prestazione di Jordan è comunque eccellente: 35 punti, 8 rimbalzi e 12 assist, con 15 punti, 5 assist e 7/10 dal campo nel solo primo quarto. Nelle gare successive i Lakers non riusciranno più a tenere il passo dei Bulls, che si imporranno per 4-1 vincendo il loro primo titolo.

Stagione 1991-1992[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1992 la finale è contro Portland: il suo scontro diretto con Drexler viene deciso fin dalle prime battute: nella gara-1 delle finali andrà a riposo nell'intervallo del primo tempo con 35 punti, con 6 canestri consecutivi da 3 punti. Secondo il telecronista Marv Albert, lo stesso MJ fu sorpreso dalla propria prestazione.[36] Dopo la vittoria dei Bulls in gara-6 Drexler dice: "All'inizio della serie pensavo che Michael avesse 2000 movimenti diversi. Mi sbagliavo. Ne ha 3000."[37]

Stagione 1992-1993[modifica | modifica wikitesto]

I Bulls raggiungono nuovamente le finali NBA, nelle quali affrontano i Phoenix Suns, autori del miglior record stagionale, trascinati da Charles Barkley. Con i Bulls in vantaggio 3-2, si ritorna in Arizona per le sfide decisive: gara-6 sarà al solito molto combattuta e si arriva all'ultimo possesso con i Bulls palla in mano e sotto di 2 punti. Jordan è stato l'autore di tutti i 9 punti finora effettuati dai Bulls nel 4º quarto ma, contro abitudine, non si incarica del tiro; raddoppiato dalla difesa dei Suns lascia gestire la palla a Scottie Pippen, che vede sotto canestro smarcato Horace Grant, il quale potrebbe comodamente appoggiare per il pareggio ma opta per il passaggio a John Paxson, appostato dietro l'arco dei 3 punti, per il tiro che varrà non solo il pareggio ma la vittoria della partita e della serie: è il terzo titolo consecutivo. Jordan dirà: "Vincere tre titoli di seguito era un mio obiettivo, perché né Thomas, né Magic, né Bird ce l'hanno fatta. Non sto dicendo di essere più forte di loro, ma il fatto che solo io ci sia riuscito vorrà dire qualcosa".[38]

Olimpiadi 1992: il Dream Team e il secondo oro[modifica | modifica wikitesto]

Nell'estate del 1992, Jordan, dopo aver vinto il suo secondo titolo, partecipa ai Giochi olimpici estivi di Barcellona 1992, dove si tiene la prima apparizione di giocatori professionisti della NBA ai Giochi olimpici. Jordan viene incaricato del ruolo di capitano della squadra insieme a Magic Johnson e Larry Bird.

Jordan è una delle stelle del Dream Team originale, quella che è considerata da tutti gli esperti come la squadra di pallacanestro più forte di tutti i tempi;[39] accanto a Michael vi sono infatti altri grandissimi campioni: il compagno di squadra Scottie Pippen, Magic Johnson, Larry Bird, Charles Barkley, Clyde Drexler, Patrick Ewing, Karl Malone, David Robinson, John Stockton, Chris Mullin e l'universitario Christian Laettner, guidati dal coach Chuck Daly.

È il secondo oro olimpico per MJ, che si dimostra protagonista assoluto della squadra statunitense, risultando il secondo miglior marcatore della squadra (dopo Charles Barkley).

La morte del padre e il primo ritiro[modifica | modifica wikitesto]

Il padre di Jordan, James, venne assassinato nel 1993: di ritorno dal funerale di un amico, decise di fermarsi sul bordo di un'autostrada interstatale nella Carolina del Nord per riposarsi un po'. Mentre stava dormendo, due criminali locali si fermarono, lo uccisero e rubarono la sua Lexus, che gli era stata regalata proprio da Michael. Gli autori del fatto furono rapidamente rintracciati poiché avevano effettuato alcune chiamate con il telefono cellulare della vittima[40].

Il 6 ottobre 1993, in una conferenza stampa sovraffollata di giornalisti, Michael comunica alla Lega e al mondo la sofferta decisione di lasciare la pallacanestro. Le sue parole sono: "Ho perso ogni motivazione. Nel gioco del basket non ho più nulla da dimostrare: è il momento migliore per me per smettere. Ho vinto tutto quello che si poteva vincere. Tornare? Forse, ma ora penso alla famiglia."[41]

Insieme alla perdita degli stimoli, è la morte del padre ad incidere sulla difficile decisione presa da Michael.[42] James Jordan era stato un grande appoggio per il figlio, che gli era profondamente affezionato, e lo aveva sempre incitato, anche se avrebbe preferito vederlo giocare a baseball, il suo sport preferito.

Il mondo del basket è stravolto da questa decisione, e di colpo si ritrova senza il suo uomo simbolo. Più di tutti, sono i suoi milioni di fan in tutto il mondo a sentirsi all'improvviso orfani di ciò che aveva incarnato i loro sogni e le loro ambizioni, di un giocatore che era qualcosa di più di un giocatore, "trasformando la pallacanestro in una forma d'arte". Ciò porta anche ad atteggiamenti paradossali fra i più giovani: alcuni si presentano ai campi da gioco con il segno del lutto sulla canottiera. Evitando facili censure, si può concepire come la presa di coscienza che con il suo ritiro moriva tutto ciò che egli aveva incarnato, giacché nessun altro ne avrebbe potuto ripercorrere le gesta. Non era solo un fatto tecnico: Michael Jordan è stato il primo "atleta globale", cioè capace di canalizzare da solo l'attenzione di fans di tutto il mondo superando i confini di nazionalità, cultura, tradizioni sportive locali. Nell'ammirazione delle sue imprese ci si sentiva parte del respiro del mondo.

Il 9 settembre 1994, un anno dopo il suo ritiro, gioca un'ultima volta al Chicago Stadium, prossimo alla demolizione, in una partita di beneficenza organizzata da Scottie Pippen, uno dei compagni di squadra "storici" e grande amico. Nel nuovo impianto, lo United Center, viene tenuta qualche giorno dopo la cerimonia ufficiale d'addio del giocatore, con il ritiro della maglia numero 23.

Davanti al nuovo stadio viene posta una grande statua di Jordan impegnato in una schiacciata con una targa con le parole: "The best there ever was, the best there ever will be", ovvero "Il migliore che ci sia mai stato, il migliore che mai ci sarà".

La carriera nel baseball[modifica | modifica wikitesto]

Michael Jordan
Nome Michael Jeffrey Jordan
Nazionalità Stati Uniti Stati Uniti
Altezza 198 cm
Peso 98 kg
Baseball Baseball pictogram.svg
Ruolo Esterno, battitore
Ritirato 1994
Carriera
Squadre di club
1994 Birmingham Barons
1994 Scottsdale Scorpions
 

"Voglio dimostrare di poter primeggiare anche in un'altra disciplina". Con queste parole, e sempre per la devozione verso il defunto padre, Jordan tenta la carriera nel baseball professionistico, sognata fin da ragazzo. L'amore del padre appena scomparso per questo sport fu probabilmente la motivazione più forte che spinse Jordan a ritirarsi dalla pallacanestro per dedicarsi alla sua nuova carriera.[43]

Nel febbraio 1994 firma un contratto da free agent con i Chicago White Sox; il 31 marzo viene ingaggiato dai Birmingham Barons, seconda squadra dei Chicago White Sox impegnata nelle Minor League

Nonostante la grande aspettativa del pubblico nei confronti del campione, Jordan ottiene risultati abbastanza modesti. Con i Barons disputa 127 partite[44] ed ottiene una media di battuta di 20,2% con 3 home run, 51 punti battuti a casa, 30 basi rubate (quinto nella Southern League a pari merito) e 11 errori.[43]

I risultati modesti fecero salire la pressione di giornalisti e tifosi che, aspettandosi qualcosa in più dall'ex-superstar NBA, iniziarono a criticare Jordan, ipotizzando anche che il suo ingaggio fosse più dovuto ad un fattore pubblicitario che ad altro.

Tra il settembre e il novembre 1994 gioca 35 incontri con gli Scottsdale Scorpions in Arizona Fall League; tiene una media di battuta del 25,2%. Continua poi ad allenarsi con i Chicago White Sox fino al marzo 1995.

Tuttavia, i risultati non soddisfano l'orgoglio del campione, che dopo circa un anno e mezzo dichiara conclusa la sua carriera di giocatore di baseball.

"I'm back": il ritorno nella NBA[modifica | modifica wikitesto]

Milioni di tifosi in tutto il mondo iniziano a sperare concretamente in un suo ritorno quando viene diffusa la notizia che Jordan si è allenato per due giorni consecutivi con i Bulls. La ESPN, la più importante rete televisiva sportiva statunitense, interrompe tutti i programmi per dare la notizia di un suo possibile ritorno. La Nike, sponsor storico di Jordan, invia 40 paia di scarpe targate Air Jordan ai Bulls.

È il 18 marzo 1995 quando, alle 11:40, viene diramato un breve comunicato: "Michael Jordan ha informato i Bulls di aver interrotto il suo volontario ritiro di 17 mesi. Esordirà domenica a Indianapolis contro gli Indiana Pacers."

Bastano queste poche parole per scatenare un delirio tra i tifosi, non solo quelli di Chicago. Il giorno dopo, Michael Jordan si presenta a una conferenza stampa, ancora una volta superaffollata, con poche ma efficaci parole: "I'm back" ("Sono tornato")[5].

Come ulteriore segno di cambiamento, Michael sceglie di usare al posto del mitico numero 23 sulla maglia il 45, numero che aveva quando giocava a baseball da piccolo, e suo reale numero preferito. Ritornerà in seguito a usare il numero 23, inizialmente non utilizzato anche perché ritirato dalla squadra di Chicago.

Inizia un nuovo ciclo per i Chicago Bulls, che nei due anni senza Jordan avevano raggiunto risultati deludenti, arrivando comunque ai play-off. Con alcuni giocatori della vecchia squadra, come Scottie Pippen e alcuni nuovi innesti, tra i quali spiccano il croato Toni Kukoč (già avversario di Pippen e Jordan con la Croazia, ai Giochi olimpici di Barcellona) e Dennis Rodman, sempre sotto la guida di coach Phil Jackson, la squadra riprende la sua "routine" di vittorie nella stagione successiva a quella del ritorno di MJ. La stagione del ritorno dimostra che Michael ha risentito molto dello stop di circa un anno e mezzo: è ancora un grande giocatore, capace di realizzare 55 punti contro i New York Knicks al Madison Square Garden, ma è arrugginito tecnicamente e fisicamente.[45] Lo stesso Jordan ammise in seguito che, benché avesse mantenuto un'ottima preparazione fisica grazie all'avventura nel baseball professionistico, la pallacanestro richiedeva un diverso regime di allenamento.[45] Chicago viene eliminata ai play-off da Orlando e, proprio in una gara di play-off contro i Magic, Jordan commette alcuni errori decisivi, tra cui una palla persa durante l'ultimo minuto di gioco che causò la sconfitta;[45] il giocatore dei Magic Nick Anderson, in un'intervista, parla del numero 45 dei Bulls come di un giocatore forte, ma non quanto il 23, che era paragonabile a Superman. Stuzzicato dal rivale e dal coach Phil Jackson, MJ dalla partita successiva in poi tornerà ad indossare la maglia numero 23 (che non abbandonerà più per il resto della carriera) pagando una multa per ogni partita di play-off giocata con quel numero (nella NBA infatti è proibito cambiare numero di maglia a stagione in corso senza richiederne preventivamente l'autorizzazione).[46]

Il secondo three-peat[modifica | modifica wikitesto]

Scottato dalla sconfitta nella precedente serie di playoff, Jordan passa l'estate a prepararsi duramente in vista della nuova stagione. In quella che seguirà, la stagione 1995-1996, Jordan è di nuovo protagonista assoluto e i Chicago Bulls ottengono un'altra stagione superlativa.

La squadra fa segnare un record assoluto nella NBA: sono la prima formazione nella storia della NBA a superare la soglia delle 70 vittorie nella regular season, vincendo ben 72 partite su 82, record superato solo dai Golden State Warriors nella stagione 2015-2016.[47] Con una line-up composta da Jordan, Ron Harper, Scottie Pippen, Dennis Rodman e Luc Longley, nonché probabilmente la miglior panchina della Lega, soprattutto grazie a Steve Kerr e Toni Kukoč, i Bulls migliorarono tantissimo rispetto alla stagione precedente, passando da un record di 47-35 a 72-10. Jordan vinse il suo ottavo titolo di marcatore e Rodman il suo quinto consecutivo da rimbalzista, mentre Kerr guidò la Lega nel tiro da tre punti. Jordan ottenne la cosiddetta Triple Crown, la prestigiosa e quasi impossibile impresa dei tre premi come MVP: infatti, in questa stessa stagione Michael è MVP dell'All Star Game, MVP della stagione regolare e MVP delle finali[2], vinte contro i Seattle SuperSonics. Il manager Jerry Krause fu il "dirigente dell'anno", Jackson vinse il suo primo premio come allenatore dell'anno e Kukoč fu il sesto uomo dell'anno. Sia Pippen che Jordan furono parte dell'All-NBA First Team e gli stessi due, insieme a Dennis Rodman, fecero parte anche dell'All-Defensive First Team. La squadra trionfò contro Gary Payton, Shawn Kemp e i loro Seattle SuperSonics vincendo il quarto titolo.

Per molti critici della pallacanestro si tratta della più forte squadra nella storia NBA; nasce l'idea di un campione e di una squadra invincibili che scatena un fenomeno mediatico senza precedenti: la pressione è tale che i Bulls nelle loro trasferte devono viaggiare scortati e, nella prenotazione degli alberghi, sono costretti a riservarsi l'intero edificio per sfuggire all'assedio dei fans. L'NBA, sempre preoccupata che qualche suo membro catalizzi troppa attenzione rispetto al contesto generale, cerca rimedi e convince Magic Johnson a fare ritorno sul campo dopo quasi 4 anni dal suo ritiro dal basket avvenuto ai Giochi olimpici di Barcellona e quasi 5 da quelli dai campi NBA. Questo avverrà, ma la non completa competitività dell'ormai anziano Magic non può realizzare appieno le aspettative della dirigenza della Lega professionistica, che sembra ormai secondaria rispetto ad una sua parte: i Chicago Bulls, appunto, se non ad un suo singolo giocatore.

La stagione 1996-1997 è ancora una stagione-record: i Bulls ottengono un record di vittorie-sconfitte di 69-13[48]. Ancora una volta, i play-off vedono i Bulls protagonisti, e nelle finali arriva il quinto titolo dopo la vittoria in finale contro gli Utah Jazz di Karl Malone e John Stockton.

Air guida la squadra durante la stagione 1997-1998 che, anche se non emozionante come le precedenti, è comunque abbastanza convincente. Dopo una regular season non all'altezza delle due precedenti, i Chicago Bulls ritrovano lo smalto nei play-off e raggiungono nuovamente le finali, dove incontrano gli Utah Jazz per il secondo anno consecutivo, uscenti da un'agevole finale di Conference vinta con un secco 4-0 contro i Los Angeles Lakers. Arriva così il sesto titolo per Jordan, suggellato da una palla rubata dalle mani di Karl Malone e dallo splendido canestro proprio di MJ a 5,2 secondi dalla fine della sesta gara delle finali, giocata a Salt Lake City, entrato di diritto nella storia della pallacanestro: è il secondo three-peat per Michael e i Chicago Bulls.

È il suo saluto di congedo dalla NBA, anche se nessuno ancora lo sa. Poco tempo dopo la finale annuncia il suo secondo, e a detta di tutti definitivo, ritiro. Si dedica al suo secondo sport preferito, il golf, e alla gestione dei Washington Wizards.[49]

Il ritorno ai Washington Wizards[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2001, i tifosi di tutto il mondo vengono colti di sorpresa quando si comincia a diffondere l'ipotesi di un secondo ritorno di Air. Jordan decide così di fare un passo in più, e da proprietario dei Washington Wizards torna ad essere giocatore. Questa volta la sua dichiarazione ai giornalisti tradisce le sue intenzioni e la sua concezione della pallacanestro, affermando di voler tornare unicamente "for the love of the game", ovvero "per amore del gioco".

Incredibile è l'interesse mediatico che si produce intorno al suo ritorno sul campo, e i Wizards diventano in un lampo una delle squadre più seguite dell'intera NBA.

Durante le due stagioni nella nuova squadra, Jordan percepisce un compenso simbolico di un milione di dollari, devoluto interamente in beneficenza alle famiglie delle vittime degli attentati terroristici dell'11 settembre 2001.[50][51] Nonostante l'età, 38 anni, ed un infortunio che lo tiene fuori per parte della stagione 2001-2002, partecipa al suo 14º All-Star Game, a Filadelfia. Termina la sua prima stagione come Wizard con una media di 22,9 punti a partita[5].

Nella stagione 2002-2003 ottiene una media di 20 punti a partita[5] e partecipa ancora una volta, l'ultima, all'All-Star Game, ad Atlanta, dove l'intera manifestazione viene organizzata per essere un tributo a MJ. Le divise della partita delle stelle furono fatte a copia delle divise dell'All-Star Game del 1988 di Chicago, nel quale Michael fu eletto per la prima volta MVP, e nell'intervallo il tributo al più grande di sempre, si realizzò sulle note di Hero, cantate da Mariah Carey, vestita per l'occasione con un abito che rappresentava insieme la maglia n°23 dei Washington Wizards e quella dei Chicago Bulls. Ripresa la partita, a circa tre secondi dalla fine, riesce a segnare un tiro in fade-away che sembrerebbe regalare la competizione alla squadra dell'Est; tuttavia, un fallo su Kobe Bryant effettuato da Jermaine O'Neal all'ultimo secondo riesce a ribaltare la situazione e tutto si conclude in una vittoria di 155 a 145 per l'Ovest, dopo un doppio overtime.

Nel corso della stagione, Jordan diventa il giocatore più anziano (38 anni) dell'NBA a segnare più di 40 punti in una partita, mettendone a segno 51 contro gli Charlotte Hornets il 29 dicembre 2001[52] e 45 contro i New Jersey Nets il 31 dicembre 2001[53]. Nonostante i suoi sforzi, però, Jordan non riesce a coinvolgere fino in fondo i compagni ed a formare un gruppo valido né nella stagione 2001-02 né in quella seguente, non riuscendo a portare i Washington Wizards ai play-off. Questo a dispetto della presenza di numerosi giovani di talento come Richard Hamilton (scambiato per Jerry Stackhouse ad inizio stagione 2002-03) il quale farà poi fortuna con i Detroit Pistons o come Larry Hughes finito poi fuori rotazione.

Il 21 febbraio 2003 realizza 43 punti contro i New Jersey Nets, divenendo l'unico giocatore con più di 40 anni ad aver realizzato più di 40 punti in un incontro NBA[54]. Verso la fine della stagione 2002-03 Jordan viene addirittura isolato da alcuni compagni i quali cominciano a trovare opprimenti i suoi metodi di allenamento e gestione della squadra. Queste stesse motivazioni saranno alla base del suo licenziamento in qualità di presidente da parte del proprietario Abe Pollin.[senza fonte] Le ultime partite di Air in giro per le arene della NBA diventano momenti per i fan avversari di dare un ultimo grande saluto al Jordan giocatore, prima passando dalla sua Chicago, per l'ultima partita nel "suo" United Center, per arrivare a Filadelfia, da Allen Iverson, alla 82a partita di stagione regolare, dove si potrà assistere all'ultima sua schiacciata e all'ultimo tiro della sua carriera: un tiro libero che gli farà raggiungere i 20 punti di media in stagione.

Uscendo dalla partita a poco più di un minuto dal termine, avviene una standing ovation di tifosi, giocatori e addetti ai lavori, che costringe a fermare la partita per diversi minuti, mentre dal pubblico avversario si alza il coro "We Want Mike!".[55] È l'ultima apparizione su un parquet di Michael Jordan che, visibilmente emozionato, dopo aver salutato i giocatori avversari e gli amici presenti, si avvia verso gli spogliatoi.

Il suo ultimo ritiro[modifica | modifica wikitesto]

Michael Jordan nel 2007 durante una partita di golf, uno dei suoi hobby preferiti.

Al termine della stagione 2002-2003, si ritira per la terza e ultima volta. Jordan conclude la sua carriera NBA con una media punti per partita di 30,12 nella stagione regolare, la più alta in tutta la storia dell'NBA,[5] superiore di pochi centesimi alla media punti di Wilt Chamberlain (30,06); è quarto come numero di punti segnati in carriera.

Nonostante alcune voci circolate negli USA e in tutto il mondo durante l'estate del 2004, Jordan ha annunciato di non voler tornare sul parquet come giocatore professionista. Le indiscrezioni erano nate dopo la partecipazione del campione ad alcuni allenamenti degli Atlanta Hawks. Per Jordan si trattava di semplice divertimento, ma il giocatore ha espresso la volontà di restare nel mondo NBA come proprietario di un team.

La carriera fuori dal parquet[modifica | modifica wikitesto]

Il 1º febbraio 2004 ha fondato il Michael Jordan Motorsports, un team impegnato nelle corse motociclistiche del campionato American Motorcyclist Association (AMA). Finora la squadra ha sempre gareggiato con motociclette giapponesi, con una certa predilezione per le Suzuki GSX-R. Le livree delle moto sono sempre legate a squadre o eventi che concernono la carriera sportiva di Jordan: il bianco e l'azzurro sono i colori dell'Università della Carolina del Nord; il bianco e il rosso rappresentano i Chicago Bulls; la livrea oro celebra gli ori olimpici del 1984 e del 1992.[senza fonte] L'attività è stata sospesa dal 31 ottobre 2013, per valutare la possibilità di gareggiare in MotoGP.[56]

Alla fine dell'ottobre 2004, Giorgio Armani ha contattato MJ per cercare di convincerlo a venire a giocare in Italia, nella squadra dell'Olimpia Milano, sponsorizzata dal 2004 proprio dal celebre stilista, ottenendo, però, un nulla di fatto.[57]

Nel 2006 diventa general manager dei Charlotte Bobcats (oggi Charlotte Hornets), franchigia della "sua" Carolina del Nord. Nel 2010 ne diventerà l'unico proprietario.

A dicembre 2007, MJ torna sul parquet disputando un allenamento con i suoi Bobcats allo scopo di risollevare il morale della squadra dopo 10 sconfitte in 12 partite. Jordan ha comunque escluso categoricamente la possibilità di un suo ennesimo ritorno in campo.

Nell'aprile 2009 è stato eletto nel Naismith Memorial Basketball Hall of Fame (insieme a John Stockton, David Robinson, Jerry Sloan e C. Vivian Stringer), dove è stato introdotto ufficialmente nel settembre dello stesso anno.

Numeri di maglia[modifica | modifica wikitesto]

La maglia numero 23 della North Carolina autografata da Jordan.

Michael Jordan ha indossato cinque diversi numeri di maglia nella sua intera carriera: lo storico 23, il 45 al ritorno dal suo primo ritiro, il 9 con la nazionale degli Stati Uniti alle Olimpiadi del 1984 e del 1992, il 5 sempre con la nazionale ai Giochi Panamericani di Caracas, e il 12, il 14 febbraio 1990, come maglia di emergenza, poiché in una gara contro gli Orlando Magic, ad Orlando, un tifoso si intrufolò negli spogliatoi e rubò la maglia di Jordan. La maglia era del compagno di squadra Sam Vincent, ed essendo una maglia da allenamento era priva di cognome stampato sul retro. Jordan segnò 49 punti nella sconfitta contro i Magic.[58]

La maglia numero 23 di Jordan è stata ritirata dai Chicago Bulls e dai Miami Heat, anche se Michael non ha mai giocato per questa squadra. Fu desiderio del coach degli Heat, Pat Riley, fare un tributo a Jordan nella sua ultima gara a Miami nella stagione 2002-2003, innalzando al soffitto un banner raffigurante per metà la maglia dei Bulls e metà la maglia dei Wizards.

Jordan indossò il numero 23 poiché, quando era giovane, ammirava molto il fratello maggiore Larry, che giocava alla Laney High School, ed indossava il 45. Il 23 è la metà del 45 arrotondata per eccesso, poiché Michael sperava di diventare bravo a giocare, almeno la metà di quanto lo era suo fratello.

Merchandising[modifica | modifica wikitesto]

Il logo della Air Jordan.

Gli atleti professionisti sono stati a lungo associati nell'opinione comune al merchandising e alle promozioni commerciali e Jordan ha dimostrato un grande talento quando si arriva al fattore commerciale.

È celebre per il suo esteso lavoro commerciale per compagnie quali la Nike, con il brand dedicato Air Jordan. Nato inizialmente per la sola produzione di scarpe, creando un modello nuovo ogni anno, indossato dal giocatore nel corso della stagione, già dal suo primo anno da professionista, grazie all'enorme successo globale ed il richiamo generato ha portato nel tempo l'azienda ad espandere la linea anche a magliette, felpe, pantaloncini, anche non solo prettamente per il basket, ma anche per la vita di tutti i giorni, dando vita ad una vera e propria sottomarca. La linea ed il suo successo proseguono tuttora, anche dopo il ritiro di MJ.

È anche apparso in una campagna promozionale dei celebri fast food McDonald's, intitolata "Nothin' but net" ("niente eccetto la retina"), che comprendeva anche una serie di spot televisivi che proponevano una sfida amichevole tra Jordan stesso e Larry Bird, suo grande rivale ed amico. Oltre a questo, Jordan è apparso in un popolare spot della Gatorade dei primi anni novanta, con in sottofondo il jingle "Be Like Mike" ("Sii come Mike"). Tra le altre aziende per le quali è stato testimonial figurano Coca-Cola, Chevrolet, Ball Park Franks, Rayovac, Wheaties, Hanes e MCI Communications. Inoltre, gli sono state dedicate le copertine dei videogiochi NBA 2K11 e NBA 2K12.

Nel 1992 è coprotagonista del video musicale di Jam, quinto singolo tratto dall'album Dangerous del suo amico Michael Jackson. Nel 1996, la Warner Bros. diede a Jordan un ruolo di protagonista in un film ricco di effetti speciali, Space Jam, al quale partecipavano anche molti personaggi classici dei cartoni animati Warner Bros. quali Bugs Bunny, Daffy Duck e altri. Il giudizio della critica sul film fu tiepido, poiché molti lo videro solamente come un lungo spot commerciale in cui Jordan faceva la parte della leggenda del basket, quasi una divinità angelica. Nonostante questo, il film incassò più di 100 milioni di dollari solamente al botteghino, rinsaldando ulteriormente la reputazione di Jordan come figura capace di far guadagnare molto. Nel film compaiono anche grandi attori come Bill Murray e altri campioni NBA, tra i quali ancora Larry Bird. Nell'edizione italiana del film Jordan era doppiato da Massimo Corvo.

Nel 2002, un film per famiglie intitolato Il sogno di Calvin (titolo originale Like Mike, ovvero "Come Mike") trattava di una storia romanzata nella quale un ragazzino di nome Calvin viene casualmente in possesso di un paio di scarpette da basket del grande Michael Jordan. Queste scarpette procurano magicamente al ragazzino un'abilità sovrumana nel gioco del basket, così che egli diviene un atleta professionista prima di aver compiuto 12 anni.

Statistiche[modifica | modifica wikitesto]

NBA[modifica | modifica wikitesto]

Stagione regolare[modifica | modifica wikitesto]

Stagione Squadra Campion. Partite Statistiche tiro Altre statistiche
Pres. Titol. Minuti Tiri da 2 Tiri da 3 Liberi Rimb. Assist Rubate Stopp. Punti
1984-1985 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 82 82 3144 837/1625 9/52 630/746 534 481 196 69 2313
1985-1986 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 18 7 451 150/328 3/18 105/135 64 53 37 21 408
1986-1987 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 82 82 3281 1098/2279 12/66 833/972 430 377 236 125 3041
1987-1988 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 82 82 3311 1069/1998 7/53 723/860 449 485 259 131 2868
1988-1989 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 81 81 3255 966 /1795 27/98 674/793 652 650 234 65 2633
1989-1990 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 82 82 3197 1034/1964 92/245 593/699 565 519 227 54 2753
1990-1991 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 82 82 3034 990/1837 29/93 571/671 492 453 223 83 2580
1991-1992 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 80 80 3102 943/1818 27/100 491/590 511 489 182 75 2404
1992-1993 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 78 78 3067 992/2003 81/230 476/569 522 428 221 61 2541
1994-1995 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 17 17 668 166/404 16/32 109/136 117 90 30 13 457
1995-1996 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 82 82 3090 916/1850 111/260 548/657 543 352 180 42 2491
1996-1997 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 82 82 3106 920/1892 111/297 480/576 482 352 140 44 2431
1997-1998 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 82 82 3181 881/1893 30/126 565/721 475 283 141 45 2357
2001-2002 Stati Uniti Washington Wizards NBA 60 53 2092 551/1324 10/53 263/333 339 310 85 26 1375
2002-2003 Stati Uniti Washington Wizards NBA 82 67 3031 679/1527 16/55 266/324 497 311 123 39 1640
Totale carriera 1072 1039 41010 12192/24537
50,1%
581/1778
32,7%
7327/8772
83,5%
6672 5633 2514 893 32292
Nota: per la NBA, la WNBA e la NCAA, la colonna "Tiri da 2" comprende la somma dei tiri dal campo (tiri da 2 + tiri da 3).

Play-off[modifica | modifica wikitesto]

Stagione Squadra Campion. Partite Statistiche tiro Altre statistiche
Pres. Titol. Minuti Tiri da 2 Tiri da 3 Liberi Rimb. Assist Rubate Stopp. Punti
1984-1985 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 4 4 171 34/78 1/8 48/58 23 34 11 4 117
1985-1986 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 3 3 135 48/95 1/1 34/39 19 17 7 4 131
1986-1987 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 3 3 128 35/84 2/5 35/39 21 18 6 7 107
1987-1988 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 10 10 427 138/260 1/3 86/99 71 47 24 11 363
1988-1989 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 17 17 718 199/390 10/35 183/229 119 130 42 13 591
1989-1990 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 16 16 674 219/426 16/50 133/159 115 109 45 14 587
1990-1991 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 17 17 689 197/376 10/26 125/148 108 142 40 23 529
1991-1992 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 22 22 920 290/581 17/44 162/189 137 127 44 16 759
1992-1993 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 19 19 783 251/528 28/72 136/169 128 114 39 17 666
1994-1995 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 10 10 420 120/248 11/30 64/79 65 45 23 14 315
1995-1996 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 18 18 733 187/407 25/62 153/187 89 74 33 6 552
1996-1997 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 19 19 804 227/498 13/67 123/148 150 91 30 17 590
1997-1998 Stati Uniti Chicago Bulls NBA 21 21 872 243/526 13/43 181/223 107 74 32 12 680
Totale carriera 179 179 7474 2188/4497
48,7%
148/446
33,2%
1463/1766
82,8%
1152 1022 376 158 5987
Nota: per la NBA, la WNBA e la NCAA, la colonna "Tiri da 2" comprende la somma dei tiri dal campo (tiri da 2 + tiri da 3).

NCAA[modifica | modifica wikitesto]

Stagione Squadra Campion. Partite Statistiche tiro Altre statistiche
Pres. Titol. Minuti Tiri da 2 Tiri da 3 Liberi Rimb. Assist Rubate Stopp. Punti
1981-1982 Stati Uniti Tar Heels NCAA 34 - - 191/358 - 78/108 149 61 41 8 460
1982-1983 Stati Uniti Tar Heels NCAA 36 - - 282/527 34/76 123/167 197 56 78 28 721
1983-1984 Stati Uniti Tar Heels NCAA 31 - - 247/448 - 113/145 163 64 50 35 607
Totale carriera 101 - - 720/1333
54%
- 314/420
74,8%
509 181 169 71 1788

Palmarès[modifica | modifica wikitesto]

Un lato del basamento della statua di Jordan fuori dallo United Center con tutti i riconoscimenti ottenuti.

Club[modifica | modifica wikitesto]

Chicago Bulls: 1991, 1992, 1993, 1996, 1997, 1998
  • Campionato NCAA: 1
University of North Carolina at Chapel Hill: 1982

Nazionale[modifica | modifica wikitesto]

Los Angeles 1984, Barcellona 1992
Venezuela 1983
Stati Uniti d'America 1992

Individuale[modifica | modifica wikitesto]

Hall of Fame[modifica | modifica wikitesto]

Memorabilia di Jordan in mostra al Chicago History Museum.

Premi NBA[modifica | modifica wikitesto]

1987-88, 1990-91, 1991-92, 1995-96, 1997-98
1990-91, 1991-92, 1992-93, 1995-96, 1996-97, 1997-98
1987-88
1984-85
1986-87, 1987-88, 1988-89, 1989-90, 1990-91, 1991-92, 1992-93, 1995-96, 1996-97, 1997-98

All-Star Game[modifica | modifica wikitesto]

1985, 1986, 1987, 1988, 1989, 1990, 1991, 1992, 1993, 1996, 1997, 1998, 2002, 2003
1988, 1996, 1998
1987, 1988

All-NBA[modifica | modifica wikitesto]

1986-1987, 1987-1988, 1988-1989, 1989-1990, 1990-1991, 1991-1992, 1992-1993, 1995-1996, 1996-1997, 1997-1998
1984-1985
1986-1987, 1987-1988, 1988-1989, 1989-1990, 1990-1991, 1991-1992, 1992-1993, 1995-1996, 1996-1997, 1997-1998
1984-1985

College[modifica | modifica wikitesto]

1983-1984
1983-1984
1983-1984
1983-1984
1983-1984
  • Atlantic Coast Conference Freshman of the Year: 1
1981-1982
  • Sporting News Men's College Basketball Player of the Year: 2
1982-1983, 1983-1984

Cifre e record[modifica | modifica wikitesto]

  • 10 volte miglior marcatore della NBA (record assoluto): 1987, 1988, 1989, 1990, 1991, 1992, 1993, 1996, 1997, 1998
  • Miglior marcatore della NBA per 7 stagioni consecutive (record assoluto condiviso con Wilt Chamberlain): dal 1987 al 1993
  • Punti realizzati: 32.352 (quarta posizione assoluta)
  • Punti segnati in una partita di regular season: 69 (contro i Cleveland Cavaliers il 28 marzo 1990)
  • Più alta media punti nella storia della NBA: 30,12
  • Più alta media punti a partita nei play-off: 33,4
  • Più alta media punti in una serie di finale: 41, nel 1993 contro i Phoenix Suns
  • Partite consecutive a segno in doppia cifra: 842
  • Punti totali segnati nei play-off: 5987
  • Punti totali segnati all'NBA All-Star Game: 262
  • Punti segnati in un tempo di una finale: 35, nel 1992 contro i Portland Trail Blazers
  • Punti segnati in una gara di play-off: 63, nel 1986 contro i Boston Celtics
  • Giocatore più volte nel quintetto difensivo ideale: 9
  • Giocatore più volte miglior marcatore dell'anno: 10
  • Giocatore più anziano ad aver realizzato più di 50 punti in una partita: 51 contro gli Charlotte Hornets a 38 anni
  • Giocatore ultraquarantenne ad aver segnato più di 40 punti in una partita: 43 contro i New Jersey Nets (stagione 2002-2003)
  • Primo giocatore a realizzare una "tripla doppia" all'NBA All-Star Game (nel 1997)
  • Tiri liberi realizzati (20) e tentati (23) in un tempo di una partita (contro i Miami Heat il 30 dicembre 1992)
  • Tiri liberi realizzati (14) e tentati (16) in un quarto di una partita
  • Tiri tentati in un tempo di gara di play-off: 25
  • Tiri da 3 segnati in un tempo di gara di play-off: 6 (Record battuto nelle NBA Finals 2010 da Ray Allen con 7 triple)
  • Tiri decisivi in carriera: 29
  • Tiri tentati, tiri liberi realizzati, percentuale al tiro e recuperi nei play-off
  • Canestri fatti in un tempo di gara di play-off: 24
  • Minor numero di partite per realizzare 31.000 punti: 1,011 partite, risultato raggiunto contro i Portland Trail Blazers il 10 dicembre 2002
  • Minor numero di partite per realizzare 32.000 punti: 1,059 partite, risultato raggiunto in casa dei Golden State Warriors il 23 marzo 2003

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b (EN) God Disguised as Michael Jordan, NBA. URL consultato il 5 gennaio 2012.
  2. ^ a b c (EN) Michael Jordan Bio, su NBA.com, NBA. URL consultato il 19 novembre 2015.
  3. ^ (EN) All-Time USA Basketball Men's Roster, usab.com. URL consultato il 12 ottobre 2014.
  4. ^ (EN) Michael Jordan Career Retrospective, su NBA.com, NBA. URL consultato il 21 novembre 2015.
  5. ^ a b c d e f g (EN) Legends profile: Michael Jordan, su NBA.com, NBA, 4 marzo 2013. URL consultato il 18 novembre 2015.
  6. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z aa ab ac ad ae af ag ah Lazenby, Michael Jordan, la vita
  7. ^ a b Larry Bird, Magic Johnson, Jackie MacMullan, Il basket eravamo noi, Milano, Dalai, ISBN 8860737710.
  8. ^ (EN) His Airness, in The New York Times, 29 maggio 2014. URL consultato il 21 novembre 2015.
  9. ^ Valerio Clari, Nba, Michael Jordan e la seconda vita da His Airness, in La Gazzetta dello Sport, 19 marzo 2015. URL consultato il 21 novembre 2015.
  10. ^ (EN) Michael Jordan: Phenomenon, su NBA.com, NBA. URL consultato il 20 novembre 2015.
  11. ^ (EN) 23 years later, Air Jordans maintain mystique, seattletimes.com, 10 gennaio 2008. URL consultato il 12 ottobre 2014.
  12. ^ a b (EN) Hubie Brown on Jordan, su NBA.com, NBA. URL consultato il 22 novembre 2015.
  13. ^ Michele Talamazzi, Micheal Jordan, 31 anni dal debutto: "Saltava e schiacciava sopra tutti", in La Gazzetta dello Sport, 29 ottobre 2015. URL consultato il 21 novembre 2015.
  14. ^ (EN) Slam Dunk Highlights, su NBA.com, NBA. URL consultato il 20 novembre 2015.
  15. ^ (EN) Is Michael Jordan the Greatest Perimeter Post Player of All Time?, in Bleacher Report, 29 agosto 2013. URL consultato il 21 novembre 2015.
  16. ^ (EN) LeBron James Isn't Michael Jordan Yet, But He's Getting There, in Chicago Mag, 21 giugno 2013. URL consultato il 21 novembre 2015.
  17. ^ (EN) Why Michael Jordan Was a Better 3-Point Shooter Than Kobe Bryant, in Bleacher Report, 13 settembre 2011. URL consultato il 21 novembre 2015.
  18. ^ (EN) Jordan's forgotten advantage over LeBron, in ESPN, 13 agosto 2013. URL consultato il 21 novembre 2015.
  19. ^ a b c d (EN) Michael Jordan Career Stats, su NBA.com, NBA. URL consultato il 21 novembre 2015.
  20. ^ (EN) Ira Berkow, Sports of The Times; Air Jordan And Just Plain Folks, nytimes.com, 15 giugno 1991. URL consultato il 09-06-2010.
  21. ^ (EN) Michael Jordan and the Greatest Lockdown, Man-To-Man Defenders in NBA History, in Bleacher Report, 4 dicembre 2010. URL consultato il 22 novembre 2015.
  22. ^ (EN) Like No Other, su NBA.com, NBA. URL consultato il 20 novembre 2015.
  23. ^ (EN) Phil Jackson, Michael and Me, su NBA.com, NBA. URL consultato il 20 novembre 2015.
  24. ^ (EN) Jordan blazes away from long range, su NBA.com, NBA. URL consultato il 21 novembre 2015.
  25. ^ Sachare, Alex. The Chicago Bulls Encyclopedia. Chicago: Contemporary Books, 1999. pgs. 172-3. ISBN 0-8092-2515-8
  26. ^ (EN) Plus: Basketball; A McDonald's Game For Girls, Too, nytimes.com, 7 dicembre 2001. URL consultato il 12 ottobre 2014.
  27. ^ Morris, Mike. "The Legend: A Highlight-Reel History of the NBA's Greatest Player". Michael Jordan: The Ultimate Career Tribute. Bannockburn, IL: H&S Media, 1999. pg. 67.
  28. ^ (EN) Michael Jordan's Hall of Fame Enshrinement Speech – highly applicable to market participants, su thelongshorttrader.com, 18 febbraio 2013. URL consultato il 20 novembre 2015.
  29. ^ Giuseppe Nigro, Nba, tutto Jordan in mostra: quella volta da 69 punti a Cleveland, in La Gazzetta dello Sport, 14 settembre 2015. URL consultato il 21 novembre 2015.
  30. ^ (EN) Michael Jordan, databasebasketball.com, 16 gennaio 2007. URL consultato il 12 ottobre 2014.
  31. ^ a b Valerio Clari, Nba, quando Jordan era un perdente: "Non vincerà mai", in La Gazzetta dello Sport, 6 dicembre 2014. URL consultato il 21 novembre 2015.
  32. ^ (EN) Born to Be Bad, NBA. URL consultato l'8 gennaio 2016.
  33. ^ (EN) Bad Boys Still the Best, NBA. URL consultato l'8 gennaio 2016.
  34. ^ (EN) Isiah Thomas regrets handshake snub against Bulls in 1991 playoffs, in Sports Illustrated, 4 ottobre 2013. URL consultato l'8 gennaio 2016.
  35. ^ (EN) The Day the "Bad Boys" Walked Out, in Bleacher Report, 18 aprile 2009. URL consultato l'8 gennaio 2016.
  36. ^ (EN) A Stroll Down Memory Lane, su NBA.com, NBA. URL consultato l'11 gennaio 2016.
  37. ^ (EN) '92 Bulls repeat to prove their worth -- but it wasn't easy, NBA, 31 agosto 2011. URL consultato l'8 gennaio 2016.
  38. ^ (EN) Paxson's Trey Propels Bulls Into NBA History, su NBA.com, NBA. URL consultato l'11 gennaio 2016.
  39. ^ (EN) The Original Dream Team, su NBA.com, NBA. URL consultato il 14 gennaio 2016.
  40. ^ (EN) Alison Mitchell, THE NATION; "So Many Criminals Trip Themselves Up", in The New York Times, 22 agosto 1993. URL consultato il 9 giugno 2010..
  41. ^ (EN) Classic NBA Quotes: Michael Jordan, su NBA.com, NBA. URL consultato l'11 gennaio 2016.
  42. ^ (EN) Ira Berkow, A Humbled Jordan Learns New Truths", in The New York Times, 11 aprile 1994. URL consultato il 09-06-2010..
  43. ^ a b The Jordan Legacy, in Sports Illustrated. (archiviato dall'url originale il 20 febbraio 2003).
  44. ^ (EN) Michael Jordan Chronology, in Sports Illustrated, 12 gennaio 1999. (archiviato dall'url originale il 18 maggio 2001).
  45. ^ a b c Can Jordan rule again?, su NBA.com, NBA. URL consultato il 20 novembre 2015.
  46. ^ Davide Chinellato, Nba history, quando Michael Jordan si riprese il numero 23, in La Gazzetta dello Sport, 8 maggio 2015. URL consultato il 21 novembre 2015.
  47. ^ Gianluca Cordella, Golden State fa la storia: vittoria n. 73, “cancellati” i Bulls di Michael Jordan, in Il Messaggero, 14 aprile 2016.
  48. ^ Chicago Bulls 1996–97 Game Log and Scores, databasebasketball.com, 16 gennaio 2007.
  49. ^ Sandomir, Richard. Jordan Sheds Uniform for Suit as a Wizards Owner, 20 gennaio 2000.
  50. ^ Pollin Establishes Education Fund, nba.com, 9 settembre 2002.
  51. ^ News Summary, The New York Times, 26 settembre 2001.
  52. ^ (EN) Charlotte Hornets at Washington Wizards Box Score, December 29, 2001, su Basketball-Reference.com. URL consultato il 20 novembre 2015.
  53. ^ (EN) New Jersey Nets at Washington Wizards Box Score, December 31, 2001, su Basketball-Reference.com. URL consultato il 20 novembre 2015.
  54. ^ (EN) Michael Jordan's 10 Greatest Games as a 40 Year Old, in Bleacher Report, 14 marzo 2011. URL consultato il 20 novembre 2015.
  55. ^ (EN) Sixers Prevail in Jordan's Final Game, su NBA.com, NBA, 16 aprile 2003. URL consultato il 12 gennaio 2016.
  56. ^ (EN) Michael Jordan Motorsport Considering Move To MotoGP, in Fox Sports, 30 ottobre 2013. URL consultato il 21 novembre 2015.
  57. ^ (EN) Armani courts Jordan, in Chicago Tribune, 5 novembre 2004. URL consultato il 21 novembre 2015.
  58. ^ (EN) The time Michael Jordan wore No. 12, in Sports Illustrated, 18 febbraio 2015. URL consultato il 18 novembre 2015.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Christian Giordano, Michael «Air» Jordan, Libri di sport, 1999, ISBN 8887676003.
  • Roland Lazenby, Michael Jordan, la vita, Roma, 66thand2nd, ISBN 8898970137.
  • Claudio Limardi e Roberto Gotta, Michael Jordan, Libri di sport, 2006, ISBN 8887676631.

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità VIAF: (EN114945073 · LCCN: (ENn86020198 · ISNI: (EN0000 0001 1455 4934 · GND: (DE119184486 · BNF: (FRcb139910665 (data)