Michael Jordan

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando l'attore statunitense, vedi Michael B. Jordan.
(EN)

«By acclamation, Michael Jordan is the greatest basketball player of all time.»

(IT)

«Per acclamazione, Michael Jordan è il più grande giocatore di pallacanestro di tutti i tempi.»

(Biografia di Jordan sul sito dell'NBA[1])
Michael Jordan
Michael Jordan in 2014.jpg
Michael Jordan nel 2014
Nazionalità Stati Uniti Stati Uniti
Altezza 198[2] cm
Peso 98[2] kg
Pallacanestro Basketball pictogram.svg
Ruolo Guardia
Ritirato 2003
Hall of fame Naismith Hall of Fame (2009)
FIBA Hall of Fame (2015)
Carriera
Giovanili
1979-1981Laney High School
1981-1984N. Carol. Tar Heels
Squadre di club
1984-1993Chicago Bulls667 (21 541)
1995-1998Chicago Bulls263 (7 736)
2001-2003Wash. Wizards142 (3 015)
Nazionale
1981-1992Stati Uniti Stati Uniti39[3]
Palmarès
NBA 6 vittorie
NCAA 1 vittoria
Per maggiori dettagli vedi qui
Olympic flag.svg Olimpiadi
Oro Los Angeles 1984
Oro Barcellona 1992
Transparent.png Campionati Americani
Oro Stati Uniti 1992
Flag of PASO.svg Giochi Panamericani
Oro Caracas 1983
Il simbolo → indica un trasferimento in prestito.
 

Michael Jeffrey Jordan, conosciuto anche con le sue iniziali, MJ,[4] (pronuncia: [ˈmaikl ˈdʒefri ˈdʒɔːd(ə)n]; New York, 17 febbraio 1963), è un ex cestista statunitense, nonché principale azionista e presidente della squadra di pallacanestro degli Charlotte Hornets.

Soprannominato Air Jordan[1] e His Airness[5] per le sue qualità atletiche e tecniche, fu eletto nel 1999 "il più grande atleta nord-americano del XX secolo" dal canale televisivo sportivo ESPN.[6] La fama acquisita sul campo lo ha reso un'icona dello sport,[7] al punto da spingere la Nike a dedicargli una linea di scarpe da pallacanestro chiamata Air Jordan, introdotta a partire dal 1984.[8]

I riconoscimenti ottenuti a livello individuale includono sei MVP delle finali,[9] dieci titoli di miglior marcatore (entrambi record),[10] cinque MVP della regular season,[10] dieci selezioni All-NBA First Team[10] e nove nell'All-Defensive First Team,[10] quattordici partecipazioni all'NBA All-Star Game,[10] tre MVP dell'All-Star Game[10] e un NBA Defensive Player of the Year Award.[10] Detiene i record NBA per la media punti più alta nella storia della regular season (30,12 punti a partita) e nella storia dei playoffs (33,45 punti a partita).

Giocò tre anni all'Università della Carolina del Nord a Chapel Hill, dove guidò la squadra alla vittoria del campionato nazionale NCAA nel 1982. Fu poi scelto per terzo al Draft NBA 1984 dai Chicago Bulls e diventò in breve tempo una delle stelle della lega, contribuendo a diffondere la NBA a livello mondiale negli anni ottanta e novanta.[11][12] Nel 1991 vinse il suo primo titolo NBA con i Bulls, per poi ripetersi con altri due successi nel 1992 e nel 1993, aggiudicandosi un three-peat, dopo il quale si ritirò per intraprendere una carriera nel baseball. Tornò ai Bulls nel 1995 e li condusse alla vittoria di un altro three-peat (1996, 1997 e 1998). Si ritirò una seconda volta nel 1999, per poi tornare come membro dei Washington Wizards dal 2001 al 2003, per poi ritirarsi definitivamente.

Fu introdotto due volte nella Naismith Memorial Basketball Hall of Fame: nel 2009[13] per la sua carriera individuale e nel 2010 come membro del Dream Team.[14] Diventò membro della FIBA Hall of Fame nel 2015.[15] Il 22 novembre 2016 fu insignito dal presidente USA Barack Obama della Presidential Medal of Freedom, la più alta onorificenza civile statunitense.[16]

Caratteristiche tecniche[modifica | modifica wikitesto]

Jordan giocava come guardia tiratrice, con un'altezza dichiarata di 198 cm e con un peso di 98 kg.[2] Dotato di tecnica offensiva, abile nel crossover con entrambe le mani[17] e nel gioco spalle al canestro,[17] possedeva un rapido primo passo e doti acrobatiche,[1] che gli consentirono di distinguersi come un grande schiacciatore,[18][19] come dimostrano le due vittorie all'NBA Slam Dunk Contest.[19]

Jordan nel 1997

Nella fase finale della sua carriera, quando il suo atletismo era diminuito per via dell'età e del periodo di lontananza dalla pallacanestro, Jordan perfezionò il tiro in allontanamento, una tecnica che gli consentiva di eludere le braccia protese dei difensori e che divenne un suo marchio di fabbrica tanto quanto le schiacciate che lo contraddistinsero da giovane.[20][21] Specialista nel tiro dalla media distanza, Jordan non era altrettanto abile nel tiro da tre punti: le sue percentuali da dietro l'arco sono state altalenanti per buona parte della sua carriera, ad eccezione del periodo compreso tra il 1994 e il 1997, in cui Jordan, favorito anche dal temporaneo abbassamento dell'arco da 7,25 m a 6,75 m,[22][23] migliorò le proprie percentuali, innalzando la propria media in carriera a 35% (poi sceso a 32,7 dopo le ultime tre stagioni).[10] A corredo delle sue doti da realizzatore, vanno citate l'abilità a rimbalzo,[10] l'efficacia nel tiro libero,[10] la comprensione tattica del gioco e le capacità di passatore, retaggio dei primi due anni al liceo, durante i quali, preferiva far andare a canestro i compagni piuttosto che segnare in proprio.[24]

Michael Jordan è inoltre stato considerato uno dei migliori difensori della NBA,[25] capace di formare, assieme a Scottie Pippen, una delle coppie difensive più forti di sempre. Jordan era solito prendere in consegna il top scorer avversario, marcandolo con efficacia grazie a una combinazione di forza fisica, velocità e riflessi;[26] abile stoppatore, era un difensore pericoloso anche lontano dalla palla, come confermano le medie statistiche in carriera sui recuperi difensivi.[10]

Oltre che per le doti tecniche e fisiche mostrate sul campo, si è distinto per la sua mentalità vincente e competitiva,[27] la regolare costanza di rendimento di stagione in stagione e la naturale leadership esercitata sui suoi compagni.[28] Una delle peculiarità più apprezzate è sempre stata la sua abilità nel giocare sotto pressione ed effettuare le giocate decisive delle partite: alcuni esempi sono il tiro con cui decise le NBA Finals del 1998 contro gli Utah Jazz e i due punti coi quali sconfisse nei play-off del 1989 i Cleveland Cavaliers; degna di nota anche la prestazione in gara 1 delle Finals del 1992 contro i Portland Trail Blazers, chiusa con 6/10 da oltre l'arco,[29] nonostante la poca dimestichezza con il tiro da tre.[29]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Michael Jeffrey Jordan nacque il 17 febbraio 1963 nel quartiere di Brooklyn, a New York,[30] dove i genitori Deloris, impiegata di banca, e James R. Jordan Sr., meccanico in una centrale elettrica, si erano appena trasferiti.[30] Quarto di cinque figli, ha due fratelli (James R. Jordan Jr. e Larry) e due sorelle (Deloris, detta Sys e Roslyn, più piccola di un anno, ma che si diplomerà assieme a lui e con lui frequenterà la NCU).[30] Poco dopo la nascita di Michael, la famiglia si trasferì nuovamente, questa volta a Wilmington, nella Carolina del Nord.[31] I suoi genitori ebbero un approccio differente con lui: mentre sua madre fu protettiva nei suoi confronti[32] suo padre era più duro con lui in quanto non perdeva occasione per schernirlo e per lamentarsi di lui;[33] questo atteggiamento da parte di suo papà, come disse anni dopo lo stesso Michael, contribuì ad alimentare la sua determinazione al miglioramento costante.[33]

Il 2 settembre 1989 si sposò con Juanita Vanoy, più giovane di lui di quattro anni.[34] Dalla Vanoy Jordan ha avuto tre figli: Jeffrey (nato nel 1988 prima del matrimonio,[34] e che ha giocato a basket in NCAA dal 2007 al 2012, ma non tra i professionisti dopo essere rimasto undrafted nel 2012),[35] Marcus (nato nel 1990,[34] anch'egli ha giocato a basket in NCAA dal 2009 al 2012 e rimase undrafted nel 2013)[36] e Jasmine (nata nel 1992).[34] Dopo avere presentato un'istanza di divorzio nel 2002,[34] il tutto venne finalizzato nel 2006.[37]

Il 27 aprile 2013 si risposò con la modella cubana Yvette Prieto, di 15 anni più giovane.[38][39] Nel 2014 la coppia ha avuto due gemelle di nome Victoria e Ysabel.[40]

Carriera[modifica | modifica wikitesto]

I primi studi e gli anni del liceo[modifica | modifica wikitesto]

Il giovane Michael frequentò la Emsley A. Laney High School, ricordato come un ragazzo estroverso e burlone ma pigro (a differenza dei suoi fratelli),[41] non eccelleva nello studio.[41] A 13 anni frequentò un corso di economia domestica su consiglio della madre (lei rivelò anni dopo che glielo consigliò per "offrirgli un'opportunità in più"),[41] ma impegnò tutte le sue energie nello sport, soprattutto baseball, football americano e pallacanestro, che iniziò a conoscere all'età di 11 anni, quando il padre costruì un campetto nel giardino di casa.[42]

Era un ragazzino molto gracile, per cui, dopo due anni promettenti come lanciatore della squadra di baseball locale, anni in cui lasciò intuire di avere potenzialità, la sua carriera si interruppe bruscamente a causa della sua ridotta stazza fisica, che gli impediva di lanciare con la dovuta forza ed energia.[24] L'ultimo anno delle medie venne quindi impiegato in altri ruoli all'interno della squadra e questo lo spinse a mollare, lasciandolo piuttosto deluso.[43] Parallelamente provò anche con la squadra locale di football americano, giocando in difesa, e rendendosi, anche qui, protagonista di diverse prestazioni di rilievo fino a quando un contrasto di gioco piuttosto violento gli causò la lussazione della spalla inducendolo di nuovo a dirottare altrove la sua attenzione.[44]

Si dedicò dunque alla pallacanestro, giocando per la Laney High School; dopo due anni tra le giovanili, provò a entrare in prima squadra, ma l'allenatore, Clifton "Pop" Herring, lo escluse, preferendogli il coetaneo Harvest Leroy Smith Jr.[45] L'episodio, che segnò indelebilmente la carriera di Herring, diede vita a posteriori a uno dei più grossi equivoci della storia dello sport,[46] anche a causa dello stesso Jordan, che (come confessò anni dopo) utilizzò "l'esclusione dalla squadra del liceo" come stimolo a migliorarsi durante la sua carriera.[47] Nonostante MJ fosse considerato il miglior giocatore delle giovanili (la cosiddetta junior varsity),[48] la sua esclusione si spiegò, come confermato da chi visse quegli anni al fianco di Jordan, con il fatto che la prima squadra, composta per regolamento quasi interamente da giocatori del quarto e quinto anno, aveva un'altezza media piuttosto ridotta (su 10 giocatori, otto erano sotto i 185 cm) e dunque aveva necessità di elementi alti; per questo Herring scelse Smith, giocatore che non ebbe molta fortuna tra i professionisti, anziché Jordan che misurava 178 cm.[45]

All'inizio del suo quarto anno al liceo era alto 190 cm;[49] a quel punto non ci furono più ostacoli al suo ingresso in prima squadra, dove indossò, per la prima volta, il numero 23 (che scelse perché è "quasi la metà di 45", il numero di canotta di suo fratello Larry)[50] e diventò leader dentro e fuori dal campo grazie alle sue capacità tecniche e alle sue doti caratteriali. Tuttavia i Laney Buccaneers, pur concludendo l'anno con un record in attivo (13-11), non furono competitivi per il titolo, e Jordan chiuse la stagione con 24.6 punti e 11.8 rimbalzi a partita.

Il quinto e ultimo anno di liceo, aiutò la Laney a migliorare il proprio record, anche se la corsa al titolo si arrestò in semifinale playoffs contro la New Hanover High School del futuro giocatore NBA Kenny Gattison.[51] Jordan, che a quel punto fu considerato dagli addetti ai lavori il miglior prospetto liceale d'America assieme a Aubrey Sherrod, allo stesso Gattison e a Patrick Ewing, incrementò ancora le sue cifre e a fine anno fu convocato al McDonald's Invitational Tournament e cioè l'All Star Game delle High School.[52] Realizzò 30 punti (record) con 13 tiri segnati dal campo su 19, 4 su 4 ai tiri liberi, 6 palle rubate e 4 assist,[52] segnando anche nei secondi finali i due tiri liberi che portarono la sfida sul definitivo 96-95;[52] nonostante questa prestazione a sorpresa non fu nominato MVP della gara.[52] In estate comunicò, in una conferenza stampa che ebbe luogo a casa sua,[53] ma ugualmente molto seguita,[53] di aver scelto la prestigiosa University of North Carolina di coach Dean Smith a discapito di altrettanto prestigiose università (tra le quali Duke e Syracuse) ugualmente desiderose di reclutarlo.[54]

Gli anni a UNC[modifica | modifica wikitesto]

Il numero 23 di Jordan appeso al soffitto del Dean Smith Center.

Alla UNC, Jordan dovette confrontarsi con un allenatore dalla forte personalità e con il suo sistema di gioco, oltre che con i due giocatori più forti della squadra, dividendo così la leadership tecnica.[55] Jordan accettò di farsi guidare da Dean Smith, entrando appieno nel suo sistema di gioco e instaurando un'ottima convivenza con James Worthy e Sam Perkins, dando vita a un'alchimia di squadra che, a detta di numerosi addetti ai lavori, fu il vero segreto della stagione dei Tar Heels.[56][57] Il primo anno di college fu dunque un anno di apprendimento, sebbene, per coincidenze fortunose, Jordan partì in quintetto per tutta la stagione; tenne una media di oltre 15 punti a partita ma senza quei lampi di classe che, anni dopo, avrebbero rappresentato la routine; il campionato ebbe un epilogo positivo per Jordan, visto che nella finale per il titolo NCAA del 1982 contro la Georgetown di Patrick Ewing, giocata al Superdome di New Orleans davanti a 61 612 spettatori (cui si aggiunsero i 17 milioni che la videro in TV),[58] Jordan mise a segno il tiro vincente a 15 secondi dal termine della partita, regalando così alla sua squadra il titolo (sebbene il vero eroe fu James Worthy, che difatti vinse il titolo di MVP del torneo).[59][60] A fine partita, negli spogliatoi, Jordan rispose così a un giornalista (della NBC) che lo stava intervistando: "Davvero non ho avvertito alcuna pressione. Era un tiro come un altro".[61]

In realtà, quel tiro gli cambiò in positivo la carriera, perché UNC aspettava il titolo NCAA da tanto tempo e quando finalmente arrivò, i festeggiamenti andarono avanti per settimane e Jordan venne molto celebrato dai tifosi.[62] Se prima di quella finale era considerato, dall'opinione pubblica, come un giocatore molto forte ma comunque al pari di tanti altri,[62] da quel momento la percezione che i tifosi avevano di lui cambiò.[62] Come ricorda lui stesso "prima il mio nome era Mike, tutti mi chiamavano Mike Jordan, ma dopo il tiro ero diventato Michael Jordan".[62] Nonostante il nuovo status di star collegiale, durante l'estate si allenò intensamente (fedele al suo spirito agonistico)[63] e, grazie alla crescita in altezza di ulteriori 5 centimetri,[63] all'inizio della seconda stagione lasciò sbigottiti compagni di squadra e tecnici per le sue migliorate condizioni fisiche e tecniche.[63] E difatti la stagione 1982 fu quella della sua definitiva consacrazione cestistica e, se in attacco venne considerato ormai da tutti come il più forte giocatore di college (la media punti salì, complice l'introduzione del tiro da tre punti, a quasi 21 a partita, con 5.8 rimbalzi), fu in difesa che diventò determinante,[64] stupendo gli addetti ai lavori di metà degli USA (compreso il commentatore Dick Vitale),[64] che a quel punto si convinsero di avere di fronte un giocatore dal grande potenziale.[64] Ciò nonostante, la stagione di UNC partì in sordina, soprattutto perché non c'era più James Worthy,[63] che, dietro insistenza del suo allenatore,[63] lasciò i Tar Heels con un anno di anticipo per andare in NBA (ai Los Angeles Lakers come prima scelta assoluta del Draft 1982)[63] e si concluse anzitempo alle finali regionali contro Georgia; nonostante le sue statistiche, Jordan non vinse neppure il trofeo di MVP, assegnato al centro di Virginia Ralph Sampson (che proprio quell'estate verrà selezionato, come prima scelta assoluta, dagli Houston Rockets dell'NBA).[65]

Jordan tra James Worthy e Dean Smith, rispettivamente compagno di squadra e allenatore al college, nel 2007.

In estate partecipò ai giochi Panamericani con la squadra degli Stati Uniti, che, seppur con qualche affanno, vinsero la competizione battendo in finale Porto Rico per 101-85;[66] assieme a lui molti futuri protagonisti della NBA, tra cui Chris Mullin e Mark Price, che risultò essere il giocatore più determinante della squadra anche se Jordan fu il miglior marcatore con 17.3 punti[66] a partita nonostante un'infiammazione al tendine del ginocchio destro ne limitò il rendimento.[66] La sua migliore prestazione fu contro il Brasile, quando segnò 27 punti.[67]

Il terzo anno iniziò sotto i migliori auspici: Jordan era in forma fisica eccezionale e i Tar Heels erano la squadra da battere; oltre a lui in rosa erano presenti altri giocatori come a Sam Perkins (all'ultimo anno), ci sono Brad Daugherty (al secondo anno) e la promettente matricola Kenny Smith (entrambi futuri giocatori NBA), e tant'è che, a detta di molti, questa fu la miglior formazione allenata da Dean Smith.[67][68] Difatti UNC partì come un rullo e arrivò agli ottavi del torneo NCAA (tra le cosiddette sweet sixteen) dove incontrò gli Indiana Hoosiers di Bobby Knight.[69] Jordan, pur essendo a tutti gli effetti il miglior prospetto d'America, giocò una stagione sottotono, limitando la propria individualità per adattarsi, ancora una volta (e non senza frustrazione), al "sistema Smith"; in questo senso gli addetti ai lavori parlarono di maturazione definitiva di Jordan (la stessa che, anni dopo, lo aiutò a partecipare appieno al sistema di gioco di Tex Winter e Phil Jackson), anche se non mancarono di criticare l'allenatore per avere messo in difficoltà Jordan per via del suo gioco.[70] A queste critiche replicò anni dopo lo stesso Jordan, dicendo:"non conoscevo il gioco, me lo ha insegnato lui. Dean Smith mi diede la competenza necessaria per segnare trentasette punti a partita, è questo che la gente non capisce".[71] Ma proprio il sistema di Dean Smith andò in crisi nella partita con Indiana, che da sfavorita, batté UNC 72-68 e Jordan chiuse con soli 13 punti e un misero 6 su 14 al tiro.[69] Seguirono giorni di dubbi, perché MJ non sapeva se lasciare, come Worthy,[71] l'università con un anno di anticipo oppure rimanere fino alla fine, assecondando il desiderio della madre Deloris di vedere i suoi due figli più piccoli (Michael e Roslyn) laurearsi insieme alla UNC.[71] Alla fine fu ancora una volta Smith a convincere un suo giocatore al grande salto,[71] cosicché il 5 maggio 1984 Jordan annunciò la propria scelta di entrare tra i professionisti.[71]

Dopo aver vinto il premio Naismith College Player of the Year, il John R. Wooden Award e l'Adolph Rupp Trophy nel 1984 decide di lasciare con un anno di anticipo il college per dichiararsi eleggibile al Draft NBA 1984 (tornerà comunque all'università per conseguire la laurea nel 1986),[72] dove venne selezionato dai Chicago Bulls come terza scelta assoluta, dietro Hakeem Olajuwon e Sam Bowie.[73] Tra l'altro, la sera stessa, i Dallas Mavericks tentarono di acquisire via trade Jordan cedendo loro in cambio Mark Aguirre (tra l'altro giocatore nativo di Chicago e che batté Jordan ai playoffs coi Detroit Pistons qualche anno più tardi),[74] ma i Bulls rifiutarono.[75][76]

Il primo oro olimpico e i primi anni nell'NBA[modifica | modifica wikitesto]

L'estate del 1984 fu quella della Giochi della XXIII Olimpiade a Los Angeles e Michael Jordan venne convocato da coach Bob Knight nella nazionale statunitense,[77] composta da soli giocatori universitari,[78] assieme a Sam Perkins, Patrick Ewing, Chris Mullin, Wyman Tisdale, Leon Wood, Alvin Robertson, Joe Kleine, John Koncak, Jeff Turner, Vern Fleming e Steve Alford.[77] Nelle amichevoli di preparazione al torneo i 12 giocarono contro selezioni di giocatori NBA, e Jordan mise in mostra tutto il suo strabordante talento, guadagnandosi la definitiva consacrazione, pur non avendo ancora giocato un minuto di basket professionistico.[77] Pat Riley, allenatore dei Lakers che quell'estate guidò una delle selezioni, ammise, nel dopopartita "è il giocatore più dotato che ho mai visto su un campo da basket".[79] Nell'ultima di queste amichevoli Jordan segnò 27 punti contribuendo al successo per 84-72 per la selezione,[79] effettuando anche una schiacciata in campo aperto dopo avere superato in accelarazione la stella dei Lakers Magic Johnson.[79]

A Los Angeles arrivò un oro molto agevole per gli USA, aiutati anche dal boicottaggio sovietico che tolse loro l'avversario più temibile;[79][80] la squadra vinse 8 partite su 8 con un margine di scarto medio di 32 punti. Jordan, seppur ebbe delle difficoltà per via dei rigidi schemi offensivi di Knight,[79] fu il miglior realizzatore con 17.1 punti a partita e a fine fece la seguente dichiarazione a un giornalista estero che gli mostrò una rivista secondo cui è il più forte giocatore del mondo: "Finora non ho ancora incontrato qualcuno che mi abbia impedito di fare quello che voglio fare".[79]

Il 12 settembre 1984 i Bulls annunciarono che Jordan firmò un contratto di 7 anni per 6 milioni di dollari,[81] il terzo più alto nella storia dell'NBA dopo quello dei due centri di Houston Hakeem Olajuwon e Ralph Sampson.[81]

Nello stesso periodo, la Nike, un'azienda di scarpe dell'Oregon con un fatturato annuo di 25 milioni di dollari, stava cercando nuovi canali di espansione e, grazie a un suo lungimirante agente Sonny Vaccaro stava espandendo la propria sfera d'influenza il mondo del basket,[82] dapprima quello collegiale e poi quello NBA.[82] E fu proprio Vaccaro a intuire l'enorme potenziale di Jordan e a convincere Nike a scommettere ingenti risorse su un ragazzo che non ha ancora giocato neppure un minuto tra i professionisti (e che, tra l'altro, voleva firmare con la Adidas, come confessò lui stesso anni dopo).[83] Nacque così la linea Air Jordan (il nome venne inventato da Peter Moore, designer creativo della Nike, e il logo è uno stemma con ali che cinge un pallone da basket[84]): Jordan (che da quel momento acquisì il soprannome Air) firmò un contratto di 2 milioni di dollari in 5 anni oltre a una percentuale su ogni scarpa, un investimento senza precedenti per un atleta non professionista.[85]

Quando firmò per Chicago, i Bulls erano reduci da una stagione con 27 vittorie e 55 sconfitte,[86] giocavano al vecchio Chicago Stadium, un palazzetto in condizioni pessime[86] che si trovava in uno dei quartieri più malfamati della città[86] e la media degli spettatori era la più bassa della lega (poco più di 7 000).[86]

L'esordio di Jordan avvenne il 26 ottobre 1984 contro i Washington Bullets, partita nella quale segnò 16 punti con 5 su 16 dal campo, 7 assist e 6 rimbalzi.[87] Due sere dopo segnò 37 punti contro i Milwaukee Bucks, vincendo il duello con la stella avversaria Sidney Moncrief, e da quel momento non si fermò più;[87] diventò subito il leader offensivo della squadra, anche grazie allo schema "palla sempre a Jordan",[88] e, con le sue giocate spettacolari, attirò sempre più spettatori allo Stadium e attenzioni da parte degli addetti ai lavori. Alla nona partita contro San Antonio segnò 45 punti,[89] altrettanti poche settimane dopo contro Cleveland; poi ne segnò 42 contro New York[90] e altri 45 contro Atlanta.[91] La prima tripla doppia (35 punti, 15 assist e 14 rimbalzi) arrivò contro Denver,[92] dopodiché, poco prima della pausa per l'All Star Game, Jordan realizza 41 punti contro i campioni in carica dei Boston Celtics.[88] I tifosi lo votano affinché faccia parte del quintetto base della squadra dell'Est nell'NBA All-Star Game del febbraio 1985; durante la partita alcuni veterani, tra i quali Isiah Thomas, si rifiutarono di passargli la palla, infastiditi dalle troppe attenzioni su MJ, dando così vita al boicottaggio meglio conosciuto come "freeze-out"[11] un episodio che Jordan non dimenticherà mai e anzi, rinfaccerà ai diretti interessati in ogni occasione (da ultimo, nel controverso discorso tenuto in occasione dell'assegnazione del Naismith Trophy).[93] La prima occasione utile non si fece attendere, perché subito dopo l'All Star Game i Bulls, andarono a giocare al Pontiac Silverdome, casa dei Pistons, squadra di Thomas: Jordan segnò 49 punti con 15 rimbalzi e i Bulls vinsero la partita 139-126 nel tempo supplementare.[94] Grazie alla grande stagione di Jordan, Chicago vinse 38 partite in regular season (11 in più dell'anno prima) e si qualificò ai playoffs ma la squadra era troppo debole e venne battuta 3-1 al primo turno da Milwaukee.[95] MJ venne comunque premiato come matricola dell'anno davanti alla prima scelta Hakeem Olajuwon.[96]

Jordan, appena eletto rookie of the year del campionato NBA 1984-85 con i Chicago Bulls, qui in canotta Stefanel per un match esibizione a Trieste nell'estate 1985, nell'ambito del lancio italiano delle scarpe Air Jordan I.

Durante l'estate i Bulls vengono acquistati da Jerry Reinsdorf, ricco immobiliarista già proprietario della squadra di baseball dei Chicago White Sox, il quale, per prima cosa, assunse come general manager lo scout degli stessi White Sox Jerry Krause.[97] Quest'ultimo chiamò, come responsabile del coaching staff, Tex Winter, un allenatore di college in pensione molto apprezzato per aver creato un brillante schema di gioco offensivo noto come "attacco triangolo"; le basi della dinastia Bulls furono gettate, anche se Krause e Jordan non andarono mai d'accordo e anzi, l'acredine tra loro aumentò ogni anno di più, fino alla turbolenta rottura.[98]

La seconda stagione di Jordan iniziò nel peggiore dei modi: il 25 ottobre 1985, durante la partita contro i Golden State Warriors, si fratturò l'osso navicolare del tarso del piede sinistro, un infortunio grave che aveva già compromesso la carriera di molti giocatori NBA;[99] impossibilitato a giocare e frustrato dall'immobilità forzata, tornò all'università, dove si laureò e, secondo voci mai confermate, ricominciò anzitempo a giocare partitelle "segrete" nonostante il veto assoluto dei medici, secondo i quali un rientro anticipato avrebbe potuto causare la fine della sua carriera.[100] Ma come disse anni dopo Mark Pfeil, storico preparatore atletico dei Bulls: "Lui era fatto così. Se si convinceva che qualcosa non gli avrebbe fatto male, si concentrava oltre l'ostacolo e scendeva in campo".[100] A 18 partite dalla fine della regular season rientrò in campo nonostante l'ennesimo veto della dirigenza dei Bulls, veto motivato, ufficialmente, dalla paura di non rischiarlo inutilmente (vista la stagione ormai compromessa) e, ufficiosamente, dalla volontà di perdere qualche partita in più per ottenere maggiori chance di scelta al draft dell'estate seguente.[99] Con lui in campo, la squadra vinse 16 delle ultime partite e si qualificò ai play-off, dove incontrò, al primo turno, i Boston Celtics;[101] Chicago perse la serie 3-0, ma in gara due, giocata il 20 aprile 1986 al Boston Garden, Jordan riscrisse la storia del basket, segnando 63 punti con 5 rimbalzi e 6 assist,[102] prestazione che resterà la miglior di sempre quanto a punti segnati in una gara di play-off,[103] tanto da ricevere gli elogi da Larry Bird (che in quella partita segnò 36 punti con 12 rimbalzi e 8 assist).

(EN)

«I think it's just God disguised as Michael Jordan.»

(IT)

«Penso sia semplicemente Dio travestito da Michael Jordan.»

(Larry Bird[102])

Il terzo campionato NBA fu quello della conferma per Jordan, che per la prima volta vinse la classifica marcatori, con 37,1 punti di media a partita.[104] Il ruolino di marcia fu impressionante: nelle 82 partite della stagione regolare, per 77 volte fu il miglior realizzatore della sua squadra, per 2 volte segnò 61 punti, per 8 volte superò i 50, per addirittura 37 volte ne realizzò 40 o più.[105][106] Superò la soglia dei 3 000 punti in una sola stagione (3 041), segnando il 35% dei punti totali della squadra.[106] A questo punto molti ritengono che, almeno a livello offensivo, MJ sia il miglior giocatore della lega, anche se diversi osservatori lo ritenevano troppo egoista e nutrivano forti perplessità sulla sua capacità di essere un uomo squadra.[95] In realtà quest'idea era solo in parte, perché se da un lato MJ era portato, per indole, a diffidare dei suoi compagni (gli ci vollero anni per cambiare mentalità).[95]

Eppure era anche un ottimo difensore, tant'è che chiuse la stagione con una media di 3.2 palle recuperate a partita e oltre 100 stoppate, vincendo il titolo di NBA Defensive Player of the Year Award, per il 1988;[26] nello stesso anno venne anche inserito nel quintetto difensivo ideale e guidò la classifica marcatori, con oltre 35 punti di media a partita, vincendo, per la prima volta, il titolo di MVP sia della stagione regolare che dell'All Star Game, che si giocò proprio a Chicago e nel quale segnò 40 punti; nell'occasione vinse, per la seconda volta, lo Slam Dunk Contest, la gara delle schiacciate, battendo in finale Dominique Wilkins con una schiacciata che passò alla storia, eseguita prendendo la rincorsa da bordo campo e staccando dalla linea del tiro libero.[107]

Tuttavia il riconoscimento più importante fu il primo passaggio, da parte dei Bulls, di un turno di playoffs dal 1981: 3-2 contro i Cleveland Cavaliers. Nelle prime due partite Jordan segnò 50 e 55 punti, impresa che non era mai riuscita ad alcuno nella storia della NBA, anche se gara-5 venne decisa dalla giovane matricola da Arkansas University Scottie Pippen, che, partendo in quintetto per la prima volta in stagione, segnò 24 punti.[108] In semifinale di Conference Chicago trovò i Detroit Pistons che, grazie al gioco duro e alle "Jordan Rules" (una tattica difensiva elaborata da Chuck Daly e Joe Dumars per arginare MJ), vinsero agevolmente la serie 4-1.[109]

E fu proprio durante quella serie che Donald Sterling, proprietario dei Los Angeles Clippers, sondò il terreno con Krause per acquistare Jordan;[74] il GM dei Bulls era ancora convinto che con Michael in squadra non ci fosse alcuna possibilità di vincere il titolo ed è dunque molto propenso ad accettare (tanto più che Sterling offre, in cambio, un paio di scelte tra le prime cinque al draft di quell'anno), ma poi pensò alle conseguenze di una cessione e rifiutò l'offerta.[74] Perché, grazie a Jordan,[110] i tori fecero registrare il tutto esaurito a ogni partita e videro crescere il loro valore da 16 a 120 milioni di dollari i pochi anni, guidando la classifica NBA relativa alle vendite di materiali e gadget ufficiali;[110][111][112] più precisamente, come ricorda lo storico vicepresidente dei Bulls Steve Schanwald, circa il 40% del merchandising ufficiale venduto dalla NBA è legato ai Bulls.[112]

La stagione si concluse con la notizia che la linea di scarpe Air Jordan portò alla Nike un fatturato di $ 120 milioni in un anno,[110] parte dei quali finì nelle tasche di MJ, che a quel punto guadagnò, in sponsorizzazioni, cifre fino ad allora inimmaginabili per uno sportivo,[110] tanto da fargli dire, in risposta a un cronista che gli chiese cosa ne pensasse del fatto che il suo stipendio annuo fosse giocatore dei Bulls di soli 700 000 $, la seguente frase: "posso permettermi di giocare senza dovermi preoccupare dello stipendio".[24]

Jordan salta per una schiacciata nella stagione 1987-88.

A settembre del 1988, comunque, Reinsdorf decise di ricompensare la sua stella rinnovandogli il contratto per otto stagioni a (secondo le voci) 25 milioni di dollari;[113] la squadra iniziò male la stagione e fu ancora una volta Jordan a doversela caricare sulle spalle.[113] Questo non fece altro che aumentare le critiche della stampa, da tempo convinta che, a differenza di Magic Johnson e Larry Bird, MJ sia troppo individualista e incapace di valorizzare i compagni.[114] Anche per questo motivo l'allenatore Doug Collins chiese al suo vice Phil Jackson di catechizzare il suo giocatore sulla necessità del gioco di squadra;[115] il colloquio avvenne e, nonostante l'iniziale ritrosia di Jordan,[115] produsse i suoi effetti, anche perché, nel frattempo, Collins decise di relegare in panchina il poco convincente playmaker titolare Sam Vincent e di spostare nel ruolo proprio MJ,[116] che non a caso realizzò, dopo il cambiamento, sette triple doppie consecutive (14 in totale tra gennaio e aprile),[116] coinvolgendo molto i compagni di squadra e portando i Bulls a 6 vittorie consecutive,[116] grazie anche alle ottime prestazioni di Pippen e del sophomore Horace Grant,[116] che partendo in quintetto con regolarità cominciò a garantire prestazioni convincenti.[116]

Il risultato fu che, con un record di 47-35 i Bulls avanzarono alla post season col quinto miglior record della Eastern Conference,[116] dove al primo turno incontrarono nuovamente i Cavaliers (finiti quarti),[116] con il fattore campo a sfavore: la serie fu molto equilibrata e si decise in gara-5, giocata il 7 maggio 1989 in Ohio, quando, a 2 secondi dalla fine della partita, con la squadra sotto di un punto, Michael segnò un tiro in sospensione praticamente impossibile (da quel momento universalmente ribattezzato "the shot"), dalla linea del tiro libero, in controtempo e con le mani in faccia di Craig Ehlo.[117] Al secondo turno i Bulls incontrarono i New York Knicks di Patrick Ewing e dell'ex Charles Oakley, che superarono abbastanza agevolmente 4-2 per poi ritrovarsi, in finale di Conference, gli storici rivali dei Detroit Pistons; in gara-1 Collins decise di mettere Jordan in marcatura su Thomas; la scelta diede i suoi frutti, perché il play dei Pistons, limitato dal maggior atletismo di MJ, non riuscì a penetrare né a creare giochi per i compagni ed è costretto a tirare da fuori, ma con percentuali disastrose (3 su 18), sicché i Bulls espugnarono il campo di Detroit (che non perdeva in casa da 25 partite) 94-88. In gara-2 Thomas segnò 33 punti e Dumars 20 per la vittoria dei Pistons 100-91, mentre gara-3 venne vinta da Chicago 99-97 grazie a un altro tiro allo scadere di Jordan, che segnò anche 46 punti. In gara-4 la strepitosa difesa di Dumars costrinse Jordan a un misero 5 su 15 che valse la vittoria dei Pistons 86-80: nel dopo partita Collins accusò MJ di essere stato troppo egoista e impreciso.[114] Per ripicca, nella successiva gara-5 il 23 prese solo otto tiri, lasciando a Detroit una facile vittoria per 94-85 e fomentando così la rabbia del suo allenatore, da tempo convinto che i Bulls non avrebbero mai vinto finché ci fosse stato Jordan.[114] Si tornò a Chicago per gara 6; la partita fu molto tirata ma, nonostante i 32 punti segnati da Jordan, Detroit riuscì a prendere un buon vantaggio nell'ultimo quarto e a vincere 103-94 grazie anche ai 33 punti di Isiah Thomas.[118] I Pistons andarono così in finale contro i Los Angeles Lakers di Magic Johnson, che batterono 4-0.

Tex Winter, l'uomo che si occupò degli schemi offensivi del triangolo

Il 6 luglio 1989 Reinsdorf e Krause licenziarono Doug Collins e affidarono la squadra al suo vice Phil Jackson, il quale confidò allo stesso Krause appena dopo la nomina a coach:[119]

«Sono sempre stato più orientato alla difesa, sia come giocatore che come allenatore. Lascerò l'attacco a Tex Winter, giocherò con il triplo post»

(Phil Jackson)

Jordan non era inizialmente contento di tale schema in quanto lo riteneva una cavolata.[120]

Nella prima stagione con il nuovo coach, i Bulls continuarono il loro percorso di crescita, arrivando a un record finale di 55-27, più vicino ai lanciati Pistons, campioni in carica. Jordan migliorò sempre più nel coinvolgimento dei compagni di squadra. In particolare, a beneficiarne furono Horace Grant e Scottie Pippen (quest'ultimo ricevette la sua prima convocazione all'ASG). Il 28 marzo 1990 Jordan fu protagonista della gara con più punti[121] segnati in carriera: contro i Cleveland Cavaliers segnò 69 punti, frutto di un 23/37 di tiri dal campo segnati, 6 triple realizzate e 21/23 ai liberi (oltre a 18 rimbalzi, 6 assist e 4 palle rubate).[121] Si arrivò così i Bulls erano favoriti a Est, e mantennero le aspettative vincendo agevolmente le prime due serie di playoffs contro i Bucks (3-1) e i 76ers (4-1), presentandosi dunque alla Finals di Conference dell'Est al cospetto di Detroit e dei suoi Bad Boys, così chiamati per il loro gioco intenso e aggressivo.[122][123] La serie tra Chicago e Detroit fu molto tirata, con Jordan autore di grandi prestazioni, soprattutto in gara-4. Il fattore campo fu rispettato sempre e si arrivò alla 7ª partita, che si giocò a Detroit per via del miglior record in regular season dei Pistons.[123] Finì 93-74 per Detroit, che batté poi Portland in finale.[124] I Bulls dimostrarono di non essere ancora pronti al salto definitivo, e Jordan manifestò nervosismo spaccando una sedia negli spogliatoi a seguito di un gesto di stizza.[114]

Primo three-peat e secondo oro olimpico con il Dream Team[modifica | modifica wikitesto]

Scottie Pippen, fattore determinante per i titoli vinti da Chicago

La stagione 1990-91 ricominciò con il roster dei Chicago Bulls sostanzialmente invariato, almeno nel quintetto base. La politica della franchigia fu di lasciare maturare la squadra, non snaturandola. A fine anno i Portland Trail Blazers stabilirono il miglior record della regular season con 63-19, davanti al 61-21 dei Bulls.[125] I Bulls mostrarono un basket completo e senza punti deboli, avendo armonizzato la presenza di una superstar con le dinamiche di squadra, ciò che valse a Jordan il secondo titolo di MVP della Lega. Detroit, pur ancora massimamente competitiva, sembrava aver esaurito il suo impeto agonistico tanto che per la prima volta collezionò un record di vittorie in stagione inferiore a quello dei Bulls, accumulando nette sconfitte negli scontri diretti.[126]

I Bulls superarono nuovamente in scioltezza i primi due turni di playoffs (3-0 ai New York Knicks e nuovamente 4-1 ai Philadelphia 76ers di Charles Barkley)[126] per ritrovarsi per il terzo anno consecutivo nelle Finals dell'Est, sempre contro i Detroit Pistons.[126] Nuovamente affrontata in Finale di Conference, Jordan si prese la sua rivincita, trascinando Chicago a un netto 4-0. Alla fine di gara-4, con il risultato ormai guadagnato dai Bulls, i Pistons (con Isiah Thomas e Bill Laimbeer in testa) uscirono dal campo diversi secondi prima del termine della partita.[127][128] Jordan evitò di subire passivamente questo atteggiamento dei Pistons e mentre questi uscivano dal campo si rivolse ai suoi compagni congratulandosi con loro.[128]

In finale trovarono i Los Angeles Lakers di Magic Johnson; in gara-1 i Bulls vennero sconfitti per 93-91, con Jordan che sbagliò il tiro del pareggio a pochi secondi dal termine, e i Lakers ribaltarono così il fattore campo.[129] La prestazione di Jordan fu comunque eccellente: mise a referto 36 punti, 8 rimbalzi e 12 assist, con 15 punti, 5 assist e 7/10 dal campo nel solo primo quarto.[129] Nelle gare successive i Lakers non riuscirono più a tenere il passo dei Bulls, che si imposero per 4-1 vincendo il loro primo titolo.[130] Nella serie fu importante anche l'apporto di Scottie Pippen in marcatura su Johnson.[131]

Le Air Jordan VII, indossate durante le Olimpiadi di Barcellona 1992.

Nel 1992 la finale fu contro Portland: il suo scontro diretto con Drexler venne deciso fin dalle prime battute: nella gara-1 delle finali andò a riposo nell'intervallo del primo tempo con 35 punti, con 6 canestri consecutivi da 3 punti.[132] Secondo il telecronista Marv Albert, lo stesso MJ fu sorpreso dalla propria prestazione.[132] Dopo la vittoria dei Bulls in gara-6 Drexler disse: "All'inizio della serie pensavo che Michael avesse 2000 movimenti diversi. Mi sbagliavo. Ne ha 3000".[133]

Nell'estate del 1992, Jordan, dopo aver vinto il suo secondo titolo, partecipò ai Giochi olimpici estivi di Barcellona 1992, dove si tiene la prima apparizione di giocatori professionisti della NBA ai Giochi olimpici. Jordan viene incaricato del ruolo di capitano della squadra insieme a Magic Johnson e Larry Bird.[134]

Jordan fu una delle stelle del Dream Team originale, quella che è considerata da tutti gli esperti come la squadra di pallacanestro più forte di tutti i tempi;[134] accanto a Michael figuarono infatti altri grandi campioni: il compagno di squadra Scottie Pippen, Magic Johnson, Larry Bird, Charles Barkley, Clyde Drexler, Patrick Ewing, Karl Malone, David Robinson, John Stockton, Chris Mullin e l'universitario Christian Laettner, guidati dal coach Chuck Daly.[134]

Jordan con l'arbitro Stefano Cazzaro alle Olimpiadi 1992

Fu il secondo oro olimpico per MJ, che contribuì attivamente al successo della squadra statunitense, risultando essere il secondo miglior marcatore della squadra con 14,9[135] punti di media (dopo Charles Barkley).[136] I Bulls raggiunsero nuovamente le finali NBA, nelle quali affrontarono i Phoenix Suns, autori del miglior record stagionale, trascinati da Charles Barkley. Con i Bulls in vantaggio 3-2, si ritornò in Arizona per le sfide decisive: gara-6 fu molto combattuta e si arrivò all'ultimo possesso con i Bulls palla in mano e sotto di 2 punti. Jordan fu l'autore di tutti i 9 punti finora effettuati dai Bulls nel 4º quarto ma, contro abitudine, non si incaricò del tiro; raddoppiato dalla difesa dei Suns lascia gestire la palla a Scottie Pippen, che vide sotto canestro smarcato Horace Grant, il quale potrebbe comodamente appoggiare per il pareggio ma optò per il passaggio a John Paxson, appostato dietro l'arco dei 3 punti, per il tiro che valse non solo il pareggio ma la vittoria della partita e della serie: fu il terzo titolo consecutivo.[137] Jordan disse: "Vincere tre titoli di seguito era un mio obiettivo, perché né Thomas, né Magic, né Bird ce l'hanno fatta. Non sto dicendo di essere più forte di loro, ma il fatto che solo io ci sia riuscito vorrà dire qualcosa".[138] I Chicago Bulls vinsero il terzo titolo NBA in fila, realizzando il cosiddetto three-peat,[139] riuscito solo ad altre 2 squadre nella storia della NBA.[140] In queste finali Jordan registrò la più alta media realizzativa di punti in una serie di finale con 41 punti.[141] In più vinse il terzo titolo consecutivo di MVP delle finali NBA (cosa, fino ad allora, mai riuscita ad altro giocatore nella storia della NBA);[9] in seguito (2000, 2001 e 2002) Shaquille O'Neal e Kobe Bryant ai Lakers seppero ripetere tale impresa, anch'essi con Phil Jackson in panchina e con O'Neal che vinse 3 MVP consecutivi.[140] Oltre a loro vi riuscì (seppur da riserva) Patrick McCaw tra il 2017 e il 2019 vincendo i primi 2 titoli con i Golden State Warriors e il terzo con i Toronto Raptors, tra l'altro contro gli stessi Warriors.[142][143]

La morte del padre e il primo ritiro[modifica | modifica wikitesto]

Il 22 agosto 1993 il padre di Jordan, James, venne assassinato: di ritorno dal funerale di un amico, decise di fermarsi sul bordo di un'autostrada interstatale nella Carolina del Nord per riposarsi.[144][145] Mentre stava dormendo, due criminali locali si fermarono, lo uccisero e rubarono la sua Lexus, che gli era stata regalata proprio da Michael.[145] Gli autori del fatto furono rapidamente rintracciati poiché avevano effettuato alcune chiamate con il telefono cellulare della vittima.[145]

Il 6 ottobre 1993, in una conferenza stampa sovraffollata di giornalisti, Michael comunicò alla Lega e al mondo la sofferta decisione di lasciare la pallacanestro. Le sue parole furono: "Ho perso ogni motivazione. Nel gioco del basket non ho più nulla da dimostrare: è il momento migliore per me per smettere. Ho vinto tutto quello che si poteva vincere. Tornare? Forse, ma ora penso alla famiglia".[95]

Insieme alla perdita degli stimoli, fu la morte del padre a incidere sulla difficile decisione presa da Michael.[146] Suo padre gli fu di grande appoggio perché gli era profondamente affezionato incitandolo sempre, anche se avrebbe preferito vederlo giocare a baseball, il suo sport preferito.[146]

Lo United Center di Chicago, casa dei Bulls dal 1994, soprannominato The house that Michael built, ovvero "La casa costruita da Michael".

Il mondo del basket fu stravolto da questa decisione, e di colpo si ritrovò senza il suo uomo simbolo.[147] Ciò portò anche ad atteggiamenti paradossali fra i più giovani: alcuni si presentano ai campi da gioco con il segno del lutto sulla canottiera. Michael Jordan è stato il primo "atleta globale",[12] cioè capace di canalizzare da solo l'attenzione di fans di tutto il mondo superando i confini di nazionalità, cultura, tradizioni sportive locali.[12][148]

Il 9 settembre 1994, un anno dopo il suo ritiro, giocò un'ultima volta al Chicago Stadium, prossimo alla demolizione, in una partita di beneficenza organizzata da Scottie Pippen, uno dei compagni di squadra "storici" e grande amico, segnando 52 punti.[149] Nel nuovo impianto, lo United Center, venne tenuta qualche giorno dopo la cerimonia ufficiale d'addio del giocatore, con il ritiro della canotta numero 23.[150]

Davanti al nuovo stadio venne posta una grande statua di Jordan impegnato in una schiacciata con una targa con le parole: "The best there ever was, the best there ever will be", ovvero "Il migliore che ci sia mai stato, il migliore che mai ci sarà".[151]

Carriera nel baseball[modifica | modifica wikitesto]

Michael Jordan
Jordan Scorpions.jpg
Jordan in allenamento con gli Scottsdale Scorpions
Nazionalità Stati Uniti Stati Uniti
Altezza 198 cm
Peso 98 kg
Baseball Baseball pictogram.svg
Ruolo Esterno, battitore
Ritirato 1994
Carriera
Squadre di club
1994Birmingham Barons
1994Scottsdale Scorpions
 

"Voglio dimostrare di poter primeggiare anche in un'altra disciplina".[152] Con queste parole, e sempre per la devozione verso il defunto padre, Jordan tentò la carriera nel baseball professionistico, sognata fin da ragazzo.[152] L'amore del padre appena scomparso per questo sport fu probabilmente la motivazione più forte che spinse Jordan a ritirarsi dalla pallacanestro per dedicarsi alla sua nuova carriera.[153]

Nel febbraio 1994 firmò un contratto da free agent con i Chicago White Sox;[154] il 31 marzo viene ingaggiato dai Birmingham Barons, seconda squadra dei Chicago White Sox impegnata nelle Minor League.[154]

Nonostante la grande aspettativa del pubblico nei confronti del campione, Jordan ottenne risultati abbastanza modesti: con i Barons disputò 127 partite[155] e tenne una media di battuta di 20,2% con 3 home run, 51 punti battuti a casa, 30 basi rubate (quinto nella Southern League a pari merito) e 11 errori.[153]

I risultati modesti fecero salire la pressione di giornalisti e tifosi che, aspettandosi qualcosa in più dall'ex-superstar NBA,[156] iniziarono a criticare Jordan, ipotizzando anche che il suo ingaggio fosse più dovuto a un fattore pubblicitario che ad altro.[156]

Tra il settembre e il novembre 1994 giocò 35 incontri con gli Scottsdale Scorpions in Arizona Fall League; tenne una media di battuta del 25,2%.[157] Continuò poi ad allenarsi con i Chicago White Sox fino al 2 marzo 1995, giorno in cui si ritirò dal baseball.[153]

Tuttavia, i risultati non soddisfarono Jordan, che dopo circa un anno e mezzo dichiarò conclusa la sua carriera di giocatore di baseball.[156]

Il primo ritorno nell'NBA e secondo three-peat[modifica | modifica wikitesto]

Milioni di tifosi in tutto il mondo iniziarono a sperare concretamente in un suo ritorno quando viene diffusa la notizia che Jordan si è allenato per due giorni consecutivi con i Bulls.[158] La ESPN, la più importante rete televisiva sportiva statunitense, interruppe tutti i programmi per dare la notizia di un suo possibile ritorno.[153] La Nike, sponsor storico di Jordan, inviò 40 paia di scarpe targate Air Jordan ai Bulls.[158]

Fu il 18 marzo 1995 quando, alle 11:40, venne diramato un breve comunicato: "Michael Jordan ha informato i Bulls di aver interrotto il suo volontario ritiro di 17 mesi. Esordirà domenica a Indianapolis contro gli Indiana Pacers."[158][159]

Bastarono queste poche parole per far gioire i tifosi, non solo quelli di Chicago.[1] Il giorno dopo Jordan si presentò a una conferenza stampa, ancora una volta superaffollata, con poche ma efficaci parole: "I'm back" ("Sono tornato").[1] Come ulteriore segno di cambiamento, Michael scelse di usare al posto del numero 23 sulla canotta il 45, numero che aveva quando giocava a baseball da piccolo, e suo reale numero preferito.[159] Ritornò in seguito a usare il numero 23, inizialmente non utilizzato anche perché ritirato dalla squadra di Chicago.[159]

Iniziò un nuovo ciclo per i Chicago Bulls, che nei due anni senza Jordan avevano raggiunto risultati deludenti, arrivando comunque ai playoffs. Con alcuni giocatori della vecchia squadra, come Scottie Pippen e alcuni nuovi innesti, tra i quali spiccarono il croato Toni Kukoč (già avversario di Pippen e Jordan con la Croazia, ai Giochi olimpici di Barcellona) e Dennis Rodman, sempre sotto la guida di coach Phil Jackson.[160] La stagione del ritorno dimostrò che Michael risentì molto dello stop di circa un anno e mezzo: dimostrò il proprio talento realizzando 55 punti contro i New York Knicks al Madison Square Garden, ma era arruginito tecnicamente e fisicamente.[161] Lo stesso Jordan ammise in seguito che, benché avesse mantenuto un'ottima preparazione fisica grazie all'avventura nel baseball professionistico, la pallacanestro richiedeva un diverso regime di allenamento.[161] Chicago arrivò ai playoffs grazie a una media punti di 26,9 punti di Jordan in 17 partite disputate,[162] ma venne eliminata ai playoffs da Orlando e, proprio in una gara di playoffs contro i Magic, Jordan commise alcuni errori decisivi, tra cui una palla persa durante l'ultimo minuto di gioco che causò la sconfitta;[161] il giocatore dei Magic Nick Anderson, in un'intervista, parlò del numero 45 dei Bulls come di un giocatore forte, ma non quanto il 23.[162] Stuzzicato dal rivale e dal coach Phil Jackson, MJ dalla partita successiva in poi tornò a indossare la canotta numero 23 (che non abbandonò più per il resto della carriera) pagando una multa per ogni partita di playoffs giocata con quel numero.[162][163]

Scottato dalla sconfitta nella precedente serie di playoff, Jordan passò l'estate a prepararsi duramente in vista della nuova stagione.[164] In quella che seguirà, la stagione 1995-1996, Jordan fu di nuovo protagonista assoluto e i Chicago Bulls disputarono un'altra stagione superlativa: la squadra fece segnare un record assoluto nella NBA: furono la prima formazione nella storia della NBA a superare la soglia delle 70 vittorie nella regular season, vincendo ben 72 partite su 82, record superato solo dai Golden State Warriors nella stagione 2015-2016.[165] Con una line-up composta da Jordan, Ron Harper, Scottie Pippen, Dennis Rodman e Luc Longley,[166] nonché probabilmente la miglior panchina della Lega, soprattutto grazie a Steve Kerr e Toni Kukoč,[166] i Bulls migliorarono nettamente rispetto alla stagione precedente, passando da un record di 47-35 a 72-10.[167] Jordan vinse il suo ottavo titolo di marcatore e Rodman il suo quinto consecutivo da rimbalzista, mentre Kerr guidò la Lega nel tiro da tre punti. Jordan ottenne la cosiddetta Triple Crown, la prestigiosa impresa dei tre premi come MVP: infatti, in questa stessa stagione Michael fu MVP dell'All Star Game, della stagione regolare e delle finali,[2] vinte contro i Seattle SuperSonics. Il manager Jerry Krause fu il "dirigente dell'anno", Jackson vinse il suo primo premio come allenatore dell'anno e Kukoč fu il sesto uomo dell'anno. Sia Pippen che Jordan furono parte dell'All-NBA First Team e gli stessi due, insieme a Dennis Rodman, fecero parte anche dell'All-Defensive First Team. La squadra trionfò contro Gary Payton, Shawn Kemp e i loro Seattle SuperSonics vincendo il quarto titolo in 6 gare.[168]

Jordan durante un timeout con il suo allenatore Phil Jackson nel 1997.

Per molti critici della pallacanestro si trattava della più forte squadra nella storia NBA,[166][169] prima dell'arrivo dei Golden State Warriors degli anni 2010 con in panchina un ex di quei Bulls, ovvero Steve Kerr.[170]

La stagione 1996-1997 fu ancora una stagione-record: i Bulls ottennero un record di vittorie-sconfitte di 69-13.[171] Nel corso dell'All-Star Game Jordan scrisse nuovamente la storia: con 14 punti, 11 assist e 11 rimbalzi fu il primo giocatore a realizzare una tripla doppia nel seguente evento.[172] Ancora una volta i playoffs videro i Bulls protagonisti, e nelle finali arrivò il quinto titolo dopo la vittoria contro gli Utah Jazz di Karl Malone e John Stockton. In gara-5 Jordan giocò il famoso flu game in cui segnò 38 punti (compresa la tripla decisiva a 25 secondi dalla fine) nonostante il giorno prima fosse stato vittima di un'intossicazione alimentare causata da una pizza.[173][174]

Jordan guidò la squadra durante la stagione 1997-1998 che, anche se non al livello delle precedenti, fu comunque di ottimo livello.[10] Dopo una regular season non all'altezza delle due precedenti, i Chicago Bulls ritrovarono lo smalto nei playoffs e raggiunsero nuovamente le finali, dove incontrarono gli Utah Jazz per il secondo anno consecutivo dopo avere vinto agevolmente la finale di Conference con un secco 4-0 contro i Los Angeles Lakers di Shaquille O'Neal e Kobe Bryant.[175] Arrivò così il 6º titolo per Jordan, suggellato da una palla rubata dalle mani di Karl Malone e dal canestro proprio di MJ a 5,2 secondi dalla fine della sesta gara delle finali, giocata a Salt Lake City, entrato di diritto nella storia della pallacanestro: fu il secondo three-peat per Michael e i Chicago Bulls.[175] Il suo tiro è rimasto noto nell'immaginario colletivo come The Shot (esattamente come quello contro Cleveland), fissando il punteggio sull'87-86 finale.[175][176]

Il 14 gennaio 1999, al termine del lockout che posticipò l'inizio della stagione 1998-1999 in gennaio, annunciò per la seconda volta il ritiro.[177][178][179] Si dedicò al suo secondo sport preferito, il golf, e alla gestione dei Washington Wizards.[180] Comunque sul suo ritiro affermò che si era ritirato al 99,9%, ma che c'era uno 0,1% di probabilità che tornasse a giocare in NBA.[95][179][181]

Il terzo ritorno con i Washington Wizards[modifica | modifica wikitesto]

Jordan nel 2006

Il 25 settembre 2001 Jordan decise di tornare in campo, e da proprietario dei Washington Wizards tornò a essere giocatore.[182] Notevole fu l'interesse mediatico che si produsse intorno al suo ritorno, e i Wizards diventarono in breve una delle squadre più seguite dell'NBA.[182]

Durante le due stagioni nella nuova squadra, Jordan percepì un compenso di un milione di dollari, devoluto interamente in beneficenza alle famiglie delle vittime degli attentati dell'11 settembre 2001.[183][184] Nonostante l'età, 38 anni, e un infortunio che lo tenne fuori per parte della stagione 2001-2002, partecipò al suo 14º All-Star Game, a Filadelfia.[182] Terminò la sua prima stagione come Wizard con una media di 22,9 punti a partita.[1]

Nella stagione 2002-2003 ottenne una media di 20 punti a partita[1] e partecipò ancora una volta, l'ultima, all'All-Star Game, ad Atlanta, dove l'intera manifestazione viene organizzata per essere un tributo a Jordan.[185] Le divise della partita delle stelle furono fatte a copia delle divise dell'All-Star Game del 1988 di Chicago, nel quale Jordan fu eletto per la prima volta MVP, e nell'intervallo il tributo al giocatore, si realizzò sulle note di Hero, cantate da Mariah Carey, vestita per l'occasione con un abito che rappresentava insieme la canotta nº 23 dei Washington Wizards e quella dei Chicago Bulls.[185] Ripresa la partita, a circa tre secondi dalla fine, riuscì a segnare un tiro in fade-away che sembrerebbe regalare la competizione alla squadra dell'Est; tuttavia, un fallo su Kobe Bryant effettuato da Jermaine O'Neal all'ultimo secondo riuscì a ribaltare la situazione e tutto si concluse in una vittoria di 155 a 145 per l'Ovest, dopo un doppio overtime.[185][186]

Nel corso della stagione, Jordan diventò il giocatore più anziano (38 anni) dell'NBA a segnare più di 40 punti in una partita, mettendone a segno 51 contro gli Charlotte Hornets il 29 dicembre 2001.[182][187] e 45 contro i New Jersey Nets il 31 dicembre 2001[188] Nonostante i suoi sforzi, però, Jordan non riuscì a coinvolgere fino in fondo i compagni e a formare un gruppo valido né nella stagione 2001-02 né in quella seguente, non riuscendo a portare i Washington Wizards ai play-off. Questo a dispetto della presenza di numerosi giovani di talento come Richard Hamilton (scambiato per Jerry Stackhouse a inizio stagione 2002-03) il quale farà poi fortuna con i Detroit Pistons[189] o come Larry Hughes finito poi fuori rotazione.

Il 21 febbraio 2003 realizzò 43 punti contro i New Jersey Nets, divenendo l'unico giocatore con più di 40 anni ad aver realizzato più di 40 punti in un incontro NBA.[190] Verso la fine della stagione 2002-03 Jordan venne addirittura isolato da alcuni compagni i quali cominciarono a trovare opprimenti i suoi metodi di allenamento e gestione della squadra.[191] Queste stesse motivazioni saranno alla base del suo licenziamento in qualità di presidente da parte del proprietario Abe Pollin.[192] Le ultime partite di Jordan in giro per le arene della NBA diventarono momenti per i fan avversari di dare un ultimo grande saluto al Jordan giocatore, prima passando dalla sua Chicago, per l'ultima partita nel "suo" United Center,[193][194] per arrivare a Filadelfia, da Allen Iverson, alla 82ª partita di stagione regolare, dove ebbero luogo l'ultima e l'ultimo tiro della sua carriera: un tiro libero che gli fece raggiungere quota 20 punti di media in stagione.[195]

Uscendo dalla partita a poco più di un minuto dal termine, avvenne una standing ovation di tifosi, giocatori e addetti ai lavori, che costrinse a fermare la partita per diversi minuti, mentre dal pubblico avversario si alzò il coro "We Want Mike!".[195] Fu l'ultima apparizione su un parquet di Michael Jordan che, visibilmente emozionato, dopo aver salutato i giocatori avversari e gli amici presenti, si avviò verso gli spogliatoi.[195]

Al termine della stagione 2002-2003, si ritirò per la terza e ultima volta. Jordan concluse la sua carriera NBA con una media punti per partita di 30,12 nella stagione regolare, la più alta in tutta la storia dell'NBA,[1] superiore di pochi centesimi alla media punti di Wilt Chamberlain (30,06); è quinto come numero di punti segnati in carriera.[196]

Dopo il ritiro[modifica | modifica wikitesto]

Jordan nel 2007 durante una partita di golf, uno dei suoi hobby preferiti.

Il 1º febbraio 2004 fondò il Michael Jordan Motorsports, un team impegnato nelle corse motociclistiche del campionato American Motorcyclist Association (AMA). Finora la squadra ha sempre gareggiato con motociclette giapponesi, con una certa predilezione per le Suzuki GSX-R.[197] L'attività venne sospesa dal 31 ottobre 2013, per valutare la possibilità di gareggiare in MotoGP.[198]

Alla fine dell'ottobre 2004, Giorgio Armani ha contattato MJ per cercare di convincerlo a venire a giocare in Italia, nella squadra dell'Olimpia Milano, sponsorizzata dal 2004 proprio dal celebre stilista, ottenendo, però, un nulla di fatto.[199]

Nel 2006 diventò general manager dei Charlotte Bobcats (oggi Charlotte Hornets), franchigia della Carolina del Nord.[200] Nel 2010 ne diventò l'unico proprietario.[200]

Numeri di maglia[modifica | modifica wikitesto]

La canotta numero 23 della North Carolina autografata da Jordan.

Michael Jordan ha indossato cinque diversi numeri di canotta nella sua intera carriera: lo storico 23, il 45 al ritorno dal suo primo ritiro, il 9 con la nazionale degli Stati Uniti alle Olimpiadi del 1984 e del 1992, il 5 sempre con la nazionale ai Giochi Panamericani di Caracas,[201] e il 12, indossato il 14 febbraio 1990, come canotta di emergenza, poiché in una gara contro gli Orlando Magic, a Orlando, un tifoso si intrufolò negli spogliatoi e rubò la canotta di Jordan.[202] Questa era del compagno di squadra Sam Vincent, ed essendo una canotta da allenamento era priva di cognome stampato sul retro; Jordan segnò 49 punti nella sconfitta contro i Magic.[202]

La canotta numero 23 di Jordan è stata ritirata dai Chicago Bulls e dai Miami Heat, anche se Michael non ha mai giocato per quest'ultima.[203] Fu desiderio del coach degli Heat, Pat Riley, fare un tributo a Jordan nella sua ultima gara a Miami nella stagione 2002-2003, innalzando al soffitto un banner raffigurante per una metà la canotta dei Bulls e per l'altra quella dei Wizards.[203]

Jordan indossò il numero 23 poiché, quando era giovane, ammirava molto il fratello maggiore Larry, che giocava alla Laney High School (oltre che nel campetto di casa con lui),[50] e indossava il 45,[50] e aspirava a essere forte la metà di quanto lo fosse lui.[204] Il 23 è la metà del 45 arrotondata per eccesso ed è anche per questo che Jordan ha indossato tale numero.[204]

Merchandising[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Michael Jordan nella cultura di massa.

Oltre che per le sue qualità cestistiche, Michael Jordan ha guadagnato notorietà fuori dal campo per via delle sue apparizioni cinematografiche (su tutte quella in Space Jam) e per il brand Air Jordan.

Statistiche[modifica | modifica wikitesto]

NBA[modifica | modifica wikitesto]

Denota le stagioni in cui Jordan ha vinto il titolo NBA
* Primo nella lega
* Record

NBA[modifica | modifica wikitesto]

Regular season[modifica | modifica wikitesto]

Anno Squadra PG PT MP TC% 3P% TL% RP AP PRP SP PP
1984-1985 Chicago Bulls 82 82 38,3 51,5 17,3 84,5 6,5 5,9 2,4 0,8 28,2
1985-1986 Chicago Bulls 18 7 25,1 45,7 16,7 84,0 3,6 2,9 2,1 1,2 22,7
1986-1987 Chicago Bulls 82 82 40,0 48,2 18,2 85,7 5,2 4,6 2,9 1,5 37,1*
1987-1988 Chicago Bulls 82 82 40,4* 53,5 13,2 84,1 5,5 5,9 3,2* 1,6 35,0*
1988-1989 Chicago Bulls 81 81 40,2* 53,8 27,6 85,0 8,0 8,0 2,9 0,8 32,5*
1989-1990 Chicago Bulls 82 82 39,0 52,6 37,6 84,8 6,9 6,3 2,8* 0,7 33,6*
1990-1991 Chicago Bulls 82 82 37,0 53,9 31,2 85,1 6,0 5,5 2,7 1,0 31,5*
1991-1992 Chicago Bulls 80 80 38,8 51,9 27,0 83,2 6,4 6,1 2,3 0,9 30,1*
1992-1993 Chicago Bulls 78 78 39,3 49,5 35,2 83,7 6,7 5,5 2,8* 0,8 32,6*
1994-1995 Chicago Bulls 17 17 39,3 41,1 50,0 80,1 6,9 5,3 1,8 0,8 26,9
1995-1996 Chicago Bulls 82 82 37,7 49,5 42,7 83,4 6,6 4,3 2,2 0,5 30,4*
1996-1997 Chicago Bulls 82 82 37,9 48,6 37,4 83,3 5,9 4,3 1,7 0,5 29,6*
1997-1998 Chicago Bulls 82 82 38,8 46,5 23,8 78,4 5,8 3,5 1,7 0,5 28,7*
2001-2002 Wash. Wizards 60 53 34,9 41,6 18,9 79,0 5,7 5,2 1,4 0,4 22,9
2002-2003 Wash. Wizards 82 67 37,0 44,5 29,1 82,1 6,1 3,8 1,5 0,5 20,0
Carriera 1.072 1.039 38,3 49,7 32,7 83,5 6,2 5,3 2,3 0,8 30,1*
All-Star 13 13 29,4 47,2 27,3 75,0 4,7 4,2 2,8 0,5 20,2

Playoffs[modifica | modifica wikitesto]

Anno Squadra PG PT MP TC% 3P% TL% RP AP PRP SP PP
1985 Chicago Bulls 4 4 42,8 43,6 12,5 82,8 5,8 8,5 2,8 1,0 29,3
1986 Chicago Bulls 3 3 45,0 50,5 100 87,2 6,3 5,7 2,3 1,3 43,7
1987 Chicago Bulls 3 3 42,7 41,7 40,0 89,7 7,0 6,0 2,0 2,3 35,7
1988 Chicago Bulls 10 10 42,7 53,1 33,3 86,9 7,1 4,7 2,4 1,1 36,3
1989 Chicago Bulls 17 17 42,2 51,0 28,6 79,9 7,0 7,6 2,5 0,8 34,8
1990 Chicago Bulls 16 16 42,1 51,4 32,0 83,6 7,2 6,8 2,8 0,9 36,7
1991 Chicago Bulls 17 17 40,5 52,4 38,5 84,5 6,4 8,4 2,4 1,4 31,1
1992 Chicago Bulls 22 22 41,8 49,9 38,6 85,7 6,2 5,8 2,0 0,7 34,5
1993 Chicago Bulls 19 19 41,2 47,5 38,9 80,5 6,7 6,0 2,1 0,9 35,1
1995 Chicago Bulls 10 10 42,0 48,4 36,7 81,0 6,5 4,5 2,3 1,4 31,5
1996 Chicago Bulls 18 18 40,7 45,9 40,3 81,8 4,9 4,1 1,8 0,3 30,7
1997 Chicago Bulls 19 19 42,3 45,6 19,4 83,1 7,9 4,8 1,6 0,9 31,1
1998 Chicago Bulls 21 21 41,5 46,2 30,2 81,2 5,1 3,5 1,5 0,6 32,4
Carriera 179 179 41,8 48,7 33,2 82,8 6,4 5,7 2,1 0,8 33,4*

NCAA[modifica | modifica wikitesto]

Anno Squadra PG PT MP TC% 3P% TL% RP AP PRP SP PP
1981-1982† N. Carol. Tar Heels 34 34 31,7 53,4 72,2 4,4 1,8 1,2 0,2 13,5
1982-1983 N. Carol. Tar Heels 36 36 30,9 53,5 44,7 73,7 5,5 1,6 2,2 0,8 20,0
1983-1984 N. Carol. Tar Heels 31 31 29,5 55,1 77,9 5,3 2,1 1,6 1,1 19,6
Carriera 101 101 30,8 54,0 44,7 74,8 5,0 1,8 1,7 0,7 17,7

Record[modifica | modifica wikitesto]

Record personali[modifica | modifica wikitesto]

Palmarès[modifica | modifica wikitesto]

Un lato del basamento della statua di Jordan fuori dallo United Center con tutti i riconoscimenti ottenuti.

Club[modifica | modifica wikitesto]

Chicago Bulls: 1991, 1992, 1993, 1996, 1997, 1998
University of North Carolina at Chapel Hill: 1982

Nazionale[modifica | modifica wikitesto]

Los Angeles 1984, Barcellona 1992
Venezuela 1983
Stati Uniti d'America 1992

Individuale[modifica | modifica wikitesto]

Hall of Fame[modifica | modifica wikitesto]

Memorabilia di Jordan in mostra al Chicago History Museum.

Premi NBA[modifica | modifica wikitesto]

1987-88, 1990-91, 1991-92, 1995-96, 1997-98
1990-91, 1991-92, 1992-93, 1995-96, 1996-97, 1997-98
1987-88
1984-85
1986-87, 1987-88, 1988-89, 1989-90, 1990-91, 1991-92, 1992-93, 1995-96, 1996-97, 1997-98

All-Star Game[modifica | modifica wikitesto]

1985, 1986, 1987, 1988, 1989, 1990, 1991, 1992, 1993, 1996, 1997, 1998, 2002, 2003
1988, 1996, 1998
1987, 1988

All-NBA[modifica | modifica wikitesto]

1986-1987, 1987-1988, 1988-1989, 1989-1990, 1990-1991, 1991-1992, 1992-1993, 1995-1996, 1996-1997, 1997-1998
1984-1985
1987-1988, 1988-1989, 1989-1990, 1990-1991, 1991-1992, 1992-1993, 1995-1996, 1996-1997, 1997-1998
1984-1985

College[modifica | modifica wikitesto]

1983-1984
1983-1984
1983-1984
1983-1984
1983-1984
  • Atlantic Coast Conference Freshman of the Year: 1
1981-1982
  • Sporting News Men's College Basketball Player of the Year: 2
1982-1983, 1983-1984

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Medaglia presidenziale della libertà (Stati Uniti) - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia presidenziale della libertà (Stati Uniti)
— 22 novembre 2016[16]

Note[modifica | modifica wikitesto]

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