Battaglia del Mediterraneo

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Battaglia del Mediterraneo (1939-1945)
WWII-Mediterranean-v1.PNG

Data 10 giugno 1940 - 2 maggio 1945
Luogo Mar mediterraneo
Esito Vittoria Alleata
Schieramenti
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La battaglia del Mediterraneo fu il nome dato alle campagne navali combattute nel mar Mediterraneo durante la seconda guerra mondiale. Per la maggior parte gli scontri avvennero tra le forze della Regia Marina italiana, supportata da altre marine dell'Asse, e le forze della British Royal Navy, supportate da altre marine Alleate.

In verde i territori controllati dalla marina italiana, in rosso i territori controllati dagli alleati nell'estate del 1942.

Le forze in campo[modifica | modifica sorgente]

La Regia Marina[modifica | modifica sorgente]

Quando il 10 giugno 1940 l'Italia entrò nella seconda guerra mondiale, la Regia Marina era, numericamente, la quinta marina del mondo dopo quelle di Stati Uniti, Gran Bretagna, Giappone e Francia. Come numero di unità navali e tenendo conto del teatro e dei compiti operativi più limitati, poteva essere considerata alla pari con le altre principali nazioni che operavano nel teatro del Mediterraneo, Francia e Inghilterra, che avevano compiti ben più estesi. La marina italiana aveva però carenze concettuali, tecniche e costruttive che sarebbero emerse durante le operazioni belliche, prima fra tutte la mancanza di una aviazione di marina. La resa della Francia portò comunque la flotta italiana ad essere la principale del Mediterraneo.

La portaerei Aquila, ripescata dopo l'affondamento e prossima alla demolizione nel 1951

Inoltre, a differenza delle altre marine da guerra che attribuivano ai comandanti in mare una ampia autonomia decisionale, il comandante superiore di una squadra da battaglia italiana doveva sempre attenersi agli ordini di Supermarina (il Comando Superiore della Regia Marina) e, di fronte ad una evoluzione degli eventi, doveva comunicare ed attendere istruzioni[1]. Questa pratica fu causa, durante il conflitto, di vari problemi dovuti a situazioni che si evolvevano più rapidamente di quanto Supermarina potesse gestire la situazione. Il motivo di disposizioni così prudenti era che, comunque, la possibilità di rimpiazzo da parte italiana di navi perse in combattimento era, vista la scarsità di materie prime, quanto meno problematica; inoltre anche la mancanza di carburante fu una motivazione addotta per giustificare, dal 1942 in poi, il mancato impiego delle unità da battaglia; motivazione in parte fondata, visto che l'Italia non possedeva risorse petrolifere, ma va anche precisato che alla data dell'armistizio verranno rinvenute dai tedeschi cospicue scorte di carburanti, dell'ordine del milione di tonnellate[1].

Al momento dell'entrata in guerra, nella marina italiana erano state consegnate, anche se non erano ancora pienamente operative, due tra le più potenti navi da battaglia che solcarono i mari in quel periodo, il Littorio e il Vittorio Veneto, corazzate da oltre 40 000 tonnellate, trenta nodi di velocità massima e nove cannoni da 381 millimetri quale armamento principale. Come importanza nella flotta, seguivano altre quattro vecchie corazzate, rimodernate nel corso degli anni 30, da 29 000 tonnellate con pezzi da 320 millimetri (Giulio Cesare, Conte di Cavour, Caio Duilio e Andrea Doria, queste ultime due non immediatamente disponibili in quanto i lavori furono completati a luglio del 1940); sette incrociatori pesanti da 10 000 tonnellate con cannoni da 203 millimetri, oltre al vecchio incrociatore corazzato San Giorgio; dodici incrociatori leggeri; cinquantanove cacciatorpediniere; settanta torpediniere (molte delle quali cacciatorpediniere della prima guerra mondiale, obsoleti e riclassificati); cinquanta MAS (mezzi d'assalto subacquei e sopracquei, come recitava la definizione per intero); infine più di un centinaio di sommergibili.

La corvetta Chimera appena approntata dal cantiere di Monfalcone

Le debolezze erano rappresentate dall'aver abbandonato la costruzione e lo sviluppo degli aerosiluranti e dalla mancanza di portaerei. La prima decisione si poteva ricondurre a gelosie da parte dell'aeronautica (che voleva evitare, e ci era riuscita, che velivoli venissero posti sotto il comando della marina[2]), malgrado la sperimentazione italiana a metà degli anni trenta fosse molto più avanti rispetto alle altre nazioni. Nel 1937 il silurificio Whitehead di Fiume aveva messo a punto un siluro capace di funzionare con lancio da ottanta metri, altezza per i tempi notevolissima, ma l'aeronautica richiese un ordigno con capacità di funzionamento con lancio da trecento metri, mentre anche da parte della Marina sorsero problemi: quando si trattò di immettere in servizio il siluro aereo, per il quale la Regia Aeronautica aveva già (seppur in ritardo di vari anni rispetto alla Fleet Air Arm e alla Royal Air Force inglesi) predisposto gli attacchi sui propri velivoli, gli stabilimenti italiani non poterono esaudire la commessa, in quanto la loro totale produzione era assorbita dagli ordini ricevuti dalla Regia Marina e dalla Kriegsmarine.

Il regio sommergibile Ettore Fieramosca

Di conseguenza il primo lotto di siluri atti all'impiego aereo venne consegnato relativamente tardi, consentendo alla prima squadriglia di aerosiluranti di essere pronta solo nell'agosto 1940[3].
Per quanto riguarda le portaerei, solo a guerra inoltrata si decise di costruirne due, l'Aquila (portaerei di squadra) e lo Sparviero (portaerei di scorta, più lenta ma più economica), trasformando due transatlantici preesistenti, ma con la limitazione che gli aerei avrebbero potuto solo decollare, ma non atterrare, anche per l'impossibilità di addestrare i piloti in questo senso[4]. Nessuna delle due entrò mai in servizio; la prima venne affondata proprio da incursori della Regia Marina dopo l'8 settembre, per evitare che venisse usata per bloccare l'ingresso del porto di Genova, e la seconda venne affondata dai tedeschi, sempre al'ingresso del porto di Genova.

La Regia Marina tentò di riequilibrare lo svantaggio dovuto alle proprie carenze tecniche ed organizzative con i mezzi d'assalto subacquei, gestiti dalla Xª Flottiglia MAS; questo era un reparto speciale, sorto diversi anni prima dello scoppio della guerra, ma che iniziò ad ottenere risultati di rilievo (come l'impresa di Alessandria) solo dopo alcuni pesanti fallimenti, come l'attacco a Malta; i risultati furono eclatanti e di rilievo, ma insufficienti a ribaltare le sorti della guerra sul mare a favore della forze dell'Asse.

La Royal Navy[modifica | modifica sorgente]

La Royal Navy nel Mediterraneo era divisa in due squadre navali: la Mediterranean Fleet con sede ad Alessandria d'Egitto e la Forza H di base a Gibilterra. Altre basi d'appoggio erano Malta e Haifa. All'inizio della guerra la Gran Bretagna era impegnata su vari fronti e nessuno poteva prevedere il rapido collasso della Francia per cui, ritenendo che la flotta francese quantitativamente pari a quella italiana potesse validamente fronteggiarla, nel Mediterraneo vi era una presenza limitata della Royal Navy. Solo dopo la caduta della Francia la marina britannica dovette improvvisare una forza da battaglia con base a Gibilterra (la Forza H) costituita da una portaerei ed una o due navi da battaglia in grado di sbarrare l'accesso all'Atlantico alle navi italiane e di supportare la flotta del Mediterraneo basata ad Alessandria.

Con il prosieguo del conflitto la sua consistenza divenne sempre maggiore, e comunque la squadra di Alessandria ebbe praticamente sempre in organico una portaerei, mentre pur non partecipando spesso alle azioni di combattimento raramente la Forza H si muoveva da Gibilterra senza una analoga unità durante le operazioni di scorta ai convogli verso Malta ed Alessandria; in compenso le corazzate assegnate alla Mediterranean Fleet furono sempre obsolete per quanto rimodernate, da quelle appartenenti alla classe Queen Elizabeth a quelle della Classe Revenge. Anche la Forza K, istituita a Malta quando vi fu la convinzione che non vi fosse un imminente rischio di invasione da parte italiana, fu sempre dotata di incrociatori e cacciatorpediniere, con impianti radar aggiornati, e di parecchi aerei da ricognizione ed attacco della RAF, come gli aerosiluranti Bristol Beaufort e Bristol Beaufighter, anch'essi dotati di radar.

La Marine Nationale[modifica | modifica sorgente]

La flotta francese incise ben poco sulla parte iniziale del conflitto, anche se durante le ostilità con l'Italia una squadra francese bombardò Genova con una debolissima opposizione delle difese italiane, sia costiere che aeree, e nessuna formazione navale intercettò la squadra francese durante il rientro alle sue basi. Dopo l'armistizio la flotta francese venne neutralizzata, in buona parte mentre era all'ancora nella base di Tolone, ma con un consistente nucleo in basi africane come Dakar e Mers el Kebir. Quando i britannici ebbero il dubbio che i tedeschi potessero impossessarsi delle navi, venne decisa personalmente da Winston Churchill, anche per dimostrare drammaticamente la volontà del Regno Unito di continuare a combattere contro la Germania nazista anche a costo di colpire i suoi stessi ex-alleati, l'operazione Catapult, che si concluse con l'affondamento della corazzata Bretagne e gravi danni all'incrociatore da battaglia Dunkerque, oltre alla cattura di varie navi; ma soprattutto innescò il risentimento di parte dei francesi verso gli inglesi. Di conseguenza, la grande maggioranza del personale della Marine Nationale internato dagli inglesi fu, in seguito, molto riluttante a schierarsi con le forze della Francia Libera.

« Il più grande piacere della marina della "Francia libera" sarebbe quello di bombardare i britannici »
(Generale Charles De Gaulle, in risposta all' auspicio di Churchill che la sua flotta si unisca a quella britannica contro i tedeschi[5])

Il fallimento del tentativo di sbarcare a Dakar il 23 e 24 settembre, respinto a cannonate, fu una prova evidente delle conseguenze dell'operazione Catapult. Inoltre tutte le navi da guerra francesi ancora in grado di farlo diressero a Tolone, avvicinandosi così pericolosamente alle armate italo-tedesche. Due anni più tardi la flotta francese, agli ordini dell'ammiraglio Jean De Laborde, con le bandiere di combattimento a riva, si autoaffondò a Tolone per evitare la cattura da parte dei tedeschi,[6].

La flotta francese giocò un ruolo molto marginale nel Mediterraneo, dove rientrò solo per l'operazione Dragoon.

Kriegsmarine[modifica | modifica sorgente]

Il capitano di corvetta Friedrich Guggenberger, il comandante del sommergibile U-81 che affondò la portaerei britannica Ark Royal.

Per quanto riguarda il concorso da parte di altri Paesi alla battaglia del Mediterraneo, esso fu rilevante per quanto riguarda i tedeschi, che inviarono consistenti aliquote di naviglio subacqueo, il quale inflisse pesanti perdite agli Alleati ma, a causa della scarsa profondità media del mare e della conseguente elevata visibilità dei battelli, subì perdite altrettanto rilevanti, ben superiori nei periodi paralleli alle perdite registrate nella battaglia dell'Atlantico. Tra le grandi unità affondate dagli U-Boot si trovano: la portaerei britannica Eagle, affondata dallo U-63 durante l'operazione Pedestal; la corazzata Barham, affondata dallo U-331 del capitano di corvetta Hans-Dietrich von Tiesenhausen, con una riuscita infiltrazione all'interno delle unità di scorta e successivo lancio ravvicinato dei siluri; ed anche varie unità di scorta e mercantili. Inoltre il 13 novembre 1941 il sommergibile U-81, al comando del capitano di corvetta Friedrich Guggenberger, affondò la moderna portaerei britannica Ark Royal, in navigazione nel Mediterraneo verso Gibilterra.

Altre flotte[modifica | modifica sorgente]

Un contributo numericamente poco consistente, ma significativo, allo sforzo bellico alleato venne offerto dai piccoli Paesi (non necessariamente mediterranei) invasi dai nazisti, come la Grecia, l'Olanda e la Norvegia; così come da paesi del Commonwealth, quali l'Australia e la Nuova Zelanda. Decisivo invece fu il peso della flotta degli Stati Uniti a partire dalla operazione Torch, che fece pendere definitivamente la bilancia dalla parte degli alleati.

Gli obiettivi strategici[modifica | modifica sorgente]

Per gli italiani l'obiettivo iniziale della Regia Marina era controllare l'attività delle flotte avversarie ed assicurare il flusso dei rifornimenti alla Libia e al Dodecaneso, allora territori italiani, e utilizzare la flotta sottomarina per paralizzare il traffico avversario. Dopo la resa della Francia l'obiettivo divenne supportare lo sforzo (che si supponeva offensivo) delle forze in Libia verso Alessandria d'Egitto ed affrontare le forze di superficie avversarie "solo se in condizioni favorevoli" vista la scarsità di nafta e l'impossibilità di rimpiazzare le perdite eventualmente subite.

Per la flotta britannica invece l'obiettivo era quello di mantenere aperto l'asse di traffico tra Gibilterra e Alessandria, anche per risparmiare al traffico mercantile diretto in Estremo Oriente il periplo dell'Africa, estremamente oneroso in termini di tempo e conseguentemente di costi. Obiettivo ulteriore era quello di imporre ad amici ed alleati il concetto di superiorità della flotta britannica, anche per non incentivare le mire di Francisco Franco su Gibilterra qualora fosse stato convinto di una impossibilità di reagire da parte dell'Impero Britannico ad una occupazione di forza della Rocca. In quest'ottica venne per esempio condotto il bombardamento navale di Genova.

Lo svolgimento della battaglia[modifica | modifica sorgente]

La battaglia si svolse principalmente lungo le rotte che dall'Italia raggiungevano la Libia (Tripoli, Bengasi, Tobruk) lungo le quali i convogli italiani venivano spesso attaccati dalle forze aeronavali britanniche provenienti da Malta, e lungo la rotta Gibilterra-Malta-Alessandria d'Egitto che la intersecava, percorsa invece dai convogli alleati. Per tutto il conflitto Malta fu una costante minaccia che costò alle forze dell'Asse elevate perdite in uomini e mezzi trasportati ma anche in equipaggi e navi di scorta. Gli inglesi si avvalsero costantemente dei radar, che la Regia Marina non aveva adottato per miopia politica del regime fascista e del proprio comando; principalmente la marina italiana venne penalizzata nellecapacità operative dalle scelte politiche che il capo di stato maggiore Domenico Cavagnari, in carica fino a poco dopo lo scoppio del conflitto, aveva effettuato, anche su pressioni di Mussolini. Un'altra gravissima fonte di problemi per la Regia Marina fu la mancanza di portaerei che, nonostante le richieste formulate dallo Stato Maggiore che prevedevano tre portaerei di squadra[7] da costruirsi prima dello scoppio del conflitto, costrinse invece ad affrontare squadre da battaglia inglesi che, tranne rari casi, avevano sempre almeno una portaerei in organico; il fatto fu determinante in varie occasioni come la battaglia di capo Matapan e la Notte di Taranto. Anche in questo caso furono determinanti le scelte di Mussolini, che aveva dichiarato "L'Italia è una portaerei naturale" e l'avallo di Cavagnari. Ma anche la mancanza di addestramento al tiro notturno e altre limitazioni tecniche rendevano la Regia Marina inefficace in molte circostanze, tanto che il generale tedesco Kesselring la soprannominò sarcasticamente "la marina del bel tempo"[8].

1940[modifica | modifica sorgente]

La prima operazione di guerra fu la battaglia di Punta Stilo (9 luglio 1940), conosciuta anche come "battaglia di Calabria", nella quale si scontrarono la squadra navale italiana che rientrava da una operazione di scorta ad un convoglio verso la Libia, e quella britannica di ritorno da un'analoga operazione. Pochi giorni dopo, nella battaglia di Capo Spada (19 luglio 1940), l'incrociatore Bartolomeo Colleoni dopo essere stato immobilizzato dalle artiglierie dell'HMAS Sydney, venne affondato dai siluri dei cacciatorpediniere britanniche presenti in area. Nella notte tra l'11 ed il 12 novembre 1940, l'attacco degli aerosiluranti britannici Fairey Swordfish decollati dalla portaerei Illustrious contro la flotta italiana alla fonda nella base navale di Taranto durante la "Notte di Taranto" conosciuta anche come "operazione Judgement" dagli inglesi, danneggiò gravemente il naviglio della Marina causando solo lievi perdite agli attaccanti: le navi da battaglia Conte di Cavour, Caio Duilio e Littorio vennero silurate mentre solo due dei venti Swordfish furono abbattuti; le corazzate Littorio e Caio Duilio richiesero mesi di riparazioni, mentre il Conte di Cavour non ritornò più in servizio attivo[9]. Tale evento venne preso a modello per progettare l'attacco giapponese contro la flotta statunitense a Pearl Harbor nel dicembre 1941. Il 27 novembre la Regia Marina si scontrò con la flotta britannica nella battaglia di Capo Teulada[10].

1941[modifica | modifica sorgente]

Il 26 marzo 1941 avvenne l'attacco alla base britannica della Baia di Suda a Creta: vennero affondati l'incrociatore HMS York e una petroliera. Tra il 27 ed il 29 marzo 1941, nella battaglia di Capo Matapan, la Royal Navy inferse un altro grave colpo alla Regia Marina, affondando tre incrociatori pesanti (Pola, Zara e Fiume), due cacciatorpediniere e danneggiando inoltre l'ammiraglia italiana Vittorio Veneto, perdendo, per contro, un solo aerosilurante[11]. Le unità Alleate erano anche molto attive nell'attaccare i convogli dell'Asse, che trasportavano truppe e rifornimenti verso il fronte libico, dando spesso origine a vere e proprie battaglie navali, come la battaglia del convoglio Tarigo del 16 aprile 1941, che vide quattro cacciatorpediniere britannici affondare tre cacciatorpediniere italiani e cinque trasporti, perdendo solo una unità, e la battaglia di Capo Bon del 13 dicembre 1941, quando, durante un'operazione di trasporto di carburante verso la Libia, vennero affondati gli incrociatori Alberto da Giussano e Alberico da Barbiano, della classe Condottieri.

La corazzata Littorio, già ribattezzata Italia, in rotta verso Malta il 9 settembre 1943, giorno in cui fu colpita da una bomba tedesca

L'azione di maggior successo compiuta dalla Regia Marina nel corso del conflitto fu l'attacco con Siluri a Lenta Corsa, conosciuti come "Maiali", alle due navi da battaglia britanniche Valiant e Queen Elizabeth, alla fonda nel porto di Alessandria d'Egitto il 19 dicembre 1941; sebbene l'azione, nota come impresa di Alessandria, fosse stata un successo, le navi si adagiarono sul fondo e non fu possibile, grazie anche ad uno stratagemma britannico, avere immediatamente la certezza che fossero state danneggiate[12]. Nonostante tutto, le perdite di vite umane furono molto contenute: solo otto marinai persero la vita[13] e le due corazzate poterono in seguito essere recuperate.

1942[modifica | modifica sorgente]

Altre operazioni di rilievo furono la prima battaglia della Sirte (1941) e la seconda battaglia della Sirte (22 marzo 1942), nella seconda delle quali una formazione navale britannica, in netta inferiorità, venne affrontata senza decisione dalla squadra da battaglia italiana, con un inconcludente scambio di colpi di artiglieria. Nel rientro la squadra italiana perse due cacciatorpediniere per le condizioni estreme del mare. In seguito venne combattuta la battaglia di mezzo giugno (1942), conosciuta anche come operazione Harpoon. Ancora, nella battaglia di mezzo agosto (1942), conosciuta anche come operazione Pedestal, le forze aeronavali dell'Asse danneggiarono o affondarono la maggioranza delle navi di due convogli destinati a Malta.

Per contro la Royal Navy si trovò quasi sempre in condizione di superiorità tattica e strategica, ma nei rari casi in cui ciò non avvenne, i comandanti in mare adottarono sempre tattiche aggressive verso le navi italiane, i cui comandanti superiori in mare erano comunque vincolati al parere di Supermarina e al fatto che le perdite erano difficilmente sostituibili, a differenza che gli inglesi. Ciò nonostante, nel periodo nel quale fu presente l'alleato tedesco con il X Fliegerkorps dislocato in Siciia, prima per l'Operazione C3 e poi per dare supporto alle truppe di Rommel nel Nord Africa, e con nutrite flottiglie di U-boot a caccia nel Mediterraneo, vi furono seri momenti di difficoltà che si concretizzarono nella prima e seconda battaglia della Sirte e nella battaglia di mezzo giugno[14].

1943[modifica | modifica sorgente]

Lo sbarco alleato in Marocco ed Algeria, noto come operazione Torch portò nel Mediterraneo anche un cospicuo numero di mezzi navali ed aerei statunitensi, che fecero pendere definitivamente l'ago della bilancia a favore degli Alleati.

Il 25 agosto 1943 un gruppo di aerei tedeschi attaccò un convoglio alleato nel Golfo di Biscaglia affondando la nave HMS Egret e il cacciatorpediniere canadese HMCS Athabascan facendo per la prima volta al mondo l'uso di missili teleguidati, gli Henschel Hs 293[15], segnando una svolta nel campo della guerra navale. L'ammiragliato britannico, colto di sorpresa, ordinò a tutte le sue navi di non avvicinarsi a più di 320 km dalle coste francesi. Lo stesso giorno gli Alleati effettuarono l'operazione Avalanche a Salerno e la Luftwaffe impiegò contro di loro alcune bombe plananti che danneggiarono seriamente la HMS Warspite e affondarono altre navi. L'Hs-293 fu impiegata anche nel novembre dello stesso anno contro le navi che scortavano i convogli nel Mediterraneo. La sorpresa alleata comunque durò poco: la loro superiorità aerea in termini di numeri rese sempre più difficile l'alzarsi in volo dei bombardieri germanici e già nell'operazione Shingle, compiuta nel gennaio 1944, la Luftwaffe venne duramente contrastata, anche se riuscì ad affondare, con una bomba planante, l'incrociatore HMS Spartan: il 29 gennaio 1944 la nave fu colpita da un HS 293 al largo di Anzio; l'esplosione causò un incendio che presto sfuggì al controllo dell'equipaggio e la nave, abbandonata, si capovolse e affondò dopo circa un'ora. Quarantasei tra ufficiali e marinai perirono, i 523 superstiti furono salvati dalle navi amiche Laforey e Loyal. Presto gli Alleati sperimentarono tecniche di disturbo elettronico contro gli impulsi di controllo dei missili.

Secondo gli ordini ricevuti in seguito alla firma dell'armistizio con le forze alleate del settembre del 1943, navi, uomini e mezzi della Regia Marina, si consegnarono nella quasi totalità dei casi alle forze anglo-americane; un accordo di cooperazione con gli ex nemici permise poi ai marinai italiani, anche se con una serie di limitazioni, di continuare a combattere a fianco degli stessi per la liberazione del paese dall'occupazione nazista.

Molte unità minori, ma anche alcune di rilievo impossibilitate a muoversi perché danneggiate o perché ancora in allestimento, come l'incrociatore Bolzano, la corazzata Conte di Cavour e la portaerei Aquila, vennero catturate dai tedeschi durante l'operazione Achse. Le unità leggere vennero reimmesse in servizio come Torpedoboote Ausland (siluranti straniere) con personale tedesco, poiché non ritennero opportuno affidare le navi catturate alla costituenda marina della Repubblica Sociale Italiana; in alcuni casi si ebbero anche scontri tra gli equipaggi italiani e le forze tedesche come nel caso del cantiere navale di Castellammare di Stabia, dove il personale della base, ed in particolare dell'incrociatore Giulio Germanico, si difese per tre giorni.

Nel Dodecaneso italiano la Regia Marina ebbe un ruolo da protagonista nella resistenza offerta ai tedeschi, specialmente a Rodi con Inigo Campioni e a Lero con Luigi Mascherpa, quest'ultimo aiutato anche da un contingente inglese che comunque non riuscì ad impedire la cattura dell'isola e il successivo passaggio del Dodecaneso nelle mani della Wehrmacht (eccezion fatta per l'isola di Castelrosso, usata dagli inglesi come centro logistico e di smistamento per le operazioni nell'Egeo). L'unico attacco che gli anglo-italiani riuscirono a respingere fu quello portato all'isola di Simi, peraltro poi abbandonata dagli stessi difensori che la giudicarono non ulteriormente difendibile[16].

1944[modifica | modifica sorgente]

Di fronte alla richiesta da parte del "Regno del Sud" di utilizzare le forze armate italiane, delle quali la marina costituiva la parte più integra, nelle operazioni militari contro i tedeschi, il comando alleato dispose l'utilizzazione delle unità leggere in operazioni di scorta ai convogli (cacciatorpediniere, torpediniere e corvette), e degli incrociatori in missioni di bombardamento contro le coste dell'Italia occupata, oltre che di crociere di vigilanza nell'Atlantico come esercitazione. Molto attiva fu invece Mariassalto, che raccolse l'eredità della Xª Flottiglia MAS, effettuando varie azioni di sabotaggio, tra le quali gli affondamenti della portaerei Aquila (notte del 19 aprile 1945 da parte di un gruppo di incursori, tra cui il sottotenente di vascello Nicola Conte[17] e il sottocapo Evelino Marcolini, nel porto di Genova[18]) e dell'incrociatore Bolzano (operazione denominata "QWZ", nella notte del 21 giugno 1944 nel porto di La Spezia[19]) e numerosi sbarchi di sabotatori italiani, inglesi e statunitensi dietro le linee. Da notare che il primo reparto ad entrare a Venezia, impedendo alcuni atti di sabotaggio tedesco, fu proprio un reparto di Nuotatori Paracadutisti di Mariassalto[20]. Inoltre gli uomini del reggimento "San Marco" entrarono a far parte del gruppo di combattimento "Folgore", e con questa unità parteciparono alle operazioni terrestri della campagna d'Italia nel corso del 1945.

Di per contro, a causa della scarsità di mezzi e dei contrasti con i vertici tedeschi, la neocostituita Marina Nazionale Repubblicana della Repubblica Sociale Italiana (il governo collaborazionista instaurato nell'Italia settentrionale) non riuscì mai a divenire del tutto operativa; di fatto, le attività navali della RSI vennero portate avanti dalla sola Xª Flottiglia MAS tramite l'impiego di MAS e MTM nel settore del mar Tirreno[21]. D'altro canto, nonostante disponesse di un certo quantitativo di unità leggere come cacciatorpediniere, torpediniere, corvette e cacciamine catturate agli italiani, anche la Kriegsmarine condusse solo operazioni limitate, nettamente surclassata dalla superiorità numerica degli Alleati: a partire dalla fine del 1943, l'attività dei mezzi tedeschi si ridusse al trasporto di rifornimenti dai porti del nord a quelli del centro Italia, alla posa di mine ed al pattugliamento delle coste, con solo qualche rapida puntata offensiva verso Napoli o la zona tra la Sardegna e la Corsica[22].

Bilancio finale[modifica | modifica sorgente]

Nel corso di tutta la guerra le navi italiane, pur avendo la reputazione di essere state ben progettate, si dimostrarono piuttosto carenti sia nell'armamento contraereo che, soprattutto, nella dotazione di apparati radar: quest'ultimo dispositivo, presente invece sulle navi della flotta britannica, si rivelò, insieme con la decrittazione dei messaggi cifrati inviati tramite la cifratrice tedesca Enigma (si veda anche Ultra) e con l'assoluta supremazia aerea alleata, di importanza fondamentale nella conduzione di molte battaglie e nella risoluzione delle stesse a favore della Royal Navy. Gravi perdite vennero subite anche dai pesanti bombardamenti aerei alleati, sulle unità alla fonda a Napoli, La Maddalena e La Spezia. Alla data dell'armistizio, la Regia Marina constatò di aver perso 470.000 tonnellate di navi della propria flotta[23].

Per contro la Royal Navy impiegò estensivamente le corazzate della classe Queen Elizabeth, costruite durante la prima guerra mondiale e moderatamente modernizzate durante gli anni trenta, infine dotate di radar durante il conflitto, perdendone una (la Barham) e vedendosene affondare due durante la citata impresa di Alessandria; inoltre perse o subì rilevanti danni a varie portaerei, oltre a perdite notevoli in incrociatori e naviglio sottile durante la campagna italiana di Grecia; ma, grazie alla superiorità tecnica e alla notevole autonomia dei comandanti in mare, riuscì a costringere in porto la flotta italiana o a limitarne i movimenti, grazie anche alla costante presenza dell'aviazione imbarcata, la Fleet Air Arm.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Pavolini Paolo, Badoglio & C strateghi della disfatta - 1943, la caduta del fascismo, 1, Milano, Fratelli Fabbri editori, 1973. pp. 30-31
  2. ^ A. Petacco, op. cit., p. 23
  3. ^ S.79 Sparviero Il capolavoro di Marchetti in aereimilitari.org. URL consultato il 22 novembre 2010.
  4. ^ Progetto Bozzoni - Plancia di comando in digilander.libero.it. URL consultato il 22 novembre 2010.
  5. ^ Piero Lugaro, "De Gaulle", collana "i protagonisti" di Famiglia Cristiana, pagina 72
  6. ^ William Shirer, Storia del Terzo Reich, pag. 1000
  7. ^ Gianni Rocca - Fucilate gli ammiragli, op. cit., pag. 39
  8. ^ Gianni Rocca - Fucilate gli ammiragli, op. cit., pag. 75
  9. ^ A. Petacco, op. cit., pp. 31-41
  10. ^ A. Petacco, op. cit., p. 47
  11. ^ A. Petacco, op. cit., pp. 85-135
  12. ^ A. Petacco, op. cit., pp. 149-161
  13. ^ (EN) Elenco delle perdite della Royal Navy nella seconda guerra mondiale in naval-history.net. URL consultato il 14 novembre 2010.
  14. ^ Gianni Rocca - Fucilate gli ammiragli, op. cit., pag. 255
  15. ^ (EN) Bombe plananti della Luftwaffe. URL consultato l'8 febbraio 2010.
  16. ^ Levi 1993passim.
  17. ^ L'affondamento dell'Aquila sul sito della Marina Militare in marina.difesa.it. URL consultato il 15 dicembre 2010.
  18. ^ Biografia di Marcolini sul sito della Marina Militare in marina.difesa.it. URL consultato il 15 dicembre 2010.
  19. ^ Anaim.it Resoconto dell'attività di Mariassalto in anaim.it. URL consultato il 15 dicembre 2010.
  20. ^ Vita e morte del soldato italiano nella guerra senza fortuna - vol. XIII - "Una patria, due marine", p. 51
  21. ^ Pier Paolo Battistelli, Andrea Molinari, Le forze armate della RSI, Hobby & Work, 2007, p.85. ISBN 978-88-7851-568-0
  22. ^ Pier Paolo Battistelli, Andrea Molinari, Le forze armate della RSI, Hobby & Work, 2007, p.88. ISBN 978-88-7851-568-0
  23. ^ Le perdite della Regia Marina nella seconda guerra mondiale, 390 unità per 470.455 (al momento), 2 luglio 2011.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Aldo Cocchia e Filippo De Palma. La Marina Italiana nella Seconda Guerra Mondiale. Vol. VI: La Guerra nel Mediterraneo – La difesa del Traffico coll'Africa Settentrionale: dal 10 giugno 1940 al 30 settembre 1941. Roma, Ufficio Storico della Marina Militare, 1958.
  • Alberto Da Zara, Pelle di ammiraglio, prima edizione, Milano, Mondadori, 1949, pp. 449. (ISBN non esistente).
  • Luis de la Sierra, La guerra navale nel Mediterraneo: 1940-1943, Milano, Mursia, 1998. ISBN 88-425-2377-1
  • Franco Favre, La Marina nella Grande Guerra, 2008ª ed., Udine, Gaspari. ISBN 978-88-7541-135-0.
  • Mariano Gabriele, Le convenzioni navali della Triplice, 1969ª ed., Roma, Ufficio Storico della Marina Militare. (ISBN non esistente).
  • Angelo Iachino, Il tramonto di una grande Marina, Milano, Mondadori, 1961, pp. 336 con 2 grafici. (ISBN non esistente).
  • Arrigo Petacco, Le battaglie navali nel Mediterraneo nella seconda guerra mondiale, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1976, p. 253. (ISBN non esistente).
  • (IT) Vero Roberti, Con la pelle appesa a un chiodo. La guerra sul mare: 1940-1943, Milano, Mursia, 1966. (ISBN non esistente).
  • Gianni Rocca, Fucilate gli ammiragli. La tragedia della marina italiana nella seconda guerra mondiale, Milano, A. Mondadori, 1987. Rocca. ISBN 978-88-04-43392-7
  • James J. Sadkovich, La Marina Italiana nella seconda guerra mondiale, Gorizia, L.E.G. Libreria Editrice Goriziana, 2006. ISBN 88-86928-92-0.
  • Antonino Trizzino, Navi e poltrone, Longanesi & C., 1953. (ISBN non esistente).
  • Ministero della Marina, Nozioni generali sulla Marina, Roma, Ufficio Storico della Marina, 1939. (ISBN non esistente).
  • Ufficio Collegamento Stampa del Ministero della Marina, Almanacco Navale 1943 - XXI, Milano, Arti Grafiche Alfieri & Lacroix, 1943. (ISBN non esistente).
  • Aldo Levi, Avvenimenti in Egeo dopo l'armistizio (Rodi, Lero e isole minori), Roma, Ufficio storico della Marina Militare, 1993. (ISBN non esistente).

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]