Battaglia di Capo Matapan

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Battaglia di Capo Matapan
La nave da battaglia Vittorio Veneto dopo essere stata colpita da un siluro
La nave da battaglia Vittorio Veneto dopo essere stata colpita da un siluro
Data 27 - 29 marzo 1941
Luogo Mar Mediterraneo, a sud del Peloponneso, fra l'isolotto di Gaudo e Capo Matapan
Esito Decisiva vittoria Alleata
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
1 portaerei
3 navi da battaglia
7 incrociatori leggeri
16 cacciatorpediniere
1 nave da battaglia
6 incrociatori pesanti
2 incrociatori leggeri
13 cacciatorpediniere
Perdite
1 aerosilurante abbattuto
3 morti[1]
3 incrociatori affondati
2 cacciatorpediniere affondati
1 nave da battaglia danneggiata
2.331 morti[2]
1.163 prigionieri[3]
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La battaglia di Capo Matapan venne combattuta tra il 28 ed il 29 marzo 1941 nelle acque a sud del Peloponneso, fra l'isolotto di Gaudo e Capo Matapan, tra una squadra navale della Regia Marina italiana sotto il comando dell'ammiraglio di squadra Angelo Iachino, e la Mediterranean Fleet britannica (comprendente anche alcune unità australiane) dell'ammiraglio Andrew Cunningham.

La battaglia in sé si compone di due scontri distinti: uno combattuto nei pressi dell'isolotto di Gaudo tra la mattina ed il pomeriggio del 28 marzo, ed un secondo al largo di Capo Matapan nella notte tra il 28 ed il 29 marzo. La battaglia, conclusasi con una netta vittoria britannica, evidenziò l'inadeguatezza della Regia Marina ai combattimenti notturni e consegnò temporaneamente alla Royal Navy il dominio del Mediterraneo, infliggendo gravi perdite, morali e materiali, alla Regia Marina, e condizionandone le future capacità offensive[4].

Premessa[modifica | modifica sorgente]

La HMS Barham in rifornimento da una petroliera nella Baia di Suda, nel febbraio 1941

L'episodio di Gaudo, prologo alla battaglia di capo Matapan, fu la conseguenza di una operazione messa in atto dal Comando superiore della Regia Marina (Supermarina) nel marzo 1941 in seguito alle richieste dei tedeschi affinché fossero messi sotto pressione i convogli britannici che dai porti egiziani e della Cirenaica rifornivano di materiali bellici e truppe le forze Alleate in Grecia (operazione Lustre); questa era frutto di una decisione politica dovuta al non poter abbandonare l'alleato greco senza una grave perdita di immagine[5] e allo smacco subito pochi mesi prima quando l'ammiraglio Inigo Campioni, poi rimosso da Mussolini dai vertici della Regia Marina, avrebbe con il suo tentennamento portato al fallimento del tentativo italiano di bloccare l'incrocio di convogli commerciali inglesi, scortati da navi da guerra, diretti rispettivamente a Malta e ad Alessandria d'Egitto. I britannici d'altronde ritenevano poco probabile un consistente impegno della Germania in Africa settentrionale, fatto clamorosamente smentito l'8 marzo dall'annuncio tedesco di affidare il comando del costituendo Afrika Korps ad Erwin Rommel, uno dei loro più brillanti generali; altra preoccupazione britannica era un probabile quanto imminente attacco tedesco nei Balcani in appoggio alle stremate truppe italiane impegnate nella guerra contro la Grecia[5].

I tedeschi, in particolare, alla conferenza navale di Merano del 13 e 14 febbraio, nella persona dell'ammiraglio Raeder accusarono Supermarina di inattività, rimproverandole un atteggiamento difensivo e dimesso verso i britannici, mentre per contro lo stato maggiore italiano attribuì questa inattività alla mancanza di nafta che impediva operazioni in forze[5]. Supermarina, il cui principale impegno bellico fino ad allora era stata la scorta ai quotidiani convogli che rifornivano le truppe italiane e tedesche in Africa settentrionale, in Albania e nel Dodecanneso, sotto la pressione tedesca concretizzatasi in un comunicato consegnato al comando italiano il 19 marzo e consistente in una analisi che stimava la consistenza della Mediterranean Fleet in una sola nave da battaglia (la HMS Valiant), alcuni incrociatori e poco naviglio sottile, organizzò l'operazione fallita contro il traffico Alleato condotta dall'Ammiraglio Campioni, riprendendo operazioni propriamente offensive dopo le disastrose conseguenze della notte di Taranto[5]. In realtà le altre due corazzate britanniche in forza alla Mediterranean Fleet, la HMS Barham e la HMS Warspite, erano ritornate operative, come si desumeva da foto aeree della ricognizione tedesca scattate nella giornata del 24, ma che secondo una fonte verranno inoltrate a Supermarina solo il 26 classificate come "bassa priorità"[6]. Secondo altra fonte invece[7] l’ammiraglio Iachino era sufficientemente informato di quali erano le condizioni di efficienza delle tre corazzate della Mediterranean Fleet. Egli ne ebbe piena conferma proprio quel pomeriggio del 27 marzo, quando in due occasioni, alle 15.19 e alle 16.43, la Vittorio Veneto intercettò, su frequenza 55 KHz, il seguente telegramma trasmesso all’aria dalla stazione radiotelegrafica di Rodi:

« PL - Ore 1300 aereo 1 ricognizione strategica Egeo avvista [ad Alessandria] tre navi da battaglia due navi portaerei numero imprecisato incrociatori quadratino 2298/ rotta vera 0 velocità 0”.[8] »

Quando anche le informazioni diramate dal X Fliegerkorps, in seguito alla interpretazione delle foto scattate il 26 marzo da un ricognitore “Ju.88” della 2(F)123 e al vaglio del rapporto trasmesso in volo il 27 da un altro “Ju.88” della 1(F)121, giunsero a Roma con messaggio n. 644, pervennero a Maristat, questa subito provvide a portarlo alla conoscenza di Supermarina e del Comando Supremo, con numero di protocollo 3778. In tale messaggio era riportata una situazione navale dettagliatissima, e sostanzialmente fedele alla realtà dei fatti:

« Riferimento telearmonica 632 (‘) di ieri (alt) Risultato esame fotografico del giorno 26/3 dalle ore 1300 alle ore 1400 su Suez ed Alessandria (alt) Situazione porto Alessandria: due navi da battaglia classe QUEEN ELIZABETH - una nave battaglia classe BARHAM - portaerei FORMIDABLE et EAGLE - un incr. classe AURORA - un incr. classe SOUTHAMPTON …” (‘) V. nostra comunicazione n. 3708”.[9] »

Il piano di Supermarina consisteva nella predisposizione di due rapide incursioni offensive, una a nord ed una a sud di Creta, in caccia del traffico Alleato[6]. Le navi italiane avrebbero dovuto, se in condizioni di superiorità, attaccare i convogli incontrati e la relativa scorta, ritornando poi rapidamente nelle basi nazionali.

Per attuare il suddetto piano Supermarina mise in campo quasi tutte le forze disponibili: la nave da battaglia Vittorio Veneto, due divisioni di incrociatori pesanti e una di incrociatori leggeri, oltre ai cacciatorpediniere di scorta.

L'intera operazione era affidata al fattore sorpresa. Laddove gli italiani fossero stati avvistati prima di arrivare nelle acque di Creta, i britannici avrebbero infatti avuto tutto il tempo di far allontanare eventuali convogli e di intercettare il nemico con la Mediterranean Fleet di stanza ad Alessandria d'Egitto. Infatti gli ordini operativi vennero dattiloscritti dall'ammiraglio Arturo Riccardi, capo di stato maggiore della Marina, personalmente[6]; ciò nonostante alcune sbavature come la comunicazione del giorno 25 dove era scritto che "mancavano 3 giorni al giorno x" intercettata dagli inglesi, e soprattutto le capacità di decrittazione di Enigma, misero i britannici in condizione di prevenire le mosse italiane, sospendere il traffico mercantile e predisporre l'uscita della squadra navale da Alessandria e di una divisione di incrociatori dal Pireo al comando del contrammiraglio Pridham-Whippel[6]. Rimasero soltanto due convogli già in essere, lo AG 9 partito il 26 marzo da Alessandria alla Grecia[10], scortato da 2 incrociatori leggeri, HMS Calcutta e HMS Carlisle e 3 cacciatorpediniere, HMS Defender e HMS Jaguar, e HMAS Vampire, e il GA 8 partito il 29 marzo dalla Grecia ed arrivato il 31 marzo ad Alessandria[11], scortato dall'incrociatore antiaereo HMS Bonaventure e dai cacciatorpediniere HMS Decoy e HMS Juno che proteggevano il cargo norvegese Thermopylae.

Supermarina pose quale condizione indispensabile per il successo dell'operazione la certezza del fattore sorpresa e la continua scorta aerea della propria squadra per tutta la durata della missione. Era stato previsto pertanto l'intervento delle forze aeree nazionali di base in Italia e in Egeo (isola di Rodi) e di quelle tedesche del X CAT (Corpo Aereo Tedesco o X. Fliegerkorps, unità aerea forte di circa 200 bombardieri e una settantina di caccia) di base in Sicilia. Per favorire il coordinamento aereo e per decifrare i messaggi avversari indipendentemente dall'intervento di Supermarina, l'ammiraglio Iachino fece imbarcare sulla sua ammiraglia degli ufficiali di collegamento della Luftwaffe ed un gruppo di decrittazione.

La marina italiana non era però attrezzata per gli scontri notturni, mentre la flotta britannica aveva fin dal 1934 affrontato questa eventualità, preparando metodologie ed equipaggi in questo senso; in particolare l'ammiraglio Cunningham aveva fatto svolgere ripetute esercitazioni alla squadra del Mediterraneo, e questo, unito al diffondersi dell'installazione di radar sulle unità navali, offriva una capacità operativa notturna ineguagliata dagli italiani[6].

Ordine di battaglia[modifica | modifica sorgente]

L'ammiraglio Andrew Cunningham
Ordine di battaglia
Regia Marina Royal Navy
Flag of Italy (1861-1946) crowned.svg ammiraglio Angelo Iachino
XIII Squadriglia cacciatorpediniere

Cacciatorpediniere:

I Divisione Incrociatori (ammiraglio Carlo Cattaneo)
Incrociatori pesanti:

IX Squadriglia cacciatorpediniere

Cacciatorpediniere:

III Divisione Incrociatori (ammiraglio Luigi Sansonetti)
Incrociatori pesanti:

XII Squadriglia cacciatorpediniere

Cacciatorpediniere:

VIII Divisione Incrociatori (ammiraglio Antonio Legnani)
Incrociatori leggeri:

XVI Squadriglia cacciatorpediniere

Cacciatorpediniere:

Naval Ensign of the United Kingdom.svg ammiraglio Andrew Cunningham

Force A (ammiraglio Andrew Cunningham)
Corazzate:

Portaerei:

10th Destroyer Flotilla

Cacciatorpediniere:

14th Destroyer Flotilla

Cacciatorpediniere:

Force B (ammiraglio Henry Pridham-Wippell)
Incrociatori leggeri:

2nd Destroyer Flotilla

Cacciatorpediniere:

Force D

Cacciatorpediniere:

La battaglia[modifica | modifica sorgente]

Le prime mosse[modifica | modifica sorgente]

Un incrociatore della classe Zara sotto il fuoco nemico

Alle 21:30 del 26 marzo 1941, la Vittorio Veneto lasciò il porto di Napoli con a bordo l'ammiraglio Iachino, scortata dai quattro cacciatorpediniere della XIII Squadriglia (Granatiere, Fuciliere, Bersagliere e Alpino); l'ammiraglio stesso aveva deciso di salpare con il favore dell'oscurità per evitare che eventuali agenti nemici segnalassero l'assenza della nave dal porto[13]. Attraversato lo stretto di Messina, la nave si ricongiunse al resto della squadra italiana al largo della costa orientale della Sicilia: la I Divisione Incrociatori dell'ammiraglio Carlo Cattaneo (Zara, Pola e Fiume) scortata dai quattro cacciatorpediniere della IX Squadriglia e proveniente da Taranto, la III Divisione Incrociatori dell'ammiraglio Luigi Sansonetti (Trento, Trieste e Bolzano) scortata dalle tre unità della XII Squadriglia cacciatorpediniere e salpata da Messina, e la VIII Divisione Incrociatori dell'ammiraglio Antonio Legnani (Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi e Giuseppe Garibaldi) accompagnata dalle due unità della XVI Squadriglia cacciatorpediniere e partita da Brindisi[14]. Con il mare calmo ed il tempo buono, la formazione italiana iniziò così ad inoltrarsi nel mar Ionio; il morale degli equipaggi era alto, visto che dopo settimane di stasi la flotta aveva finalmente intrapreso una decisa operazione offensiva[15].

Quella stessa notte, mentre la squadra italiana era in navigazione alla volta delle acque di Creta, un'unità della Xª Flottiglia MAS mise in atto un'audace attacco alla Baia di Suda, importante punto di ancoraggio per le navi Alleate: superando le ostruzioni, sei barchini esplosivi italiani attaccarono ed affondarono l'incrociatore pesante HMS York (l'unica unità di questo tipo in quel momento a disposizione di Cunningham nell'area[16]) ed una petroliera.

La mattina del 27 marzo trovò le navi italiane ancora in navigazione nello Ionio: la foschia ed il vento di Scirocco rendevano difficile mantenere la formazione, ma tutte le unità riuscirono a navigare alla velocità prevista[17]; in base agli accordi presi con i tedeschi, un contingente di caccia del X CAT avrebbe dovuto fungere da scorta aerea alla formazione, ma nessun velivolo alleato venne scorto dalle navi italiane. Invece, alle 12:25 il Trieste (che navigava in testa alla formazione) segnalò a Iachino di aver avvistato un idrovolante da ricognizione a lungo raggio britannico tipo Short S.25 Sunderland; poco dopo, la squadra da decrittazione imbarcata sulla Vittorio Veneto intercettò il messaggio del ricognitore, il quale segnalava al comando di Alessandria di aver avvistato "tre incrociatori ed un cacciatorpediniere [...] al largo di Capo Passero"[18]. Sebbene l'avvistamento facesse sfumare l'effetto sorpresa su cui molto puntava Iachino anche sulla base degli ordini ricevuti da Supermarina e rimasti sigillati fino alla partenza della spedizione, il ricognitore aveva individuato solo una piccola parte della squadra italiana, oltretutto sbagliando nello stimare la rotta e la velocità della formazione[18]. In considerazione di ciò, in un messaggio inviato alle 18:00 Supermarina confermò l'operazione con qualche piccola variante prudenziale, ordinando che tutta la squadra dovesse riunirsi la mattina successiva nei pressi dell'isolotto di Gaudo per attaccare il traffico nemico a sud di Creta, cancellando l'operazione a nord dell'isola; il messaggio inoltre annunciò a Iachino che la prevista ricognizione aerea su Alessandria era stata cancellata per via delle condizioni meteo, lasciando l'ammiraglio all'oscuro delle intenzioni della Mediterranean Fleet[18], la cui partenza da Alessandria era avvenuta di notte.

L'avvistamento da parte del Sunderland non fece che confermare a Cunningham quanto aveva appreso dalla decrittazione dei messaggi di Enigma dei giorni precedenti, anche se lo lasciava nell'incertezza circa la composizione della squadra italiana; lo storico britannico F. W. Winterbotham[19] sostiene che l'invio del ricognitore non fu che un trucco dell'ammiraglio per ingannare gli italiani, facendo loro credere che le informazioni sull'azione provenivano da esso e non dal sistema di decrittazione di Enigma, Ultra che si avvaleva dell'avanzatissimo per l'epoca computer Colossus. Cunningham predispose subito tutte le misure del caso, dirottando i convogli Alleati lontano dalle coste cretesi, facendo partire e rientrare successivamente alcuni navi e preparando per la partenza la sua Force A, composta dalle tre corazzate HMS Warspite, HMS Barham e HMS Valiant, dalla portaerei HMS Formidable e da nove cacciatorpediniere; per ingannare eventuali spie o informatori dell'Asse (ed in particolare il console giapponese ad Alessandria, particolarmente attivo in tali attività[20]), l'ammiraglio sbarcò dalla Warspite e si recò tranquillamente a giocare a golf, salvo poi rientrare sulla sua ammiraglia poco prima della partenza[21]. La Force A salpò da Alessandria alle 19:00 del 27 marzo; contemporaneamente, dal porto greco del Pireo muoveva la Force B dell'ammiraglio Pridham-Wippell, forte di quattro incrociatori leggeri ed altrettanti cacciatorpediniere, alla quale Cunningham aveva dato appuntamento per la mattina successiva nei pressi dell'isoletta di Gaudo.

Dei Fairey Albacore decollano dal ponte della portaerei Formidable; fu proprio la presenza della portaerei a permettere alla squadra britannica di rallentare ed agganciare in parte la squadra italiana

La strana coincidenza che vedeva l'ammiraglio britannico dare appuntamento alle sue forze proprio nella stessa zona in cui era diretta la flotta italiana diede adito, nel dopoguerra, a diverse speculazioni sulla presenza di informatori dei britannici in seno a Supermarina, quando non proprio ad accuse di tradimento nei confronti degli alti ufficiali della Marina[15]; la questione venne risolta solo nel 1975, quando i britannici resero pubblico il sistema di decrittazione di Enigma[22]. D'altro canto, lo stesso Cunningham era convinto che non ci sarebbe stato alcuno scontro, in quanto la squadra italiana si sarebbe ritirata, tanto che aveva scommesso ben dieci scellini (Cunningham era scozzese) con il comandante Power, addetto alle operazioni dello stato maggiore, in questo senso[23].

In condizioni di mare calmo e buona visibilità, la mattina del 28 marzo la flotta italiana giunse nelle acque di Gaudo divisa in tre raggruppamenti: la III Divisione incrociatori di Sansonetti in testa, la I Divisione incrociatori di Cattaneo in coda, e la Vittorio Veneto più o meno al centro della lunga teoria di navi italiane, che si estendeva per molte miglia[17]. Poco dopo l'alba, dalle navi italiane vennero catapultati due idrovolanti da ricognizione IMAM Ro.43 con il compito di individuare qualche convoglio nemico; nelle intenzioni di Iachino, se entro le 7:00 non fosse stata avvistata alcuna unità nemica, tutta la squadra avrebbe invertito la rotta per rientrare alla base[17]. Intorno alle 6:35, il Ro.43 catapultato dalla Vittorio Veneto avvistò la Force B di Pridham-Whippel, circa 65 chilometri a sud-est della squadra italiana[24]; sebbene quasi subito avvistato dalle navi britanniche, il ricognitore italiano non venne, almeno inizialmente, fatto oggetto di fuoco contraereo (era stato scambiato per un Supermarine Walrus amico), e poté così fornire a Iachino dettagliate informazioni sulla composizione, rotta e velocità della formazione di Pridham-Whippel[25]. Iachino ordinò subito alla III Divisione di Sansonetti di accelerare a 30 nodi e di serrare le distanze con gli incrociatori britannici, mentre lui seguiva l'azione con la Vittorio Veneto; le divisioni di Cattaneo e Legnani risultavano troppo arretrate per poter essere immediatamente impiegate in azione[26].

Un'ora più tardi, alle 7:39, i ricognitori britannici decollati dalla Formidable avvistarono gli incrociatori di Sansonetti, dandone notizia a Cunningham che con le sue corazzate si trovava ancora a 280 km più a sud[24], rallentato dalla ridotta velocità (20 nodi) che la Warspite poteva tenere a causa di un guasto ai motori (nell'uscire dal porto, la nave aveva strusciato il basso fondale aspirando molta sabbia nei condensatori)[17]; gli avvistamenti dei diversi ricognitori britannici furono però molto contraddittori nello stimare la composizione della squadra italiana, comunicando l'avvistamento prima di quattro incrociatori ed altrettanti cacciatorpediniere, poi di quattro incrociatori e nove cacciatorpediniere, ed infine di tre corazzate e quattro cacciatorpediniere[25]. La contraddittorietà degli avvistamenti lasciò nell'incertezza i vertici britannici, tanto che Pridham-Whippel ritenne inizialmente che i ricognitori avessero scambiato per italiane le navi della sua squadra[17]; il dubbio venne infine chiarito alle 7:45, quando l'HMS Orion avvistò gli incrociatori di Sansonetti.

Gli incrociatori Duca D'Aosta e Duca degli Abruzzi alla fonda nella baia di Navarino in Grecia. Il Duca degli Abruzzi ha ormeggiato al suo fianco sinistro il cacciatorpediniere Corazziere

Lo scontro di Gaudo[modifica | modifica sorgente]

La battaglia iniziò alle 8:12 del 28 marzo, quando gli incrociatori di Sansonetti aprirono il fuoco sulle navi britanniche di Pridham-Wippell, distanti circa 24.000 m; i cannoni da 203 mm di cui erano dotati gli incrociatori italiani garantivano loro una maggiore gittata rispetto ai pezzi da 152 mm in dotazione ai britannici, e fu solo alle 8:29 che la prima nave della Force B, l'incrociatore HMS Gloucester, iniziò a rispondere al fuoco[24], nonostante da quella distanza il tiro fosse piuttosto inefficace[23]. Cosa singolare ma non insolita, sia Sansonetti che Pridham-Wippell avevano ricevuto dai rispettivi comandanti superiori lo stesso ordine: in caso di ingaggio, dovevano ritirarsi facendo in modo che il nemico li inseguisse, in modo da portarlo più vicino alle navi da battaglia[27]. Pridham-Wippell mise subito in atto la tattica, piegando verso sud tallonato dagli incrociatori di Sansonetti che continuavano a sparare; nonostante le unità britanniche procedessero a zig-zag emettendo fumo, gli italiani riuscirono ad inquadrare il bersaglio, ma nessun colpo andò a segno.

Bordata della Vittorio Veneto contro gli incrociatori inglesi della Forza B durante lo scontro di Gaudo

Il comportamento dei britannici, di solito più propensi a gettarsi all'attacco, insospettì Iachino, contrariato anche dal fatto che il combattimento si stesse allontanando dalla Vittorio Veneto piuttosto che avvicinando, come era nelle sue intenzioni[27]; alle 8:36 comunicò quindi a Sansonetti di rompere il contatto con i britannici se non fosse stato possibile ridurre le distanze[26]. Dopo altri venti minuti di inutile inseguimento con le macchine a tutta forza, alle 8:55 Sansonetti ordinò di invertire la rotta piegando verso ovest, incontro alla Vittorio Veneto; subito, le navi di Pridham-Wippell accostarono e presero ad inseguire gli incrociatori italiani, rimanendo fuori tiro ma mantenendo il contatto visivo[26]. I britannici continuavano ad ignorare la presenza della Vittorio Veneto, mentre Iachino ricevette intorno alle 9:00 un messaggio da un ricognitore italiano che segnalava in zona la presenza di una portaerei, due corazzate e navi minori; l'avvistamento, risalente ad un'ora prima[17], indicava però una posizione molto vicina a quella occupata allora dalle unità italiane, e sia l'ammiraglio che Supermarina concordarono sul fatto che il ricognitore avesse scambiato per britanniche le navi della squadra[26]. In quel momento Cunningham si trovava ancora a circa 65 miglia di distanza, e cercava di serrare le distanze per ingaggiare le navi italiane col grosso delle forze.

Persistendo l'inseguimento da parte delle unità di Pridham-Wippell, intorno alle 10:30 Iachino tentò una manovra per prendere in trappola le unità britanniche, stringendole tra la Vittorio Veneto ad est e la squadra di Sansonetti ad ovest; la manovra riuscì in pieno e alle 10:56 la corazzata italiana aprì il fuoco da una distanza di 23.000 m sulle navi britanniche, che solo allora si resero conto della presenza in zona della nave[27]. Pridham-Wippell invertì subito la rotta, proteggendosi dietro una cortina fumogena; la Vittorio Veneto sparò in ventidue minuti 94 colpi con i cannoni da 381 mm, ma nonostante fosse riuscita ad inquadrare il bersaglio non mise a segno alcun centro sulle navi britanniche: solo l'incrociatore Orion riportò alcuni lievi danni, a causa di un colpo esploso nelle sue vicinanze[28].

Cunningham, informato di questo secondo scontro, si trovava ancora troppo lontano per intervenire direttamente, ma fece alzare dalla Formidable un gruppo di sei aerosiluranti Fairey Albacore, con il compito di attaccare l'ammiraglia italiana; gli aerosiluranti giunsero sulle navi italiane alle 11:15, inizialmente scambiati per dei caccia Fiat C.R.42 provenienti da Rodi; seppur iniziata in ritardo, la reazione della contraerea italiana si dimostrò efficace, obbligando i velivoli britannici a lanciare i loro siluri da una distanza troppo elevata[29]. Accostando con tutta la barra a dritta, l'ammiraglia italiana riuscì a schivare tutti i siluri, ma questa manovra la costrinse ad interrompere il fuoco sugli incrociatori della Force B, che rapidamente si posero fuori tiro[26]. Con le navi di Pridham-Wippell ormai troppo lontane, l'operazione poteva dirsi fallita: nessun convoglio nemico era stato avvistato, i cacciatorpediniere erano a corto di carburante, e la mancanza di copertura aerea esponeva le unità italiane all'attacco da parte dei velivoli nemici di base negli aeroporti greci[17]. Alle 11:40 Iachino diede quindi ordine alla squadra di sospendere l'azione, invertire la rotta e rientrare alla base con direzione nord-ovest.

L'inseguimento[modifica | modifica sorgente]

Battaglia di Capo Matapan

Con la squadra italiana che invertiva per la seconda volta la rotta, l'ammiraglio Pridham-Wippell rinunciò a mantenere il contatto e ripiegò verso il gruppo dell'ammiraglia, ad una quarantina di miglia di distanza, che raggiunse alle 12:30; la forza di Cunningham era ora riunita, con le unità di Pridham-Wippell a fungere da avanguardia seguite dai cacciatorpediniere della Force A, dalle tre corazzate in linea di fila e dalla Formidable[30]. La formazione britannica era ora più compatta, ma la notevole distanza che la separava dalla squadra di Iachino e la maggiore velocità sviluppata dalle navi italiane rendeva quasi impossibile l'intercettamento del nemico[31]; l'unica possibilità per Cunningham era di danneggiare con gli attacchi aerei qualche unità italiana, in modo da obbligare Iachino a rallentare l'andatura.

La squadra di Iachino continuava intanto a dirigersi a tutta forza verso le basi italiane, ignorando del tutto la presenza delle corazzate di Cunningham ad appena settanta miglia più a sud-est; alle 14:25, tuttavia, il Vittorio Veneto intercettò un messaggio diretto a Supermarina da parte della base italiana di Rodi, il quale riferiva che "alle ore 12:15 un aereo da ricerca strategica sull'Egeo ha avvistato una corazzata, una portaerei, sei incrociatori e cinque cacciatorpediniere nel quadrante 5647"[26], ovvero a 79 miglia dalla ammiraglia italiana. Il messaggio conteneva notevoli imprecisioni sulla composizione della squadra nemica, ma dava con una buona approssimazione la posizione delle navi di Cunningham; errore ben più grave, l'autore dell'avvistamento non era un "aereo da ricerca strategica", ma due aerosiluranti italiani Savoia-Marchetti S.M.79 della base di Rodi pilotati rispettivamente dal capitano Buscaglia e dal tenente Greco e con a bordo due osservatori della Marina, che avevano anche tentato di attaccare la Formidable senza però riuscire a colpirla[31]. L'avvistamento contrastava con un precedente rilevamento radiogonometrico che dava le navi britanniche a ben 170 miglia di distanza dalla squadra italiana[30], e quindi Iachino attese una conferma da Supermarina; quando questa non arrivò, l'ammiraglio ritenne che il ricognitore si fosse sbagliato e avesse, come prima, scambiato per britanniche le navi della squadra italiana[26].

A partire dalle 14:30, una serie di attacchi aerei britannici si scatenarono sulla squadra italiana, condotti sia dagli aerosiluranti della Formidable sia dai bombardieri della Royal Air Force decollati dagli aeroporti greci; vennero contati due attacchi contro il Vittorio Veneto, due contro la III Divisione incrociatori e quattro contro la I Divisione, ma nessuna nave venne colpita[26]. Invece, fu il terzo attacco contro l'ammiraglia italiana, intorno alle 15:20, a riportare un successo: cinque aerosiluranti (tre Albacore e due Fairey Swordfish) della Formidable, scortati da alcuni caccia ed appoggiati dai bombardieri Bristol Blenheim della RAF, si avvicinarono al Vittorio Veneto e, mentre i caccia si buttavano in picchiata sulla corazzata per distrarre i serventi della contraerea, i tre Albacore si disposero a ventaglio davanti alla prua della nave per lanciare un attacco da più direzioni[32]; due degli aerosiluranti lanciarono i loro ordigni da distanza troppo elevata e mancarono il bersaglio, ma l'apparecchio del capitano di corvetta Dalyell-Stead riuscì ad avvicinarsi a meno di 1.000 m dalla nave prima di lanciare il suo siluro, finendo abbattuto subito dopo dalla contraerea italiana con la perdita di tutto l'equipaggio[33]. Il Vittorio Veneto cercò di schivare l'ordigno, ma senza successo: il siluro strusciò contro la prua ed esplose a poppa all'altezza dell'elica sinistra, più o meno intorno alle 15:29; l'albero motore esterno sinistro si spezzò e quello interno si fermò a causa delle infiltrazioni, il timone rimase bloccato e la nave imbarcò 4.000 t d'acqua a poppa, sbandando anche di 6º a sinistra[30]. Per sei minuti la nave rimase immobile, poi alle 15:36 riuscì a rimettere in funzione le macchine e a procedere guidata dal timone a mano, anche se solo alle 16:42 riuscì a riprendere la rotta con la velocità ridotta a 15 nodi[32] dopo aver fatto un giro completo di 360°.

Il Vittorio Veneto appoppato da 4.000 t d'acqua dopo essere stato colpito da un siluro lanciato da un aereo della Fleet Air Arm durante la battaglia di Capo Matapan

Il siluramento del Vittorio Veneto cambiò l'ordine di priorità del comandante italiano: il salvataggio della nave danneggiata divenne ora per Iachino lo scopo essenziale dell'operazione[34]. L'ammiraglio fece disporre il resto della squadra a protezione della sua ammiraglia, assumendo una formazione su cinque file parallele distanti meno di 1.000 m l'una dall'altra: al centro il Vittorio Veneto preceduta e seguita dai suoi cacciatorpediniere di scorta (Granatiere e Fuciliere a prua, Bersagliere e Alpino a poppa), ai due lati gli incrociatori pesanti della I (dritta) e III Divisione (sinistra), e sul lato esterno di queste due file di cacciatorpediniere (IX squadriglia a dritta, XII a sinistra)[26]. Gli incrociatori leggeri di Legnani vennero invece distaccati più a nord e lasciati liberi di agire autonomamente: alle 17:00 Iachino aveva ricevuto il messaggio di un ricognitore tedesco che segnalava la presenza di un gruppo di incrociatori leggeri nemici a sud di Cerigo (in realtà tre cacciatorpediniere britannici in missione di ricognizione a nord-ovest di Creta), e l'ammiraglio distaccò Legnani per fronteggiare questa potenziale minaccia[30].

Il rallentamento del Vittorio Veneto aveva consentito a Cunningham di portarsi a circa 55 miglia dalla squadra italiana, ma le speranze di intercettarla rimanevano basse: dopo successive riparazioni, la nave da battaglia italiana era ora capace di sviluppare, seppur per brevi tratti, una velocità di 19 nodi, mentre le corazzate britanniche non riuscivano a superare i 20 nodi; le ore di luce andavano riducendosi, e più procedeva verso ovest più la squadra britannica entrava nel raggio d'azione degli aerei dell'Asse di base nell'Italia meridionale[30]. L'ammiraglio britannico aveva bisogno di informazioni fresche, e decise di inviare il suo esperto osservatore personale, capitano di corvetta Bolt, a sorvolare le navi italiane con l'idrovolante della Warspite; Bolt intercettò la squadra italiana intorno alle 18:20, segnalandone con precisione rotta e composizione, e confermando che il Vittorio Veneto era danneggiato, in quanto procedeva a velocità molto ridotta[35]. Cunningham decise di accettare i rischi di un combattimento notturno e, dopo aver ordinato ulteriori attacchi aerei sulle navi italiane, continuò l'inseguimento.

Il sole tramontò alle 18:55, ma sfruttando la luce del crepuscolo una nuova ondata di aerosiluranti della Formidable e bombardieri della RAF si avventò sulle navi italiane intorno alle 19:30; nonostante la confusione e la scarsa visibilità data dalla poca luce e dalle cortine fumogene, i comandanti delle navi italiane riuscirono a mantenere la formazione e schivare gli attacchi dei velivoli nemici[35]. L'ultima incursione britannica ebbe termine alle 19:45, ed a prima vista sembrò che non avesse sortito nessun effetto: nessuna nave italiana segnalava di essere stata colpita. Solo alle 20:11 Iachino venne informato che l'incrociatore pesante Pola stava rimanendo indietro rispetto al resto della formazione[36].

Cattaneo inverte la rotta[modifica | modifica sorgente]

L'ammiraglio Cattaneo

Posto in centro alla linea di fila assunta dalla I Divisione incrociatori, il Pola era stato colpito intorno alle 19:50, nelle fasi finali dell'attacco aereo britannico: uno Swordfish di base a Creta (molto probabilmente l'apparecchio del tenente Michael Torrens-Spence[37]), sfruttando un varco nella cortina fumogena, era riuscito a portarsi a distanza ravvicinata all'incrociatore prima di lanciare il suo siluro, riuscendo a colpire la grande nave a poppa. I danni erano pesanti: l'ordigno era esploso all'altezza del locale caldaie numero 3 e delle turbine di sinistra, uccidendo tutti i fuochisti ed i meccanici che si trovavano in quel punto, mettendo subito fuori uso quattro delle otto caldaie e distruggendo le tubazioni del vapore di altre due, facendo imbarcare all'incrociatore 3.500 t d'acqua[26]; la nave era immobile, praticamente alla deriva, e priva di energia elettrica, rendendo così impossibile muovere le torri dei cannoni[38].

La notizia del danneggiamento del Pola giunse per prima sulla plancia di comando dello Zara, ammiraglia della I Divisione, intorno alle 20:00, quando ci si accorse che l'incrociatore stava rimanendo molto indietro rispetto al resto della formazione; alle 20:11, Cattaneo inviò un messaggio al capitano di vascello Manlio De Pisa, comandante del Pola, chiedendo quali fossero i danni riportati dalla nave: questo messaggio venne intercettato anche dalla Vittorio Veneto, informando così Iachino della situazione[38]. Pochi minuti dopo il Pola rispose riferendo che non era più in grado di muoversi e chiedeva assistenza e rimorchio[35], messaggio girato dallo Zara al Vittorio Veneto intorno alle 20:15; a causa della lentezza del sistema di decrittazione, tra l'ammiraglia italiana e l'ammiraglia della I Divisione ci fu uno scambio di telegrammi che si incrociarono: alle 20:18 Iachino ordinò a Cattaneo di inviare l'intera I Divisione in soccorso al Pola, messaggio recapitato all'ammiraglio alle 20:21; alle 20:27 venne invece consegnato a Iachino un messaggio di Cattaneo, spedito molto prima, che chiedeva di inviare, "salvo ordine contrario", solo due cacciatorpediniere di scorta al Pola[26]. Accortosi che i due telegrammi si erano incrociati, Cattaneo non ubbidì subito all'ordine del suo comandante, ma alle 20:24 inviò un secondo messaggio a Iachino: "Chiedo se posso invertire la rotta per andare a portare assistenza nave Pola"; il messaggio venne recapitato sull'ammiraglia italiana alle 20:56, e Iachino rispose affermativamente[26]. Alle 21:06, un'ora dopo il siluramento del Pola, gli incrociatori Zara e Fiume, seguiti dai cacciatorpediniere Vittorio Alfieri, Giosuè Carducci, Alfredo Oriani e Vincenzo Gioberti, invertirono la rotta e, separandosi dal resto della squadra, procedettero in soccorso alla nave danneggiata.

Uno Swordfish con i colori della Fleet Air Arm simile a quello pilotato da Michael Torrens-Spence che silurò il Pola

L'inversione di rotta da parte degli incrociatori della I Divisione rappresentò il punto di svolta della battaglia: Iachino decise in tal senso probabilmente perché riteneva che i soli cacciatorpediniere potessero unicamente recuperare l'equipaggio del Pola ed affondare l'incrociatore, mentre per il rimorchio servivano unità più grosse[26]. Alle 20:05 Iachino aveva ricevuto da Supermarina un secondo rilevamento radiogoniometrico che segnalava le navi britanniche a circa 70-75 miglia a sud-est della squadra italiana (in realtà Cunningham era ancora più vicino, a circa 55 miglia di distanza), ma per qualche ragione tale messaggio non venne preso con la dovuta considerazione al momento della decisione[35]: Iachino lo ritrasmise a Cattaneo quando questi invertì la rotta, ma non istruì il subordinato su come interpretarlo[35], comunicandogli solo, intorno alle 21:16, di abbandonare il Pola al suo destino in caso di contatto con forze nemiche superiori[26]. Sia Iachino che Cattaneo, d'altronde, ignoravano la presenza delle corazzate di Cunningham, come pure il fatto che i britannici fossero perfettamente equipaggiati ed addestrati al combattimento notturno (nella Regia Marina solo i cacciatorpediniere, in parte, lo erano), potendo anche contare su apparecchiature radar installate su alcune unità[38]. A causa della manovra per invertire la rotta, i cacciatorpediniere della IX Squadriglia si erano ritrovati in coda alla I Divisione incrociatori, anziché procedere davanti ad essi disposti a ventaglio come era solito; Cattaneo tuttavia non ordinò di rettificare la formazione, continuando a procedere con tutte le unità in linea di fila[35]. La I Divisione procedette verso est alla velocità ridotta di 16 (poi 22) nodi, anche se ciò era in parte giustificato dalla carenza di carburante sui cacciatorpediniere[35].

La notte di Matapan[modifica | modifica sorgente]

Cunningham era rimasto senza informazioni sulla squadra italiana dalla fine dell'ultima incursione aerea, anche se era stato informato dagli aviatori che una corazzata classe Littorio era stata probabilmente colpita; l'ammiraglio decise quindi di inviare in avanti gli incrociatori di Pridham-Wippell per prendere contatto con il nemico, facendoli poi seguire da una squadriglia di otto cacciatorpediniere sotto il capitano di corvetta Philip Mack[35]. Tra le 20:15 e le 20:25, Pridham-Wippell individuò il Pola immobile grazie ai radar installati sull'Orion[39] e sull'Ajax, ma si limitò a segnalarne la posizione a Cunningham e procedette oltre[2]: gli aviatori gli avevano comunicato la presenza in zona di due corazzate classe Conte di Cavour (in realtà i due incrociatori leggeri Duca degli Abruzzi e Garibaldi, scambiati per le Cavour a causa della loro sagoma vista dall'alto), e l'ammiraglio britannico ritenne prioritario entrare in contatto con esse[35]; poco dopo anche i cacciatorpediniere di Mack passarono davanti al relitto del Pola, ma parimenti si limitarono a segnalarne la posizione e procedere oltre, in cerca del grosso della formazione italiana. Intorno alle 22:00, gli incrociatori di Pridham-Wippell individuarono sugli schermi radar altre unità in navigazione, ma l'ammiraglio britannico le scambiò per i cacciatorpediniere di Mack e procedette oltre; si trattava in realtà delle unità di Cattaneo, che continuavano a procedere indisturbate verso il Pola[35]. Per non interferire con le operazioni di Mack, Pridham-Wippell impostò una rotta molto a nord, che lo portò lontano dalla squadra italiana; al tempo stesso, a causa di un cambiamento di rotta messo in atto da Iachino, Mack si ritrovò più a sud della formazione italiana, e nessuna delle unità britanniche riuscì così a riprendere il contatto con il grosso del nemico[35].

Il cacciatorpediniere australiano HMAS Stuart, una delle prime unità della Force A ad avvistare gli incrociatori di Cattaneo

Alle 22:20 il radar della Valiant (unica corazzata britannica a disporre di simile apparecchiatura) rilevò il relitto immobile del Pola, che tutti continuavano a ritenere la corazzata classe Littorio rimasta danneggiata nei precedenti raid aerei[40]; Cunningham fece subito brandeggiare tutti i pezzi delle tre navi da battaglia contro l'immobile bersaglio, posto sulla sinistra della squadra britannica. A bordo del Pola, paralizzato e completamente al buio, la confusione era tale che, allo scorgere le indistinte sagome delle navi britanniche, il comandante De Pisa fece lanciare un razzo di segnalazione, convinto che queste fossero le unità italiane inviate in soccorso[40]. Prima che Cunningham desse l'ordine di aprire il fuoco, tuttavia, la sua attenzione fu richiamata dal commodoro Edelsten che, dalla plancia della Warspite, stava scrutando con il binocolo alla destra della squadra britannica, ed aveva scorto la sagoma di due grosse navi che procedevano in direzione opposta; convinto che fossero unità britanniche finite fuori rotta, Edelsten comunicò la scoperta a Cunningham, che stava guardando dall'altra parte: il mistero venne risolto dal capitano di fregata Power, aiutante di campo dell'ammiraglio, che riconobbe subito la sagoma di due incrociatori classe Zara italiani[40]. Le unità avvistate da Edelsten, e quasi subito rilevate anche dal radar della Valiant e dal cacciatorpediniere HMAS Stuart, erano effettivamente gli incrociatori di Cattaneo, che, ignari della vicinanza della squadra britannica, continuavano a procedere tranquillamente verso il Pola, senza tenere i cannoni in posizione di sparo (in quanto le navi italiane non erano munite di cariche a vampa ridotta né erano addestrate al tiro notturno)[40]; Cunningham ordinò subito un'accostata a destra delle sue corazzate e si dispose parallelamente alla squadra italiana, in posizione ottimale per bersagliarle con i suoi grossi calibri.

La corazzata HMS Warspite, ammiraglia della flotta di Cunningham

Alle 22:27 le navi di Cattaneo vennero illuminate dai riflettori del cacciatorpediniere HMS Greyhound, e subito dopo fatte oggetto del fuoco delle corazzate di Cunningham, tutte dotate di cannoni da 381 mm, che sparavano da una distanza compresa tra i 3.500 ed i 2.600 m (praticamente a bruciapelo)[2]: in tre minuti, sullo Zara caddero quattro salve della Warspite, cinque salve della Valiant e quattro della Barham, mentre il Fiume venne centrato da due salve della Warspite ed una della Valiant[41]; le due navi vennero ben presto ridotte a dei relitti in fiamme, senza aver nemmeno tentato di reagire all'attacco. L'attenzione dei britannici si spostò quindi sui quattro cacciatorpediniere italiani che seguivano gli incrociatori: le unità italiane accostarono in fuori nel tentativo di sottrarsi al tiro, ma l'Alfieri venne quasi subito colpito e ridotto a mal partito dalle corazzate britanniche; il Carducci cercò di stendere una cortina fumogena per proteggere le altre unità, ma anch'esso venne ben presto ridotto ad un relitto in fiamme. Solo l'Oriani e il Gioberti riuscirono a sottrarsi dal tiro britannico e ad allontanarsi protetti dall'oscurità, anche se il primo riportò gravi danni[26]. La manovra dei cacciatorpediniere italiani venne scambiata da Cunningham per un tentativo di contrattacco, e l'ammiraglio si affrettò ad allontanare le sue corazzate dal luogo dello scontro, lasciando il compito di finire i relitti della squadra di Cattaneo alle sue siluranti[35]: fu in questa fase che l'Alfieri, ormai condannato, riuscì a mettere in atto un abbozzo di resistenza, sparando alcuni colpi di cannone contro i cacciatorpediniere britannici e lanciando anche tre siluri contro le ormai lontane corazzate[42]. L'Alfieri venne infine finito con un siluro lanciato dal cacciatorpediniere britannico HMAS Stuart, saltando in aria ed affondando con quasi tutto l'equipaggio intorno alle 23:30[43]; il Carducci, invece, venne finito da un siluro lanciato dal cacciatorpediniere HMS Havock intorno alle 23:45, dopo che i superstiti dell'equipaggio avevano abbandonato il relitto in fiamme[44]. Poco prima, intorno alle 23:15, il Fiume, fortemente appoppato, si era capovolto ed era affondato; più lunga fu invece l'agonia dello Zara, il cui relitto venne infine fatto saltare dallo stesso equipaggio intorno alle 2:40 del 29 marzo[45];

L'affondamento del Pola ed i soccorsi[modifica | modifica sorgente]

Formazione navale di incrociatori leggeri italiani fotografata da un incrociatore della classe Zara

Terminato lo scontro Cunningham decise di riunire la sua squadra, piuttosto dispersa, in previsione di un rientro alla base; sebbene l'ordine non fosse diretto a loro, intorno alle 00:30 sia Pridham-Wippell che Mack interruppero l'inseguimento dell'ormai lontano Iachino e diressero verso le unità del comandante britannico; Cunningham fu piuttosto contrariato per questo fatto, e ordinò a Mack di continuare la ricerca della squadra italiana[35]. Dopo due ore di inutile ricerca, Mack ricevette l'ordine da Cunningham di interrompere l'azione e di dirigersi invece a finire il relitto dell'immobile Pola, ignorato dalle unità britanniche dopo lo scontro con gli incrociatori di Cattaneo[46]. L'ammiraglia di Mack, il cacciatorpediniere HMS Jervis, si avvicinò all'immobile incrociatore con l'intenzione di silurarlo, ma visto che dal Pola non giungevano segni di ostilità il comandante britannico diede ordine di affiancare la nave italiana per trarne in salvo l'equipaggio[46]. I britannici riferirono di aver trovato sull'incrociatore una certa confusione tra l'equipaggio, in seguito indicata come mancanza di disciplina; tuttavia, la circostanza aveva una diversa spiegazione[35][47]: quando l'incrociatore era stato colpito, diversi uomini si erano gettati in mare, convinti che la nave stesse per affondare; in seguito molti di questi uomini erano stati recuperati a bordo, ma il contatto con l'acqua gelata aveva iniziato a produrre casi di assideramento, e per scaldarsi molti di essi si tolsero le uniformi bagnate ed ingerirono abbondanti quantità di alcolici. Le immagini di gruppi di marinai seminudi ed in stato di ubriachezza spinsero i britannici a pensare che sull'unità italiana vi fosse stato un crollo della disciplina. Trasferito a bordo l'equipaggio italiano, la Jervis si staccò dall'incrociatore ed intorno alle 3:55 lo finì con un siluro[46].

Le vampate dello scontro erano state scorte anche dalla Vittorio Veneto, distante ormai 40 miglia; Iachino inviò a Cattaneo un messaggio chiedendo se la I Divisione fosse sotto attacco, ma non ottenne risposta[35]. Nelle ore successive e fino alla mattina seguente, le unità britanniche incrociarono nella zona dello scontro per portare soccorso ai numerosi naufraghi italiani, riuscendo a recuperarne circa 900; intorno alle 11:00 del 29 marzo, tuttavia, un ricognitore tedesco avvistò la squadra britannica e Cunningham, per evitare attacchi aerei sulle sue navi, dette ordine di sospendere le operazioni di soccorso e di rientrare alla base[46]. Nell'abbandonare la zona Cunningham inviò un messaggio radio in chiaro diretto al capo di Stato maggiore italiano Riccardi, con le coordinate dei naufraghi ancora in mare, invitandolo a mandare sul posto una nave ospedale; Riccardi rispose ringraziando l'ammiraglio britannico per il gesto cavalleresco e lo informò di aver inviato in zona la nave ospedale Gradisca[48]. Questa, a causa della sua scarsa velocità di 15 nodi, giunse sul posto solo il 31 marzo, trovando il mare arrossato dai giubbotti di salvataggio che tenevano a galla migliaia di marinai italiani ormai cadaveri; 147 marinai e 13 ufficiali superstiti, ancora in vita, furono comunque tratti a bordo della nave ospedale italiana[48].

La nave ospedale Gradisca durante i soccorsi ai naufraghi della battaglia di Capo Matapan.

Dal punto di vista materiale, Cunningham aveva inflitto una dura sconfitta alla squadra italiana: tre incrociatori pesanti e due cacciatorpediniere italiani erano stati affondati, mentre una corazzata ed un cacciatorpediniere erano stati danneggiati. I britannici recuperarono come naufraghi 55 ufficiali e 850 marinai italiani, oltre ai 22 ufficiali e 236 uomini presi a bordo dal Pola[46]; i morti italiani furono in tutto 2.331, così ripartiti: 782 dello Zara, 813 del Fiume, 328 del Pola, 211 dell'Alfieri, 169 del Carducci e 28 di altre unità[2]. Tra i caduti vi era anche l'ammiraglio Cattaneo (sopravvissuto all'affondamento della sua ammiraglia ma in seguito perito in mare), il comandante dello Zara capitano di vascello Luigi Corsi, il comandante del Fiume capitano di vascello Giorgio Giorgis ed il comandante dell'Alfieri capitano di vascello Salvatore Toscano (periti durante l'affondamento delle rispettive unità); il comandante del Pola capitano di vascello Manlio De Pisa venne invece trasbordato incolume nel cacciatorpediniere britannico Jervis e divenne prigioniero, mentre il comandante del Carducci capitano di fregata Alberto Ginocchio sopravvisse all'affondamento della sua unità e venne recuperato dalla nave ospedale Gradisca.

I bollettini di guerra[modifica | modifica sorgente]

I bollettini italiani ed inglesi riportarono la notizia con toni molto diversi, ma comunque i primi ammisero subito le gravi perdite.

Bollettino italiano n. 297 del 1º aprile 1941[modifica | modifica sorgente]

« In una dura battaglia svoltasi nella notte dal 28 al 29 marzo nel Mediterraneo centrale abbiamo perduto tre incrociatori di medio tonnellaggio e due cacciatorpediniere. Molti uomini degli equipaggi sono stati salvati. Sono state inflitte al nemico perdite non ancora completamente precisate, ma certamente gravi. Un grosso incrociatore inglese ha avuto in pieno una bordata dei nostri massimi calibri ed è affondato[49] »

Bollettini britannici[modifica | modifica sorgente]

I britannici diramarono vari bollettini sulla battaglia; il primo fu il n. 564 del 31 marzo 1941, ore 18, che dichiarava immediatamente l'affondamento dei tre incrociatori pesanti italiani, con in aggiunta l'affondamento del Giovanni dalle Bande Nere, e nel contempo

« ... Si conferma che da parte inglese non vi è stato nessun danno al materiale né che un sol uomo è stato ferito; soltanto due aerei non sono rientrati... Al rientro ad Alessandria l'ammiraglio Cunningham ha inviato il seguente messaggio a tutte le unità che hanno preso parte all'operazione: Well done (ben fatto). ...[50] »

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Il dopo Matapan[modifica | modifica sorgente]

Un Ro.43 da ricognizione viene catapultato da un incrociatore; la ricognizione fu uno dei più grandi problemi della marina italiana

Lo scontro di capo Matapan avvenne in un momento in cui la Regia Marina aveva subito il disastro della notte di Taranto, che portò al dimezzamento della flotta da battaglia italiana e al bombardamento di Genova al quale non aveva potuto efficacemente replicare. Le corazzate silurate a Taranto erano ancora in riparazione, e i tedeschi, nel convegno di Merano del 13 febbraio 1941 con i vertici navali italiani avevano comunque preteso una azione incisiva contro la Mediterranean Fleet[29].

Dall'altro lato la Regia Marina sapeva bene di non poter rimpiazzare le eventuali perdite e questo vincolò i comandanti in mare a tattiche spesso rinunciatarie[51] per cui le grandi navi di superficie, che avrebbero dovuto giocare un ruolo di primo piano nella ricerca della supremazia sul mare, vennero utilizzate con sempre maggiore prudenza e timore di ulteriori danni, e all'audacia britannica non si rispose mai adeguatamente, se non attraverso le imprese dei mezzi d'assalto (e quindi di naviglio minore), o con esempi di grande valore limitati però ai singoli comandanti di unità sottili, come i comandanti Giuseppe Cigala Fulgosi e Francesco Mimbelli.

Quando Iachino rientrò in porto, venne convocato al ministero della Marina per relazionare sulla battaglia all'ammiraglio Riccardi, al quale sottopose come tesi difensiva una chiamata di fatto in corresponsabilità dei vertici nella sconfitta, sia perché appunto Supermarina e non il comandante in mare stabiliva la strategia delle operazioni, sia perché le informazioni fornite erano frammentarie, l'appoggio aereo inesistente e le tre corazzate britanniche efficienti smentendo i rapporti informativi a lui consegnati[52].

Taranto, 1º aprile 1941. Lo squarcio provocato dal siluro nello scafo della Vittorio Veneto, visibile dopo l'immissione in bacino della corazzata.

Di conseguenza il successivo rapporto con Mussolini non fu ostile a Iachino, in quanto Mussolini era stato adeguatamente orientato da Riccardi e in ogni caso, era lo stesso Mussolini ad aver osteggiato negli anni precedenti l'acquisizione delle portaerei da parte della Marina[53]; comunque, nel colloquio, Mussolini impose delle limitazioni operative alle future operazioni navali, consistenti nel muoversi da parte della squadra da battaglia "solo in acque interamente coperte dal raggio di volo degli aerei da caccia e quindi a non più di cento miglia dalle coste" e preannunciava la messa in cantiere di navi portaerei[54].

L'esito disastroso dello scontro ebbe come prima conseguenza la completa assenza della Regia Marina nel Mediterraneo orientale quando, un mese dopo la battaglia, gli inglesi furono impegnati via mare ad evacuare in tutta fretta i propri uomini dalla Grecia, operazione che fu contrastata solo dal cielo, anche se con gravi perdite per la Royal Navy. Dopo Matapan i vertici della Regia Marina subirono gli eventi bellici ponendosi come obiettivo principale quello di non subire ulteriori perdite irreparabili. Responsabilità tattiche gravano sia sul conto di Supermarina, che degli ammiragli Iachino e Cattaneo, il quale perse la vita nello scontro.

A Supermarina vanno addebitate le responsabilità di non aver coordinato in modo adeguato la copertura e la ricognizione aerea. Le comunicazioni fornite a Iachino, inoltre, erano imprecise, contraddittorie e giungevano con eccessivo ritardo. Della condotta dell'ammiraglio Iachino resta incomprensibile la decisione di distaccare due incrociatori in ritirata verso le coste pugliesi, anche se la sua maggiore responsabilità è stata quella di aver mandato tutta la prima divisione a soccorso del Pola, pur avendo molti elementi per prevedere un contatto con la flotta avversaria. All'ammiraglio Cattaneo si contesta la scelta di disporre la flotta in modo da far procedere i due incrociatori dinanzi ai quattro cacciatorpediniere, soluzione incomprensibile sotto un profilo tattico, invece che posizionare questi ultimi in posizione avanzata con compiti di perlustrazione.

Resta inspiegabile anche la scelta di viaggiare ad una velocità di 15 nodi, pur potendo navigare ad una andatura di 30 nodi. L'intera operazione, inoltre, era intrinsecamente discutibile: far uscire un'intera squadra per assolvere ad un compito che poteva essere svolto egregiamente da pochi veloci incrociatori leggeri voleva dire far correre rischi inutili alle navi, senza conseguire alcun vantaggio.

Cause di una sconfitta[modifica | modifica sorgente]

Il risultato della battaglia di Matapan fu determinato principalmente dall'evoluzione tecnica condotta dai britannici, contrapposto al livello di arretratezza - anche tattico - in cui versava la Regia Marina. Gli uomini di Cunningham disponevano infatti di molti vantaggi.

Il radar[modifica | modifica sorgente]

Sulla Orion e sull'Ajax erano installati dei radar, che consentirono di localizzare il Pola nonostante le condizioni di navigazione notturna; la loro sperimentazione era iniziata già nel 1938. Il disastro di Matapan è conseguenza anche dell'avversione alle innovazioni tecniche da parte della Regia Marina, da ascriversi principalmente all'ammiraglio Cavagnari, capo di stato maggiore della Marina fin dal 1934[5]. Diversi scienziati italiani, fra cui il professor Ugo Tiberio, docente all'Accademia Navale di Livorno, avevano già realizzato radiolocalizzatori di una certa efficacia, ma lo Stato Maggiore della Marina sostanzialmente si disinteressò a tali ricerche, non valutandone il futuro rivoluzionario impatto sulla tattica navale[55].

Le portaerei e l'appoggio aeronavale[modifica | modifica sorgente]

La possibilità di lanciare attacchi aerei e di coordinare direttamente ricognizioni è stata la causa del declino delle possenti navi corazzate, che difficilmente potevano resistere ad attacchi aerei reiterati e ben condotti. La battaglia di Matapan servì a sottolineare il predominio dell'aereo sulla nave, accelerando la produzione di navi portaerei e convincendo lo stesso Mussolini ad approntare il progetto della prima portaerei italiana, l'Aquila, che però a due anni e mezzo dalla battaglia non era stata ancora approntata. Per contro gli inglesi avevano effettuato sperimentazioni con le portaerei fin dalla prima guerra mondiale, compiendo il primo attacco notturno con il raid di Tondern nel 1918[56].

Enigma ed ULTRA[modifica | modifica sorgente]

Ultra, che consentì a Cunningham di conoscere in anticipo le mosse della flotta italiana, svolse un ruolo importante a Matapan. Dopo la guerra, infatti, si appurò che l'avvistamento di Iachino da parte del Sunderland era in realtà "pilotato": quell'aereo era stato inviato per non destare sospetti negli italiani, dopo che gli inglesi avevano intercettato e decifrato i messaggi trasmessi dagli italiani al X CAT per la predisposizione della copertura aerea[57].

Addestramento al combattimento notturno[modifica | modifica sorgente]

Gli inglesi disponevano di salve con abbaglio ridotto, che ne consentivano l'impiego notturno, già dal 1934; esse erano state ben provate in esercitazioni apposite[58]. Gli incrociatori italiani, invece, non erano mai stati impiegati in cannoneggiamenti notturni e non tentarono nemmeno di rispondere al fuoco nemico (come prescritto dai regolamenti, i cannoni erano brandeggiati per chiglia e non erano pronti al fuoco).

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Royalnavy.mod.uk - Battle of Cape Matapan 1941. URL consultato il 13 febbraio 2011.
  2. ^ a b c d Sgarlato 2005, op. cit., p. 33.
  3. ^ Petacco 1995, op. cit., p. 113.
  4. ^ Secondo lo storico Renzo De Felice, per la Marina italiana questa fu "la più pesante sconfitta di tutta la guerra"; R. De Felice, Mussolini l'alleato, vol. I L'Italia in guerra (1940-1943), Tomo I Dalla guerra «breve» alla guerra lunga, Einaudi, Torino, 1990, p. 618n
  5. ^ a b c d e Petacco 1995, op. cit., pp. 75-77.
  6. ^ a b c d e Rocca, op. cit..
  7. ^ Mattesini, “L’operazione Gaudo e lo scontro notturno di Capo Matapan” (Capitolo IX - “I movimenti delle Divisioni Navali italiane nei giorni 26 e 27 marzo”)
  8. ^ A.U.S.M.M., Comando in Capo Squadra Navale, “Estratto dei segnali trasmessi, ricevuti intercettati”, fondo Scontri navali e operazioni di guerra, b. 27.
  9. ^ - A.U.S.M.M., “Supermarina-Arrivo in cifra”, b. 63.
  10. ^ HMS Juno (F 46) - J-class Destroyer - including Convoy Escort Movements. URL consultato il 5 marzo 2011.
  11. ^ HMS Hereward (H 93) - H-class Destroyer. URL consultato il 5 marzo 2011.
  12. ^ Prese parte alla prima fase della battaglia, ma nel pomeriggio del 28 marzo rientrò ad Alessandria per problemi ai motori, non partecipando così alla seconda fase. Vedi naval-history.net - HMAS Vendetta.
  13. ^ Petacco 1995, op. cit., p. 85.
  14. ^ history.net - Battle of cape Matapan (2).
  15. ^ a b Petacco 1995, op. cit., p. 87.
  16. ^ Sgarlato 2005, op. cit., p. 28.
  17. ^ a b c d e f g Regiamarina.net - Lo scontro di Gaudo. URL consultato il 15 febbraio 2011.
  18. ^ a b c Petacco 1995, op. cit., pp. 90-91.
  19. ^ Citato in Petacco 1995, op. cit., pp. 93-94.
  20. ^ Il Giappone, benché alleato di Germania ed Italia nel Patto Tripartito, era in quel momento ancora neutrale.
  21. ^ Petacco 1995, op. cit., p. 94.
  22. ^ Petacco 1995, op. cit., p. 95.
  23. ^ a b Battle of Cape Matapan 1941 - sul sito della Royal Navy. URL consultato il 15 febbraio 2011..
  24. ^ a b c Sgarlato 2005, op. cit., p. 29.
  25. ^ a b Petacco 1995, op. cit., pp. 95-97.
  26. ^ a b c d e f g h i j k l m n o Regiamarinaitaliana.it - La disfatta di Matapan. URL consultato il 15 febbraio 2011.
  27. ^ a b c Petacco 1995, op. cit., p. 98.
  28. ^ Sgarlato 2005, op. cit., p. 30.
  29. ^ a b Petacco 1995, op. cit., p. 99.
  30. ^ a b c d e Regiamarina.net - L'inseguimento. URL consultato il 16 febbraio 2011.
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Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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  • Nico Sgarlato, La guerra nel Mediterraneo, War Set - documenti illustrati della storia, febbraio - marzo 2005, ISSN 1722-876X.
  • Luis de la Sierra, La guerra navale nel Mediterraneo: 1940-1943, Milano, Mursia, 1998, ISBN 88-425-2377-1.
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