Littorio (nave da battaglia)

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Littorio
(Italia dal 30 luglio 1943)
Nave da battaglia Littorio
Nave da battaglia Littorio
Descrizione generale
Flag of Italy (1861-1946) crowned.svg
Tipo nave da battaglia
Classe Littorio
Proprietà Flag of Italy (1861-1946) crowned.svg Regia Marina
Cantiere Ansaldo di Genova
Impostata 18 settembre 1934
Varata 9 giugno 1937
Completata 6 maggio 1940
Destino finale demolita a seguito delle condizioni imposte all'Italia dal trattato di pace
Caratteristiche generali
Dislocamento 43 835t
a pieno carico 45 963
Lunghezza 237,8 m m
Larghezza 32,9 m m
Pescaggio 9,6-10,5 m m
Propulsione 8 caldaie tipo Yarrow/Regia Marina
4 turbine tipo Belluzzo/Parsons
4 eliche
Potenza: 140 000 hp
Velocità 30 nodi
Autonomia 3 920 mn a 20 nodi (7 300 km a 37 km/h)
Equipaggio 120 ufficiali, 1 800 sottufficiali e comuni
Armamento
Armamento cannoni
  • 9 cannoni da 381/50 mm
    (in tre installazioni trinate)
  • 12 cannoni da 152/55 mm (in quattro installazioni trinate)
  • 12 cannoni AA da 90/50 mm modello 1939
  • 20 mitragliere AA da 37/54 mm (in 10 installazioni binate)
  • 28 mitragliere AA da 20/65mm (in 14 installazioni binate)
Corazzatura 350 mm (verticale)
207 mm (orizzontale)
350 mm (artiglierie)
260 mm (torre di comando)
Mezzi aerei catapulta con 2-3 aerei (IMAM Ro.43 e Reggiane Re.2000)
Note
Ribattezzata Italia il 30 luglio 1943

[senza fonte]

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La nave da battaglia Littorio, ribattezzata Italia il 30 luglio 1943, fu una nave della Regia Marina appartenente alla classe Littorio e rappresentò il meglio della produzione navale bellica italiana della seconda guerra mondiale.

Attività bellica[modifica | modifica wikitesto]

Entrò in linea, il 6 maggio 1940 non ancora pienamente operativa allo scoppio delle ostilità. Venne inquadrata nella IX Divisione Corazzate della I Squadra quale nave comando divisionale con insegna dell'ammiraglio Bergamini. Nella cosiddetta Notte di Taranto tra l'11 ed il 12 novembre 1940 venne gravemente danneggiata da 3 siluri lanciati da aerosiluranti inglesi Fairey Swordfish ma venne recuperata riprendendo il servizio attivo sei mesi dopo, sorprendendo gli inglesi che ritenevano di averla danneggiata in modo molto più grave.

Durante il 1942 partecipò alla seconda battaglia della Sirte, con al comando l'ammiraglio Angelo Iachino, colpendo con un proiettile da 152 mm l'incrociatore inglese HMS Cleopatra e danneggiando pesantemente i caccia HMS Kingston e Havock con i suoi cannoni di 381 mm. Successivamente, con la gemella Vittorio Veneto, prese parte alla battaglia di mezzo giugno durante la quale venne colpita a prua da un'arma lanciata da un aereo inglese e di striscio da una bomba sganciata da un bombardiere statunitense.

Nella notte tra il 18 e il 19 aprile del 1943 la nave venne leggermente danneggiata da un bombardamento aereo su La Spezia. Nel corso dell'incursione venne affondato il cacciatorpediniere Alpino.

Il successivo bombardamento sulla base di La Spezia del 5 giugno, in cui vennero danneggiate Roma e Vittorio Veneto, ridusse la squadra da battaglia alla sola Littorio. Mente la Vittorio Veneto poté essere riparata in arsenale, rientrando in squadra in poco più di un mese, per la corazzata Roma, colpita nuovamente in un bombardamento nella notte del 24 giugno fu necessario l'entrata in bacino e il trasferimento a Genova, rientrando in squadra solamente il 13 agosto.

Italia[modifica | modifica wikitesto]

Dopo il Gran Consiglio del 25 luglio 1943, che vide l'approvazione dell'Ordine del giorno Grandi, il 30 luglio venne ribattezzata Italia. Fino all'armistizio effettuò complessivamente 46 missioni di guerra, di cui 9 per ricerca del nemico e 3 per protezione del traffico nazionale.

Armistizio[modifica | modifica wikitesto]

Nella giornata dell'8 settembre, la nave si trovava a La Spezia quando nella serata all'equipaggio giunse la notizia dell'armistizio e delle relative clausole che riguardavano la flotta, che prevedevano il trasferimento immediato delle navi italiane in località che sarebbero state designate dal Comandante in Capo alleato, dove sarebbero rimaste in attesa di conoscere il proprio destino e che durante il trasferimento avrebbero innalzato, in segno di resa, pennelli neri sui pennoni e disegnato due cerchi neri sulle tolde.

La Littorio vista da poppa dall'alto (1941)

Alle 3 del mattino del 9 settembre, le navi italiane al comando dell'ammiraglio Bergamini salparono da La Spezia.

La formazione navale navigava senza avere issato i pennelli neri sui pennoni e aver disegnato i dischi neri sulle tolde come prescritto dalle clausole dell'armistizio, ma la corazzata Roma con l'insegna dell'ammiraglio Bergamini aveva innalzato il Gran Pavese.[1]

Nel pomeriggio, al largo dell'isola dell'Asinara la formazione venne sorvolata ad alta quota da ventotto bimotori Dornier Do 217 della Luftwaffe partiti dall'aeroporto di Istres, presso Marsiglia, in tre ondate successive, la prima delle quali si alzò in volo poco dopo le 14,00, con i velivoli che avevano l’istruzione di mirare unicamente alle corazzate.

La flotta fu avvistata dagli aerei dopo poco più di un’ora di volo. Alle 15,30 una prima bomba venne diretta contro l'Eugenio di Savoia, cadendo a circa 50 metri dall'incrociatore senza provocare alcun danno, mentre una seconda bomba cadde vicinissima alla poppa dell'Italia immobilizzandone temporaneamente il timone, per cui la nave venne governata con i timoni ausiliari. Le bombe erano del tipo a razzo teleguidate Ruhrstahl SD 1400,, conosciute dagli alleati con il nome di Fritz X. Successivamente toccò alla Roma; gli aerei, una prima volta fallirono il tiro, ma alle 15,45 la corazzata venne centrata una prima volta da un colpo che apparentemente non produsse gravi effetti. Il secondo colpo alle 15,50 centrò la nave verso prua, questa volta con conseguenze devastanti. Lo scafo si spaccò dopo pochi minuti. La torre corazzata di comando fu investita da una tale vampata, che venne addirittura deformata e piegata dal calore, abbattendosi in avanti e scomparendo, proiettata in alto a pezzi, in mezzo a due enormi colonne di fumo: l'ammiraglio Bergamini e il suo stato maggiore, il comandante della nave Adone Del Cima e buona parte dell'equipaggio vennero uccisi pressoché all'istante. La nave, alle 16,11, girandosi su un fianco, si capovolse e affondò spezzandosi in pochi minuti in due tronconi. Successivamente l'Italia venne nuovamente attaccata e questa volta colpita da una bomba, ma essendo la carica di scoppio assai ridotta, la nave da battaglia, nonostante avesse imbarcato circa ottocento tonnellate di acqua continuò, seppure appesantita, a navigare in formazione. i cacciatorpediniere Mitragliere e Carabiniere invertirono immediatamente la rotta per recuperare i superstiti della Roma, seguiti dall'incrociatore Regolo e dal cacciatorpediniere Fuciliere. A queste unità si aggiunsero le torpediniere Pegaso, Orsa e Impetuoso. I naufraghi della Roma, recuperati dalle unità navali inviate in loro soccorso furono seicentoventidue, di cui cinquecentotre recuperati dai tre cacciatorpediniere, diciassette dall’Attilio Regolo e centodue dalle tre torpediniere. Le navi trasportarono i naufraghi, molti dei quali gravemente feriti, alle Baleari.

A prendere il comando della flotta diretta a Malta, dopo l'affondamento dalla Roma, fu l'ammiraglio Oliva, il più anziano tra gli ammiragli della formazione e comandante della VII Divisione con insegna sull'Eugenio di Savoia, che adempì ad una delle clausole armistiziali, quello di innalzare il pennello nero del lutto sui pennoni ed i dischi neri disegnati sulle tolde.[2] mentre le sette navi si erano fermate a recuperare i morti e i feriti dell'ammiraglia, il resto della squadra proseguì la navigazione dirigendo verso Malta, destinazione scelta dagli alleati, dove la formazione si sarebbe ricongiunta con il gruppo proveniente da Taranto guidato dall'ammiraglio Da Zara e costituito dalle Duilio, dagli incrociatori Cadorna e Pompeo Magno e dal cacciatorpediniere Da Recco. A Malta le unità vennero raggiunte qualche giorno dopo dalla corazzata Giulio Cesare, proveniente dal Cantiere navale di Pola, che giunse il 13 settembre insieme alla nave appoggio idrovolanti Giuseppe Miraglia sotto la scorta di un idrovolante antisommergibile CANT Z.506,[3] e nei giorni successivi dalle altre unità, quali torpediniere, corvette, MAS, motosiluranti e altre unità minori. Il comando di tutte le unità italiane presenti a Malta venne affidato all’ammiraglio Da Zara, quale ammiraglio più anziano.

In un primo momento gli Alleati, su richiesta di Churchill avevano pensato di utilizzarla insieme alla Vittorio Veneto nella guerra nel Pacifico, ma motivazioni di ordine tecnico (le navi erano concepite per l'impiego nel Mediterraneo) e politico fecero tramontarne l'idea ed ebbe inizio per le due unità un lungo internamento nei Laghi Amari, in Egitto.

La demolizione[modifica | modifica wikitesto]

Rientrata alla base di Augusta dai Laghi Amari il 9 febbraio 1947, la Littorio secondo le condizioni del trattato di pace, avrebbe dovuto essere consegnata agli Stati Uniti, che però vi rinunciarono, così come fecero gli inglesi rinunciando alla Vittorio Veneto. Evitata la consegna delle unità, ancora moderne, le autorità italiane non riuscirono però ad evitare l'ingiunzione alleata di demolirle, cosa che si tentò di ritardare con ogni mezzo, ma senza successo. Inizialmente, su pressione dell'Unione Sovietica ci si limitò al taglio dei cannoni dell'armamento principale. Alla fine, dopo varie battaglie diplomatiche per poterla mantenere in linea (si era anche ipotizzato di barattare le due navi con le più vecchie Doria), la Littorio venne demolita tra il 1948 ed il 1955 insieme alla Vittorio Veneto.

Immagini[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Gianni Rocca - Fucilate gli ammiragli, pag. 305
  2. ^ Gianni Rocca - Fucilate gli ammiragli, pag. 309
  3. ^ Vita e morte del soldato italiano nella guerra senza fortuna - La marina italiana di fronte all'armistizio, Vol. XV, pag. 51-66

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