Giuseppe Garibaldi (incrociatore 1936)

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Giuseppe Garibaldi
La nave nel 1938
La nave nel 1938
Descrizione generale
Flag of Italy (1861-1946) crowned.svg Naval Ensign of Italy.svg
Tipo Incrociatore leggero
Classe Condottieri tipo Duca degli Abruzzi
In servizio con Flag of Italy (1861-1946) crowned.svg Regia Marina fino al 1946
Naval Ensign of Italy.svg Marina Militare dal 1946
Costruttori Cantieri Riuniti dell'Adriatico
Cantiere San Marco - Trieste
Impostata 28 dicembre 1933
Varata 22 aprile 1936
Madrina Gina Federzoni
Completata 1º dicembre 1937
Entrata in servizio 1938
Ristrutturata Riconvertito tra il 1957 e il 1961 in incrociatore lanciamissili
Caratteristiche generali
Dislocamento 9.387 t
Stazza lorda 11.262 tsl
Lunghezza fuori tutto 187 m
perpendicolari 171,8 m
Larghezza 18,9 m
Pescaggio 6,8 m
Propulsione vapore:
Velocità 35 nodi  (64,82 km/h)
Autonomia 4.125 miglia a 13 nodi
Equipaggio 640 (29 ufficiali e 611 tra sottufficiali e marinai)
Equipaggiamento
Sensori di bordo 1 radar parabolico (installato dopo la guerra)
Armamento
Artiglieria
  • 10 × 152/55 mm Ansaldo Mod. 1934
    (2 installazioni binate + 2 trinate)
  • 8 × 100/47 mm (4 torri binate, aumentati a 10 nel dopoguerra)
  • 8 × 37/54 mm (aumentate a 12 nel dopoguerra)
  • 12 × 13,2/75,7 mm Breda 1931 (sostituite durante la guerra con altrettante da 20 mm, rimosse nel dopoguerra)
  • 4 mitragliere da 20/65 mm (dopoguerra)
  • 4 mitragliere da 20/70 mm (dopoguerra)
Siluri 6 tubi lanciasiluri da 533 mm (rimossi nel 1945)
Altro 2 lanciabombe di profondità
Corazzatura Verticale: 100 mm + 30 mm
Orizzontale: 40mm
Artiglierie: 135 mm
Torrione: 140 mm
Mezzi aerei
Note
Motto Obbedisco

Incrociatore leggero Giuseppe Garibaldi

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Il Giuseppe Garibaldi è stato un incrociatore della Regia Marina italiana e successivamente della Marina Militare diventando dopo radicali lavori di trasformazione la prima unità navale missilistica italiana.

Alla sua entrata in servizio il "Garibaldi" era classificato incrociatore leggero, in quanto secondo il Trattato navale di Londra del 1930, erano classificati tali gli incrociatori con cannoni da 6.1 pollici (155mm) o più piccoli, mentre quelli con cannoni fino a 8 pollici (203mm) erano definiti incrociatori pesanti. Oggi, al mondo, due incrociatori leggeri sono preservati come navi museo: l'americano USS Little Rock della classe Cleveland e l'inglese HMS Belfast della classe Town, ancorati rispettivamente a Buffalo e Londra. Un'altra unità britannica, quasi centenaria, l'incrociatore HMS Caroline della classe C della riserva della Royal Navy è ancorato a Belfast, dove svolge il ruolo di piattaforma addestrativa galleggiante e nel 2011 dovrebbe essere radiato e trainato a Portsmouth, destinato a nave museo. L'ultimo incrociatore leggero ancora in servizio attivo è il peruviano Almirante Grau, un ex unità olandese della classe De Zeven Provinciën, che ricopre ancora oggi il ruolo di ammiraglia della flotta peruviana e che, dopo aver avuto vari ammodernamenti, alla fine del 2011 dovrebbe essere posto in disarmo, dopo aver servito per ben oltre mezzo secolo in due marine militari.

Caratteristiche[modifica | modifica sorgente]

La costruzione dell'unità avvenne nel Cantiere navale San Marco di Trieste ed ebbe iniziò il 28 dicembre 1933. La nave, varata il 22 aprile 1936 è stata consegnata alla Regia Marina il 1º dicembre 1937. Madrina del varo la Signora Gina Federzoni, moglie dell'allora Presidente del Senato Luigi Federzoni.

Il varo della nave

La bandiera di combattimento venne consegnata il 13 giugno 1938 dalla città di Palermo e dalla Federazione Nazionale Volontari Garibaldini, dopo che il 5 maggio la nave aveva preso parte nel golfo di Napoli alla parata navale in onore del Cancelliere tedesco Hitler in occasione della visita in Italia.

L'unità faceva parte della classe Duca degli Abruzzi, ultima evoluzione degli incrociatori leggeri della classe Condottieri. Le navi del tipo "Duca degli Abruzzi" presentavano un perfetto equilibrio fra protezione, velocità, tenuta di mare e armamento, grazie all’esperienza acquisita dalla realizzazione delle precedenti classi e i miglioramenti introdotti richiesero un aumento del dislocamento, che per queste unità superò le 9.000 tonnellate, con un incremento di dimensioni, che portarono la lunghezza dello scafo fuori tutto a 187 metri, risultando quindi tra le più lunghe unità della Regia Marina, precedute soltanto dalle Littorio, dai Trento e dal Bolzano.

Particolare cura era stata posta nello studio della corazzatura. La protezione verticale era costituita da tre paratie, di cui la prima di 30 mm di acciaio al nichelcromo, la seconda di 100 mm di acciaio cementato che poggiava su un cuscino di legno con funzione ammortizzante ed una terza paratia di 12 mm con funzione di paraschegge. La protezione orizzontale era costituita da una paratia dello spessore di 40 mm nel ponte di batteria e di spessore variabile tra i 20 e 90 mm nel ponte di coperta, mentre corazze curve dello spessore di 100 mm proteggevano i pozzi delle torri principali. La sovrastruttura presentava i due fumaioli ravvicinati e due catapulte, una per lato, che permettevano di imbarcare fino a quattro idrovolanti da ricognizione marittima IMAM Ro.43 biplani biposto a galleggiante centrale capaci di raggiungere circa i 300 km/h e con circa 1 000 km di autonomia,[1] che avevano le ali ripiegabili all'indietro in modo da permetterne il ricovero sulle navi.

L'aumento delle dimensioni e del dislocamento richiese un aumento della potenza dell'apparato motore che era a vapore con due turbine tipo Belluzzo/Parsons alimentate dal vapore di otto caldaie a tubi d'acqua del tipo Yarrow/Regia Marina, con due caldaie in più rispetto alle precedenti realizzazioni della Classe Condottieri. In queste caldaie, alimentate a nafta, l'acqua fluiva attraverso tubi riscaldati esternamente dai gas di combustione. Questa configurazione sfruttava il calore sprigionato dai bruciatori, quello delle pareti della caldaia e quello dei gas di scarico. Nel XX secolo questo tipo di caldaia diventò il modello standard per tutte le caldaie di grosse dimensioni, grazie anche all'impiego di acciai speciali in grado di sopportare temperature elevate e allo sviluppo di moderne tecniche di saldatura. L'apparato motore forniva una potenza massima di 100 000 CV e consentiva alla nave di raggiungere la velocità massima di 35 nodi, con un'autonomia che ad una velocità media di 13 nodi era di 4.125 miglia, mentre alla velocità di 31 nodi era di 1 .900 miglia. I serbatoi avevano una dotazione massima di combustibile di 1.725 tonnellate.

L'armamento principale[2] era costituito da cannoni da 152/55 A-1932 a culla singola e a caricamento semi-automatico[3] installati in quattro torri, di cui una trinata ed una binata nella sovrastruttura di prua ed una torretta trinata ed una binata a poppavia del secondo fumaiolo, per un totale di dieci cannoni.

L'armamento antiaereo principale era costituito da 8 cannoni da 100/47mm OTO[4] in quattro complessi scudati, utili anche in compiti antinave, ma che con l'aumento della velocità dei velivoli e con le nuove forme di attacco in picchiata si mostrarono insufficienti alla difesa aerea e rivelarono una certa utilità solo nel tiro di sbarramento, tanto che per ovviare a tali inconvenienti venne approntato il complesso singolo modello 90/50 mm A-1938[5] con affusto stabilizzato che trovò impiego sulle Duilio e sulle Littorio ma non sulle Cavour.

L'armamento antiaereo secondario era costituito da 12 mitragliere Hotchiss da 13,2/76 mm[6] e 8 mitragliere pesanti Breda 37/54 mm[7] montate in 4 impianti binati che si rivelarono particolarmente utili contro gli aerosiluranti e in generale contro i bersagli a bassa quota.

Durante la guerra le mitragliere da 13,2mm furono sostituite con mitragliere da 20/65 mm,[8] che si rivelarono ottime armi, di facile uso e manutenzione, che disponevano di una notevole varietà di munizioni (traccianti, traccianti-esplodenti, ultrasensibili, dirompenti) e che furono praticamente usate su tutte le navi della Regia Marina.

L'armamento silurante era di 6 tubi lanciasiluri in 2 complessi tripli, che nel 1945 vennero rimossi e che trovavano posto in coperta circa a metà distanza fra i due fumaioli. Completavano l'armamento antisommergibile 2 lanciabombe di profondità.

Attività bellica[modifica | modifica sorgente]

La prima operazione bellica cui partecipò l'unità fu nell'aprile 1939 l'occupazione dell'Albania. Nell'occasione la Regia Marina schierò davanti alle coste albanesi una squadra navale al comando dell'ammiraglio Arturo Riccardi, composta, oltre che dal Garibaldi, dagli incrociatori leggeri Abruzzi e Bande Nere, dalle due Cavour, dai quattro incrociatori pesanti Zara, 13 cacciatorpediniere, 14 torpediniere e varie motonavi su cui erano imbarcati in totale circa 11.300 uomini, 130 carri armati e materiali di vario genere.[9] Nonostante l'imponente spiegamento di forze, l'azione delle navi italiane, nei confronti dei timidi tentativi di reazione da parte albanese, si limitò soltanto ad alcune salve sparate a Durazzo e a Santi Quaranta. Le forze italiane incontrarono scarsissima resistenza e in breve tempo tutto il territorio albanese fu sotto il controllo italiano, con re Zog costretto all'esilio.

Il Garibaldi trovò poi ampio impiego durante la seconda guerra mondiale, inquadrato nella VIII Divisione Incrociatori nell'ambito della I Squadra di base a Taranto.

1940[modifica | modifica sorgente]

Il 9 luglio 1940 prese parte alla battaglia di Punta Stilo,[10] nel corso della quale colpì l'incrociatore HMS Neptune della Royal Navy, danneggiandone sia la catapulta che il ricognitore Swordfish imbarcato sull'unità britannica, quest'ultimo in modo irreparabile. Al comando dell'VIII Divisione Incrociatori c'era l'ammiraglio di divisione Antonio Legnani con insegna sul gemello Duca degli Abruzzi, mentre l'unità inglese faceva parte della classe Leander ed era inquadrata nella VII Divisione Incrociatori nell'ambito della Forza A comandata dall'ammiraglio di squadra John Towey. Alle 15:20 l'VIII Divisione incrociatori leggeri aprì il fuoco contro il nemico dalla notevole distanza di 20.000 metri con le artiglierie da 152 mm, seguita alle 15:26 dalle navi della IV Divisione comandata dall'ammiraglio Marenco di Moriondo e formata dagli incrociatori Alberico da Barbiano e Alberto di Giussano. Alle 15:31 il contatto cessò per l'intervento delle navi da battaglia.[11]

Due viste del Garibaldi

Il Garibaldi tra il 29 agosto e il 5 settembre 1940 prese parte ad un'azione di contrasto all'Operazione inglese Hats,[12] con gran parte delle unità della I Squadra insieme ad altre unità partite da Messina e da Brindisi. L'azione vedeva per la prima volta l'impiego delle due nuovissime navi da battaglia della classe Littorio, Vittorio Veneto e Littorio. La Squadra Navale italiana poteva contare nell'occasione 4 navi da battaglia, 10 incrociatori e 31 cacciatorpediniere, ma il nemico non venne rintracciato anche a causa di una violenta burrasca che costrinse al rientro le navi italiane non potendo i cacciatorpediniere reggere il mare.

Il successivo 29 settembre il Garibaldi partecipò all'attacco al convoglio inglese MB 5 diretto a Malta. Le forze inglesi vennero attaccate dagli aerosiluranti italiani, ma anche questa volta l'attacco delle forze navali di superficie non si materializzò e gli inglesi portarono a termine la missione poiché le unità della Regia Marina non riuscirono a stabilire il contatto.

Il Garibaldi era poi presente, ormeggiato nel Mar Piccolo, nella notte di Taranto dell'11-12 novembre 1940, dalla quale uscì indenne e nel corso della quale furono gravemente danneggiate le navi da battaglia Cavour, Duilio e Littorio. nella stessa sera dell'11 novembre, intorno alle 18, alcuni incrociatori e cacciatorpediniere inglesi si distaccarono dalla flotta principale che stava dirigendosi verso il golfo di Taranto per l'operazione Judgement e si diressero verso il Canale d'Otranto per intercettare il traffico verso l’Albania. Lo squadrone inglese era costituito dagli incrociatori leggeri Orion, Ajax, Sydney con la scorta dei cacciatorpediniere della classe Tribal Nubian e Mohawk. Le navi britanniche, dopo aver attraversato il canale ed essere entrate in Adriatico, intercettarono un convoglio diretto a Valona, costituito dai piroscafi Antonio Locatelli, Premuda, Capo Vado e Catalani, scortati dalla vecchia torpediniera Fabrizi, al comando del Tenente di Vascello Giovanni Barbini, e dall’incrociatore ausiliario RAMB III al comando del Capitano di Fregata Francesco De Angelis. Gli inglesi dopo aver localizzato il convoglio italiano affondarono tutti i piroscafi nonostante l’eroica difesa offerta della torpediniera Fabrizi, gravemente danneggiata, mentre l'incrociatore RAMB III, dopo un iniziale scambio d’artiglieria, si dileguò lasciando i piroscafi alla loro sorte, riuscendo a rompere il contatto salvandosi nel porto di Brindisi.[13] Nello scontro 36 marinai italiani persero la vita, e 42 vennero feriti. Il Tenente di Vascello Barbini, pur ferito riuscì a riportare nel porto la sua unità guadagnandosi per il suo eroismo la Medaglia d'oro al valor militare.[14] I velivoli inviati dalla Regia Aeronautica non riuscirono a localizzare la flotta nemica ed i pochi CANT inviati in missione di ricognizione vennero falcidiati dalle forze nemiche. La Regia Marina inviò delle motosiluranti da Valona, gli incrociatori Attendolo ed Eugenio di Savoia della VII Divisione con i cacciatorpediniere della XV Squadriglia da Brindisi, e gli incrociatori Duca degli Abruzzi e Garibaldi con i cacciatorpediniere della VII e VIII Squadriglia da Taranto, ma le navi italiane non riuscirono a stabilire il contatto. Nella giornata del 12 novembre 140 marinai vennero salvati dalle torpediniere Curtatone e Solferino.

1941[modifica | modifica sorgente]

Nel 1941, dopo il trasferimento nella base di Brindisi, avvenuto il 1º marzo, al comando del capitano di vascello Stanislao Caraciotti prese parte alla battaglia di Capo Matapan.[15][16][17] nel corso della quale le forze italiane comandate dall'ammiraglio Angelo Iachino persero 3 incrociatori pesanti della classe Zara e 2 cacciatorpediniere della classe Poeti. Le unità andate perdute facevano parte della I Divisione Incrociatori comandata dall'ammiraglio Cattaneo e furono gli incrociatori Zara Fiume e Pola e i cacciatorpediniere Alfieri e Carducci della IX Squadriglia, che ne costituivano la scorta.

L'idroricognitore imbarcato IMAM Ro.43 con il nome della nave leggibile sull'aereo

Il Garibaldi partecipò alla battaglia insieme al gemello "Duca degli Abruzzi" scortato da due cacciatorpediniere della classe Navigatori della XVI Squadriglia, il Da Recco e il Pessagno. La partecipazione fu tuttavia solo nominale, poiché nelle prime fasi dell'operazione il "Pessagno" lamentò un'avaria ad una caldaia che ne limitava di molto la velocità. Questa avaria costrinse tutta l'VIII Divisione Incrociatori ad allontanarsi dal teatro operativo facendo rotta di rientro.

Il successivo 8 maggio partecipò ad un'azione di contrasto all'operazione inglese Tiger, con cui gli inglesi, con un convoglio diretto ad Alessandria d'Egitto da Gibilterra, si proponevano di rifornire di carri armati, aerei e carburante la loro armata del Nilo con base Alessandria d'Egitto. I britannici evitarono lo scontro navale con la flotta italiana che era uscita per intercettare il convoglio senza però riuscire a stabilire il contatto e riuscirono così a portare al termine con successo la missione di rifornimento alle proprie truppe in Egitto.

Il successivo 28 luglio il "Garibaldi" sopravvisse a due siluri lanciati dal sommergibile britannico Upholder[18] dal quale venne colpito al largo delle coste siciliane nei pressi dell'isola di Marettimo. I danni subiti non furono gravi, nonostante le 700 tonnellate d'acqua imbarcate. Il Garibaldi riuscì a raggiungere Palermo ed essere poi trasferito a Napoli per le riparazioni che richiesero 4 mesi di lavoro ed il successivo 20 novembre si trovò a partecipare ad una missione di scorta.[19] Da Napoli erano salpati, diretti a Bengasi, due convogli composti in totale da 5 piroscafi e una petroliera, con la scorta della III e VIII Divisione e 12 cacciatorpediniere, mentre altri 2 cacciatorpediniere e 2 torpediniere formavano la scorta diretta. Il 21 novembre un ricognitore inglese avvistata la formazione italiana andò a dirigere su di essa alcuni sommergibili ed il sommergibile Utmost colpì con un siluro il Trieste, che gravemente danneggiato riuscì a raggiungere il giorno dopo Messina così come anche il "Duca degli Abruzzi" che era stato silurato ed aveva subito danni non gravi da un attacco notturno aerosilurante inglese. Il convoglio viene fatto rientrare a Taranto.

Successivamente il 1º dicembre il "Garibaldi" durante una missione di scorta a causa di una gravissima avaria alle macchine dovette essere trainato fino a Taranto, mentre la Forza K affondò la motonave Adriatico, la petroliera Mantovani e il cacciatorpediniere Da Mosto che faceva parte della scorta.

1942[modifica | modifica sorgente]

Nel 1942, dal 3 al 5 gennaio partecipò all'operazione M43 che aveva la finalità di far giungere contemporaneamente in Libia tre convogli, sotto la protezione diretta ed indiretta della maggior parte delle forze navali, in quella che fu l'ultima missione operativa del Giulio Cesare. Nel mese di marzo partecipò insieme all'Eugenio di Savoia all'Operazione V5 di protezione a convogli per Tripoli. Tra il 2 e il 3 maggio il trasferimento alla base di Messina, cui seguì il rientro alla base di Taranto, avventuto tra il 27 e il 28 maggio a causa del bombardamento del porto di Messina e dalla base di Taranto mosse per prendere parte alla battaglia di mezzo giugno[20]
Le unità della VIII Divisione Incrociatori, composta per l'occasione dal Garibaldi e dal Duca d'Aosta, nave insegna dell'Ammiraglio de Courten, erano partite da Taranto con la Iª Squadra comandata dall'Ammiraglio Angelo Iachino. A bordo del Garibaldi e della corazzata Littorio erano presenti gruppi di intercettazione delle comunicazioni avversarie ed a bordo dell'incrociatore pesante Gorizia era presente personale tedesco per mantenere i contatti radio con la Luftwaffe. A precedere la formazione italiana c'era il cacciatorpediniere Legionario, che era stato dotato di un radar Modello Fu.Mo 21/39 De.Te. di costruzione tedesca.[21]

Il successivo 2 agosto Il "Garibaldi", con il "Duca degli Abruzzi", il "Duca d'Aosta" ed i cacciatorpediniere Alpino, Bersagliere, Corazziere e Mitragliere venne dislocato a Navarino in Grecia per la protezione del traffico nel Mediterraneo Orientale da eventuali attacchi da parte di unità di superficie britanniche che potevano usufruire del porto di Haifa. tra il 9 e l'11 novembre il trasferimento prima alla base di Augusta e poi a Messina.

1943[modifica | modifica sorgente]

Il 31 gennaio 1943 mentre si trovava a Messina la nave venne colpita da schegge di bomba che causarono delle vittime a bordo, e tra il 3 e il 5 maggio la nave venne trasferita a Genova. All'inizio di agosto, l'ammiraglio Fioravanzo, che il precedente 14 marzo aveva assunto il comando dell'VIII Divisione navale, ebbe il compito di bombardare Palermo, da qualche giorno in mano alle truppe alleate.

Il Garibaldi in navigazione di guerra nell'agosto 1943

La missione iniziò la sera del 6 agosto 1943 quando l'ammiraglio, con la divisione formata dal "Garibaldi" e dal Duca d'Aosta, lasciò Genova per La Maddalena. La sera del giorno successivo la Divisione lasciò La Maddalena con obiettivo le navi alleate alla fonda dinanzi a Palermo. Il "Garibaldi" aveva però difficoltà con l'apparato motore per cui non poteva sviluppare più di 28 nodi di velocità ed inoltre nessuno dei due incrociatori aveva a disposizione il radar. Dopo l'avvistamento, da parte della ricognizione aerea, di navi sconosciute in rotta verso la divisione, Fioravanzo, ritenendo che avrebbe dovuto scontrarsi con una forza navale avversaria in condizioni di netta inferiorità per non correre il rischio di perdere i due incrociatori, ma soprattutto la vita dei 1.500 uomini degli equipaggi, senza poter arrecare danni significativi all'avversario, rinunciò al compimento della missione rientrando a La Spezia alle 18.52 dell'8 agosto. Alle 17.00 del 9 agosto i due incrociatori lasciarono La Spezia diretti a Genova, scortati dai cacciatorpediniere Mitragliere, Carabiniere e Gioberti, al cui comando era, alla sua prima uscita in mare in tempo di guerra, il Capitano di Fregata Carlo Zampari e che nel corso di quella navigazione sarebbe stato l'ultimo cacciatorpediniere della Regia Marina ad essere affondato nel conflitto. La formazione, mentre procedeva nella navigazione con il Mitragliere in testa, i due incrociatori in linea di fila e Carabiniere e Gioberti, rispettivamente, a sinistra e a dritta degli incrociatori, a sud di Punta Mesco, tra Monterosso e Levanto, subì un agguato dal sommergibile inglese Simoon che lanciò sei siluri contro le unità italiane, due dei quali colpirono a poppa il Gioberti che, spezzato in due, affondò in breve tempo.[22]

Il Carabiniere rispose lanciando bombe di profondità che danneggiarono i tubi di lancio poppieri del battello inglese, dopodiché la formazione proseguì verso Genova, dove giunse in serata. Molti dei naufraghi del Gioberti furono recuperati da una squadriglia di MAS e da altri mezzi di soccorso usciti da La Spezia appena ricevuta la notizia della perdita dell'unità.

Armistizio e cobelligeranza[modifica | modifica sorgente]

Alla proclamazione dell'armistizio dell'8 settembre la nave si trovava a Genova, da dove partì insieme a Duca d'Aosta e Duca degli Abruzzi e alla torpediniera Libra per ricongiungersi al gruppo navale proveniente da La Spezia guidato dall'Ammiraglio Bergamini, per poi consegnarsi agli alleati a Malta assieme alle altre unità navali italiane provenienti da Taranto. Il gruppo, dopo essersi riunito con le unità provenienti da La Spezia, per ottenere una omogeneità nelle caratteristiche degli incrociatori, il Duca d'Aosta passò dalla VIII alla VII Divisione, formata da Attilio Regolo, Montecuccoli ed Eugenio di Savoia, nave insegna dell'ammiraglio Oliva, sostituendo l’Attilio Regolo che entrò a far parte della VIII Divisione. Durante il trasferimento, la corazzata Roma, nave ammiraglia dell'Ammiraglio Bergamini, affondò tragicamente nel pomeriggio del 9 settembre al largo dell'Asinara centrata da una bomba Fritz X sganciata da un Dornier Do 217 della tedesca Luftwaffe. A prendere il comando della flotta diretta a Malta, dopo l'affondamento dalla Roma, fu l'ammiraglio Oliva, che adempì ad una delle clausole armistiziali, quello di innalzare il pennello nero del lutto sui pennoni ed i dischi neri disegnati sulle tolde,[23] mentre l'ammiraglio Bergamini, che avvertito telefonicamente da De Courten dell'armistizio ormai imminente, e delle relative clausole che riguardavano la flotta, era andato su tutte le furie[24] per poi formalmente accettare con riluttanza gli ordini, aveva lasciato gli ormeggi innalzando però il gran pavese e non adempiendo così a tale clausola. Il gruppo giunse a Malta l'11 settembre ricongiungendosi alle unità provenienti da Taranto al comando dell'ammiraglio Da Zara.

Tra il 4 e il 5 ottobre il trasferimento a Taranto insieme a gran parte delle navi italiane che si erano consegnate agli alleati.

Durante la cobelligeranza venne schierato nel Mediterraneo e in Atlantico centrale, dove prese parte, insieme al "Duca degli Abruzzi" e al "Duca d'Aosta", ad azioni di pattugliamento contro le navi corsare tedesche. Tra il 7 e l'8 maggio 1944 il Garibaldi raggiunse Freetown da dove riparti il 23 marzo dell'anno successivo per fare rientro a Taranto il 3 aprile 1945 con una sosta a Gibilterra dove venne imbarcato un radar inglese da installare in arsenale. Durante il periodo della cobelligeranza la nave venne ritinteggiata secondo le norme in uso tra gli alleati con lo scafo grigio scuro e le sovrastrutture grigio celestino

Nel corso del conflitto il "Garibaldi" prese parte a 51 missioni, per un totale di 24.047 miglia.

Dopoguerra[modifica | modifica sorgente]

Insieme al gemello Duca degli Abruzzi, al Cadorna e al Montecuccoli, costituì la dotazione degli incrociatori concessi alla Marina Militare Italiana dalle clausole del trattato di pace, con il Cadorna messo però quasi subito in disarmo e il Montecuccoli trasformato in nave scuola per gli allievi dell'Accademia Navale di Livorno.

Il Garibaldi venne sottoposto a dei lavori di ammodernamento nel corso dei quali vennero effettuate lievi modifiche alla sovrastruttura ed installato sull’albero di trinchetto il radar americano SO 8 e su quello di maestra un radar parabolico SK 42, adottato anche da San Marco, Duca degli Abruzzi e San Giorgio, per posizionare il quale venne anche abbassato l'albero. Vennero anche aggiunti altri due cannoni da 100/47 mm nel 1947; l'armamento secondario dopo i lavori venne così configurato: 10 cannoni da 100/47 mm 12 mitragliere da 37/54mm 4 mitragliere da 20/65 mm e 4 mitragliere da 20/70mm Oerlikon.[25] A bordo dell'unità venne anche eretta una piattaforma per elicotteri su cui un AB 47G nell'estate del 1953 effettuò al largo di Gaeta una serie di prove di appontaggio e decollo.[26] L'esito positivo delle prove indusse la Marina Militare a dotarsi di unità navali polivalenti equipaggiate di elicotteri antisommergibile e dotate delle relative attrezzature quali ponte di volo e hangar del tipo fisso o telescopico. La necessità di questo tipo di unità con elicotteri antisommergibile che consentivano di estenderne il raggio di azione, derivava anche dalla percezione della minaccia sempre più concreta rappresentata dalla flotta subacquea sovietica, i cui battelli avevano iniziato proprio in quegli anni a fare la loro comparsa nel Mediterraneo operando dalla base albanese di Valona. Venne così avviato lo sviluppo di una nuova categoria di unità navale, di cui l'Italia precorse i tempi. Da lì a poco infatti nacquero le fregate classe Bergamini, le prime unità portaelicotteri al mondo, e gli incrociatori classe Doria, le cui sistemazioni elicotteristiche divennero di fatto uno standard per tutte le costruzioni successive.

Il Garibaldi venne posto in riserva nel 1953 e nel 1954 vennero avviati i lavori di smantellamento tali da ridurre l'unità allo scafo nudo.[27] Successivamente a partire dal 1957 l'unità venne avviata ai lavori di ricostruzione/trasformazione come incrociatore lanciamissili. In questo periodo con il Cadorna già andato in disarmo e con il Montecuccoli che svolgeva attività prevalentemente addestrativa, il Duca degli Abruzzi rimase il solo incrociatore a svolgere attività di squadra, ricoprendo il ruolo di ammiraglia in seguito al disarmo delle Duilio.

Incrociatore lanciamissili[modifica | modifica sorgente]

Giuseppe Garibaldi (C 551)
Incrociatore lanciamissili Garibaldi.jpg
Descrizione generale
Naval Ensign of Italy.svg
Tipo Incrociatore lanciamissili
In servizio con Naval Ensign of Italy.svg Marina Militare
Identificazione 551
Cantiere Arsenale Militare di La Spezia
Impostata Ricostruzione avviata nel 1957
Completata 3 novembre 1961
Entrata in servizio 5 febbraio 1962
Disarmo 1972
Radiata 16 novembre 1976
Destino finale demolito nel 1978
Caratteristiche generali
Dislocamento Normale: 9.195 t
a pieno carico: 11.350t
Lunghezza fuori tutto 187 m
perpendicolari 171,8 m
Larghezza 18,9 m
Pescaggio 6,7 m
Propulsione vapore: Potenza: 85.000 CV
Velocità 30 nodi  (55,56 km/h)
Autonomia 4.500 miglia a 18 nodi
Equipaggio 665 (47 ufficiali e 618 tra sottufficiali e marinai)
Equipaggiamento
Sensori di bordo radar:
  • 1 AN/SPS-6 (aeronavale)
  • 1 SET-6B (superficie)
  • 1 SMA CFL3-C25 (navigazione)
  • 5 direzioni del tiro
    (4 associate ai cannoni da 76/62mm, 1 ai cannoni da 135/45mm)
  • 1 Frescan AN/SPS-39 (sorveglianza aerea 3D)
  • 1 Selenia Argos 5000 (scoperta aerea 2D)
  • 2 AN/SPG-55 (illuminazione e guida, asserviti al sistema Terrier)
Armamento
Artiglieria
Missili
Corazzatura verticale 100 mm
orizzontale 40 mm
artiglierie 135 mm
torrione 140 mm
Mezzi aerei piattaforma di appontaggio per elicottero AB 47G
Note
Motto Obbedisco

Incrociatore lanciamissili Giuseppe Garibaldi

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L'origine dei lavori di trasformazione si deve al delinearsi nel corso degli anni cinquanta dell’importanza del missile, come strumento unico e necessario, per la difesa a lungo e medio raggio per affrontare la costante e seria minaccia aerea, rappresentata da velivoli di nuova generazione sempre più sofisticati, per i quali l’artiglieria di bordo non era più in grado di costituire un mezzo di contrasto efficace. La Marina Militare, seguendo l’esempio della U.S. Navy, che aveva modificato l’armamento di due incrociatori della classe Baltimore, che vennero denominati classe Boston e nel 1956 erano rientrati in servizio armati di due impianti per il lancio di missili “Terrier”, colse l’occasione dei lavori di ammodernamento dell’incrociatore Garibaldi, per la realizzazione e la sperimentazione della prima unità lanciamissili italiana.

La ricostruzione[modifica | modifica sorgente]

I lavori di ricostruzione vennero effettuati presso l'Arsenale di La Spezia e completati nel 1961 ed al termine dei lavori l'unità raggiunse un dislocamento standard di 9.802 tonnellate e di 11.350 a pieno carico, con una immersione media di 6,7 metri.

Il Garibaldi durante le prove macchine

La ricostruzione riguardò parzialmente lo scafo che conservò le dimensioni originarie e totalmente la sovrastruttura con la radicale trasformazione della struttura della plancia e del complesso plancia/torrione e l'eliminazione di uno dei due fumaioli.

Le modifiche allo scafo riguardarono la ricostruzione della poppa che divenne del tipo a specchio leggermente inclinata e la chiusura delle aperture a murata per consentire l'installazione di un impianto di ventilazione/condizionamento e di un sistema di difesa NBC; venne lasciata solamente la fila di oblò superiore del castello di prora.

La trasformazione comportò la costruzione di un castello lungo circa 90 metri raccordato verso poppa con un'ampia tuga. Le modifiche alla struttura dello scafo resero possibile un aumento del volume e il miglioramento dell’assetto idrodinamico della nave.

All'estremità della zona poppiera venne ricavata una piccola piattaforma di appontaggio per un elicottero AB 47G, già testata prima del disarmo e dei successivi lavori di ricostruzione.

L'apparato propulsivo vide l’abolizione delle due caldaie della zona poppiera lasciando inalterata la disposizione degli altri locali macchine, mentre essendo stato abolito uno dei due fumaioli fu necessario modificare sia il percorso delle condotte di scarico delle sei caldaie rimaste, sia altre sistemazioni ausiliarie e fu necessario allargare la base dell'unico fumaiolo rimasto. In conseguenza della diminuzione del numero delle caldaie la Potenza scese a 85.000 CV e la velocità massima a 30 nodi. Con la rimozione di due caldaie e la conseguente diminuzione della potenza si è avuta anche una riduzione del consuno di combustibile, portando l'autonomia della nave a 4500 miglia ad una velocità di 18 nodi, mentre in conseguenza delle modifiche allo scafo e alle diverse sistemazioni di bordo la dotazione massima di combustibile scese leggermente a 1.700 tonnellate di nafta.

I missili Terrier con i radar di tiro AN/SPG-55 ed il radar di scoperta aerea Argos 5000

Per far fronte alle maggiori esigenze di energia derivate dall'adozione dei nuovi impianti meccanici ed elettronici, fu necessario installare ex novo quattro turboalternatori Tosi-Brown Boveri e due diesel-alternatori Fiat-Brown Boveri.

Le elettroniche principali trovarono posto principalmente in due grandi tralicci quadripodi. Sul primo dei due tralicci, posto alla sommità del complesso plancia-torrione, trovavano posto il radar di sorveglianza aerea tridimensionale Frescan AN/SPS-39, adottato su tutte le prime unità lanciamissili della NATO, il radar bidimensionale di sorveglianza aeronavale Westinghouse AN/SPS-6, il radar di sorveglianza di superficie SET-6B e il radar di navigazione SMA CFL3-C25, mentre sul secondo traliccio, posto a poppavia del fumaiolo, trovava posto il radar di scoperta aerea Selenia Argos 5000 di fabbricazione nazionale che in condizioni favorevoli consentiva di individuare bersagli fino ad una distanza di 500 miglia. Il radar Westinghouse AN/SPS-6, realizzato in varie versioni per la scoperta aereonavale con portata di 250 Km, versioni contraddistinte da una lettera minuscola posta dopo il numero 6, è stato Il sistema che ha determinato una svolta decisiva verso una standardizzazione e modernizzazione della componente radar delle unità negli anni cinquanta, che a partire dal 1954 venne imbarcato da tutte le unità di squadra in servizio ad eccezione del Garibaldi, su cui venne imbarcato al termine dei lavori di trasformazione e venne anche imbarcato su alcune corvette della classe Gabbiano, di quelle destinate prevalentemente alla difesa antiaerea.

La sommità della tuga ospitava i radar di illuminazione e guida Sperry-RCA AN/SPG-55 asserviti alla rampa di lancio binata Mk 9 Mod.1 del sistema Terrier. Completavano la dotazione elettronica dell'unità cinque direzioni di tiro asservite alle artiglierie, con i rispettivi radar, di cui quello asservito ai cannoni da 135/45 Mod.1938 posto sul cielo della plancia, e quelli asserviti ai cannoni da 76/62 in due coppie poste sul torrione ai lati della stessa plancia.

La nave disponeva di una Centrale Operativa di Combattimento, che rappresentava il cuore del sistema di difesa e attacco dell'unità, una Centrale Antidisturbo Radio e una Centrale Assegnazione Designazione Tiro.

La sistemazione per i missili Polaris

La parte più consistente di lavori allo scafo riguardò l'estremità della tuga, dove erano stati allestiti i pozzi di lancio per quattro missili balistici statunitensi Polaris dotati di testata nucleare, che avevano lo scopo di fornire alla Marina Militare Italiana una capacità di deterrenza strategica.

La presenza dei pozzi per il lancio di missili tipo “Polaris” a bordo del nuovo Garibaldi aveva una grande valenza tecnica. La fase di sperimentazione dei missili negli anni cinquanta, come proseguimento dello sviluppo di quelli realizzati in Germania verso la fine del secondo conflitto mondiale, aveva avuto termine alla fine dello stesso decennio, facendo profilare la possibilità di utilizzare missili balistici imbarcati su unità di superficie per contrapporre una valida minaccia contro obiettivi nemici a grande distanza e in tale contesto vennero sviluppati i missili “Polaris” dei quali si prevedeva e si studiava la possibilità dell’imbarco su navi mercantili. Gli Stati Uniti all'uopo avevano progettato la NATO MLF (multy lateral force), una forza navale costituita da 25 mercantili da 18.000 tonnellate con una velocità di 20 e più nodi e un'autonomia di oltre 100 giorni modificati per trasportare 200 missili Polaris. La soluzione si mostrò troppo ostica tecnicamente per essere adottata, per cui con l’avvento della propulsione nucleare a bordo di sottomarini si scelse questo mezzo come vettore, meno intercettabile ma economicamente molto più oneroso. Gli SSBN, i sottomarini balistici nucleari, stavano entrando in servizio proprio in quegli anni, e il primo lancio in immersione di un Polaris venne effettuato dal sottomarino George Washington[28] il 20 luglio 1960. La Marina Militare, nonostante tutto, era fermamente convinta che il lancio di missili “Polaris” potesse essere effettuato anche da navi di superficie, con soluzioni molto più convenienti sotto il profilo dei costi di realizzazione e si colse l'occasione dei lavori di trasformazione del Garibaldi per rendere esecutivo questo progetto che fu realizzato con un costo equivalente alle spese da sostenere per l’acquisto di uno dei nuovi cannoni da 76/62mm antiaerei. All'epoca sull'uso dei sottomarini per il lancio di tali missili si addensavano molti dubbi, mentre il "Garibaldi" con le sue strutture rappresentava la soluzione tecnica del problema e le inedite soluzioni adottate per i pozzi di lancio dei missili Polaris, molto più convenienti sotto il profilo dei costi di realizzazione, suscitarono molta curiosità da parte della US Navy, interessata a riprendere l'idea, ma sola nave in cui venne prevista la presenza di missili balistici Polaris fu l'incrociatore USS Long Beach in cui erano previsti quattro tubi di lancio per i Polaris, che avrebbero dovuto occupare lo spazio a centronave, dove successivamente venne installato il lanciatore ASROC e, lateralmente, un poco spostati, due torri singole da 127/38 risalenti alla seconda guerra mondiale.

Lancio di simulacro inerte di missile Polaris

Le strutture necessitarono dei dovuti adeguamenti per resistere sia allo shock meccanico che a quello termico. Infatti, mentre per i Polaris installati nei sottomarini il lancio avveniva "a freddo" cioè espellendo il missile dal silo mediante un getto di aria compressa prima dell'accensione del motore del primo stadio, sul "Garibaldi" i missili avrebbero dovuto essere lanciati "a caldo", utilizzando cioè una carica esplosiva, per cui occorreva uno spazio in cui fare sfogare gli effetti dell'esplosione. I pozzi di lancio lunghi circa 8 metri, avevano un diametro di 2 metri ed i portelloni che si aprivano ruotando verso l'asse di simmetria della nave.

Il progetto delle sistemazioni dei quattro pozzi di lancio dei Polaris in una zona precedentemente occupata da depositi e cale di varia destinazione venne curato dall'allora capitano di vascello Glicerio Azzoni e riguardava sia le sistemazioni strutturali per il lancio, sia la collocazione di tutti gli impianti e delle apparecchiature necessarie all'utilizzazione dei missili, quali le strumentazioni per la navigazione e il complesso delle unità di calcolo. Tali sistemazioni trovarono posto in locali adiacenti a quelli dei pozzi, che avevano un'altezza di circa 8 metri e per buona parte erano compresi sotto la linea di galleggiamento, in una zona delimitata da paratie stagne, lunga complessivamente circa 14 metri e dotata di un certo grado di protezione laterale. La realizzazione di tali sistemazioni richiese circa 6 mesi.

I lavori di allestimento dei tubi di lancio dei missili Polaris vennero effettuati a partire dall'inizio del 1960. Dopo le prove di collaudo dei pozzi seguirono i lanci di simulacri inerti e lanci di collaudo di simulacri autopropulsi, sia a nave ferma che in navigazione. Il primo lancio di un simulacro di missile balistico è avvenuto il 31 agosto 1963 nel golfo di La Spezia,

Sebbene le prove avessero dato tutte esito positivo, i missili non vennero però mai forniti dagli Stati Uniti, poiché motivazioni di natura politica ne impedirono la prevista acquisizione, ed i pozzi alla fine vennero utilizzati diversamente. Successe infatti che in seguito alla crisi di Cuba dell'ottobre 1962 il Presidente degli Stati Uniti Kennedy concesse al Premier sovietico Krusciov il ritiro dei missili Polaris e Jupiter dall'Italia e dalla Turchia in cambio del ritiro dei missili sovietici da Cuba.

L'Italia decise in alternativa di sviluppare un suo programma nucleare e il progetto di missile balistico italiano denominato Alfa[29] venne sviluppato dalla Marina Militare a partire dal 1971 con alcuni lanci effettuati con successo nella prima metà degli anni settanta dal poligono di Salto di Quirra. Il programma ebbe termine il 2 maggio 1975 quando su pressione degli Stati Uniti l'Italia aderì al Trattato di non proliferazione nucleare.

Armamento dopo i lavori di trasformazione[modifica | modifica sorgente]

Radicalmente cambiato l'armamento, che con l'installazione, nella tuga, del sistema missilistico Terrier fece del Garibaldi il primo incrociatore lanciamissili ad essere entrato in servizio in una marina europea. Venne sbarcato tutto l'armamento precedente, sostituito con armamento di diverso calibro.

Lancio di un missile Terrier

Le origini dei lavori di trasformazione erano state la necessità di affidare la difesa della nave, contro l'aggressione aerea a media e lunga distanza, ad un sistema missilistico in grado di lanciare una coppia di missili a doppio stadio, che potevano essere simultaneamente guidati verso due distinti bersagli, e i missili Terrier erano all'epoca quanto di meglio esistesse nella categoria dei missili antiaerei per piattaforme navali. Concepito come missile da difesa aerea di navi di medio-grande dislocamento, il Terrier derivava dal missile superficie-aria Talos, ma ebbe poi un'evoluzione autonoma. Il Terrier aveva una struttura aerodinamica ideale per un missile relativamente piccolo ed aveva alette di apertura ridotta per massimizzare la gittata e la velocità, riducendo la resistenza. La rampa utilizzata per il lancio in genere era una del tipo Mk 10, stabilizzata contro i movimenti del mare, ma anche tipi diversi come la rampa Mk 20 Aster adottata sul Vittorio Veneto e sui Belknap americani. L'Italia fu l'unica nazione verso la quale questi missili vennero esportati. Per la propulsione avevano un booster di accelerazione, quattro grandi alette stabilizzatrici e un razzo, anch'esso a propellente solido, nella parte posteriore del missile. La testata, dal peso di circa 100kg, era a frammentazione e sistemata più o meno a metà del missile. Le prime prove di lancio dei missili “Terrier” avvennero nel corso della prima crociera post-ricostruzione della nave svolta negli Stati Uniti e il lancio di un "Terrier" da parte del "Garibaldi" avvenuto l'11 novembre 1962 a San Juan di Porto Rico fu il primo lancio di un missile da parte di un'unità italiana.

Il sistema di lancio era supportato da un complesso di apparecchiature elettroniche all'epoca moderne: il radar “Argos” 5000 aveva il compito di agganciare il bersaglio a lunga distanza per poi passarlo al radar tridimensionale AN/SPS-39, che aveva il compito di stabilire direzione, distanza e quota con maggiore precisione; i due sistemi guida missili avevano il compito di guidare, lungo il raggio di emissione elettromagnetico, i missili per colpire il bersaglio. Il sistema era gestito dalla Centrale Operativa di Combattimento, mediante un processo di acquisizione e coordinamento dei dati.

I calibri da 76mm ed i relativi radar di tiro

L'armamento artiglieresco nella nuova configurazione era costituito da quattro cannoni da 135/45 mm[30][31] in 2 torrette binate e 8 cannoni OTO Melara da 76/62mm tipo MMI,[32] in impianti singoli.

I calibri principali erano gli stessi che nel corso della parte finale del secondo conflitto mondiale avevano trovato posto sulle unità della classe Capitani Romani e sui Duilio ricostruiti, mentre il cannone da 76/62 di nuova progettazione, largamente testato sulla Nave Esperienze Carabiniere, avrebbe trovato posto nel corso degli anni sessanta sulle principali unità della squadra, come le fregate classe Bergamini e classe Alpino, i Doria e il Vittorio Veneto e sarebbe stato rimpiazzato il decennio successivo dal 76/62 Compatto con l'entrata in servizio dei Audace.[33]

Le torrette dei calibri principali trovarono posto nella zona di prora, in configurazione superfiring, andando a sostituire le due torrette da 152/55 precedenti, mentre i cannoni da 76/62 trovarono posto, quattro per ogni lato, ai due lati del complesso torrione-fumaiolo.

I cannoni da 135/45 mm, che nel Garibaldi vennero installati in torrette completamente automatizzate. possono essere considerati i migliori cannoni navali italiani nella seconda guerra mondiale, con una gittata di 19,6 km e una cadenza di fuoco di 6 tiri al minuto, ed erano capaci di eseguire tiri assai precisi, ma, con un'elevazione di 45° erano tuttavia privi di una soddisfacente capacità antiaerea, se non di sbarramento. Nel 1968 le canne vennero allungate e i cannoni da 135/53 ovevano essere installati sugli Audace, allora in progettazione.

Il cannone da 76/62 tipo MMI "Allargato", era un'arma duale, con la canna raffreddata ad acqua e manovra elettrica e idraulica con sistema di emergenza manuale. La gittata, che con proiettili HE dal peso di 6,296 kg raggiungeva 18,4 km ad un'elevazione di 45°, all'elevazione massima di 85° scendeva a 4 km, mentre la velocità di brandeggio era di 70°/s e quella di elevazione di 40°/s e la torretta accoglieva un membro dell'equipaggio. Il cannone era l'evoluzione del modello SMP 3 che era stato imbarcato sulle corvette Alcione. Una versione binata del modello SMP 3 con canne sovrapposte, era stata imbarcata negli anni cinquanta sulle fregate della classe Centauro, ma tale versione non avendo dato i risultati sperati non è stata imbarcata su nessun'altra unità della Marina Militare.

Rientro in servizio[modifica | modifica sorgente]

Al termine dei lavori di trasformazione il Garibaldi venne riconsegnato alla Marina Militare il 3 novembre 1961 raggiungendo la sua base operativa di Taranto il 5 febbraio 1962.

Il Garibaldi in transito attraverso il canale navigabile di Taranto

La nave dopo una crociera di rappresentanza negli Stati Uniti svolta nell'ultima parte del 1962 fece il suo rientro in squadra nel 1963.

Subito dopo il rientro in servizio, nel 1963 fu necessario sottoporre la nave a nuovi lavori per allungare l'unico fumaiolo rimasto, per evitare che i gas di scarico interferissero con le nuove apparecchiature elettroniche di cui venne dotata l'unità, con la sommità del fumaiolo che oltre che allungata venne anche inclinata con l’adozione di una cappa per convogliare gli scarichi verso poppa.

Ricordo della consegna della bandiera di combattimento firmata dal comandante

La bandiera di combattimento venne consegnata a Napoli il 10 giugno 1964, donata dal gruppo ANMI di Roma, che, con un'autocolonna di quasi mille aderenti, si recò nella città partenopea per consegnare il vessillo al comandante della nave, il Capitano di Vascello Aldo Baldini;[34] alla cerimonia erano presenti il Comandante in Capo della Squadra Navale Ammiraglio Alessandro Michelagnoli e il Sottosegretario alla Difesa, onorevole Natale Santero.

Il Garibaldi prestò servizio per dieci anni nella sua nuova configurazione, come unità sede comando della Squadra Navale, partecipando ad attività addestrative di vario tipo e di rappresentanza in Mediterraneo e oltreoceano. Il Garibaldi, cui venne assegnata la matricola 551, andò a ricoprire il ruolo di nave ammiraglia della Marina Militare rilevando in tale ruolo il gemello Duca degli Abruzzi. Il ruolo di portabandiera della flotta sarebbe stato ricoperto, ventiquattro anni dopo, con lo stesso nome e la stessa matricola, dalla portaerei leggera/incrociatore portaeromobili Giuseppe Garibaldi.

Il Garibaldi venne assegnato al 2º Gruppo navale d'altura della IIª Divisione Navale dislocato alla base di Taranto.

Tra la fine del 1964 e il 1965 la nave venne sottoposta a lavori di manutenzione nel corso dei quali venne sostituita l’antenna del radar Argos 5000 con una nuova di disegno diverso e più leggera, allo scopo di diminuire la resistenza al vento tipica di antenne di dimensioni così grandi e venne realizzata una tughetta direttamente alla base della torre di comando. Nel corso di un altro ciclo di lavori di manutenzione, svolto tra il 25 agosto 1966 e il 20 aprile 1967, venne modificato l’albero di trinchetto, costituito da un quadripode, rendendolo più compatto nella struttura superiore.

Il 4 giugno 1968 l'unità prese parte alla parata navale svolta nel golfo di Napoli nel quadro delle celebrazioni del 50º anniversario della vittoria nella I guerra mondiale, in quella che è stata la più grande parata navale dopo la seconda guerra mondiale.[35] L'unità nell'occasione ha ospitato a bordo il Presidente della Repubblica Saragat che è rimasto in plancia per tutto il tempo della parata, mentre il comandante dell'unità, Capitano di Vascello Antonio Scialdone e il Comandante in capo della squadra navale ammiraglio Roselli Lorenzini gli illustravano le varie fasi delle manovre. Nel corso della sfilata, la nave, che ha innalzato sul pennone di maestra lo stendardo presidenziale, ha defilato a breve distanza dall'incrociatore Vittorio Veneto in avanzato stato di allestimento e destinato a rilevarne il ruolo di nave ammiraglia.

Il Garibaldi venne messo in disarmo il 20 febbraio 1971, ma non fu l’età a decretare la sua dismissione, ma motivi di ordine economico che all’inizio degli anni sessanta si evidenziarono in maniera preoccupante per il futuro della Marina Militare Italiana. Nel febbraio 1970, in una conferenza stampa[36] proprio a bordo del Garibaldi, l'allora Comandante in Capo della Squadra Navale, ammiraglio Gino Birindelli denunciò la crisi in cui versava la Marina Militare e lo stato di profondo malessere morale e materiale in cui si trovava il personale che vi operava. Le dichiarazioni di Birindelli scatenarono reazioni e prese di posizione a tutti i livelli e portarono la classe politica a risolvere in maniera salomonica il problema dei salari, mantenendolo nei limiti del bilancio ordinario annuale; per effetto di queste restrizioni il nuovo Capo di Stato Maggiore della Marina ammiraglio Virgilio Spigai fu costretto, persistendo la carenza finanziaria, a ritirare dal servizio il naviglio più anziano e più oneroso da mantenere, tra cui l’incrociatore Garibaldi, ad appena dieci anni dal suo rientro in servizio dopo la conversione in unità lanciamissili. Una ripercussione negativa si ebbe anche nel programma delle nuove costruzioni, finché con la situazione politico-militare che si presentava in quel periodo nell’area mediterranea, in seguito alla guerra del Kippur e con la presenza sovietica sempre più massiccia nell'area, nel novembre 1973 il nuovo Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, ammiraglio Gino De Giorgi, pubblicò un documento noto come "Libro Bianco della Marina"[37] in cui venivano analizzati gli impegni che la flotta militare italiana era chiamata a svolgere nei nuovi scenari che si prospettavano e l’impossibilità da parte della Marina Militare a poter proseguire nella strada del rinnovamento della propria flotta, a causa della carenza dei bilanci ordinari. Tale documento avrebbe portato di lì a qualche anno alla Legge Navale del 1975 che sarebbe stato il presupposto di un sostanziale ammodernamento[38] della flotta della Marina Militare.

La sua ricostruzione, considerando che dopo gli ammodernamenti rimase in servizio solo per un decennio e alla luce del mancato utilizzo dei Polaris, si rivelò inutile e costosa. Proprio per il suo breve servizio seguito alla ricostruzione, l'unità era nelle condizioni adatte alla sua utilizzazione come nave museo, vista anche la sua grande storia; oltre ad aver partecipato alla seconda guerra mondiale era stato il primo incrociatore lanciamissili europeo, la prima unità di superficie al mondo ad essere predisposta per il lancio di missili balistici e la prima grande unità italiana del dopoguerra, rappresentando, a tutti gli effetti, il primo decisivo passo della Marina Militare Italiana verso un lento ma costante processo di modernizzazione delle sue unità e delle sue strutture operative e logistiche. Oltre al Garibaldi la radiazione interessò anche il quasi gemello "Montecuccoli" che nel dopoguerra fu la prima unità italiana ad effettuare il periplo del globo. L'esperienza del suo equipaggio ben addestrato è stata tuttavia preziosa per il nuovo incrociatore lanciamissili portaelicotteri Vittorio Veneto a cui il Garibaldi ha ceduto il ruolo di ammiraglia della flotta.[39]

Il Garibaldi venne ufficialmente radiato[40] il 16 novembre 1976 e il 3 novembre 1978 alle ore 0:15, con l'apertura del Ponte Girevole ha attraversato a rimorchio per l'ultima volta il canale navigabile di Taranto per raggiungere La Spezia dove sarebbero avvenuti i lavori di demolizioni a cura dei Cantieri del Tirreno di Genova, dopo essere stato parzialmente smantellato dopo la sua messa in disarmo a partire dal 1972.

Le due bandiere di combattimento che l'unità ha ricevuto sono conservate in due cofanetti al Sacrario delle Bandiere del Vittoriano. Il motto "OBBEDISCO" è invece alla base della Maddalena.

Nome[modifica | modifica sorgente]

La nave è stata intitolata al condottiero e patriota Giuseppe Garibaldi che è stato uno dei più grandi protagonisti del Risorgimento e che per le sue imprese in Europa e in Sud America era stato definito "Eroe dei due mondi". In precedenza altre due navi della Regia Marina, avevano portato il nome "Giuseppe Garibaldi". Le navi precedenti erano:

Attualmente a portare il nome Giuseppe Garibaldi nella Marina Militare è un incrociatore porta aeromobili costruito a Monfalcone di ed in servizio dal 1985 che, come il suo predecessore, ha ricoperto il ruolo di nave ammiraglia della flotta, sino all'entrata in servizio della portaerei Cavour.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ L'aviazione Navale Italiana. URL consultato il 24-10-2008. di Sebastiano Tringali
  2. ^ Cannoni & Munizioni. URL consultato il 3-2-2008.
  3. ^ Italian 152 mm/55 (6") Models 1934 and 1936. URL consultato il 19 febbraio 2008.
  4. ^ Italy 100 mm/47 (3.9") Models 1924, 1927 and 1928
  5. ^ Italian 90 mm/50 (3.5") Model 1939. URL consultato il 19 febbraio 2008.
  6. ^ Italian 13.2 mm/75.7 (0.52") MG Model 1931. URL consultato il 19 febbraio 2008.
  7. ^ Italian 37 mm/54 (1.5") Models 1932, 1938 and 1939. URL consultato il 19 febbraio 2008.
  8. ^ Italian 20 mm/65 Models 1935, 1939 and 1940. URL consultato il 19 febbraio 2008.
  9. ^ Occupazione dell'Albania
  10. ^ La Battaglia di Punta Stilo. URL consultato il 15-12-2007.
  11. ^ La battaglia di Punta Stilo - Plancia di comando
  12. ^ regiamarina.net: Operazione Hats. URL consultato il 15-12-2007.
  13. ^ Gianni Rocca, op. cit., pp. 48-49
  14. ^ La motivazione della Medaglia d'oro al valor Militare al comandante della torpediniera Fabrizi
  15. ^ regiamarina.net: Operazione Gaudo e la notte di Matapan. URL consultato il 15-12-2007.
  16. ^ regiamarinaitaliana.it: La disfatta di Matapan. URL consultato il 15-11-2007.
  17. ^ Plancia di comando: La notte di Matapan. URL consultato il 17-03-2008.
  18. ^ La strage dei convogli. URL consultato il 13-12-2007.
  19. ^ I mesi dei disastri. URL consultato il 13-12-2007.
  20. ^ La battaglia di mezzo giugno. URL consultato il 15-12-2007.
  21. ^ La battaglia di mezzo giugno. URL consultato il 17-03-2008.
  22. ^ E. Bagnasco M. Brescia - Cacciatorpediniere classi “Freccia/Folgore”, “Maestrale” e “Oriani” - opera citata pagg. 126/127
  23. ^ Gianni Rocca - Fucilate gli ammiragli, op. cit., pag. 309
  24. ^ Gianni Rocca - Fucilate gli ammiragli, op. cit., pag. 305
  25. ^ British 20 mm/70 (0.79") Mark II
  26. ^ La Marina Militare negli anni '50. URL consultato il 19-1-2008.
  27. ^ Trasformazione dell’incrociatore Giuseppe Garibaldi
  28. ^ USS George Washington (SSBN-598). URL consultato il 10-3-2008.
  29. ^ Missile balistico Alfa
  30. ^ Cannoni & Munizioni. URL consultato il 3 febbraio 2008.
  31. ^ Italian 135 mm/45 (5.3") Models 1937 and 1938. URL consultato il 19 febbraio 2008.
  32. ^ Italy 76 mm/62 (3") M.M.I.. URL consultato il 19 febbraio 2008.
  33. ^ Franco Gay, op. cit.
  34. ^ Navi Militari Italiane. URL consultato il 26-11-2008.
  35. ^ Rivista Navale alla presenza del Capo dello stato nel cinquantenario della Vittoria
  36. ^ La crisi della Marina Militare degli anni '70. URL consultato il 16-1-2008.
  37. ^ Il "Libro Bianco" della Marina. URL consultato il 16-1-2008.
  38. ^ L'applicazione della Legge Navale. URL consultato il 16-1-2008.
  39. ^ Nel ruolo di nave ammiraglia della Marina Militare Italiana, il Vittorio Veneto ha sostituito l'incrociatore lanciamissili Giuseppe Garibaldi, disarmato nel 1971, per cedere poi, nel 1985, il ruolo di portabandiera della flotta all'incrociatore portaeromobili Giuseppe Garibaldi. La particolarità è che le due unità ammiraglie erano accomunate, oltre che dallo stesso nome, anche dalla stessa matricola, 551
  40. ^ Database delle unità della Regia Marina della seconda guerra mondiale
  41. ^ Il Regio incrociatore corazzato "Giuseppe Garibaldi". URL consultato il 26-1-2008.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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  • Aldo Cocchia, La Marina Italiana nella Seconda Guerra Mondiale. Vol. VII: La Guerra nel Mediterraneo – La difesa del Traffico coll'Africa Settentrionale: dal 1º ottobre 1941 al 30 settembre 1942, Roma, Ufficio Storico della Marina Militare, 1962.
  • Giuseppe Fioravanzo, La Marina Italiana nella Seconda Guerra Mondiale. Vol. VIII: La Guerra nel Mediterraneo – La difesa del Traffico coll'Africa Settentrionale: dal 1º ottobre 1942 alla caduta della Tunisia, Roma, Ufficio Storico della Marina Militare, 1964.
  • Luis de la Sierra, La guerra navale nel Mediterraneo: 1940-1943, Milano, Mursia, 1998, ISBN 88-425-2377-1.
  • Erminio Bagnasco, M. Brescia, Cacciatorpediniere classi “Freccia/Folgore”, “Maestrale” e “Oriani”, Parma, Albertelli, 1997.
  • (EN) Robert Gardiner, Stephen Chumbley; Przemysław Budzbon, Conway's All the World's Fighting Ships 1947-1995, Naval Institute Press, Annapolis, 1996, ISBN 101557501327.

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