Battaglia di Capo Bon

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Scontro di capo Bon
L'incrociatore leggero Alberico da Barbiano
L'incrociatore leggero Alberico da Barbiano
Data 13 dicembre 1941
Luogo Capo Bon, al largo della Tunisia
Esito Vittoria alleata
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
Perdite
2 incrociatori leggeri affondati, 800+ morti
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Lo scontro di capo Bon fu un rapido scontro navale della seconda guerra mondiale che si compì al largo di capo Bon, Tunisia la notte fra il 12 e 13 dicembre del 1941 tra una formazione di due incrociatori leggeri italiani scortati dalla torpediniera Cigno e una flottiglia di cacciatorpediniere britannici. La perdita dei due incrociatori fu un duro colpo per la Regia Marina.

Premesse[modifica | modifica wikitesto]

Verso la fine di novembre di quell'anno, si rese urgente l'invio di grossi quantitativi di rifornimenti di benzina avio, nafta, viveri e munizioni mirate ad alimentare il fronte nordafricano dell'Asse. In quel periodo numeroso naviglio nazionale mercantile infatti, si era perduto sulle rotte per l'Africa per mano della Forza K composta da naviglio veloce inglese, di stanza a Malta, e quindi Supermarina[1] convenne, che l'invio di una formazione di veloci incrociatori leggeri carichi di materiali potesse risolvere questa situazione urgente che si era venuta a creare.

Furono prescelti gli incrociatori leggeri Alberto da Giussano e Alberico da Barbiano, costituenti la IVª Divisione, al comando dell'ammiraglio di divisione Antonino Toscano, che alzò dapprima la sua insegna sull'Alberto da Giussano, spostandola successivamente sull'Alberico da Barbiano, nave che aveva precedentemente comandato come capitano di vascello. Gli Stati Maggiori dei due incrociatori ebbero la notizia dell'improvvisa partenza mentre le navi erano ormeggiate presso la base navale del mar Piccolo a Taranto dove le due navi erano situate temporaneamente da agosto. Secondo la missione, un terzo incrociatore, il Giovanni dalle Bande Nere, partito dalla Base di La Spezia doveva unirsi al da Barbiano e al da Giussano nel porto di Palermo per prendersi la sua parte di carico e proseguire con loro verso Tripoli.

Primo tentativo[modifica | modifica wikitesto]

L'Alberto da Giussano al comando del capitano di vascello Giovanni Marabotto e l'Alberico da Barbiano al comando del capitano di vascello Giorgio Rodocanacchi, con l'ammiraglio Toscano a bordo, mollarono gli ormeggi da Taranto, la mattina del 5 dicembre. Il da Giussano venne a trovarsi a causa della sua velocità nel disormeggiarsi in testa e quindi, poco prima di imboccare il canale navigabile scadde sulla drittà del da Barbiano, unità Ammiraglia per lasciarlo passare in testa. Le due navi, zigzagando per vanificare attacchi da parte di sommergibili nemici, si diressero a Brindisi dove arrivarono alle 17:00 circa dello stesso giorno alla banchina commerciale per imbarcare il materiale da inviare a Tripoli. Subito fu chiara la pericolosità dell'impresa, quando giunsero a bordo, in ben maggior numero sul da Barbiano numerosi fusti non stagni contenenti benzina avio da destinare agli aerei dell'asse dislocati al fronte nordafricano.

Questi tanti fusti ingombravano, insieme a sacchi di farina, legumi, proiettili di cannone e ogni genere di rifornimento i corridoi delle due navi, arrivando persino ad essere stipati sul ponte di coperta, rendendo impossibile il brandeggio delle torri dei pezzi principali da 152 e quindi ogni possibilità di difesa, in quanto i fusti vennero accatastati persino sotto le torri stesse. Le navi inoltre risultarono notevolmente appesantite dall'insolito carico, ed era difficile addirittura per il personale transitare da un locale all'altro. Squadre antincendio aggiuntive, dotate di tute di amianto furono imbarcate per l'occasione, ma le navi sembrarono ai più come dei barili di esplosivo galleggiante. Il da Barbiano e il da Giussano, mossero per Palermo appena completate le operazioni di carico e ivi giunsero e si ormeggiarono presso il molo Piave la mattina del 7 dicembre.

In quel porto erano già attese da Bande Nere, giunto da Spezia qualche giorno prima, pronto a prendersi la sua parte di carico. Ma questo incrociatore, per noie al suo apparato motore, dovette rinunciare alla missione di rifornimento, e il carico destinato ad esso rimase ad ingombrare i locali dei due incrociatori leggeri. Il destino del Bande Nere, si può dire fu rimandato di ben 4 mesi, in quantò si perdette il 1º aprile 1942, a 11 miglia per 144° sud-est dell'isola di Stromboli ad opera di un smg inglese. Il da Barbiano e il da Giussano venivano così a trasportare complessivamente oltre al carburante per aeroplani e altri rifornimenti (100 t di benzina, 250 t di gasolio, 600 t di nafta, 900 t di vettovaglie, anche 135 militari e operai militarizzati che rientravano in Africa dalla licenza fruita in patria.

Gli inglesi, grazie alle intercettazioni di Ultra, vennero a conoscenza dei piani italiani, e allertarono la 4th Destroyer flotilla[2] britannica - quattro cacciatorpediniere (HMS Sikh, HMS Maori, HMS Legion e il cacciatorpediniere olandese Hr. Ms. Isaac Sweers) al comando del capitano di vascello G. H. Stokes che partiti dalla base inglese di Gibilterra, per celare alla ricognizione aerea italiana l'intenzione di intercettare e distruggere la forza Navale italiana che si apprestava a uscire in mare da Palermo, simularono una caccia antisommergibili, al largo delle coste algerine.

La loro attività fu appunto scoperta da un aereo italiano che informò subito Supermarina, che risolse il tutto con molta leggerezza, forse dettata dalla fretta, affermando, asserendo anzi che le navi italiane sarebbero transitate nella probabile rotta d'intercettazione con le navi inglesi qualche ora prima che queste ultime arrivassero al probabile contatto, stimato presso il promontorio tunisino di capo Bon. Spiegazione peraltro vana, dato che gli inglesi osservavano un fuso orario differente il nostro di appunto un'ora! Per complicare le cose, Supermarina vincolò persino l'ammiraglio Toscano prescrivendogli una velocità navigazione di circa 23 nodi, quando gli incrociatori erano capaci di sviluppare una ragguardevole velocità di circa 32 nodi, forse anche qualche nodo di meno, considerato l'appesantimento dovuto al carico trasportato e il logorìo dell'apparato motore nei dieci anni di servizio.

Comunque, volente o nolente, l'integerrimo e corretto ammiraglio italiano, ligio al suo dovere (era conosciuto appunto in Marina per queste sue indiscusse qualità morali) mosse con le sue navi la sera del 9 dicembre, ma presto si rese conto dai suoi ricognitori delle navi di Stokes e decise di invertire la rotta e rientrare a Palermo (mettendosi con le sue navi alla fonda) anche perché si temeva un attacco aerosilurante presso l'isola di Marettimo. Ordine quindi comprensibile, considerato che le sue navi non potevano neanche difendersi se non con le armi leggere, in quanto oltre alla difficoltà di brandeggio delle torri inferiori, persino le vampe degli spari dei calibri principali avrebbero potuto causare l'incendio di numerosi fusti accatastati in coperta, specie sul da Barbiano.

Gli equipaggi delle due navi furono mandati a diporto in franchigia con le motobarche, con l'obbligo di essere sempre reperibili e di rientrare ogni ora in banchina per l'apposizione della firma. La decisione di mandare il personale in franchigia fu dettata probabilmente per sviare le reali intenzioni di una ripartenza improvvisa allo spionaggio nemico in città. Fu anche simulato uno sbarco del carico con bettoline sottobordo, nella vana speranza che chi vedesse da lontano potesse informare indirettamente quei caccia fermi al largo ad aspettare la preda a desistere, ma fu tutto vano.

La battaglia[modifica | modifica wikitesto]

Si era arrivati al 12 e la partenza non poteva più rimandarsi. Anche quel giorno il personale libero dal servizio che poté scendere era a terra in franchigia (molti erano al cinema a guardare i cinegiornali ed i film) ma alle 16:00 circa fu richiamato frettolosamente a rientrare a bordo delle due navi, che mollarono gli ormeggi esattamente alle 17:24 del 12 dicembre 1941. L'ancora di prora del da Giussano s'incattivò sul fondo non volendole sapere nulla di venire su e per risparmiare tempo, l'abile comandante Marabotto decise di farla scollegare dalla catena lasciandoci una boa, certo di recuperarla al termine della missione (l'ancora fu poi recuperata e posta nel Chiostro dell'ex Convento dei Crociferi, già sede del Comando Marina di Palermo e successivamente sede del Gruppo ANMI, in via Maqueda in prossimità dell'incrocio con Corso V.E. detto dei "Quattro Canti") e le due navi superarono le ostruzioni del porto, presero il largo e scomparvero alla vista degli ultimi lembi della costa italiana - che mai più avrebbero rivisto - come ombre furtive all'orizzonte che andava rapidamente scurendosi.

La torpediniera Cigno, al comando del capitano di corvetta Riccardi, uscita da Trapani poco dopo, incontrò i due incrociatori al largo di Marettimo e si mise in testa alla formazione, costituendo così la misera e simbolica scorta di queste due grandi navi da guerra trasformate in improvvisate cisterne. La navigazione procedette con personale di guardia su 4 e 4 con la guardia pari e dispari, ma alle 02:45 a bordo delle tre unità si batté «posto di combattimento» in quanto dal cielo scuro si avvertì l'inconfondibile ronzìo di un ricognitore inglese che tallonando indisturbato la formazione, forniva costantemente i dati relativi alla rotta e alla velocità del "convoglio" alle 4 unità inglesi di Stokes acquattate fra Zembra e Zembretta. I 4 cacciatorpediniere, infatti, certi di incontrare la IVª Divisione, forzarono la velocità al massimo in direzione capo Bon.

L'ammiraglio Toscano intuendo quanto stava accadendo intorno a lui, ma ritenendo oramai impossibile invertire nuovamente la rotta, dette contemporaneamente l'ordine di aumentare la velocità di 30 nodi giungendo così intorno alle 03:00 del 13 dicembre in vista del faro dell'alto e nero promontorio di capo Bon. Alle 03:15, la formazione aveva appena doppiato il promontorio con l'avanguardia della torpediniera Cigno, il da Barbiano e il da Giussano dietro, tutti in linea di fila; a circa un paio di miglia dalla costa ci si accorse delle nere e sottili sagome delle torpediniere nemiche, che navigavano sottocosta apposta allo scopo di confondersi con le alture del promontorio e condurre quindi l'attacco di sorpresa.

L'ammiraglio Toscano decise quindi di far effettuare una virata di 180° con rotta di circa 360°. Questa sua decisione non è mai stata chiarita, neanche successivamente, dai superstiti. Forse contava di allontanarsi ma fu un vano tentativo, più improbabile la decisione di tornar indietro, oramai era troppo tardi. Forse non voleva offrire la poppa dove erano accatastate le maggiori quantità di fusti di benzina alle navi attaccanti, oppure, sentendosi le spalle al muro invertiva la rotta per impegnare le navi in uno scontro con le sole armi leggere e metterle in difficoltà. Ciò non sarà mai chiarito. La manovrà fu così veloce e repentina che come conseguenza ebbe che la torpediniera Cigno venne a trovarsi improvvisamente in retroguardia, mentre l'incrociatore da Giussano virò in ritardo e non riuscì ad allinearsi prontamente in linea di fila al gemello che lo precedeva.

E solo quest'ultimo incrociatore riuscì in qualche modo a sparare qualche salva coi suoi calibri principali, anche se il tiro risultò subito disturbato dall'improvvisa accostata e il personale ai telemetri incontrò quindi difficoltà a ricalcolare tutti gli elementi per il tiro dei pezzi. Alle 03:20 il da Barbiano aveva anch'esso iniziato a far fuoco con le sue mitragliere, quando fu centrato da diverse cannonate in coperta e in plancia prendendo subito fuoco e saltando dopo qualche minuto praticamente in aria, per il continuo scoppio in coperta di fusti di benzina. Fu letteralmente e quasi subito un gigantesco rogo, con altissime fiammate che illuminarono la zona e che si videro distinte dalla plancia del da Giussano e l'unità, centrata anche da un siluro si capovolse dopo alcuni minuti e alle 03:35 affondò lasciando sul punto un autentico mare di fiamme. L'ammiraglio e lo Stato Maggiore dell'unità scomparvero in mare e come loro, moltissimo del personale imbarcato, a causa delle esplosioni che bloccarono il personale sottocoperta e la repentinità dell'affondamento.

Il da Giussano, che si venne a trovare come detto leggermente sguardato rispetto al da Barbiano ebbe subito incendi a bordo, perché venne colpito da due siluri lanciatigli dal Legion alle 03:24 che scoppiando a sinistra, all'altezza della sala macchine di prora tranciò con lo scoppio delle grosse tubazioni di comunicazione del vapore alla motrice di prora, ustionando gran parte del personale di macchina e fermando così la motrice che muoveva l'elica dell'asse di sinistra. Inoltre la nave venne centrata anch'essa dalle cannonate che la colpirono presso il castello di prora vicino l'infermeria di bordo e nella s.d.t. di poppa, ferendo gran parte del personale.

Altri colpi caddero molto vicino ai depositi munizioni dei cannoni da 100/47, per cui, per scongiurarne l'esplosione, fu ordinato immediatamente di allagare i locali limitrofi e la nave rallentò ulteriormente per la grande quantità d'acqua imbarcata sino a fermarsi definitivamente. Oramai anche il da Giussano, in preda alle fiamme e illuminato nella notte dai bagliori degli incendi era perduto irrimediabilmente. Altri diversi incendi, alimentati anche dal carico trasportato scoppiavano in continuazione in ogni parte, e la mobilità e la capacità di combattimento dell'unità erano notevolmente ridotte; il comandante Marabotto valutate le condizioni disperate e constatata l'impossibilità di difendersi ulteriormente, dette quindi l'ordine di «abbandono nave» e gran parte del personale si tuffò in mare da poppa e prese posto negli zatterini di salvataggio tipo "carley" stipati a bordo. Ma non era ancora finita.

Sfuggiti dalla morte a bordo, la situazione dei naufraghi in acqua si aggravò per via dei numerosi incendi che avvampavano sulla superficie del mare, piena di nafta e dalla presenza di molti pescecani in zona che fecero strage di molti gruppi di marinai che galleggiavano sull'acqua infagottati nel loro giubbino di salvataggio. Inoltre poco dopo, aerei inglesi giunsero in zona, illuminando con razzi e mitragliando in direzione dei naufraghi uccidendone diversi. Alle 04:30 circa, dopo appena un'ora dal primo colpo giunto a bordo, l'Alberto da Giussano, prima unità dell'omonima classe Condottieri si spezzò in due tronconi e si inabissò a 2,5 miglia a est-sud-est di capo Bon, a circa mille metri dall'Alberico da Barbiano, sceso quasi subito dopo essere stato colpito.

Stokes, pago del successo si era già allontanato assai velocemente dalla zona in direzione dell'isola di Malta dove arrivò nella prima mattinata, lasciando l'unità in agonia e senza preoccuparsi di finirla. Molti naufraghi, che contavano nelle loro file molti ustionati furono quindi raccolti dalla torpediniera Cigno, che si era temporaneamente allontanata durante le prime operazioni di soccorso, per il sopraggiungere dei mitragliamenti aerei. Quasi tutti i naufraghi erano resi viscidi al contatto perché pieni di nafta che copiosa era uscita dai colli d'oca di sfiato dei depositi dei due incrociatori affondati e si era addensata sulla superficie del mare.

I più critici vennero subito inviati alle docce di bordo per togliere il fastidioso olio dal corpo che accecava e macerava insieme al sale le ferite aperte e i più infreddoliti furono portati in locale caldaia. Altri naufraghi furono raccolti da locali tunisini, altri da un idrovolante nazionale ammarato in zona, mentre il resto fu recuperato da un M.A.S., ma il grosso dei superstiti venne raccolto dalla torpediniera Cigno, che prese rotta verso nord all'alba e che scaricò il dolente carico a Trapani, nel primo pomeriggio del 13. In tutto, i superstiti ammontarono a circa 645 persone. I dispersi in mare ammontarono a circa 800 persone, compreso il personale aggiuntivo che rientrava in Africa dalla licenza in patria.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Indirizzo telegrafico del Comando superiore della Regia Marina, molto noto all'epoca.
  2. ^ Quarta flottiglia cacciatorpediniere.

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