Storia della Basilicata

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Storia della Basilicata
Categoria: Storia della Basilicata

La storia della Basilicata si svolge a partire dalle prime frequentazioni umane nel Paleolitico e lo sviluppo delle comunità indigene, passando per la colonizzazione della Magna Grecia, la conquista romana, e i successivi domini bizantino, longobardo e normanno, per seguire poi le vicende del Regno di Napoli e per finire del Regno d'Italia e della Repubblica Italiana.

Preistoria[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Preistoria.

Paleolitico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Paleolitico.
Ricostruzione di come doveva apparire l'homo erectus

I primi insediamenti umani scoperti in Basilicata risalgono al Paleolitico inferiore, periodo in cui i territori in prossimità dei fiumi e dei bacini lacustri costituivano l'habitat ideale per l'Homo erectus e le sue attività vitali di caccia e raccolta. Le testimonianze di questa prima fase di civiltà sono emerse a Venosa, dove nei pressi di antichi specchi d'acqua sono stati ritrovati anche i resti di specie faunistiche oggi estinte, come l'elefante e il rinoceronte, e sopravvivenze di lontanissime specie terziarie come il Machairodus o "tigre dai denti a sciabola".

Altri ritrovamenti riguardano utensili litici, come la punta musteriana ritrovata in contrada "Panevino", frazione di Tursi, oppure ciottoli decorati con incisioni geometriche, rinvenuti nella "grotta dei Pipistrelli" e nella "grotta Funeraria" di Matera. Un insediamento costiero è emerso sul versante tirrenico, nelle grotte presso la spiaggia di Fiumicello di Maratea, dove agli utensili litici si accompagnano dei resti di fauna pleistocenica.

Mesolitico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Mesolitico.

In Basilicata sono emersi diversi rifugi preistorici: le grotte di Latronico e di "Pietra della Mola" a Croccia Cognato (Accettura) e il riparo di Tuppo dei Sassi presso Filiano, dove è venuto alla luce un esempio di pittura rupestre del primo periodo post-glaciale o Mesolitico.

Dal Neolitico all'Età del bronzo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Neolitico, Età del rame e Età del bronzo.

Nel V millennio a.C. la cultura neolitica cominciò ad irradiarsi lungo i corsi dei fiumi lucani, raggiungendo anche le aree interne: i gruppi e le tribù non vivevano più nelle grotte, usate solo saltuariamente come luoghi di culto o sepoltura, ma in villaggi di capanne disposte circolarmente, provviste di fossati difensivi, porte e palizzate.

Tali evoluzioni sono state ben studiate nell'area di Tolve, Tricarico, Alianello, Melfi, Metaponto, e nella Murgia Materana, cogliendo anche informazioni di rilievo sia sull'habitat che sull'economia dell'Homo sapiens, basata sulla cerealicoltura e l'allevamento bovino e caprino.

Risalgono all'Eneolitico altri reperti delle grotte di Latronico; mentre i ritrovamenti della grotta di Cervaro, presso Lagonegro, sono da associare a uso funerario. Sul promontorio di Capo la Timpa, presso Maratea, nasce nell'Età del bronzo un insediamento commerciale stabile entro capanne, il più antico centro di cultura appenninica sul mare conosciuto.

Età del ferro[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Età del ferro.

Le comunità indigene della prima età del ferro erano organizzate in grossi villaggi ubicati sugli altopiani, ai margini delle grandi pianure e dei corsi d'acqua, in luoghi consoni alla pastorizia ed all'agricoltura.

Agglomerati che testimoniano questa fase sono considerati quelli di Anglona, situata sul displuvio delle fertili valli dell'Agri e del Sinni, Siris ed Incoronata-San Teodoro, sulla costa ionica; sulla collina immediatamente sovrastante la costa sul finire dell'VIII secolo a.C., si registra la presenza dei primi coloni greci, provenienti dalla Grecia insulare e dall'Anatolia, spintisi al di qua del Mediterraneo alla ricerca di terre fertili da coltivare.

Sul versante tirrenico e nella conca del fiume Noce, i ritrovamenti archeologici databili tra il XI-VIII secolo a.C. sono quasi del tutto assenti. Ciò è dovuto probabilmente alla nascita delle colonie magno-greche, che provoca un nuovo assetto degli equilibri commerciali. Sopravvive invece una necropoli presso Castelluccio.

Magna Grecia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Magna Grecia.

La prima colonizzazione greca avvenne con la costruzione di Siris, situata presso la riva del fiume omonimo oggi detto Sinni, sul finire dell'VIII secolo a.C., ad opera di profughi da Colofone, fuggiti in Occidente per scampare alla dominazione lidia. Con la fondazione di Metaponto, avvenuta nel 630 a.C. circa da parte di coloni di stirpe achea, si estende la colonizzazione a tutta la costa ionica lucana.

Si instaureranno due modelli coloniali sostanzialmente diversi, quello acheo (Sibari, Metaponto) basato sulla centralità della terra e dello spazio agrario e quello sirita meno accentratore e maggiormente permeato dalle preesistenze indigene, anche nella metodologia di sfruttamento della terra.

Molti insediamenti, risalenti all'VIII-VII secolo a.C., sono stati ritrovati nelle aree interne del Vallo di Diano e della Val d'Agri, ricche e numerose necropoli. Risale all'VIII secolo a.C. anche la necropoli di Colle dei Greci presso Latronico. I ritrovamenti consistono in utensili in argilla ben depurata con disegni geometrici a tenda, ceramica enotria, armi e accessori - connotazioni distintive dei guerrieri-, oggetti e parures femminili che caratterizzavano lo status principesco di alcune donne della società del tempo.

Sul Tirreno rinasce il villaggio di Capo la Timpa, accompagnato da un gemello costiero sul colle Palecastro di Tortora (comune oggi sito in provincia di Cosenza) e da un referente interno presso Rivello, sulla cosiddetta Serra Città, che si suppone identificabile con la città di Sirinos. Questi centri, così come quello a Palinuro, vanno inquadrati in uno schema di «colonizzazione indigena della costa»[1], in cui gli Enotri sfruttarono la fondazione delle colonie greche sul Tirreno, in particolare Velia e Pyxous, per riavviare i loro commerci marittimi.

VI secolo a.C.[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Siritide, Siris (Lucania), Heraclea, Pandosia (Lucania) e Metapontum.

Nel corso del VI secolo a.C. ognuna delle due città era ormai padrona di un territorio molto vasto (chorà) che si estendevano nell'entroterra fino a Pisticci, Bernalda e Montescaglioso per Metaponto e fino ad Pandosia e Montalbano Jonico, la cosiddetta Siritide, per Siris.

Santuario di Hera VI secolo a.C.

Con gli scavi condotti ad Alianello, Armento, Roccanova, Incoronata, Cozzo Presepe, Pisticci e Serra di Vaglio, emerge come proprio la Lucania interna, in questa fase, si caratterizzi quale importante crocevia di popoli e culture diversi, così come evidenzia la diffusione di oggetti di lusso, di chiara matrice etrusca, e l'affermazione dei costumi e dell'organizzazione sociale ellenica (adozione dell'armamento greco e comparsa della figura del cavaliere).

Questa convergenza di culture si imprimerà nel sostrato indigeno "enotrio", portando allo sviluppo di una progredita cultura locale, come dimostrano i ritrovamenti in particolare di Serra di Vaglio, dove, in particolare, la presenza di un imponente santuario (l'area sacra di Braida), dalle caratteristiche strutturali e stilistiche molto evolute, e di grandi edifici decorati nello stile metapontino e poseidoniate, testimoniano di una realtà civile e sociale molto ben strutturata e certamente mediata dalle mature esperienze delle due città costiere. Altro nodo importante era costituito dall'area del Melfese che, grazie al fiume Ofanto, incrociava importanti itinerari di scambi. Una conferma di questa facilità e continuità di rapporti arriva dagli scavi effettuati nelle grandi necropoli di Pisciolo e Chiuchiari e in quelle di Ruvo del Monte dove, i ricchi corredi funerari, presentano i segni e le influenze del mondo dauno (i vasi riccamente decorati), di quello etrusco (vasi e candelabri in bronzo) e di quello greco (le coppe ioniche e vasi di imitazione locale).

V secolo a.C.[modifica | modifica wikitesto]

Moneta incusa di Sibari. Circa 550-510 a.C.

Fra il VI ed il V secolo a.C. però, questo ipotizzabile equilibrio tra coloni greci ed "Enotri" viene intaccato, provocando una trasformazione improvvisa nel quadro territoriale della Basilicata, dove alcuni degli insediamenti più fiorenti, ricaduti nel raggio dei territori delle città greche (chorai), scompaiono (l'Incoronata e Pandosia), mentre altri, soprattutto nelle zone più interne della regione, si fortificano presentando una loro evoluta strutturazione interna (Pisticci, Ferrandina, Montescaglioso, Timmari, Garaguso, Ripacandida e Satriano): a questo fenomeno risalgono le prime cinte fortificate e alcuni importanti santuari, ubicati presso le sorgenti e prevalentemente votati a divinità femminili.

Questa trasformazione interna si colloca in un quadro storico estremamente movimentato che, sul finire dell'età arcaica, vede gran parte dell'Italia e dei suoi gruppi etnici coinvolti in una moltitudine di conflitti ed avvicendamenti, che avrebbero azzerato e riformulato gli equilibri territoriali costituitisi fino a quel momento. Le ostilità si aprono tragicamente nel 510 a.C. con la distruzione di Sibari da parte di Crotone: con Sibari, di fatto, si distruggeva un'esperienza politica a forti coloriture democratiche alla quale si opponeva, vittoriosamente, il modello pitagorico e aristocratico di Crotone, ispirato ad un acceso conservatorismo. Ma se la città fu distrutta, provocando nuovi equilibri nella gestione dei traffici sul Mediterraneo, le spinte democratiche, invece, le sopravvissero determinando quei movimenti antioligarchici che tanto avrebbero inciso nella ristrutturazione della società del tempo; lo stesso Pitagora venne poi esiliato finendo i suoi giorni a Metaponto.

La conquista romana[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Repubblica romana.
L'avanzata di Pirro verso Roma - 280 a.C. - 275 a.C.

I Romani avevano avuto i primi contatti con i Lucani intorno al 330 a.C. quando costituirono un'alleanza "strumentale" utile a fronteggiare la pressione esercitata dai Sanniti a nord. L'alleanza, tuttavia, durò poco poiché i Romani manifestarono ben preso forti mire espansionistiche verso sud.

III secolo a.C.[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Heraclea e Guerre pirriche.

Prima nel 285 a.C.[2] e poi nel 282 a.C., la città magno-greca di Thurii, assediata dal principe lucano Stenio Stallio chiese aiuto ai Romani. I Lucani, dapprima alleati ma successivamente ribellatisi, vennero sconfitti dalle truppe del console Gaio Fabricio Luscino, che stanziò nella città una guarnigione, come riportano i Fasti triumphales[3][4].

Successivamente, i Romani, perlustrarono il mar Ionio per eliminare eventuali imbarcazioni nemiche; proprio durante una di queste perlustrazioni dieci navi d'osservazione romane, contravvenendo ai patti, entrarono nel golfo di Taranto. I tarentini, irritati le respinsero distruggendone quattro e catturandone una[5]. Successivamente l'esercito e la flotta tarentina attaccò la città di Thurii, allontanando la guarnigione romana che la presidiava[5]. I Romani, allora, organizzarono una missione diplomatica guidata dall'ambasciatore Postumio. I diplomatici romani furono, però, derisi e oltraggiati dalla popolazione tarentina[6][7]. Fallita la missione diplomatica, Roma si sentì in diritto di dichiarare guerra a Taranto.

In difesa della città ionica sbarcò a Taranto Pirro, re dell'Epiro che, appoggiato dai Lucani, Bruzzi e Sanniti ottenne una vittoria di misura nella battaglia combattuta fra Pandosia ed Heraclea nel 280 a.C. Dopo appena quattro anni, nel 275 a.C. Pirro venne sconfitto a Maleventum e tornò in Epiro. Taranto si arrese ai Romani nel 272 a.C., così il dominio della repubblica romana si estese su tutte le colonie greche dell'Italia meridionale. In conseguenza di ciò, nella regione lucana si ebbe un declino economico, provocato dalla politica di sfruttamento dei territori conquistati, acquisiti come suoli di proprietà dei vincitori.

La regione storica della Lucania

Dopo un tentativo di riscatto mediante l'aiuto fornito ad Annibale nel III secolo a.C., l'ennesima sconfitta provocò un inasprimento della sottomissione da parte dei romani e nel territorio lucano vennero dedotte le colonie di Potentia e di Grumentum, dove furono reclusi i ribelli lucani e brutii sottomessi dai romani.

II secolo a.C.[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Regio III Lucania et Bruttii.

Nel II secolo a.C. i Romani dotarono la regione di infrastrutture importanti: il prolungamento della via Appia fino a Brindisi e un tratti di acquedotto, con lo sviluppo dei centri romani sul percorso della via, tra i quali Venosa, che fu quindi patria del poeta latino Orazio.

A questa si affiancò la Via Popilia, che attraversava l'Appennino lucano, attraversando Sirinos e Nerulum, e una sua diramazione, che da Paestum congiungeva le colonie tirreniche Velia, Buxentum, Cesernia, Blanda Julia e Laos a Cosenza.

Medioevo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Medioevo e Lucania (thema).

Tra il VI e il IX secolo la Lucania fece parte del longobardo ducato di Benevento. Contemporaneamente le incursioni saracene costringevano le popolazioni lucane ad arroccarsi sulle montagne e sulle colline.

Territori normanni - XII secolo

Nel 968, dopo la conquista bizantina, venne costituito il thema di Lucania, con capoluogo Tursikon[8]. Tra l'XI e il XII secolo, il thema scomparve.

I Normanni[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Normanni, Storia di Melfi e Contea di Puglia.

All'inizio dell'XI secolo arrivano nell'Italia meridionale mercenari Normanni, capitanati da Rainulfo Drengot e i membri della famiglia Altavilla, che diretti in Terrasanta sostarono in queste regioni e, approfittando delle guerre fra i vari ducati e principati, ne divennero padroni.

Nel settembre del 1042, Guglielmo Braccio di Ferro e i normanni di Aversa si rivolsero al duca longobardo Guaimario IV di Salerno per ottenere il riconoscimento ufficiale della conquista del territorio e, in cambio, accettarono di prestare omaggio come vassalli. All'inizio del 1043 fu fondata la Contea di Puglia con capitale Melfi ed il territorio venne assegnato a dodici condottieri, che dovevano governarla e giurarono di prestarsi assistenza reciproca.

I feudi vennero attribuiti a seconda del rango e del merito; secondo la cronaca di Amato di Montecassino: Asclettino Drengot diventa signore di Acerenza con residenza nel castello di Genzano; Attolino a Lavello; Drogone a Venosa. Ascoli Satriano spettò a Guglielmo, che si fregiò del titolo di conte già dal 1042, sposo della nipote del duca di Salerno, fu comunque fin dall'inizio in posizione dominante.

Riepilogando, le dodici Signorie furono così assegnate:

La famiglia degli Altavilla partì da Melfi per conquistare l'intero meridione d'Italia e la Sicilia. Questa età rappresentò l'apice della fortuna e della gloria di Melfi, che diventò un centro del potere normanno.

A Melfi si tennero cinque concili, organizzati da cinque diversi Pontefici tra il 1059 e il 1137.

Roberto il Guiscardo nominato duca da papa Niccolò II durante il primo Concilio di Melfi, nel 1059

Nell'estate del 1059, Niccolò II soggiornò nella rocca fortificata e fu al centro di importanti avvenimenti: in giugno stipulò il Trattato di Melfi, poi, dal 3 agosto al 25 agosto celebrò il Concilio di Melfi I ed infine con il Concordato di Melfi riconobbe i possedimenti conquistati dai Normanni.

Il Papa nominò Roberto il Guiscardo duca di Puglia e Calabria, che divenne vassallo della Chiesa. E in tale vasto quadro, Melfi, passava un periodo fulgido della sua storia: in tale circostanza fu promossa a la Capitale del Ducato di Puglia e Calabria nel 1059. E sempre a Melfi furono organizzati gli altri Sinodi con una Tabella riepilogativa dei Concili e degli Accordi di Melfi.

Il papa Alessandro II dal 1º agosto 1067 presiedette il Concilio di Melfi II; ricevette il principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, ed i fratelli Roberto il Guiscardo e Ruggero Altavilla. Nel corso del Concilio di Melfi III, del 1089, il papa Urbano II indisse la Prima crociata in Terra santa[9], poi Pasquale II nel 1101 convocò il Concilio di Melfi IV ed infine Papa Innocenzo II nel 1137 celebrò il Concilio di Melfi V, ultimo della serie. Vi fu anche nel 1130 un Concilio di Melfi non riconosciuto dalla Chiesa, perché organizzato dall'antipapa Anacleto II.

Tra il XII e il XIII secolo anche la Lucania fu coinvolta nelle lotte tra Svevi e Angioini che si contendevano l'Italia meridionale.

Federico II di Svevia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Federico II di Svevia.
Federico ritratto con il falco (da De arte venandi cum avibus)

Attività legislativa[modifica | modifica wikitesto]

Federico condusse un'intensa attività legislativa: a Capua nel 1220, a Messina nel 1221, a Melfi nel 1224, a Siracusa nel 1227 e a San Germano nel 1229, ma soltanto ad agosto del 1231, nel corso di una fastosa cerimonia tenutasi a Melfi, ne promulgò la raccolta organica ed armonizzata secondo le sue direttive, avvalendosi di un gruppo di giuristi quali Roffredo di Benevento, Pier della Vigna, l'arcivescovo Giacomo di Capua ed Andrea Bonello da Barletta. Questo corpo organico, preso lungamente a modello come base per la fondazione di uno Stato moderno, è passato alla storia col nome di Costituzioni di Melfi o Melfitane anche se il titolo originale Constitutiones Regni Utriusque Siciliae rende più esplicita la volontà di Federico di riorganizzare il suo Stato, il Regno di Sicilia: quest'ultimo, infatti, fu ripartito in undici distretti territoriali detti giustizierati, poiché erano governati da funzionari di propria nomina, i giustizieri, che rispondevano del loro operato in campo amministrativo, penale e religioso ad un loro superiore, il maestro giustiziere, referente diretto dell'imperatore che stava al vertice di questa struttura gerarchica di tipo piramidale.

L'istituzione dell'Università[modifica | modifica wikitesto]

Il 5 giugno 1224, all'età di trent'anni, Federico istituì con editto formale, a Napoli, la prima universitas studiorum statale e laica della storia d'Occidente, in contrapposizione all'ateneo di Bologna, nato come aggregazione di studenti e docenti e poi finito sotto il controllo papale. Fu tuttavia Federico ad inviare all'Università di Bologna e ad altre università le opere del filosofo arabo Averroè, che lui stesso aveva fatto tradurre. L'università, polarizzata intorno allo studium di diritto e retorica, contribuì all'affermazione di Napoli quale capitale della scienza giuridica. Napoli non era la capitale del Regno, ma Federico la scelse per la sua posizione strategica ed il suo già forte ruolo di polo culturale ed intellettuale di quei tempi. L'università federiciana, che non ha mai interrotto la sua attività, è stata intitolata al suo fondatore nel 1987, assumendo la denominazione di Università degli Studi di Napoli Federico II, allorché iniziarono i lavori per l'istituzione della Seconda Università degli Studi di Napoli, dallo scorporo della prima facoltà di medicina e chirurgia della prima, decretata nel 1989 e attuata nel 1991.

L'attività politica[modifica | modifica wikitesto]

La intensa attività politica e militare, l'innovazione portata nella sua legislazione del Regno di Sicilia, l'interesse per scienze e letteratura fecero di Federico un personaggio mitico. L'amicizia praticata nei confronti degli arabi (ebbe a lungo una Guardia personale costituita da guerrieri arabi, e lui stesso parlava correntemente tale lingua) unitamente alla lotta contro papa Gregorio IX, che arrivò perfino a definirlo anticipatore dell'Anticristo, fecero crescere attorno a lui un alone di mistero e di leggende. Fu forse il suo essere stato definito l'Anticristo (od il suo anticipatore) a dare origine, dopo la sua morte, alla leggenda di una profezia secondo la quale egli sarebbe ritornato dopo mille anni.

Federico II nel 1225 giunse nella regione del Vulture e convocò a Melfi la dieta per reperire i fondi straordinari da destinare alla crociata in Terra santa.

Nel maggio del 1231 l'imperatore ritornò in Basilicata insieme a Pier della Vigna, suo collaboratore strettissimo, e all'arcivescovo di Capua, ai quali era stato affidato il compito di raccogliere, in un unico corpo legislativo, le disposizioni emanate nei vari centri del regno a partire dal 1220. Nell'agosto di quell'anno venivano promulgate le Constitutiones regni Siciliae, correntemente dette Costituzioni di Melfi. Queste contenevano diversi provvedimenti, che per l'agricoltura prevedevano contratti di locazione agevolati per i suoli demaniali incolti e un controllo maggiore, tramite inventario, delle terre, delle masserie e delle foreste regie (ristrutturazione delle antiche massarie curiae, con norme rigorose per l'allevamento di bovini, ovini e suini e per un adeguato sfruttamento delle risorse dei campi). Fu inoltre condotta una generale ristrutturazione delle fortificazioni secondo l'elencazione degli statuta officiorum e in questo periodo si ebbe la costruzione di imponenti castelli come quello di Lagopesole (1242).

Guelfi e Ghibellini[modifica | modifica wikitesto]

Alla morte di Federico II, le popolazioni della Basilicata si divisero tra i sostenitori dei guelfi guidati da Carlo d'Angiò e i ghibellini di Corradino. Il primo aveva occupato l'Italia Meridionale e nel 1276 fece radunare in Melfi tutti i baroni del regno per un giuramento di fedeltà. Presto Matera si ribellò agli angioini ma, sedata ogni rivolta, ritornò sotto il potere costituito. La città di Potenza, già funestata dal terribile terremoto del 18 dicembre 1273, dopo essersi ribellata fu rasa al suolo da Ruggero Sanseverino per ordine di Carlo d'Angiò. A Rivello uno stendardo innalzato nel punto più alto della cittadina segnò l'inizio di una rivolta in favore di Corradino; poi Lavello e Montemilone furono incendiate dalla parte angioina.

Guerra dei Vespri[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Vespri siciliani.

Il 29 settembre 1281 il re Carlo d'Angiò ordinò a Giovanni d'Alzura, giustiziere incaricato della Basilicata, di intensificare i controlli sui feudatari e sulle Università (i liberi comuni) per stroncare sul nascere ogni segno di simpatia per la rivolta siciliana. Nel gennaio del 1283 la rivolta sbarcò sulle coste calabresi, e presto vennero segnalate piccole imbarcazioni aragonesi nel golfo di Policastro. In questo periodo la Basilicata contava tre fortezze sul mar Tirreno: i castelli di Policastro e Scalea, e Maratea, città fortificata. A settembre, bande di almugaveri, risalendo la valle del Sinni, razziarono la contea di Chiaromonte. Nello stesso mese, Moliterno insorse contro il suo vescovo, uccidendolo. Durante la primavera del 1284 le bande siciliane comandate da Marco Fortuna invasero la Basilicata. Rapidamente gli aragonesi conquistarono Scalea, Rotonda, Castelluccio, Lauria e Lagonegro. Immediatamente tutti gli sforzi si concentrarono per riconquistare Scalea, da dove partivano le bande che minacciavano i paesi vicini, fino a Marsico e Chiaromonte. La regione soffre in questo periodo anche una grave penuria di grano, e ad aggravare le cose contribuisce anche la ribellione di Taranto, da cui bande armate di aragonesi minacciano la costa ionica. Nel golfo di Policastro la situazione è ancora peggiore: fallito ogni tentativo di riprendere Scalea, gli angioini persero anche Policastro. Unico baluardo in mano ai francesi era Maratea, che soffrì attacchi per molti mesi senza mai cedere la piazza ai nemici. Dopo la morte di Carlo d'Angiò, solo nel gennaio del 1286 gli angioini riuscirono a respingere gli aragonesi al di là del fiume Lao.

Età moderna[modifica | modifica wikitesto]

Nel XIV secolo la Lucania attraversò una profonda crisi demografica, per alcuni attribuibili a teremoti ed epidemie [10] per altri alla "cacciata dei Saraceni" ordinata da Carlo d'Angiò, in accordo con il papa, che provocò in Basilicata la dispersione di tutte le comunità arabe, come quelle residenti a Castelsaraceno, Bella, Pescopagano, Tursi e Tricarico. La politica religiosa del sovrano vide inoltre la costruzione di numerosi conventi. Alla fine del XIV secolo la Basilicata fu coinvolta nelle sanguinose lotte per la successione al trono fra Luigi I d'Ungheria e Carlo di Durazzo, con il saccheggio della zona del Vulture da parte degli Ungheresi. Nel 1405 a Saponara la strenua difesa opposta all'avanzata delle forze reali, convinse Ladislao d'Angiò a concedere al popolo un indulto (firmato il 14 aprile), che garantiva un'esenzione fiscale e l'impegno del re a non infeudare il comune, che divenne "città regia". Sergianni Caracciolo, napoletano e ministro della regina Giovanna II, ottenne nel 1416 la signoria su Melfi e il territorio del Vulture, estendendo poi i domini della casata fino al Melandro e, per qualche tempo, anche su Marsico e Miglionico.

La Basilicata in questo secolo fu teatro della famosa Congiura dei baroni ordita nel 1485 dal principe di Salerno Antonello II dei Sanseverino consigliato da Antonello Petrucci e Francesco Coppola, ai danni del re di Napoli Ferdinando I di Napoli che coinvolse molte famiglie feudatarie di signori e baroni del regno della fazione guelfa favorevoli agli angioini, tra cui oltre i Sanseverino si ricordano i Caracciolo principi di Melfi, i Gesualdo marchesi di Caggiano, gli Orsini Del Balzo principi di Altamura e di Venosa, i Guevara principi di Teramo, i Senerchia conti di S.Andrea e Rapone, che si riunirono nel Castello di Miglionico (detto del Malconsiglio o della congiura dei Baroni). La Congiura fu narrata dallo storico Camillo Porzio nella sua più celebre opera, La congiura dei Baroni del regno di Napoli contra il re Ferdinando I.

XV secolo[modifica | modifica wikitesto]

Nella seconda metà del XV secolo si ebbe una generale ripresa economica: segnali di un incremento delle attività commerciali si ebbero soprattutto in centri ben collegati come Venosa e Matera e si registrò una sostanziale crescita demografica. A quest'ultima dovette contribuire l'immigrazione dei profughi costantinopolitani in seguito alla caduta della città sotto il dominio ottomano. Tra il 1450 e il 1480 approdarono alle coste ioniche numerosi gruppi di esuli greci e, soprattutto, albanesi giunti al seguito di Giorgio Castriota Scanderbeg, il condottiero che aveva combattuto dalla parte di Ferdinando II di Aragona. Queste nuove comunità ripopolarono soprattutto la zona del Vulture (Barile, Rionero, Maschito) e poi si stabilirono a San Chirico Nuovo, Ruoti e Brindisi Montagna. A Matera, invece, gli Schiavoni fondarono un vero e proprio quartiere, scavando le abitazioni nella massa tufacea di quella parte dei Sassi a tutt'oggi nota con il nome di "Casalnuovo".

Guerra Franco-Spagnola[modifica | modifica wikitesto]

Ritratto rappresentante Ferdinando II di Aragona

Nella lotta tra Francia e Spagna per il dominio sul l'Italia, apertasi con la morte di Ferdinando II di Aragona nel 1516, la Basilicata subì nuove distruzioni.

Con il dominio dell'Italia meridionale l'imperatore Carlo V di Spagna tolse i loro domini ai feudatari precedenti, tra i quali i Caracciolo; i feudi di Melfi, Candela, Forenza e Lagopesole andarono così ad Andrea Doria "in soddisfazione della rendita annua di 6.000 ducati" e in cambio dei servigi resi alla corona, nel momento di massima ricchezza e splendore del condottiero genovese e della sua città.

I feudi dei Sanseverino furono divisi fra le famiglie dei Carafa (principi di Stigliano), Revertera, Pignatelli e Colonna. In questo contesto si inserisce la tragica vicenda della poetessa Isabella di Morra.

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La Basilicata fu in gran parte sottoposta alla giurisdizione di Salerno, mentre Matera e la Murgia fecero parte della Terra d'Otranto.

Con l'avvento della nuova classe dirigente, estranea al territorio di cui godeva il possesso, e con lo spostamento dei traffici commerciali dal Mediterraneo all'Atlantico, i feudi lucani furono considerati pura fonte di reddito e i nuovi baroni prestarono scarsissimo interesse al miglioramento delle condizioni economiche e sociali dei propri possedimenti.

Vi furono anche casi di rivolta contro gli abusi dei baroni: a Matera, ad esempio, i cittadini sfiniti dalle esose contribuzioni richieste dal nuovo signore assegnato dal re, il banchiere napoletano Giovan Carlo Tramontano, nella notte di Natale del 1514 gli tesero un agguato e lo uccisero, non consentendogli di ultimare il suo imponente castello.

I mercati dei centri urbani riuscivano in qualche modo a garantire un certo vigore economico, mentre le campagne rimanevano invece in una condizione di generale povertà, poiché gran parte della produzione agricola era assorbita dall'autoconsumo delle famiglie e ben poco del prodotto poteva essere destinato ai mercati esterni. Nel 1528, i lanzichenecchi, dopo il sacco di Roma portano nuove distruzioni, in particolare a Melfi.

XVI secolo[modifica | modifica wikitesto]

Nella seconda metà del XVI secolo la Basilicata conobbe un periodo di relativa tranquillità e in quest'epoca si sviluppò un rigoglioso mercato dell'arte legato alla committenza delle grandi famiglie baronali e religiosa: opere di grande pregio saranno realizzate da Cima da Conegliano, Simone da Firenze e da numerosi artisti locali fra cui Altobello Persio, Giovanni Todisco, il Pietrafesa, Antonio Stabile e, più avanti, Carlo Sellitto e Pietro Antonio Ferro.

Nella vita sociale e politica della regione si ebbe l'emergere di una nuova classe intermedia, per lo più appartenente a importanti famiglie locali, ed impegnata a rappresentarei baroni, i vescovi e gli abati nell'attività di amministrazione e gestione dei feudi. Contemporaneamente al formarsi di questo nuovo corpo sociale si avviò un processo di autonomia delle comunità cittadine: attraverso una procedura complessa, i cittadini potevano riscattare la propria città pagando al potere regio la somma altrimenti versata dal barone: in questo modo le terre passavano al Regio Demanio e, senza l'intermediazione del barone, divenivano di possesso comune e quindi "universali" (motivo per cui queste comunità cittadine vennero all'epoca definite "Università"). Tali emancipazioni furono tuttavia poco frequenti in Basilicata: le città regie furono pochissime e non sempre il riscatto riusciva duraturo, poiché era molto costoso e comportava un notevole sacrificio economico da parte dei cittadini: fra queste, oltre a Saponara, che lo era già dal secolo precedente, ed a Matera che già si era riscattata più volte per liberarsi dal dominio feudale, ci furono Lagonegro, Maratea, San Mauro e Rivello.

La situazione non migliorava invece per le campagne e le zone interne i cui prodotti, quando riuscivano a superare la soglia del consumo personale, erano nei mercati sottoposti ad una forte stagnazione dei prezzi. A questo si aggiungeva un sistema fiscale basato essenzialmente sulle imposte indirette sui generi di consumo, quindi la farina, il vino, il formaggio, la carne continuavano ad essere fortemente tassati; per evitare conflittualità con i gruppi dirigenti mancava l'imposta diretta sui beni e i patrimoni, che venne introdotta solo nel 1742 con il catasto onciario istituito da Carlo di Borbone.

XVII secolo[modifica | modifica wikitesto]

Alla metà del XVII secolo le comunità cominciarono con più insistenza a rivendicare i diritti nei confronti dei baroni e dello strapotere ecclesiastico. In Basilicata l'assenza delle dirette autorità dello Stato (poiché sottoposta alla provincia di Salerno) e l'isolamento di molti centri abitati, favorirono l'organizzazione e il diffondersi della rivolta di Masaniello, scoppiata a Napoli nel 1647. La sollevazione fu generalizzata e coinvolse tutta la regione: a Potenza il principe Celano fu costretto a fuggire, mentre a Vaglio il principe Salazar, uno dei capi della rivolta fuoriuscito dal carcere napoletano, si pose alla testa dell'esercito rivoluzionario al fianco di Matteo Cristiano. L'offensiva fu determinata e nel gennaio del 1648 tutta la Basilicata aveva aderito alla Repubblica ed i poteri erano ufficialmente passati al nuovo "governatore delle armi" in rappresentanza del governo rivoluzionario di Napoli, Matteo Cristiano. La rivolta venne sanguinosamente repressa e nella successiva primavera era già stata stroncata.

Nel 1663 venne creata una nuova provincia per la Basilicata, per assicurarne un maggiore controllo, con capoluogo a Matera. La presenza del Tribunale della Regia Udienza favorì il formarsi di una classe di giurisperiti, impegnati nelle contese che vedevano contrapporsi le Università e i baroni e la città si sviluppò ulteriormente, raggiungendo con il circondario una popolazione di circa 60.000 abitanti. Esistevano vivaci contatti commerciali con i porti pugliesi e un'attiva vita culturale: vi nacque il poeta Tommaso Stigliani e nel secolo successivo il musicista Egidio Romualdo Duni.

XVIII secolo[modifica | modifica wikitesto]

Nelle rilevazioni del "Catasto Onciario" della metà del Settecento, la maggior parte della popolazione lucana era composta da braccianti e contadini. Pochi esponenti della società locale riuscivano a raggiungere posizioni economiche ragguardevoli, costituendo una nuova borghesia rurale. L 'influenza dei nuovi orientamenti liberali e repubblicani dell'epoca dei lumi fu consistente in Basilicata, grazie soprattutto alla vicinanza di Napoli che fu il centro propulsore dell'illuminismo nel Mezzogiorno. Il giansenista Giovanni Andrea Serrao venne nominato vescovo di Potenza da Ferdinando di Borbone nel 1783, nonostante l'opposizione del papa. Parte autorevole del movimento cattolico riformatore napoletano, il Serrao fu il fautore del nuovo orientamento liberale introdotto nella formazione del giovane clero del seminario di Potenza e l'ispiratore dei circoli progressisti della città.

L'inquietudine sociale, mai sopita nel corso dei centocinquanta anni trascorsi dalla "rivoluzione di Masaniello", esplose con rinnovato vigore nel 1799, avendo come protagonisti personalità come Francesco Mario Pagano, Michele Granata e Onofrio Tataranni.

Il 19 gennaio la popolazione di Avigliano scese in piazza e di lì i moti si estesero in tutta la regione, animati dalla "Organizzazione democratica" guidata dai giovani fratelli Michelangelo e Girolamo Vaccaro, di Avigliano. Tra la fine di marzo e l'inizio di aprile si ebbe la controffensiva borbonica, con una prima durissima repressione a Potenza, dove truppe realiste assaltarono e saccheggiarono il seminario e il vescovado, decapitando sia il rettore che il vescovo Serrao. A Tito si ebbe un'accanita resistenza e venne uccisala famiglia Cafarelli. In aprile la resistenza continuava nella parte nord occidentale della regione fino al lungo assedio di Picerno dove si erano concentrate tutte le forze insorte; il 15 maggio, caduta Picerno, trovarono la morte i fratelli Vaccaro e almeno altri settanta fra uomini e donne. L'occupazione di Melfi tra il 29 ed il 31 maggio spense l'ultimo focolaio, seguito da una dura repressione.

Il decennio napoleonico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Insurrezione calabrese (1806-1809), Massacro di Lauria e Resistenza di Maratea.

Durante la conquista francese del Regno di Napoli, nel 1806 in seguito alle rivolte anti-napoleoniche in Calabria, il re Giuseppe Bonaparte ordinò al generale Andrea Massena di sedare le rivolte. Di passaggio presso Lauria, città che si opponeva al passaggio del suo esercito l'8 agosto Massena ordinò il massacro di 1.000 cittadini che si erano ribellati.

Nel successivo dicembre, il colonnello Alessandro Mandarini, ricevuto ordine dai Borbone di riorganizzare le forze legittimiste e opporre una resistenza all'avanzata francese, fu protagonista di un lungo scontro al Castello di Maratea, assediato dal generale Jean Maximilien Lamarque.

Sedate le ultime rivolte, tra le trasformazioni introdotte in Basilicata da Giuseppe Bonaparte e dal reggente Gioacchino Murat, determinante fu la decisione di trasferire la provincia: il fulcro delle attività amministrative della regione si spostava così a Potenza, pare per l'appoggio garantito dai potentini alle truppe di occupazione francesi. Nel giro di pochi anni, il paese che si estendeva ancora solo nella parte più alta, dal Duomo alle prime case extra moenia presso Porta Salza, dovette trasformarsi in città ed adeguare il suo assetto urbanistico alle nuove importanti funzioni amministrative. Tra il 1806 e il 1815, inoltre, oltre 16.000 ettari di terre demaniali venivano divise, per ordine di Giocchino Murat, in 13.000 quote assegnate ai coltivatori.

Moti risorgimentali l'annessione al Regno d'Italia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Insurrezione lucana (1860).

L'alleanza tra i contadini e la giovane borghesia lucana che aveva animato le lotte repubblicane del 1799, avrebbe avuto parte di grande rilievo nella cospirazione antiborbonica della prima metà dell'Ottocento. Da questo momento in poi si sviluppa in Lucania un forte contrasto sociale tra la base della popolazione e i vertici di qualsiasi stato o bandiera. Questi patrioti postisi alla guida della resistenza lucana potevano contare sull'ingente forza d'urto delle popolazioni contadine, che muovevano istanze di libertà e richieste di nuove leggi agrarie. Ma, come tutte le cose di terre sfortunate, l'epilogo fu tragico e la repressione borbonica ed austriaca si scatenò violenta ed impietosa.

Ma questa repressione violenta non fece altro che alimentare e creare più forti rancori sociali che sfoceranno in una forma di associazionismo rivoluzionario chiamato: Brigantaggio. Non si spensero gli ideali di libertà e di uguaglianza che animavano ovunque le lotte del Risorgimento nel Meridione. Nel 1848 dopo l'insurrezione di Palermo si creò il "Circolo Costituzionale" guidato da d'Errico e da Maffei, prese allora in mano la situazione e riuscì rapidamente a far approvare un documento che trasformava il Circolo in un "Comitato per la difesa della Costituzione violata dal Re". Il Comitato guidò l'azione di difesa e l'organizzazione militare degli insorti in Basilicata, promettendo la quotizzazione delle terre demaniali; all'inizio di giugno venne sottoscritta una "Dichiarazione di Principi Costituzionali", poi approvata dalla Dieta provinciale e da quella federale, quest'ultima indetta al Liceo di Potenza ed alla quale aderirono rappresentanti del Molise, della Capitanata, della Terra d'Otranto e della Terra di Bari. Nonostante una serie di insurrezioni fu ricostituito il trono dei Borbone e tutti quelli che avevano creduto nella lotta e nella libertà, soprattutto contadini, si ritrovarono con un pugno di mosche in mano.

Nell'agosto 1860 la Basilicata fu travolta dall'innalzamento della bandiera dell'Italia unita. Le vittoriose imprese garibaldine in Sicilia avevano risvegliato gli animi popolari e ovunque erano riprese le lotte per le terre demaniali; a Matera gli scontri assunsero subito un carattere molto violento poiché il popolo insorto uccise il conte Gattini ed alcuni suoi collaboratori. Prima che la situazione degenerasse, Albini, Mignogna e Boldoni affrettarono l'iniziativa politica ed a Corleto Perticara, dove erano da tempo ospiti di Carmine Senise, per primi dichiararono decaduti i Borbone proclamando l'unità nazionale. Da Matera con i mille era già partito il colonnello Giambattista Pentasuglia che in precedenza aveva già partecipato alle tre guerre d' indipendenza, decisiva per lo sbarco di Garibaldi fu una sua azione a Marsala. Francesco II, insediatosi nel maggio del 1859, vista l'impossibilità di controllare i moti esplosi in Sicilia con Garibaldi e già estesisi a macchia d'olio nel Regno, tentò di guadagnare alla propria causa i liberali moderati concedendo la costituzione del '48, ma ormai era troppo tardi.

La voglia di cambiamento e di innovazione fece aderire la migliore parte della società lucana al processo che portò alla unificazione piemontese anche se un recente revisionismo storico ha portato a valutare negativamente quel coinvolgimento. Tra i principali artefici della svolta sabauda si menzionano appunto Giacinto Albini che con Nicola Mignona assunsero la carica di Governatori del Governo Prodittatoriale, in seguito lo stesso Albini fu nominato poi Governatore della Provincia, Carmine Senise Capo di Stato Maggiore delle Forze insorte, Pietro La Cava, Florino Del Zio, Ferdinando Petruccelli della Gattina, Giacomo Racioppi, Francesco Scardaccione che fu il primo Presidente della Provincia di Basilicata nel 1861. Il nuovo Stato savoiardo distrusse tutte le speranze e le aspettative delle popolazioni e con una sbagliata politica di colonizzazione che ammazzava ogni forma di cultura locale ed una politica economica fatta di tasse e sottosviluppo provocò una guerra che partì dal basso.

Il brigantaggio[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Brigantaggio.
FENOMENO SOCIALE DEL BRIGANTAGGIO IN BASILICATA

E intorno a noi il timore e la complicità di un popolo. Quel popolo che disprezzato da regi funzionari ed infidi piemontesi sentiva forte sulla pelle che a noi era negato ogni diritto, anche la dignità di uomini. E chi poteva vendicarli se non noi, accomunati dallo stesso destino? Cafoni anche noi, non più disposti a chinare il capo. Calpestati, come l'erba dagli zoccoli dei cavalli, calpestati ci vendicammo. Molti, molti si illusero di poterci usare per le rivoluzioni. Le loro rivoluzioni. Ma libertà non è cambiare padrone. Non è parola vana ed astratta. È dire senza timore, È MIO, e sentire forte il possesso di qualcosa, a cominciare dall'anima. È vivere di ciò che si ama. Vento forte ed impetuoso, in ogni generazione rinasce. Così è stato, e così sempre sarà... Carmine Crocco

I contadini lucani nella loro secolare storia hanno avuto tre guerre collocate nel tempo, la prima delle quali fu contro i greci che conquistarono queste terre. Da un lato c'erano gli eserciti organizzati degli Achei con le loro armi; dall'altro i contadini con le loro scuri, le falci e i coltelli. La seconda guerra fu quella contro i Romani che permise la diffusione della teocrazia statale con tutte le sue incomprensibili leggi. Infine la terza e ultima fu quella dei briganti: i contadini non avevano cannoni come "l'altra Italia" che li stava sottomettendo, ma avevano la rabbia dovuta alla povertà, all'emigrazione, all'ingiustizia sociale che il nuovo stato savoiardo stava perpetrando nelle terre meridionali. (Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli)

Questo momento storico è fondamentale per la comprensione del fenomeno sociale detto “Brigantaggio”. Infatti ormai la storiografia ufficiale sta finalmente considerando il fenomeno con una valenza storiografica-sociale che invece prima era oscurata dalla storia retorica del risorgimento, in cui i Savoia erano i”buoni” mentre i briganti erano solo dei criminali. Ora si pone l'attenzione più verso le cause che hanno determinato l'evento e soprattutto nel fatto di considerarlo una reazione partita dal basso, senza bandiere o padroni, che si prefiggeva come scopo la liberazione dai soprusi che il nuovo ordine politico stava effettuando nell'Italia unificata. La reazione dei contadini che vivevano in una società funzionale, in una burocrazia giusta, un'economia basata su piccole industrie, un'agricoltura arretrata ma che garantiva una vita adeguata, andò contro uno stato Savoiardo amministrativamente arretrato che non fece altro che smontare letteralmente tutte le aziende meridionali, confiscare la flotta navale napoletana, istituire tasse come quella sul macinato, istituire la leva militare obbligatoria. Dalle terre lucane partì dunque la rivolta dei contadini che tenne in scacco l'esercito piemontese per oltre un quinquennio. (Giuseppe Ressa e Alfonso Grasso, Il Sud e l'Unità d'Italia)

Carmine Crocco, emblema del brigantaggio in Basilicata

Per dieci anni ci fu una cruenta lotta tra falci e zappe contro cannoni e fucili che provocò la morte di migliaia di persone la distruzione di interi paesi e la miseria totale e l'emigrazione. La questione meridionale nasce ora e non si estinguerà fino ai nostri giorni. Questa guerra civile interessò tutta la Basilicata e le regioni limitrofe. L'alveo delle forze dei briganti divenne il Vulture ed il suo capo più rappresentativo fu Carmine "Donatelli" Crocco di Rionero. Fuoriuscito dall'esercito borbonico perché reo d'aver ucciso un compagno, Crocco aveva partecipato ai moti unitari del '60 ma non avendo ottenuto l'amnistia preferì al processo la strada dei boschi. Crocco riuscì ad aggregare un esercito di oltre duemila uomini, la maggior parte dei quali contadini disillusi e minacciati dalle ordinanze del Governo. A Crocco si unì il generale Borjes inviato dal re di Spagna. Dopo aver fallito il tentativo di occupare Potenza nel novembre del 1861, lo spagnolo fu disarmato ed allontanato da Crocco, morendo poi fucilato dai bersaglieri presso Tagliacozzo.

Proprio in quel periodo, tramite la mediazione di autorevoli esponenti della borghesia locale si era giunti ad un accordo con Crocco ed altri cinquecento briganti, convinti ad abbandonare il campo con promessa di rifugio sicuro su un'isola. Questa ipotesi venne scartata aprioristicamente dal governo che confermava invece la linea dura, accusando anche di complicità coloro che avevano intentato la trattativa e, ignorando qualsiasi forma di mediazione, approntò la legge Pica con la quale si istituivano i tribunali militari e si autorizzavano fucilazioni immediate. L'opposizione alla Camera fu serrata da parte di tutta quella parte democratica del governo che aveva dato credito alle conclusioni della Commissione Parlamentare d'Inchiesta, inviata in Basilicata per cercare una soluzione al problema, e che aveva terminato la sua esposizione dichiarando che la ribellione dei briganti era in fondo "la protesta selvaggia e brutale della miseria contro antiche e secolari ingiustizie". Nonostante l'opposizione del Massari e del de Sanctis, la legge Pica venne approvata ottenendo il doppio risultato di affermare l'egemonia delle forze conservatrici rispetto a quelle democratiche e di accrescere la violenza dei briganti, contro i quali il governo dovette impegnare complessivamente 120.000 soldati in una guerra costosissima per il paese, sul piano sia economico che morale.

Banda del brigante Totaro di San Fele

Il comando delle truppe venne affidato al generale Emilio Pallavicini, lo stesso che aveva fermato Giuseppe Garibaldi sull'Aspromonte, mentre il Prefetto di Potenza Veglio completava la linea telegrafica di collegamento tra il capoluogo e Tricarico, Matera, Melfi e Lagonegro. Il 13 marzo del 1864 veniva catturato e fucilato presso Avigliano il comandante dei briganti Ninco Nanco mentre per la defezione di Giuseppe Caruso, il Pallavicini riuscì a sorprendere la banda di Crocco sull'Ofanto, il 25 luglio. Ciò nonostante l'imprendibile Crocco riuscì a fuggire con undici dei suoi ed a raggiungere incolume i territori dello Stato pontificio credendosi in salvo. Ma così non fu, il clima politico era cambiato e proprio "quel Gran Pio IX", come egli stesso testimoniò più avanti, dopo la cattura avvenuta a Veroli per mano delle truppe pontificie, lo fece rinchiudere nelle carceri nuove di Roma. Così terminavano gli anni più accesi della lotta brigantesca e Carmine Donatelli detto Crocco, condannato a morte a Potenza l'11 settembre del 1872, riuscì a scontare il carcere a vita nel bagno di Portoferraio dove divenne uomo di lettere e dettò le sue memorie. Le svolte del governo sui temi di politica interna e di ordine pubblico in quel primo decennio unitario, da Urbano Rattazzi a Marco Minghetti, determinarono le coordinate di un irreversibile declino sociale ed economico del Meridione.

Alcuni briganti lucani: Caruso, Cafo, Lamacchia e Tinna

Anche nella provincia di Matera il fenomeno fu di non minore eclatanza ed ebbe come episodio precursore l'uccisione di un latifondista, il Conte Gattini, avvenuta l'8 agosto 1860 a Matera. I contadini materani infatti si sollevarono contro i proprietari terrieri a causa delle lentezze nella ripartizione delle terre demaniali ai privati, ed alla vigilia dell'Unità cominciarono a essere aizzati da quella parte della nobiltà, reazionaria e legittimista, che mal sopportava la venuta del nuovo regime e che incalzata dalla storia andava promettendo redistribuzioni di terre in caso di vittoria. Tra le varie bande esistenti nel materano le più importanti erano quella di Rocco Chirichigno, detto Coppolone, di Montescaglioso, quella di Vincenzo Mastronardi, detto Staccone, di Ferrandina, quella di Eustachio Fasano ed Eustachio Chita detto Chitaridd a Matera. Quest'ultimo viene considerato l'ultimo brigante in quanto anche dopo la sconfitta del brigantaggio post-unitario continuò a operare in maniera isolata fino alla sua uccisione avvenuta nel 1896.

Fine Ottocento e Novecento[modifica | modifica wikitesto]

Le conseguenze disastrose della linea politica in atto si fecero presto evidenti. In Basilicata, in particolare, il tasso di mortalità infantile era elevatissimo e le condizioni ambientali estremamente degradate per la presenza di vaste zone malariche. Per questi ed altri motivi fra il 1876 e il 1900 ben 180.000 lucani abbandonarono la regione per emigrare al Nord o all'estero, per lo più in America. L'ultimo intervento di bonifica di fatto portava la firma dei Borboni e riguardava il Vallo di Diano, fra Basilicata e Campania, di lì in poi nulla era stato fatto dal governo della "nuova" Italia. I primi studi sulla persistenza della malaria nel Sud, condotti dal dott. Michele Lacava e da Giovanni Pica, fra il 1885 e il 1889, dimostrarono che sui 125 comuni della Basilicata solo nove erano realmente immuni dall'infezione, nella totale assenza di difese ed assistenza sanitaria. Del resto la regione mancava di qualunque organizzazione infrastrutturale, la viabilità era scarsa e questo aveva inciso non poco nell'aggravarsi dei fenomeni di delinquenza sociale e nel penalizzare le attività produttive e gli scambi. L'organizzazione dei trasporti per le derrate collegava solo le principali aree produttive della regione, il Vulture e il Materano, con i porti pugliesi di Taranto e Bari, ma escludeva il capoluogo e gran parte delle aree interne. Non è un caso, difatti, che proprio a Matera nasceva il primo Istituto di Credito autonomo della regione, la Banca Popolare sorta per impulso del sotto-prefetto Prosdocimi nel 1879; a questa fondazione ne seguirono altre e nel 1888 le banche popolari della regione erano ben 45 e comprendevano circa 14.000 soci. Negli stessi anni nasceva anche la Lega Agraria, sorta per volere di Francesco Paolo Materi, neo deputato e grosso proprietario terriero di Grassano, che intendeva coadiuvare l'attività delle imprese agricole per facilitare le azioni di credito. A testimonianza del rinnovato vigore economico decretato dalla confisca e dalla vendita dei beni della Chiesa, a Potenza, ad esempio, i Branca e gli Scafarelli si aggiudicarono 2.500 ettari di terra spendendo qualcosa in meno di un milione di lire che, se vogliamo, corrispondeva ad un terzo dell'intero capitale versato dai 14.000 soci degli istituti di credito lucani nel 1888. Nel Novecento la situazione non cambiò di molto e solo negli anni trenta fu creata qualche infrastruttura in più come l'Acquedotto e alcune vie di comunicazione importanti; tuttavia dei veri insediamenti industriali ed un tentativo di ripresa economica si ebbero solo negli anni sessanta e dopo gli anni ottanta.

Durante la seconda guerra mondiale alcune cittadine lucane, come Potenza, Lauria, Maratea, furono bombardate dagli Alleati.

Il 21 settembre 1943 la città di Matera insorse contro l'occupazione nazista, risultando la prima città del Mezzogiorno a partecipare attivamente alla guerra di liberazione. Attività partigiane furono presenti anche in altri centri tra cui Rionero in Vulture, dove il 24 settembre seguente diciotto civili furono uccisi dalle rappresaglie naziste, ed Avigliano che diede battaglia ai tedeschi il 9 ottobre.

Il 23 novembre 1980 fu sconvolta da un grave terremoto che colpì buona parte del territorio regionale. Nel terzo millennio la Basilicata sarà interessata da emigrazione, mancanza di infrastrutture e debolezza economica.

Nel 2003 il governo nazionale decise di trasferire tutte le scorie nucleari delle varie ex centrali atomiche dell'Italia in un sito unico posto in una salina di Scanzano Jonico. Questo provocò un'intensa protesta che portò alla paralisi dei trasporti dell'intera regione ed alla grande manifestazione di oltre centomila persone, pari a circa il 20% della popolazione regionale residente; a seguito di tali proteste il governo, nel gennaio del 2004, ritirò il decreto.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Espressione coniata da Emanuele Greco.
  2. ^ L. Pareti, A. Russi, pag. 314.
  3. ^ Fasti triumphales celebrano per il 282/281 a.C.: Gaio Fabricio Luscino, console, trionfò su Sanniti, Lucani e Bruzi, alle none di Marzo (5 marzo).
  4. ^ A. Piganiol, pag. 181.
  5. ^ a b Appiano di Alessandria, VII, 1.
  6. ^ Cassio Dione Cocceiano, IX.
  7. ^ Tito Livio conferma che gli ambasciatori furono maltrattati o ingiuriati come sostiene Eutropio, II, 11.
  8. ^ A. Cilento, pag. 65.
  9. ^ AA. VV, pag. 16
  10. ^ Le principali ondate epidemiche che colpirono la Basilicata si ebbero negli anni 1348-49, 1360-63, 1371, 1381, 1394 (T. Pedio, La Basilicata dalla caduta dell'Impero Romano agli Angioini, 1987, vol. I, pp. 49-52).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie[modifica | modifica wikitesto]

Fonti secondarie[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]