Trattativa tra Stato italiano e Cosa nostra

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La trattativa tra Stato italiano e Cosa Nostra (più comunemente chiamata trattativa stato-mafia) è l'ipotesi di una intrattenuta negoziazione tra alcuni esponenti politici e l'organizzazione Cosa Nostra, inizialmente per il tramite dei vertici del Raggruppamento Operativo Speciale dei carabinieri: tale trattativa si sarebbe sviluppata durante le stragi del 1992-1993 per giungere ad un accordo che prevedeva la fine della stagione stragista in cambio di un'abolizione della legge sui collaboratori di giustizia e un'attenuazione delle misure detentive previste dall'articolo 41 bis[1]. L'ipotesi è attualmente oggetto di indagini giudiziarie e inchieste giornalistiche.

Storia[modifica | modifica sorgente]

  • Nel settembre-ottobre 1991, durante alcune riunioni della "Commissione regionale" di Cosa Nostra avvenute nei pressi di Enna e presiedute dal boss Salvatore Riina, venne deciso di dare inizio ad azioni terroristiche contro lo Stato italiano che dovevano essere rivendicate con la sigla "Falange Armata"[2]; subito dopo, nel dicembre 1991, avvenne una riunione della "Commissione provinciale", sempre presieduta da Riina, in cui si decise di colpire in particolare i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ma anche i politici Salvo Lima, Calogero Mannino, Claudio Martelli, Salvo Andò e Sebastiano Purpura[3]. Infatti il 30 gennaio 1992 la Cassazione confermò la sentenza del Maxiprocesso che condannava Riina e molti altri boss all'ergastolo[4]; in seguito alla sentenza, la "Commissione" regionale e provinciale decisero di avviare la stagione stragista già progettata: il 12 marzo 1992 l'onorevole Salvo Lima venne ucciso alla vigilia delle elezioni politiche e l'omicidio rivendicato con la sigla "Falange Armata"[5]
  • Nel periodo successivo all'omicidio Lima, l'onorevole Calogero Mannino si mise in contatto con il generale dei carabinieri Antonio Subranni (all'epoca comandante del ROS) attraverso il maresciallo Giuliano Guazzelli; infatti Mannino aveva ricevuto minacce di morte e temeva a sua volta di essere ucciso[6]. Tuttavia il 4 aprile 1992 il maresciallo Guazzelli venne ucciso lungo la strada Agrigento-Porto Empedocle e l'omicidio venne rivendicato con la sigla "Falange Armata"[7][8]
  • Il 23 maggio 1992 avvenne la strage di Capaci, in cui persero la vita il giudice Falcone, la moglie Francesca Morvillo ed alcuni agenti di scorta: l'attentato venne rivendicato con la sigla "Falange Armata"[9]. In seguito alla strage di Capaci, nella seduta dell’8 giugno 1992, il Consiglio dei ministri approvò il decreto-legge "Scotti-Martelli" (detto anche "decreto Falcone"), che introdusse l’articolo 41 bis, cioè il carcere duro riservato ai detenuti di mafia: il giorno successivo giunse una telefonata anonima a nome della sigla "Falange Armata" in cui si minacciava che il carcere non si doveva toccare[3][10]. Nello stesso periodo, il capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno contattò Vito Ciancimino attraverso il figlio Massimo, per conto del colonnello Mario Mori (all'epoca vicecomandante del ROS) che informò il generale Subranni; a sua volta Ciancimino e il figlio Massimo contattarono Salvatore Riina attraverso Antonino Cinà (medico e mafioso di San Lorenzo)[3][6]. In quello stesso periodo, il maresciallo dei carabinieri Roberto Tempesta contattò Antonino Gioè (capo della Famiglia di Altofonte) attraverso Paolo Bellini (ex terrorista nero e confidente del SISMI) al fine di recuperare alcuni pezzi d'arte rubati; il maresciallo Tempesta informò il colonnello Mori di quei contatti[11].
  • Alla fine del giugno 1992 il capitano De Donno incontrò a Roma la dottoressa Liliana Ferraro, vice direttore degli affari penali presso il Ministero della Giustizia, alla quale chiese copertura politica al rapporto di collaborazione con Ciancimino; la dottoressa Ferraro lo invitò a riferire al giudice Paolo Borsellino. Il 25 giugno il colonnello Mori e il capitano De Donno incontrarono il giudice Borsellino: secondo quello che viene riferito da Mori e De Donno, durante questo incontro Borsellino discusse con i due ufficiali sulle indagini dell'inchiesta "mafia e appalti"[6]. Il 28 giugno Borsellino incontrò a Roma la dottoressa Ferraro, che gli parlò dei contatti tra il colonnello Mori e Ciancimino: tuttavia Borsellino si dichiarò già informato di questi contatti; lo stesso giorno si insediava il Governo Amato I, che nominò l'onorevole Nicola Mancino come ministro dell'interno al posto di Vincenzo Scotti[12]. In quel periodo, Salvatore Riina mostrò a Salvatore Cancemi un elenco di richieste dicendo che c'era una trattativa con lo Stato che riguardava pentiti e carcere; sempre in quel periodo, Riina disse anche a Giovanni Brusca che aveva fatto un "papello" di richieste per fare finire le stragi[3].
  • Il 1º luglio 1992 il giudice Borsellino, che si trovava a Roma per interrogare il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo, venne invitato al Viminale per incontrare il ministro Mancino; secondo Mutolo, Borsellino tornò dall'incontro visibilmente turbato[6]. Nello stesso periodo, Giovanni Brusca ricevette da Salvatore Biondino la disposizione di sospendere la preparazione dell'attentato contro l'onorevole Mannino perché "erano sotto lavoro per cose più importanti". Secondo Salvatore Cancemi, in quei giorni Riina insistette per accellerare l'uccisione di Borsellino e per eseguirla con modalità eclatanti[3]. Il 15 luglio Borsellino confidò alla moglie Agnese che il generale Subranni era vicino ad ambienti mafiosi mentre qualche giorno prima le aveva detto che c'era un contatto tra mafia e parti deviate dello Stato[3]. Nello stesso periodo, Riina disse a Brusca che la trattativa si era improvvisamente interrotta e c'era "un muro da superare"[3].
  • Il 19 luglio avvenne la strage di via d'Amelio, in cui rimasero uccisi il giudice Borsellino e gli agenti di scorta: l'attentato venne sempre rivendicato con la sigla "Falange Armata"[13]. In seguito alla strage di via d'Amelio, il decreto "Scotti-Martelli" venne convertito in legge e oltre 100 mafiosi detenuti particolarmente pericolosi vennero trasferiti in blocco nelle carceri dell'Asinara e di Pianosa e sottoposti al regime del 41 bis, che venne applicato pure ad altri 400 mafiosi detenuti. Il 22 luglio il colonnello Mori incontrò l'avvocato Fernanda Contri (segretario generale a Palazzo Chigi) affinché riferisse al presidente del consiglio Giuliano Amato dei contatti intrapresi con Ciancimino[3].
  • Il 20 luglio 1992, il giorno dopo la strage di via d'Amelio, la Procura di Palermo deposita l'istanza di archiviazione dell'indagine definita "Mafia e Appalti", a cui avevano lavorato con grande interesse sia Giovanni Falcone che, successivamente, Paolo Borsellino. Il decreto di archiviazione venne emesso il 14 agosto 1992.[14]
  • Nel settembre 1992 Riina disse a Brusca che la trattativa si era interrotta e quindi ci voleva un altro "colpettino": per questo lo incaricò di preparare un attentato contro il giudice Piero Grasso, che però non andò in porto per problemi tecnici[3]. Nello stesso periodo, il colonnello Mori incontrò l'onorevole Luciano Violante (all'epoca presidente della Commissione Parlamentare Antimafia) per caldeggiare un incontro riservato con Ciancimino per discutere di problemi politici, che però venne rifiutato da Violante[3][6]. Tra ottobre e novembre 1992, Giovanni Brusca e Antonino Gioè fecero collocare un proiettile d'artiglieria nel Giardino di Boboli a Firenze al fine di creare allarme sociale e panico per riprendere la trattativa con il maresciallo Tempesta che si era interrotta: tuttavia la rivendicazione telefonica con la sigla "Falange Armata" non venne recepita e per questo il proiettile non venne trovato nell’immediatezza ma solo in un momento successivo[15]. In quel periodo, il generale dei carabinieri Francesco Delfino anticipò al ministro Martelli che Riina verrà individuato ed arrestato entro dicembre; il 12 dicembre il ministro Mancino affermò in un convegno a Palermo che Riina stava per essere catturato. Nello stesso mese, il colonnello Mori consegnò una mappa di Palermo a Ciancimino affinché indicasse dove si trovava il covo di Riina: tuttavia, il 19 dicembre Ciancimino venne arrestato dalla polizia per un residuo di pena, prima della riconsegna delle mappe[16]. Il 15 gennaio 1993 Riina venne arrestato dagli uomini del colonnello Mori e del generale Delfino, che utilizzarono il neocollaboratore di giustizia Baldassare Di Maggio per identificare il latitante[3].
  • In seguito all'arresto di Riina, si creò un gruppo mafioso favorevole alla continuazione degli attentati contro lo Stato (Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano) ed un altro contrario (Michelangelo La Barbera, Raffaele Ganci, Salvatore Cancemi, Matteo Motisi, Benedetto Spera, Antonino Giuffrè, Pietro Aglieri), mentre il boss Bernardo Provenzano era il paciere tra le due fazioni e riuscì a porre la condizione che gli attentati avvenissero fuori dalla Sicilia, in "continente"[17]. Il 9 febbraio 1993 giunse un’altra telefonata anonima a nome della sigla "Falange Armata" che minacciava il ministro Mancino, il capo della polizia Vincenzo Parisi e Nicolò Amato (all'epoca direttore del DAP, la direzione delle carceri)[18]. Il 10 febbraio il ministro Martelli fu costretto a dimettersi a causa dello scandalo di Tangentopoli e venne sostituito con l'onorevole Giovanni Conso[3]. Il 6 marzo il dottor Nicolò Amato inviò al ministro Conso una lunga nota in cui esprimeva la sua linea di abbandono totale dell'articolo 41 bis per ripiegare su altri strumenti penitenziari di lotta alla mafia, su sollecitazione del capo della polizia Parisi e del Ministero dell'Interno[3]. Il 17 marzo alcuni sedicenti familiari di detenuti mafiosi dell'Asinara e di Pianosa inviarono una lettera minacciosa al Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e, per conoscenza, al Papa, al Vescovo di Firenze, al Cardinale di Palermo, al presidente del consiglio Giuliano Amato, ai ministri Mancino e Conso, al giornalista Maurizio Costanzo, all'onorevole Vittorio Sgarbi, al CSM e al Giornale di Sicilia[19]. Il 1º aprile un'altra telefonata anonima a nome della sigla "Falange Armata" minacciò il Presidente Scalfaro e il ministro Mancino[20]. Tra marzo e maggio 1993 vennero revocati 121 decreti di sottoposizione al 41 bis a firma del dottor Edoardo Fazzioli (all'epoca vicedirettore del DAP), così come aveva suggerito il dottor Amato nella nota del 6 marzo[3].
  • Il 14 maggio 1993 avvenne l'attentato in via Ruggiero Fauro a Roma ai danni del giornalista Maurizio Costanzo, il quale però ne uscì illeso: tale attentato venne rivendicato con la sigla "Falange Armata"[21]. Il 27 maggio avvenne la strage di via dei Georgofili a Firenze, che provocò cinque vittime e una quarantina di feriti: l'attentato venne pure rivendicato con la sigla "Falange Armata"[22]. Il 4 giugno il dottor Amato ed il vicedirettore Fazzioli vennero estromessi dalla guida del DAP su interessamento diretto del Presidente Scalfaro[19]; al loro posto vennero nominati il dottor Adalberto Capriotti come nuovo direttore e il dottor Francesco Di Maggio come vicedirettore: il 14 giugno una telefonata anonima a nome della sigla "Falange Armata" manifestò "soddisfazione per la nomina di Capriotti in luogo di Amato" e parlò di una "vittoria della Falange"; il 19 giugno un'altra telefonata a nome della "Falange Armata" tornò a minacciare il ministro Mancino e il capo della polizia Parisi[20]. Il 26 giugno il dottor Capriotti inviò una nota al ministro Conso in cui spiegava la sua nuova linea di silente non proroga di 373 provvedimenti di sottoposizione al 41 bis in scadenza a novembre, che avrebbero costituito "un segnale positivo di distensione"[3][19]. Il 22 luglio Salvatore Cancemi si consegnò spontaneamente ai carabinieri e manifestò subito la volontà di collaborare con la giustizia, venendo trasferito in detenzione extra carceraria presso la sede romana del ROS, sotto la supervisione del colonnello Mori[19]. Tra il 20 e il 27 luglio il DAP prorogò numerosi provvedimenti di sottoposizione al 41 bis in scadenza che riguardavano alcuni detenuti mafiosi di elevata pericolosità[19]. Il 27 luglio il colonnello Mori incontrò il dottor Di Maggio, suo amico e vicedirettore del DAP, per affrontare il "problema detenuti mafiosi"[3]. La notte tra il 27 e il 28 luglio avvenne la strage di via Palestro a Milano (cinque morti e tredici feriti) e qualche minuto dopo esplosero due autobombe davanti le chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma, senza però fare vittime: il giorno successivo due lettere anonime inviate alle redazioni dei quotidiani "Il Messaggero" e "Corriere della Sera" minacciarono nuovi attentati[19]. Il 22 ottobre il colonnello Mori incontrò nuovamente il dottor Di Maggio. Nello stesso periodo, l'imprenditore Tullio Cannella (uomo di fiducia di Leoluca Bagarella e dei fratelli Graviano) fondò il movimento separatista "Sicilia Libera", che si radunò insieme ad altri movimenti simili nella formazione della "Lega Meridionale"[2]. Il 2 novembre il ministro Conso non rinnovò circa 300 provvedimenti al 41 bis in scadenza per, a suo dire, "fermare le stragi"[8][19].
  • Il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza dichiarò che nell'ottobre 1993 incontrò il boss Giuseppe Graviano in un bar di via Veneto a Roma per organizzare un attentato contro i carabinieri durante una partita di calcio allo Stadio Olimpico[3]; sempre secondo Spatuzza, in quell'occasione Graviano gli confidò che stavano ottenendo tutto quello che volevano grazie ai contatti con Marcello Dell'Utri e, tramite lui, con Silvio Berlusconi[8]. Tuttavia il 23 gennaio 1994 l'attentato all'Olimpico fallì per un malfunzionamento del telecomando che doveva provocare l'esplosione e non fu più ripetuto[8][23]. In quel periodo, secondo Tullio Cannella (divenuto un collaboratore di giustizia), Bernardo Provenzano e i fratelli Graviano abbandonarono il progetto separatista di "Sicilia Libera" per fornire appoggio elettorale al nuovo movimento politico "Forza Italia" fondato da Berlusconi[2]. Secondo il collaboratore di giustizia Antonino Giuffrè, i fratelli Graviano trattarono con Berlusconi attraverso l'imprenditore Gianni Jenna per ottenere benefici giudiziari e la revisione del 41 bis in cambio dell'appoggio elettorale a Forza Italia; secondo Giuffrè, anche Provenzano attivò alcuni canali per arrivare a Marcello Dell'Utri e Berlusconi per presentare una serie di richieste su alcuni argomenti che interessavano Cosa Nostra[24][25]. Anche altri collaboratori di giustizia parlarono dell'appoggio fornito da Cosa Nostra a Forza Italia alle elezioni del 1994[19][26]. Il 27 gennaio 1994 a Milano vennero arrestati i fratelli Graviano, che si erano occupati dell'organizzazione di tutti gli attentati: da quel momento, la strategia stragista di Cosa Nostra si fermò[3][19].

Indagini[modifica | modifica sorgente]

Nel 1998 la Procura di Firenze aprì un'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, scaturita dalle dichiarazioni di Giovanni Brusca, Salvatore Cancemi e Vito Ciancimino[27][28]; negli anni successivi, l'indagine passò alle Procure di Caltanissetta e Palermo[3]. Nel 2009 l'inchiesta ricevette nuovo impulso in seguito alle dichiarazioni di Massimo Ciancimino (figlio di Vito), il quale dichiarò di aver fatto da tramite tra il padre e il ROS per giungere ad un accordo mirato alla cessazione delle stragi e alla consegna dei latitanti, che aveva la copertura politica degli allora ministri Nicola Mancino e Virginio Rognoni; inoltre Massimo Ciancimino sostenne di avere ricevuto il "papello" con le richieste di Riina dal mafioso Antonino Cinà con l'incarico di consegnarlo al padre, che però scrisse un altro papello che doveva essere sempre indirizzato a Mancino e Rognoni (il cosiddetto "contro-papello") poiché le richieste di Riina erano, a suo dire, improponibili: tale circostanza venne anche confermata dal fratello di Ciancimino, Giovanni, che riferì ai giudici che il padre gli chiese un parere giuridico sulle richieste del "papello" di Riina[6].

In particolare Massimo Ciancimino dichiarò che nel periodo successivo alla strage di via d'Amelio lui e il padre ripresero i contatti con il colonnello Mori e il capitano De Donno per individuare il covo di Riina e per questo aprirono una seconda trattativa con il boss Bernardo Provenzano, che sarebbe durata fino al dicembre 1992, quando Vito Ciancimino venne arrestato: infatti, sempre secondo Ciancimino, il padre gli confidò che il ROS lo voleva togliere di mezzo dopo che aveva ricevuto le carte utili per arrestare Riina; sempre secondo le confidenze del padre, nei mesi successivi la trattativa continuò ed ebbe Marcello Dell'Utri come nuovo tramite al posto di Ciancimino[29][30]. Nell'ottobre 2009 Ciancimino consegnò ai magistrati di Palermo le fotocopie del "papello" di Riina e del "contro-papello"[31] insieme ad altri documenti appartenuti al padre[32][33]; gli esami della Polizia Scientifica accertarono che i documenti erano autentici[6].

In seguito alle dichiarazioni di Ciancimino, le Procure di Palermo e Caltanissetta ascoltarono Claudio Martelli[34], Liliana Ferraro, Fernanda Contri e Luciano Violante[35] come persone informate sui fatti e questi dichiararono di essere stati avvicinati dall'allora colonnello Mori in relazione ai contatti con Vito Ciancimino e che il giudice Paolo Borsellino era a conoscenza di questi contatti[36]; venne ascoltato anche Nicola Mancino, il quale però dichiarò di non averne mai saputo nulla e negò, come aveva già fatto in passato, di aver incontrato al Viminale il giudice Borsellino il 1º luglio 1992, nonostante la testimonianza dell'ex ministro Martelli e le agende del magistrato affermassero il contrario[3][6][37][38]. Per queste ragioni, nel giugno 2012 Mancino venne iscritto nel registro degli indagati per falsa testimonianza[39]; anche l'ex ministro Calogero Mannino ricevette un avviso di garanzia in cui "si parla genericamente di "pressioni" che Mannino avrebbe esercitato su "appartenenti alle istituzioni" sulla "tematica del 41 bis"[40].

Nello stesso periodo, il detenuto Rosario Pio Cattafi (ex avvocato messinese legato alla Famiglia di Catania) dichiarò ai magistrati che nel giugno 1993 venne incaricato dal dottor Francesco Di Maggio (appena nominato vice direttore del DAP) di contattare il boss Nitto Santapaola al fine di aprire un dialogo per fermare le stragi[8][41]. Durante le indagini, la Procura di Palermo sottopose Mancino ad intercettazioni telefoniche e registrò casualmente alcune telefonate che l'ex ministro fece al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e al dottor Loris D'Ambrosio (consigliere giuridico del Quirinale)[42][43]. Per queste ragioni, il mese successivo l'ufficio stampa del Quirinale diffuse la seguente nota:

« "Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha oggi affidato all'avvocato generale dello Stato l'incarico di rappresentare la presidenza della Repubblica nel giudizio per conflitto di attribuzione da sollevare dinanzi alla Corte costituzionale nei confronti della Procura della Repubblica di Palermo per le decisioni che questa ha assunto su intercettazioni di conversazioni telefoniche del Capo dello Stato"[44]»

Nel luglio 2012 Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso, chiese al Presidente Napolitano che vengano pubblicate le sue intercettazioni con Mancino, in nome della trasparenza istituzionale e come segno di determinazione nel ricercare la verità[45]. Tuttavia nel gennaio 2013 la Corte costituzionale accolse il ricorso del Quirinale contro la Procura di Palermo per conflitto di attribuzione e dispose la distruzione delle intercettazioni tra Napolitano e Mancino[46]. In seguito a queste disposizioni, gli avvocati di Massimo Ciancimino presentarono ricorso contro la distruzione delle intercettazioni presso la Corte di Cassazione, che però ritenne inammissibile il ricorso: nell'aprile 2013 il giudice per le indagini preliminari di Palermo distrusse le intercettazioni[47].

Il "papello"[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Papello.

Secondo le dichiarazioni rilasciate da Massimo Ciancimino (figlio dell'ex-sindaco di Palermo Vito Ciancimino), la presunta trattativa, avviata da Totò Riina e Bernardo Provenzano all'inizio degli anni novanta, sarebbe proseguita almeno fino al 1994, con l'aggiunta della partecipazione dei fratelli Filippo e Giuseppe Graviano[48]. La trattativa sarebbe stata siglata con il cosiddetto "papello", un foglio contenente le richieste di Cosa nostra allo Stato, che avrebbero dovuto essere soddisfatte per evitare la prosecuzione delle stragi di mafia.

Il termine "papello", soprattutto in ambito giornalistico, fa riferimento al documento che avrebbe siglato i presunti tentativi di accordo tra elementi di Cosa nostra e pubblici ufficiali dello Stato italiano agli inizi degli anni novanta. Il documento è stato citato per la prima volta da Massimo Ciancimino[49].

Il contenuto del "papello"[modifica | modifica sorgente]

La volontà di Cosa nostra, allora comandata dallo stesso Riina, passò attraverso le mani di Vito Ciancimino con dodici richieste allo Stato, contenute in un papello:

  1. Revisione della sentenza del maxi-processo
  2. Annullamento del decreto legge 41 bis
  3. Revisione della legge Rognoni-La Torre (reato di associazione mafiosa)
  4. Riforma della legge sui pentiti
  5. Riconoscimento dei benefici dissociati per i condannati per mafia (come per le Brigate Rosse)
  6. Arresti domiciliari dopo i 70 anni di età
  7. Chiusura delle super-carceri
  8. Carcerazione vicino alle case dei familiari
  9. Nessuna censura sulla posta dei familiari
  10. Misure di prevenzione e rapporto con i familiari
  11. Arresto solo in flagranza[50] di reato
  12. Defiscalizzazione della benzina in Sicilia (come per Aosta)[51][52]

Al primo elenco di richieste, prodotte direttamente da Cosa nostra, ne venne allegato un altro, con modifiche alle richieste prodotte da Vito Ciancimino, come mostrato dal figlio dell'ex sindaco di Palermo, che ha consegnato ai giudici che si occupano del caso entrambi i manoscritti[53].

Sentenze precedenti[modifica | modifica sorgente]

Nel 1998 la motivazione della sentenza di primo grado del processo per le stragi del 1993 ritenne sufficientemente provati i contatti tra Vito Ciancimino e il ROS, basandosi sulle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giovanni Brusca e su quelle del generale Mario Mori e del capitano Giuseppe De Donno, i quali sostennero di avere preso quell'iniziativa per riuscire a catturare qualche latitante e per cercare di impedire altre stragi[54]: la sentenza affermò esplicitamente che si trattò di una "trattativa" e che le stragi erano state compiute per costringere lo Stato a scendere a patti con l'organizzazione mafiosa[55].

Nel maggio 2011 il Tribunale di Firenze condannò in primo grado all'ergastolo il boss Francesco Tagliavia, accusato di aver partecipato all'esecuzione delle stragi del 1993 in seguito alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza. Nella sentenza si legge: «Una trattativa indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des. L'iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia»[56]. Il 17 luglio 2013 la IV Sezione Penale del Tribunale di Palermo ha assolto il generale Mario Mori e il colonnello Obinu dei Carabinieri dall'accusa di favoreggiamento alla mafia per aver impedito la cattura di Bernardo Provenzano nel 1995.

Nel corso del dibattimento Massimo Ciancimino era stato più volte ascoltato e aveva prodotto diversi documenti appartenuti al padre Vito, tra cui il c.d. papello. Tutti i documenti erano stati verificati dalla difesa dei due imputati che ne aveva contestato la veridicità (tutti, tra l'altro, erano stati presentati in fotocopia). Dopo cinque anni di dibattimento il tribunale di Palermo ha pronunciato la seguente sentenza: "Il Tribunale di Palermo, visti gli articoli 378 e 530 del Codice di procedura penale, assolve Mori Mario e Obinu Mauro del'imputazione ai medesimi ascritta perché il fatto non costituisce reato. Visto l'articolo 207 del Codice di procedura penale ordina la trasmissione di copia della presente sentenza delle deposizioni rese da Ciancimino Massimo e da Riccio Michele all'ufficio del Procuratore della Repubblica in sede per quanto di sua competenza"[57]. Il Tribunale ha quindi assolto con formula piena Mori e Obinu dalle accusa formulate e ha ravvisato, a carico dei due principali testi dell'accusa, Massimo Ciancimino e Michele Riccio, ai sensi dell'art. 207 del Codice di Procedura Penale, indizi del reato previsto dall’articolo 372 del Codice Penale (falsa testimonianza)[58][59].

Processo[modifica | modifica sorgente]

Nel marzo 2013 il giudice dell'udienza preliminare di Palermo dispose il rinvio a giudizio per tutti gli accusati dell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia: Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà, Antonio Subranni, Mario Mori, Giuseppe De Donno, Calogero Mannino e Marcello Dell'Utri, accusati di violenza o minaccia a corpo politico, mentre Nicola Mancino era accusato di falsa testimonianza[60][61]. La prima udienza del processo si è tenuta a Palermo il 27 maggio 2013.[62] Il 7 novembre 2013 depose il pentito Francesco Onorato[63]

Il 12 dicembre 2013 il pentito Giovanni Brusca afferma: "Nel 1991, c’era interesse a contattare Dell’Utri e Berlusconi perché attraverso loro si doveva arrivare a Bettino Craxi, che ancora non era stato colpito da Mani Pulite, perché influisse sull’esito del maxiprocesso". "La sinistra, a cominciare da Mancino, ma tutto il governo, in quel momento storico, sapeva quello che era avvenuto in Sicilia: gli attentati del ’93, il contatto con Riina. Sapevano tutto. Che la sinistra sapeva lo dissi a Vittorio Mangano. Gli dissi anche: "I Servizi segreti sanno tutto ma non c’entrano niente." Mangano comprese e con questo bagaglio di conoscenze andò da Dell’Utri.".[64]

Il 23 gennaio 2014 il pentito Gioacchino La Barbera afferma che la mafia progettò l'omicidio di Piero Grasso, che non venne realizzato per problemi tecnici.[65] Rivela inoltre che era stato pensato di distruggere la torre di Pisa con una bomba.[66] Il 24 gennaio 2014 Giovanni Brusca dice: "Venti giorni dopo la strage di Capaci, vidi Riina a casa di Girolamo Guddo. Mi disse che aveva fatto un papello di richieste, per fare finire le stragi." e "Mi spiegò che avevano risposto, fecero sapere che le richieste erano assai. Ma non c'era una chiusura. E a questo punto Riina mi fece il nome di Mancino, la richiesta era finita a lui, così mi fu spiegato".[67]

Il 30 gennaio 2014 depose il collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo[68]. Il 13 febbraio viene ascoltato Riccardo Guazzelli,[69] che afferma: "Dopo l’omicidio di Salvo Lima, l’onorevole Mannino temeva per la sua vita. Lo confessò lui stesso a mio padre: "Hanno ammazzato Lima, il prossimo potrei essere io", gli disse".[70]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Quando il Palazzo tremava per le bombe di Cosa Nostra - La Repubblica.it
  2. ^ a b c Richiesta di archiviazione nei confronti di Gelli Licio+13 - Procura della Repubblica di Palermo.
  3. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t Audizione del procuratore Sergio Lari dinanzi la Commissione Parlamentare Antimafia - XVI LEGISLATURA.
  4. ^ Archivio - LASTAMPA.it
  5. ^ setacciati i quartieri periferici Corriere della Sera, 16 marzo 1992
  6. ^ a b c d e f g h Audizione del procuratore Francesco Messineo dinanzi la Commissione Parlamentare Antimafia - XVI LEGISLATURA.
  7. ^ L'omicidio di un maresciallo nella trattativa Stato-mafia Corriere della Sera, 19 gennaio 2013
  8. ^ a b c d e Documenti della Commissione Parlamentare Antimafia XVI LEGISLATURA.
  9. ^ UNA STRAGE COME IN LIBANO - La Repubblica.it
  10. ^ A CATANIA NUOVE MINACCE AL GIUDICE LIMA - La Repubblica.it
  11. ^ Torre di Pisa nel mirino della mafia Corriere della Sera, 29 luglio 1995
  12. ^ Governo Amato I Senato della Repubblica
  13. ^ Primo rapporto della squadra mobile di Palermo sulla strage di via d'Amelio.
  14. ^ http://news.panorama.it/cronaca/mafia-criminalita-organizzata/mafia-appalti
  15. ^ La trattativa tra Gioè-Bellini/Il proiettile nel Giardino di Boboli - Sentenza del processo di 1º grado per le stragi del 1993.
  16. ^ Ciancimino si offrì di far catturare Riina - La Repubblica.it
  17. ^ La deliberazione della campagna stragista - Sentenza del processo di 1º grado per le stragi del 1993.
  18. ^ NUOVE MINACCE TELEFONICHE DELLA ' FALANGE ARMATA' - La Repubblica.it
  19. ^ a b c d e f g h i Relazione della Commissione Parlamentare Antimafia XVI LEGISLATURA.
  20. ^ a b Stato-mafia, l'indagine bis punta sui Servizi: si riapre il mistero della Falange armata - La Repubblica.it
  21. ^ MA CHI SI CELA DIETRO LA SIGLA ' FALANGE ARMATA' ? - La Repubblica.it
  22. ^ HANNO COLPITO FIRENZE AL CUORE - La Repubblica.it
  23. ^ Valutazione delle prove - Sentenza del processo di 1º grado per le stragi del 1993.
  24. ^ Giuffré: il boss Graviano era il tramite con Berlusconi, La Repubblica, 3 dicembre 2002
  25. ^ Giuffrè, gli obiettivi della confessione, La Repubblica, 4 dicembre 2002
  26. ^ Trattativa Stato-mafia: indagato Dell'Utri. Corriere della Sera. Cronaca. 24 novembre 2011.
  27. ^ Le merendine avvelenate dalla mafia - La Repubblica.it
  28. ^ Chelazzi, un'inchiesta da far paura - La Repubblica.it
  29. ^ Ciancimino: "Dell'Utri sostituì mio padre nella trattativa tra lo Stato e la mafia" - La Repubblica.it
  30. ^ Ciancimino jr e il biglietto del boss. Dell'Utri parlò con Provenzano - La Repubblica.it
  31. ^ Il contro-papello di don Vito: giudici eletti come negli Usa Corriere della Sera, 17 ottobre 2009
  32. ^ Trattative tra mafia e Stato. Il papello consegnato ai giudici. Corriere della Sera. Cronaca. 15 ottobre 2009.
  33. ^ Ecco il papello in Corriere della Sera, 16 ottobre 2009.
  34. ^ Trattativa Stato-mafia: Martelli dai pm Ciancimino consegna papello ai giudici Il Messaggero, 15 ottobre 2009
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  43. ^ Colle, morto consigliere D'Ambrosio Napolitano: "Atroce rammarico" - La Repubblica.it
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Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]