Trattativa tra Stato italiano e Cosa nostra

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La trattativa tra Stato italiano e Cosa nostra[1] (o trattativa stato-mafia) è l'ipotesi di una intrattenuta negoziazione tra lo Stato italiano e la mafia che si sarebbe sviluppata in seguito alla stagione delle bombe del '92 e '93 per giungere ad un accordo[2]; oggetto ipotizzato dell'accordo sarebbe stato la fine della stagione stragista in cambio di un'attenuazione delle misure detentive previste dall'articolo 41 bis[3]. L'ipotesi è oggetto di indagini giudiziarie e inchieste giornalistiche.

La supposta trattativa è stata ritenuta riscontrata nella motivazione della sentenza[4] del processo a Francesco Tagliavia[5] per le bombe del '92 e '93.[6] Secondo quella sentenza l'iniziativa per la trattativa "fu assunta da rappresentanti dello Stato e non dagli uomini di mafia"[7]. Ad oggi (2014) tale negoziazione non è stata definitivamente e chiaramente dimostrata, anzi risulta corrente oggetto di diverse inchieste, per le quali sono stati indagati diversi esponenti di Cosa nostra come Totò Riina e Bernardo Provenzano, alcuni politici tra i quali l'ex senatore del Pdl Marcello Dell'Utri[8], il suo ex socio in affari[9][10] il finanziere Filippo Alberto Rapisarda[11], il deputato ed ex ministro democristiano Calogero Mannino[12] nonché alcuni appartenenti alle forze dell'ordine come il generale dei carabinieri e capo del ROS Antonio Subranni [13] l'allora colonnello Mario Mori[14] e il suo braccio destro al ROS, il capitano Giuseppe De Donno che disse: "Decidemmo di contattare in qualche modo la mafia attraverso Vito Ciancimino per fermare le stragi, ma non ci fu nessuna trattativa"[15].

Molti sostenitori dell'ipotesi indicano che la trattativa sia avvenuta[16] nel periodo tra la morte dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino[17], e che quest'ultimo possa essere stato assassinato anche perché veniva considerato un ostacolo alla trattativa tra Stato e mafia[18], secondo le rivelazioni ancora da accertare di Gaspare Spatuzza[19] e di Giovanni Brusca[20].

Storia[modifica | modifica sorgente]

Precedenti[modifica | modifica sorgente]

Nel 1992 il boss Giovanni Brusca cercò di aprire una prima "trattativa" attraverso il mafioso Antonino Gioè (che sarà uno degli esecutori materiali della strage di Capaci), che era stato avvicinato da un certo Bellini, un trafficante d’arte legato ai servizi segreti e all’eversione nera che lavorava per Roberto Tempesta, un maresciallo dei Carabinieri del nucleo Tutela Patrimonio Artistico[21]. Tramite Gioè, Brusca fece sapere a Tempesta che in cambio del recupero di altre preziose opere d'arte, voleva la concessione degli arresti domiciliari per cinque boss mafiosi, tra i quali il padre Bernardo Brusca. Il maresciallo Tempesta si rivolse ai suoi superiori, il colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno del ROS dei Carabinieri, e la risposta fu che "la richiesta era improponibile"; Gioè allora minacciò che avrebbero potuto colpire il patrimonio artistico italiano, facendo riferimento ad un attentato alla torre di Pisa[22].

Il 12 marzo 1992 venne ucciso l'onorevole Salvo Lima . Omicidio inaspettato (l'esponente DC non aveva nemmeno la scorta), che segnò uno spartiacque nel rapporto tra mafia e referenti politici dell'epoca [23]. Il 16 marzo Vincenzo Parisi, capo della Polizia, emise un comunicato che allertava sulla possibilità di attentati e omicidi politici[24]; Parisi riferì all'allora ministro degli interni Vincenzo Scotti sul pericolo di attentati, ma entrambi non furono creduti[25][26]. Per timore di essere ucciso come Lima, l'onorevole Calogero Mannino si accordò con il generale Antonio Subranni, capo del ROS dei Carabinieri, e con il capo della polizia Parisi per "aprire" un contatto con Cosa Nostra ed arrivare ad un accordo[27][28].

Primi contatti[modifica | modifica sorgente]

Il 23 maggio 1992 avvenne la strage di Capaci, in cui viene ucciso Giovanni Falcone. Qualche giorno dopo, il colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno incontrarono l'ex sindaco Vito Ciancimino per cercare di stabilire un contatto con il boss Salvatore Riina. Infatti Riina disse a Giovanni Brusca: «Si sono fatti sotto. Gli ho presentato un papello così grande di richieste», ordinandogli di bloccare la sua "trattativa" con il maresciallo Tempesta[29].

In quello stesso periodo il capitano De Donno, come egli stesso ha dichiarato[30], incontrò Liliana Ferraro, direttore del Ministero di Grazia e Giustizia, e le parlò dei contatti con Ciancimino. Liliana Ferraro avrebbe riferito al suo diretto superiore, Claudio Martelli[31], all'epoca Ministro di Grazia e Giustizia, il quale chiese all'allora Ministro dell'Interno Nicola Mancino come fosse possibile che alcuni uomini del ROS avessero preso l'iniziativa di usare Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo, legato al Clan dei Corleonesi, per contattare i boss mafiosi[32], scavalcando la DIA, che era istituzionalmente competente per qualsiasi azione contro la mafia.

Successive testimonianze[modifica | modifica sorgente]

Nel 2009, in relazione a tale vicenda, sono stati ascoltati come testimoni anche i politici Nicola Mancino, il quale ha dichiarato di non averne mai saputo nulla[33] e Luciano Violante, il quale invece ha dichiarato di essere venuto a conoscenza di questo dialogo tra il Ros e Ciancimino[34]. L'ex ministro dell'Interno, Nicola Mancino è stato indagato, il 9 giugno 2012 dalla procura di Palermo nell'ambito dell'inchiesta sulla cosiddetta trattativa tra Stato e mafia, con l'accusa di falsa testimonianza[35] e sottoposto a intercettazioni telefoniche mentre parlava con Giorgio Napolitano[36].

Secondo le dichiarazioni rilasciate da Massimo Ciancimino (figlio dell'ex-sindaco di Palermo Vito Ciancimino), la presunta trattativa, avviata da Totò Riina e Bernardo Provenzano all'inizio degli anni novanta, sarebbe proseguita almeno fino al 1994, con l'aggiunta della partecipazione dei fratelli Filippo e Giuseppe Graviano[37].

A quanto emerge dai primi risultati dell'indagine avviata nel 2009 (nella quale è stato sentito come testimone anche l'ex-ministro Claudio Martelli) la trattativa avrebbe avuto inizialmente due fasi distinte, prima e dopo le stragi che hanno ucciso Giovanni Falcone e Paolo Borsellino[38].

La trattativa sarebbe stata siglata con il cosiddetto "papello", un foglio contenente le richieste di Cosa nostra allo Stato, che avrebbero dovuto essere soddisfatte per evitare la prosecuzione delle stragi di mafia. Il termine "papello", soprattutto in ambito giornalistico, fa riferimento al documento che avrebbe siglato i presunti tentativi di accordo tra elementi di Cosa nostra e pubblici ufficiali dello Stato italiano agli inizi degli anni novanta.

Il documento è stato citato per la prima volta da Massimo Ciancimino[39].

Il procuratore di Palermo Francesco Messineo, interrogato alla Camera il 17 luglio 2012, afferma che la trattativa tra lo Stato e la mafia "c'è stata ed è stata reale" [40]:

« "Abbiamo impiantato un procedimento, che è alla fase dell'avviso di conclusioni indagini e che verosimilmente si evolverà più avanti, basato sull'ipotesi che la trattativa ci sia stata e sia stata reale. Non mi sembra di poter assolutamente concordare con quelli che parlano di presunta trattativa, salvo poi il successivo vaglio processuale. »

Il Quirinale, il 16 luglio 2012, in una nota in merito alla presunta trattativa Stato-mafia[41] ed alle telefonate di Nicola Mancino al presidente della repubblica Napolitano, per chiedere un appoggio contro i giudici siciliani, Antonio Ingroia, Nino Di Matteo e altri, che stavano valutando la sua posizione processuale[42], scrive: [43],[44]:

« "Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha oggi affidato all'avvocato generale dello Stato l'incarico di rappresentare la presidenza della Repubblica nel giudizio per conflitto di attribuzione da sollevare dinanzi alla corte costituzionale nei confronti della Procura della Repubblica di Palermo per le decisioni che questa ha assunto su intercettazioni di conversazioni telefoniche del Capo dello Stato"[45]»

Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo Borsellino, l'8 ottobre 2012 ha chiesto al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che vengano pubblicate le intercettazioni fra Nicola Mancino e Giorgio Napolitano, in nome della trasparenza istituzionale e come segno di determinazione nel ricercare la verità[46].

Sentenze[modifica | modifica sorgente]

Il collegio giudicante di Firenze, che nel marzo 2012 ha condannato una quindicina di boss per la strage di via dei Georgofili, ha dedicato cento delle cinquecentoquarantasette pagine della motivazione della sentenza esclusivamente al movente degli attentati in Continente e alla trattativa tra uomini di stato e mafiosi[47]. Si legge nella prima pagina:

« "Una trattativa indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des. L'iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia". »

Il 17 luglio 2013 la IV Sezione Penale del Tribunale di Palermo ha assolto il gen. Mori e il col. Obinu dei Carabinieri dall'accusa di favoreggiamento alla mafia. Nel corso del dibattimento Massimo Ciancimino era stato più volte ascoltato e aveva prodotto diversi documenti appartenuti al padre Vito, tra cui il cosiddetto papello. Tutti i documenti erano stati verificati dalla difesa dei due imputati che ne aveva contestato la veridicità (tutti, tra l'altro, erano stati presentati in fotocopia). Dopo cinque anni di dibattimento il tribunale di Palermo ha pronunciato la seguente sentenza: "Il Tribunale di Palermo, visti gli articoli 378 e 530 del Codice di procedura penale, assolve Mori Mario e Obinu Mauro del'imputazione ai medesimi ascritta perché il fatto non costituisce reato. Visto l'articolo 207 del Codice di procedura penale ordina la trasmissione di copia della presente sentenza delle deposizioni rese da Ciancimino Massimo e da Riccio Michele all'ufficio del Procuratore della Repubblica in sede per quanto di sua competenza"[48]. Il Tribunale ha quindi assolto con formula piena Mori e Obinu dalle accusa formulate e ha ravvisato, a carico dei due principali testi dell'accusa, Massimo Ciancimino e Michele Riccio, ai sensi dell'art. 207 del Codice di Procedura Penale, indizi del reato previsto dall’articolo 372 del Codice Penale (falsa testimonianza).

Il contenuto del "papello"[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Papello.

La volontà di Cosa nostra, allora comandata dallo stesso Riina, passò attraverso le mani di Vito Ciancimino con dodici richieste allo Stato, contenute in un papello:

  1. Revisione della sentenza del maxi-processo
  2. Annullamento del decreto legge 41 bis
  3. Revisione della legge Rognoni-La Torre (reato di associazione mafiosa)
  4. Riforma della legge sui pentiti
  5. Riconoscimento dei benefici dissociati per i condannati per mafia (come per le Brigate Rosse)
  6. Arresti domiciliari dopo i 70 anni di età
  7. Chiusura delle super-carceri
  8. Carcerazione vicino alle case dei familiari
  9. Nessuna censura sulla posta dei familiari
  10. Misure di prevenzione e rapporto con i familiari
  11. Arresto solo in flagranza[49] di reato
  12. Defiscalizzazione della benzina in Sicilia (come per Aosta)[50][51]

Al primo elenco di richieste, prodotte direttamente da Cosa nostra, ne venne allegato un altro, con modifiche alle richieste prodotte da Vito Ciancimino, come mostrato dal figlio dell'ex sindaco di Palermo, che ha consegnato ai giudici che si occupano del caso entrambi i manoscritti[52].

Seconda richiesta: abrogazione articolo 41 bis[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Articolo 41 bis.

La seconda richiesta del papello[53] è "annullamento decreto legge 41 bis", che prevede il "carcere duro" per alcune categorie di crimini, tra cui la criminalità organizzata. Per questo l'indagine sulla trattativa Stato-mafia ha posto l'attenzione su episodi che lo riguardano, come il fatto che nel 1993 sono stati lasciati scadere circa trecento provvedimenti di carcere duro. Contemporaneamente nel giugno 1993 il ministro Conso rimuove Nicolò Amato, contrario alla trattativa, da direttore del DAP e nomina vice direttore Francesco Di Maggio[54], come ha dichiarato l’ex ministro della Giustizia Giovanni Conso[55] e sostiene che non ci fu trattativa[56]. Fu revocato l'isolamento a Totò Riina[57]. Inoltre ha coinvolto alcune persone che hanno cercato di modificare l'articolo 41 bis o che hanno avuto a che fare con l'articolo. Calogero Mannino, indagato per la trattativa, ha ricevuto un avviso di garanzia in cui "si parla genericamente di "pressioni" che Mannino avrebbe esercitato su "appartenenti alle istituzioni", sulla "tematica del 41 bis", il carcere duro che i capimafia cercavano di far revocare."[58]. Ascoltati sull'argomento anche Carlo Azeglio Ciampi[59] e Oscar Luigi Scalfaro[60], al quale fu chiesto per lettera[61], di revocare il decreto legge 41 bis sul carcere duro[62].

Dibattito sull'autenticità del papello[modifica | modifica sorgente]

Il 20 ottobre 2009, l'ex colonnello dei ROS, Mario Mori, imputato per favoreggiamento aggravato di Cosa nostra, ha dichiarato al tribunale di Palermo che non ci fu nessuna trattativa tra la mafia e lo Stato[63], e in una intervista successiva, Mori ha smentito di aver mai ricevuto dalle mani di Massimo Ciancimino o di altri il presunto "papello", preannunciando azioni legali in merito[64].

Anche il capitano "Ultimo" ha ritenuto non attendibili le dichiarazioni di Massimo Ciancimino sulla collaborazione tra Stato e mafia nella cattura di Provenzano[65], indicando nel figlio dell'ex sindaco di Palermo un "servo di Totò Riina"[66].

La citata sentenza del 17 luglio 2013, getta una seria ombra sulla veridicità del papello presentato da Massimo Ciancimino, essendo stato lo stesso segnalato alla procura, dallo stesso Tribunale giudicante, per il reato di falsa testimonianza[67] e nelle motivazioni esclude "patti o accordi per la mancata cattura del boss corleonese" [68]

Processo[modifica | modifica sorgente]

Il pool coordinato dal procuratore aggiunto ha firmato la richiesta di processo per i dodici imputati dell'inchiesta sulla trattativa stato-mafia. Imputati i capimafia Totò Riina e Bernardo Provenzano, ma anche gli ex ufficiali del Ros Mario Mori e Antonio Subranni, i senatori Marcello Dell'Utri e Calogero Mannino, accusati di attentato a un corpo politico. L'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino, risponde invece per falsa testimonianza,[69] mentre Giovanni Conso, Adalberto Capriotti e Giuseppe Gargani sono accusati di aver dato false informazioni ai pubblici ministeri.

Il Gip di Caltanissetta, Alessandra Bonaventura Giunta, ritiene che la trattativa stato mafia ci sia stata e che Paolo Borsellino fu ucciso perché, secondo il boss Totò Riina, ostacolava questa trattativa[70]:

« "deve ritenersi un dato acquisito quello secondo cui a partire dai primi giorni del mese di giugno del 1992 fu avviata la cosiddetta 'trattativa' tra appartenenti alle istituzioni e l'organizzazione criminale Cosa nostra". »

dopo aver interrogato Salvino Madonia, il capomafia che ha partecipato alla riunione di Cosa nostra nella quale i mafiosi decisero l'avvio della strategia stragista[71]. Il GIP Giunta aggiunge anche che "con riferimento al possibile coinvolgimento nella strage di via D'Amelio di soggetti esterni a Cosa nostra non sono emersi elementi di prova utili a formulare ipotesi accusatorie concrete a carico di individui ben determinati".

La prima udienza del processo si è tenuta a Palermo il 27 maggio 2013.[72]

Il 7 novembre 2013 depone il pentito Francesco Onorato, che dice: "Perché Riina accusa sempre lo Stato? Perché è l’unico che sta pagando il conto, mentre lo Stato non sta pagando niente, per questo motivo Riina tira in ballo sempre lo Stato. Ha ragione ad accusare lo Stato, da Violante ad altri. È lo Stato che manovra, prima ci hanno fatto ammazzare Dalla Chiesa i signori Craxi e Andreotti che si sentivano il fiato addosso. Perché Dalla Chiesa non dava fastidio a Cosa Nostra. Poi nel momento in cui l’opinione pubblica è scesa in piazza i politici si sono andati a nascondere. Per questo Riina ha ragione ad accusare lo Stato".[73]

Il 21 novembre 2013 il pentito Nino Giuffrè dice: "Non è che la mafia sale su un carro qualunque. Scegliemmo di appoggiare Forza Italia perché avevamo avuto delle garanzie", "Nella seconda metà del ’93 è venuto fuori Marcello Dell’Utri che ha dato garanzie per la risoluzione dei problemi di Cosa nostra. A prescindere dal garantismo di Fi, noi li scegliemmo perché ci diedero garanzie", "Tra la fine del ’93 e l’inizio del ’94 il posto che era stato tenuto da Vito Ciancimino nel rapporto con Cosa nostra fu preso da Marcello Dell’Utri" e "Nel ’93 c’è l’inizio di un nuovo capitolo: si apre un nuovo corso tra Cosa nostra e la Politica. Provenzano all’inizio era un po’ freddo poi, parlando di Dell’Utri e di Forza Italia, mi disse ‘Siamo in buone mani’".[74]

Il 12 dicembre 2013 il pentito Giovanni Brusca afferma: "Nel 1991, c’era interesse a contattare Dell’Utri e Berlusconi perché attraverso loro si doveva arrivare a Bettino Craxi, che ancora non era stato colpito da Mani Pulite, perché influisse sull’esito del maxiprocesso". "La sinistra, a cominciare da Mancino, ma tutto il governo, in quel momento storico, sapeva quello che era avvenuto in Sicilia: gli attentati del ’93, il contatto con Riina. Sapevano tutto. Che la sinistra sapeva lo dissi a Vittorio Mangano. Gli dissi anche: "I Servizi segreti sanno tutto ma non c’entrano niente." Mangano comprese e con questo bagaglio di conoscenze andò da Dell’Utri.".[75]

Il 23 gennaio 2014 il pentito Gioacchino La Barbera afferma che la mafia progettò l'omicidio di Piero Grasso, che non venne realizzato per problemi tecnici.[76] Rivela inoltre che era stato pensato di distruggere la torre di Pisa con una bomba.[77]

Il 24 gennaio 2014 Giovanni Brusca dice: "Venti giorni dopo la strage di Capaci, vidi Riina a casa di Girolamo Guddo. Mi disse che aveva fatto un papello di richieste, per fare finire le stragi." e "Mi spiegò che avevano risposto, fecero sapere che le richieste erano assai. Ma non c'era una chiusura. E a questo punto Riina mi fece il nome di Mancino, la richiesta era finita a lui, così mi fu spiegato".[78]

Il 30 gennaio 2014 Francesco Di Carlo dice: "Il primo rivale di cosa nostra era Rocco Chinnici. In particolare Nino Salvo faceva come un pazzo.", Nino Salvo "ha chiesto a Michele Greco di farci il favore su Chinnici", ossia di fare assassinare il giudice. "Greco non faceva nulla senza parlare con Riina: io ero presente alla Favarella quando Nino Salvo incontrò Michele Greco per chiedere l'intervento di Cosa nostra.".[79] "Ho saputo anche che i cugini Salvo si sono rivolti ad Antonio Subranni per fare chiudere l'indagine sulla morte di Peppino Impastato." e "Badalamenti aveva interessato Nino e Ignazio Salvo per parlare col colonnello. Dopo poco tempo Nino Badalamenti mi ha detto: no, la cosa si è chiusa.".[80] "Per cosa nostra i militari dell'Esercito non sono considerati sbirri. Uno zio di Toto' Riina era maresciallo dell'esercito. E io fin dalla fine degli anni Sessanta avevo rapporti e frequentavo un colonnello dell'esercito applicato alla Presidenza del Consiglio. Lo avevo conosciuto frequentando il generale Vito Miceli (ex capo del SID dell'epoca) e anche il colonnello Santovito. Con quest'ultimo avevo un rapporto più di amicizia: quando andavo a Roma, ci vedevamo e andavamo spesso a pranzo assieme". Di Carlo sostiene che Santovito, direttore del Sismi, era consapevole, quando si incontravano, che lui fosse latitante.[81] "Quand’ero detenuto in Inghilterra vennero a trovarmi un tale Giovanni, forse uno dell’esercito, una persona inglese e un altro, che poi scoprii essere La Barbera, vedendo la sua foto sui giornali. Giovanni mi disse che si doveva procedere a fare andare via Falcone da Palermo, mi disse tante cose brutte su Falcone, che stava facendo grossi danni. Bisognava mandarlo fuori al più presto.". "Non mi hanno mai parlato di volere uccidere Falcone ma solo di farlo andare via da Palermo: io a quel punto mandai un biglietto a Salvo Lima, e scrissi che questi amici potevano essere utili a tutti, perché avevano anche promesso di aiutarmi.".[82]

Il 13 febbraio 2014 viene ascoltato Riccardo Guazzelli,[83] che afferma: "Dopo l’omicidio di Salvo Lima, l’onorevole Mannino temeva per la sua vita. Lo confessò lui stesso a mio padre: "Hanno ammazzato Lima, il prossimo potrei essere io", gli disse".[84]

Il 13 marzo 2014 depone il pentito Spatuzza, che afferma: "Per le stragi di Capaci e via d’Amelio diciamo che erano anche miei nemici, in quell’ottica mi andava anche bene l’atto terroristico con cui vennero eseguite. Ma collocare più di cento chili di esplosivo in una stradina abitata non è cosa che appartiene a Cosa Nostra." ( riferendosi alla strage di via dei Georgofili a Firenze )[85] e: "Nel 1997, anni prima di cominciare a collaborare, durante un colloquio investigativo con l'allora procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna e con Piero Grasso, dissi 'fate attenzione a Milano 2'. Stavamo per salutarci e io mi sentivo di dire qualcosa anche se ancora non ero pentito. Ho cercato di dare indicazioni nello specifico".[86]

Il 27 giugno 2014 il pentito Filippo Malvagna dice che Marcello D'Agata gli aveva detto: "Dobbiamo dire che si deve votare per Berlusconi, per un nuovo partito che sta per nascere. Perché questo qua sarà la nostra salvezza" e aggiunge: "D'Agata mi disse inoltre che nel giro di pochi anni avrebbero attenuato il 41 bis e smantellato la legge sui collaboratori di giustizia e che il partito di Berlusconi sarebbe stata la nostra salvezza".[87]

Il 3 luglio 2014 il pentito Maurizio Avola afferma: "Dovevamo uccidere il magistrato Antonio Di Pietro. C’era stato chiesto durante un incontro, organizzato all’hotel Excelsior di Roma al quale parteciparono Cesare Previti, il finanziere Pacini Battaglia, il boss catanese Eugenio Galea, il luogotenente di Nitto Santapaola Marcello D’Agata, Michelangelo Alfano ed un certo Sariddu che poi scoprì essere Saro Cattafi, soggetto vicino ai Servizi. L’omicidio era voluto e sollecitato dal gruppo politico-imprenditoriale presente a quella riunione." e dice inoltre che il boss Eugenio Galea gli aveva detto: "Stiamo aspettando un segnale forte da Dell’Utri e da Michelangelo Alfano, un grosso massone, che non conosco.".[88]

Il 10 luglio 2014 Antonino Galliano riporta: "Mimmo Ganci non lo vedevo da qualche giorno. Quando lo rividi mi disse che era stato fuori perché aveva accompagnato Totò Riina in un luogo imprecisato della Calabria per partecipare ad una riunione a cui partecipavano anche generali, ministri, politici e esponenti delle istituzioni".[89]

L'11 luglio 2014 depone il presidente del Senato Pietro Grasso che afferma: "Avevo incontrato il senatore Mancino durante la cerimonia di auguri natalizi al presidente della Repubblica, nel dicembre del 2011. In quella occasione mentre eravamo al guardaroba in attesa dei nostri soprabiti, Mancino mi apostrofò dicendo che si sentiva perseguitato dalle indagini: ‘Qualcosa lei deve fare’, mi disse. Risposi che l’unico modo era il potere di avocazione, ma non c’erano i presupposti."[90]

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Il maggiore Antonio Coppola, capo del nucleo investigativo, sarà trasferito. Negli stessi mesi in cui saranno sostituiti i vertici investigativi dell’Arma, anche negli uffici del palazzo di giustizia avverrà una massiccia rotazione[91], in base alla turnazione introdotta dalla Riforma Castelli del 2007[92].

Altre presunte pressioni della mafia sulla politica[modifica | modifica sorgente]

Il giornalista Marco Travaglio ha parlato di leggi che sono state proposte e a volte anche approvate da parte di governi sia di centrodestra che di centrosinistra nel corso degli ultimi 15 anni, che potrebbero aver favorito Cosa Nostra e che in alcuni casi rispettano le richieste del Papello per l'alleggerimento del 41 bis: i disegni di legge per la revisione dei processi, la chiusura delle supercarceri di Pianosa e Asinara (nel 1997, con un governo di centrosinistra), le numerose proposte di abolire l’ergastolo (approvate per pochi mesi nel 1999, con il governo D’Alema), i tentativi al Dap per favorire la “dissociazione” dei mafiosi a costo zero, cioè senza che il pentito collabori (a cui si sono opposti tra gli altri il magistrato Alfonso Sabella e il giudice Sebastiano Ardita), l’indulto voluto da Mastella nel 2006 esteso ai reati dei mafiosi diversi da quelli associativi (ma compresi per esempio il voto di scambio e i delitti propedeutici alla commissione di quelli più gravi), la legge del secondo governo Berlusconi che stabilizza il 41-bis rendendone di fatto più facili le revoche, la norma del 2009 che ha svuotato il sequestro dei beni mafiosi permettendo di metterli all’asta (cioè di farli ricomprare dai prestanome dei mafiosi), i tre scudi fiscali sul rientro dei capitali sporchi in forma anonima, che sarebbe potuto avvenire anche in forma non anonima.[93]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Da Garibaldi a Totò Riina tutti i patti tra Stato e mafia. Repubblica. Archivio. 16 dicembre 2011.
  2. ^ Stragi: La trattativa mafia-Stato ci fu. Forza Italia non fu mandante delle stragi. Corriere della Sera Firenze. Notizie. 12 marzo 2012.
  3. ^ Trattativa stato mafia. Repubblica. Dossier. Aggiornato al 31 luglio 2012.
  4. ^ Sentenza stragi 92-93. Tribunale di Firenze. 6 giugno 1998.
  5. ^ Ergastolo per le stragi del '93 al boss Francesco Tagliavia. Repubblica Firenze. Cronaca. 5 ottobre 2011.
  6. ^ Stragi '93, trattativa Stato-Mafia ci fu. ANSA. Notizie. 12 marzo 2012.
  7. ^ Stragi '93, trattativa Stato-Mafia ci fu. Corriere della sera. Politica. 12 marzo 2012.
  8. ^ Trattativa Stato-mafia: indagato Dell'Utri. Corriere della sera. Cronaca. 24 novembre 2011.
  9. ^ Milano, muore Rapisarda. L’uomo dei segreti di Dell’Utri&B. Fatto quotidiano. Archivio. 1 settembre 2011.
  10. ^ Il tesoro di Bontate a Berlusconi e Dell'Utri. Repubblica. Archivio. 12 ottobre 1997.
  11. ^ Trattative stato-mafia, perquisita casa ex socio in affari di Dell'Utri. Corriere della sera, Mezzogiorno. Cronaca. 23 settembre 2011.
  12. ^ L’ex ministro Calogero Mannino indagato per la trattativa fra Stato e mafia. Fatto quotidiano. Giustizia & Impunità. 23 febbraio 2012.
  13. ^ Trattativa Stato-mafia, chiesto processo per Mancino, Dell'Utri, Provenzano, Mori. Messaggero. Cronaca. 24 luglio 2012.
  14. ^ Mancato arresto di Provenzano, la trattativa Stato-mafia per la prima volta in tribunale. Fatto quotidiano. Giustizia & Impunità. 11 novembre 2011.
  15. ^ Processo a Mori, De Donno: Non ci fu nessuna trattativa. Il papello? Mai visto. Corriere della sera, Mezzogiuorno. 8 marzo 2011.
  16. ^ Trattavano, ma a loro insaputa. Fatto quotidiano. Fatto. 13 novembre 2010.
  17. ^ Il capitano De Donno: "Falcone prese il dossier e disse: ora ci divertiamo. Corriere della sera. Archivio storico. 10 febbraio 1999.
  18. ^ Borsellino ucciso perché contrario alla trattativa Stato-Mafia: uno sguardo alle indagini di Caltanissetta. Sole 24 ore. Notizie. 9 marzo 2012.
  19. ^ Borsellino ostacolo nella trattativa Stato-Mafia. RAI news 24. Caltanissetta. 8 marzo 2012.
  20. ^ La trattativa Stato-mafia iniziò dopo l'attentato a Falcone. Corriere della sera. Cronaca. 10 ottobre 2011.
  21. ^ I pentiti del terzo millennio Antimafiaduemila.com
  22. ^ Torre di Pisa nel mirino della mafia Archiviostorico.corriere.it]
  23. ^ cianciare di ciancimino - la figlia di salvo lima esce dal silenzio e racconta di un incontro avuto con andreotti - Politica
  24. ^ L'allerta del Viminale: Temiamo omicidi politici. Repubblica. Inchieste. 16 ottobre 2011.
  25. ^ Mafia, Scotti: Mio allarme sugli attentati restò inascoltato, fu definito una patacca. Corriere della sera, Mezzogiorno. 20 gennaio 2012.
  26. ^ La lista nera che spaventò lo Stato. Così un accordo salvò ministri e politici. Repubblica. La trattativa. 16 ottobre 2011.
  27. ^ Quando il Palazzo tremava per le bombe di Cosa Nostra - Repubblica.it » Ricerca
  28. ^ Senato della Repubblica XVI LEGISLATURA Documenti.
  29. ^ I pentiti del terzo millennio - antimafiaduemila.com » Ricerca
  30. ^ Mafia: De Donno, incontrai Liliana Ferraro e le parlai dei contatti con Ciancimino. Repubblica. Dettaglio. 8 marzo 2011.
  31. ^ Le origini del patto mafia stato. Repubblica. Inchieste. 16 ottobre 2011.
  32. ^ Trattativa mafia-Stato, Martelli contro Mancino: "Gli dissi: perché il Ros parla con Ciancimino?". Repubblica, Palermo. Cronaca. 14 febbraio 2012.
  33. ^ Mancino sul patto mafia-Stato: Non ne ho mai saputo nulla. Repubblica, Palermo. Cronaca. 24 febbraio 2012.
  34. ^ Borsellino sapeva della trattativa tra stato e mafia. Ruotolo convocato dai magistrati di Palermo. Report on-line. Cronaca. 9 ottobre 2009.
  35. ^ Mafia-Stato, indagato Mancino. L'ex ministro: è solo un teorema. Corriere del Mezzogiorno. Cronaca. 09 giugno 2012.
  36. ^ Trattativa Stato-mafia: le controverse intercettazioni all'origine dello scontro fra Napolitano e i Pm di Palermo. Tiscali. Cronaca. 16 luglio 2012.
  37. ^ Ciancimino jr e il biglietto del boss. Dell'Utri parlò con Provenzano. Repubblica. Cronaca. 2 dicembre 2009.
  38. ^ Fasi della trattativa mafia stato. Associazione Pereira. 2012.
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Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]