Esodo istriano

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Giovane esule italiana in fuga trasporta, insieme ai propri effetti personali, un tricolore.
Una celebre fotografia della nave durante l’abbandono di Pola.

L'esodo istriano, noto anche come esodo giuliano-dalmata, è un evento storico consistito nella diaspora forzata della maggioranza dei cittadini di etnia e di lingua italiana che si verificò a partire dalla seconda guerra mondiale e negli anni ad essa successivi dai territori del Regno d'Italia prima occupati dall'Armata Popolare di Liberazione della Jugoslavia del maresciallo Josip Broz Tito e successivamente annessi dalla Jugoslavia. Il fenomeno, susseguente agli eccidi noti come massacri delle foibe, coinvolse in generale tutti coloro che diffidavano dal nuovo governo jugoslavo e fu particolarmente rilevante in Istria, dove si svuotarono dei propri abitanti interi villaggi e città vedendo anche numerosi croati e sloveni seguire gli italiani nell'esilio, ma coinvolse tutti i territori ceduti dall'Italia con il trattato di Parigi e, in misura minore, anche alcune aree litoranee della Dalmazia non appartenute all'Italia ma da questa occupate durante la guerra.

Cause[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Istria#Storia e Dalmazia#Storia.

Un ruolo fondamentale in questa dinamica ha avuto la politica fascista di italianizzazione, praticata nei confronti della minoranza slava della Venezia Giulia, del Quarnaro e della Dalmazia tra gli anni venti e trenta del Novecento, nonché l'occupazione della Jugoslavia nel 1941. Tali eventi, sommati all'acuirsi di consolidati rancori storici, precedettero la politica anti-italiana titoista attuata durante e dopo le ostilità belliche.

Secondo numerosi storici quali, per esempio, Raoul Pupo[1], Gianni Oliva[2], Roberto Spazzali[3] e Guido Rumici[4], un forte impulso all'esodo fu dato dalla sistematica e preordinata politica di pulizia etnica praticata dagli jugoslavi per eliminare la maggioranza italiana (nello specifico tutti coloro che erano potenzialmente ostili all'annessione dell'Istria e di Fiume alla Jugoslavia e al nuovo regime comunista).

Alcuni storici, invece, contestano l’opinione di coloro che considerano l’esodo quale conseguenza di una preordinata e sistematica politica di pulizia etnica attuata dagli jugoslavi ai danni della comunità italiana e tantomeno quale diretta conseguenza delle Foibe;

« ... gli jugoslavi non volevano affatto colpire e tantomeno eliminare gli italiani in quanto tali, ma catturare, perseguire e punire i responsabili e complici dei crimini fascisti e nazisti... I dati disponibili sugli uccisi italiani confermano che si trattava in maggioranza di persone coinvolte nel fascismo e nel collaborazionismo, in particolare come membri delle formazioni militari, paramilitari e di polizia... anche se non colpevoli a livello personale dei crimini commessi sotto quelle insegne... »
(Jože Pirjevec: Foibe – Una storia d’Italia, Giulio Einaudi editore, Torino 2009)

di tale avviso è anche lo storico triestino Sandi Volk che nel saggio “Esuli a Trieste” rileva (sulla base di documenti generalmente misconosciuti) come a provocare l'esodo vi furono molteplici cause, tra cui (ad esempio) anche l'atteggiamento assunto da alcune organizzazioni filoitaliane che caldeggiavano un «esodo di massa, con il quale speravano di riuscire a ottenere la revisione dei confini»:

« Con l'esodo, che doveva essere il più massiccio possibile, si posero le premesse perché la questione dei confini rimanesse comunque aperta anche negli anni avvenire. La presenza in Italia di una massiccia e compatta comunità di profughi assicurava infatti una base di massa per continuare l'agitazione per la revisione dei confini. E fu proprio questo il fine primario dell'attività del CLN di Pola[5] dopo il suo trasferimento in Italia, dove assunse la nuova denominazione di Movimento Istriano Revisionista. »
(Sandi Volk, Esuli a Trieste, Edizioni Kappa Vu, Maggio 2004)

Molti titoisti consideravano la popolazione italiana come ostile allo Stato jugoslavo progettato da Tito , quindi intollerabile[senza fonte]. Il regime comunista di Tito procedette, fin dal 1943, ancor prima del termine delle ostilità, ad eliminare inizialmente gli elementi più compromessi con il fascismo e la successiva occupazione nazista mediante processi sommari, atti di violenza contro l'incolumità delle persone, rappresaglie, infoibamenti, per instaurare successivamente un clima di terrore nei confronti di coloro che si dimostravano ostili al nuovo regime.

Violenze e sopraffazioni similari avvennero anche in altre zone occupate dalle truppe comandate da Tito. Chi rimaneva senza aderire pienamente al nuovo regime, doveva fare i conti con l'angoscia di restare in territori non più italiani, sotto una forma di governo repressiva, o addirittura di rimanere apolide, nel caso in cui si rifiutasse di accogliere la cittadinanza jugoslava.

« Art. 19 (comma 1°): I cittadini italiani… diverranno, sotto riserva di quanto dispone il paragrafo seguente, cittadini godenti di pieni diritti civili e politici dello Stato al quale il territorio viene ceduto,… Essi perderanno la loro cittadinanza italiana al momento in cui diverranno cittadini dello Stato subentrante. (2°) Il Governo dello Stato al quale il territorio è trasferito, dovrà disporre,… perché tutte le persone di cui al paragrafo 1°, la cui lingua usuale è l'italiano, abbiano facoltà di optare per la cittadinanza italiana entro il termine di un anno dall'entrata in vigore del presente Trattato. Qualunque persona che opti in tal senso conserverà la cittadinanza italiana e non si considererà avere acquistato la cittadinanza dello Stato al quale il territorio viene trasferito… (3°) Lo Stato al quale il territorio è ceduto potrà esigere che coloro che si avvalgono dell'opzione, si trasferiscano in Italia entro un anno dalla data in cui l'opzione venne esercitata. »
(Trattato di pace fra Italia e le Potenze Alleate ed Associate siglato a Parigi, 10 febbraio 1947)

Inoltre lo stesso Stato italiano non si era impegnato a garantire protezione contro eventuali atti di intolleranza o di discriminazione etnica. Per questo un numero di persone, che secondo stime autorevoli poteva aggirarsi attorno alle 250.000 o 270.000[6][7], ivi compreso un certo numero di croati e sloveni antititini, scelse di abbandonare i luoghi di residenza e le relative proprietà. Anche la Commissione storico-culturale italo-slovena, formata nel 1993 dai rispettivi governi per chiarire alcune divergenti vedute sui contenziosi storici tra i due popoli, ha fornito, nel suo rapporto finale del 2000, stime simili per l'intera Venezia Giulia passata nel secondo dopoguerra alla Jugoslavia, Fiume e la Dalmazia. Fra gli esuli italiani, quelli provenienti dal Capodistriano (Capodistria, Pirano, Isola d'Istria) oggi appartenente alla Repubblica di Slovenia sono stati, sempre secondo tale Commissione, 27.000 circa, cui andrebbero aggiunte alcune migliaia di sloveni. Si consideri che l'esodo si sviluppò, in massima parte, in un lasso di tempo non breve: compreso tra il 1943 e 1956.[8]

Incerto è il numero delle vittime dei massacri delle foibe che, secondo le stime più accreditate, varia da un minimo di 4.500-5000 a un massimo di 15.000. Il CLN stesso, che secondo taluni non era interessato per ragioni di convivenza politica a proporre stime esagerate, segnalò 12.000 italiani assassinati, mentre le stime dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), contestate anch'esse, sono alquanto superiori, ammontando a circa 20.000 uccisi. Il computo effettuato dall'Associazione si basa, in parte, su un calcolo induttivo, dal momento che risulterebbe impossibile conteggiare i deceduti nelle foibe scoperte dopo il 1945 in territorio jugoslavo, le quali racchiuderebbero la maggior parte dei giuliani soppressi (la massima parte delle foibe si è infatti trovata, dopo il 1945, nel territorio annesso o amministrato dalla Jugoslavia).

Un'ispezione dei siti in tutto il territorio giuliano, e in particolare in Istria, secondo l'ANVGD sarebbe stata pertanto possibile dopo la temporanea riconquista del territorio, soltanto con riferimento alle uccisioni verificatesi nel settembre ed ottobre del 1943, non per quelle prodottesi nel 1945. Queste ultime si potrebbero infatti conteggiare solo parzialmente, dal momento che non è stato mai permesso il libero accesso alle foibe site in territorio controllato dagli jugoslavi e gli stessi siti sono stati talvolta occultati. Gli orrori delle foibe e il conseguente esodo sono stati stigmatizzati dal Presidente della Repubblica Italiana Napolitano che - citando autorevoli storici - ne ha così tratteggiato le caratteristiche:

« nello scatenarsi della prima ondata di cieca violenza in quelle terre, nell'autunno del 1943, si intrecciarono "giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento" della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia. Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una "pulizia etnica" »
(Giorgio Napolitano, intervento del Presidente della Repubblica in occasione della celebrazione del "Giorno del Ricordo", 10 febbraio 2007[9])

Molti profughi si stabilirono oltre il nuovo confine, nel territorio rimasto italiano, soprattutto a Trieste e nel Nord-Est. Altri emigrarono in Europa e decine di migliaia nel resto del mondo.

Tra gli esuli, insieme agli italiani, vi furono, come si è già accennato, anche sloveni e croati, che non volevano, o potevano, vivere sottomessi alla dittatura d'ideologia comunista che si stava sviluppando in Jugoslavia. Il loro numero è difficilmente quantificabile dal momento che la gran maggioranza di essi possedeva, al momento dell'esodo, la cittadinanza italiana[10].

Dal 2005 ogni 10 febbraio è stato indicato come Giorno del Ricordo dedicato alla commemorazione dei morti e dei profughi italiani, poiché in tale giorno, nel 1947, il trattato di Parigi assegnò l'Istria, Fiume e Zara alla Jugoslavia quindi s'intensificò, coinvolgendo anche le zone precedentemente salvaguardate dalla linea Morgan, l'esodo di massa già iniziato negli anni precedenti.

Quadro storico[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia dell'Istria.
L'impero di Carlo Magno -
Alla fine del 700 l'Istria interna e i dintorni, furono conquistate dai Franchi. Poiché tali terre erano scarsamente popolate, in quanto impervie, i Franchi e successivamente le autorità del Sacro Romano Impero vi consentirono l'insediamento degli slavi.
La Repubblica di Venezia estese il suo dominio soprattutto sulle cittadine costiere dell'Istria e delle Isole del Quarnero abitate da popolazioni romanizzate.
Caratterizzazione linguistica della popolazione in Istria, Quarnero e Dalmazia nel 1910

In età moderna i territori dell'Adriatico orientale si presentano attraversati da confini, talvolta sottoposti a diverse variazioni, tra due componenti statuali:
l'Impero austriaco e
la Repubblica di Venezia fino alla sua caduta (1797).

Precedentemente alla definizione del concetto di nazionalità potevano riscontrarsi in tali territori genti appartenenti tanto al gruppo linguistico neolatino (prevalentemente italiani), tanto a quello slavo
(croati e sloveni).

Con la prima guerra mondiale i territori austro-ungarici dell'Adriatico orientale furono oggetto delle ambizioni italiane e serbe.

Trasformazioni del confine tra Italia e Iugoslavia: Con il Trattato di Rapallo (1920) l'Italia ricevette quasi l'intero Litorale Austriaco, parte della Carinzia, parte della Carniola

Il trattato di Rapallo (1920) assegnò all'Italia quasi l'intero Litorale (ribattezzato Venezia Giulia) e le città di Zara e Fiume (questa solo nel 1924), e la restante parte della Dalmazia al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni.

La parte annessa al Regno d'Italia, fu sottoposta a un processo di italianizzazione forzata. Ciò determino delle tensioni etniche che ebbero sfogo violento nel corso della seconda guerra mondiale, con esecuzioni sommarie ed internamenti da parte italiana nei confronti delle componenti slave, e con uccisioni attraverso infoibamenti nei confronti degli italiani dall'altra parte.

Seconda guerra mondiale e resistenza jugoslava[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Resistenza jugoslava.
La Jugoslavia durante la 2ª guerra mondiale:
Stato libero di Croazia (rosso), zone annesse
all'Italia (verde), alla Germania (blu)
e all'Ungheria (marrone).
Zone liberate dalla resistenza jugoslava alla vigilia della capitolazione italiana (settembre 1943)

In seguito all'invasione della Jugoslavia, iniziata il 6 aprile 1941 dalle potenze dell'Asse come reazione al colpo di Stato contro il reggente, principe Paolo Karageorgevic, già alleato dell'Asse, appoggiata da forze interne alla Jugoslavia, come gli Ustascia croati, vennero ridisegnati i confini della zona.
Il Regno di Jugoslavia, già fortemente diviso all'interno da conflitti etnici e sociali, fu smembrato e diviso tra Stato Indipendente di Croazia, Montenegro, Germania, Ungheria e Italia, che ottenne la parte sud-occidentale della Slovenia, la parte nord-occidentale della Banovina di Croazia, parte della Dalmazia) e le Bocche di Cattaro. Già nel 1941 comparvero i primi movimenti di resistenza, fra i quali cominciarono presto profonde divisioni causate dalle differenti etnie e ideologie politiche. Si originarono così feroci guerre civili, tra serbi e croati, tra comunisti e monarchici, ecc., con la creazione di diverse milizie a volte ferocemente rivali (comunisti, cetnici, ustascia, domobranci, belogardisti, ecc.).

Contro l'occupazione italiana fu attivo un movimento guidato in un primo tempo dall'OF sloveno (Fronte di liberazione, di dirigenza comunista) che operò anche nella zona di Trieste; a tale movimento aderirono anche, dopo il 1943, molti antifascisti italiani.

La risposta dell'esercito italiano fu la costituzione di un tribunale militare che comminò numerose condanne a morte nonché l'organizzazione di campi d'internamento e di concentramento in cui vennero deportati partigiani e civili slavi. Inoltre si eseguirono operazioni di rappresaglia con incendi di villaggi e fucilazioni sul posto, anche e non solo a seguito di uccisioni di militari italiani.

Non va sottaciuto che durante la seconda guerra mondiale vennero compiuti dall'esercito italiano numerosi crimini di guerra ai danni delle popolazioni slave.

Armistizio e primi infoibamenti[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Massacri delle foibe.

Come nel resto dell'Italia e nei territori da questa controllati, l'8 settembre 1943, in conseguenza dell'armistizio, l'esercito italiano si trovò allo sbando a causa della mancanza di ordini e di direzione.

Una parte dei militari italiani stanziati in Jugoslavia passò tra le file della resistenza dando corpo alle divisioni partigiane Garibaldi e Italia, inquadrate nell'Armata Popolare Jugoslava controllata dal maresciallo Tito, sino al loro scioglimento e al rimpatrio dei pochi superstiti sopravvissuti ai combattimenti e alle successive eliminazioni ad opera dei titini (che usarono le maniere spicce per liberarsi degli scomodi ex-alleati), nel 1945. Il IX Corpus Sloveno, inquadrato nella IV Armata jugoslava e forte di 50.000 uomini, attraversò le Alpi Giulie per dilagare nel Carso e nell'Istria, puntando su Gorizia, Trieste, Pola, Fiume. A partire da questo momento, mancando un controllo militare, si registrarono i primi casi di rappresaglia nei confronti degli italiani che rappresentavano il potere politico e militare (gerarchi, podestà, membri della polizia, ma anche impiegati civili della Questura) nonché alcuni esponenti della borghesia mercantile e gli operatori commerciali: queste azioni consistevano in omicidi, infoibamenti e altri generi di violenze. Alcuni storici hanno voluto vedere in questi atti, quasi tutti verificatisi nell'Istria meridionale (oggi croata), una sorta di jacquerie, quindi di rivolta spontanea delle popolazioni rurali, in parte slave, come vendetta per i torti subiti durante il periodo fascista; altri, invece, hanno interpretato il fenomeno come un inizio di pulizia etnica[11] nei confronti della popolazione italiana. Comunque queste azioni furono un preludio all'azione svolta in seguito dall'armata jugoslava. Alcuni storici (come il francese Michel Roux) asserirono che vi era una similitudine tra il comportamento contro gli italiani nella Venezia Giulia ed a Zara e quello promosso da Vaso Čubrilović (che divenne ministro di Tito dopo il 1945) contro gli Albanesi della Jugoslavia.[12].

Istria e Dalmazia dopo l'armistizio[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Questione triestina e Zona d'operazioni del Litorale adriatico.
Repubblica Sociale Italiana - Le aree segnate in verde facevano ufficialmente parte della R.S.I. ma erano considerate dalla Germania zone di operazione militare e sottoposte a diretto controllo tedesco[13]

Dopo l'armistizio di Cassibile, il 10 settembre del 1943 la Wehrmacht occupò Zara. Il comando militare della città fu assunto dal comandante della 114ª Jäger-Division Karl Eglseer - l'amministrazione civile fu invece formalmente assegnata alla Repubblica Sociale Italiana costituitasi il 23 settembre 1943.

L'Istria, assieme al restante territorio giuliano venne occupato dalle truppe germaniche con l'operazione Wolkenbruch ("Nubifragio"), impiegando tre divisioni corazzate SS e due divisioni di fanteria (una delle quali turkmena), che respinsero il IX Corpus infliggendogli perdite pari a circa 15.000 effettivi e distruggendo gli abitati utilizzati dagli jugoslavi come basi di appoggio; l'operazione, iniziata nella notte del 2 ottobre 1943, sotto il comando del generale delle SS Paul Hausser, si concluse, il 15 ottobre 1943, consentendo agli Italiani, nel frattempo in fase di riorganizzazione dopo l'8 settembre, di ispezionare almeno parte dei siti nei quali erano stati infoibati i connazionali. Le forze di occupazione tedesche inclusero l'intera area giuliana nella Zona d'operazioni del Litorale adriatico, considerata dai tedeschi parte integrante del "Terzo Reich", quindi non più sottoposta al controllo italiano; la Venezia Tridentina e la provincia di Belluno costituirono invece la Zona d'operazioni delle Prealpi;

« Mussolini ha detto: Bisogna accettare questo stato di cose [...] Anche se domani chiedessero Trieste nello spazio vitale germanico, bisognerebbe piegare la testa »
(alla data del 13 ottobre 1941, dal Diario di Galeazzo Ciano[14])

L'amministrazione civile della Zona d'operazioni del Litorale adriatico fu affidata al Supremo Commissario Friedrich Rainer. Si realizzò così il predeterminato disegno di Hitler, Himmler, e Joseph Goebbels di occupare militarmente e poi annettere a guerra conclusa tutti i vasti territori che furono un tempo sotto il dominio dell'Impero Austro-Ungarico. Il Supremo Commissario Tedesco creò il Tribunale Speciale di Sicurezza Pubblica per giudicare gli atti di ostilità alle autorità tedesche, la collaborazione col nemico, le azioni di sabotaggio. Il Tribunale non era tenuto a seguire le norme procedurali consuete e le domande di grazia potevano essere inoltrate ed accolte solo da Rainer. Al Gauleiter Friedrich Rainer fu affiancato il Gruppenfuhrer SS Odilo Lothar Globocnik, nato a Trieste da padre sloveno e madre, verosimilmente, ungherese[15], incaricato del rastrellamento degli Ebrei e protettore delle componenti slave (domobranci e ustascia) impegnate nella rivendicazione delle terre giuliane, il cui ruolo si sviluppò a scapito di quello degli Italiani.

Ludwig Kübler

Il comandante militare della regione Ludwig Kübler avviò una lotta crudele e senza quartiere alla resistenza partigiana, affiancato anche da varie formazioni collaborazioniste italiane tra cui due reparti regolari dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana (Battaglione Bersaglieri Mussolini e Reggimento Alpini Tagliamento), la Milizia Difesa Territoriale (il nuovo nome voluto da Rainer per la Guardia Nazionale Repubblicana nell'OZAK), le Brigate nere, la Polizia di Pubblica Sicurezza (di cui fece parte la famigerata Banda Collotti), la Guardia Civica, i battaglioni italiani volontari di polizia.

« Le forze armate del Partito fascista repubblicano nell’Adriatesches Küstenland-Litorale Adriatico, dipendenti operativamente dai tedeschi […] svolsero un ruolo mostruoso: quello di consegnare ai tedeschi i loro concittadini; qui più che altrove, essi svolsero opera di fiancheggiamento nelle operazioni di rastrellamento e di fucilazione delle popolazioni civili […] Svolsero questi ruoli, almeno inizialmente, senza nemmeno essere riconosciuti come alleati dai tedeschi, che solo in seguito li considerarono parte integrante delle loro formazioni. »
(da “Dossier Foibe“ di Giacomo Scotti (op. cit.))

Il 31 ottobre 1944 la città di Zara, che nel frattempo era stata distrutta da ben 54 bombardamenti aerei alleati promossi da Tito e che uccisero circa 2.000 persone, superata anche l'estrema resistenza strenuamente opposta dalla compagnia "d'Annunzio" della X MAS, fu conquistata dall'armata partigiana jugoslava e nuovamente si ripeterono rappresaglie verso gli italiani considerati occupanti e collaboratori dei tedeschi. Un numero imprecisato di italiani venne arrestato e poi annegato in mare. Tali episodi vengono considerati tra i primi veri e propri eccidi delle foibe.

Nel frattempo anche i rapporti tra resistenza italiana non comunista e resistenza jugoslava, che sino allora avevano operato contro il nemico comune, si erano deteriorati, influenzando i rapporti anche all'interno della resistenza italiana. Fu in questo contesto che maturò l'eccidio di Porzus, mirato all'eliminazione da parte dei partigiani comunisti italiani dei partigiani "bianchi" della Brigata Osoppo, fieri oppositori del IX Corpus Sloveno non meno che delle truppe tedesche.

Mappa tratta da un atlante militare americano che rappresenta la situazione dei fronti europei al 1º maggio 1945

Tra la fine di aprile e i primi di maggio del 1945 l'Istria, grazie allo sforzo congiunto della resistenza locale (sia slava che italiana), fu liberata dall'occupazione tedesca dall'armata jugoslava di TitoIn primavera i partigiani jugoslavi puntarono direttamente verso Trieste, Gorizia per raggiungerle prima degli Alleati, conquistando le due città giuliane il 1º maggio; Fiume e Pola furono conquistate rispettivamente il 3 maggio e il 5 maggio 1945. L'obiettivo era di vincere la Corsa per Trieste, conquistando il maggior territorio possibile onde imporre una situazione di fatto agli Alleati. Infatti, dopo la conquista di Trieste, Pola, Fiume, Gorizia e degli altri centri del Quarnaro, dell'Istria, del Carso e dell'Isontino ebbe inizio una seconda persecuzione (con migliaia di infoibamenti) che mirava a terrorizzare, per indurre i cittadini di sentimento pro-italiano all'esodo, in tal modo favorendo le mire jugoslave per i nuovi confini con l'Italia[senza fonte].

Nel giugno 1945 però Gorizia, Trieste e Pola furono sgomberate dalle forze di Tito e poste sotto il controllo delle truppe angloamericane che avevano varcato l'Isonzo il 3 maggio. Si concluse così la cosiddetta crisi di Trieste; Fiume, invece, restò definitivamente sotto il controllo jugoslavo.

Le foibe e l'inizio dell'esodo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Massacri delle foibe.

L'arrivo, nella primavera del 1945, delle forze jugoslave preluse a una nuova fase d'infoibamenti: furono eliminati, non soltanto militari della RSI, poliziotti, impiegati civili e funzionari statali, ma, in modo almeno apparentemente indiscriminato (e cioè lucidamente terroristico) civili di ogni categoria, e furono uccisi o internati in campi che nulla avevano da invidiare a quelli hitleriani o staliniani tutti coloro che avrebbero potuto opporsi alle rivendicazioni jugoslave sulla Venezia Giulia compresi membri del movimento antifascista italiano. Tali azioni spinsero la maggior parte della popolazione di lingua italiana a lasciare la regione nell'immediato dopoguerra. L'esodo era comunque già iniziato prima della fine della guerra per diversi motivi che andavano dal terrore sistematico provocato dai massacri delle foibe, annegamenti, deportazioni dei civili italiani in campi di sterminio operato dalle forze di occupazione jugoslave, al timore di vivere sottomessi alla dittatura comunista in terre non più italiane. Indubbiamente gli italiani erano esposti a violenze e rappresaglie da parte delle autorità jugoslave ma in quel periodo, ossia subito dopo l'8 settembre 1943, non era chiara quale fosse la priorità per Tito e i suoi seguaci: priorità nazionalistica per una pulizia etnica, priorità politica ossia contro gli oppositori anticomunisti, priorità ideologica ossia contro i reazionari, priorità sociale ossia contro i borghesi. Si consideri che nella prima metà del 1946 il Bollettino Ufficiale jugoslavo pubblicò ordinanze secondo le quali si conferiva al Comitato Popolare locale il diritto di disporre delle case e di cederle ai cittadini croati; si sequestravano tutti i beni del nemico e degli assenti; si considerava nemico e fascista, quindi da epurare, chiunque si opponesse al passaggio dell'Istria alla Jugoslavia.[16]

Come strumento di eliminazione e di occultamento dei cadaveri gli Jugoslavi usarono, specialmente in Dalmazia e nel Quarnaro, anche il mare (è tristemente noto l'esempio dell'assassinio dei Luxardo); in qualche caso, tuttavia, non si trattò dell'eliminazione di singoli o di qualche gruppo famigliare: il 21 maggio 1945, la nave cisterna “Livia Campanella”, con 350 prigionieri (soldati tedeschi, soldati italiani, vecchi e donne), in viaggio da Pola verso Buccari, colpì una mina tedesca e affondò; i prigionieri legati a due a due si gettarono in acqua e con essi anche le guardie ed i marinai, ma un centinaio di essi morirono annegati o perché feriti mortalmente dallo scoppio.[17]

Lungamente si è discusso sulla volontà epuratrice delle autorità jugoslave: se cioè l'esodo fosse voluto o meno. Gli effetti della politica delle nuove autorità, statali e locali, di fatto condussero inequivocabilmente agli esiti di una pulizia etnica, eppure mancano documenti assolutamente probanti sulla volontà di Tito e dei suoi sodali di espellere gli italiani in quanto tali, cosa che invece esiste con riferimento alle espulsioni dei tedeschi dalla Jugoslavia[18]. Vi è però, quanto meno, una molteplicità di indizi significativi e coincidenti in tal senso, fra i quali il programma di annessione delle terre giuliane formulato da Tito nel 1943 e una celebre autoammissione di responsabilità contenuta all'interno di un'intervista concessa da Milovan Gilas (già braccio destro di Tito) ad un settimanale italiano:

« Ricordo che nel 1946 io ed Edward Kardelj andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana. Si trattava di dimostrare alla commissione alleata che quelle terre erano jugoslave e non italiane: predisponemmo manifestazioni con striscioni e bandiere.
Ma non era vero? (domanda del giornalista)

Certo che non era vero. O meglio lo era solo in parte, perché in realtà gli italiani erano la maggioranza nei centri abitati, anche se non nei villaggi. Bisognava dunque indurli ad andare via con pressioni d'ogni genere. Così ci venne detto e così fu fatto. »

(Milovan Gilas - Panorama, 21 luglio 1991)

Alcuni commentatori contestano la lettura della vicenda delle foibe in termini di “pulizia etnica” e affermano che:

« In realtà la tragedia delle Foibe, unitamente a quella dell’Esodo, va letta in chiave di ideologia... Il tutto va infatti inserito nel processo di formazione del nuovo stato comunista della Jugoslavia e della conseguente necessità che il formarsi della nuova realtà statale (così come teorizzato dal Lenin) venisse accompagnato da una adeguata dose di “terrore” capace di fruttare nei decenni futuri... Le Foibe e l’Esodo, dunque, come fenomeno in primo luogo ideologico-politico... /vi fu anche una componente di vendette personali, ma vi fu soprattutto una prevalenza di chiara logica politica: eliminare in primo luogo coloro che più potevano infastidire l’istituendo stato comunista »
(Paolo Sardos Albertini (Presidente della Lega Nazionale di Trieste) – pubblicato sul quotidiano “Il Piccolo” di Trieste l’8 maggio 2006)
« Ai primi di maggio del 1945, con il crollo del potere nazista anche la Venezia Giulia fu raggiunta dall’ondata di violenze di massa che si scatenò in tutti i territori jugoslavi... Gli appartenenti alle formazioni collaborazioniste slovene e croate furono uccisi tutti immediatamente... i militari italiani e tedeschi trasferiti in campi di prigionia dove denutrizione e maltrattamenti provocarono una mortalità altissma... Quanto ai civili, le autorità jugoslave procedettero ad una radicale “epurazione preventiva” della società... /Le stragi perpetrate nella Venezia Giulia sono dunque state una variante locale di un progetto generale che ha coinvolto tutti i territori in cui si realizzò la presa del potere da parte del movimento partigiano comunista jugoslavo. »
(AA.VV., Foiba di Basovizza (op.cit))

Sulla presunta volontà epuratrice delle autorità jugoslave, si è espressa anche la Commissione storico-culturale italo-slovena, affermado:

« Tali avvenimenti si verificarono in un clima di resa dei conti per la violenza fascista e di guerra ed appaiono in larga misura il frutto di un progetto politico preordinato, in cui confluivano diverse spinte: l'impegno ad eliminare soggetti e strutture ricollegabili (anche al di là delle responsabilità personali) al fascismo, alla dominazione nazista, al collaborazionismo ed allo stato italiano, assieme ad un disegno di epurazione preventiva di oppositori reali, potenziali o presunti tali, in funzione dell'avvento del regime comunista, e dell'annessione della Venezia Giulia al nuovo Stato jugoslavo. »
(Relazione della Commissione storico-culturale italo-slovena, Relazioni italo-slovene 1880-1956, "Periodo 1941-1945", Paragrafo 11, Capodistria, 2000)

L'esodo[modifica | modifica sorgente]

Fasi dell'esodo[modifica | modifica sorgente]

La prima fase dell'esodo si verificò dopo l'armistizio del 1943, poiché molti funzionari e collaboratori del regime fascista, dopo i primi casi di infoibamenti per vendetta, pensarono bene di allontanarsi il più possibile: questo fu il cosiddetto esodo nero, considerando il colore simbolico del fascismo.

« Con la fine della guerra a questi si aggiunsero gli appartenenti alle unità fasciste che avevano operato agli ordini dei nazisti, soprattutto ufficiali, e il personale politico fascista che aveva collaborato con i nazisti... /La borghesia italiana se ne andò... in quanto la trasformazione socialista della società presupponeva la sua espropriazione... /numerosi anche coloro che erano arrivati in Istria dopo il 1918 al servizio dello Stato italiano e che seguirono questo Stato (ovvero l'impiego) quando dovette abbandonare la regione »
(Sandi Volk, Esuli a Trieste (op. cit.))
Zara: il campanile del Duomo e l'abside della chiesa di San Grisogono, colpita dai bombardamenti alleati
Bombardamenti aerei su Fiume nel 1944 da parte di aerei della RAF

Storia a parte fa l'esodo da Zara. La città, capoluogo amministrativo della Governatorato della Dalmazia, occupata dai tedeschi due giorni dopo l’l’armistizio dell’8 settembre 1943, fu colpita dal novembre 1943 all’ottobre del 1944 da oltre 26 bombardamenti compiuti dalle forze aree ango-americane, che sganciarono sulla città oltre oltre 520 tonnellate di bombe. I bombardamenti indussero i tedeschi ad abbandonare la città già nell’ottobre del 1944, ma provocarono anche la morte di circa 2.000 abitanti e l’abbandono della città da parte di circa il 75% della popolazione. Alle uccisioni di rito seguite alla conquista dei partigiani jugoslavi, si accompagnò anni dopo - nel pieno della questione di Trieste nel 1953 - la chiusura dell'ultima scuola italiana e il trasferimento forzato degli studenti nelle scuole croate, che costrinse gli ultimi italiani rimasti a Zara ad esodare o ad assimilarsi con la maggioranza.

Anche Spalato, città della Dalmazia invasa e annessa dall'Italia nel 1941, che contava circa 1.000 italiani autoctoni, al termine della guerra subì le vendette partigiane: vennero uccisi 134 italiani fra agenti di pubblica sicurezza, carabinieri, guardie carcerarie ma anche civili come Giovanni Soglian, originario di Cittavecchia di Lesina e al tempo Provveditore agli Studi della Dalmazia. Altre famiglie italiane di Spalato scelsero l'esodo e partirono via mare. Fra di essi, il giovane Enzo Bettiza[19].

A partire dal maggio del 1945 iniziò l'esodo massiccio degli Italiani da Fiume e dall'Istria.

« Da Fiume se ne andarono, nel periodo 1946-1954, oltre 30.000 abitanti. Le ragioni di un esodo così massiccio furono di diversa natura... /Si ricorda Bastianuti Diego, Storia del nostro esodo: "La mia famiglia, come tante altre, optò per l'Italia nel 1947 a Fiume, subito dopo riuscimmo a lasciare la nostra città..." »
(Boris Gombač: Atlante storico dell'Adriatico orientale (op. cit.))
Fino alla sottoscrizione del trattato di Parigi Pola era un'exclave della "Zona A" amministrata dagli Alleati Fino alla sottoscrizione del trattato di Parigi Pola era un'exclave della "Zona A" amministrata dagli Alleati
Fino alla sottoscrizione del trattato di Parigi Pola era un'exclave della "Zona A" amministrata dagli Alleati

Prima pagina dell'Arena di Pola uscito il 4 luglio 1946

Un caso particolare fu quello di Pola. Dopo essere stata occupata dagli jugoslavi, venne inserita nella Zona A posta sotto l'amministrazione alleata. Dopo la strage di Vergarolla (18 agosto 1946) molti andarono via e il 27 gennaio 1947. L'esodo di massa iniziò quando apparve chiaro che le speranze del ritorno di questa città all'Italia erano vane: in questo caso l'abbandono della città si svolse in modo organizzato, sotto gli occhi delle autorità anglo-americane e di alcuni emissari dello stesso governo italiano[20]. L'esodo di massa era stato organizzato già prima della strage di Vergarolla, (subito dopo che, a maggio del 1946, trapelarono notizie in merito all'orientamento delle grandi potenze riunite a Parigi a favore della cosiddetta linea francese, che prevedeva l'assegnazione di Pola alla Jugoslavia) anche con l'assistenza di militari in borghese inviati dall'Italia.[21] Il 3 luglio si costituì il "Comitato Esodo di Pola". Il giorno successivo "L'Arena di Pola" titolò a piena pagina: "O l'Italia o l'esilio". Nell'articolo principale a firma dello scrittore Guido Miglia, si legge: « Il nostro fiero popolo lavoratore... abbandonerebbe in massa la città se essa dovesse sicuramente passare alla Jugoslavia, e troverà ospitalità e lavoro in Italia, ove il governo darà ogni possibile aiuto a tutti questi figli generosi ». Successivamente lo stesso Miglia scrisse:

« Con l'esodo, a Pola, abbiamo avuto una scelta di tipo occidentale ancor prima che italiana... L'esodo non fu, a mio avviso, determinato tanto dall'amore per l'Italia, comunque presente, quanto dalla percezione di sentirsi estranei, non accetti, vittime di atteggiamenti ostili a casa propria. »
(Guido Miglia[22])

L'esodo coinvolse a Pola tutte le classi sociali, dai professionisti agli impiegati pubblici ai molti artigiani e operai specializzati dell'industria: in conseguenza di ciò si ebbe una profonda crisi economica delle città, svuotata dall'esodo.

Maria Pasquinelli, il 10 febbraio 1947 – giorno della firma del Trattato di Parigi, per protesta contro la cessione dell'Istria e della Dalmazia alla Jugoslavia uccise il comandante della guarnigione britannica di Pola

Con la firma del trattato di pace di Parigi, 10 febbraio 1947, che prevedeva la definitiva assegnazione dell'Istria alla Jugoslavia s'intensificò l'esodo da questa zona. Da Pola, così come da alcuni centri urbani istriani (Capodistria, Parenzo, Orsera, ecc.) partì oltre il 90% della popolazione etnicamente italiana, da altri (Buie, Umago e Rovigno) si desumono percentuali inferiori ma sempre molto elevate.

Riferendosi a questo periodo storico il docente universitario e storico Raoul Pupo scrive:

« essenziale per garantire l'accettazione del gruppo minoritario da parte del regime, risultava... essere fautori dell'appartenenza statuale alla Jugoslavia, di obbedienza comunista, eventualmente di ascendenza slava e comunque nemici dichiarati dell'Italia demonizzata in quanto fascista e imperialista... il punto è che in Istria un gruppo nazionale italiano che rispondesse a tali requisiti semplicemente non esisteva. »

Il Trattato di Parigi prevedeva per chi volesse mantenere la cittadinanza italiana l'abbandono della propria terra e chi emigrava non poteva portare con sé né denaro né beni mobili (gli immobili erano comunque considerati parte delle riparazioni di guerra che l'Italia doveva alla Jugoslavia). A chi optava di mantenere la cittadinanza italiana la Jugoslavia non riconosceva la cittadinanza e chi non rientrava in Italia rischiava di rimanere apolide. Proprio su questa condizione si pone un problema nella ridda di cifre relative all'esodo, in quanto si riporta spesso una certa cifra, ma si manca di prendere in considerazione che gli apolidi erano in maggior parte proprio Italiani.

Esodo dei cantierini monfalconesi

Dopo la fine della guerra circa 2.000 operai comunisti di Monfalcone, ai quali si aggiunse un certo numero di militanti provenienti da altre parti d'Italia, nella speranza di veder realizzati i propri ideali politici e soddisfare il bisogno di manodopera qualificata dei cantieri di Fiume e Pola, emigrarono in Jugoslavia. Pochi mesi dopo il loro arrivo, Tito fu accusato di deviazionismo da Stalin e costoro, iscritti alla federazione di Trieste del Partito Comunista Italiano che aveva firmato la risoluzione antititoista del Cominform, furono considerati nemici e, in gran parte, rinchiusi nel gulag di Goli Otok-Isola Calva o in altre prigioni. Dopo mesi di durissima reclusione, i monfalconesi, una volta liberati, si aggiunsero alla massa degli altri esuli tornando in Italia. Tornati in Italia fu loro ordinato da parte del loro partito di mettersi da parte per non procurare problemi e ubbidirono. Alcuni monfalconesi ancora viventi hanno successivamente raccontato il proprio calvario che recentemente è stato pubblicato in vari testi di storia e di memorie.[23]

L'ultima fase migratoria ebbe luogo dopo il 1954 allorché il Memorandum di Londra assegnò definitivamente la zona A del Territorio libero di Trieste all'Italia, e la zona B alla Jugoslavia. L'esodo si concluse solamente intorno al 1960. Dal censimento jugoslavo del 1971 in Istria, a Fiume e nel Quarnero erano rimasti 17.516 italiani su u totale di 432.136 abitanti, e nonostante la paventata politica assimilatrice nel 1991 il numero degli italiani aumentò a 21.995.

Di tutti coloro che esodarono la maggior parte, dopo aver dimorato per tempi più o meno lunghi in uno dei 109 campi profughi[24] allestiti dal governo italiano, si disperse per l'Italia, mentre si calcola che circa 80.000 emigrarono in altre nazioni.L'economia dell'Istria risentì per numerosi anni del contraccolpo causato dall'esodo.

Una piccola parte della comunità italiana, soprattutto proletari, scelse, per ragioni ideologiche o per l'impossibilità "fisica" di affrontare l'esilio (per età, salute, vincoli famigliari, ...), di non emigrare e s'integrò nella società jugoslava ottenendo negli anni seguenti il riconoscimento di alcuni diritti, sia pure più formali che sostanziali; alcuni, perfino, non si resero conto che l'autorizzazione all'esilio, rilasciata dalle autorità jugoslave, era soggetta a scadenza, e lasciarono decorrere il termine, magari per prestare le ultime cure ai campi o alle vigne; ad altri Italiani, in generale medici, tecnici, ecc., considerati utili dal regime titoista, fu semplicemente negato il diritto all'opzione e all'esilio; talvolta gli Jugoslavi adottarono l'escamotage di autorizzare la partenza di tutti i membri di una famiglia tranne un figlio o, preferibilmente, una figlia, inducendo così anche gli altri a rinunciare. Oggi[quando?] Oggi vivono nell'Istria slovena intorno a 3000 membri dichiarati della comunità italiana, mentre il loro numero in Croazia - fra l'Istria, Fiume e la Dalmazia - si aggira intorno ai 25.000.

L'esodo istriano-dalmata è inquadrabile in un fenomeno globale di migrazioni più o meno forzose di interi popoli all'indomani della seconda guerra mondiale e che comportò lo spostamento di oltre 30.000.000 di individui di tutte le nazionalità. A differenza di altri fenomeni analoghi avvenuti altrove mai vi fu l'emissione di un decreto di espulsione degli italiani da parte delle autorità jugoslave e l'esodo fu il risultato di una somma di fattori che andarono dal timore di ritorsioni per il comportamento verso le popolazioni slave durante il periodo fascista al rifiuto di dover vivere all'interno di un regime di occupazione straniera e di tipo comunista. Anche l'estrema instabilità della situazione internazionale (guerra fredda), con il confronto tra i blocchi e relativi sistemi politici favorì l'instaurarsi di una psicologia dell'esodo.

Stime del numero di esuli[modifica | modifica sorgente]

  • Ministero degli Esteri italiano: fra i 250.000 circa (secondo i dati di una commissione presieduta da Amedeo Colella e pubblicati nel 1958) e i 270.000 stimati al termine dell'esodo[25]
  • Marina Cattaruzza, storica italiana: almeno 250.000 persone[26]
  • Raoul Pupo, storico italiano, scrive:
« Sulle dimensioni complessive dell'esodo vi è nella letteratura ampia discordanza, legata per un verso al fatto che un conteggio esatto non venne compiuto quando ciò era ancora possibile, per l'altro all'utilizzo politico delle stime compiuto sia in Italia che nella ex Iugoslavia: si oscilla così da ipotesi al ribasso di 200.000 unità - che in realtà comprendono solo i profughi censiti in Italia, trascurando i molti, che, soprattutto nei primi anni del dopoguerra emigrarono senza passare per l'Italia e comunque senza procedere ad alcuna forma di registrazione nel nostro Paese - fino ad amplificazioni a 350.000 esodati, difficilmente compatibili con la consistenza della popolazione italiana d'anteguerra nei territori interessati all'esodo. Stime più equilibrate, risalenti alla fine degli anni cinquanta e successivamente riprese, inducono a fissare le dimensioni presunte dell'esodo attorno al quarto di milione di persone." (R. Pupo, L'esodo degli Italiani da Zara, da Fiume e dall'Istria: un quadro fattuale, [in:] Esodi. Trasferimenti forzati di popolazione nel Novecento europeo, Napoli, 2000, p. 205-206, n. 40) »
  • Enrico Miletto ed alcuni storici italiani (come Flaminio Rocchi ed Ermanno Mattioli) quantificano gli esuli in circa 350.000 persone.
  • Giampaolo Valdevit, storico italiano, scrive: l'esodo degli italiani dall'Istria - nell'arco di un decennio farà allontanare circa 250 mila persone. (G. Valdevit, Trieste. Storia di una periferia insicura, Milano, 2004, p. 55).
  • Sandi Volk[27]:quantifica gli esuli in circa 237.000; di cui 140.000 italiani autoctoni, 67.000 italiani immigrati da altre regioni d'Italia dopo il 1918, e 30.000 di sloveni e croati.
  • Con riferimento ai territori jugoslavi compresi nella repubblica di Croazia, il demografo croato Vladimir Žerjavić, stima che essi siano stati abbandonati da 191.421 esuli (tra cui 46.000 italiani, immigrati dopo il 1918, e 25.000 croati).
  • Con riferimento ai territori jugoslavi compresi nella repubblica di Slovenia la storica slovena Nevenka Troha stima che essi siano stati abbandonati da 27.000 italiani residenti nell'Istria slovena (tra il 1945 e il 1954), da 10.000-15.000 italiani residenti nelle altre zone della Slovenia, perlopiù impiegati statali ed immigrati dopo il 1918 (tra il 1943 e il 1945), e da 3.000 sloveni che lasciarono la zona dopo il 1945; mentre la Commissione mista storico-culturale italo-slovena stima gli esuli dall'Istria attorno a 30.000, compresi gli sloveni anticomunisti.

L'esodo alla luce dei censimenti[modifica | modifica sorgente]

Secondo i dati del censimento riservato del Governo italiano del 1936, nella provincia istriana vivevano 294.000 cittadini dei quali gli slavofoni costituivano una minoranza non precisamente calcolabile poiché mancano dati ufficiali governativi.

Secondo il censimento jugoslavo del 1961, nella Regione Istriana vivevano 14.354 cittadini italofoni; per avere un quadro totale della regione geografica dell'Istria bisogna aggiungere i 2.597 italiani del Capodistriano e i 197 di Abbazia, oltre agli italiani di Muggia e del comune di San Dorligo della Valle, unici centri istriani rimasti in Italia. Per un quadro ancor più completo del censimento jugoslavo del 1961, ricorderemo i 213 italiani di Cherso e Lussino e i 3.255 di Fiume[28]

Esuli in Italia e altrove[modifica | modifica sorgente]

Nel testo di Marino Micich sull'esodo si legge

« la dislocazione dei profughi in Italia vide su una massa provvisoria di circa 150.000 individui, sistemarsi ben 136.116 nel Centro-Nord e solo 11.175 persone nel Sud e nelle isole. Risulta evidente come il più industrializzato Nord poté assorbire il maggior numero di esuli quindi 11.157 si fermarono in Lombardia, 12.624 in Piemonte, 18.174 nel Veneto e 65.942 nel Friuli-Venezia Giulia. Appare chiaro da queste cifre che i profughi scelsero i nuovi territori di residenza sia per ragioni economiche sia per ragioni di costume e di dialetto, ma molti non si allontanarono dal confine per ragioni sentimentali e forse sperando in un prossimo ritorno che mai avvenne. Un altro dato interessante scaturì da uno studio riguardante circa 85.000 profughi, da cui si deduce che oltre 1/3 scelsero di ricostruirsi una vita nelle grandi città (Trieste, Roma, Genova, Venezia, Napoli, Firenze,ecc.). Opera Profughi, tuttavia, non mancò di appoggiare le comunità che elessero loro domicilio le province meridionali d'Italia. L'esperimento più rilevante si ebbe in Sardegna, nelle località di Fertilia, dove trovarono sistemazione oltre 600 profughi. Il programma alloggiativo dell'Opera Profughi ebbe maggior sviluppo in quelle località dove risultava più consistente l'affluenza dei profughi, come Pescara, Taranto, Sassari, Catania, Messina, Napoli, Brindisi. Gli sforzi dell'ente si concentrarono verso quelle zone che permettevano una reintegrazione più completa possibile del profugo e dove era più gradito il domicilio sia per ragioni economiche sia per ragioni sentimentali e umane. I programmi edilizi più importanti sul territorio nazionale italiano furono varati a Roma (Villaggio Giuliano-Dalmata), Trieste, Brescia, Milano, Torino, Varese e Venezia. A Venezia il programma abitativo dell'Opera arrivò a realizzare circa duemila appartamenti, a Trieste oltre tremila e in provincia di Modena fu realizzato un organizzato Villaggio San Marco a Fossoli di Carpi per accogliere soprattutto i profughi dalla zona B dell'Istria. L'Opera si prodigò molto nell'assistenza degli anziani e soprattutto dei fanciulli appartenenti a famiglie disagiate istituendo diversi istituti scolastici e organizzando soggiorni estivi. Nel caso del collocamento al lavoro l'Opera, dal 1960 al 1964, aveva potuto provvedere alla sistemazione di ben 34.531 disoccupati. Il contributo più grande a questo collocamento fu comunque dato dalle grandi industrie del nord e dalle aziende parastatali comprese nel famoso triangolo industriale tra Torino, Milano e Genova. Considerando i dati e i risultati ottenuti dall'Opera per l'Assistenza ai Profughi Giuliani e Dalmati, si può constatare che, a partire dai primi anni cinquanta, il problema dell'inserimento sociale e lavorativo degli esuli giuliano-dalmati in Italia andò sempre migliorando. Risulta altresì chiaro che la grande prova di civiltà e di spirito di abnegazione dimostrato dal popolo dell'esodo, nonostante le sofferenze, le violenze, i disagi e i torti subiti, resterà una pagina indelebile di storia. »

Si verificarono episodi che molti hanno definito di "comportamento ignobile contro gli esuli" ma si consideri sempre il contesto storico dell'epoca e le divisioni politico-sociali che laceravano profondamente la società italiana. In diversi libri son ricordati tali episodi: in particolare si fa riferimento a un treno carico di profughi cui a Bologna gli operai impedirono di portare qualsiasi genere di conforto, considerando i giuliano-dalmati - poiché fuggivano dalla Jugoslavia comunista - dei fascisti.

In America gli esuli si stabilirono prevalentemente in Stati Uniti, Canada, Argentina, Venezuela e Brasile; in Australia si concentrarono maggiormente nelle città più grandi, Sydney e Melbourne. Ovunque siano andati, gli esuli hanno organizzato associazioni che si sono dedicate alla conservazione della propria identità culturale, pubblicando numerosi testi sui fatti luttuosi del periodo bellico e post-bellico.

La questione del risarcimento[modifica | modifica sorgente]

La Jugoslavia - nell'ambito della propria politica economica di stampo socialista che prevedeva la nazionalizzazione di tutti i mezzi di produzione - attuò la confisca dei beni degli italiani che avevano abbandonato i territori, giustificando tale atto come risarcitivo: infatti per quanto stabilivano i trattato di pace siglato a Parigi nel 1947 l'Italia doveva alla Jugoslavia la somma di 125 milioni di $ come riparazione per i danni di guerra subiti[29]. L'Italia accondiscese a questa sistemazione, firmando nel tempo una serie di accordi e procedendo alla liquidazione di un indennizzo agli esuli, sulla base di un valore presunto dei beni, molto minore del valore reale.

Il trattato di Osimo del 1975, che concerne la definitiva suddivisione dei confini dell'ex Territorio libero di Trieste, fa espressamente riferimento ad un accordo per risarcire i beni nazionalizzati dalla Jugoslavia in questa zona, non compresa negli accordi di risarcimento di cui sopra[30].

Negli anni che seguirono l'esodo e soprattutto dopo il 1980, anno della morte di Tito, le associazioni di esuli rinnovarono al governo italiano la richiesta di rivedere le entità di tutti i precedenti risarcimenti e una richiesta di risarcimento fu anche rivolta alla Jugoslavia.

Il 18 febbraio 1983 a Roma fu ratificato l'accordo previsto dal Trattato di Osimo, con il quale la Jugoslavia s'impegnava a pagare 110 milioni di dollari per il risarcimento dei beni nazionalizzati nella ex-Zona B del Territorio libero di Trieste.[31]
All'atto dello smembramento della repubblica jugoslava solo 18 milioni di dollari erano stati però versati e distribuiti agli esuli; Slovenia e Croazia si accordarono, in seguito, con l'Italia firmando, il 15 gennaio 1992 a Roma, un memorandum sui successivi pagamenti.

Tuttavia un trattato definitivo non venne mai stipulato.

Croazia e Slovenia si accordarono, tra loro, per versare, in percentuale del 62% per la Slovenia e del 38% per la Croazia, la restante parte della somma. La Slovenia depositò circa 56 milioni di dollari presso la filiale lussemburghese della Dresdner Bank, considerando con ciò di aver saldato il debito, ma lo Stato italiano non riconosce la legittimità del modus operandi adottato dal governo sloveno. Per questo motivo agli esuli o ai loro discendenti non sono ancora stati distribuiti questi fondi provenienti dalla Slovenia.
La Croazia non ha ancora versato alcunché, poiché spera di trattare ulteriormente con le autorità italiane. Il capo di governo croato Ivo Sanader annunciò pubblicamente la volontà del suo governo di saldare il debito dopo le elezioni politiche italiane del 2006, onde evitare strumentalizzazioni. Ma la situazione è ancora in fase di stallo.

Ulteriori elementi da prendere in considerazione sono le leggi sulla denazionalizzazione dei beni promulgate sia dalla Slovenia che dalla Croazia, con le quali si è previsto di reintegrare nei loro diritti i proprietari dei beni nazionalizzati. Dopo una prima versione delle leggi con la quale si escludevano dal beneficio i cittadini stranieri, ritenuta discriminatoria dall'Unione Europea e cassata dalle Corti Costituzionali dei due paesi, venne promulgata una seconda versione che escluse i beni già oggetto di accordi internazionali di risarcimento: in questo modo - così affermano i governi sloveno e croato - i beni degli esuli italiani continuano ad essere esclusi dal reintegro o dal risarcimento[32]

Esuli famosi[modifica | modifica sorgente]

Tra i tanti costretti all'esilio dall'Istria, Quarnaro e Dalmazia ricordiamo:

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Raoul Pupo, Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l'esilio, Rizzoli, Milano, 2005.
  2. ^ Gianni Oliva, Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell'Istria, Mondadori, Milano, 2003.
  3. ^ Roberto Spazzali-Raoul Pupo, Foibe, Bruno Mondadori, Milano, 2003.
  4. ^ Guido Rumici, Infoibati. I nomi, i luoghi, i testimoni, i documenti, Mursia, Milano, 2002.
  5. ^ Il CLN di Pola fu costituito dopo la liberazione della città dall'occupazione tedesca - Fonte: Sandi Volk, Esuli a Trieste (op. cit.)
  6. ^ Sono le stime ufficiali del Ministero degli Esteri italiano ed esattamente: 250.000 circa (secondo i dati di una commissione presieduta da Amedeo Colella e pubblicati nel 1958) o 270.000 stimati al termine dell'esodo. Cfr. Raoul Pupo, Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l'esilio, Milano, Rizzoli, 2005 (pag. 188 e 189), ISBN 88-17-00562-2
  7. ^ A tale proposito va sottolineato che non c'è accordo fra gli storici. Sono state infatti avanzate da questi ultimi cifre diverse da quelle del Ministero degli Esteri italiano e comprese tra un minimo di 200.000 e un massimo di 350.000 persone. Cfr. al riguardo la Sintesi di un testo di Ermanno Mattioli e Sintesi di un testo dello storico Enrico Miletto
  8. ^ I rapporti italo-sloveni 1880-1956. Relazione della commissione storico-culturale italo-slovena, Lubiana, 2001.
  9. ^ Sito ufficiale della Presidenza della Repubblica
  10. ^ Per Vladimir Žerijavić ben 25.000 croati abbandonarono gli ex-territori italiani passati alla Croazia. L'informazione è riportata da Guido Rumici, Fratelli d'Istria, Milano, Mursia, 2001 (pag. 24), ISBN 88-425-2802-1
  11. ^ Silvia Ferreto Clementi, La pulizia etnica e il manuale Cubrilovic.
  12. ^ Le Foibe - 1945/2005
  13. ^ en.wiki/Italian Social Republic
  14. ^ Galezzo Ciano, Diario, volume II, pagina 942, Rizzoli ed., Milano 1946
  15. ^ Joseph Poprzeczny; "Odilo Globocnik, Hitler's man in the East", McFarland; 2004; ISBN 88-7166-828-6
  16. ^ Gian Luigi Falabrino, Il punto sulle foibe e sulle deportazioni nelle regioni orientali (1943-45).
  17. ^ Boris Gombač, Atlante storico dell'Adriatico orientale (op.cit.)
  18. ^ L'espulsione dei tedeschi dalla Jugoslavia dal sito del Museo Virtuale delle Intolleranze e degli Stermini
  19. ^ Bettiza racconterà la propria giovinezza spalatina nel suo libro Esilio, Milano, Mondadori 1996
  20. ^ Video dell'esodo da Pola
  21. ^ Boris Gombač: Atlante storico dell'Adriatico orientale (op. cit.)
  22. ^ tratto da: Boris Gombač, Atlante storico dell'Adriatico orientale (op. cit.)
  23. ^ Articolo dal Corriere della sera
  24. ^ Mappa dei campi profughi in Italia Per un approfondimento sul Centro di Smistamento Profughi di Udine si veda: Elena Commessatti, Villaggio Metallico e altre storie a Udine, città dell'accoglienza, Messaggero Veneto, 30 gennaio 2011, pag. 4. http://www.stringher.it/ktml_uploads/files/VillaggioMetallico.pdf
  25. ^ Raoul Pupo Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l'esilio (pag. 188 e 189), Milano, Rizzoli, 2005 ISBN 88-17-00562-2)
  26. ^ M. Cattaruzza, L'esodo istriano: questioni interpretative, in Esodi. Trasferimenti forzati di popolazione nel Novecento europeo, Napoli, 2000, p. 209
  27. ^ Sandi Volk, Esuli a Trieste, Edizioni KappaVu, Udine, 2004
  28. ^ AA.VV., La Comunità Nazionale Italiana nei censimenti jugoslavi 1945-1991, Fiume-Trieste-Rovigno 2001, p.66
  29. ^ Art. 74 del Trattato di pace fra l'Italia e le Potenze Alleate ed Associate - Parigi, 10 febbraio 1947
  30. ^ http://www.trattatodiosimo.it/trattato.htm ARTICOLO 4 - I due governi concluderanno, al più presto possibile, un Accordo relativo ad un indennizzo globale e forfettario che sia equo ed accettabile dalle due Parti, dei beni, diritti ed interessi delle persone fisiche e giuridiche italiane, situati nella parte del territorio indicata all'articolo 21 del Trattato di Pace con l'Italia del 10 febbraio 1947, compresa nelle frontiere della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia, che hanno fatto oggetto di misure di nazionalizzazione o di esproprio o di altri provvedimenti restrittivi da parte delle Autorità militari, civili o locali jugoslave, a partire dalla data dell'ingresso delle Forze Armate Jugoslave nel suddetto territorio. A tale fine i due governi inizieranno negoziati entro il termine di due mesi a partire dalla data dell'entrata in vigore del presente Trattato. Nel corso di questi negoziati i due governi esamineranno con spirito favorevole la possibilità di lasciare, in un certo numero di casi, gli aventi diritto che faranno domanda entro un termine da stabilire, la libera disponibilità dei beni immobili sopra menzionati, i quali siano già stati affidati in uso o in amministrazione ai membri vicini della famiglia del titolare, o in casi simili.
  31. ^ Legge 7 novembre 1988 n. 518, allegato A, art.2; testo disponibile sul sito internet della Corte di Cassazione all'indirizzo: http://www.italgiure.giustizia.it/nir/lexs/1988/lexs_304180.html
  32. ^ http://www.leganazionale.it/esodo/situazio.doc La situazione giuridica dei beni italiani in Croazia e Slovenia, Studio della Commissione di esperti istituita dalla Provincia di Trieste d'intesa con la Provincia di Roma ed il Comune di Trieste, con l'adesione di altri enti locali

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Saggi storici[modifica | modifica sorgente]

  • AA.VV., Relazione della Commissione storico-culturale italo-slovena, Relazioni italo-slovene 1880-1956, Nova revija, Ljubljana 2001, ISBN 961-6352-23-7.
  • AA. VV., Dall'impero austro-ungarico alle foibe, Bollati Berligheri, 2009.
  • AA.VV.: Adriano Dogulin, Giuseppe Parlato, Raul Pupo, Paolo Sardos Albertini, Roberto Spazzali - Foiba di Basovizza - Ed. Comune di Trieste, Civici Musei di Storia ed Arte, Lega Nazionale Trieste – Trieste 2008 ISBN 978-88-87377-29-3
  • Giancarlo Restelli, Le Foibe e l'esodo dei giuliano-dalmati, Raccolto Ed., 2007. ISBN 88-87724-29-6
  • Corrado Belci, Quei giorni di Pola, Goriziana, 2007.
  • Jan Bernas Ci chiamavano fascisti, eravamo italiani Mursia, ISBN 9788842544562
  • Nino Bracco, Neresine. Storia e tradizioni di un popolo tra due culture, Lint, Trieste, 2007.
  • Franco Catalano, L'Italia dalla dittatura alla democrazia 1919/1948, Feltrinelli, Milano, 1970.
  • Marina Cattaruzza, Marco Dogo, Raoul Pupo (cur.), Esodi. Trasferimenti forzati di popolazione nel Novecento europeo, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2000.
  • Antonia Cervai, Nosaltres, els julians. L'herència d'un èxode oblidat del segle XX, Viena Edicions, Barcellona, 2013. ISBN 9788483307304
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  • Mario de Vidovich (a cura di), Cinquanta anni di vita delle associazioni della diaspora. L'Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia ANVGD, 31 ottobre 1998, fotocopie.
  • Tito Delton, 10 febbraio 1947 fuga dall'Istria, Greco & Greco, 2010.
  • Carlo Donato, Pio Nodari, L'emigrazione giuliana nel mondo
  • Roberta Fidanzia, Storia del Quartiere Giuliano-Dalmata di Roma, Drengo, Roma, 2003. ISBN 88-88812-01-6
  • Italo Gabrielli, Dove l'Italia non poté tornare (1954-2004), Associazione Culturale Giuliana, Trieste, 2004 ISBN 88-88018-20-4
  • Boris Gombač: Atlante storico dell'Adriatico orientale, Bandecchi & Vivaldi Editori, Pontedera 2007 ISBN 978-88-8641-327-8
  • Aleksej Kalc, L'emigrazione slovena e croata dalla Venezia Giulia tra le due guerre e il suo ruolo politico, in: "Annales. Annali di studi istriani e mediterranei", Capodistria, 8/96, pp. 23–60
  • Nicolò Luxardo de' Franchi, Dietro gli scogli di Zara, Editrice Goriziana, 1999.
  • Marino Micich, I Giuliano-Dalmati a Roma e nel Lazio, Roma, 2002.
  • Fulvio Molinari. Istria contesa. La guerra, le foibe, l'esodo, Mursia, Milano, 1996. ISBN 88-425-2113-2
  • Carlo Montani, Il Trattato di Osimo, ANVGD, Firenze, 1992.
  • Carlo Montani, Venezia Giulia, Dalmazia - Sommario Storico - An Historical Outline, Ades, Trieste, 2002.
  • Gianni Oliva, Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell'Istria, Mondadori, Milano, 2003.
  • Gianni Oliva, Profughi, Mondadori, Milano, 2006.
  • Arrigo Petacco, L'esodo. La tragedia negata, Mondadori, Milano, 2000.
  • Marco Pirina, 1943-1947 Storie... smarrite, Silentes Loquimur, 2006.
  • Marco Pirina, Dalle foibe... all'esodo 1943-1956, Silentes Loquimur, 2008.
  • Marco Pirina, Sognare una patria, Silentes Loquimur, 2007.
  • Raoul Pupo, Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l'esilio, Rizzoli, Milano, 2005.
  • Marco Puppini, Ariella Verrocchio, Dal processo Zaniboni al processo Tomazic: il tribunale di Mussolini e il confine orientale, 1927-1941, Gaspari, Udine, 2003.
  • Valentino Quintana, Vittorio Vetrano di San Mauro, Il carattere italiano della Venezia Giulia e della Dalmazia, Quattroventi, 2009.
  • Flaminio Rocchi, L'esodo dei 350.000 giuliani, fiumani e dalmati, Difesa adriatica, Roma, 1970.
  • Paola Romano, La questione giuliana 1943-1947. La guerra e la diplomazia. Le foibe e l'esodo, LINT, Trieste, 1997. ISBN 88-8190-028-9
  • Guido Rumici, Fratelli d'Istria 1945-2000. Italiani divisi, Mursia, Milano, 2001. ISBN 9788842528029
  • Guido Rumici, Infoibati. I nomi, i luoghi, i testimoni, i documenti, Mursia, Milano, 2002. ISBN 9788842529996
  • Roberto Spazzali-Raoul Pupo, Foibe, Bruno Mondadori, Milano, 2003.
  • Elio Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l'Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell'esodo, 1945-2007, Udine, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato Provinciale di Udine, 2007. [1] [2] [3] [4]
  • Elio Varutti, Cara maestra le scrivo dal Campo profughi. Bambini di Zara e dell'Istria scolari a Udine 1948-1963, «Sot la Nape», Bollettino della Società Filologica Friulana, Udine, Italia, n. 4, ottobre-dicembre 2008, pp. 73–86. [5]
  • Marta Verginella, Il confine degli altri, Donzelli, 2008.
  • Sandi Volk, Esuli a Trieste. Bonifica nazionale e rafforzamento dell'italianità sul confine orientale, KappaVu, Udine, 2004.
  • Rolf Wörsdörfer, "Ethnizität" und Entnationalisierung. Umsiedlung und Vertreibung in Dalmatien, Istrien und Julisch-Venetien (1927-1954), in «Österreichische Zeitschrift für Geschichtswissenschaften», 5 (1994), n. 2, pp. 201–232
  • Ralf Wörsdörfer, Krisenherd Adria 1915-1955. Konstruktion und Artikulation des Nationalen im italienisch-jugoslawischen Grenzraum, Ferdinand Schöningh, Paderborn, 2004. ISBN 3-506-70144-4
  • Rolf Worsdorfer, Il confine orientale, Il Mulino, 2009.

Romanzi e altre pubblicazioni[modifica | modifica sorgente]

  • Corrado Belci, Quei giorni di Pola, Goriziana, 2007.
  • Enzo Bettiza, Esilio, autobiografia
  • Elena Commessatti, Con Elio Varutti dentro il viaggio dei profughi istriani, in Elena Commessatti, Udine genius loci. A passeggio con Elena Commessatti dentro i segni e le storie di una città invisibile, Udine, Forum, 2013, pp. 98–101, ISBN 978-88-8420-793-7
  • Alessandra Fusco, Tornerà l'Imperatore, romanzo storico-autobiografico
  • Luigi Lusenti, "La soglia di Gorizia", biografia di Giacomo Scotti, Edizioni Comedit2000, 1998
  • Luigi Lusenti, "Una storia silenziosa - gli italiani che scelsero Tito", Edizioni Comedit2000, 2009.
  • Marisa Madieri, Verde acqua, Einaudi, Torino 1987
  • Anna Maria Mori, Nelida Milani, Bora, romanzo storico-autobiografico
  • Carlo Sgorlon, La foiba grande, romanzo storico
  • Roberto Stanich, L'imprinting dell'Istria, raccolta di racconti.
  • Fulvio Tomizza, La miglior vita, romanzo storico
  • Fulvio Tomizza, Materada, romanzo storico-autobiografico
  • Mauro Tonino, Rossa terra, L'Orto della Cultura, 2013. Per approfondire: [6] [7]
  • Francesco Tromba, Pola cara, Istria terra nostra. Storia di uno di noi esuli istriani (1.a edizione: Gorizia, Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia ANVGD, 2000), Libero Comune di Pola in Esilio, Trieste, 5.a ristampa, 2013.
  • Stefano Zecchi, Quando ci batteva forte il cuore, Mondadori, 2010.

Documenti[modifica | modifica sorgente]

  • I rapporti italo-sloveni 1880-1956. Relazione della commissione storico-culturale italo-slovena, Lubiana, 2001.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Filmografia[modifica | modifica sorgente]

Varie[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]