Provincia di Lubiana

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Provincia Autonoma di Lubiana
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Flag of Italy (1861-1946).svg Lesser coat of arms of the Kingdom of Italy (1929-1943).svg
Mappa di localizzazione
Provincia di Lubiana1941-1943.jpg
Informazioni generali
Capoluogo: Lubiana
Superficie: 4.545,09 kmq. ()
Popolazione: 336.279 ab. ()
Dipendente da: Regno d'Italia
Suddiviso in: 95 comuni
Forma amministrativa
Forma amministrativa: Provincia
Evoluzione storica
Inizio: 3 maggio 1941
Fine: 9 maggio 1945

La Provincia Autonoma di Lubiana (in sloveno Ljubljanska pokrajina, in tedesco Provinz Laibach) fu una provincia del Regno d'Italia dal maggio 1941 al settembre 1943.

Indice

[modifica] La nascita della Provincia

La provincia di Lubiana venne istituita il 3 maggio 1941 (Regio Decreto Legge del 3 maggio 1941 n. 291, pubblicato in Gazzetta Ufficiale I, 1941, No. 105. p. 1725 f.), al termine della Campagna di Jugoslavia durante la Seconda guerra mondiale, a seguito della spartizione delle zone etnicamente slovene dell'allora Regno di Jugoslavia fra le forze di occupazione italiane (nella parte sud), quelle tedesche (nella parte nord) e il Regno d'Ungheria. Degli originari 16.000 chilometri quadrati che avevano costituito la Dravska Banovina (ovvero la Slovenia jugoslava), un quarto (4.593 chilometri quadrati con 337.000 abitanti) corrispondente alle regioni della Carniola interna (Notranjska), della Bassa Carniola (Dolenjska) e della Carniola Bianca (Bela Krajina) venne attribuito all'Italia. In seguito ad alcune rettifiche di confine, la zona fu ridotta a 4.545 chilometri quadrati. L'Alta Carniola (Gorenjska), la Carinzia Slovena (Koroška) e la Bassa Stiria (Štajerska) (10.261 chilometri quadrati con 798.000 abitanti) furono annesse al Terzo Reich. Infine la regione nord-orientale dell'Oltremura (997 chilometri quadrati con 102.000 abitanti) venne incorporata nel Regno d'Ungheria.

Nel decreto di istituzione della provincia si stabilì all'art. 2 che "Con decreti reali (...) saranno stabiliti gli ordinamenti della provincia di Lubiana, la quale, avendo una popolazione compattamente slovena, avrà un ordinamento autonomo con riguardo alle caratteristiche etniche della popolazione, alla posizione geografica del territorio e alle speciali esigenze locali". Formalmente venne quindi istituita l'unica provincia autonoma dell'intero Regno d'Italia, i cui poteri di governo sarebbero stati esercitati da un'altra figura di nuova istituzione, prevista dall'art. 3: "un alto Commissario, nominato con decreto Reale su proposta del DUCE del Fascismo, Capo del Governo, Ministro dell'Interno", assistito "da una Consulta composta di 14 rappresentanti scelti fra le categorie produttrici della popolazione slovena" (art. 4).

A causa del timore della popolazione nei confronti dei tedeschi, in poche settimane la Provincia di Lubiana fu il rifugio di circa 17.000 sloveni che fuggivano dalla parte nord annessa da Hitler.[1].

[modifica] L'organizzazione e la suddivisione

Nel mese di maggio del 1941 vennero definite l'organizzazione territoriale e la suddivisione dei poteri all'interno della Provincia "Autonoma" di Lubiana, costituita da una città "autonoma", da 5 Distretti e suddivisa in 95 Comuni, con superficie di 4.545,09 km². e una popolazione di 336.279 ab. Nel mese di giugno del 1941 furono quindi istituiti la Città "Autonoma" di Lubiana e i seguenti cinque Distretti:

I distretti erano amministrati da Commissari distrettuali assimilati alle cariche di sottoprefetti, scelti fra i notabili sloveni collaborazionisti. Già a dicembre del 1941, l'allora Alto Commissario provinciale Francesco Saverio Grazioli li sostituì tutti con funzionari di nazionalità italiana.

L'ordinamento comunale venne definito con un'ordinanza del gennaio 1942: l'amministrazione delle municipalità venne riorganizzata secondo la legislazione vigente nel Regno e affidata a podestà, assistiti - se l'Alto Commissario lo avesse ritenuto opportuno - da una Consulta comunale composta da notabili locali di provata fede filoitaliana.

Il 21 ottobre 1941 la Segreteria Nazionale del Partito Nazionale Fascista istituì - su ordine di Mussolini - la Federazione dei Fasci di Combattimento di Lubiana: Grazioli venne nominato Segretario Federale, ma da febbraio 1942 in sua sostituzione venne chiamato l'ex volontario di Spagna Orlando Orlandini. Grazioli e Orlandini trapiantarono a Lubiana le strutture ordinarie del partito, istituendo le tradizionali organizzazioni di massa: la Gioventù Italiana del Littorio, il Gruppo Massaie Rurali, la Sezione Provinciale delle Lavoranti a Domicilio, il Gruppo Universitari Fascisti e la Federazione dei Fasci Femminili.

In un discorso dell'11 dicembre 1941, Grazioli affermò che dopo aver trasformato Lubiana in una provincia italiana "faremo diventare italiani anche i suoi abitanti". In realtà, nemmeno formalmente gli sloveni divennero mai italiani: la concessione della cittadinanza italiana agli sloveni e ai dalmati croati del Governatorato della Dalmazia venne rinviata alla fine della guerra.

[modifica] I collaborazionisti sloveni

Il collaborazionismo con gli italiani in Slovenia fu un fenomeno estremamente complesso, perché tante furono le sue anime e tante le motivazioni. Nel corso dell'occupazione e dell'annessione, il collaborazionismo avrebbe assunto sempre più marcate caratteristiche di movimento politico-militare anticomunista, per raggiungere una definizione più completa dopo l'armistizio italiano dell'8 settembre 1943 con la creazione di un Esercito Nazionale (lo Slovensko Domobranstvo) e col progetto di costituzione di un Partito unico.

Timbro della Dogana Provinciale di Lubiana.

Il movimento collaborazionista sloveno viene sovente collegato al "belogardismo", italianizzazione dello sloveno "belogardizem": una parola cui vengono associati diversi significati:

  1. Un'accezione "popolare": nel lessico quotidiano il belogardista fu l'anticomunista, con un riferimento storico alla fine degli anni '10: il belogardismo fu infatti la composita reazione conservatrice slovena al movimento rivoluzionario, sorta all'indomani del primo conflitto mondiale.
  2. Un'accezione dichiaratamente politica: nei discorsi dei collaboratori di Tito, "belogardismo" era sinonimo di "fascismo sloveno", come "ustascismo" per i croati e "cetnicismo" per i serbi.
  3. In un'accezione storicamente più rigorosa, il belogardismo diventa il termine col quale si intende indicare quel particolare collaborazionismo sloveno contraddistinto da una matrice clericale e conservatrice, che si sviluppò nella provincia di Lubiana fra il 1941 e il 1943 e che superò - in termini di consenso e di organizzazione - tutte le altre forme di collaborazionistmo.

Uno dei leader della resistenza slovena, il socialista cristiano Edvard Kocbek, scrive che all'origine di tale fenomeno si deve individuare un "sistema patriarcale" con profonde radici in tutta la Slovenia: "E' tradizionalismo contadino, padronalismo corporativo, feudalesimo ecclesiastico, pragmatismo piccolo borghese"[2].

Si fa nascere il fenomeno del collaborazionismo immediatamente a ridosso della proclamazione della Provincia di Lubiana: il 4 maggio un gruppo di "notabili di Lubiana" - come li definì Grazioli - inviò al Commissario civile (successivamente nominato Alto Commissario) un messaggio da inoltrare a Mussolini, nel quale si dichiarava "la più rispettosa devozione alla Maestà del Re e Imperatore" e la "riconoscenza" al duce, affermando altresì che "la popolazione slovena dimostrerà più con i fatti la sua riconoscenza".

Il documento era sottoscritto dagli ex ministri jugoslavi Ivan Puceli e Frank Novak, dal Rettore dell'Università di Lubiana Slavic, dall'ex senatore Gustav Gregorin, dal sindaco di Lubiana Ivo Adlesic e da altre personalità. Primo firmatario fu l'ex bano ed ex presidente del disciolto Consiglio Nazionale, Marko Natlacen, che iniziava in tal modo la sua carriera di leader del collaborazionismo sloveno.

Nei giorni immediatamente successivi, 105 sindaci sloveni inviarono un messaggio a Mussolini, esprimendo "giubilo e orgoglio per l'incorporazione dei territori sloveni nel grande Regno d'Italia". Analogo messaggio di felicitazioni pervenne al duce anche dall'arcivescovo di Lubiana, Gregorij Rozman.

[modifica] La minoranza tedesca di Gottschee

La politica di occupazione italiana inizialmente riguardò anche la plurisecolare comunità etnica tedesca della Slovenia meridionale, detta "di Gottschee", e fu connessa alla politica di germanizzazione della Slovenia settentrionale annessa alla Germania.

L'intera comunità tedesca di Gottschee, un'area di oltre 800 chilometri quadrati con 172 villaggi, fu quindi trasferita - per accordi italo-tedeschi simili a quelli dell'Alto Adige e della Val Canale (vedi "Opzioni in Alto Adige")- nella Slovenia occupata dalla Germania, mentre oltre 20.000 sloveni furono trasferiti dall'area di Maribor alla zona di Gottschee. Nell'ultimo anno di guerra quasi tutti i tedeschi che non si erano trasferiti (circa un migliaio) furono sterminati dai partigiani jugoslavi[3].

Dopo il 1945 i 28.000 tedeschi del Gottschee - che avevano in buona parte seguito le armate tedesche in ritirata - dovettero rinunciare a rimpatriare, a causa delle leggi jugoslave che previdero l'espulsione di tutti i tedeschi etnici dal paese.[4]

Di fatto, nella Provincia italiana di Lubiana già nel 1941/42 fu attuata una completa "pulizia etnica" della minoranza tedesca del Gottschee (un'area che era quasi un quarto del territorio della Slovenia)[5], ma il risultato finale di tutti questi accadimenti fu la scomparsa della minoranza tedesca dall'intero territorio della Slovenia, dove secondo l'ultimo censimento (2002) vivono solo poche centinaia di tedescofoni.[6]

[modifica] La lotta tra guerriglia partigiana e Regio Esercito

Il modello occupazionale italiano non fu difforme a tanti altri modelli occupazionali del tempo, senza dimenticare che esso fu applicato in regioni dove gli italiani erano percepiti dalla popolazione locale come aggressori e come tali furono apertamente osteggiati e contrastati. Vista anche la politica repressiva ed efferata attuata, tipica delle zone occupate militarmente in un paese nemico che si ribella all'occupazione, si sviluppò una guerriglia partigiana variamente appoggiata dalla popolazione civile.

In particolare la lotta contro i partigiani sloveni fu condotta con modalità di guerra dure, talvolta spietate, che furono rese drammatiche da feroci contrasti etnico-politici che contrapponevano ustascia, cetnici e titoisti, alla ferrea volontà italiana di trasformare in suolo patrio, territori non abitati in maggioranza da italiani (se non in una esigua parte della Dalmazia).

Questa intricata vicenda storica scatenò in questa regione (dove si era già diffusa nel tempo tra la popolazione slava, la fama italiana della nazionalizzazione forzata dell'Istria) un conflitto tra guerriglieri/partigiani e Regio Esercito particolarmente violento, nel quale la componente di odio reciproco alimentata dagli opposti orientamenti ebbe un ruolo determinante. Gli attacchi partigiani furono quindi caratterizzati da un'insolita violenza anche nei confronti dei resti dei soldati italiani uccisi in conflitto (che furono spesso ritrovati orrendamente mutilati), mentre le rappresaglie italiane, seppur cariche della stessa violenza di quelle di molti altri eserciti, furono più il frutto di una manifestazione scomposta di debolezza, che di una organizzata volontà di terrore[senza fonte]. In questo contesto la vendetta per i compagni caduti fu una componente psicologica non secondaria, che unita alla propaganda fascista che individuava nello slavo un essere umano quantomeno subalterno (quando non esplicitamente "barbaro") scatenò la reazione particolarmente efferata del Regio Esercito.

Per comprendere quanto fosse alta la tensione tra Italiani e Slavi sulle terre contese di questa parte di regione adriatica storicamente indivisa (semplificando gli italiani occupavano la costa, gli slavi l'interno) e quanto fosse reciproco il disprezzo e l'odio ormai stratificatosi maturato negli ultimi cinquant'anni di reciproco nazionalismo che sarebbe poi culminato nelle Foibe, basti pensare che le armate di liberazione titoiste si preoccuparono di occupare prima Trieste rispetto a liberare la stessa Lubiana.

[modifica] I primi disordini in Slovenia

« Sono convinto che al terrore dei partigiani si deve rispondere col ferro e col fuoco. Deve cessare il luogo comune che dipinge gli italiani come dei sentimentali incapaci di essere duri quando occorre [...] Non vi preoccupate del disagio economico della popolazione. Lo ha voluto. Attualmente la Balcania costituisce per noi una forte usura e non sarei alieno dal trasferimento di popolazioni in massa. »

Le truppe del Regio Esercito stanziate in Slovenia furono subito impegnate in una dura lotta contro le formazioni partigiane, che - secondo Mussolini - avevano applicato per prime una politica di terrore.

Per colpire la resistenza jugoslava le autorità italiane puntarono sulla deportazione di intere zone popolate da civili in contatto o in grado di parentela con i partigiani. La stessa politica venne perseguita anche nell'adiacente Provincia di Fiume: il locale Prefetto - Temistocle Testa - redasse il 19 giugno 1942 il rapporto "Allontanamento di coniugi di ribelli della Provincia di Fiume".

Nell'estate 1941 le autorità italiane decisero di utilizzare reparti del Regio Esercito per il controllo del territorio delle zone controllate dalla resistenza. Il 6 ottobre 1941 le divisioni "Granatieri" e "Isonzo" avviarono una prima offensiva nel territorio di Golo-Skrilje e Mokrec-Malinjek incendiando le case del luogo[7]; il 14 ottobre a Zapotok i militari italiani attaccarono il battaglione partigiano "Krim" uccidendo 2 combattenti jugoslavi e arrestando i civili che abitavano il vicino villaggio:

« due ribelli vennero uccisi ed altri 8 catturati insieme a 9 favoreggiatori. L'interrogatorio dei catturati, dei favoreggiatori e dei parenti dei ribelli uccisi consentiva ai Granatieri altre irruzioni nel campo scuola delle "Dolomiti dell'Isca" e in quello operativo di Rob[8] »

Dalla relazione del novembre 1941 del comandante della divisione "Granatieri" e dell'XI Corpo d'Armata si evince che i granatieri italiani a Ribnica riuscirono, dopo tre giorni di operazioni, a sbarrare la strada per la Croazia ai ribelli e a distruggerne la banda: 13 uccisi, 10 feriti e catturati, 44 catturati illesi[7]. Nonostante questi successi del Regio Esercito l'attività partigiana allargò la propria capacità operativa e di mobilitazione grazie all'ampio appoggio popolare di cui godeva.

Il 1º dicembre 1941 studenti e gruppi armati realizzarono una serie di azioni dimostrative: esplosione di una bomba contro postazioni fasciste, manifestazioni di studenti, astensione della popolazione dalla circolazione e frequentazione dei locali pubblici. L'esercito italiano reagì sparando sui civili e uccidendo 2 persone (Vittorio Meden, Presidente della Federazione commercianti di Lubiana, e Dan Jakor) e ferendo gravemente Grikar Slavo, impiegato presso l'Alto Commissariato[9]. Dal 2 al 14 dicembre 1941 il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato celebrò a Trieste un processo contro 60 antifascisti operanti nel territorio sloveno e giuliano condannandone 9 a morte, 30 a trent'anni di carcere e gli altri a pene di poco inferiori. Cinque dei nove condannati a morte vennero fucilati al poligono di tiro di Opina, vicino Trieste, il 15 dicembre 1941 e uno di questi, Pinko Tomazic, dopo la fine della guerra venne decorato come eroe nazionale[10].

Nel novembre 1941 a seguito di un attacco partigiano ad un ponte ferroviario sulla linea Lubiana-Postumia vennero eseguiti rastrellamenti e distruzioni in vaste zone adiacenti; durante le operazioni militari e gli scontri armati con la resistenza jugoslava le truppe italiane ebbero 4 morti e 3 feriti. Le autorità italiane reagirono incarcerando 69 civili dei villaggi del luogo, processandoli ed emettendo 28 condanne a morte, 12 ergastoli, 4 a trent'anni di carcere e altri 6 a pene tra i cinque e gli otto anni[11].

[modifica] La "recinzione" di Lubiana

« Quando vi sono dei ribelli raggiunti e constatati veramente tali, cioè armati, è inutile illudersi di poterli far parlare. Siano passati per le armi senz'altro. »

Nel dicembre 1941 i partigiani comunisti iniziarono ad attaccare anche i civili italiani con metodi terroristici: la triestina Rea Ariella, insegnante a Lubiana, fu uccisa davanti ai suoi alunni mentre si recava alla scuola dove lavorava.[12]

Questo provocò misure d'emergenza da parte del governo italiano: dal gennaio al 23 febbraio 1942 le autorità civili e militari italiane cinsero con filo spinato e reticolati l'intero perimetro di Lubiana,[13] disponendo un ferreo controllo su tutte le entrate e le uscite della città.

Il recinto era lungo ben 41 chilometri e nel suo corso vennero dislocati sessanta posti di guardia, nonché quattro stazioni fotoelettriche. La città venne divisa in tredici settori e furono raccolti 18.708 uomini che furono controllati nelle caserme con l'aiuto di delatori sloveni dissimulati; 878 di questi uomini furono mandati in campo di concentramento[14].

[modifica] Josip Vidmar ed il piano "Primavera" con la circolare "3C"

« Ogni sloveno in vita deve essere considerato almeno simpatizzante con i partigiani [...] occorre mettere da parte ogni falsa pietà, tutte le volte che si ha motivo di ritenere che gli abitanti tacciono quello che sanno e aiutano in qualsiasi modo i partigiani [...] si mediti, si insegni, si odii. Si odii più di quanto questi briganti odiano noi, [...] bisogna [...] stroncare per sempre il movimento di un partito che si alimenta con l'odio. »
(Mario Robotti)

Il "Fronte di Liberazione della Slovenia" (chiamato Osvobodilna fronta in sloveno e creato dal Comitato Centrale del Partito Comunista della Slovenia) nel gennaio del 1942 intensificò le sue azioni di guerriglia contro le truppe ed i civili italiani, sotto gli ordini di Josip Vidmar. Come conseguenza il comando italiano -congiuntamente con quello tedesco- organizzò delle sanguinose operazioni nel tentativo di "pacificare" l'area. Le principali furono il piano "Primavera" e la circolare "3C".

Il 5 febbraio 1942 il generale Mario Robotti presentò a tutte le autorità militari e civili il suo programma d'azione finalizzato al mantenimento e al rafforzamento del controllo della regione. Tale programma venne denominato piano "Primavera" e articolato dallo stesso Robotti in tre punti essenziali: 1) difesa dalle azioni partigiane; 2) modalità d'attacco da adottare da parte delle truppe italiane contro le brigate jugoslave; 3) ridisposizione territoriale delle forze armate stanziate in Slovenia. Il piano "Primavera" tuttavia permise di conseguire risultati modesti.

I vertici militari italiani elaborarono il 1º marzo 1942 un nuovo piano operativo di repressione e controllo territoriale; tale programma venne denominato circolare "3C". Questa circolare venne riassunta in un opuscolo di circa 200 pagine e distribuito a tutti gli ufficiali dell'esercito[15]. Le disposizioni della circolare "3C", unitamente alla realizzazione del piano "Primavera", portarono negli oltre 200 campi d'internamento italiani e solo nel luglio 1942, migliaia di deportati sloveni che al termine della guerra raggiunsero il numero di 33.000 persone, ovvero il 10% della popolazione totale della Provincia di Lubiana[16].

Il 20 marzo 1942, al termine della "recinzione" di Lubiana, le truppe del Regio Esercito arrestarono tutti gli ex ufficiali dell'ex esercito jugoslavo di età inferiore ai 60 anni per timore che diventassero partigiani, e li deportarono nel campo di concentramento di Gonars (allora diretto dal colonnello Eugenio Vicedomini): in tutto furono arrestati e deportati 1.120 uomini.

Il 19 marzo 1942 venne ordinato, a seguito di ulteriori sanguinosi attacchi guerriglieri organizzati direttamente da Josip Vidmar, l'incendio dei villaggi di Golo e Skrilje, e il 22 marzo la distruzione dei villaggi di Selnik, Hudi Rogatec, Purkace Visoko, Zapotok, Osredek, Centa, Sekirisce, Krvava Pec, Ustje (soltanto da Golo e Skrilje fuggirono 75 famiglie con 302 persone e dagli altri villaggi 28 famiglie con 92 persone).

Tra il 18 e il 19 aprile 1942 si verificò un conflitto a fuoco tra partigiani e Regio Esercito a Trebnje, nel quale morirono 7 militari italiani dell'Arma dei carabinieri. Il 20 aprile 1942 per rappresaglia vennero dati alle fiamme gli abitati civili limitrofi al luogo dello scontro.

Il 24 aprile 1942 Grazioli e Robotti pubblicarono un bando di ammonizione e minaccia contro la popolazione civile slovena:

« Considerato che continuano a verificarsi, nel territorio della provincia, efferati delitti da parte di sicari al servizio del comunismo. Ritenuta l'assoluta necessità di stroncare con ogni mezzo tali manifestazioni criminose [...] qualora dovessero verificarsi altri omicidi o tentati omicidi a danno di appartenenti alle Forze Armate, al Capo della polizia, alle amministrazioni dello Stato; di cittadini italiani o di civili sloveni che in qualsiasi modo collaborano lealmente con l'Autorità [...] saranno fucilati [...] elementi di cui sia stata accertata l'appartenenza al comunismo. »

Il 6 maggio 1942 il bando venne esteso anche ai reati di rapimento e sabotaggio e nella sola Provincia di Lubiana con questi procedimenti vennero fucilati 145 ostaggi.

Tra il 26 e il 30 aprile 1942, dopo un attacco partigiano a un treno militare italiano, oltre alla rappresaglia, consistente nella fucilazione di 8 ostaggi prelevati dalle carceri di Lubiana e Novo Mesto, venne realizzato il secondo rastrellamento di Lubiana.

Tra il 27 giugno e il 1º luglio 1942 i Granatieri di Sardegna realizzarono un'azione militare nella città di Lubiana; durante questa operazione furono fermati 20.000 uomini, 2.858 dei quali furono arrestati.

Il risultato di queste azioni del Comando italiano fu che nella provincia di Lubiana le azioni di guerriglia si ridussero e quasi scomparvero nell'ottobre e novembre del 1942. Sul finire di quell'anno vi furono anche tentativi di conciliazione da parte delle autorità italiane, sostenuti dai collaborazionisti sloveni come Marko Nataclen, come quando non furono eseguite delle fucilazioni di ostaggi sloveni. Del resto, già nell'estate 1942 erano state annullate, su ordine diretto di Mussolini, le misure di forzata italianizzazione della provincia di Lubiana[17]..

Ma ai primi del 1943 la guerriglia riprese vigore sotto gli ordini di Edvard Kardelj, oltre a quelli di Josip Vidmar.

[modifica] Bilancio di 29 mesi di occupazione

Secondo fonti slovene e jugoslave, in 29 mesi di occupazione italiana della Provincia di Lubiana, vennero fucilati o come ostaggi o durante operazioni di rastrellamento circa 5.000 civili, ai quali furono aggiunti 200 bruciati vivi o massacrati in modo diverso, 900 partigiani catturati e fucilati e oltre 7.000 (su 33.000 deportati) persone, in buona parte anziani, donne e bambini, morti nei campi di concentramento. In totale quindi si arrivò alla cifra di circa 13.100 persone uccise su un totale di circa 340.000 (più precisamente 339.751 al momento dell'annessione), quindi il 2,6% della popolazione totale della provincia[16].

Secondo fonti tedesche ed italiane invece si calcolarono morti solo 3.000 civili, 900 partigiani e 2.000 deportati, per un totale di 5.900 Sloveni, a fronte di molte decine di migliaia di Tedeschi ed Italiani uccisi o scomparsi nelle Foibe[18].

[modifica] La provincia dal 1943 ad oggi

La provincia italiana l'8 settembre 1943 fu occupata dai tedeschi e successivamente trasferita alla neocostituita Repubblica Sociale Italiana, ed inclusa nella Zona d'Operazione del Litorale Adriatico sotto il controllo militare de facto tedesco. Ad essa furono aggiunti alcuni territori già parte di quelli della Provincia italiana di Fiume[19] - fino al 3 maggio 1945, quando fu inclusa da Tito nella Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Oggi il suo territorio è parte integrante della Repubblica di Slovenia.

Sloveni Tedeschi Croati Serbi Italiani Altre nazionalità Popolazione totale
318.773 (93,825%) 13.580 (4%) 5.053 (1,49%) 511 (0,15%) 458 (0,135%) 1.376 (0,4%) 339.751 (100%)
Fonte: Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo, ed. Bollati Boringhieri, Torino 2003

La città di Lubiana contava al momento dell'annessione all'Italia 80.000 abitanti circa.

[modifica] Prefetti della provincia

Con il Regio decreto del 3 maggio 1941, numero 291, con cui fu istituita la provincia di Lubiana, venne stabilito che il potere di governo sarebbero stati esercitati da un Alto Commissario. Con Regio decreto del 19 maggio 1941, fu nominato Alto Commissario Emilio Grazioli, e con Regio decreto del 14 novembre 1941, n. 1358, fu infine stabilito che la carica di Alto Commissario fosse conferita, con effetto 3 maggio 1941, ad un prefetto del Regno.

[modifica] Note

  1. ^ Repe, Božo. Migrazioni e deportazioni di Sloveni, Tedeschi ed Italiani durante la seconda guerra mondiale/ Predavanje na mednarodnem kolokviju Zwangsmigrationen in Europa 1938-1950, Praga 2002
  2. ^ E.Kocbek, Compagnia: la resistenza partigiana in Slovenia, Jaka Book, Milano 1975, pp. 184-185
  3. ^ Chapter 3
  4. ^ Sito dei tedeschi del Gottschee
  5. ^ Sito sull'evento
  6. ^ Statistični urad RS - Popis 2002
  7. ^ a b Davide Conti, L'occupazione italiana dei Balcani. Crimini di guerra e mito della "brava gente" (1940-1943), Odradek, pagina 20
  8. ^ Relazione del comando divisione "Granatieri" in T. Ferenc, La Provincia italiana di Lubiana 1941-1943, pagina 236, note 18 e 19
  9. ^ Davide Conti, L'occupazione italiana dei Balcani. Crimini di guerra e mito della "brava gente" (1940-1943), Odradek, pagina 21
  10. ^ Per una esauriente esposizione della vicenda si rimanda a: T. Ferenc, Azioni dell'organizzazione Tigr in Austria e Italia nella primavera del 1940, Lubiana, 1977
  11. ^ T. Ferenc, La Provincia italiana di Lubiana 1941-1943, pagina 273, nota 3
  12. ^ [1] Uccisione di Rea Ariella (vittime civili degli Slavi)
  13. ^ Kronoloske zanimivosti :: prostorski atlas
  14. ^ Davide Conti, L'occupazione italiana dei Balcani. Crimini di guerra e mito della "brava gente" (1940-1943), Odradek, pagina 23
  15. ^ La particolare durezza delle misure repressive previste dalla circolare 3C rappresentò la principale accusa a carico di Roatta al termine della guerra, quando il generale fascista venne accusato di crimini di guerra in Jugoslavia proprio come estensore del documento
  16. ^ a b «Quaderni della Resistenza» n.10, Comitato Regionale Anpi del Friuli Venezia-Giulia a cura di A. Nuvoli, pagina 27
  17. ^ Davide Rodogno, Fascism's European empire: Italian occupation during the Second World War (in inglese), Cambridge, Cambridge University Press, 2006. ISBN 9780521845151
  18. ^ De Zayas, Alfred. A Terrible Revenge. The ethnic cleansing of the East European Germans 1944-1950. pag 97
  19. ^ http://www.panzer-ozak.it/immagini/mappaozak100grande.gif
  20. ^ Verbali del Consiglio dei Ministri della Repubblica Sociale Italiana settembre 1943 - aprile 1945/27 ottobre 1943

[modifica] Bibliografia

  • Thomas F. Bencin, Gottschee: A History of a German Community in Slovenia from the Fourteenth to the Twentieth Century, Colorado, Gottscheer Heritage and Genealogy Association, 1996.
  • Davide Conti, L'occupazione italiana dei Balcani. Crimini di guerra e mito della "brava gente" (1940-1943), Odradek.
  • Tone Ferenc, La Provincia "Italiana" di Lubiana, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, Udine 1994.
  • Alfred-Maurice De Zayas, A Terrible Revenge. The ethnic cleansing of the East European Germans 1944-1950, St. Martins Press, New York 1994.
  • Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo - Le politiche di occupazione dell'Italia fascista in Europa (1940 - 1943), Bollati Boringhieri, Torino 2003.
  • Georg Wildmann, Hans Sonnleitner, Karl Weber et alia, Genocide of the ethnic Germans in Yugoslavia (1944-1948), Danube Swabian Association of the USA, New York 2001 ISBN 0-9710341-0-9.
  • Mario Missori, Governi, alte cariche dello Stato, alti magistrati e prefetti del Regno d'Italia, Roma, Bibliografia Nazionale, 1989. p. 641:ISBN 88-7125-004-4 Estratto Sussidi, 2

[modifica] Voci correlate

[modifica] Collegamenti esterni

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