Italianizzazione (fascismo)

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La definizione italianizzazione è usata per descrivere il processo, volontario o forzato, di assimilazione culturale. È usato anche come riferimento alla trasformazione di parole straniere in un corrispettivo neologismo in lingua italiana.

Italianizzazione nel fascismo di toponomastica, cognomi e parole non italiane[modifica | modifica sorgente]

Ettore Tolomei fu uno dei principali fautori dell'italianizzazione dell'Alto Adige negli anni trenta
« Basta con gli usi e costumi dell'Italia umbertina, con le ridicole scimmiottature delle usanze straniere. Dobbiamo ritornare alla nostra tradizione, dobbiamo rinnegare, respingere le varie mode di Parigi, o di Londra, o d'America. Se mai, dovranno essere gli altri popoli a guardare a noi, come guardarono a Roma o all'Italia del Rinascimento... Basta con gli abiti da società, coi tubi di stufa, le code, i pantaloni cascanti, i colletti duri, le parole ostrogote. »
(Il costume da Il Popolo d'Italia del 10 luglio 1938)

L'italianizzazione venne perseguita, seguendo nelle intenzioni il modello francese, attraverso una serie di provvedimenti aventi forza di legge (come l'italianizzazione della toponomastica, dei nomi propri e la chiusura di scuole bilingui) ed un gran numero di disposizioni alla stampa ed alle case editrici, invitate ad evitare termini e nomi stranieri preferendogli i corrispondenti italiani o italianizzati.

Molti intellettuali accolsero favorevolmente l'iniziativa: sin dall'Umanesimo i linguisti e i letterati della corrente "purista" rifiutavano l'eccessiva eterogeneità linguistica del paese, composta non solo da vere e proprie lingue, ma anche da numerosissimi dialetti.

Provvedimenti adottati per l’italianizzazione degli sloveni in Italia
Parte del territorio abitato quasi esclusivamente da Sloveni, assegnato al Regno d'Italia in base al trattato di Rapallo
Con l'avvento del fascismo (1922) si inaugurò nei confronti della comunità slovena residente in Italia, composta da circa 320.000 individui[1][senza fonte] residenti nel ex-Litorale austriaco e in in parte della Carniola (Postumia, Bisterza, Idria, Vipacco, Sturie) assegnati all'Italia in base al trattato di Rapallo del 1920, una politica d'italianizzazione forzata:
  • gran parte degli impieghi pubblici furono assegnati agli appartenenti al gruppo etnico italiano;
  • nelle scuole fu vietato l'insegnamento dello sloveno in tutte le scuole della regione. Con l'introduzione della Legge n. 2185 del 1/10/1923 (Riforma scolastica Gentile), fu abolito nelle scuole l'insegnamento della lingua slovena. Nell'arco di cinque anni tutti gli insegnanti sloveni delle scuole con lingua d'insegnamento slovena, presenti sul territorio abitato da sloveni assegnati all'Italia con il trattato di Rapallo, furono sostituiti con insegnanti originari dell'Italia, e l'insegnamento impartito esclusivamente in lingua italiana;[2][3]
  • col R. Decreto N. 800 del 29 marzo 1923 furono imposti d'ufficio nomi italiani a tutte le centinaia di località dei territori assegnati all'Italia col Trattato di Rapallo, anche laddove precedentemente prive di denominazione in lingua italiana:
    così Dolina divenne San Dorligo della Valle,
    [...] Dornberg – Montespino,
    [...] Nabresina - Aurisina,
    [...] Prem – Primano,
    [...] Repen - Rupin Grande, ...;[4]
  • in base al Regio Decreto Legge N. 494 del 7 aprile 1927 furono italianizzati i cognomi a sloveni:
    così Adamič divenne Adami,
    [...] Dimnik - Dominici,
    [...] Klun - Coloni,
    [...] Polh - Poli, ...;[5],
    e una legge del 1928 vietò ai parroci[senza fonte] e agli uffici anagrafici di iscrivere nomi stranieri nei registri delle nascite.[6]

Tra i molteplici aspetti di questa politica, si ricordano:

  • l'italianizzazione di moltissimi cognomi non italiani (per esempio gli sloveni Vodopivec in Bevilacqua, Russovich in Russo, Krizman in Crismani, ecc.), portata avanti dallo Stato italiano. Solo nella provincia di Trieste, ad esempio, furono italianizzati i cognomi di più di centomila persone di origine slovena e croata[7]. Va ricordato che fino all’Ottocento erano i parroci a registrare i cognomi negli archivi, e li registravano secondo la propria lingua così, nelle zone di confine, se il parroco era tedesco o sloveno lo adattava alla lingua tedesca o slovena (ad esempio il cognome Russovich è una chiara slavizzazione, venendo dalla radice italiana Russ-), se era italiano lo adattava alla lingua italiana. Con il Fascismo, però, l'opera divenne sistematica e attuata in una sola direzione: se si riteneva che il cognome in passato fosse stato italiano, l'italianizzazione (definita in questo caso "restituzione") avveniva d'ufficio, senza richiesta di consenso all'interessato, mentre, se il cognome era chiaramente straniero, l'italianizzazione (qui, "riduzione") era facoltativa, anche se attivamente promossa, specie per i funzionari pubblici, ai quali un cognome straniero poteva arrivare a bloccare la carriera[8].
  • L'italianizzazione di termini ormai di uso comune con equivalenti, ad esempio "Mescita" in luogo di Bar, "Acquavite" in luogo di Brandy o di Whisky. Furono introdotti alcuni termini in sostituzione di altri recentemente entrati a far parte dell'uso comune, come sandwich che divenne tramezzino, cocktail che fu trasformato in bevanda arlecchina. Alcuni termini, come tramezzino, sono rimasti in uso nella lingua italiana.

Il processo previde inoltre la censura o la chiusura di giornali in lingua diversa da quella italiana[11] e l'incentivazione al trasferimento di italofoni nelle zone a maggioranza linguistica alloglotta (il caso più eclatante è quello di Bolzano, oggi comune dell'Alto Adige a maggioranza linguistica italiana). Si aggiunse la chiusura delle banche e degli istituti di credito locali e l'abolizione di eventuali seconde lingue ufficiali.[11]

Numerosi intellettuali appoggiarono la politica di italianizzazione: tra questi Gabriele D'Annunzio, il quale propose ad esempio il termine Arzente per indicare il distillato di vinacce e, in generale, qualsiasi liquore ad alta gradazione alcolica. Arzente è una variante di ardente[12], usata nell'antica locuzione acqua ardente (e da cui probabilmente derivò il termine arzillo).

Inoltre l'italianizzazione venne vista da molti intellettuali vicini al fascismo, tra cui Giovanni Gentile - direttore scientifico e animatore della prima edizione dell'Enciclopedia Italiana nel 1925 - come il recupero linguistico di terre che erano state in precedenza "deitalianizzate", o almeno "delatinizzate", in seguito a politiche di assimilazione linguistica praticate da Stati stranieri.

Fu quindi naturale per l'Enciclopedia Italiana accogliere e ufficializzare l'italianizzazione di toponimi tripolitani e cirenaici[13] (più tardi anche del Fezzan) proposta nel 1915 - dopo un primo insoddisfacente tentativo di Eugenio Griffini per conto dell'Istituto Geografico Militare - da Carlo Alfonso Nallino, principale arabista italiano, docente dell'Università di Roma cui, fascista egli stesso, fu affidata dall'Enciclopedia Italiana la cura di tutto ciò che riguardava il mondo arabo e islamico. La Libia era infatti vista come un territorio già romano e quindi, con azzardata deduzione, italiana, di cui era necessario italianizzare i toponimi, ancorché la massima parte non fosse costituita da arabizzazioni di originali latini (ma anche greci), bensì da termini del tutto arabi o berberi, con rare presenze turche.

Il recupero linguistico era avvenuto prevalentemente in Istria, dove il processo di migrazione degli Slavi era cominciato ai tempi della prima migrazione slava del VII secolo, molto prima di quello tedesco. A ciò va aggiunta la reazione politica al contemporaneo processo di de-italianizzazione che veniva effettuata nei territori ancora italofoni sotto sovranità straniera: nel Nizzardo l'italiano venne osteggiato fino alla sua quasi totale scomparsa; in Dalmazia la politica del neonato Regno di Jugoslavia causò addirittura l'esodo di quasi tutti i dalmati italiani, dove ne rimasero circa 5 000, secondo il primo censimento etnico del regno.

Manifesto affisso a Dignano

Il processo di italianizzazione fu più forte in Alto Adige che nella Venezia Giulia. Al riguardo si deve specificare che, mentre nella regione altoatesina gli italiani nel 1910 erano il 3%, in Venezia Giulia, sempre secondo il censimento austriaco del 1910, vi era una maggioranza relativa italiana attestata intorno al 40%. Tuttavia non vi fu alcun tentativo di mantenere il plurilinguismo, vigente fino ad all'ora, e si impose l'uso di una lingua che non era la lingua madre della maggioranza della popolazione autoctona, pur essendo compresa. Nell'alta e media valle del fiume Isonzo, in parte del Carso fino alla località di Senosecchia, nei paesi gravanti nell'orbita triestina e goriziana, oltre ai centri di Idria e a Postumia Grotte a parlata slovena, l'italiano era conosciuto e compreso da tutti; lo stesso accadeva per tutti i croati residenti nelle zone dell'Istria, del Quarnaro e della Dalmazia, un tempo appartenute alla Repubblica di Venezia. Nei restanti territori (valli affluenti all'Isonzo, Carso interno, zona del monte Nevoso ecc.) l'italiano non era conosciuto e qui il processo di italianizzazione fu un'imposizione tout court.

Non avvenne italianizzazione forzata nella città dalmata di Zara, la cui componente etnica italiana era maggiore di quella di Gorizia. Riguardo all'isola di Lagosta, a forte maggioranza slava, l'italianizzazione fu dovuta non a una precisa volontà del governo italiano, ma al trasferimento spontaneo di famiglie delle altre isole dalmate (principalmente da Lissa), che abbandonarono le proprie terre d'origine dopo l'assegnazione di queste alla Jugoslavia.

Politica italiana del dopoguerra nei territori mistilingui[modifica | modifica sorgente]

Dopo la caduta del fascismo, a partire dai primissimi anni del dopoguerra, la toponomastica originale venne ripristinata in Valle d'Aosta e nelle valli franco-provenzali e occitane del Piemonte, oppure, in Trentino-Alto Adige e in alcune zone del Friuli Venezia Giulia, venne adottato il bilinguismo con pari dignità dell'italiano e della seconda lingua ufficiale nell'indicazione dei toponimi, mantenendo anche quelli italiani di recente creazione. Tale scelta fu effettuata anche per sottolineare comunque l'appartenenza di quei luoghi allo Stato italiano[senza fonte]. Il processo di italianizzazione, col ritorno ai propri usi e costumi, non ebbe molti strascichi nelle zone storicamente appartenenti al Regno di Sardegna come nelle valli piemontesi e in Valle d'Aosta.

Nella provincia di Bolzano, dove la lingua tedesca è stata sempre sentita come forte collante identitario e culturale e l'estremismo politico è più forte, vi furono - e, per certi aspetti, vi sono ancora - forti contrasti tra la popolazione di lingua tedesca e quella di lingua italiana. Infatti, in Alto Adige il precedente processo migratorio favorito dal fascismo non venne mai accettato da parte della componente locale tedesca. Cosa questa che ha reso molto difficile, anche in seguito, lo sviluppo di un pacifico dialogo tra i due gruppi culturali e l'attestarsi reciproco su posizioni, anche politiche, estreme.

Comunità di lingua slovena in Italia e
Comunità nazionale italiana in Slovenia
Situazione politica nel 1494

Nel Medioevo e all'inizio dell'età moderna Trieste e Gorizia furono contese dalla Repubblica di Venezia e dall'Austria, che mantenne la sovranità sulle due città fino alla fine della Prima Guerra mondiale.

Mappa linguistica riferita al 1880

Gorizia, Trieste e le vicine città dominate da Venezia fino alla sua caduta avvenuta al termine del XVIII secolo (Muggia, Capodistria, Isola e Pirano) erano abitate in gran prevalenza da italiani.

Le zone circostanti Gorizia e Trieste, inizialmente pressoché disabitate in quanto caratterizzate da un suolo carsico impervio poco adatto alle coltivazioni agricole, sono state invece popolate fin dai tempi di Carlo Magno da popolazioni di origine slava provenienti da est, esito delle ripetute invasioni barbariche ed in seguito spinte dalle incursioni turche. Successivamente, l’allargamento delle aree urbane alle zone periferiche e l’integrazione della popolazione di origine slava hanno favorito una parziale compenetrazione delle diverse aree linguistiche.

La complessità della situazione non ha consentito di definire un confine tra Italia e Slovenia che consentisse una separazione netta tra le due aree linguistiche, e di conseguenza in Italia esiste una comunità di cittadini italiani di lingua slovena, mentre in Slovenia è presente una comunità di cittadini sloveni di lingua italiana, prevalentemente concentrata nei comuni di Capodistria, Isola e Pirano.

Sia l’Italia che la Slovenia riconoscono ai componenti delle rispettive comunità linguistiche minoritarie il diritto di adoperare la propria lingua madre nei rapporti con le istituzioni pubbliche e come lingua di insegnamento nella scuola dell’obbligo.

Scuola elementare con lingua di insegnamento slovena a Trieste (Italia) Scuola elementare con lingua di insegnamento slovena a Trieste (Italia)
Scuola elementare con lingua di insegnamento slovena a Trieste (Italia)
Segnale stradale con indicazioni riportate in sloveno e italiano presso Capodistria (Slovenia)

In Venezia Giulia i problemi iniziati con i contrapposti nazionalismi all'epoca dell'Impero Austriaco prima e con la italianizzazione da parte del fascismo poi, unita all'invasione della Jugoslavia nel 1941, culminarono con il dramma delle foibe e con l'esodo di 350 000 italiani. Tutto ciò avvenne in gran parte prima del Trattato di Parigi del 1947, nel quale l'Istria, popolata da sloveni, italiani e croati, venne assegnata alla Jugoslavia.

I governi italiani del dopoguerra concessero un certo uso dello sloveno nei territori giuliani mistilingui rimasti all'Italia. Tuttora alcuni gruppi sloveni rivendicano maggior uso della propria lingua, con riferimento in particolare alle zone mistilingui della provincia di Udine, ma la questione è complicata dal fatto che i dialetti parlati in queste località differiscono spesso notevolmente dallo sloveno ufficiale. Questo argomento viene spesso portato avanti dagli stessi slavofoni di queste regioni che si oppongono al riconoscimento ufficiale dell'uso della lingua intendendo con ciò marcare una propria differenza rispetto agli sloveni. Tale atteggiamento è dovuto a ragioni storiche sia antiche (queste regioni erano annesse alla Repubblica di Venezia fin dal Medioevo, e quindi separate amministrativamente dal resto della Slovenia) sia più recenti (la forte propaganda antislava svolta in queste zone da maestri, sacerdoti, impiegati pubblici, che venivano reclutati regolarmente in altre zone d'Italia, nonché l'identificazione tra "slavi" e "comunisti")

Un capitolo a parte merita la politica riguardante dialetti locali e lingue regionali: l'imposizione dell'uso della lingua italiana in ogni contesto, dalla scuola alla pubblica amministrazione, la sistematica campagna denigratoria verso le lingue "minori" e i dialetti, descritti e percepiti come lingue parlate da lavoratori manuali e persone di scarso livello culturale, la leva obbligatoria e il continuo ignorare da parte dei mass media ogni forma di espressione in queste lingue che non si limitasse a puri aspetti folcloristici, sono stati e in certi casi sono ancora un forte motore di perdita dell'identità linguistica. Tuttavia è sempre esistita una certa opposizione a queste politiche da parte di gruppi e movimenti della più diversa estrazione: da quelli cattolici "iperconservatori", che tendevano a mantenere una visione antirisorgimentale e antilaicista della società, a gruppi moderatamente conservatori, fino ad arrivare a movimenti di estrazione progressista o addirittura rivoluzionaria, che tendevano a sposare la questione identitaria alla lotta di classe, all'antimilitarismo e alla questione ecologica.

Le lingue straniere e lo sport[modifica | modifica sorgente]

L'italianizzazione delle parole straniere legate allo sport ebbe un processo diverso, anche se strettamente legato ad eventi e situazioni causate e collegate al regime fascista.

Tutto lo sport italiano si sviluppò in un'epoca in cui ben poche discipline sportive si svilupparono a livello popolare e proprio perché erano i ceti più ricchi ad introdurre in Italia quelle nuove quali tennis, calcio, rugby che la maggior parte dei termini usati fosse soprattutto di lingua inglese, mentre nella maggior parte delle discipline classiche quali scherma, sciabola e spada erano legate alla lingua francese principale idioma utilizzato negli ambienti internazionali e mitteleuropei.

Tutta la terminologia usata per il calcio anche sui giornali già dai primi anni dieci era al 95% di tipo anglofono. Solo poche parole desuete quali "pelouse" (campo sportivo di tipo erboso), "melée" (mischia) e "guigne" (sfortuna, non volgare) erano francesi. Il primo tentativo di cambiare qualcosa si vide proprio sulla Gazzetta dello Sport dopo il 1908 quando venne vietato ai giocatori stranieri di prender parte al Campionato Italiano. Sulla rosa apparve un timido "palla al calcio" nei primi mesi del 1909 e fu solo dal luglio dello stesso anno che la vecchia F.I.F. (Federazione Italiana Football) fu sostituita dall'attuale sigla F.I.G.C. (Federazione Italiana Giuoco Calcio) dopo che nell'Assemblea Federale non si raggiunse il quorum deliberativo e si decise, quindi, di inviare una cartolina postale a tutte le società affiliate chiedendo di approvare una delle proposte fatte in Assemblea.

Alla metà degli anni venti, quando ormai il calcio era dominio anche della classe operaia, ignorante in fatto di lingue straniere, diverse parole erano frequentemente storpiate come ad esempio "match" scritta abitualmente "macht" pur di rendere la stessa pronuncia, ma era ancora la terminologia inglese a farla da padrona. All'arbitro i giocatori gridavano ancora Hands! (per un fallo di mano) e chiedevano l'off-side (fuori gioco). La Gazzetta metteva in edicola già dal 1920 un librettino compilato dall'Avvocato Giuseppe Cavazzana (arbitro e importante dirigente dell'A.I.A.) vero e proprio vangelo per tutti i giocatori, con tutto il regolamento del gioco del calcio, ma soprattutto corredato di prontuario delle parole inglesi e la relativa pronuncia.

Il calcio italiano era già cambiato, in fatto di ordinamenti voluti dall'alto, quando nel 1930 ci fu la prima e massiccia traduzione dei termini inglesi. Già nel 1930 molte società passarono dal "Football Club" ad "Associazione Calcio" ed il cambiamento era una conseguenza quasi naturale: il "football" era ormai diventato "calcio" per tutti.

A subire il primo cambiamento fu nel 1930 il rugby che, ridotto a sottosezione alle dirette dipendenze della FIGC, venne "tradotto" ufficialmente in giuoco della Volata o anche giuoco della palla ovale.

Solo una parola, sport, rimaneva nel vocabolario italianizzata in sportivo, data l'inefficacia del termine diporto. Per rendere l'idea anche l'hockey si dovette adeguare cambiando in ochei o nella più popolare versione di palla-rotelle limitatamente alla sezione hockey su pattini. Da notare che in Svizzera viene correntemente usata sia dalla stampa che dalla popolazione italofona l'espressione disco su ghiaccio. Anche il basket subì l'italianizzazione diventando palla al cesto o anche pallacanestro (rimasta ancora oggi nell'uso).

Ben poche furono le eccezioni, ma su tutte, fu solo il Milan F.C. a rimanere tale fino al 1938 quando già da molto tempo tutte le altre società si erano già adeguate cambiando la propria denominazione.

Inoltre, a questo proposito, il divieto dell'uso di termini non italiani nello sport si accompagnò con l'italianizzazione dei nomi delle franchige. Ad esempio, il Genoa negli anni trenta vide italianizzata la propria denominazione in Genova 1893 Circolo del Calcio[14], così come il Milan divenne nel 1939 Associazione Calcio Milano[15].

Deitalianizzazione ad opera di stati esteri[modifica | modifica sorgente]

Il processo di deitalianizzazione fu attuato da alcuni stati esteri che avevano sotto la propria sovranità territori totalmente o parzialmente italofoni. Ciò ha riguardato in particolar modo:

  • La Corsica ad opera della Francia (l'italiano venne rimpiazzato dal francese nel corso dell'Ottocento).
  • Il Nizzardo a partire dal 1860, sempre attuato dalla Francia. Quest'ultima provvide a nazionalizzare tutta la toponomastica dell'ex Contea di Nizza, nella quasi totalità italiana (es: Nizza divenne Nice, Saorgio venne trasformato in Saorge, Roccabruna divenne Roquebrune, Mentone divenne Menton, Breglio divenne Breil-sur-Roya ecc.) e molti cognomi (Del Ponte divenne Dupont, Bianchi si tramutò in Leblanche ecc.). Vi fu anche un esodo di italiani dai territori acquistati.
  • I comuni di Briga Marittima e Tenda dopo il 1947. Fino ad allora questi due piccoli comuni erano italiani di lingua e cultura, in pochi anni vennero totalmente francesizzati.
  • Venezia Giulia e Dalmazia ad opera dell'impero austroungarico. L'Austria cambiò gradualmente molti cognomi italiani nei paesi mistilingui, che vennero slavizzati. Inoltre favorirono le amministrazioni slave a scapito di quelle italiane e provvidero a far chiudere le scuole italiane e contemporaneamente ad aprire quelle croate.[senza fonte]
  • Venezia Giulia e Dalmazia, slavizzate dalla Jugoslavia. La politica di deitalianizzazione, già attuata dal Regno di Jugoslavia in modo consistente nel periodo tra le due guerre (causò infatti l'esodo dei dalmati italiani)[16], raggiunse l'apice dopo la Seconda guerra mondiale, con le foibe e l'esodo degli italiani. Tutta la toponomastica e molti cognomi vennero slavizzati; tuttora, anche se è stato adottato ufficialmente un bilinguismo molto avanzato, con un gran numero di scuole di lingua italiana di ogni ordine e grado, toponomastica bilingue in Slovenia e Croazia e l'obbligo nell'Istria Slovena per i dipendenti pubblici di rispondere in lingua italiana se con tale lingua interpellati, la minoranza italiana si trova in una situazione di declino numerico.
  • Malta, ad opera degli inglesi fino al riconoscimento dello Stato sovrano di Malta. L'italiano venne sostituito come lingua ufficiale dal governo inglese nel 1934 a favore dell'inglese e del maltese.

Infine va precisato che la deitalianizzazione attuata in Corsica (e Nizza) dalla Francia fin dai tempi di Pasquale Paoli (processo detto anche francesizzazione) viene considerata la prima causa del sorgere del processo di italianizzazione.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ AA.VV., Slovenski zgodovinski atlas, Nova revija, Ljubljana 2011, ISBN 978-961-6580-89-2, pg. 168
  2. ^ Pavel Strajn, La comunità sommersa – Gli Sloveni in Italia dalla A alla Ž, - Editoriale Stampa Triestina, Trieste 1992
  3. ^ Boris Gombač, Atlante storico dell'Adr
  4. ^ Paolo Parovel, L'identità cancellata, Eugenio Parovel Editore, Trieste 1986
  5. ^ Paolo Parovel, L'identità cancellata, Eugenio Parovel Editore, Trieste 1985
  6. ^ Alojz Zidar, Il popolo sloveno ricorda e accusa (op.cit.)
  7. ^ Paolo Parovel, L'identità cancellata. L'italianizzazione forzata dei cognomi, nomi e toponimi nella "Venezia Giulia" dal 1919 al 1945, con gli elenchi delle province di Trieste, Gorizia, Istria ed i dati dei primi 5 300 decreti, Trieste, Eugenio Parovel Editore, 1985. Dell'argomento tratta anche Boris Pahor, Necropoli, Roma, Fazi Editore, 2008. Alois Lasciac, invece (Erinnerungen aus meiner Beamtencarriere in Österreich in den Jahren 1881-1918, Trieste, Tipografia Editoriale Libraria, 1939), ricorda la precedente situazione di prevaricazione slava sui cognomi italiani.
  8. ^ http://www.unacitta.it/newsite/intervista_stampa.asp?rifpag=homepaginestoria&id=2162&anno=2011 Intervista a Miro Tasso realizzata da Barbara Bertoncin, UNA CITTÀ n. 185 / 2011 giugno 2011
  9. ^ Circola ancora una sorta di barzelletta per cui nel 1922 Ettore Tolomei, incaricato di indicare i corrispondenti italiani dei toponimi tedeschi, fu inviato a visitare diverse località altoatesine su un'automobile guidata da un autista locale. Entrando nell'abitato di Sterzing, il gerarca si rivolse all'autista facendo apprezzamenti sulla bella cittadina e chiedendone il nome. L'autista, non avendo capito quanto richiesto da Tolomei, rispose in tedesco: «Wie bitte?» («Come, scusi?»). Così, da queste due parole, Tolomei avrebbe ricavato l'italianizzato Vipiteno per Sterzing. In realtà il toponimo Vipiteno riprende semplicemente il Vipitenum romano.
  10. ^ Jacopo Cavalli, Reliquie ladine, raccolte in Muggia d'Istria, con appendice sul dialetto tergestino, Trieste 1893, p. 38.
  11. ^ a b Raoul Pupo - Il lungo esodo - Istria: le persecuzioni, le foibe, l'esilio. Rizzoli - Milano 2005. Cap. 2
  12. ^ Arzente su www.treccani.it
  13. ^ Si veda di C. A. Nallino il fascicolo edito dal Ministero italiano delle Colonie (Norme per la trascrizione italiana e la grafia araba dei nomi propri geografici della Tripolitania e della Cirenaica, Rapporti e monografie coloniali, n. 2, febbraio 1915).
  14. ^ 1926 - GENOA CFC
  15. ^ Storia della stagione
  16. ^ Lucio Toth sulla Dalmazia

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Paolo Parovel, L'identità cancellata, Trieste, Eugenio Parovel Editore, 1985.
  • Boris Pahor, Necropoli, Roma, Fazi Editore, 2008.
  • (DE) Alois Lasciac, Erinnerungen aus meiner Beamtencarriere in Österreich in den Jahren 1881-1918, Trieste, Tipografia Editoriale Libraria, 1939. Per quanto riguarda la precedente opera di slavizzazione sugli italiani.
  • Anna Baldinetti, Orientalismo e colonialismo, Roma, Istituto per l'Oriente Carlo Alfonso Nallino, 1997.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]