Massacri delle foibe

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Coordinate: 45°37′54″N 13°51′45″E / 45.631667°N 13.8625°E45.631667; 13.8625

Massacri delle Foibe
Tempio nazionale dell'internato ignoto 022.jpg
Cippo in memoria delle vittime delle Foibe, collocato presso il Tempio dell'internato ignoto a Padova.
Stato bandiera Regno d'Italia
Luogo Venezia Giulia e Dalmazia
Obiettivo
Data 1943 - 1945 (per la maggioranza delle vittime)
Tipo massacro di massa, genocidio, Pulizia etnica[4][5][6]
Morti circa 11.000[7][8], comprese le vittime recuperate e quelle stimate, più i morti nei campi di concentramento jugoslavi[9]
Responsabili partigiani jugoslavi ed OZNA

Con l'espressione massacri delle foibe, o spesso solo foibe, si intendono gli eccidi ai danni della popolazione italiana della Venezia Giulia e della Dalmazia[10][11], occorsi durante la seconda guerra mondiale e nell'immediato dopoguerra. Il nome deriva dai grandi inghiottitoi carsici dove furono gettati molti dei corpi delle vittime, che nella Venezia Giulia sono chiamati, appunto, "foibe".

Per estensione i termini "foibe" e il neologismo "infoibare" sono diventati sinonimi di uccisioni che in realtà furono in massima parte perpetrate in modo diverso: la maggioranza delle vittime morì nei campi di prigionia jugoslavi o durante la deportazione verso di essi.[12][13]

Il fenomeno dei massacri delle foibe è da inquadrare storicamente nell'ambito della secolare disputa fra italiani e popoli slavi per il possesso delle terre dell'Adriatico orientale, nelle lotte intestine fra i diversi popoli che vivevano in quell'area e nelle grandi ondate epurative jugoslave del dopoguerra, che colpirono centinaia di migliaia di persone in un paese nel quale, con il crollo della dittatura fascista, andava imponendosi quella di stampo filo-sovietico, con mire sui territori di diversi paesi confinanti.

Indice

Inquadramento storico[modifica | modifica wikitesto]

Gli eccidi delle foibe ed il successivo esodo costituiscono l'epilogo di una secolare lotta per il predominio sull'Adriatico orientale, che fu conteso da popolazioni slave (prevalentemente croate e slovene, ma anche serbe) e italiane. Tale lotta si inserisce all'interno di un fenomeno più ampio e che fu legato all'affermarsi degli stati nazionali in territori etnicamente misti.

Nonostante la ricerca scientifica abbia, fin dagli anni novanta del XX secolo, sufficientemente chiarito gli avvenimenti[14][15], la conoscenza dei fatti nella pubblica opinione permane distorta ed oggetto di confuse polemiche politiche, che ingigantiscono o sminuiscono i fatti a seconda della convenienza ideologica.[16][17]

La composizione etnica di Venezia Giulia e Dalmazia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Istria, Storia della Dalmazia e Diffusione dello sloveno in Italia.
Italia 1796.png Istria (ethnic).JPG
Mappa d'Italia nel 1706, immediatamente prima del periodo napoleonico. Particolare di una mappa basata sul censimento austroungarico del 1880, effettuato "secondo la lingua d'uso".

Prima del XIX secolo, in Venezia Giulia e Dalmazia, avevano convissuto popolazioni di lingua romanza e slava. I primi insediamenti di popolazioni slave, giunte a seguito degli Avari, risalgono al IX secolo (sia in Istria che Dalmazia)[18]. Ulteriori insediamenti si verificarono in epoche successive; per quanto riguarda l'Istria, ad esempio, in seguito alle pestilenze del XV e XVI secolo. Le ricorrenti tensioni[quali tensioni?] non erano dovute ad ancora inesistenti sentimenti di identificazione nazionale, essendo ben noti - peraltro - fin dall'antichità i concetti di stirpe e di tribù[senza fonte], (le diverse etnie, inoltre, erano in larga misura mischiate).[19]
Vi era una differenza di carattere linguistico - culturale fra città e costa (prevalentemente romanzo-italiche) e le campagne dell'entroterra (in parte slavi o slavizzati). Le classi dominanti (aristocrazia e borghesia) erano dovunque di lingua e cultura italiana, anche qualora di origine slava.

Gli opposti nazionalismi[modifica | modifica wikitesto]

Con la Primavera dei Popoli del 1848-49, anche nell'Adriatico orientale, il sentimento di appartenenza nazionale cessò di essere una prerogativa delle classi elevate e cominciò, gradualmente, a estendersi alla masse[20][21]. Fu solo a partire da tale anno che il termine "italiano" (ad esempio) cessò, anche in queste terre, di essere una mera espressione di appartenenza geografica o culturale e cominciò ad implicare l'appartenenza a una "nazione" italiana[22]. Analogo processo subirono gli altri gruppi nazionali: si vennero pertanto a definire i moderni gruppi nazionali: italiani, sloveni, croati e serbi.

Lo scontro nazionale in Venezia Giulia[modifica | modifica wikitesto]

Dopo il 1848-49 pertanto, in Venezia Giulia, il senso di identità nazionale, precedentemente prerogativa di parti della nobiltà e della borghesia italiane, cominciò ad investire tutti gli ambienti urbani. Al di fuori di città e borghi, fu il clero che svolse un ruolo fondamentale nel "risveglio nazionale" delle popolazioni slovene e croate (allora genericamente "slave"), maggioritarie nelle campagne. L'affermarsi delle nazionalità portò a una suddivisione della società in chiave nazionale, divisione che coincise approssimativamente con la precedente divisione fra centri urbani (prevalentemente costieri) e comunità rurali (prevalentemente dell'interno). Si vennero a creare le contrapposizioni nazionali: le tradizionali élite economiche e politiche, già culturalmente italiane, si riscoprirono tali anche su un piano di identificazione nazionale, seguite dal popolo. Dall'altra parte nacquero delle élite di sentimenti slavi, inizialmente formate dal clero, ma successivamente anche da nuovi borghesi, che si fecero portavoce delle rivendicazioni culturali e politiche slave, progressivamente coinvolgendo anche i pastori e contadini slavi. Le élite italiane cercarono di mantenere il tradizionale predominio politico, economico e culturale, contrastando le ambizioni slave (queste ultime favorite Vienna). Fu così che, specie a partire dal 1866, la contrapposizione nazionale caratterizzò la vita e la cultura dell'Istria, di Fiume e di Trieste.

Lo scontro nazionale in Dalmazia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Dalmati italiani, Croatizzazione e Partito Autonomista.
Antonio Bajamonti in una cartolina propagandistica dei primi del '900
« La nazionalità italiana in Dalmazia è una parola vuota di senso, trovata dall'interesse, dall'impostura. »
(Ludovico/Ljudevit Vuličević, Partiti e lotte in Dalmazia, Trieste 1875[23])
« Nessuna gioia, solo dolore e pianto, dà l'appartenere al partito italiano in Dalmazia. A noi, italiani della Dalmazia, non rimane che un solo diritto, quello di soffrire. »
(Antonio Bajamonti, Discorso inaugurale della Società Politica Dalmata, Spalato 1886)

In Dalmazia[24] il primo ideale di nazionalità si concretizzo nel concetto di una nazione dalmata, che racchiudeva in sé radici slave e romanze.

Col nascere del nazionalismo croato, questo ideale venne combattuto dal Partito del Popolo croato (Narodna stranka), che sosteneva che la nazionalità dei dalmati fosse croata, e richiedeva, di conseguenza, l'unione del regno di Dalmazia alla Croazia, negava l'esistenza stessa di una componente italiana in Dalmazia e invocava l'eliminazione dell'uso dell'italiano nella vita pubblica e la croatizzazione delle scuole. La Dalmazia veniva considerata integralmente croata fin dall'alto medioevo. Gli italiani venivano considerati una realtà estranea (come i pieds noirs in Algeria), frutto di "invasioni straniere" che avevano italianizzato parte della popolazione croata originaria.

In conseguenza della politica del Partito del Popolo, che conquistò gradualmente il potere, in Dalmazia si verificò una costante diminuzione della popolazione italiana, in un contesto di repressione che assunse anche tratti violenti[25]. Nel 1845 i censimenti austriaci (peraltro approssimativi) registravano quasi il 20% di Italiani in Dalmazia, mentre nel 1910 erano ridotti a circa il 2,7%.

Tutto ciò spinse sempre più gli autonomisti ad identificare sé stessi come italiani, fino ad approdare all'irredentismo.

Dopo la nascita del Regno d'Italia, il sorgere dell'irredentismo italiano portò il governo asburgico, tanto in Dalmazia, quanto in Venezia Giulia, a favorire il nascente nazionalismo di sloveni[26] e croati, nazionalità ritenute più leali ed affidabili rispetto agli italiani[26][27]. Si intendeva così bilanciare non solo il potere delle ben organizzate comunità urbane italiane[28], ma anche l'espansionismo serbo[senza fonte], che mirava ad unificare tutti gli slavi del sud.

Grande Guerra e annessione all'Italia[modifica | modifica wikitesto]

Cartina della Dalmazia e della Venezia Giulia con i confini previsti dal Trattato di Londra
e quelli invece effettivamente ottenuti dall'Italia
Il confine italiano (punti bianchi) dopo il 1924 (annessione di Fiume)

Nel 1915 l'Italia entrò nella Grande Guerra a fianco della Triplice Intesa, in base ai termini del Patto di Londra, che le assicuravano il possesso dell'intera Venezia Giulia e della Dalmazia settentrionale - incluse molte isole. La città di Fiume, invece, veniva espressamente assegnata quale principale sbocco marittimo di un eventuale futuro stato croato o del Regno d'Ungheria, se la Croazia avesse continuato ad essere un banato dello stato magiaro o della Duplice Monarchia[29].

Al termine della guerra, il regio esercito occupò i militarmente tutta la Venezia Giulia e la Dalmazia, secondo i termini dell'armistizio, inclusi i territori assegnatili dal trattato di Londra. Questo provocò le reazioni opposte delle diverse etnie, con gli italiani che acclamarono alla "redenzione" delle loro terre, e gli slavi che guardavano con ostilità e preoccupazione i nuovi arrivati. La contrapposizione nazionale subì un nuovo e forte inasprimento. Successivamente, la definizione dei confini fra l'Italia e il nuovo stato jugoslavo, fu oggetto di una lunga ed aspra contesa diplomatica, che trasformò il contrasto nazionale in una contrapposizione fra stati sovrani, che coinvolse vasti strati dell'opinione pubblica esasperandone ulteriormente i sentimenti. Forti tensioni suscitò in particolare la questione di Fiume, che fu rivendicata all'Italia sulla base dello stesso principio di autodeterminazione che aveva fatto assegnare al regno jugoslavo le terre dalmate, già promesse all'Italia.

La questione dei confini fu infine risolta coi trattati di Saint Germain e di Rapallo. L'Italia ottenne solo parte di ciò che le era stato promesso dal patto segreto di Londra. In base al ''principio di nazionalità'', sostenuta dalla dottrina Wilson, le fu negata la Dalmazia (dove ottenne solo la città di Zara ed alcune isole).

Col trattato di Rapallo Fiume venne eretta a stato libero, per poi essere annessa all'Italia nel 1924 (con l'esclusione di Sussak/Porto Barros).

In base al trattato di Rapallo 356.000 sudditi dell'Impero austro-ungarico di lingua italiana ottennero la cittadinanza italiana, mentre circa 15.000 di essi rimasero in territori assegnati al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni.

Contemporaneamente si ritrovarono entro i confini del Regno d'Italia 490.000 slavi (di cui circa 170.000 Croati e circa 320.000 Sloveni).

Il biennio rosso e il "fascismo di confine"[modifica | modifica wikitesto]

I funerali di Gulli e Rossi a Sebenico
L'Hotel Balkan sede del Narodni Dom dopo l'incendio (1920)

Nel biennio 1919-20 l'Europa fu investita da ondate di scioperi ed agitazioni di operai che rivendicavano migliori condizioni di lavoro, il cosiddetto biennio rosso. Spesso le fabbriche furono occupate e gestite sul modello dei Soviet, sorti dalla Rivoluzione russa. Contemporaneamente scoppiarono conflitti e scontri di carattere etnico in quei territori soggetti ad opposte rivendicazioni nazionali. Nella Carinzia meridionale ad esempio, vi fu l'eccidio di Marburgo, causato da milizie slovene. Conflitti armati scoppiarono in varie regioni dell'Europa orientale, per le definizione dei confini. L'impero Ottomano attuò il terribile genocidio armeno, ecc.

Anche l'Italia fu investita da un'ondata di tensioni sociali, con proteste, scioperi e agitazioni, che coinvolsero anche Trieste e la Venezia Giulia, oltre che la vicina Dalmazia (in gran parte sotto occupazione militare italiana). L'ostilità slava (e soprattutto slovena[senza fonte]) all'annessione già palesata con il boicottaggio nei confronti dei civili italiani di ritorno dai campi di concentramento di Wagna e Tapiosuly, si esprimeva con l'accumulo di armi provenienti dal confinante Regno dei Serbi, Croati e Sloveni e con attentati[senza fonte].

Queste tensioni si sommarono alle preesistenti tensioni nazionali e allo spandersi del "mito della vittoria mutilata", furono un fertile terreno per l'affermarsi in regione del nascente fascismo, che si autoproponeva come tutore dell'italianità e del mantenimento dell'ordine nazionale della Venezia Giulia, talvolta con il tacito appoggio delle autorità.

I contrasti etnici tra italiani e slavi nell'immediato dopoguerra provocarono, fra gli altri, gli incidenti di Spalato, culminati nell'uccisione (il 12 luglio 1920) di due militari della Regia Marina.

I fascisti, il giorno dopo la morte dei due militari organizzarono una manifestazione antijugoslava a Trieste. L'uccisione da parte di uno sloveno di un italiano[30] provocò la ritorsione dei fascisti, che incendiarono il Narodni dom ("Casa nazionale slovena") di Trieste. Tale incidente assunse a posteriori un forte significato simbolico, venendo ricordato dagli slavi come l'inizio dell'oppressione italiana.

L'italianizzazione fascista[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Italianizzazione (fascismo).
VENEZIA GIULIA 1924 - 1943.JPG GovernatoratoDalmazia.jpg
Province di Gorizia, Trieste, Pola e Fiume dal 1924 al 1940 Province del Governatorato di Dalmazia
dal 1941 al 1943

La situazione degli slavi peggiorò con il avvento al potere del Partito Nazionale Fascista, nel 1922 quando fu gradualmente introdotta in tutta Italia una politica di assimilazione delle minoranze etniche e nazionali:

  • Gran parte degli impieghi pubblici furono assegnati agli appartenenti al gruppo etnico italiano, che nell'ultimo periodo di dominazione asburgica ne erano stati completamente estromessi a vantaggio degli Slavi e dei Tedeschi.
  • Con l'introduzione della Legge n. 2185 del 1/10/1923 (Riforma scolastica Gentile), fu abolito nelle scuole l'insegnamento delle lingue croata e slovena. Nell'arco di cinque anni tutti gli insegnanti croati delle oltre 160 scuole con lingua d'insegnamento croata e tutti gli insegnanti sloveni delle oltre 320 scuole con lingua d'insegnamento slovena, furono sostituiti con insegnanti italiani, che imposero agli alunni l'uso esclusivo della lingua italiana[31][32]
  • Con R. Decreto N. 800 del 29 marzo 1923 furono imposti d'ufficio nomi italiani a tutte le centinaia di località dei territori assegnati all'Italia col Trattato di Rapallo, anche laddove precedentemente prive di denominazione in lingua italiana, in quanto abitate quasi esclusivamente da croati o sloveni.[33]
  • In base al Regio Decreto Legge N. 494 del 7 aprile 1926 le autorità italiane italianizzarono i cognomi a decine di migliaia di croati e sloveni.[34]. Una legge del 1928 i parroci e gli uffici anagrafici ricevettero il divieto di iscrivere nomi stranieri nei registri delle nascite.[35]

Simili politiche di assimilazione forzata erano all'epoca assai comuni in Europa, venendo applicate, fra gli altri, anche da paesi come la Francia[36], o il Regno Unito, oltre che dalla stessa Jugoslavia nei confronti soprattutto delle proprie minoranze italiane, tedesche, ungheresi e albanesi[37]. Si potrebbe inoltre ricordare la situazione degli ungheresi di Transilvania, dei bulgari di Macedonia, o degli ucraini di Polonia.

La politica di "bonifica etnica" avviata dal fascismo fu tuttavia particolarmente pesante, in quanto l'intolleranza nazionale, talora venata di vero e proprio razzismo, venne affiancata e coadiuvata dalle misure repressive tipiche di un regime totalitario[38].

L'azione del governo fascista annullò l'autonomia culturale e linguistica di cui le popolazioni slave avevano goduto durante la dominazione asburgica e esasperò i sentimenti di avversione nei confronti dell'Italia. Le società segrete irredentiste slave, preesistenti allo scoppio della Grande Guerra, si fusero in gruppi più grandi a carattere eversivo, come la Borba e il TIGR, che si resero responsabili di numerosi attacchi a militari, civili e infrastrutture italiane. Alcuni elementi di queste società segrete furono catturati dalla polizia italiana e condannati a morte dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato per le uccisioni di cui si erano resi responsabili (1 terrorista condannato e fucilato a Pola nel 1929, con 4 complici condannati a 25 anni di carcere ciascuno; 4 terroristi condannati e giustiziati a Trieste, con 12 complici condannati a pene detentive per complessivi 147 anni e 6 mesi - cosiddetto "1° processo di Trieste" - nel 1930; 9 terroristi condannati a morte per terrorismo e spionaggio in periodo bellico di cui 5 giustiziati, con 51 complici condannati, complessivamente, a 666 anni e 6 mesi di carcere - cosiddetto "2° processo di Trieste" - nel 1941, a guerra iniziata).

L'invasione della Jugoslavia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Operazione 25.

Nell'aprile del 1941 l'Italia partecipò all'attacco dell'Asse contro la Jugoslavia, la quale, dopo la resa dell'esercito, avvenuta il giorno 17[39], e l'inizio della politica di occupazione, fu smembrata e parte dei suoi territori furono annessi agli stati invasori.

Divisione della Jugoslavia dopo la sua invasione da parte delle Potenze dell'Asse.
In verde le aree assegnate all'Italia:
l'area costituente la Provincia di Lubiana,
l'area accorpata alla Provincia di Fiume e le
aree costituenti il Governatorato di Dalmazia

A seguito del trattato di Roma l'Italia annesse parte della Slovenia, parte della Banovina di Croazia nord-occidentale (che venne accorpata alla Provincia di Fiume), parte della Dalmazia e le Bocche di Cattaro (che andarono a costituire il Governatorato di Dalmazia), divenendo militarmente responsabile della zona che comprendeva la fascia costiera, ed il relativo entroterra, della ex-Jugoslavia.

In Slovenia fu costituita la Provincia di Lubiana, dove, a fini politici ed in contrapposizione con i tedeschi, si progettò, senza successo, di instaurare un'amministrazione rispettosa delle peculiarità locali[40]. Nella Provincia di Fiume e nel Governatorato di Dalmazia fu invece instaurata fin dall'inizio una politica di italianizzazione forzata, che incontrò una decisa resistenza da parte della popolazione a maggioranza croata.

La Croazia fu dichiarata indipendente col nome di Stato Indipendente di Croazia, il cui governo fu affidato al partito ultranazionalista degli ustascia, con a capo Ante Pavelić.

La nascita della resistenza jugoslava[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Resistenza jugoslava.

La resa dell'esercito jugoslavo non fermò i combattimenti ed in tutto il paese crebbe un'intensa attività di resistenza che proseguì fino al termine della guerra e che vide da un lato la contrapposizione tra eserciti invasori e collaborazionisti e dall'altro la lotta fra le diverse fazioni etniche e politiche.

Repressione, conflitti etnici e crimini contro i civili[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Provincia di Lubiana, Provincia di Fiume, Governatorato di Dalmazia e Crimini di guerra italiani.

Durante tutta la durata del conflitto vennero perpetrate da tutte le parti in causa numerosi crimini di guerra[41].

Vista del campo di concentramento di Arbe usato per l'internamento della popolazione civile slovena

Nella Provincia di Lubiana, fallito il tentativo di instaurare un regime di occupazione morbido, emerse presto un movimento resistenziale: la conseguente repressione italiana fu dura ed in molti casi furono commessi crimini di guerra con devastazioni di villaggi e rappresaglie contro la popolazione civile. Le sanguinose rappresaglie attuate dal Regio Esercito italiano, per reprimere le azioni di guerriglia partigiana aumentarono il risentimento della popolazione slava nei confronti degli italiani.

« Si procede ad arresti, ad incendi [. . .] fucilazioni in massa fatte a casaccio e incendi dei paesi fatti per il solo gusto di distruggere [. . .] La frase »gli italiani sono diventati peggiori dei tedeschi«, che si sente mormorare dappertutto, compendia i sentimenti degli sloveni verso di noi »
(Riportato da due riservatissime personali del 30 luglio e del 31 agosto 1942, indirizzate all'Alto Commissario per la Provincia di Lubiana Emilio Grazioli, dal Commissario Civile del Distretto di Longanatico (in sloveno: Logatec) Umberto Rosin[42])

A scopo repressivo, numerosi civili sloveni furono deportati nei campi di concentramento di Arbe e di Gonars[43].

Nei territori annessi, accorpati alla Provincia di Fiume ed al Governatorato della Dalmazia, fu avviata una politica di italianizzazione forzata del territorio e della popolazione. In tutto il Quarnero e la Dalmazia, sia italiana che croata, si innescò dalla fine del 1941 una crudele guerriglia, contrastata da una repressione che raggiunse livelli di massacro dopo l'estate 1942.

« . . . Si informano le popolazioni dei territori annessi che con provvedimento odierno sono stati internati i componenti delle suddette famiglie, sono state rase al suolo le loro case, confiscati i beni e fucilati 20 componenti di dette famiglie estratti a sorte, per rappresaglia contro gli atti criminali da parte dei ribelli che turbano le laboriose popolazioni di questi territori . . . »
(Dalla copia del proclama prot. 2796, emesso in data 30 maggio 1942 dal Prefetto della Provincia di Fiume Temistocle Testa, riportata a pagina 327 del libro di Boris Gombač, Atlante storico dell'Adriatico orientale (op. cit.))

Il 12 luglio 1942 nel villaggio di Podhum, per rappresaglia furono fucilati da reparti militari italiani per ordine del Prefetto della Provincia di Fiume Temistocle Testa tutti gli uomini del villaggio di età compresa tra i 16 ed i 64 anni. Sul monumento che oggi sorge nei pressi del villaggio sono indicati i nomi delle 91 vittime dell'eccidio. Il resto della popolazione fu deportata nei campi di internamento italiani e le abitazioni furono incendiate.[44]

Nello Stato Indipendente di Croazia, il regime ustascia scatenò una feroce pulizia etnica nei confronti dei serbi, nonché di zingari ed ebrei, simboleggiata dall'istituzione del campo di concentramento di Jasenovac, e contro il regime e gli occupanti presero le armi i partigiani di Tito, plurietnici e comunisti, ed i cetnici, nazionalisti monarchici a prevalenza serba.[45], i quali perpetrarono a loro volta crimini contro la popolazione civile croata che appoggiava il regime ustascia e si combatterono reciprocamente. A causa dell'annessione della Dalmazia costiera al Regno d'Italia, cominciarono inoltre a crescere le tensioni tra il regime ustascia e le forze d'occupazione italiane; venne perciò a formarsi, a partire dal 1942, un'alleanza tattica tra le forze italiane ed i vari gruppi cetnici: gli italiani incorporarono i cetnici nella Milizia volontaria anticomunista (MVAC) per combattere la resistenza titoista, provocando fortissime tensioni con il regime ustascia[senza fonte].

Dopo la guerra la Jugoslavia chiese di giudicare i presunti responsabili di questi massacri (come il generale Mario Roatta), ma l'Italia negò la loro estradizione grazie ad alcune amnistie[46]

Gli eccidi contro la popolazione italiana[modifica | modifica wikitesto]

1943: armistizio e prime esecuzioni[modifica | modifica wikitesto]

Zone controllate dai partigiani di Tito subito dopo la capitolazione italiana (8 settembre 1943)
Norma Cossetto
Recupero di resti umani dalla foiba di Vines, località Faraguni, presso Albona d'Istria negli ultimi mesi del 1943
4 novembre 1943: accanto alla foiba di Terli vengono ricomposti i corpi di Albina Radecchi (A), Caterina Radecchi (B), Fosca Radecchi (C) e Amalia Ardossi (D)
Autunno 1943: recupero di una salma, gli uomini indossano maschere antigas per i miasmi dell'aria attorno alla foiba

L'8 settembre 1943 con l'armistizio tra Italia e Alleati, si verifica il collasso del Regio Esercito. Fin dal 9 settembre le truppe tedesche assunsero il controllo di Trieste e successivamente di Pola e di Fiume, lasciando momentaneamente sguarnito il resto della Venezia Giulia. I partigiani occuparono quindi buona parte della regione, mantenendo le proprie posizioni per circa un mese. Il 13 settembre 1943, a Pisino venne proclamata unilateralmente l'annessione dell'Istria alla Croazia, da parte del Consiglio di liberazione popolare per l'Istria.[47] Il 29 settembre 1943 venne istituito il Comitato esecutivo provvisorio di liberazione dell'Istria. Improvvisati tribunali, che rispondevano ai partigiani dei Comitati popolari di liberazione, emisero centinaia di condanne a morte. Le vittime furono non solo rappresentanti del regime fascista e dello Stato italiano, oppositori politici, ma anche semplici personaggi in vista della comunità italiana e potenziali nemici del futuro Stato comunista jugoslavo che s'intendeva creare.[48] A Rovigno il Comitato rivoluzionario compilò una lista contenente i nomi dei fascisti, nella quale tuttavia apparivano anche persone estranee al partito e che non ricoprivano cariche nello stato italiano. Vennero tutti arrestati e condotti a Pisino. In tale località furono condannati e giustiziati assieme ad altre persone di etnia italiana e croata. La maggioranza dei condannati fu scaraventata nelle foibe o nelle miniere di bauxite, alcuni mentre erano ancora in vita.[49] Secondo le stime più attendibili, le vittime del periodo settembre-ottobre 1943 nella Venezia Giulia, si aggirano sulle 400-600 persone. Alcune delle uccisioni sono rimaste impresse nella memoria comune dei cittadini per la loro efferatezza: tra queste sono Norma Cossetto, don Angelo Tarticchio, le tre sorelle Radecchi. Norma Cossetto ha ricevuto il riconoscimento della medaglia d'oro al valor civile.

I ritrovamenti dell'autunno 1943[modifica | modifica wikitesto]

Le prime ispezioni delle foibe istriane, che furono disposte immediatamente dopo il ripiegamento dei partigiani conseguente alla successiva invasione nazista, consentirono il rinvenimento di centinaia di corpi.

Il compito di ispezionare le foibe fu affidato al maresciallo dei Vigili del Fuoco Arnaldo Harzarich di Pola, che condusse le indagini da ottobre a dicembre del 1943 in Istria.

La propaganda fascista diede ampio risalto a questi ritrovamenti, che suscitarono una forte impressione. Fu allora che il termine "foibe" cominciò ad essere associato agli eccidi, fino a diventarne sinonimo (anche quando compiuti in maniera diversa). Paradossalmente, l'enfasi data ai ritrovamenti da parte della Repubblica di Salò alimentò da un lato il clima di terrore che favorì il successivo esodo, dall'altro lato la reazione negazionista con cui le sinistre respinsero per molto tempo la fondatezza di un crimine denunciato per la prima volta dal nemico fascista.

L'armistizio in Dalmazia[modifica | modifica wikitesto]

Il 10 settembre, mentre Zara veniva presidiata dai tedeschi, a Spalato ed in altri centri dalmati entravano i partigiani jugoslavi. Vi rimasero sino al 26 settembre, sostenendo una battaglia difensiva per impedire la presa della città da parte dei tedeschi. Mentre si svolgevano quei 16 giorni di lotta, fra Spalato e Traù i partigiani soppressero 134 italiani, compresi agenti di pubblica sicurezza, carabinieri, guardie carcerarie ed alcuni civili.

La Dalmazia fu occupata militarmente dai tedeschi, dalla 7. SS-Gebirgsdivision "Prinz Eugen". La 77ª divisione fanteria italiana Bergamo, di stanza a Spalato e precedentemente impegnata per anni proprio nella lotta antipartigiana, in quel frangente appoggiò in massima parte i partigiani e combatté in condizioni psicologiche e materiali difficilissime contro le truppe germaniche, fra le quali la sopra citata divisione Prinz Eugen, nonostante l'atteggiamento aggressivo e poco collaborativo dei partigiani titini. Dopo la capitolazione ordinata dal comandante, generale Becuzzi, molti ufficiali italiani furono passati per le armi ad opera di elementi delle truppe germaniche, in quello che è noto come il massacro di Treglia. La Dalmazia fu annessa allo Stato Indipendente di Croazia. Tuttavia Zara, restò - seppur sotto il controllo tedesco - sotto la sovranità della RSI, fino alla occupazione jugoslava dell'ottobre 1944.

L'occupazione tedesca della Venezia Giulia e l'Ozak[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Operazione Nubifragio e Zona d'operazioni del Litorale adriatico.
Le aree segnate in verde facevano ufficialmente parte della Repubblica Sociale Italiana ma erano considerate dalla Germania zone di operazione militare e sottoposte a diretto controllo tedesco[50]

A seguito dell'armistizio di Cassibile i tedeschi lanciarono l'Operazione Nubifragio, con l'obbiettivo di assumere il controllo della Venezia Giulia, della provincia di Lubiana e dell'Istria.

L'offensiva ebbe inizio nella notte del 2 ottobre 1943 e portò all'annientamento della resistenza opposta da parte di nuclei partigiani, che furono decimati, catturati, costretti alla fuga o dispersi. I partigiani cercarono di ostacolare i tedeschi con imboscate, colpi di mano e agguati: questi reagirono colpendo la popolazione civile, anche di etnia italiana, con fucilazioni indiscriminate, violenze, incendi di villaggi e saccheggi.

Uno dei momenti più significativi sul territorio italiano fu la battaglia di Gorizia combattuta fra i giorni 11 e 26 settembre 1943 tra l'esercito tedesco e la Brigata Proletaria, un raggruppamento partigiano forte di circa 1500 uomini, costituito in massima parte da operai dei Cantieri Riuniti dell'Adriatico di Monfalcone rafforzato da un consistente gruppo di partigiani sloveni.

L'Operazione Nubifragio si concluse il 9 ottobre con la conquista di Rovigno.

Gli occupatori germanici costituirono nell'area occupata la Zona d'operazioni del Litorale adriatico o OZAK (acronimo di Operationszone Adriatisches Küstenland). Questa, pur essendo ufficialmente parte della R.S.I. era sottoposta all'amministrazione militare tedesca e di fatto, annessa al Terzo Reich.

Ludwik Kübler

Ludwig Kübler era il comandante militare della regione (il suo quartier generale si trovava a Spessa, presso Cormons), che si avvalse della collaborazione di reparti quali la Milizia Difesa Territoriale (il nuovo nome per la Guardia Nazionale Repubblicana nell'OZAK), la polizia di Pubblica Sicurezza (di cui fece parte la Banda Collotti), la Guardia Civica, due reparti regolari dell'esercito della RSI (Battaglione bersaglieri Mussolini e Reggimento Alpini Tagliamento), la Xª Flottiglia MAS (dal novembre '44 al febbraio '45), le Brigate nere, i battaglioni italiani volontari di polizia, la polizia tedesca e vari reparti sloveni, croati, serbi e cosacco caucasici.

Dal settembre 1943 all'aprile 1945 si susseguirono le repressioni nazifasciste che portarono la provincia di Gorizia ad essere la prima in Italia per numero di morti nei campi di sterminio nazisti.[51]

Autunno 1944: Ritiro dei tedeschi dalla Dalmazia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Zara, Bombardamenti di Zara e Spalato.

Ulteriori eccidi si ebbero nel corso dell'occupazione delle città dalmate dove risiedevano comunità italiane.

Veduta di Zara distrutta dai bombardamenti (Molo di Riva Nuova)
Achille Beltrame, in una copertina de la Domenica del Corriere del gennaio 1944, illustrò l'annegamento del farmacista Pietro Ticina e della famiglia, nei pressi di Zara.

Terribile fu la sorte di Zara, ridotta in rovine dai bombardamenti aerei anglo-americani, che causarono la morte di alcune migliaia di civili (da 2 a 4.000) e contribuirono alla fuga di quasi il 75% dei suoi abitanti. Alla fine di ottobre 1944 anche l'esercito tedesco e la maggior parte dell'amministrazione civile italiana abbandonarono la città.

La città fu occupata dagli Jugoslavi il 1º novembre 1944: si stima che il totale delle persone soppresse dai partigiani in pochi mesi sia di circa 180.[52] Fra gli altri furono uccisi i fratelli Nicolò e Pietro Luxardo (industriali, produttori del celebre liquore maraschino): secondo alcune testimonianze Nicolò fu annegato in mare[53]. Quella dell'annegamento in mare legati a macigni è una pratica di cui sono state date varie testimonianze[54], tanto da divenire nell'immaginario popolare la "tipica" modalità di esecuzione delle vittime zaratine, similmente alle foibe in Venezia Giulia.

Primavera 1945: l'occupazione della Venezia Giulia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Massacro di Bačka.
Territori controllati dagli Alleati (rosa/rosso) e dai tedeschi (bianco) al 1/5/1945.

Nella primavera del 1945 gli jugoslavi crearono una nuova Armata – la IV, al comando del giovane generale Petar Drapšin – col compito di puntare verso Fiume, l'Istria e Trieste. L'ordine era di occupare la Venezia Giulia nel più breve tempo possibile, anticipando quindi gli alleati anglosassoni in quella che venne in seguito chiamata corsa per Trieste. Tale obiettivo divenne primario per l'Armata popolare di liberazione della Jugoslavia: il 20 aprile 1945 la IV armata jugoslava entrò nella Venezia Giulia e assieme alle unità del IX Korpus sloveno, ivi già operanti dal dicembre 1943, tra il 30 aprile ed il 1º maggio dilagò nel Carso e nell'Istria, occupando Trieste e Gorizia (1º maggio), Fiume (3 maggio) e Pola (5 maggio),[55] all'incirca una settimana prima della stessa liberazione di Lubiana e Zagabria. Ciò corrispondeva alla volontà di Tito di creare il "fatto compiuto" sul terreno, determinante ai fini delle future trattative sulla delimitazione dei confini fra Italia e Jugoslavia, invadendo l'Italia nord-orientale fino al fiume Tagliamento, mentre la sovranità sulle capitali di Slovenia e Croazia non era in discussione. Allo stesso modo, gli jugoslavi entrarono in forze nella Carinzia austriaca, già oggetto di rivendicazioni al termine della Prima guerra mondiale.

Il nuovo regime si mosse nella Venezia Giulia in due direzioni. Le autorità militari avevano il mandato di ristabilire la legittimità della nuova situazione creatasi con operazioni militari di occupazione. L'OZNA, la polizia segreta jugoslava, invece, operava nella più totale autonomia. Il compito della stessa era quello di arrestare i componenti del CLN e delle altre organizzazioni antifasciste italiane nonché tutti coloro che avrebbero potuto opporsi alla futura annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia,[senza fonte] rivendicando l'appartenenza della stessa all'Italia.

Dopo la liberazione dall'occupazione tedesca, a partire dal maggio del 1945, nelle province di Gorizia, Trieste, Pola e Fiume il potere venne assunto dalle forze partigiane jugoslave; tale periodo fu funestato da arresti, sparizioni e uccisioni di centinaia di persone, alcune delle quali gettate nelle foibe ancora vive. A Gorizia, Trieste e Pola le violenze cessarono solamente dopo la sostituzione della amministrazione jugoslava con quella degli alleati, che avvenne il 12 giugno 1945 a Gorizia e Trieste, ed il 20 giugno a Pola; invece a Fiume, semplicemente, gli alleati non giunsero mai, e le persecuzioni continuarono imperterrite.

Gli eccidi a Trieste ed in Istria[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Trieste#L'occupazione jugoslava.
Don Francesco Bonifacio (beato in odium fidei) fu ucciso a Grisignana l'11 settembre 1946, parecchio tempo dopo il periodo delle "foibe" vero e proprio

I baratri venivano usati per l'occultamento di cadaveri con tre scopi: eliminare gli oppositori politici e i cittadini italiani che si opponevano (o avrebbero potuto opporsi) alle politiche del Partito Comunista Jugoslavo di Tito.

Di nuovo si verificarono uccisioni efferate, come quella dei democristiani Carlo Dell'Antonio e Romano Meneghello e di don Francesco Bonifacio, torturato e quindi assassinato (il suo corpo non è mai stato ritrovato); ritenuto martire in odium fidei dalla Chiesa, è stato beatificato nel 2008.

Tra altri politici di riferimento del CLN, si segnalano i casi di Augusto Bergera e Luigi Podestà - che restano due anni in campo di concentramento jugoslavo - e quelli del socialista Carlo Schiffrer e dell'azionista Michele Miani, che miracolosamente riescono ad aver salva la vita[56].

Gli scritti dell'allora sindaco di Trieste, Gianni Bartoli, nonché alcuni documenti inglesi riportano che molte migliaia di persone sono state gettate nelle foibe locali riferendosi alla sola città di Trieste e alle zone limitrofe, non includendo dunque il resto della Giulia, dell'Istria (dove si è registrata la maggioranza dei casi) e della Dalmazia. In possesso di queste informazioni il Governo De Gasperi nel maggio 1945 chiese ragione a Tito di 2.500 morti e 7.500 scomparsi nella Venezia Giulia. Tito confermò l'esistenza delle foibe come occultamento di cadaveri e i governi jugoslavi successivi mai smentirono.

Un controverso studio svolto dalla giornalista Claudia Cernigoi[57], stima 517 vittime triestine, di cui 412 apparterrebbero a formazioni militari, paramilitari o di polizia, poste al servizio delle autorità germaniche dell'OZAK (tra cui la Milizia Difesa Territoriale, l'Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza, formazioni della X^ MAS, Brigate Nere, formazioni squadriste), e che una consistente parte di esse (almeno 79), non erano state infoibate[58] ma decedute a Borovnica o in altri campi di prigionia militari jugoslavi.

Gorizia e provincia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Deportazioni di Gorizia.
Monumento dedicato ai Goriziani deportati

Con l'arrivo dell'Armata Popolare Jugoslava anche a Gorizia iniziarono le repressioni che toccarono l'apice fra il 2 e il 20 maggio. Migliaia furono gli arresti e gli scomparsi non solo tra gli italiani, ma anche tra gli sloveni che si opponevano al regime comunista di Tito.

Fra le vittime si ricordano alcuni esponenti politici locali di riferimento del CLN: Licurgo Olivi del Partito Socialista Italiano e Augusto Sverzutti del Partito d'Azione, che non si sa ancora quando fu ucciso e se il suo cadavere fu infoibato[59].

Le autorità slovene a marzo del 2006 hanno consegnato al sindaco di Gorizia un elenco di 1.048 deportati dalla provincia di Gorizia, dei quali circa 900 non hanno fatto più ritorno; di questi circa 470 appartenevano a forze di ordine pubblico e formazioni militari italiane postesi al servizio degli occupatori tedeschi, circa 250 erano civili giuliani, 70 civili originari di altre province italiane e circa 110 sloveni collaborazionisti o presunti tali. Secondo il presidente dell'Unione degli Istriani, Massimiliano Lacota, questa lista sarebbe ancora grandemente incompleta.[60]

Fiume[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Provincia di Fiume.
Bombardamento di Fiume da parte degli aerei della RAF (1944)

Fiume fu occupata[61] il 3 maggio dagli jugoslavi che avviarono immediatamente un'intensa campagna di epurazione, formalmente giustificata con la scusante retorica della "persecuzione degli occupatori nazifascisti e dei loro sostenitori": tuttavia nel calderone degli "occupatori nazifascisti" oltre ai militari tedeschi e ai militari e funzionari italiani della RSI, vennero inseriti anche i reali o potenziali oppositori all'annessionismo jugoslavo e al costituendo regime comunista.

Icilio Bacci

Gli agenti dell'OZNA deportarono 65 guardie di pubblica sicurezza e agenti della questura, 34 guardie di finanza e una decina di carabinieri; alcuni esponenti compromessi con il regime fascista furono invece uccisi sul posto[62]. Tra gli esponenti più in vista del PNF furono uccisi i senatori fiumani Icilio Bacci e Riccardo Gigante (podestà di Fiume dal 1930 al 1934), che non si erano macchiati di crimini. Nell'ambito della caccia agli esponenti politici italiani vennero uccisi - fra gli altri - gli ex podestà Carlo Colussi (in carica dal 1934 al 1938, venne eliminato con la moglie Nerina Copetti) e Gino Sirola (podestà dal 1943 al 1945). In anni recenti vicino alla località di Castua è stata individuata la fossa dove riposano i resti di Gigante, ma risulta difficile il loro recupero.

Particolarmente violenta fu anche la caccia ai superstiti del Partito Autonomista Fiumano, particolarmente forte in città, che era visto come un potenziale ostacolo all'annessione della città alla Jugoslavia. Il quotidiano comunista La Voce del Popolo scatenò una violentissima campagna di denuncia contro gli autonomisti, che vennero equiparati ai fascisti. I partigiani uccisero nelle prime ore di occupazione della città i vecchi capi del partito, dei quali una buona parte era schiettamente antifascista. Fra questi Mario Blasich (infermo da anni, venne strangolato nel suo letto), Giuseppe Sincich (prelevato dalla sua casa e abbattuto a raffiche di mitra), Mario Skull (ucciso a colpi di pistola), Giovanni Baucer, Mario De Hajnal e Giovanni Rubinich che fu fondatore del Movimento Autonomista Liburnico. Toccante fu la storia dell'ebreo Angelo Adam. Già deportato a Dachau e miracolosamente salvatosi, al ritorno in città venne eletto nei comitati sindacali aziendali, che fra i mesi di luglio e dicembre 1945 videro impegnate le intere maestranze cittadine, su impulso del Partito Comunista Croato. Inaspettatamente, queste elezioni videro il trionfo delle componenti autonomiste, che ottennero oltre il 70% dei seggi. In procinto di partire per Milano per incontrare i componenti del CLNAI, Angelo Adam venne arrestato, così come in immediata successione la moglie Ernesta Stefancich e il giorno dopo la figlia minorenne Zulema Adam, recatasi presso le autorità per chiedere informazioni sulla sorte dei genitori. Di nessuno dei tre si ebbero più notizie.

La persecuzione colpì anche gli esponenti dei CLN, secondo una linea ampiamente usata anche a Trieste e Gorizia. Numerosi furono nelle tre città gli arresti e le deportazioni di antifascisti, dei quali solo alcuni faranno ritorno dai campi di concentramento dopo lunghi periodi di detenzione. Ancora nel 1946 - assai dopo le esplosioni di "jacquerie" - risulteranno comminate condanne capitali contro reclusi accusati di aver fatto parte dei CLN.[63]

Il numero di italiani sicuramente uccisi dall'entrata nella città di Fiume delle truppe jugoslave (3 maggio 1945) fino al 31 dicembre 1947 è di 652, a cui va aggiunto un altro numero di vittime non esattamente identificabile per mancanza di riscontri certi.[64]

Lapide votiva nel cimitero di Cossala, a Fiume.

Contemporaneamente agli omicidi, le autorità comuniste jugoslave misero in campo una serie di provvedimenti per la soppressione di tutti gli enti pubblici ed assistenziali italiani, nonché circa duemila ordinanze di sequestro e confisca di beni privati. Il tutto abbinato ad una serie di violente azioni antireligiose, quali la soppressione delle festività scolastiche in occasione del Natale: l'astensione volontaria di massa dalle lezioni che ebbe luogo il 25 dicembre 1945 venne considerata quindi "attività sovversiva e antipopolare" e sottoposta a dura repressione.

Assieme a queste misure, fin dai primi mesi di occupazione jugoslava vennero contestualmente disattese le promesse di mantenimento del bilinguismo italiano-croato, essendo pure tradizionalmente considerata la componente italiana fiumana in massima parte come "croati di lingua italiana", e quindi da indirizzare forzatamente verso la propria originaria lingua nazionale.

Cause[modifica | modifica wikitesto]

« ....già nello scatenarsi della prima ondata di cieca violenza in quelle terre, nell'autunno del 1943, si intrecciarono "giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento" della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia. Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una "pulizia etnica". »
(Discorso del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione della celebrazione del "Giorno del ricordo". Roma, 10 febbraio 2007[65])

La qualificazione delle concause e dei fattori che possono essere alla base dei massacri delle foibe è un'operazione senza dubbio complessa. Dall'esame dei fatti storici emergono una serie di elementi antecedenti non trascurabili, quali:

  • la contrapposizione nazionale ed etnica fra sloveni e croati da una parte e italiani dall'altra, causata dall'imporsi del concetto di nazionalità e stato nazionale nell'area;
  • gli opposti irredentismi, per cui i territori mistilingui della Dalmazia, della Venezia Giulia e del Quarnaro dovevano appartenere, in esclusiva, all'uno o all'altro ambito nazionale, e quindi all'uno o all'altro stato;
  • le conseguenze della prima guerra mondiale, con un'intensa battaglia diplomatica per la definizione dei confini fra il Regno d'Italia e il neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni con conseguenti tensioni etniche, che portarono a disordini locali e compressioni delle rispettive minoranze fin dal primo dopoguerra;
  • il tentativo di assimilazione forzata delle minoranze slave della Venezia Giulia durante il ventennio fascista;
  • l'occupazione militare italiana, durante la seconda guerra mondiale, di diverse zone della Jugoslavia durante le quali si verificarono anche crimini di guerra contro la popolazione civile[66][67];
  • la guerra nel teatro jugoslavo-balcanico, che fu uno dei fronti più complessi e violenti[68] (ad esempio l'operato degli ustascia croati);
  • la convinzione dei partigiani jugoslavi che erano legittimati ad annettere al futuro stato jugoslavo quella parte della Venezia Giulia e del Friuli (Litorale sloveno ed Istria), abitata prevalentemente o quasi esclusivamente da croati e sloveni;
  • la convinzione, diffusa fra i partigiani jugoslavi, che la guerra di liberazione jugoslava non avesse solo un carattere "nazionale", ma anche "sociale", con la popolazione italiana percepita anche come "classe dominante" contro cui lottare;
  • la natura totalitaria e repressiva del costituendo regime comunista jugoslavo

La spirale di violenza si innescò immediatamente dopo la caduta del regime nazifascista, favorita dalle tensioni politiche e sociali presenti sul territorio, che contribuirono al compimento di azioni di natura giustizialista nei confronti dei sostenitori del precedente regime e che furono successivamente indirizzate da alcuni nuclei di potere, formatisi in seno al movimento di resistenza, all'eliminazione di potenziali avversari politici, additati come nemici del popolo. In questa analisi non vanno trascurate anche le azioni criminali di semplici delinquenti, che approfittarono della confusione e della temporanea assenza di forze di polizia, preposte al mantenimento dell'ordine pubblico, per compiere azioni criminali e azioni di violenza gratuita.[69]

« Una delle argomentazioni più diffuse al riguardo (chiaramente giustificazionista, va notato subito, ma non certo infondata) è che le foibe sarebbero - a parte errori ed eccessi - ritorsione ai crimini di guerra commessi da militari e fascisti italiani nel corso della loro occupazione (...). Ad essi vengono connessi i crimini della politica fascista e nazionalista (...). La tesi è stata sostenuta fino ad anni recenti, e oggi (...), viene ancora menzionata (...), anche se è sempre più pacifica(...) la constatazione del movente politico dei fatti. Ciò però vale soprattutto per i fatti del 1945 e poco per quelli del 1943, tuttora spesso oscuri e non documentati, specie in Croazia. (...) I fatti del maggio 1945 sono certo caratterizzati da 'furor popolare' come più volte si è detto. Ma esso è lo scenario, e il dramma che vi si svolse aveva sostanza politica. La presenza di volontà organizzata non è dubbia. Eliminazione fisica dell'oppositore e nemico (di forze armate giudicate collaborazioniste) e, insieme, intimidazione e, col giustizialismo sommario, coinvolgimento nella formazione violenta di un nuovo potere. »
(Elio Apih, "Le foibe giuliane", Libreria Editrice Goriziana, 2010, ISBN 9788861020788; p.21 e p.70)

Ciò premesso, il fenomeno delle foibe può essere considerato[senza fonte] come un evento derivante da un disegno politico annessionista, il cui duplice obiettivo era::

  • l'annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia: si volevano pertanto neutralizzare quelli (essenzialmente italiani) che si opponevano all'annessione di queste terre alla Jugoslavia.
  • l'avvento di un governo comunista jugoslavo in quelle terre: si volevano pertanto neutralizzare reali o potenziali oppositori del costituendo regime comunista.

Pertanto gli eccidi "si verificarono in un clima di resa dei conti per la violenza fascista e di guerra ed appaiono in larga misura il frutto" di una "violenza di stato"[70], attuata con la repressione politica e l'intimidazione[71], in vista dell'annessione alla Jugoslavia di tutta la Venezia Giulia (incluse Trieste e Gorizia)[72] e per eliminare gli oppositori (reali o presunti) del costituendo regime comunista. In vista di questi due obiettivi era infatti necessario reprimere le classi dirigenti italiane (compresi antifascisti e resistenti), per eliminare ogni forma di resistenza organizzata. Questo aspetto era particolarmente importante a Gorizia e Trieste, della cui annessione gli Jugoslavi non erano (a ragione) certi. Tito, pertanto, fece il possibile per occupare le due città prima di ogni altra forza alleata, per assicurarsi una posizione di forza nelle trattative. Durante l'occupazione di Gorizia e di Trieste diverse migliaia di italiani furono arrestati, uccisi o deportati nei lager jugoslavi (soprattutto nel campo di lavoro e detenzione di Borovnica e nel carcere dell'OZNA di Lubiana).[73][74] Neutralizzando i vertici dirigenziali, ed eliminando o intimorendo i cittadini italiani tentò di far credere che gli jugoslavi fossero la maggioranza assoluta della popolazione: la composizione etnica sarebbe stata, infatti, un fattore decisivo nelle conferenze del dopoguerra e per questo motivo la riduzione della popolazione italiana risultava essenziale.[75]

Lo sfruttamento del clima giustizialista per eliminare, oltre ai sostenitori del regime fascista, anche potenziali oppositori politici, accomuna, secondo lo storico Boris Gombač, i massacri delle foibe alle violenze perpetrate nello stesso periodo da gruppi radicali comunisti nel così detto triangolo della morte in Emilia, dove tra le migliaia di vittime della violenza insurrezionale vi furono anche circa 400 tra proprietari terrieri, industriali, professionisti, preti ed altri appartenenti alla borghesia, solo perché dichiaratisi anticomunisti.[76]

Su questo dibattuto problema, gli storici italiani e sloveni hanno raggiunto conclusioni concordi, espresse nella Relazione della Commissione storico-culturale italo-slovena[77]:

« Tali avvenimenti si verificarono in un clima di resa dei conti per la violenza fascista e di guerra ed appaiono in larga misura il frutto di un progetto politico preordinato, in cui confluivano diverse spinte: l'impegno ad eliminare soggetti e strutture ricollegabili (anche al di là delle responsabilità personali) al fascismo, alla dominazione nazista, al collaborazionismo ed allo stato italiano, assieme ad un disegno di epurazione preventiva di oppositori reali, potenziali o presunti tali, in funzione dell'avvento del regime comunista, e dell'annessione della Venezia Giulia al nuovo Stato jugoslavo. L'impulso primo della repressione partì da un movimento rivoluzionario che si stava trasformando in regime, convertendo quindi in violenza di Stato l'animosità nazionale ed ideologica diffusa nei quadri partigiani. »
(Relazione della Commissione storico-culturale italo-slovena, Relazioni italo-slovene 1880-1956, "Periodo 1941-1945", Paragrafo 11, Capodistria, 2000)

Le autorità italiane, pur avendo sostenuto l'operato della commissione, non hanno adottato la relazione, ritenendo inopportuno conferire ad essa uno status di ufficialità che non è compatibile con il principio della libera ricerca[senza fonte]. Il Governo italiano nel 2007, rispondendo ad una interrogazione parlamentare del deputato Cardano, ha precisato che, godendo già la Relazione della Commissione bilaterale dello status di ufficialità ed essendo passati ormai ben 7 anni dalla sua prima pubblicazione sulla stampa e dal riconoscimento ufficiale del governo sloveno, non riteneva necessario pubblicarla in quanto essa godeva già dello status di ufficialità, e confermando la sua veridicità ne ha auspicato la diffusione nel mondo della cultura e della scuola.[78]

Per quanto riguarda il supposto aspetto "vendicativo"[79], essendo i fascisti e i loro fiancheggiatori in gran parte italiani (sia pure non in numero superiore rispetto ad altre regioni italiane), ed opponendosi essenzialmente gli italiani all'annessione alla Jugoslavia, soprattutto a livello locale fu frequentemente utilizzata l'equazione italiano = fascista.[80] Questo aspetto provocò, localmente, episodi di "jacquerie" (insurrezioni spontanee dei ceti popolari), in cui molti colsero anche l'opportunità di portare avanti vendette personali o compiere rapine eliminando i testimoni. Gli episodi di jacquerie si verificarono prevalentemente nel corso degli eccidi del settembre-ottobre del 1943, avvenuti in un contesto in cui vennero a mancare i poteri costituiti.[81] Tale jacquerie si rivolse non solo verso i rappresentanti del regime fascista, ma anche verso gli italiani in quanto tali.[82]

Vittime[modifica | modifica wikitesto]

Tipologia delle vittime[modifica | modifica wikitesto]

Tra i caduti figurano non solo personalità legate al Partito nazionale fascista, ma anche ufficiali, funzionari e dipendenti pubblici, insegnanti, impiegati bancari, sacerdoti, parte dell'alta dirigenza italiana contraria sia al comunismo, sia al fascismo, tra cui compaiono esponenti di organizzazioni partigiane o anti-fasciste, autonomisti fiumani seguaci di Riccardo Zanella, collaboratori e nazionalisti radicali e semplici cittadini.
In paralleli eccidi furono coinvolti anche cittadini italiani o ex italiani di nazionalità slovena e croata. Tali uccisioni ebbero una matrice esclusivamente politica, rimanendo esclusa quella etnica, intendendo il costituendo regime comunista «, oltre a fare i conti con il fascismo, eliminare tutti gli oppositori, anche solo potenziali... »[83].[84] Questi eccidi, quindi, nel dibattito italiano non sono di solito considerati parte degli eccidi delle foibe[85], termine che si riferisce alle sole vittime di nazionalità italiana.

Vittime di nazionalità slovena e croata[modifica | modifica wikitesto]

Tra gli sloveni uccisi vanno ricordati: Ivo Bric di Montespino (Dornberk), antifascista cattolico ucciso con la famiglia il 2 luglio 1943, Vera Lesten di Merna, poetessa e antifascista cattolica, uccisa nel novembre del 1943, la famiglia Brecelj di Aidussina (il padre Anton, le figlie Marica e Angela e il figlio Martin) uccisa nel luglio del 1944. Tra i sacerdoti uccisi (e spesso infoibati) dai comunisti vanno ricordati: don Alojzij Obit del Collio (scomparso nel gennaio 1944), don Lado Piščanc e don Ludvik Sluga di Circhina (uccisi con altri 13 parrocchiani sloveni nel febbraio del 1944), don Anton Pisk di Tolmino (scomparso e probabilmente infoibato nell'ottobre 1944), don Filip Terčelj di Aidussina, sequestrato dalla polizia segreta il 7 gennaio 1946 e successivamente scomparso, e don Izidor Zavadlav di Vertoiba, arrestato e fucilato il 15 settembre 1946. Un caso a parte rappresenta la sorte di Andrej Uršič di Caporetto, giornalista antifascista e anticomunista sloveno, ex membro del TIGR e co-fondatore dell'Unione Democratica Slovena in Italia, sequestrato dall'UDBA nel 31 agosto del 1947, sottoposto a sevizie, probabilmente ucciso nell'autunno del 1948, e il suo cadavere gettato in una delle foibe della Selva di Tarnova.[86]

Quantificazione delle vittime[modifica | modifica wikitesto]

Una quantificazione precisa delle vittime è impossibile a causa di una generale mancanza di documenti. Il governo jugoslavo (e successivamente quello croato) non ha inoltre mai accettato di partecipare a inchieste per determinare il numero di decessi. Negli ultimi anni ha invece dimostrato la sua buona volontà, di far luce sulla vicenda, il Governo della Repubblica di Slovenia, consegnando nel 2005 al sindaco di Gorizia l'elenco dei goriziani arrestati da parte delle autorità jugoslave, redatto in base alle informazioni in suo possesso.[87] Alcuni commentatori ritengono inoltre che una parte della documentazione sia tuttora secretata negli archivi, in particolare dell'ex Partito comunista italiano[88]. Gli studi effettuati recentemente valutano il numero totale delle vittime (comprensive quindi di quelle morte durante la prigionia o la deportazione) come compreso tra poco meno di 5.000 e 11.000[89][7].
Nel dopoguerra e nei decenni immediatamente successivi le vittime venivano usualmente indicate in 15.000[90], anche se all'epoca tali valutazioni non erano basate su stime scientifiche, (e talvolta aumentate fino a 20.000[91] o 30.000[senza fonte]).[92]. Calcoli volumetrici eseguiti tenendo presente la profondità del pozzo prima e dopo la strage della Foiba di Basovizza hanno ipotizzato la presenza di oltre duemila vittime in quella sola foiba[93].
Studi rigorosi sono stati effettuati solo a partire dagli anni novanta. Le salme effettivamente rinvenute di "infoibati" veri e propri finora sono circa un migliaio. Nell'uso comune, comunque, anche gli uccisi in altre circostanze legate all'avanzata delle forze jugoslave lungo il confine orientale italiano vengono considerati vittime "delle foibe".

Modalità delle esecuzioni[modifica | modifica wikitesto]

Nelle foibe sono stati gettati cadaveri sia di militari che di civili. In alcuni casi, com'è stato possibile documentare, furono infoibate persone non colpite o solo ferite[94].

Sebbene quest'ultima modalità di esecuzione fosse, come già detto, solo uno dei modi con cui vennero uccise le vittime dei partigiani di Tito[95], nella cultura popolare divenne il metodo di esecuzione per eccellenza ed un simbolo del massacro.

In realtà la maggior parte delle vittime, considerate come "infoibate", vennero uccise o morirono di stenti o malattia nei campi di concentramento jugoslavi.

Testimonianze[modifica | modifica wikitesto]

Furono poche le persone che riuscirono a salvarsi risalendo dalle foibe, tra questi Graziano Udovisi, Giovanni Radeticchio e Vittorio Corsi hanno raccontato la loro tragica esperienza a storici e/o emittenti televisive.[96]

Schema di una foiba tratto da una pubblicazione del 1946.
« dopo giorni di dura prigionia, durante i quali fummo spesso selvaggiamente percossi e patimmo la fame, una mattina, prima dell'alba, sentii uno dei nostri aguzzini dire agli altri "facciamo presto, perché si parte subito". Infatti poco dopo fummo condotti in sei, legati insieme con un unico filo di ferro, oltre a quello che ci teneva avvinte le mani dietro la schiena, in direzione di Arsia. Indossavamo i soli pantaloni e ai piedi avevamo solo le calze. Un chilometro di cammino e ci fermammo ai piedi di una collinetta dove, mediante un filo di ferro, ci fu appeso alle mani legate un masso di almeno 20 k. Fummo sospinti verso l'orlo di una foiba, la cui gola si apriva paurosamente nera. Uno di noi, mezzo istupidito per le sevizie subite, si gettò urlando nel vuoto, di propria iniziativa. Un partigiano allora, in piedi col mitra puntato su di una roccia laterale, c'impose di seguirne l'esempio. Poiché non mi muovevo, mi sparò contro. Ma a questo punto accadde il prodigio: il proiettile anziché ferirmi spezzò il filo di ferro che teneva legata la pietra, cosicché, quando mi gettai nella foiba, il masso era rotolato lontano da me. La cavità aveva una larghezza di circa 10 m. e una profondità di 15 sino la superficie dell'acqua che stagnava sul fondo. Cadendo non toccai fondo e tornato a galla potei nascondermi sotto una roccia. Subito dopo vidi precipitare altri quattro compagni colpiti da raffiche di mitra e percepii le parole "un'altra volta li butteremo di qua, è più comodo", pronunciate da uno degli assassini. Poco dopo fu gettata nella cavità una bomba che scoppiò sott'acqua schiacciandomi con la pressione dell'aria contro la roccia. Verso sera riuscii ad arrampicarmi per la parete scoscesa e guadagnare la campagna, dove rimasi per quattro giorni e quattro notti consecutive, celato in una buca. Tornato nascostamente al mio paese, per tema di ricadere nelle grinfie dei miei persecutori, fuggii a Pola. E solo allora potei dire di essere veramente salvo. »
(dichiarazione di Radeticchio[97])

Questa testimonianza della primavera del 1945 fu pubblicata il 26 gennaio 1946 sul periodico della Democrazia Cristiana triestina La Prora, e poi riportata integralmente e anonimamente nell'opuscolo Foibe, la tragedia dell'Istria, edito dal CLN dell'Istria[98]. A partire dall'inserimento della testimonianza in un libro di Giuseppe Bedeschi nel 1987[99], questa è stata poi varie volte ripresa dalla pubblicistica[100].

Anche le testimonianze degli scampati dalle foibe hanno causato delle polemiche politico-storiografiche: Pol Vice (pseudonimo di Paolo Consolaro) - un saggista di ispirazione marxista[101] ed esponente di Rifondazione Comunista[102] - ha sottoposto i testi ad una serrata critica, giungendo ad affermare che siamo in presenza di falsi testimoni[103]. Il libro di Pol Vice è stato presentato dall'editore - Alessandra Kersevan - come parte di un progetto più ampio comprendente anche dei similari testi di forte critica di Claudia Cernigoi[104], e Daniela Antoni[105]. La Kersevan - varie volte presentata dalla stampa come "negazionista"[106] - ritiene che sulle foibe stia «funzionando una propaganda forsennata (...) che ha come scopo preciso quello della rivalutazione del fascismo»: «un vero e proprio progetto mediatico di falsificazione della storia (...) costruito ed imposto all'opinione pubblica (...) dall'immediato dopoguerra ad oggi da forze politiche sociali ed economiche tuttora dominanti nel nostro Paese»[107], anche grazie a «storici compiacenti» come Pupo e Spazzali, con la Democrazia Cristiana in testa nell'appoggio politico ai «neo irredentisti ex fascisti»[108].

Storiografia delle 'foibe'[modifica | modifica wikitesto]

Le tesi militanti[modifica | modifica wikitesto]

Nell'immediato dopoguerra le stragi delle foibe hanno avuto un profondo impatto sull'opinione pubblica italiana. Da qui nacque l'esigenza di interpretare l'accaduto, esigenza che fu giocoforza influenzata dal pesante clima politico dell'epoca. Per questo presero piede due versioni, contrastanti e contrapposte, l'una anticomunista e pro italiana, l'altra anticomunista e antijugoslava[109]. Negli anni '50, a causa delle tensioni dovute alla questione triestina, tali versioni si consolidarono presso le forze politiche e la pubblica opinione, fino a diventare una sorta di 'verità acquisita'. Sono queste le tesi "militanti", ossia finalizzate a mettere polemicamente in crisi l'avversario politico[110].

Tali tesi hanno conservato a lungo una grande influenza sull'opinione pubblica, dovuta assai più alle loro implicazioni politiche, che non alle loro correttezza storica[3]. Malgrado la loro infondatezza sia ormai stata dimostrata, hanno pertanto mantenuto una forte diffusione fino a giorni nostri , in quanto «si prestano ad un uso politico che non è mai venuto a meno, mentre le semplificazioni, spesso assai grevi, di cui sono intessute, ne favoriscono l'utilizzo da parte dei mezzi di comunicazione »[111].

La tesi negazioniste[modifica | modifica wikitesto]

Le prime tesi sono quelle negazioniste, volte a negare un qualsivoglia eccidio da parte Jugoslava, che la ricerca storica ha più tardi dimostrato essere « del tutto prive di senso». Ipotesi di questo tipo sono state dominanti nella storiografia della Jugoslavia comunista, dove erano divenute una vera e propria "verità di Stato". Erano basate sul quanto affermato, fin dall'immediato dopoguerra, dagli jugoslavi: "da parte del governo jugoslavo non furono effettuati né confische di beni, né deportazioni, né arresti, salvo che […] di persone note come esponenti fascisti di primo piano o criminali di guerra" (9 giugno 1945)[112].

Nasceva così il falso mito della "vendetta contro i fascisti", che viene tuttora perpetuato, in alcuni ambiti.

La tesi del genocidio nazionale[modifica | modifica wikitesto]

Speculare alla tesi precedente, è la tesi del "genocidio nazionale" degli italiani, secondo cui gli italiani furono perseguitati in quanto tali ("colpevoli solo di essere italiani"), nel tentativo di distruggerne la presenza[113]. Tale tesi, sviluppatasi sulla base della percezione dei protagonisti del tempo, si è andata via via cristallizzando, anche a causa dell'assenza di ricerca storica, divenendo così una convinzione difficile da superare. Anche in questo caso la ricerca storica ne ha rilevato l'inconsistenza, non essendosi mai potuto dimostrare che le stragi avessero come obiettivo una "pulizia etnica" degli italiani. Il numero delle vittime, pur elevato, è infatti lontano dalla dimensioni di un genocidio; inoltre la repressione iugoslava del 1945 ebbe sicuramente finalità intimidatorie nei confronti dell'intera comunità italiana, tuttavia queste sono da collegare non tanto a un progetto di espulsione (che prese effettivamente corpo solo negli anni successivi), quanto alla volontà di far comprendere nel modo più drastico agli italiani, che sarebbero potuti sopravvivere nelle nuova Jugoslavia, solo se avessero accettato il nuovo regime, assieme a tutti i suoi obiettivi di ordine politico, nazionale e sociale[113].

Tale tesi è tuttora popolare nell'ambiente degli esuli e, presentandosi a facili strumentalizzazioni politiche, in talune frange della destra italiana.

L'oblio del dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

« ... va ricordato l'imperdonabile orrore contro l'umanità costituito dalle foibe (...) e va ricordata (...) la "congiura del silenzio", "la fase meno drammatica ma ancor più amara e demoralizzante dell'oblio".

Anche di quella non dobbiamo tacere, assumendoci la responsabilità dell'aver negato, o teso a ignorare, la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica, e dell'averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali. »

(Discorso del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione della celebrazione del "Giorno del ricordo". Roma, 10 febbraio 2007)

Trascorso il dopoguerra, la vicenda è stata a lungo trascurata per i convergenti interessi di governo e opposizione.[114]

Secondo lo storico Gianni Oliva il silenzio fu causato da tre motivi: prima di tutto vi fu un silenzio internazionale, provocato dalla rottura tra Tito e Stalin avvenuta nel 1948, che spinse tutto il blocco occidentale a stabilire rapporti meno tesi con la Jugoslavia, in funzione antisovietica (si era agli inizi della guerra fredda). Vi furono anche cause politiche[115] dal momento che il PCI non aveva interesse a evidenziare le proprie contraddizioni sulla vicenda e le proprie subordinazioni alla volontà del comunismo internazionale. Vi fu infine un silenzio da parte dello Stato Italiano che voleva sorpassare tutto il capitolo della sconfitta nella seconda guerra mondiale, considerato che a partire dagli anni '60 i rapporti fra Jugoslavia e Italia si erano normalizzati.

Oltre a questo non si voleva inoltre riaprire il problema dei molti militari che commisero in Jugoslavia reati di guerra per i quali non furono mai perseguiti, nonostante le iniziali richieste del governo jugoslavo.[senza fonte]

La memoria degli avvenimenti rimase per lo più ristretta nell'ambito degli esuli, di qualche intellettuale anticonformista e di commemorazioni locali. Solo una parte della destra ha sostenuto le ragioni delle vittime, sia pure strumentalizzandole in funzione anticomunista ed esagerando il loro numero.

Ciò non toglie che in opere storiche, l'argomento fosse dibattuto: ad esempio nel 1980, Arrigo Petacco - noto giornalista e saggista - illustrò la tragica realtà di questo massacro. Il suo racconto, pur all'interno di un'opera più ampia e con molte incertezze, prudenze ed omissioni, offriva un quadro sufficientemente completo, senza sottovalutare entità e ferocia delle stragi.

L'analisi delle responsabilità fasciste[modifica | modifica wikitesto]

A partire dagli anni '70 vi sono i primi studi storici sugli eccidi ad opera dell'INSMLI, con contributi di Galliano Fogar, Giovanni Miccoli e Teodoro Sala. Le tesi elaborate sono sicuramente più plausibili rispetto alle sopra citate "tesi militanti", ed hanno consentito di collocare gli eccidi del 1943 e del 1945 all'interno del periodo iniziato nei primi anni '20 con la politica di italianizzazione fascista nei confronti degli allogeni, con le relative oppressioni e violenze, proseguita con l'aggressione italiana contro la Jugoslavia e culminata con la brutale repressione della resistenza jugoslava.

In quest'ottica, apparve logico considerare le stragi come un fenomeno di reazione largamente spontaneo: una sorta di brutale e spesso indiscriminata 'resa dei conti' in reazione alle angherie subite[116]. Tuttavia questa valutazione trascurava un aspetto fondamentale, ossia la premeditazione esistente nella repressione avviata dalle autorità jugoslave e dovuta non tanto a una volontà "barbarica" di sterminio degli italiani, quanto a una ponderata strategia di eliminazione del dissenso, in perfetto stile stalinista. Tali studi hanno comunque avuto il merito di addivenire ad una prima storicizzazione del fenomeno, con l'individuazione delle responsabilità del fascismo nello scoppio della crisi che travolto l'italianità della Venezia Giulia e della Dalmazia.

Il ruolo dell'epurazione preventiva[modifica | modifica wikitesto]

A partire dalla fine degli anni '80 una serie di studi ad opera di Elio Apih, Raoul Pupo e Roberto Spazzali, hanno evidenziato il nesso tra gli eccidi del 1945 e le stragi jugoslave, ossia quell'insieme di eccidi che hanno ovunque marcato la presa del potere in Jugoslavia, da parte di un movimento rivoluzionario a guida comunista, protagonista di una guerra che non era solo di liberazione, ma che era anche una feroce guerra civile, diretta all'eliminazione fisica degli avversari, e che si trascinò, in termini di scontri armati e stragi, fino al 1946.

Pertanto l'ipotesi più plausibile per spiegare gli eccidi delle 'foibe', è stata quella dell'"epurazione preventiva"[117]. Tale epurazione nella Venezia Giulia combinava, in modo inscindibile, obiettivi di rivalsa nazionale e di affermazione ideologica, nonché di riscatto sociale, e voleva eliminare tutti i potenziali oppositori (reali o meno) del disegno politico di Tito. Il progetto era contemporaneamente nazionale ed ideologico, dal momento che mirava sia all'annessione della Venezia Giulia, che all'instaurazione di un regime stalinista.

Questa interpretazione dei fatti, non sottovaluta il fondamentale ruolo del nazionalismo sloveno e croato, e del loro inserimento nell'ambito della politica di potenza della nuova Jugoslavia, e pone al centro dell'attenzione il problema dell'affermazione del comunismo mediante la lotta armata, evidenziando inoltre la differenza fra la resistenza nella Venezia Giulia e quella del resto d'Italia.

Le stragi giuliane del 1945 infatti, non hanno nulla a che vedere con la Resistenza italiana, non solo perché essa non vi partecipò, ma soprattutto perché i contesti in cui agivano i due movimenti di resistenza erano profondamente diversi. In Italia le zone man mano liberate furono, è vero, spesso teatro di svariate azioni violente, che segnavano la brutale conclusione di conflitti che si erano aperti fin dal 1919-22. Tali violenze però, si svolgevano al di fuori delle strutture di uno Stato che sarebbe stato, da lì a poco, ricostruito secondo principi democratici e liberali, e non era nemmeno collegabile a nessun disegno politico complessivo, poiché che l'ipotesi di una presa del potere rivoluzionaria era stata scartata dal PCI.

Nella Venezia Giulia invece, la violenza di massa costituì uno degli elementi portanti di una rivoluzione vittoriosa che si trasformò gradualmente in un regime stalinista, capace di "convertire in violenza di Stato l'aggressività nazionale e ideologica presente nei quadri partigiani".

La commissione storico-culturale italo-slovena[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2001 viene pubblicata la relazione della "Commissione storico-culturale italo-slovena, ", incaricata dal governo italiano e dal governo sloveno di mettere a punto una interpretazione condivisa dei rapporti italo sloveni fra il 1880 e il 1956. Di essa facevano parte i massimi studiosi che, sia in Italia che in Slovenia, si erano occupati del periodo.

Nel rapporto si conclude che «tali avvenimenti si verificarono in un clima di resa dei conti per la violenza fascista e di guerra ed appaiono in larga misura il frutto di un progetto politico preordinato, in cui confluivano diverse spinte: l'impegno ad eliminare soggetti e strutture ricollegabili (anche al di là delle responsabilità personali) al fascismo, alla dominazione nazista, al collaborazionismo ed allo stato italiano, assieme ad un disegno di epurazione preventiva di oppositori reali, potenziali o presunti tali, in funzione dell'avvento del regime comunista, e dell'annessione della Venezia Giulia al nuovo Stato jugoslavo. L'impulso primo della repressione partì da un movimento rivoluzionario che si stava trasformando in regime, convertendo quindi in violenza di Stato l'animosità nazionale ed ideologica diffusa nei quadri partigiani.»[118].

Anni '90: l'emergere del ricordo[modifica | modifica wikitesto]

Con la fine della guerra fredda nei primi anni '90, il tema delle foibe tornò a riscuotere anche l'interesse dei mass media. Anche su iniziativa degli ex comunisti[119], si è posta l'attenzione su questi episodi, che hanno cominciato ad essere ufficialmente ricordati.

Dal 2005 la giornata del 10 febbraio è dedicata alla commemorazione delle stragi e del successivo esodo. La data ricorda il trattato di Parigi siglato nel 1947, che assegnò alla Jugoslavia la grande maggioranza della Venezia Giulia e la città di Zara.

In tale occasione fu trasmessa da RAI 1 la fiction Il cuore nel pozzo prodotta dalla RAI e liberamente ispirata alle stragi delle foibe. La trasmissione ebbe un vasta audience[120], ma suscitò numerose polemiche per la grossolana approssimazione con cui veniva trattato il contesto storico della vicenda[121]

Al di là dei differenti punti di vista che ancora animano l'analisi storica degli avvenimenti[non chiaro], resta la realtà di fondo che negli ultimi anni[quando?] la storiografia e tutta la classe politica italiana hanno finalmente preso coscienza ed ammesso la drammaticità e l'estensione degli avvenimenti che marcarono la fine della presenza italiana in Istria e Dalmazia.

Le tesi militanti oggi[modifica | modifica wikitesto]

La ricerca storica ha ormai pubblicato molteplici studi sugli avvenimenti, molte opere divulgative sono, inoltre, state pubblicate. Nell'opinione pubblica, tuttavia, persiste una forte enfasi, di origine ideologica, sulle responsabilità che comunismo e fascismo hanno avuto nelle foibe: questo genera una serie di "tesi militanti" (secondo la definizione degli storici Pupe e Spazzali), di tesi cioè originate in ambiti politici e non supportate da un adeguato lavoro di ricerca storica.[122]

Comunismo e fascismo: il dibattito sulle responsabilità[modifica | modifica wikitesto]

In particolare, in alcuni ambienti della destra si afferma che le foibe sono state semplicemente un crimine del comunismo (spregiativamente chiamato "barbarie slavocomunista"), un genocidio di cittadini inermi che avevano la "sola colpa di essere italiani"[123], in preparazione alla successiva pulizia etnica. D'altra parte, in alcuni ambienti della sinistra, è diffuso un atteggiamento "giustificazionista" e si presentano gli eccidi come una "reazione" alla brutalità fascista.[124][125][126] È diffuso, inoltre, un atteggiamento "riduzionista"[127] che contesta il numero delle vittime delle foibe correggendolo al ribasso e che sostiene che gli eccidi abbiano coinvolto essenzialmente esponenti fascisti, sia militari che civili, responsabili di repressioni e di crimini di guerra italiani in Jugoslavia.[128] [129] Si è visto sopra come le cause degli eccidi siano, in realtà, molto più complesse rispetto a queste semplificazioni.

Responsabilità del regime comunista jugoslavo[modifica | modifica wikitesto]

« ... le "foibe" (...) sono state una variante locale di un processo generale che ha coinvolto tutti i territori in cui si realizzò la presa del potere da parte del movimento partigiano comunista jugoslavo ... »
(Raoul Pupo, Le stragi del secondo dopoguerra nei territori amministrati dall'esercito partigiano jugoslavo[130])

Gli eccidi, come detto, avevano anche l'obiettivo di eliminare i possibili oppositori del costituendo regime comunista jugoslavo[131] e furono uno dei tanti eccidi che caratterizzarono la sua ascesa al potere[130], fra questi è rimasto tristemente celebre il massacro di Bleiburg. Repressioni di tale portata furono consentite dalle caratteristiche dittatoriali del regime comunista di Tito. Simili repressioni furono, inoltre, caratteristiche dell'ascesa al potere di gran parte dei regimi comunisti del periodo (che all'epoca conicidevano con lo stalinisimo), fatto che ha spesso portato a presentare le foibe 'tour court' come un "crimine del comunismo".

La posizione del Partito Comunista Italiano[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Treno della vergogna e Esodo dei cantierini monfalconesi 1946 - 1948.
« Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città, non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall'alito di libertà che precedeva o coincideva con l'avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi.[132] »
(Da Profughi di Piero Montagnani su "L'Unità" - Organo del Partito Comunista Italiano - Edizione dell'Italia Settentrionale, Anno XXIII, N. 284, Sabato 30 novembre 1946)

L'atteggiamento del PCI nei confronti della questione dei confini orientali italiani fu ambiguo: già nel corso del conflitto, aveva acconsentito a lasciare la Venezia Giulia e il Friuli orientale sotto il controllo militare dei partigiani di Tito,[133] avallando così la successiva occupazione jugoslava.[134] Fu per questo motivo che aveva ordinato ai propri partigiani operanti nella regione di porsi sotto comando jugoslavo (fu in questo contesto che maturò l'eccidio di Porzûs)[135].

Successivamente richiese che i territori assegnati all'Italia col Trattato di Rapallo (1920) passassero alla Jugoslavia, ritenendo che i diritti nazionali degli italiani sarebbero stati tutelati dal nuovo ordine socialista imposto da Tito al suo paese; infine - a partire dalla metà del 1945 e massimamente a seguito della rottura fra Tito e Stalin - passò ad una difesa del carattere italiano della città di Trieste: prima sposando la linea per cui era da crearsi il Territorio Libero di Trieste, poi - dal 1948 - assumendo il mantenimento della città in Italia fra gli obiettivi del suo programma politico. Localmente, tutte le federazioni del PCI della Venezia Giulia aderirono alle richieste annessionistiche espresse dalla Jugoslavia[senza fonte]. In particolare, il PCI di Trieste - allontanatosi alla fine del 1944 dal CNL cittadino per sottoporsi gerarchicamente al fronte di liberazione della Slovenia - auspicò durante il corso di un'assemblea pubblica indetta dalle autorità italo-slave quella che venne definita "risoluzione settima repubblica", che prevedeva la formazione di una settima repubblica federativa jugoslava, di carattere italiano con già pronta la bandiera ufficiale, comprendente Trieste, Monfalcone e il Friuli orientale: a tal scopo organizzarono il Partito Comunista della Venezia Giulia[136][137][138].

Negli anni successivi furono tuttavia molti gli ex partigiani e i militanti a prendere la via dell'esodo, come conseguenza delle politiche nazionaliste e repressive del comunismo jugoslavo[139][140], oltre che per la disputa che opponeva Tito a Stalin, e che vedeva i comunisti italiani schierati su posizioni rigidamente staliniane[141].

Negli anni successivi il P.C.I. contribuì a dare, all'opinione pubblica italiana, una visione alterata degli avvenimenti, volta a minimizzare e a giustificare le azioni dei comunisti jugoslavi.[142] Di questo atteggiamento ne fecero le spese i profughi, ai quali fu ingiustamente cucita addosso l'odiosa nomea di "fascisti in fuga".[143]

A tutt'oggi, come si dice avanti, persiste in taluni ambienti comunisti e post-comunisti, in particolar modo quelli più legati all'epopea partigiana, un atteggiamento che tende a minimizzare e a giustificare gli eccidi.[144][145][146][147][148]

Negazionismo e/o riduzionismo dei massacri[modifica | modifica wikitesto]

In un suo libro del 1997, la giornalista triestina Claudia Cernigoi, ha definito tutto il processo di riflessione storiografica sulle foibe sviluppatosi in Italia nel corso degli anni '90 come frutto diretto della «propaganda nazifascista» e teso a riproporre un «neoirredentismo» italiano[149]. Uno degli scopi dichiarati dall'autrice è quello di «liberare finalmente anche gli Sloveni e la sinistra tutta da quel senso di colpa che si portano dietro come "infoibatori"»[150]. In questo libro, il numero degli infoibati nella provincia di Trieste per opera degli jugoslavi venne determinato in 517[151], oltre a ciò - per l'autrice - «non vi furono massacri indiscriminati: della maggior parte degli arrestati si sa che erano militari e comunque collaboratori del nazifascismo»[152]. Allo stesso tempo, con riferimento alle onoranze concesse negli anni più recenti agli infoibati, la Cernigoi affermava che «visti i ruoli impersonati dalla maggior parte degli "infoibati", personalmente ci rifiutiamo di onorarli. Si può provare umana pietà nei confronti dei morti, ma da qui ad onorare chi tradiva, spiava, torturava, uccideva, ce ne corre»[153].

Il testo provocò moltissime polemiche, tanto che un ricercatore vicino alle associazioni degli esuli istriani - Giorgio Rustia - pubblicò nel 2000 un saggio fortemente critico delle metodiche di studio della Cernigoi[154]. Rustia contestò alla radice l'intera impostazione del saggio della Cernigoi, fra l'altro individuando all'incirca altri duecento nomi di persone soppresse dagli jugoslavi a Trieste e nella provincia[155] e ricostruendo la storia personale di alcuni degli infoibati, dalla Cernigoi accusati di gravi reati che secondo Rustia non sono stati commessi[156].

In uno studio del 2003, gli storici Raoul Pupo e Roberto Spazzali hanno pertanto inserito Claudia Cernigoi fra i «negazionisti (o riduzionisti)» delle foibe[157]. Claudia Cernigoi ha reagito molto duramente a tale accusa, con due articoli apparsi sulla rivista on-line La Nuova Alabarda - da lei diretta - a marzo del 2003[158] e a febbraio del 2007[159], nei quali affermò di ritenere «inesatta e fuorviante, oltreché offensiva, questa definizione» e ribadendo che - a suo dire - sulle foibe sarebbe stata artatamente creata una «mitologia (...) a scopi politici», «a scopo anticomunista, antipartigiano e soprattutto in funzione razzista contro i popoli della ex Jugoslavia (...)», sperando nel contempo che in Italia «non siamo già arrivati al fascismo completo». In una lettera aperta di marzo 2010, la stessa Cernigoi si lamentò che «da un po' di tempo (...) gli studiosi Claudia Cernigoi (che scrive), Sandi Volk ed Alessandra Kersevan (che è anche titolare della casa editrice Kappa Vu di Udine) sono accusati di essere dei “negazionisti delle foibe”, dove va considerato che il termine di “negazionista” è genericamente usato, in ambito storico, per definire in senso negativo gli studiosi ed i propagandisti che cercano di dimostrare che non vi fu una politica di sterminio nazista nei confronti del popolo ebraico. Con questa similitudine si cerca pertanto di paragonare la nostra attività di ricerca storica a quella di altre persone che nulla di scientifico in ambito storico hanno prodotto ma si limitano ad arrampicarsi sugli specchi per dimostrare una propria teoria.[160]».

Claudia Cernigoi è stata in seguito definita "negazionista" anche dallo storico tedesco Rolf Wörsdörfer[161].

Anche Jože Pirjevec contesta l’opinione di coloro, che considerano le Foibe come strumento utilizzato per compiere una pulizia etnica programmata, e sostiene che:

« ... gli jugoslavi non volevano affatto colpire e tantomeno eliminare gli italiani in quanto tali, ma catturare, perseguire e punire i responsabili e complici dei crimini fascisti e nazisti... I dati disponibili sugli uccisi italiani confermano che si trattava in maggioranza di persone coinvolte nel fascismo e nel collaborazionismo, in particolare come membri delle formazioni militari, paramilitari e di polizia... anche se non colpevoli a livello personale dei crimini commessi sotto quelle insegne... »
(Jože Pirjevec: Foibe – Una storia d’Italia, Giulio Einaudi editore, Torino 2009)

Per la condivisione di tale tesi, il prof. Pirjevec è stato fortemente criticato da molti opinionisti e storici italiani, fra i quali Paolo Mieli[162] (per il quale Pirjevec avrebbe scatenato «polemiche di fuoco»), Roberto Spazzali[163], Raoul Pupo e Giuseppe Parlato[164][165], che gli rimproverarono di essere stato il primo nel panorama degli storici accademici ad utilizzare come fonte gli studi della Cernigoi.

Tesi sul primo utilizzo delle foibe[modifica | modifica wikitesto]
La Foiba di Pisino, dove si inabissa l'omonimo torrente

Attorno al 1860, Giovanni Bennati, un prete nativo di Pirano per contrastare in modo irridente chi non voleva riconoscere la sua cittadina come capoluogo della Marca Istriana nell'ambito della riorganizzazione amministrativa dell'Impero Austroungarico, scrisse una filastrocca con cui intendeva irridere ai sostenitori di Pola. Nel testo della canzoncina era contenuta la frase "A Pola xè l'Arena, la Foiba xè a Pisin, che i buta zò in quel fondo chi gà zerto morbin..."[166][167]. Peraltro Foiba è il nome di un torrente che si getta in un celebre ed imponente inghiottitoio carsico e non indica quindi le "foibe" nel loro complesso.

Nel 1919 l'irredentista triestino Giuseppe Cobol (Cobolli Gigli)[168], scrisse una guida turistica di Trieste in cui riportava il testo della filastrocca[169][170]. Otto anni dopo, nel 1932, Cobol (che nel frattempo aveva aderito al fascismo) in un articolo edito sull'organo del PNF "Gerarchia"[171] scrisse: «La musa istriana ha chiamato Foiba[172] degno posto di sepoltura per chi nella provincia d'Istria minaccia le caratteristiche nazionali dell'Istria». Negli anni ottanta le pubblicazioni di Cobolli furono riscoperte, e divennero oggetto di polemiche, nell'ambito locale giuliano. Sulla base di esse si è affermò infatti che l'utilizzo delle foibe, per eliminare le vittime di stragi, fosse di "ideazione fascista".

Già al epoca, in ambito storiografico, furono espresse delle perplessità. Ad esempio per lo storico Elio Apih, il nesso fra le foibe e gli scritti di Cobolli è "suggestivo e non credibile", e tali scritti, anche se definibili come "cattiva letteratura" e testimonianza di una "ostilità scherzosa", non possono essere certo presentati, retrospettivamente, come un antefatto alle stragi[173].

Nel 2003, il giornalista e scrittore Giacomo Scotti ha rilanciato la tesi[174] affermando, sulla base degli scritti di Cobolli, che le foibe sarebbero state un'"invenzione fascista"[175]. L'innovazione fu che, a riprova di un effettivo utilizzo delle foibe da parte fascista, Scotti citò una lettera, a firma di Raffaello Camerini, pubblicata sul quotidiano triestino Il Piccolo nel 2001, dove si riferisce di supposti eccidi compiuti dai fascisti e dell'occultamento dei cadaveri delle vittime in alcune foibe. Le affermazioni contenute in tale lettera sono state oggetto di critiche[176] essendo prive di riscontri.

Lo storico Elio Apih, che pure ha effettuato un'analisi dei possibili precursori delle Foibe, non menziona tale tesi[177]. Lo stesso Apih ricorda che l'utilizzo delle foibe quale fossa comune, non costituisce una caratteristica originale degli eccidi giuliani. In gran parte delle stragi che caratterizzarono la seconda guerra mondiale difatti, insorse la necessità pratica di seppellire e/o occultare in fretta e con poca fatica le vittime. Le foibe furono utilizzate semplicemente perché era ciò che la Venezia Giulia offriva allo scopo, a fianco, peraltro, di miniere abbandonate e di cave[178].

Lo storico Raoul Pupo è sostanzialmente in linea con quest'ultima affermazione laddove parla di una tecnica di omicidio "diffusa in tutta l'area Jugoslava"[179].

Le tesi di Scotti, pur essendo diffuse in ambito giornalistico, non sono mai state validate in ambito storiografico. Nonostante questo hanno avuto una certa diffusione, venendo riportate anche da un intellettuale come Predrag Matvejević[180] e in molti ambienti vicini alla resistenza (soprattutto a quella comunista) come l'ANPI[181] e in quotidiani di ispirazione comunista, quali il Manifesto e Liberazione. La tesi è inoltre popolare in svariate associazioni neo e post comuniste.

Nel già citato saggio del 2009, curato dallo storico italiano Jože Pirjevec, le tesi di Scotti sono citate (senza ulteriori approfondimenti) assieme alla testimonianza del Camerini[182], primo e unico caso nell'ambiente della ricerca storica. Come evidenziato sopra tale saggio è stato fortemente criticato da molti storici e giornalisti.

Un'altra ipotesi, che attribuisce al comandante di polizia della RSI Gaetano Collotti l'utilizzo di foibe per eliminare i cadaveri di perseguitati politici[183], è stata proposta nel già citato testo "Operazione foibe a Trieste", della giornalista Claudia Cernigoi.

Il punto di vista croato e sloveno[modifica | modifica wikitesto]

Il presidente della Repubblica di Croazia Stipe Mesic; pur condannandole ha circoscritto le ragioni dei massacri delle foibe a semplice vendetta[184] dei partigiani di Tito per i crimini commessi dalle forze militari italiane.

In Croazia sono diffuse opinioni di carattere riduzionista e si ritiene che i massacri siano stati solo una limitata reazione alle angherie del regime fascista, tanto nel '43 quanto nel '45.[senza fonte]

Il governo sloveno ha salutato con soddisfazione la pubblicazione della relazione "I rapporti italo-sloveni dal 1880 al 1956"[185], consegnata nel 2000 dalla Commissione mista storico-culturale italo-slovena appositamente istituita nell'ottobre 1993 su iniziativa dei Ministri degli Esteri d'Italia e Slovenia.

Il giorno del ricordo[modifica | modifica wikitesto]

Con la Legge 92 del 30 marzo 2004[186] in Italia è stato istituito nella giornata del 10 febbraio di ogni anno il "Giorno del ricordo", in memoria delle vittime delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata. Lo stesso provvedimento legislativo ha anche istituito una specifica medaglia commemorativa destinata ai congiunti delle vittime:

Infoibati.png Medaglia commemorativa del Giorno del Ricordo ai congiunti degli infoibati

Processi a criminali di guerra[modifica | modifica wikitesto]

I vari governi italiani succedutesi negli anni mai consegnarono i responsabili dei crimini nei Balcani, sia a causa della così detta "amnistia Togliatti"[187] intervenuta il 22 giugno 1946, sia perché il 18 settembre 1953 il governo Pella approvò l'indulto e l'amnistia proposta dal guardasigilli Antonio Azara per i tutti i reati politici commessi entro il 18 giugno 1948,[188] a cui si aggiunse quella del 4 giugno 1966.[189] All'epoca la sola città di Belgrado chiese di imputare oltre 700 presunti criminali di guerra italiani[190] e i generali Mario Roatta, Vittorio Ambrosio e Mario Robotti, che non furono mai consegnati nonostante gli accordi internazionali prevedessero la loro estradizione.[191]

Nel 1992 è stato istituito un procedimento giudiziario in Italia contro alcuni dei responsabili dei massacri ancora in vita.[192] Tali inchieste furono giustificate dal fatto che all'epoca la Venezia Giulia era ancora ufficialmente sotto sovranità italiana; inoltre i crimini di guerra non sono soggetti a prescrizione. Partite dalla denuncia di Nidia Cernecca[193], figlia di un infoibato, videro come principali imputati i croati Oscar Piskulic e Ivan Motika. L'inchiesta fu istituita dal pubblico ministero Giuseppe Pittitto. Nel 1997 diversi parlamentari sollecitarono il governo affinché avanzasse richiesta di estradizione per alcuni degli imputati.[194] Il procedimento si è concluso con un nulla di fatto: nel 2004 fu infatti negata la competenza territoriale dei magistrati italiani.

Anche in questa occasione fiorirono le polemiche: fra le altre cose Pittitto fu accusato di volere imbastire un "processo alla resistenza".[195]

Elenco di foibe[modifica | modifica wikitesto]

In questo elenco sono segnalate foibe e cave nelle quali son stati trovati resti umani o che secondo le testimonianze conterrebbero dei resti umani, dei quali solo una minima parte è stata recuperata[196].

  • Foiba di Basovizza (Trieste) monumento nazionale (testimonianze di centinaia di infoibamenti)
  • Foiba di Monrupino (Trieste) monumento nazionale (testimonianze di centinaia di infoibamenti)
Mappa delle principali foibe
  • Foiba di Barbana
  • Foiba di Beca
  • Foiba Bertarelli (Pinguente)
  • Foiba di Brestovizza
  • Foiba di Campagna (Trieste) (assieme alle foibe di Opicina e Corgnale, circa duecento infoibati, i cui corpi non sono stati recuperati)
  • Foibe di Capodistria (una commissione slovena fece ispezionare le ottantuno cavità con entrata verticale che circondano la città: in diciannove di esse sono stati trovati resti umani. Recuperati cinquantacinque corpi, secondo le testimonianze nella zona furono eliminati centoventi italiani e sloveni di San Dorligo della Valle)
  • Foiba di Casserova (vicino a Fiume: tedeschi, sloveni e italiani gettati dentro. Estremamente difficile il recupero)
  • Foibe di Castelnuovo d'Istria
  • Foiba di Cernizza (due salme recuperate nel 1943)
  • Foiba di Cernovizza (Pisino) (testimonianze di circa cento uccisioni)
  • Foiba di Cocevie
  • Foiba di Corgnale (assieme alle foibe di Campagna e Opicina, circa duecento infoibati, i cui corpi non sono stati recuperati)
  • Foiba di Cregli (otto corpi recuperati nel 1943)
  • Foiba di Drenchia (presenza di cadaveri della divisione partigiana Osoppo, secondo Diego De Castro)
  • Cava di bauxite di Gallignana (ventitré corpi recuperati nel mese di ottobre del 1943)
  • Foiba di Gargaro o Podgomila (Gorizia) (circa ottanta morti, secondo le testimonianze)
  • Foiba di Gimino
  • Foiba di Gropada (trentaquattro persone eliminate con colpo alla nuca il 12 maggio 1945. Corpi non recuperati)
  • Foiba di Iadruichi
  • Foiba di Jurani
  • Cava di bauxite di Lindaro
  • Foiba di Obrovo (Fiume)
  • Foiba di Odolina
  • Foiba di Opicina (assieme alle foibe di Campagna e Corgnale, circa duecento infoibati, i cui corpi non sono stati recuperati)
  • Foiba di Orle (un numero imprecisato di corpi recuperati nel 1946)
  • Foiba di Podubbo (cinque corpi individuati e non recuperati)
  • Foiba di Pucicchi (undici corpi recuperati nel 1943)
  • Foiba di Raspo
  • Foiba di Rozzo
  • Foiba di San Lorenzo di Basovizza
  • Foiba di San Salvaro
  • Foiba di Scadaicina
  • Abisso di Semez (individuati i resti di ottanta/cento persone. Corpi non recuperati)
  • Foiba di Semi (Istria)
  • Abisso di Semich (un centinaio di corpi individuati ma non recuperati)
  • Foiba di Sepec (Rozzo)
  • Foiba di Sesana (un numero imprecisato di corpi recuperati nel 1946)
  • Foiba di Terli (ventisei corpi recuperati nel 1943)
  • Foiba di Treghelizza (due corpi recuperati nel 1943)
  • Foiba di Vescovado (sei corpi recuperati)
  • Foiba di Vifia Orizi (testimonianze di circa duecento persone eliminate)
  • Foiba di Villa Surani (ventisei corpi recuperati nel 1943)
  • Foiba di Vines (cinquantaquattro corpi recuperati nel mese di ottobre 1943)
  • Foiba di Zavni (Selva di Tarnova) (secondo le testimonianze, vi sono stati gettati i corpi dei Carabinieri di Gorizia, oltre che di centinaia di sloveni oppositori di Tito)

Campi di concentramento[modifica | modifica wikitesto]

I campi di concentramento nei quali morirono la maggior parte delle vittime delle foibe furono:

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ AA.VV., Rapporti italo-sloveni 1880-1956, Nova revija, Ljubljana 2001 ISBN 961-6352-23-7
  2. ^ I partigiani ammettono le foibe
  3. ^ Foibe, le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell'Istria, di Gianni Oliva
  4. ^ Il giorno del Ricordo - Croce Rossa Italiana
  5. ^ Foibe, 82 indagati per genocidio, Corriere della sera, 28 febbraio 1996
  6. ^ Le foibe: il genocidio degli italiani in Istria e Dalmazia a lungo nascosto e impunito" - nell'ambito degli "Incontri al Caffè" del Festival de "La Versiliana" Radio radicale.it
  7. ^ a b Guido Rumici, Infoibati (1943-1945). I Nomi, I Luoghi, I Testimoni, I Documenti, Mursia, 2002, ISBN 978-88-425-2999-6.: «Lo storico Guido Rumici stima invece il numero delle vittime in minimo 6.000, cifra che salirebbe però ad oltre 11.000 se si considerano anche tutti coloro che sono scomparsi nei campi di concentramento jugoslavi.»
  8. ^ Micol Sarfatti, Perché quasi nessuno ricorda le foibe?
  9. ^ Le foibe in breve - foibadibasovizza.it
  10. ^ Raoul Pupo, Roberto Spazzali, Foibe, Bruno Mondadori, 2003. ISBN 88-424-9015-6, p. 2.
  11. ^ Gianni Oliva, Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell'Istria, Mondadori, Milano, 2003, ISBN 88-0448978-2, pag. 4
  12. ^ Pupo 1996: «È noto infatti che la maggior parte delle vittime non finì i suoi giorni sul fondo delle cavità carsiche, ma incontrò la morte lungo la strada verso la deportazione, ovvero nelle carceri o nei campi di concentramento jugoslavi.»
  13. ^ Pupo, Spazzali, p. 1: «È questo un uso del termine [NdR: "foibe"] consolidatosi ormai, (...), anche in quello [NdR: linguaggio] storiografico, (...) purché si tenga conto del suo significato simbolico e non letterale.»; pag. 3 «solo una parte degli omicidi venne perpetrata sull'orlo di una foiba (...) la maggior parte delle vittime perì nelle carceri, durante le marce di trasferimento o nei campi di prigionia ... nella memoria collettiva "infoibati" sono stati considerati tutti gli uccisi...»
  14. ^ Pupo 1996: «...dietro l'apparente caoticità delle situazioni e degli interventi sembra possibile discernere con una certa chiarezza le spinte fondamentali dell'onda di violenza politica che spazza la regione, fino a ricostruire le linee essenziali di una proposta interpretativa generale, che certo andrà vagliata ed integrata alla luce dei nuovi apporti documentari, ma i cui connotati di fondo appaiono già delineati in maniera sufficientemente nitida.»
  15. ^ Pupo, Spazzali, p. XI
  16. ^ Pupo, Spazzali, p. X, 110: «A tutt'oggi, nonostante esse [N.d.R.: le tesi militanti] abbiano dimostrato tutta la loro fragilità sul piano scientifico, continuano a essere largamente diffuse, anche perché si prestano a un uso politico che non è mai venuto meno…»
  17. ^ Raoul Pupo, "Il lungo esodo", BUR, 2005, ISBN 88-17-00949-0, pp. 17-24.
  18. ^ Boris Gombač, Atlante storico dell'Adriatico orientale, Bandecchi & Vivaldi Editori, Pontedera 2007
  19. ^ "L'Adriatico orientale e la sterile ricerca delle nazionalità delle persone" di Kristijan Knez; La Voce del Popolo (quotidiano di Fiume) del 2/10/2002, Consultato il 10 luglio 2009. «... è privo di significato parlare di sloveni, croati e italiani lungo l'Adriatico orientale almeno sino al XIX secolo. Poiché il termine nazionalità è improponibile per un lungo periodo, è più corretto parlare di aree culturali e linguistiche, perciò possiamo parlare di dalmati romanzi, dalmati slavi, di istriani romanzi e slavi.» «Nel lunghissimo periodo che va dall'alto Medioevo sino alla seconda metà del XIX secolo è corretto parlare di zone linguistico-culturali piuttosto che nazionali. Pensiamo soltanto a quella massa di morlacchi e valacchi (...) che sino al periodo su accennato si definivano soltanto dalmati. Sino a questo periodo non esiste affatto la concezione di stato nazionale, e come ha dimostrato lo storico Federico Chabod, nell'età moderna i sudditi erano legati soltanto alla figura del sovrano e se esisteva un patriottismo, questo era rivolto soltanto alla città d'appartenenza.»
  20. ^ Sul conflitto fra italiani e slavi a Trieste si veda: Tullia Catalan, I conflitti nazionali fra italiani e slavi alla fine dell'impero asburgico, scheda in Pupo, Spazzali, p. 35-39
  21. ^ Sul conflitto nazionale fra italiani e slavi nella regione istriana, si consultino i seguenti link (sito del "Centro Di Documentazione della Cultura Giuliana Istriana Fiumana Dalmata"):[1][2]
  22. ^ AA.VV., "Istria nel tempo", Centro Ricerche Storiche di Rovigno, 2006, cap. V, par. 3,4
  23. ^ Cartoline storiche di Istria, Quarnaro e Dalmazia (contiene un commento critico del testo citato), Consultato il 10 luglio 2009.
  24. ^ Sul conflitto nazionale fra italiani e croati in Dalmazia, si consultino i seguenti link (sito del "Centro Di Documentazione della Cultura Giuliana Istriana Fiumana Dalmata"): [3][4]
  25. ^ Raimondo Deranez, Particolari del martirio della Dalmazia, Stab.Tipografico dell'Ordine, Ancona, 1919
  26. ^ a b Relazione della Commissione storico-culturale italo-slovena, Relazioni italo-slovene 1880-1956, "Capitolo 1980-1918", Capodistria, 2000
  27. ^ L.Monzali, Italiani di Dalmazia (...), cit. p. 69
  28. ^ Pupo, Spazzali, p. 38
  29. ^ Si vedano la voce Trattato di Londra e il testo integrale del trattato su Wikisource
  30. ^ Attilio Tamaro, Venti anni di storia, Editrice Tiber, Roma, 1953, pp. 79:"Mentre si svolgeva l'imponente comizio e Francesco Giunta, segretario del fascio, parlava, uno slavo uccise un fascista, che s'era intromesso per salvare un ufficiale da quello aggredito
  31. ^ Pavel Strajn, La comunità sommersa – Gli Sloveni in Italia dalla A alla Ž, - Editoriale Stampa Triestina, Trieste 1992
  32. ^ Boris Gombač, Atlante storico dell'Adriatico orientale (op.cit.)
  33. ^ Paolo Parovel, L'identità cancellata, Eugenio Parovel Editore, Trieste 1986
  34. ^ Paolo Parovel, L'identità cancellata, Eugenio Parovel Editore, Trieste 1985
  35. ^ Alojz Zidar, Il popolo sloveno ricorda e accusa (op.cit.)
  36. ^ Fabio Ratto Trabucco, Il regime linguistico e la tutela delle minoranze in Francia, su "Il politico (Rivista italiana di scienze politiche)", Anno 2005, Volume 70)
  37. ^ Sull'assimilazione della minoranza tedesca in Slovenia si veda Harald Heppner (Hrsg.), Slowenen und Deutsche im gemeinsamen Raum: neue Forschungen zu einem komplexen Thema. Tagung der Südostdeutschen Historischen Kommission (Maribor), September 2001, Oldenbourg, München 2002. Per la situazione dei tedeschi del Gottschee: Sito sui tedeschi del Gottschee (Slovenia). Sulle politiche di assimilazione cui furono soggetti gli ungheresi della Vojvodina, si veda, ad esempio: Károly Szilágyi, Good Neighbors or Bad Neighbors? Hungarians and Serbs during the centuries, Budapest 1999. Per la situazione della minoranza albanese, Robert Elsie, Kosovo: in the heart of the powder keg, Columbia University Press, New York 1997.
  38. ^ Relazione della Commissione storico-culturale italo-slovena; Periodo 1918 - 1941. Consultato il 1 settembre 2010
  39. ^ L'atto di resa fu firmato a Belgrado alla presenza del Ministro degli esteri Aleksandar Cincar-Marković e del generale Janković in rappresentanza della Jugoslavia, del generale Maximilian von Weichs per la Germania e del colonnello Bonfatti per l'Italia. V. Salmaggi e Pallavisini, La seconda guerra mondiale, Mondadori, 1989, pag. 119.
  40. ^ Regio decreto-legge del 3 maggio 1941, n. 291 (istituzione della Provincia di Lubiana: "ART. 2- Con decreti reali (...) saranno stabiliti gli ordinamenti della provincia di Lubiana, la quale, avendo una popolazione compattamente slovena, avrà un ordinamento autonomo con riguardo alle caratteristiche etniche della popolazione, alla posizione geografica del territorio e alle speciali esigenze locali"
  41. ^ Diari di guerra: Il diario di Renzo Pagliani, bersagliere nel battaglione "Zara", digilander.libero.it. URL consultato il 10 novembre 2009.
  42. ^ Angelo del Boca, Italiani, brava gente?, pagina 236, Vicenza 2005, ISBN 88-545-0013-5
  43. ^ Alessandra Kersevan, Un campo di concentramento fascista. Gonars 1942-1943, Kappa VU, Udine, 2003 e Idem, Breve storia del confine orientale nel Novecento, in Giuseppe Aragno (a cura di), Fascismo e foibe. Ideologia e pratica della violenza nei Balcani, La Città del Sole, Napoli, 2008
  44. ^ Si veda Dino Messina Crimini di guerra italiani, il giudice indaga. Le stragi di civili durante l'occupazione dei Balcani. I retroscena dei processi insabbiati (articolo sul Corriere della Sera, del 7 agosto 2008); Alessandra Kersevan, Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento per civili jugoslavi 1941-1943, Nutrimenti editore, 2008, p.61; Giacomo Scotti "Quando i soldati italiani fucilarono tutti gli abitanti di Podhum" sul sito Anpi.it (PDF).
  45. ^ L'Italia in guerra e il Governatorato di Dalmazia, Centro Di Documentazione Della Cultura Giuliana Istriana Fiumana Dalmata, 2007. URL consultato il 10 novembre 2009.
  46. ^ Fondo Gasparotto presso Fondazione ISEC (Istituto per la Storia dell'Età Contemporanea, Sesto S.Giovanni, Mi); War Crimes Commission ONU, Crowcass (Central register of war criminals and security sospects) presso Wiener Library, Londra rintracciato dalla storica Caterina Abbati; BBC, Fascist legacy, Londra 1990. (video documentario) di Ken Kirby, curato dallo storico Michael Palumbo; Filippo Focardi e Lutz Klinkhammer (a cura di), La questione dei "criminali di guerra" italiani e una Commissione di inchiesta dimenticata, in Contemporanea, a. IV, n.3, luglio 2001, pp. 497-528; Mimmo Franzinelli, Salvate quei generali! Ad ogni costo e La memoria censurata, in Millenovecento n. 3 gennaio 2003, pp. 112-120: Nicola Tranfaglia, Come nasce la repubblica. Documenti CIA e italiani 1943/1947, Bompiani, Milano 2004. Documenti custoditi nel Fondo Affari Politici del Ministero degli Affari Esteri italiano, in particolare il Telespresso N. 1506 del Ministero degli Affari Esteri, Direzione Generale Affari Politici, VIII, datato Roma, 28 ottobre 1946, indirizzato al Ministero della Guerra, Gabinetto e al Ministero della Giustizia, Gabinetto, Oggetto: Criminali di guerra Italiani richiesti dalla Jugoslavia, firmato da Pietro Nenni, e il Pro Memoria allegato al documento, in cui si legge testualmente: “La Legazione di Jugoslavia ha presentato al Ministero degli Affari Esteri una serie di Note Verbali in data 16,18,27 e 30 dicembre 1947, con le quali, in applicazione all'Art. 45 del Trattato di Pace, richiede la consegni di 27 presunti criminali di guerra italiani, specificando per ciascuno di essi vari capi d'accusa”. Interessante è anche la nota n. 10599.7./15.2 della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Gabinetto, datata Roma, 16 febbraio 1948 e firmata dal Sottosegretario di Stato Giulio Andreotti, a cui è acclusa copia conforme della lettera protocollata Segr. Pol. 875, datata Roma, 20 agosto 1949, inviata all'Ammiraglio Franco Zannoni, Capo Gabinetto Ministero della Difesa
  47. ^ Galliano Fogar. Le foibe: Istria, settembre-ottobre 1943, «Patria indipendente», 27 febbraio 2005.
  48. ^ G. La Perna, Pola-Istria-Fiume 1943-1945, Mursia
  49. ^ M. Cattaruzza, L'Italia e il confine orientale, Il Mulino, 2007, p. 244
  50. ^ en.wiki/Italian Social Republic
  51. ^ I dati si riferiscono all'insieme dei detenuti politici ed ebrei. Cfr. Brunello Mantelli - Nicola Tranfaglia, Il libro dei deportati, vol. 1, tomo 3, Mursia, Milano, 2010, p. 2533. ISBN 9788842542285
  52. ^ Sul tema, ed in particolare sulla morte di Niccolò e Pietro Luxardo, si veda Nicolò Luxardo De Franchi, Dietro gli scogli di Zara, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 1999, ISBN 88-86928-24-6.
  53. ^ La Luxardo e la Romagna, La Voce di Rimini, 14 giugno 2004. URL consultato il 16 ottobre 2009.
  54. ^ Padre Flaminio Rocchi, Zara, un sestiere veneziano in L'esodo dei 350 mila giuliani, fiumani e dalmati. URL consultato il 16 settembre 2009.
  55. ^ Guido Rumici, Infoibati... (op. cit.), pagg. 452 e 453
  56. ^ Paolo Mieli, Trieste, la guerra di Tito contro gli antifascisti - Corriere della Sera (6 aprile 2010) pagina 036/037.
  57. ^ Claudia Cernigoi, Operazione foibe a Trieste, pag. 119 (op. cit.)
  58. ^ La distinzione non è casuale. Nei suoi scritti infatti, la Cernigoi distingue costantemente fra "infoibati" a "scomparsi". Secondo il suo punto di vista vanno conteggiate fra le vittime degli eccidi solo i primi. Tuttavia è ben noto fra gli storici, che coloro che morirono nelle foibe furono una minima parte del totale. Senza entrare nel merito della discussione, risulta ovvio che adottando il punto di vista della Cernigoi, il numero di vittime venga pesantemente ritoccato al ribasso.
  59. ^ Articolo de Il Piccolo
  60. ^ La Repubblica, 9 marzo 2006 Quei 1048 nomi riemersi dalle foibe di Paolo Rumiz;I 1.048 deportati da Gorizia (raccolta di articoli sui deportati goriziani), Altri articoli sul tema:[5][6][7][8]
  61. ^ Pupo, Spazzali, p. 219
  62. ^ Boris Gombač, Atlante storico.... op. cit. pag. 361
  63. ^ Pupo 1996
  64. ^ Società di Studi Fiumani-Roma, Hrvatski Institut za Povijest-Zagreb Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947)[9], Ministero per i beni e le attività culturali - Direzione Generale per gli Archivi, Roma 2002. ISBN 88-7125-239-X.
    Nello studio per ogni vittima individuata nominativamente, sono stati indicati tutti i dati personali conosciuti (nome, cognome, data di nascita, ultimo indirizzo conosciuto ecc.), la data e la causa di morte. Lo studio è ritenuto non esaustivo dagli stessi autori che affermano che lo stesso è da considerarsi «una buona base di partenza per quanti in futuro vorranno cimentarsi in questa difficile problematica», dato che «nessuna ricerca storica di carattere complesso come questa ha mai dato finora una risposta chiara e definitiva» (p. 149). Le tabelle riassuntive sono alla pag. 206.
  65. ^ Presidenza della Repubblica, Intervento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione della celebrazione del "Giorno del ricordo", Quirinale, 10 febbraio 2007
  66. ^ http://www.ilgazzettino.it/nordest/trieste/campo_sportivo_martiri_delle_foibe_no_furono_un_prodotto_del_fascismo/notizie/248101.shtml Campo sportivo "Martiri delle foibe"? «No, furono un prodotto del fascismo», da il Gazzettino del 31/01/2013]
  67. ^ http://www.casamemoriavinchio.it/sito/documenti/APPROFONDIMENTI/materiale_didattico/fascismo_repubblica_2.pdf Fascismo e resa dei conti
  68. ^ Raoul Pupo, Le stragi del secondo dopoguerra nei territori amministrati dall'esercito partigiano jugoslavo. URL consultato l'11 gennaio 2009. «Quella combattuta sui campi di battaglia della Jugoslavia non è stata soltanto una guerra di liberazione, ma anche una terribile guerra civile, in cui – dalle prime stragi ustaša del 1941 in poi – determinazione e orrore hanno sostituito la pietà. Per i prigionieri slavi quindi non c'è scampo: quelli caduti nelle mani dei partigiani vengono fucilati, ma anche quelli che sono riusciti a consegnarsi agli alleati, non per questo hanno trovato la salvezza.»
  69. ^ Guido Crainz, L'ombra della guerra. Il 1945, l'Italia, Donzelli, Bologna 2007, ISBN 8860361605
  70. ^ Relazione della Commissione storico-culturale italo-slovena, Relazioni italo-slovene 1880-1956, "Periodo 1941-1945", Capodistria, 2000
  71. ^ Relazione della Commissione storico-culturale italo-slovena; Periodo 1941 - 1945, consultato il 11 gennaio 2009. «Influì anche negativamente l'eco degli eccidi di italiani dell'autunno del 1943 (le cosiddette "foibe istriane") nei territori istriani ove era attivo il Movimento di liberazione croato, eccidi perpetrati non solo per motivi etnici e sociali, ma anche per colpire in primo luogo la locale classe dirigente, e che spinsero gran parte degli italiani della regione a temere per la loro sopravvivenza nazionale e per la loro stessa incolumità.»
  72. ^ Le rivendicazioni di Tito, tuttavia, includevano anche la maggior parte del Friuli, volendo portare il confine al Tagliamento. Cfr. I testimoni muti: le foibe, l'esodo, i pregiudizi di Diego Zandel, Ugo Mursia Editore, 2011, p. 73; Democrazia cristiana e Costituente nella società del dopoguerra: Società civile e società politica di Giuseppe Rossini Cinque lune, 1980, p. 1201 (a proposito dei colloqui Churchill-Tito e della definizione delle pretese iugoslave); Italy and East-Central Europe: dimensions of the regional relationship di Vojtech Mastny, Westview Press, 1995, p. 21
  73. ^ T. Taylor, Rapporto generale sugli arresti e sulle esecuzioni perpetrate dagli jugoslavi nel maggio - giugno 1945, 3 agosto 1945 (citato da S. Ferretto Clementi, Dossier Foibe ed Esodo e in Lega Nazionale, Le Foibe e i campi di concentramento jugoslavi), secondo cui «a Gorizia vennero arrestati circa quattromila italiani (…), in provincia di Trieste tra il primo maggio e il 12 giugno del 1945 furono arrestate diciassettemila persone, delle quali ottomila furono successivamente rilasciate, tremila furono uccise e seimila sono ancora internate (tremila nel campo di Borovnica).»
  74. ^ www.leganazionale.it/attualita/deportati_gorizia.pdf L'elenco dei mille italiani deportati da Gorizia in Slovenia marzo 2006, Lega Nazionale, su leganazionale.it
  75. ^ Paolo Sardos Albertini (2002-05-08). "Terrore" comunista e le foibe - Il Piccolo
  76. ^ Boris Gombač, Atlante storico… (op. cit., pag. 368)
  77. ^ La Commissione mista storico-culturale italo-slovena è stata istituita in seguito allo scambio di note intervenuto nel mese di ottobre 1993 tra i ministri degli affari esteri d'Italia e della Slovenia allo scopo di ottenere una esposizione condivisa degli avvenimenti più rilevanti nella storia delle relazioni politiche e culturali bilaterali
  78. ^ Camera dei Deputati, Atti Parlamentari, Seduta dell' 8/2/2007, consultato il 17 gennaio 2009. «Il Deputato Cardano presenta una interrogazione al Ministro degli affari esteri, al Ministro della pubblica istruzione, al Ministro dell'università, chiedendo nell'interrogazione scritta "... se i Ministri interrogati non ritengano di dover adoperarsi affinché la suddetta relazione italo-slovena e tutti i materiali preparatori della stessa vengano resi pubblici e, per questa via, diffusi nel mondo della cultura e della scuola". Nella risposta scritta il rappresentante del Governo italiano afferma che non si riteneva necessaria una sua pubblicazione ufficiale in quanto il "testo" di tale Relazione è già stato "riconosciuto" dai membri della Commissione congiunta che lo hanno elaborato e inoltre già pubblicato ufficialmente dalla parte slovena nell'agosto 2001. Il rappresentante del Governo italiano, nella risposta scritta, specifica testualmente che "...Tenuto quindi conto anche del lungo tempo trascorso, non appare opportuna una nuova pubblicazione ufficiale della relazione, mentre potrebbe essere utile una sua diffusione nel mondo della cultura e della scuola". Ossia, per le autorità italiane, non si ritiene di dover procedere a una sua "ulteriore" pubblicazione in quanto il testo è già noto ed è già garantita la sua "veridicità". Inoltre se ne consiglia la sua diffusione nel mondo della cultura e della scuola.»
  79. ^ Gianni Oliva, La resa dei conti - aprile-maggio 1945: foibe, piazzale Loreto e giustizia partigiana, Mondadori ISBN 88-04-45696-5; p.16: «È il prezzo estremo pagato dal paese al regime e alla sua avventura bellica »
  80. ^ Maurizio Tremul, Discorso del presidente della Giunta esecutiva dell'Unione Italiana alla presentazione del manuale “Istria nel tempo. Storia regionale dell'Istria con riferimenti alla città di Fiume”, Collana degli Atti N° 26 del CRS di Rovigno. cit.: «La nostra è la cronaca di una storia negata annunciata: l'identificazione tout court con il nemico secondo la tragica equazione italiano uguale fascista...»
  81. ^ Fonte: Claudia Cernigoi, Operazione "Foibe" tra storia e mito, Edizioni Kappa Vu, Udine 2005 - pag.115
  82. ^ http://www.controstoria.it/foibe.htm «Cadono nella rete della ghepeù slava, come ora la chiamano, centinaia di cittadini del gruppo etnico italiano: gerarchi locali, podestà, segretari, ma anche messi comunali, guardie civiche, levatrici, ufficiali di posta, insegnanti, bidelli, proprietari terrieri, impiegati, sorveglianti, carabinieri e guardie forestali. Nella maggioranza dei casi, se a costoro possono essere mosse delle accuse queste derivano dall'appartenenza a una classe sociale che definiremmo borghese o di avere nutrito idee politiche diverse da quelle degli occupanti. Da notare che, in epoca fascista l'ottenimento di un posto di lavoro di qualunque livello nel pubblico impiego implicava l'iscrizione al PNF, almeno formalmente ed indipendentemente dal loro pensiero, i dipendenti pubblici potevano tutti essere classificati come "fascisti". Su tutti, comunque, pesava la grave colpa di essere italiani.» (da "L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia", di Arrigo Petacco - op.cit. - pagg. 57-58)
  83. ^ AA.VV. La Foiba di Basovizza - Monumento Nazionale (op. cit.)
  84. ^ Jože Pirjevec, Foibe (op.cit.):«sul territorio dell'attuale provincia di Trieste... metà delle donne, nove, erano slovene... Tra i maschi, almeno per 26 si può affermare con certezza, che non erano di nazionalità italiana: ventitré sloveni, un croato un russo e un tedesco.»; - Boris Gombač, Atlante storico dell'Adriatico orientale (op.cit.); - http://www.destra.it/porzus-e-dintorni-quando-i-comunisti-ammazzavano-gli-antifascisti/ articolo: E furono anche uccisi un bel po' di slavi non comunisti: Ivo Bric, antifascista cattolico; Vera Lesten, poetessa e antifascista cattolica; i quattro membri della famiglia Brecelj; i sacerdoti don Alojzij Obit, don Lado Piscanc, don Ludvik Sluga, don Anton Pisk, don Filip Tercelj, don Izidor Zavadlav di Vertoiba… Andrej Ursic era stato addirittura un membro del Tigr: gruppo armato che dagli anni '20 aveva iniziato una lotta terrorista contro le autorità italiane, contro l'annessione all'Italia di Trieste, Istria, Gorizia e Fiume (le cui iniziali in lingua slava costituivano l'acronimo del nome della belva richiamata nel nome). Ma fu sequestrato dalla polizia segreta jugoslava il 31 agosto del 1947, sottoposto a sevizie, probabilmente ucciso nell'autunno del 1948, e il suo cadavere gettato in una delle foibe della Selva di Tarnova.
  85. ^ Raoul Pupo (op. cit.)
  86. ^ articolo: Andrej Ursic era stato addirittura un membro del Tigr: gruppo armato che dagli anni '20 aveva iniziato una lotta terrorista contro le autorità italiane, contro l'annessione all'Italia di Trieste, Istria, Gorizia e Fiume (le cui iniziali in lingua slava costituivano l'acronimo del nome della belva richiamata nel nome). Ma fu sequestrato dalla polizia segreta jugoslava il 31 agosto del 1947, sottoposto a sevizie, probabilmente ucciso nell'autunno del 1948, e il suo cadavere gettato in una delle foibe della Selva di Tarnova.
  87. ^ (ANSA), DF/SM 09/03/2006 19:59
  88. ^ L'Esodo di Arrigo Petacco, Mondadori, 1999, p. 171 Nazareno Mollicone, "Foibe: la storia rivendica i suoi diritti" in Il Secolo d'Italia di giovedì 22 agosto 1996; Fassino: Foibe, apriamo tutti gli archivi. URL consultato il 13-10-2010. dove l'esponente politico parla di tutti gli archivi di Stato e dei diversi movimenti politici italiani. La presenza di documentazione nei diversi archivi italiani è contestata dall'ANPI, che sostiene che gli archivi "siano stati scandagliati da tempo". Dossier: Foibe: una pagina di storia nazionale. URL consultato il 13-10-2010. di Giannantonio Paladini
  89. ^ Lo storico Mario Pacor afferma che nelle foibe istriane finirono dopo l'armistizio 400-500 persone, nonché 4.000 italiani furono deportati, dei quali molti furono uccisi dopo procedimenti sommari quindi forse infoibati successivamente. Questi dati fanno riferimento ai documenti dei vigili del fuoco di Pola. La Commissione storica italo-slovena, instaurata dai ministeri degli esteri dei due rispettivi paesi e composta sia da storici sloveni che italiani, ha esaminato i rapporti tra i due Paesi tra il 1880 e il 1956. Il rapporto non approfondisce l'argomento delle foibe, ma indica il numero delle sole esecuzioni sommarie in "centinaia". Questo rapporto non tratta però delle foibe in territorio croato. Lo storico Raoul Pupo indica in circa 5.000 il numero dei morti.
  90. ^ Giampaolo Pansa, Il sangue dei vinti: quello che accadde in Italia dopo il 25 aprile. sedicesima edizione. p.371, Sperling & Kupfer, 2003, ISBN 978-88-200-3566-2.
  91. ^ Foibe, l'Italia rende omaggio alle vittime. Bersani: "un orrore troppo a lungo negato", la Repubblica, 10 febbraio 2013
  92. ^ Il dato corretto fu poi raccolto grazie al Centro Studi Adriatici fissandole a 10.137. Vedi anche Giuseppe Dicuonzo, Nato in rifugio p. 56, UNI Service, 2008, ISBN 978-88-6178-239-6.
  93. ^ Lega Nazionale di Trieste e Comitato Onoranze Martiri delle Foibe: Foiba di Basovizza
  94. ^ Cosa vuol dire "infoibare", consultato il 11 gennaio 2009. «In taluni casi le vittime furono allineate in fila lungo l'orlo della foiba, legati l'un con l'altro con filo di ferro: dopo essere stato ucciso con un colpo alla nuca il capofila precipitava trascinando il resto del gruppo.»
  95. ^ Gaetano La Perna, Pola-Istria-Fiume 1943-1945, Mursia, nonché La via dell'esilio, supplemento a Storia illustrata n° 10, 1997
  96. ^ Guido Rumici riporta le testimonianze dei tre citati alle pagine 250 e 251 nel suo libro Infoibati
  97. ^ Pupo, Spazzali, p. 98, sezione Un superstite
  98. ^ CLN Istriano,Foibe, la tragedia dell'Istria, 28 pp, data di stampa e tipografia non indicata
  99. ^ Giuseppe Bedeschi, Fronte italiano: c'ero anch'io, Mursia, Milano 1987. In quel caso, la testimonianza venne firmata unicamente con le iniziali G.U.
  100. ^ Pupo, Spazzali
  101. ^ L'ideologia del mercato caritatevole in Sottolebandieredelmarxismo, 9 settembre 2009. URL consultato il 12 dicembre 2011..
  102. ^ Comune di Vicenza - Servizio Elettorale, Elezioni provinciali 1997, il candidato di Rifondazione Comunista Paolo Consolaro prende 577 voti.
  103. ^ Pol Vice, Scampati o no. I racconti di chi "uscì vivo" dalla foiba, Edizioni Kappa Vu, Udine 2005. Il libro è stato scritto in collaborazione con Claudia Cernigoi.
  104. ^ C.Cernigoi, Operazione foibe fra storia e mito, KappaVu, Udine 2005.
  105. ^ D.Antoni (cur.), Foibe. Revisionismo di stato e amnesie della repubblica, KappaVu, Udine 2008. Il libro riporta gli atti del convegno "Foibe: la verità. Contro il revisionismo storico", organizzato dalle associazioni "L'altra Lombardia - Su la testa" di Milano, "Društvo Promemoria per la difesa dei valori dell'antifascismo e dell'antinazismo/zavarovanje vrednot protifašizma in protinacizma" di Trieste, "Centro popolare La Fucina" di Sesto San Giovanni, "Collettivo Comunista Antonio Gramsci" di Trento; "Comitati contro la guerra" di Milano; "Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia", "Lotta e Unità per l'organizzazione proletaria" e "Resistenza storica" di Udine e tenutosi presso la Biblioteca Comunale di Sesto San Giovanni (MI) il 9 febbraio 2008. Le relazioni vennero tenute da Matteo Dominioni, Alessandra Kersevan, Luka Bogdanić, Sandi Volk, Claudia Cernigoi e Paolo Consolaro (Pol Vice).
  106. ^ A titolo d'esempio si veda Maria Vittoria Cascino, E a La Spezia parla la prof «negazionista», in Il Giornale, 7 febbraio 2007.
  107. ^ Pol Vice, op. cit., presentazione dell'editore, senza numero di pagina.
  108. ^ Pol Vice, op. cit., p. 3.
  109. ^ Pupo, Spazzali, p. 110: par. "Le tesi militanti"
  110. ^ Pupo, Spazzali, p. 110: par. "Le tesi militanti"
  111. ^ Pupo, Spazzali, p. 110: par. "Le tesi militanti"
  112. ^ "Foibe", in "Enciclopedia Italiana", di Raoul Pupo, (VII Appendice, 2007), "Del tutto prive di senso si sono così dimostrate le ipotesi negazioniste - già dominanti nella storiografia iugoslava - che avevano ripreso, trasformandolo in 'verità di Stato', il giudizio espresso fin dal 1945 dal governo di Tito, secondo il quale "da parte del governo jugoslavo non furono effettuati né confische di beni, né deportazioni, né arresti, salvo che […] di persone note come esponenti fascisti di primo piano o criminali di guerra" (nota iugoslava del 9 giugno 1945)".
  113. ^ a b cfr. Pupo/Spazzali, "Foibe", pag. 110
  114. ^ Articolo su un sito dell'A.N.P.I.
  115. ^ La differenza fra giustizia e vendetta
  116. ^ Pupo, Spazzali, Op. cit., p. 162
  117. ^ Pupo, Spazzali, Op. cit., p. 162
  118. ^ Relazione della Commissione storico-culturale italo-slovena, Relazioni italo - slovene 1880-1956, "Periodo 1941-1945", Paragrafo 11, Capodistria, 2000
  119. ^ Il PDS: Foibe, tragedia del totalitarismo Il Corriere della Sera, 21 agosto 1996
  120. ^ Fiction foibe, record d'ascolti La Repubblica, 8 febbraio 2005
  121. ^ La tragedia delle foibe diventa piccola Corriere della Sera, 6 febbraio 2005.
  122. ^ Pupo, Spazzali, p.: «...l'eco delle stragi del 1943 e del 1945 fu assai forte presso l'opinione pubblica italiana: da ciò un'immediata esigenza di spiegare l'accaduto, che non poteva non inserirsi nel clima di violente contrapposizioni nazionali e politiche del momento. Così, quasi subito, presero corpo due opposte versioni dei fatti e due letture antagoniste del loro significato, l'una italiana e l'altra jugoslava. Il perdurare delle tensioni italo-jugoslave fino alla seconda metà degli anni cinquanta (la "questione di Trieste" venne risolta nel 1954 e l'esodo degli italiani dall'Istria si concluse non prima del 1956) fece sì che tali interpretazioni "militanti", finalizzate cioè a mettere polemicamente in crisi l'avversario, si consolidassero presso le forze politiche e la pubblica opi­nione. A tutt'oggi, nonostante esse abbiano dimostrato tutta la loro fragilità sul piano scientifico, continuano a essere largamente diffuse, non solo perché ben radicate nella memoria locale, ma anche perché si prestano a un uso politico che non è mai venuto meno, mentre le semplificazioni, spesso assai grevi, di cui sono intessute, ne favoriscono l'utilizzo da parte dei mezzi di comunicazione.»
  123. ^ Francesco Alberti, Le stragi delle foibe furono violenza di Stato, Corriere della sera, 4 aprile 2001. (archiviato dall'url originale il 6 febbraio 2009).
  124. ^ La Nuova Albarda, In merito al film "Il cuore nel pozzo” ...
  125. ^ il manifesto del 10 febbraio 2009, Articolo di Gabriele Poli
  126. ^ il manifesto dell'11 febbraio 2005, "Alle radici dell'odio tragedie incomparabili sull'orlo di una foiba Alle radici dell'odio tragedie incomparabili sull'orlo di una foiba" di Enzo Collotti
  127. ^ Fabio Andriola La Casta e la Storia, in Storia in rete n° 30 dell'aprile 2008 e www.lefoibe.it
  128. ^ Si veda per esempio il manifesto di Rifondazione Comunista sulla "Memoria delle Foibe" in cui si afferma che le foibe furono solo «l'eliminazione di decine di fascisti e collaborazionisti» assieme ad alcuni «eccessi e vendette personali».
    « Fate pulizia per due, tre giorni, ma al terzo giorno non voglio più vedere morti per le strade »
    (Colonnello inglese John Stevens al Cln piemontese)

    Secondo la storica Alessandra Kersevan (cfr. intervista sul periodico TrentaGiorni, febbraio 2007) «Nelle foibe non sono finite donne e bambini, i profili di coloro che risultano infoibati sono quasi tutti di adulti compromessi con il fascismo, per quanto riguarda le foibe istriane del '43, e con l'occupatore tedesco per quanto riguarda il '45. I casi di alcune donne infoibate sono legati a fatti particolari, vendette personali, che non possono essere attribuiti al Movimento di liberazione. Va detto inoltre che i numeri non sono assolutamente quelli della propaganda di questi anni: è ormai assodato che in Istria nel '43 le persone uccise nel corso dell'insurrezione successiva all'8 settembre sono fra le 250 e le 500, la gran parte uccise al momento della rioccupazione del territorio da parte dei nazifascisti; nel '45 le persone scomparse, sono meno di 500 a Trieste e meno di 1000 a Gorizia, alcuni fucilati ma la gran parte morti di malattia in campo di concentramento in Jugoslavia. Uso il termine "scomparsi", ma purtroppo è invalso l'uso di definire infoibati tutti i morti per mano partigiana. In realtà nel '45 le persone "infoibate" furono alcune decine, e per queste morti ci furono nei mesi successivi dei processi e delle condanne, da cui risultava che si era trattato in genere di vendette personali nei confronti di spie o ritenute tali. Insomma se si va ad analizzare la documentazione esistente si vede che si tratta di una casistica varia che non può corrispondere ad un progetto di "pulizia etnica" da parte degli jugoslavi come si è detto molto spesso in questi anni».

  129. ^ Campo sportivo "Martiri delle foibe"? «No, furono un prodotto del fascismo», da il Gazzettino del 31/01/2013
  130. ^ a b Raoul Pupo; Le stragi del secondo dopoguerra nei territori amministrati dall'esercito partigiano jugoslavo
  131. ^ Vedere il sopra citato "Rapporto della commissione mista italo slovena"; paragrafo 11.
  132. ^ Lega Nazionale. Rassegna di articoli apparsi sulla stampa nazionale nell'immediato dopoguerra
  133. ^ Istituto friulano per la storia del Movimento di liberazione, Resistenza e questione nazionale: atti del Convegno "Problemi di storia della resistenza in Friuli", Udine 5/6/7 novembre 1981, Volume 1, Del Bianco, 1984 cit.: «Per tutte queste ragioni il PCI invita i comunisti della Venezia G. e delle regioni che entreranno nel campo delle prossime operazioni militari di Tito, a far appello, a tutte le forze sinceramente democratiche e antifasciste delle loro località perché appoggino con la più grande fiducia ed il più grande entusiasmo tutte le iniziative, tutte le azioni sia politiche che militari che l'OF intenderà intraprendere per la liberazione dei territori da loro abitati. (...) Anche su questo punto delle direttive del compagno E., concordate con Birk e gli altri due compagni dirigenti jugoslavi, ci permettiamo di ricordare il nostro perfetto accordo già manifestato nel "Saluto ai nostri amici ed alleati jugoslavi".»
  134. ^ Raoul Pupo, Fulvio Anzellotti, Venezia Giulia: immagini e problemi 1945, Editrice Goriziana, 1992, p.58 cit.:«Ciò che invece sembra ormai assodato, è che la decisione del PCI di favorire l'occupazione jugoslava dell'intera Venezia Giulia, quale viene espressa ad esempio nel Saluto ai nostri amici e alleati jugoslavi pubblicato nell'ottobre 1944 su "La nostra lotta"»
  135. ^ Pier Paolo Pasolini sull'Eccidio di Porzûs
  136. ^ Notizia sul Partito Comunista della Venezia Giulia in Cristiana Colummi, Liliana Ferrari, Gianna Nassisi, Germano Trani, Storia di un esodo. Istria 1945-1956, Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione del Friuli-Venezia Giulia, Trieste 1980, pp. 252 ss.
  137. ^ Arrigo Petacco,Foibe e torture. I quaranta giorni dell'orrore rosso., Corriere della Sera (24 ottobre 2004). Cit.: «Per rendere completamente jugoslava l'occupazione di Trieste, avevano anche fatto trasferire in Slovenia le brigate partigiane italiane "Natisone", "Fontanot" e "Trieste", impegnate nel territorio italiano. (...) Tutti i membri del CLN (dal quale erano usciti i rappresentanti del PCI) finirono in carcere o costretti a tornare nella clandestinità e così molti partigiani italiani che non avevano accettato il nuovo corso.»
  138. ^ I 40 giorni del terrore (a cura della Lega Nazionale di Trieste) in Riccardo Basile, L'occupazione jugoslava di Trieste, cit: «Tra le migliaia d'insorti troviamo i rappresentanti dei risorgenti partiti politici italiani e molti Militari dei Carabinieri, della Guardie di Finanza, e della Guardia Civica. Fra loro non ci sono comunisti. (...) Il 1º maggio, fra lo stupore, che poi diviene costernazione, i "liberatori" che arrivano in città sono i partigiani jugoslavi. (...) Disconoscono i "Volontari della Libertà" e, costringono i partigiani del CLN a rientrare nella clandestinità. Per la parola "Italia", per la Bandiera nazionale e per la Libertà "vera" ci sono soltanto porte chiuse. Per contro "stelle rosse", bandiere rosse con falce e martello e Tricolore con stella rossa al centro vengono imposti ovunque. (...) Dispongono il passaggio all'ora legale per uniformare la Città al "resto della Jugoslavia"! Fanno uno smaccato uso dello slogan Smrt Fazismu - Svoboda Narodu, "Morte al Fascismo - Libertà ai popoli", per giustificare la licenza di uccidere chi si suppone possa opporsi alle mire annessionistiche di Tito. (...) L'otto maggio proclamano Trieste "città autonoma" nella "Settima Repubblica Federativa di Jugoslavia. Sugli edifici pubblici fanno sventolare la bandiera Jugoslava affiancata dal Tricolore profanato dalla stella rossa. L'unico quotidiano è "Il nostro Avvenire", schierato in funzione anti italiana.
  139. ^ Guido Rumici, Fratelli d'Istria. 1945-2000: italiani divisi, Mursia, 2001.
  140. ^ Arrigo Petacco; "L'esodo. La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia"; Mondadori, Milano, 1999
  141. ^ Per una ampia trattazione dell'argomento si veda Patrick Karlsen, Il PCI , il confine orientale italiano e il contesto internazionale 1941-1955, Tesi di dottorato, Università degli studi di Trieste, 2009
  142. ^ Dossier Foibe ed Esodo, curato da Silvia Ferretto Clementi, Consigliere Regionale AN-UDC della Lombardia.
  143. ^ Documento video sul "Treno della Vergogna"
  144. ^ PMLI Bertinotti attacca le foibe come i fascisti
  145. ^ http://www.anpitreviso.it/memoria_osservatorio.php?idoss=3
  146. ^ Foibe: il contributo di Adriano Moratto : Anpi Brescia
  147. ^ CNJ / "Foibe", "esodo", e neoirredentismo italiano
  148. ^ Centro studi della Resistenza: saggio sulle foibe
  149. ^ Il titolo completo del libro è infatti: Operazione foibe a Trieste. Come si crea una mistificazione storica: dalla propaganda nazifascista attraverso la guerra fredda fino al neoirredentismo, Kappavu, Udine 1997. Il libro è pubblicato anche on-line.
  150. ^ C.Cernigoi, op.cit., Introduzione.
  151. ^ Anche l'elenco nominativo di questi morti appare on-line.
  152. ^ L'affermazione è contenuta all'interno delle conclusioni del II capitolo.
  153. ^ Ivi.
  154. ^ G.Rustia, Contro Operazione foibe a Trieste, Trieste 2000.
  155. ^ G.Rustia, op. cit, pp. 205 ss.
  156. ^ Si possono citare come esempio i casi di Vittorio Cima, Luciano Manzin e Mauro Mauri, che vennero ammazzati ed infoibati dopo un processo sommario: per Cernigoi (op. cit, p. 130) i tre erano «tre ferrovieri che avevano rubato generi alimentari nel paese di Opicina» (...) che erano caduti vittime di «vendette personali contro crimini comuni (comunque molto gravi, dato il periodo di ristrettezze generali)»; Rustia (op. cit., p. 34) riportò che i tre - membri della Milizia Ferroviaria - erano stati uccisi con una pistolettata alla nuca e gettati nella foiba di Monrupino essendo stati riconosciuti colpevoli del furto di un maialetto, ma nel gennaio del 1948 la Corte d'Assise di Trieste aveva stabilito che nel processo popolare da essi subito «nessuna prova esisteva al momento di cui si occupa (quello dell'arresto) che valesse a stabilire che autori di questi reati fossero stati i più nominati tre militi. Tutti i derubati hanno affermato di aver subito le rapine ad opera di militi fascisti, ma nessuno ha riconosciuto questi nei tre (...)».
  157. ^ Pupo, Spazzali, pp. 126-127
  158. ^ Comunicato del direttore in merito al libro "Foibe" di Pupo e Spazzali.
  159. ^ Negazionista!.
  160. ^ Claudia Cernigoi, Emergenza negazionismo a Trieste, in La Nuova Alabarda, marzo 2010.
  161. ^ Rolf Wörsdörfer, Krisenherd Adria 1915-1955, Ferdinand Schöning, Paderborn 2004, p. 479. Il testo è stato pubblicato in italiano dalla casa editrice Il Mulino nel 2009, col titolo Il confine orientale. Italia e Jugoslavia dal 1915 al 1955.
  162. ^ P.Mieli, Trieste, la guerra di Tito contro gli antifascisti, in Corriere della Sera, 6 aprile 2010.
  163. ^ R.Spazzali, Pirjevec: le foibe solo propaganda, in Il Piccolo, 13 ottobre 2009
  164. ^ G.Parlato, Dalla Slovenia (via Einaudi) un altro falso storico sulle foibe, in Libero, 13 ottobre 2009.
  165. ^ S. Lusa, Foibe. Una storia d'Italia, in Osservatorio Balcani e Caucaso, 23 novembre 2009.
  166. ^ Canto popolare istriano
  167. ^ Il brano, più precisamente, diceva: «Se Muja gà dei squeri, Albona gà el carbon, Che per brusar le birbe El pol venir in bon. A Pola xé la rena, La foiba gà Pisin, Per butar zò in quel fondo Chi gà zerto morbin» ...
  168. ^ Cobol italianizzò successivamente il proprio cognome in "Cobolli", aggiungendovi "Gigli", lo pseudonimo che utilizzò dopo il suo arruolamento nel Regio Esercito Italiano
  169. ^ Pupo, Spazzali, p. 366: «Anche il quotidiano sloveno 'Promorsky Dnevik' se ne occuperà, ma non direttamente almeno in questa fase, limitandosi a commentare gli esiti del dibattito tenuto negli studi di Radio Opcine ed a riportare alcune affermazioni degli intervenuti, in modo particolare quella atta a dimostrare l'estraneità da sempre dalla cultura slovena e croata del termine 'foibe'; termine, secondo i conduttori della trasmissione, introdotto a pieno titolo dalla cultura fascista, se risulta vera, come appare, la citazione di uno scritto risalente al 1932 di Giuseppe Cobol-Cobolli sulla storia della 'Foiba' di Pisino, 'degno posto di sepoltura (...), e ciò riferito agli equilibri tra i centri urbani e le campagne croate.» (si veda 'Primosky Devik', Kdo se Koga in Kdaj (Chi, a chi e quando), di Stanilav Renko, 30 aprile 1987)
  170. ^ Giulio Italico (Giuseppe Cobol), GUIDA DESCRITTIVA DI TRIESTE (la Fedele di Roma) E L'ISTRIA (Nobilisima)., Torino 1919 (riedita a Trieste nel 1923), pp. 199-200
  171. ^ Su "Gerarchia", IX, 1927
  172. ^ Da osservare, di nuovo, che Cobolli si riferisce all'abisso noto come "Foiba di Pisino" e non alle "foibe" in generale.
  173. ^ Elio Apih, Le foibe giuliane, Libreria Editrice Goriziana, 2010, ISBN 9788861020788; p. 15: «... ripetutamente è stata ricordata una canzonetta istriana, di Pisino, dove appunto scorre il torrente "Foiba", quale primo incitamento a "infoibare" [...] Si tratta di una canzonetta presentata, all'inizio del secolo, ad un concorso della Lega Nazionale [...], testimonianza letteraria di un sentimento di ostilità, espresso scherzosamente, ma con un sentimento meno scherzoso (?), benché ciò si dica in retroprospettiva, prima mai. Cattiva letteratura, anche se popolare, certo; ma naturalmente non è nella letteratura la matrice dei fatti di "infoibamento"»; p. 21: «[...] la documentazione letteraria - se tale vogliamo considerare la canzonetta - non rappresenta un precedente, era solo un vago richiamo psicologico.»
  174. ^ Intervento al convegno "La guerra è orrore - Le foibe tra fascismo, guerra e resistenza", Venezia, 13 dicembre 2003 (convegno organizzato da Rifondazione Comunista)[10][11][12]
  175. ^ Articolo di Giacomo Scotti su il manifesto di venerdì 4 febbraio 2005 (contiene le medesime tesi esposte al convegno "La guerra è orrore ...). Lo Scotti afferma precisamente: «La canzoncina di Sua Eccellenza (testo dialettale e traduzione italiana a fronte) diceva: "A Pola xe u'Arena/ la Foiba xe a Pisin:/ che i buta zo' in quel fondo/ chi gà certo morbin". (A Pola c'è l'Arena,/ a Pisino c'è la Foiba:/ in quell'abisso vien gettato/ chi ha certi pruriti). Dal che si vede che il brevetto degli infoibamenti spetta ai fascisti e risale agli inizi degli anni Venti del XX secolo. Purtroppo essi non rimasero allo stato di progetto e di canzoncine. Riportiamo qui, dal quotidiano triestino Il Piccolo del 5 novembre 2001, la testimonianza di Raffaello Camerini, ebreo, classe 1924...»
  176. ^ "Nuove illazioni sulle foibe", di Liliana Martissa
  177. ^ Si veda, Elio Apih, Op. cit, p. 26-30 e pp. 58-60, dove l'autore fa una descrizione dei possibili precursori delle foibe senza mai menzionare gli episodi descritti dal Camerini; in particolare a p. 36: «[...] come e dove avviene l'infoibamento nella Venezia Giulia? C'è qualche antecedente rispetto all'8 settembre 1943 [...] (N.d.R: si cita quindi l'eccidio di Podhum, del 23 maggio 1943, dove si utilizzarono foibe come fossa comune, quindi un eccidio di zingari, in data e luogo incerti, ad opera di Ustasha croati; entrambi i fatti avvennero in Croazia.» Di nuovo nessun riferimento alla testimonianze del Camerini).
  178. ^ Elio Apih, Op. cit., p. 23, «Ma c'è un altro aspetto, del tutto pratico, che spiega le "foibe" [...]. { la loro potenziale funzione di "discarica mortuaria" che ha altro significato del termine "camera mortuaria" [...] utili sia per esigenze di occultazione dei cadaveri, che per esigenze di liberarsi dai ... prodotti di un eccidio. Da tenere presente la particolare natura del terreno istriano e carsico, sassoso e con poco manto, che rende laborioso e difficile scavare fosse comuni [...]. Le "foibe" come soluzione pratica come soluzione pratica per liberarsi dei cadaveri senza scavare fosse.»
  179. ^ Raoul Pupo, La tragica scelta tra foibe ed esilio in Il Giornale, 17 maggio 2005. URL consultato il 12 dicembre 2011.: «Episodicamente, le foibe furono usate come barbare sepolture anche in altri casi: forse dai fascisti nel '42 e nel '43, sicuramente dai partigiani jugoslavi negli ultimi anni di guerra. Ma il punto non sta in una tecnica di omicidio diffusa in tutta l'area jugoslava: il punto sta nella strage di fasce di popolazione inerme, nell'inserirsi della violenza politica programmata sul terreno di odi nazionali, contrapposizioni ideologiche e rancori personali creatosi nei precedenti decenni.»
  180. ^ Predrag Matvejevic, Luka Zanoni (traduzione), Predrag Matvejević: le foibe e i crimini che le hanno precedute in Novi List, 12 febbraio 2005. URL consultato il 12 dicembre 2011.
  181. ^ vedi Federico Vincenti, Quando si cominciò a parlare di Foibe? in Patria indipendente, 19 settembre 2004. URL consultato il 12 dicembre 2011 (archiviato dall'url originale il 19 ottobre 2007). che rilancia l'ipotesi di Scotti
  182. ^ J.Pirjevec, Op. cit., p.34
  183. ^ Fisicamente.net - 16-02-2005 L'ispettorato speciale di pubblica sicurezza;Le foibe tra mito e realtà. Intervista ad Alessandra Kersevan.
  184. ^ Si veda al minuto 2:20, la video intervista a Mesic e i relativi commenti: La storia siamo noi - Le Foibe.
  185. ^ In tale relazione si afferma che per i giuliani favorevoli all'Italia «l'occupazione jugoslava [fu] come il momento più buio della loro storia, anche perché essa si accompagnò nella zona di Trieste, nel goriziano e nel capodistriano ad un'ondata di violenza che trovò espressione nell'arresto di molte migliaia di persone, - in larga maggioranza italiane, ma anche slovene contrarie al progetto politico comunista jugoslavo -, parte delle quali vennero a più riprese rilasciate; in centinaia di esecuzioni sommarie immediate - le cui vittime vennero in genere gettate nelle "foibe"; nella deportazione di un gran numero di militari e civili, parte dei quali perì di stenti o venne liquidata nel corso dei trasferimenti, nelle carceri e nei campi di prigionia (fra i quali va ricordato quello di Borovnica), creati in diverse zone della Jugoslavia. Tali avvenimenti si verificarono in un clima di resa dei conti per la violenza fascista e di guerra ed appaiono in larga misura il frutto di un progetto politico preordinato, in cui confluivano diverse spinte: l'impegno ad eliminare soggetti e strutture ricollegabili (anche al di là delle responsabilità personali) al fascismo, alla dominazione nazista, al collaborazionismo ed allo stato italiano, assieme ad un disegno di epurazione preventiva di oppositori reali, potenziali o presunti tali, in funzione dell'avvento del regime comunista, e dell'annessione della Venezia Giulia al nuovo Stato jugoslavo. L'impulso primo della repressione partì da un movimento rivoluzionario che si stava trasformando in regime, convertendo quindi in violenza di Stato l'animosità nazionale ed ideologica diffusa nei quadri partigiani.»
  186. ^ http://www.camera.it/parlam/leggi/04092l.htm Legge n. 92 del 30 marzo 2004
  187. ^ Tale amnistia promulgata con il D.P.R. 22 giugno 1946, n. 4, il cui testo è disponibile sul sito della Corte Suprema di Cassazione all'indirizzo: http://www.italgiure.giustizia.it/nir/lexs/1946/lexs_139245.html, comprendeva i reati comuni e politici, compresi quelli di collaborazionismo con il nemico e reati annessi ivi compreso il concorso in omicidio, pene allora punibili fino ad un massimo di cinque anni. I reati commessi al Sud dopo l'8 settembre 1943 e l'inizio dell'occupazione militare alleata al Centro e al Nord.[13] [14]
  188. ^ D.P.R 19 dicembre 1953, n. 922, testo disponibile sul sito della Corte Suprema di Cassazione all'indirizzo: http://www.italgiure.giustizia.it/nir/1953/lexs_33552.html
  189. ^ D.P.R. 4 giugno 1966, n. 332, testo disponibile dal sito della Corte Suprema di Cassazione all'indirizzo: http://www.italgiure.giustizia.it/nir/1966/lexs_39092.html
  190. ^ A tal proposito sono stati scritti libri di denuncia, come "Italiani senza onore. I crimini in Jugoslavia e i processi negati (1941-1951)" a cura di C. Di Sante.
  191. ^ Art. 45 del Trattato di pace fra l'Italia e le Potenze Alleate ed Associate - Parigi, 10 febbraio 1947
  192. ^ Il processo agli infoibatori
  193. ^ http://www.nidiacernecca.it/ Nidia Cernecca: sito ufficiale.
  194. ^ Interrogazione parlamentare e Atto depositato in senato
  195. ^ Intermax (rivista virtuale di analisi e critica materialista) Processo alle Foibe, processo alla Resistenza di Claudia Cernigoi
  196. ^ Documento riassuntivo dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Nota alla bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

S'indicano di seguito dei testi utili per approfondire l'argomento. Si tenga presente che questo argomento è molto discusso e spesso soggetto a condizionamenti politici quindi non tutti i testi seguono un metodo storico canonico o, se lo fanno, comunque hanno come obiettivo la dimostrazione di una tesi. Molti autori non nascondono di essere schierati per una fazione politica piuttosto che per un'altra quindi la neutralità dell'analisi appare fortemente condizionata.

In molti testi, notano alcuni, spesso si discute di argomenti storici secondari come i soli numeri dell'eccidio o delle foibe, mentre si tralasciano argomenti più importanti come le cause e le conseguenze.

Per questo motivo si consiglia un approccio critico a ogni tipo di testo quindi s'invita a operare un confronto prima di giungere a conclusioni personali. Vengono qui indicati, infatti, testi rappresentativi di tutte le visioni e di tutti i punti di vista.

Saggi storici[modifica | modifica wikitesto]

  • AA.VV. (Commissione storico-culturale italo-slovena) I rapporti italo-sloveni 1880-1956, Nova revija, Ljubljana 2001 ISBN 961-6352-23-7* AA.VV., "Istria nel tempo: manuale di storia regionale dell'Istria con riferimenti alla città di Fiume", Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, 2006
  • AA,VV. (Adriano Dogulin, Giuseppe Parlato, Raoul Pupo, Paolo Sardos Albertini, Roberto Spazzali), Foiba di Basovizza Monumento Nazionale, Ed. Comune di Trieste, Civici Musei di Storia ed Arte, Lega Nazionale - Trieste, Trieste 2008, ISBN 978-88-87377-29-3
  • Claudia Cernigoi, Operazione foibe a Trieste, Edizioni Kappa Vu, Udine 1997
  • Claudia Cernigoi, Operazione Foibe - Tra storia e mito, Edizioni Kappa Vu, Udine, 2005
  • Pasquale Chessa, Guerra Civile 1943 1945 1948, (pag. 156), Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2005 ISBN 978-88-04-55364-9
  • Mafalda Codan, Diario di Mafalda Codan in: Mario Dassovich, Sopravvissuti alle deportazioni in Jugoslavia, Istituto Regionale per la Cultura Istriana – Unione degli Istriani - Bruno Fachin Editore – Trieste 1997 ISBN 88-85289-54-1
  • Paolo De Franceschi Foibe, prefazione di Umberto Nani, Centro Studi Adriatici, Udine 1949
  • Federico Goglio: "Foibe : inferno a nord-est", Editore Baranzate di Bollate Cidal, 2001
  • Boris Gombač: Atlante storico dell'Adriatico orientale, Bandecchi & Vivaldi Editori, Pontedera 2007 ISBN 978-88-86413-27-5
  • Alessandra Kersevan, Un campo di concentramento fascista. Gonars 1942-1943, Kappa VU, Udine, 2003
  • Patrick Karlsen, Frontiera rossa. Il Pci, il confine orientale e il contesto internazionale 1941-1955, LEG, Gorizia, 2010
  • Jožko Kragelj, Pobitim v spomin: žrtve komunističnega nasilja na Goriškem 1943-1948, Goriška Mohorjeva, Gorizia 2005
  • Giancarlo Marinaldi (vero nome Carlo Gonan), La morte è nelle foibe, Cappelli, Bologna 1949
  • Adamo Mastrangelo, Foibe, ciò che non si dice, Calendario del Popolo, Luglio 2008, Nicola Teti Editore
  • Luciano Monzali, Italiani di Dalmazia. Dal Risorgimento alla Grande Guerra vol 1. Le Lettere. Firenze, 2004
  • Luciano Monzali, Italiani di Dalmazia. 1914-1924 vol 2. Le Lettere. Firenze, 2007
  • Gianni Oliva, La resa dei conti: aprile-maggio 1945: foibe, piazzale Loreto e giustizia partigiana, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1999 ISBN 88-04-45696-5
  • Gianni Oliva, Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell'Istria, Mondadori, Milano 2003, ISBN 88-04-48978-2
  • Frank Perme e altri, Slovenia, 1941, 1948, 1952: Anche noi siamo morti per la patria, Milano 2000.
  • Luigi Papo, L'Istria e le sue foibe, Settimo sigillo, Roma, 1999
  • Luigi Papo, L'ultima bandiera. Storia del reggimento Istria, L'Arena di Pola, Gorizia 1986
  • Eno Pascoli, Foibe: cinquant'anni di silenzio. La frontiera orientale, Aretusa, Gorizia 1993
  • Pierluigi Pallante, La tragedia delle foibe, Editori Riuniti, Roma 2006
  • Arrigo Petacco, L'esodo. La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia, Mondadori, Milano 1999
  • Jože Pirjevec, Foibe - Una storia d'Italia, Giulio Einaudi Editore, Torino 2009 ISBN 978-88-06-19804-6
  • Raoul Pupo, Le foibe giuliane 1943-45 in L'impegno, a.XVI, nº 1, aprile 1996. URL consultato il 13 gennaio 2009.
  • Raoul Pupo, Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l'esilio, Milano, Rizzoli, 2005, ISBN 88-17-00562-2.
  • Raoul Pupo, Roberto Spazzali, Foibe, Bruno Mondadori, 2003, ISBN 88-424-9015-6.
  • Raoul Pupo, Trieste '45, Laterza, Roma-Bari 2010 ISBN 978-88-420-9263-6
  • Leonardo Raito, Il PCI e la resistenza ai confini orientali d'Italia, Temi, Trento, 2006
  • Franco Razzi, Lager e foibe in Slovenia, E.VI, Vicenza 1992
  • Guido Rumici, Infoibati (1943-1945) I nomi, i luoghi, i testimoni, i documenti, Mursia, Milano 2002 ISBN 9788842529996
  • Giorgio Rustia, Contro operazione foibe a Trieste a cura dell'Associazione famiglie e congiunti dei deportati italiani in Jugoslavia e infoibati, 2000
  • Fulvio Salimbeni, Le foibe, un problema storico, Unione degli istriani, Trieste 1998
  • Cesare Salmaggi-Alfredo Pallavicini, La seconda guerra mondiale, Mondadori, 1989 ISBN 88-04-39248-7
  • Giacomo Scotti, Dossier Foibe, Manni, San Cesario (Le), 2005
  • Frediano Sessi, Foibe rosse. Vita di Norma Cossetto uccisa in Istria nel '43, Marsilio, Venezia 2007.
  • Giovanna Solari, Il dramma delle foibe, 1943-1945: studi, interpretazioni e tendenze, Stella, Trieste 2002
  • Roberto Spazzali, Foibe: un dibattito ancora aperto. Tesi politica e storiografica giuliana tra scontro e confronto, Lega Nazionale, Trieste 1990
  • Roberto Spazzali, Tragedia delle foibe: contributo alla verità, Grafica goriziana, Gorizia 1993
  • Giampaolo Valdevit (cur.), Foibe, il peso del passato. Venezia Giulia 1943-1945, Istituto regionale per la storia del Movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, Trieste 1997
  • Diego Zandel I testimoni muti: le foibe, l'esodo, i pregiudizi Mursia Milano, 2011, ISBN 9788842546443

Romanzi[modifica | modifica wikitesto]

  • Carlo Sgorlon, La foiba grande, Arnoldo Mondadori, Milano 1992

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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