Conca dei Marini

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Conca dei Marini
Stato: bandiera Italia
Regione: Campania
Provincia: Salerno
Coordinate: 40°37′0″N 14°34′0″E / 40.61667, 14.56667Coordinate: 40°37′0″N 14°34′0″E / 40.61667, 14.56667
Altitudine: 400 m s.l.m.
Superficie: 1 km²
Abitanti:
743 2007
Densità: 743 ab./km²
Comuni contigui: Amalfi, Furore
CAP: 84010
Pref. telefonico: 089
Codice ISTAT: 065044
Codice catasto: C940 
Nome abitanti: conchesi 
Santo patrono: Sant'Antonio di Padova 
Giorno festivo: 13 giugno 
Comune
Posizione del comune nell'Italia
Sito istituzionale
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Conca dei Marini è un comune di 743 abitanti della provincia di Salerno, facente parte del territorio della Costiera Amalfitana. Deve il suo nome alla specifica conformazione geografica a forma di conca, con l'aggiunta della denominazione dei Marini per sottolineare la vicinanza al mare e l'antico ruolo svolto dai marinai che vi abitavano, un tempo molto numerosi ed esperti delle tecniche della navigazione, così che il paese è anche definito città dei naviganti.

Patrimonio dell'Umanità dell'Unesco

Conca dei Marini, assieme a tutta la Costiera, dal 1997 è stata dichiarata dall'Unesco Patrimonio dell'Umanità.

Indice

[modifica] Cenni storici

Le origini di Conca dei Marini sono piuttosto incerte; si ritiene con buona probabilità che sia stata fondata dai Tirreni con il nome di Cossa e, data la conformazione ripida ed irregolare dell’entroterra, i primi abitanti si dedicarono subito alle attività marittime. Nel 481 a.C. venne conquistata dai Romani, che la trasformarono in colonia; il piccolo borgo marinaro fornì loro un cospicuo contributo nel corso della seconda guerra punica, per poi ribellarglisi contro durante la guerra sociale del I secolo a.C.

Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, Conca divenne una base di supporto per la vicina Repubblica marinara di Amalfi, intrattenendo pertanto rapporti commerciali con gli altri popoli del Mediterraneo e accrescendo ulteriormente la propria bravura nel campo marinaro, poiché iniziò a poter disporre di ben 27 grandi galeoni come attestano le cronache del tempo. In seguito alla capitolazione della repubblica amalfitana nel XI secolo, il paese ebbe un momentaneo periodo di crisi, che poi superò sotto la dominazione degli Svevi e degli Angioini, in cui riprese con maggior vigore i traffici marittimi. Nel 1275 era infeudata, come anche altre terre e città in Costiera Amalfitana in quel periodo, subito dopo l'avvento degli Angioini, ma non si conosce il nome dei suoi signori e, in ogni caso, tale situazione non durò molto. Per via della successiva dominazione spagnola degli Aragonesi prima e dei Borboni poi, gli scambi commerciali, dopo la scoperta dell'America, si estesero verso il Nuovo Mondo, consentendo così a diversi condottieri conchesi di arricchirsi e potersi elevare socialmente. I porti principali dove approdavano erano quelli di Venezia, Trieste, Costantinopoli e Smirne e più tardi anche Odessa. Proprio in quegli anni, però, cominciarono le attività piratesche dei Turchi, che non solo minacciavano le navi mercantili, ma attaccavano e saccheggiavano i paesi rivieraschi. La stessa Conca subì un saccheggio nel giugno 1543: 5 galeotte turche, infatti, sbarcarono presso il capo di Conca e misero al sacco tutto il paese, profanando e spogliando di tutti i suoi arredi la chiesa di San Pancrazio martire, che rimase per più anni chiusa e interdetta. Un altro duro colpo per i conchesi, fu il flagello della peste che la colpì principalmente negli anni 1528 e 1556.

Da un manoscritto del 1650 scritto da un anonimo si evince lo stato del paese in quel tempo: “Conca, ha buoni poderi, e frutti particolarmente delle soscelle, quali nella Costiera sono in stima, e si vendono bene nella città di Napoli. L’arte più frequente di questa terra è fare calzette di seta; se ne lavorano l’anno in essa due mila paia. Vi si è introdotta anco l’arte di ritorcere le spumiglie e veli per li manti donneschi. Vi sono anche barche e marinari da carico grande per viaggi. V’è il carico di legnami che calano da Agerola, e se ne caricano l’estate circa dieci vascelli grandi. Questa stessa terra ha bisogno per ciascun anno circa mille e duecento tomola di grano che li vien da Salerno, e di settanta botte di vino dal Cilento. I naturali del luogo si dilettano anche di lavorare palme (per la Domenica delle Palme), e comprati gli germogli di esse da per tutta quella Costiera, ove ne abbondano, si conferiscono a lavorarle a Napoli a tempo opportuno.”

Malgrado l'inarrestabile decadenza, il suo porto fu frequentato da mercantili ancora fino alla metà del XIX secolo e la tonnara, unica in tutta la Costiera, creata intorno al 1700, sopravvisse fino al 1956. Nel 1861, dopo la cacciata dei Borbone di Napoli, Conca dei Marini passò al Regno d'Italia. Nel periodo fascista a Conca fu unito il paese di Furore, ma alla fine della Seconda Guerra Mondiale i due comuni tornarono ad essere separati. Attualmente la principale risorsa economica del paese è costituita dal turismo di massa; seguono poi (seppur in tono minore rispetto al passato) la pesca e l'agricoltura, caratterizzata soprattutto dalle coltivazioni di limoni e pomodorini "del pendolo" (in napoletano "d' 'o piennolo").

[modifica] Lo stemma

L’origine dello stemma comunale di Conca dei Marini risale al periodo angioino. Esso è formato da una corona ed uno scudo, all'interno del quale sono raffigurati 3 gigli (simbolo araldico della casa D'Angiò) in un campo blu nella parte superiore ed un vaso d’oro in un campo argenteo nella parte inferiore. I gigli Angioini testimoniano lo sviluppo che Conca ha avuto durante il regno di questa dinastia.

[modifica] Evoluzione demografica

Abitanti censiti


[modifica] Luoghi di interesse

[modifica] Marina di Conca

La Marina di Conca

La Marina di Conca è una piccola baia circondata da numerose casettine bianche e rappresenta il principale stabilimento balneare del paese, nonché il porto in cui attraccano tuttora le imbarcazioni dei pescatori locali. In tempi molto remoti era proprio in questa baia che si concentravano tutte le attività del paese, dalla pesca con la tonnara ai traffici marittimi; in più, qui vi era l'usanza di eleggere pubblicamente il sindaco nel mese di agosto. Al suo interno sorge una graziosa cappellina dedicata alla Madonna della Neve, cui viene celebrata una solenne festa il 5 agosto con una processione via mare. La cappella, di origine antica, fu edificata appositamente nella Marina per permettere ai marinai e ai visitatori di giungervi con notevole facilità. Vi si venera un altorilievo raffigurante la Madonna con il Bambino, proveniente dall'oriente come lascia credere l'iscrizione che reca nella parte inferiore in greco cirillico.

La Marina di Conca, inoltre, è divenuta celebre tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta per aver ospitato molti personaggi famosi, tra cui spiccano Gianni Agnelli, la principessa Margaret d’Inghilterra e Jacqueline Kennedy (che nel 1962, di ritorno da una visita a Ravello, vi sostò per un bagno).

Nel maggio del 1996 la zona fu colpita da una grossa frana dovuta al distaccamento delle pareti rocciose retrostanti; non provocò vittime, ma distrusse alcune costruzioni situate nei pressi della Marina e rese inagibile la spiaggia per cinque anni. Nel 2003, invece, è stata segnalata da Legambiente tra le 11 migliori spiagge d'Italia.[1]

[modifica] Torre del Capo di Conca

Capo di Conca visto da mare
Capo di Conca con l'antica torre di guardia

La Torre del Capo di Conca, detta anche Torre Saracena o Torre Bianca, è un'antica torre di guardia cinquecentesca che sorge sul promontorio chiamato Capo di Conca. Fu fatta costruire dal viceré di Napoli Pedro de Toledo, a difesa del territorio contro le invasioni dei Turchi. Si scelse di erigerla su pianta quadrata anziché su pianta circolare, dal momento che, a partire da Carlo V in poi, la resistenza delle torri circolari, largamente impiegate in passato, fu messa in dubbio. La torre è composta da un'unica grande sala, al di sopra della quale sono situate due stanzette riservate alle guardie. Dopo la sconfitta dei Turchi a Lepanto la torre, come molte altre, perse di importanza e fu abbandonata al suo destino e usata a scopo cimiteriale a causa della bassa mortalità. Ciò non cambiò il suo fascino: infatti si racconta che due signore americane, rimaste affascinate dal luogo, si inginocchiarono e pregarono Dio affinché fossero sepolte lì. La torre fu destinata a questo uso fino al 1949, finché fu restaurata dall'amministrazione comunale che ne è proprietaria e destinata a museo.

[modifica] Grotta dello Smeraldo

Per approfondire, vedi la voce Grotta dello Smeraldo.

[modifica] Complesso monumentale Chiesa di Santa Maria di Grado e Conservatorio di Santa Rosa da Lima

[modifica] Chiesa di Santa Maria di Grado

Galleria fotografica del Complesso monumentale
Chiesa di Santa Maria di Grado (a sinistra) e Monastero di Santa Rosa (a destra)
Altare principale sormontato dalla cupola che occupa tutta l'aria absidale e affiancato nella parte superiore dalle aperture del secondo coro. Tali aperture sono abbellite con gelosie dorate sormontate da cherubini.
IL quadro dell'altare maggiore raffigurante Santa Maria, racchiuso in un'articolata decorazione di stucchi.
Finestra del comunichino decorata con una cornice di legno dipinta in stile tardo barocco. Le domenicane attraverso la piccola porticina della grata, sormontata da una corona di legno, retta da due angeli, ricevevano l'eucarestia restando nascoste.
Il varco introduce nel corridoio che immette nell'antica sacrestia e dopo la vendita del conservatorio è stata creata un' altra apertura per poter accedere nel comunichino che è stato adibito a sacrestia. Anticamente la porta del disimpegno doveva presentare la stessa decorazione dell'apertura opposta.
Altare dedicato ai Santi e a Santa Rosa.
Altare dedicato alla Madonna del Rosario.
Altare ligneo dedicato alla Pietà.
Altare ligneo dedicato a San Nicola
Altare ligneo dedicato all'Immacolata concezione e a Santa Lucia.
Il coro principale delimitato da un parapetto ligneo sormontato da una grata bombata sovrastante l'ingresso affiancato da due porte. Quella di destra immette nel piccolo ambiente che si trova nella parte inferiore del camanile. L'altra porta immette nel piccolo confessionale in muratura dove il prete dava il sacramento della confessione alle monache che senza essere viste si trovavano dall'altra parte, nel monastero.
Custodia rinascimentale per gli oli benedetti.
Cranio di San Barnaba apostolo.

La chiesa di Santa Maria di Grado è situata nella parte alta del paese in località “Grado” da cui prende il nome. Questa chiesa risalente al IX secolo, fu distrutta da un cataclisma e ricostruita nel secolo successivo. Le strutture originarie non si possono più vedere giacché sono molte le modifiche apportate lungo i secoli. Nel 1539 fu donata dal Vescovo Giovanni Ferdinando Annio al comune che la cedette fatiscente alla famiglia Pandolfo nel XVII secolo con l’onere di edificarvi affianco un conservatorio. La chiesa è composta da un’aula rettangolare, sormontata da una volta a botte lunettata mentre la zona presbiterale da una cupola all’esterno maiolicata. La chiesa è stata ampliata e abbellita in chiave tipicamente tardo barocca nel periodo di massimo splendore dell’ adiacente conservatorio dedicato a Santa Rosa da Lima. Un cancello sormontato da un’edicola introduce in uno stretto e lungo sagrato chiuso da un muro costruito nel XVIII per proteggere la clausura. Un piccolo portico, sul quale si trova una stanza dove sono ancora in sito i sedili delle domenicane per assistere alle funzioni, precede l’ingresso. La soglia del portone è stata creata riutilizzando la lapide sepolcrale del reverendo Pietro Coltellino, rettore della chiesa nel XVII secolo. L’entrata è fiancheggiata da due locali; quello di sinistra era l’antico confessionale delle monache, un spazio angusto con una grata, dove il prete si sedeva affinché le monache invisibili all’interno del conservatorio ricevessero il sacramento della confessione. L’altro è una stanzetta ripostiglio che si trova al piano inferiore della torre campanaria. Al di sopra del portone c’è il coro delimitato da un parapetto ligneo sormontato da una grata bombata e dorata. In ogni lato ci sono tre cappelle: a destra sono dedicate all'Immacolata Concezione e a Santa Lucia, alla Pietà e a Santa Rosa; a sinistra alla Madonna del Carmelo, a San Nicola e alla Madonna del Rosario fra un gruppo di santi apparteneni all'ordine dei domenicani. Anticamente ve ne dovevano essere altre due, come dimostrano gli stucchi, attigue all’entrata successivamente chiuse e tagliate in altezza dal coro. I primi quattro altari sono lignei e riprendono i motivi del parapetto del coro. Purtroppo è andato perduto l’altare maggiore in legno dorato del presbiterio che doveva essere il punto cruciale per chi entrava e sostituito con un altro in marmo nel 1858. Sopravvissuti ai continui rimaneggiamenti i pavimenti dell’ambiente messi nel 1750 in sostituzione al calpestio in lapillo presente ancora oggi nel conservatorio. Sulla parete di fondo, a fianco all’altare maggiore si possono vedere a sinistra la porta con una fascia dipinta di grigio che introduce nel corridoio antistante la sacrestia. A destra la finestra del comunichino decorata con motivi floreali e con una doppia grata dorata e con la porticina per la comunione. Questo ambiente era destinato soltanto alle monache e l’accesso era dal monastero affinché le suore potessero ricevere la comunione senza essere viste. Dopo che il conservatorio fu alienato fu aperto un altro varco dal corridoio della sacrestia. Al di sopra delle due aperture citate, si trovano in maniera simmetrica le due gelosie dorate del secondo coro al quale si accede con una scala dal comunichino. Il campanile è vagamente somigliante a quello del duomo di Amalfi sebbene in versione più piccola. Sul sagrato ci sono varie aperture attraverso cui si accede in locali che erano adibiti a parlatorio, come dimostrano le grate, e da ingresso alla casa monastica finché il conservatorio non fu alienato dal comune che è rimasto proprietario della chiesa.

[modifica] Conservatorio di Santa Rosa da Lima

Per approfondire, vedi la voce Conservatorio di Santa Rosa da Lima.

[modifica] Chiesa di San Giovanni Battista e Sant'Antonio di Padova

Galleria fotografica della Chiesa di San Giovanni Battista e Sant'Antonio di Padova
Chiesa di San Giovanni Battista e Sant'Antonio di Padova
Il presbiterio con l'altare e l'ambone posti dopo il restauro di consolidamento del presbiterio nel 2000; il quadro dell'altare principale rappresenta la vergine tra San Giovanni Battista e Sant'Andrea Apostolo, patrono della diocesi.
Stucchi che sovrastano il presbiterio che prima del restauro erano color oro e con il velo sormontato dalla corona.
Altare che si trova in fondo alla navata destra dedicato alla Madonna del Rosario, a San Gaetano e a Sant'Antonio di Padova. Questo altare apparteneva alla famiglia Pandolfo
Altare della navata sinistra dedicato alla Madonna del Carmine, a Sant'Antonio di Padova e al Beato Bonaventura da Potenza.
Altare della navata sinistra dedicato alla Madonna di Monte Vergine, il quadro originale è stato rubato.
Altare del lato destro dedicato a San Giuseppe.
Statua di Sant'Antonio di Padova Protettore di Conca dei Marini.
Organo donato nel 1926 dai devoti di Sant'Antonio, ancora oggi è usato per le celebrazioni liturgiche. Anticamente al posto suo vi si trovavano due cappelle, una dedicata alla Madonna della Vetrana e un altro a Sant'Antonio abate.
Crocifisso di cartapesta con occhi di vetro facente parte del gruppo processionale.
Statua della Madonna Addolorata facente parte del gruppo processionale.
Custodia barocca degli oli Santi
Statua del XVI secolo di San Giovanni Battista Santo titolare della chiesa.
Urna cineraria romana di epoca imperiale adibita ad acquasantiera
Fonte Battesimale di stile barocco
Decorazione del soffitto della sacrestia

La chiesa che va sotto il titolo parrocchiale di San Giovanni Battista, nota anche come Chiesa di Sant'Antonio di Padova (patrono ufficiale di Conca dei Marini dal 26 dicembre 1694), è un edificio religioso di remota fondazione, di cui si ignorano completamente le origini. Secondo un documento del 1673 del parroco Don Nicola Rispolo, attorno alla chiesa c'erano vecchie strutture diroccate a causa della peste, che quando vennero rase al suolo portarono alla scoperta di due urne cinerarie di epoca romana. Tra i documenti ufficiali riguardanti la chiesa, si attesta che nel 1416 un signore locale, Giacomo Sarcaya, aveva il diritto di nominare il rettore della parrocchia di San Giovanni; tale pratica restò in mano alla famiglia Sarcaya per molto tempo, finché non lo passò alla famiglia Paolillo, che era imparentata strettamente con essa. La chiesa di San Giovanni Battista risulta essere la chiesa principale del paese, e vi si venera il santo patrono.

La chiesa di San Giovanni Battista si erge su un’alta rupe e domina l’intero specchio d’acqua della conca e serve i fedeli del rione di Penne. Grazie a questa posizione è stata protetta dalle invasioni saracene che invece hanno colpito duramente quella di San Pancrazio martire. In base ai ritrovamenti delle urne cinerarie si è ipotizzato che la chiesa sorgesse al posto di un antico edificio di culto pagano adibito a luogo di culto cristiano nel Medioevo. Tutto ciò viene dimostrato dalla presenza nelle strutture di archi ogivali e, come attesta il Rispolo, di decorazioni con il giglio angioino, già presente nello stemma comunale, in vari punti dell’edificio. Si attesta in tempi antichissimi la presenza di un ospedale le cui strutture erano fatiscenti all’epoca della reggenza del parroco don Nicola Rispolo . Nel 500 la chiesa versava in pessime condizioni che si aggravarono, nel corso del 600, con l’incuria a causa dalla peste che decimò la popolazione conchese. L’accesso avviene attraverso un grande cancello di ferro battuto che reca in un cerchio, nella parte superiore, le lettere S.A. (Sant’ Antonio) sito in via Pali, che introduce in un panoramico piazzale. La Chiesa è composta da tre navate divise da due file di grosse colonne, sulle quali insistono archi a tutto sesto decorati con pregiatissimi stucchi, e che terminano in absidi che sembrano piatte poiché sia esternamente sia internamente sono coperte . Naturalmente la struttura attuale è il frutto di un rifacimento del XIII secolo. Malgrado la ricca decorazione barocca, è possibile riscontrare lo stile medievale nello slancio della crociera che copre il presbiterio e di quelle che coprono la navata principale.

La navata laterale sulla sinistra per chi entra è meno larga data la presenza del banco roccioso. Su questo lato è presente il fonte battesimale, il crocifisso, l’altare dedicato alla Madonna di Monte Vergine e quello dedicato alla Madonna del Carmine, al beato Bonaventura da Potenza e a Sant'Antonio di Padova. Queste due cappelle sono meno profonde rispetto a quelle del lato destro, sempre a causa della parete rocciosa, che sono intercomunicanti attraverso un piccolo varco e dedicate a San Francesco d'Assisi e a San Giuseppe. Queste due cappelle sono precedute dalla grande nicchia dove è esposto il santo protettore. Il pavimento dell’edificio è stato sostituito nel restauro effettuato dal sacerdote Giovanni Acampora nel 1909, ed ormai quello originale si può osservarlo solo nella sacrestia e nelle cappelle laterali della navata destra, il quale fu messo in sito intorno al 1820. L’area presbiterale è leggermente rialzata e dopo il restauro di consolidamento del pavimento dell’aria del transetto, avvenuto nel 1999, che ha portato alla scoperta di un’antica area cimiteriale, è stato posto un altare di marmo e un ambone sempre di marmo nel quale è stata inserita un’ urna cineraria di epoca romana. Il quadro dell’altare principale, raffigurante la Madonna tra San Giovanni Battista e Sant'Andrea apostolo, è racchiuso in un bellissimo gioco di stucchi sormontato da un velo, che prima del restauro era azzurro, che parte da una corona in muratura. Ciò vuole alludere all’ incoronazione della Madonna. Tale opera è l’unica testimonianza angioina, dimostrata dal giglio che la Madonna tiene in mano. Nella parte laterale sinistra l’altare terminale della navata è dedicato all’Addolorata (il quadro originale è stato rubato, al suo posto vi è una copia) ed è presente l’organo donato dai devoti nel 1926, mentre nella parte opposta l’altare è dedicato alla Madonna del Rosario tra San Gaetano e Sant'Antonio di Padova e sullo sfondo la terra di Conca. Questo altare era di patronato della famiglia Pandolfi e furono proprio loro ad introdurre la venerazione a sant’ Antonio nel paese, donando all’inizio del 600 il quadro. Affianco a questo altare c’è ne un altro, l’unico superstite di quelli in muratura, che accoglie la nicchia dove è custodita la preziosa statua della Madonna Addolorata che viene portata in processione il Venerdì Santo. Sulla navata a settentrione si trova l’oratorio della Madonna Addolorata e di San Filippo Neri che il Rispolo fondò nel 1682. Molti furti negli anni 70 e 80 hanno depredato la chiesa di molti arredi sacri. La sacrestia, alla quale si accede attraverso una grande porta che si trova sul lato destro appena si entra, consta di una grande aula quadrata coperta da una volta a calotta al cui centro è affrescato un' apertura circolare verso un cielo azzurro, al cui centro c'è la colomba dello Spirito Santo, delimitata da una balaustra. La chiesa è caratterizzata, inoltre, da un campanile con la volta a cuspide ricoperta da piastrelle in maiolica e da una facciata barocca facciata, che presenta un’immagine di Sant’Antonio accompagnata dalla frase latina PROTEGAM CIVITATEM ISTAM ("Proteggerò questa città") aggiunti nel restauro del 1909. L’edificio è stato restaurato per la seconda volta nel 1990, a causa del terremoto dell'Irpinia del novembre 1980.

[modifica] Chiesa di San Pancrazio martire

Chiesa di San Pancrazio martire
Punta Vreca

Come per la precedente chiesa, non si conoscono fonti ufficiali che attestino l’epoca esatta della fondazione della chiesa dedicata a San Pancrazio martire. Il documento storico più antico che ne fa cenno è un'attestazione risalente al 30 gennaio 1370, redatta dall’Arcivescovo di Amalfi allora in carica, Monsignor Marino, in cui si afferma che la chiesa era un patronato della famiglia Mele a partire dal 1362. Nel 1543 la chiesa di San Pancrazio venne saccheggiata da un attacco ordito dai pirati, restando inagibile per lungo tempo. Il 20 novembre 1908 subì il crollo del campanile, successivamente ricostruito.

In una splendida posizione, l’edificio religioso è circondato da un ampio cortile, su cui sono disposte due file laterali di palme davanti alle tre porte d’ingresso, al di sopra delle quali sono presenti mosaici di scuola ravennate (realizzati nel 1957) raffiguranti San Pancrazio a destra, Sant’Antonio di Padova a sinistra e al centro alla Madonna del Carmine. All’interno la chiesa è formata da tre navate e tre absidi. Le navate laterali sono sovrastate da volte a crociera e possiedono tre piccole cappelle a testa: a destra quelle dedicate a San Gaetano, alla Madonna della Neve e a Sant'Anna, e a sinistra quelle dedicate al Sacro Cuore di Gesù, al Cristo Crocifisso e a San Raffaele. Nella chiesa, inoltre, è venerata anche la Madonna del Carmelo, la quale viene celebrata con una solenne processione in occasione della festa del 16 luglio. Nei pressi della chiesa è presente un belvedere che affaccia direttamente sul mare, denominato Punta "Vreca", poiché ha la forma di una nave, sul quale sorge una croce di ferro battuto.

[modifica] Chiesa di San Michele Arcangelo

Galleria fotografica della Chiesa di San Michele Arcangelo
Chiesa di San Michele Arcangelo
Veduta di insieme della navata dall'atrio di ingresso della chiesa.
Fonte battesimale di marmo posto sul lato sinistro, nell'atrio di ingresso.
Statua di San NIcola di Bari donata nel 1927 dal Cavalliere Buonocore.
Parte centrale del pavimento della sacrestia.

Tra la vegetazione tipica della zona (limoni, carrubi e ulivi), in località "Penne" , sorge la chiesa di San Michele Arcangelo. Anche di questo edificio religioso non si conosce la data della fondazione e la tradizione vuole che sia molto antico. In un atto notarile si apprende che la chiesa esisteva prima del 1208, infatti dal libro della visita pastorale del 1533, fatta dal vescovo Ferrante d’Anna, si può leggere che la prima notizia della chiesa risulta da un atto notarile del 25 luglio di quell’anno che attestava il patronato alla ricca e potente famiglia Comiteorso, cioè il diritto di nominarne il rettore, passato poi alla Cattedrale di Amalfi.

La chiesa consiste in un’aula, terminante con un’abside piatta, formata da due moduli di egual misura. Il presbiterio è diviso da due balaustre di marmo del 700, mentre sulle parti laterali della prima campata si aprono due cappelle per lato di scarsa profondità e molto ravvicinate, con tele di scuola napoletana del 700. Sul lato di sinistra c'è quella dedicata alla Madonna del Rosario e alla Madonna delle Grazie e sul l'altro lato a Santa Liberata e a San Francesco di Paola. Il quadro della Madonna del Rosario, sicuramente uno dei più antichi, è una grande tavola. Purtroppo ci è pervenuto assai deteriorato e pochi sono i frammenti di pittura, che ci danno solo un’idea di come doveva essere il quadro, che hanno resistito ai secoli e agli atti di vandalismo dei ladri che hanno raschiato pezzi di pittura, ritenendo il quadro una tela. L’altare su cui è posto è l’unico dei laterali di marmo, mentre gli altri sono in muratura, ed era retto da una con fraternità laica dedicata alla Madonna del Rosario. L’altare maggiore fu donato nel settecento dalla famiglia Porpora che vantava una tradizione di armatori, come si può vedere dalla nave posta sotto San Michele, nel rosone centrale dell’altare. Su di esso sovrasta la grande tavola di Marco Pino da Siena, grande artista che ha avuto grande fama nel territorio campano, che rappresenta la Madonna del Carmine con San Giovanni Battista, San Michele arcangelo e San Domenico Con i rifacimenti settecenteschi è stato inglobato il portico d’ingresso, sormontato da una crociera medievale (come si può vedere essa è formata da otto spicchi) più bassa rispetto alla chiesa. Nell’angolo sinistro di esso per chi entra c’è un piccolo gradino sul quale è posto il fonte battesimale. L’ambiente è diviso dalla navata da un arco sul quale è posto la cantoria dove si trova ancora in sito l’antico organo del settecento. Molto bello è il pavimento settecentesco che si può vedere ormai solo nella parte absidale, poiché lungo la navata è stato tolto, a causa dell’usura dei secoli, durante l’ultimo restauro, avvenuto dopo il sisma del 1980. Caratteristico poi è il piccolo pulpito ligneo al quale si accede attraverso una porta posta sul lato sinistro del presbiterio che immette in una galleria che costeggia tutta la navata, sormontata da tre volte a crociera ogivale. Qui c’è una piccola scala con i gradini di battuto che porta ad un piccolo varco dal quale si ci affaccia sul pulpito. Sul lato destro del presbiterio c’è un altro varco che immette nella sacrestia. Essa fu completata, come attesta il cartiglio posto al centro del pavimento, nel 1824, ma la primaria disposizione doveva essere la galleria menzionata prima. L’attuale sacrestia dimostra la ricchezza e la devozione che la chiesa deteneva, infatti ha la forma ottagonale e sembra imitare, in scala più piccola, quella della cattedrale. Sui quattro lati obliqui di essa si aprono tante nicchie che ospitano gli arredi sacri, purtroppo due di queste sono state chiuse con il restauro rompendo l’armonia delle strutture a causa di problemi di staticità. Essa viene coronata da un piccola calotta decorata con putti in stucco. Il campanile costituito da due registi quadrati, termina nella parte superiore in una cella cilindrica con 6 monofore. L'edificio ha attraversato anni di incuria ed è stato pesantemente colpito dal terremoto del 1980 e oggetto di continui furti che l’hanno spogliato di tutti gli arredi sacri. È stato restaurato ed è stato riaperto al culto.

[modifica] Cappella della Madonna della Neve

A protezione dei marinai fu eretta sulla spiaggia una cappella dedicata alla Madonna della Neve. Questo luogo di culto ancora caro ai conchesi si trova incastonato nella roccia. Le sue dimensioni sono esigue e per questo motivo il 5 agosto la messa viene celebrata sulla spiaggia. La legenda racconta che l’alto rilievo che si trova sull’altare, raffigurante la Madonna con il bambino Gesù, fu trovato dai marinai di Conca su una spiaggia presso Costantinopoli, dopo il saccheggio della città da parte degli ottomani.

[modifica] Cultura

[modifica] Le Case

Le case di Conca sono sparse sul territorio e i nuclei abitativi si concentrano dove il territorio ha reso possibile l'insediamento. Le tecniche costruttive sono simili in tutta la zona costiera e dimostrano, con un'architettura semplice, quali erano le esigenze principali della vita contadina. Ogni famiglia infatti aveva un'economia dove tutto veniva prodotto e consumato ed erano pochi i beni di consumo che venivano acquistati mediante il baratto, data la mancanza del denaro. Le case tipiche, quelle rustiche e non, si sviluppano su due livelli, conformandosi con l'andamento del terreno. Al primo livello vi erano i locali per le attività rustiche (allevamento di animali da cortile, ripostiglio per gli attrezzi agricoli, cantine data l’ottima temperatura per conservare il vino, il pozzo nero e cisterne per conservare l’acqua piovana) e che servivano per isolare la casa dal terreno. Sono locali non molto profondi rispetto a quelli del livello superiore il quale viene elevato grazie ad alte e possenti volte a botte e sono sempre preceduti da un atrio coperto con archi i quali reggono la loggia del secondo piano. Per accedere a quest’ ultimo bisogna percorrere una scala esterna. Le stanze di questo piano si affacciano tutte sulla loggia e poche sono quelle retrostanti. Sono coperte da volte ( a schifo, padiglione ,botte o crociera) le quali sono ricoperte a loro volta da altere volte a botte per creare una camera d’aria. All’estremità del terrazzo c’è sempre un piccolo ambiente che sporge dal fabbricato, il bagno, e all’interno ha un piccolo sediolino di pietra con un foro che si collegava mediante tubi di terracotta con il pozzo nero. Naturalmente con il progresso hanno perso la loro funzione e sono solo degli elementi decorativi.

[modifica] Feste religiose

Il Santo Sepolcro della Chiesa di San Giovanni Battista dove viene adagiato il corpo di Cristo il Venerdì Santo

Il giorno della Domenica delle Palme la gente si reca in chiesa portando con se foglie di palma intrecciate o anche in gergo popolare il “pesce di palma” o "latr". Queste per poter essere intrecciate devono essere recise da una palma che viene chiusa tutto l’anno per evitare che la foglia al suo interno cresca e che diventi verde. Ormai sono pochi quelli che conoscono questa arte. Infatti nelle loro mani la foglia prende le forme più svariate che riconducono a simboli della terra con scopo augurale. Fra i tanti simboli si possono riscontrare la spiga di grano, l'uccello, il cestino, la foglia di quercia, la pagnotta, l'ostensorio e le frasche di chiesa. Con le foglie che vengono tolte per poter essere lavorate si possono creare anche croci piccole che gli uomini pongono al bavero della giacca o cestini (dette panarelle) che vengono riempiti di fiori. Finita la funzione le palme benedette vengono riportate a casa e vengono poste all'entrata dell'abitazione o nel luogo preferito, a scopo protettivo.

In questo giorno si venera la statua di Sant'Antonio di Padova che viene portata in processione fino alla chiesa di San Michele.

Processione della statua di Sant'Antonio da Padova, con il "baldacchino" donato dai devoti di Conca dei Marini che risiedevano a New York nel 1920, davanti al sagrato di Santa Maria di Grado
Di grande importanza per la popolazione è la festa del Santo Patrono che ogni anno il 13 giugno richiama i fedeli al Suo santuario. I devoti vengono da posti vicini come Praiano, Furore Agerola e Amalfi ma anche da luoghi lontani. E ancora oggi persone Gli chiedono grazie prostrandosi ai Suoi piedi con gran giubilo, facendo offerte o donandogli un prezioso(soprattutto anelli che rimandano al miracolo dell'anello perduto). La statua, risalente al XVII, è uno dei primi esemplari rappresentante un giovane glabro, in estasi d'amore, che ha nella mano destra il giglio, simbolo di candore e purezza, e nell’altra un libro aperto su cui poggia il Bambino a indicare il miracolo dell’ apparizione, mentre il saio, decorato con cornucopie in stile tardo barocco, rimanda all’iconografia spagnola. In questa effige molti vi hanno trovato nei secoli protezione e venerazione e prova tangibile di questa devozione sono i tantissimi ex voto donati dai devoti che ogni anno, nel giorno della festa, vengono messi sulla statua, la quale giunse a Conca nel 1692 con una solenne processione che è stata narrata con enfasi da Don Nicola Rispolo, parroco di quell'epoca e promotore della venerazione a questo eccelso santo. Sant'Antonio fu eletto patrono del paese il 26 dicembre del 1694 con un gran fervore cittadino. Fino agli anni 80 si effettuava il rito delle “zitelle”, un gruppo di tredici ragazze a piedi nudi, vestite di bianco e con una coroncina di edera nei capelli, dai dodici ai quindici anni che su commissione di un devoto, partivano dalla casa del miracolato o di colui che sperava di ricevere la grazia. Durante il tragitto intonavano un canto di ringraziamento se la grazia era già stata ricevuta o di lode per riceverla, e giunte sulla soglia della porta principale della chiesa si inginocchiavano e camminavano fino ai piedi della statua che viene ancora esposta sull'altare. Dopo le celebrazioni delle messe dette in onore del Santo, viene distribuito il pane benedetto ai fedeli, offerto da un miracolato, a indicare il miracolo del Santo che fece risuscitare il bambino annegato. All’inizio della tredicina, i tredici giorni che precedono la festa che culmina in una solenne processione che attraversa le strade del paese, insieme al pane vengono distribuiti i petali benedetti dei gigli essiccati che fungono da talismani protettivi contro le avversità. Durante la processione, viene più volte cantato l'inno con giubilo dai fedeli :

Inno a S. Antonio di Padova

Salve, Antonio, il santo

salve ed acceso d’amore

il popolo del Signore

canta festoso a te.

Salve di Spagna il figlio

d’ Italia nuovo splendore

tempio di Dio signore

splendi qual’astro divin.

Salve di Dio la voce

di Dio la mano potente

fiume del ciel fluente

d’arcano divin saper.

Salve ineffabile

miniera dei portenti

terrore dei furenti

nemici di santa fè.

Salve il dominatore

del mare e degli elementi

della morte dei furenti

mali del fallo primier.

Salve di Conca l’inclito

vetusto Proteggitore

tenero benefattore

salve di Conca l’onor.

Viene celebrata la nascita di San Giovanni Battista con una solenne processione con la cinquecentesca statua che parte dalla chiesa a Lui dedicata e arriva fino a Piazza Olmo, la piazza principale del paese.

Il cinque agosto la marina di Conca festeggia Maria S.S. della neve che viene considerata protettrice dei pescatori. Dopo la santa messa detta sulla spiaggia, poiché la cappella a Lei dedicata è assai piccola, inizia una lunga processione via mare sulle imbarcazioni tipiche dei pescatori in un tripudio di colori. Questa arriva ad Amalfi e ritorna indietro fino al Fiordo di Furore per poi ritornare sulla spiaggia di Conca.

Nella chiesa di Santa Maria di Grado si venera una piccola statua raffigurante la Madonna, che viene portata in processione per un breve tratto, fino al palazzo del Municipio

Con la festa dell’Immacolata nel paese si apre il periodo natalizio. La processione, allietata dalla zampogna e dalla ciaramella, con la piccola statua di S.S. Immacolata Concezione B.M.V. parte dalla cappella a Lei dedicata, situata in Piazza Olmo, per arrivare nella chiesa di Santa Maria di Grado dove avviene la celebrazione della Santa Messa. Alla fine della funzione si ritorna in piazza e dopo aver riposto la statua vengono distribuite le tipiche zeppole natalizie e arriva un buffo Babbo Natale che regala caramelle e cioccolatini a bambini.

[modifica] Gastronomia

Si narra che la sfogliatella Santarosa sia nata per caso. Infatti, nel 700, le suore domenicane di clausura del Conservatorio di Santa Rosa da Lima di Conca dei Marini, che erano dedite alla preparazione del pane e di dolci, diedero vita a questo dolce di cui non immaginarono nell’immediato la fama che avrebbe avuto. Era rimasto una porzione di pasta e una delle pie suore decise di non disfarsene ma stendendola in una pirofila e ponendovi della crema fatta con semola di farina, latte e zucchero, con pezzi di frutta secca di loro produzione e amarene sciroppate, e dopo aver coperto il tutto con l’alta parte della pasta infornò il tutto nel forno caldo del pane. Quindi il primo prototipo della sfogliatella fu una torta che col tempo ha assunto la forma attuale.

  • Coniglio nelle foglie di limone

Un piatto tipico di Conca è il coniglio nelle foglie di limone. Qui è possibile consultarne la ricetta.

[modifica] Manifestazioni culturali e folkloristiche

Chamber Music on the Amalfi Coast
  • Carnevale delle Janare: si tiene il sabato che precede il martedì grasso, rievocando il mito di donne streghe che infaestavano il paese.
  • Chamber Music on the Amalfi Coast (da luglio a settembre): serie di concerti di musica classica da camera eseguiti nella chiesa del Monastero di Santa Rosa
  • Festa del Mare (23 luglio): sagra paesana a base di pesce, celebrata nella Marina di Conca in onore dei caduti in mare, in pace e in guerra
  • Conca Porte Aperte (da fine luglio a fine agosto): insieme di spettacoli di vario genere, che spaziano dalla musica popolare al cinema (con proiezione di film in collaborazione con Rai Trade). All'interno della manifestazione è presente il Premio Santa Rosa, destinato a personaggi che si sono particolarmente distinti nel loro campo. I premiati delle 3 edizioni sono stati: nel 2006 Andrea Carrano, professore; nel 2007 Alfonso Pecoraro Scanio, già Ministro dell'Ambiente; nel 2008 Antonio Gambardella, ingegnere e Capo del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco in carica.

[modifica] Manifestazioni passate

  • Fino al 2000 a Conca dei Marini si teneva, nella 1° domenica di agosto, la Sagra della Sfogliatella Santarosa, in ricordo delle suore inventrici di questo dolce. Di fatto, la degustazione della sfogliatella, che avveniva in questa sagra, è stata inglobata all'interno delle manifestazioni attualmente in vigore nel paese costiero.

[modifica] Personalità legate al paese

Don Gaetano Amodio

Fra le figure da ricordare c’è sicuramente quella di Don Gaetano Amodio, sia per la sua spiritualità, sia per le notizie che ci ha fatto pervenire grazie alla sua opera storiografica, il Compendio Istorico, anticipando di un secolo lo storico amalfitano Matteo Camera, che da lui attinse molte notizie. Egli ci informa che nacque il 28 febbraio 1712 a Pogerola, un borgo di Amalfi. Il 5 gennaio 1760 fu eletto rettore delle chiesa di San Pancrazio martire succedendo al fratello Don Benedetto Orlando. Dimostrò da subito le sue elette virtù e rimase in carica fino alla morte avvenuta il 10 settembre 1772. Amministrò con cura la chiesa, effettuando molti lavori di abbellimento che le hanno conferito l’aspetto odierno, i suoi beni e fece ciò anche con l’archivio parrocchiale tanto da essere apprezzato dai suoi successori. Esercitò con gran cura il servizio sacerdotale e fu tanto amato dai fedeli che molti nei momenti di sconforto si sono rivolti a lui. Infatti molti ex voto lo dimostrano, raffiguranti marinai nelle tempeste che chiedevano la sua intercessione; per questo venne proclamato protettore dei naviganti. È venerato ancora oggi nella chiesa di San Pancrazio, che custodisce le sue spoglie.

[modifica] Leggende e superstizioni

  • Sant'Andrea Apostolo

La legenda vuole che quando le spoglie di Sant'Andrea giunsero da Costantinopoli per aspettare le ultimazioni della cripta e che si calmasse la situazione che era succeduta inseguito alla IV crociata, il cardinale Pietro Capuano, legato pontificio fece nascondere le reliquie a Conca dei Marini, dove la repubblica d’Amalfi aveva il suo porto. I documenti dell’epoca non specificano esattamente, infatti dicono che furono custudite "in loco celebri", ma si pensa che il corpo dell’apostolo venne tumulato per un periodo di circa due anni nella cappella della Madonna della Neve.

Si narra che nel XVI secolo a Conca dei Marini ci fossero le streghe, dette "janare". Si pensa che questo termine derivi dal latino ianua (porta) e che rimanda ai riti augurali e di superstizione che venivano fatti per proteggere la casa dal malocchio. Quindi molti vedevano queste figure come delle fattucchiere che si incontravano per i loro riti di notte. La leggenda narra che le streghe si incontrassero nel campo degli ulivi che si trova presso la chiesa di San Pancrazio martire, nella zona di "Campitiello" limitrofa alla Grotta dello Smeraldo e in località "Punta Tavola". Venivano attribuiti vari poteri a queste donne (fatture fulminanti, filtri di amore e pozioni contro il malocchio) e si cercava di tenerle lontane poiché si temeva una loro vendetta. Ma alcuni sostengono che con questo loro comportamento bizzarro riuscivano a dare sfogo ai loro impulsi sessuali nei momenti di assenza dei loro mariti, impegnati nella navigazione.

  • Si narra che Giambattista Vico scrisse un sonetto per la monacazione della marchesa di Villarosa, di cui era follemente innamorato, la quale prese i voti perpetui nel monastero di Santa Rosa.

[modifica] Amministrazione comunale

Sindaco: Luigi Criscuolo (Lista Civica) dal 30/05/2006
Centralino del comune: 089 831301 (fax 089 831516)
Posta elettronica: info@comune.concadeimarini.sa.it

[modifica] Galleria fotografica

[modifica] Note

  1. ^ Ecco le spiagge più belle d'Italia: "Perle da maneggiare con cura" - la Repubblica del 30 luglio 2003
  2. ^ Curiosità su Conca dei Marini - Le Janare

[modifica] Altri progetti

[modifica] Collegamenti esterni

Conca dei Marini su Open Directory Project (Segnala su DMoz un collegamento pertinente all'argomento "Conca dei Marini")

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