Partito d'Azione

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Partito d'Azione
Flag of Giustizia e Liberta.svg
Leader Ferruccio Parri,
Emilio Lussu,
Ugo La Malfa,
Riccardo Lombardi
Stato Italia Italia
Fondazione 4 giugno 1942
Dissoluzione 20 ottobre 1947
Sede Roma
Ideologia Repubblicanesimo
Nazionalismo di sinistra
Socialismo liberale
Liberalismo
Collocazione Centro-sinistra
Coalizione Comitato di Liberazione Nazionale
Seggi massimi Camera
7 / 588
(1946)
Testata L'Italia libera
Colori Verde,Bianco,Rosso

Il Partito d'Azione, conosciuto anche con la sigla PdA, è stato un partito politico italiano, che trasse il nome dall'omonimo partito fondato da Giuseppe Mazzini nel 1853 e sciolto nel 1867 e che aveva avuto tra i suoi obiettivi le elezioni a suffragio universale, la libertà di stampa e di pensiero, la responsabilizzazione dei Governi nei confronti del popolo.

Il Partito d'Azione rinacque il 4 giugno del 1942 nell'abitazione romana di Federico Comandini. Di orientamento radicale, repubblicano, socialista liberale e socialdemocratico, ebbe vita breve e si sciolse nel 1947. I suoi membri furono chiamati "azionisti" e il suo organo ufficiale era L'Italia libera.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Prima della fondazione[modifica | modifica wikitesto]

Il Partito d'Azione mazziniano sostenne le imprese di Garibaldi ma si sciolse in seguito alle sconfitte sull'Aspromonte (1862) e a Mentana (1867). I membri del partito, in seguito all'unità d'Italia, confluirono nella estrema sinistra di Agostino Bertani e Felice Cavallotti. Il partito mazziniano fu in seguito fonte d'ispirazione del pensiero politico di Giustizia e Libertà e di Carlo Rosselli, del Partito d'Azione del 1942 e del Partito Repubblicano Italiano.

Le radici del Partito d'Azione vanno viste soprattutto nel movimento clandestino antifascista di Giustizia e Libertà, fondata dai fratelli Carlo e Nello Rosselli con l'intenzione di riunire tutto l'antifascismo non comunista e non cattolico, che si era rifugiato ed organizzato prevalentemente in Francia. "Giustizia e Libertà" subì dure persecuzioni da parte della polizia fascista e dell'OVRA.

Nascita del PdA[modifica | modifica wikitesto]

Il Partito d'Azione nasce dall'incontro tra Giustizia e Libertà, il movimento liberalsocialista di Guido Calogero e Aldo Capitini nonché alcune personalità liberali e di sinistra come Federico Comandini, Ferruccio Parri e Ugo La Malfa.

Dopo la caduta di Mussolini e l'invasione nazista dell'Italia, i membri del Partito d'Azione organizzarono bande partigiane e parteciparono alla Resistenza con le Brigate Giustizia e Libertà.

Il PdA fu uno dei sei partiti del Comitato di Liberazione Nazionale.

Il governo Parri[modifica | modifica wikitesto]

Finita la guerra, il PdA partecipò alle trattative per la nascita di un governo d'unità nazionale che guidasse la ricostruzione democratica ed economica dell'Italia. Aderì quindi al governo Bonomi e nel giugno del 1945 ottenne addirittura la presidenza del Consiglio con Ferruccio Parri, presidente del partito e già vice-comandante del Corpo Volontari della Libertà. Fu questo il momento di massimo consenso e potere per il Partito d'Azione, anche se già con la caduta del governo Parri nel novembre '45 iniziava l'inesorabile declino. In questo periodo, il partito cercò di ampliare la propria base con l'ingresso di intellettuali repubblicani, liberalsocialisti e radicali.

La scissione e le elezioni del 1946[modifica | modifica wikitesto]

Al primo congresso del febbraio 1946 emersero chiaramente le divisioni interne al PdA: il partito approvò l'adesione alla costituenda Assemblea Costituente ma poi si accentuarono le divisioni fra la destra radical-democratica, guidata da Ugo La Malfa e Ferruccio Parri, e la sinistra socialista di Emilio Lussu. Durante il I congresso nazionale, a Roma nel febbraio 1946, la sinistra si affermò spingendo la destra ad abbandonare il partito, nonostante la mediazione proposta da Riccardo Lombardi e Vittorio Foa. I fuoriusciti diedero vita alla Concentrazione Democratica Repubblicana, che successivamente confluirà nel Partito Repubblicano. La rottura fu un colpo duro per il PdA, che iniziò a dissolversi; le elezioni del 2 giugno 1946 furono un fallimento: ottenne solo l'1,5% dei voti e 7 eletti, che riuscirono a comporre un gruppo parlamentare Autonomista solo con l'apporto dei due eletti del Partito Sardo d'Azione e del valdostano Giulio Bordon.[1]

Lo scioglimento e la diaspora azionista[modifica | modifica wikitesto]

Un secondo congresso fu convocato ad aprile del 1947 con l'obiettivo di rilanciare il partito, ricucire lo strappo dei repubblicani ed eleggere una nuova classe dirigente. I dissensi interni, legati a tematiche importanti come la partecipazione al governo De Gasperi II e ad altri temi, emersero nuovamente. Formato da una élite di intellettuali, privo di una strategia che riducesse il distacco con le masse che il risultato delle elezioni aveva messo in evidenza, il partito non poteva reggere il confronto con i concorrenti. Dopo una serie di trattative tenute con i socialisti e i socialdemocratici, il comitato centrale, guidato dal segretario Riccardo Lombardi decise l'adesione al Psi e il 20 ottobre 1947 sciolse il partito. Il Partito d'Azione fu origine di una vera e propria diaspora: se la maggior parte dei suoi esponenti confluì nel Partito socialista o nel Partito repubblicano, non mancò chi decise di aderire al Partito Socialista Democratico Italiano o al Partito comunista. In seguito, alcuni di essi (per esempio Valiani, Ernesto Rossi) furono fra i fondatori del Partito Radicale nel 1955. In Sardegna, Emilio Lussu guidò gli scissionisti che uscirono dal Partito Sardo d'Azione verso l'adesione al Partito socialista.

Ideologia[modifica | modifica wikitesto]

Il partito si proponeva come scopo principale la realizzazione di un progetto di equità, accompagnato dalla giustizia sociale e dalla fede incrollabile nella democrazia e nella libertà. Era anche europeista e proclamava la necessità di costituire una formazione politica antifascista, a metà strada fra la Democrazia Cristiana (definita immobilista), il Partito Socialista e i comunisti, con i quali gli azionisti discordavano riguardo alla proprietà privata e, soprattutto, riguardo al concetto di dittatura del proletariato, identificato con la dittatura del partito. Comunque anche il Pd'A, almeno nella sua componente liberal-socialista, era molto distante dall'ideologia liberista e, nelle componenti più di sinistra come Bruno Trentin, Emilio Lussu, Vittorio Foa, attraversato da visioni di socializzazioni parziali dei mezzi di produzione e democratizzazione del sistema produttivo, mentre la stragrande maggioranza del partito si espresse più volte in favore della nazionalizzazione dei complessi industriali e dei servizi pubblici come acqua, energia elettrica, autostrade, distribuzione di combustibili e riscaldamenti, gas.

I sette punti[modifica | modifica wikitesto]

Il 4 giugno 1942, durante la riunione costitutiva del partito, furono elaborati i "sette punti" contenenti le indicazioni di massima per un futuro ordinamento riformatore;

Aderiscono al Partito d'Azione, dopo aver fondato nel 1943 il Movimento Federalista Europeo, Ernesto Rossi e Altiero Spinelli. Il primo dei quali nel 1945, al termine della Guerra di Liberazione, diventerà sottosegretario alla Ricostruzione nel Governo Parri in rappresentanza del Partito d'Azione e presidente dell'Arar (Azienda Rilievo Alienazione Residuati) fino al 1958.

Esponenti principali[modifica | modifica wikitesto]

Nelle istituzioni[modifica | modifica wikitesto]

Governi[modifica | modifica wikitesto]

Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d'Italia[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ La Camera dei deputati

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Franco Della Peruta, I democratici e la rivoluzione italiana. Dibattiti ideali e contrasti politici all'indomani del 1848, Milano, Feltrinelli, 1958.
  • Emilio Lussu, Sul Partito d'Azione e gli altri. Note critiche, Milano, Mursia, 1968.
  • Elena Aga Rossi, Il movimento repubblicano, Giustizia e Libertà e il Partito d'Azione, Bologna, Cappelli, 1969.
  • Alfonso Scirocco, I democratici italiani da Sapri a Porta Pia, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1969.
  • Franco Della Peruta, Mazzini e i rivoluzionari italiani. Il partito d'azione, 1830-1845, Milano, Feltrinelli, 1974.
  • Giovanni De Luna, Storia del Partito d'Azione. 1942-1947, Milano, Feltrinelli, 1982.
  • Giancarlo Tartaglia (a cura di), I congressi del Partito d'Azione. 1944-1946-1947, Roma, Archivio trimestrale, 1984.
  • Giuseppe Galasso, Italia democratica. Dai giacobini al Partito d'Azione, Grassina, Bagno a Ripoli, Le Monnier, 1986. ISBN 88-00-84042-6
  • Lamberto Mercuri (presentazione di), L'azionismo nella storia d'Italia, Ancona, Il lavoro editoriale, 1988. ISBN 88-7663-185-2
  • Mario Andreis, L'ora del partito d'azione. Scritti scelti 1944-1985, Torino, Istituto storico della resistenza in Piemonte, 1991.
  • Antonio Carioti (a cura di), La lezione dell'intransigenza. L'azionismo cinquant'anni dopo, Roma, Acropoli, 1992. ISBN 88-85355-17-X
  • Antonio Jannazzo, Liberali e azionisti tra politica e cultura, Palermo, La Zisa, 1993.
  • Aldo Alessandro Mola, Giellisti, 3 voll., Cuneo, Cassa di Risparmio di Cuneo-Banca regionale europea, 1997.
  • Clementina Gily Reda (a cura di), L'azionismo come partito. Organizzazione ed ideali. Ciclo di conferenze, 8 novembre-6 giugno 1997, Avellino, Edizioni del Centro Dorso, 1998.
  • Claudio Novelli, Il Partito d'Azione e gli italiani. Moralità, politica e cittadinanza nella storia repubblicana, Milano, La nuova Italia, 2000. ISBN 88-221-4241-1
  • Elena Savino, La diaspora azionista. Dalla Resistenza alla nascita del Partito radicale, Milano, FrancoAngeli, 2010. ISBN 978-88-568-2388-2

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Partito alla Presidenza del Consiglio dei ministri del Regno d'Italia Successore
Partito Democratico del Lavoro 1945 - 1945 Democrazia Cristiana