Eccidio di Cefalonia
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| Eccidio di Cefalonia | |
|---|---|
L'isola di Cefalonia |
|
| Luogo | Cefalonia, Isole Ionie, Grecia |
| Data | 23 settembre-28 settembre 1943 |
| Tipologia | Caduti in combattimento, fucilazioni sommarie, rappresaglie |
| Morti | Le stime delle vittime sono incerte, a seconda delle fonti e delle circostanze rientranti nel computo, da 1.700 a 9.400 |
| Feriti | 163 accertati (poi deportati) |
| Compiuto da | Truppe da montagna dell'Esercito tedesco |
| Motivazione | Attacco da parte di batterie italiane verso reparti tedeschi in seguito all'Armistizio italiano con gli Alleati l'8 settembre 1943 |
L'eccidio di Cefalonia fu una strage compiuta durante la seconda guerra mondiale sull'isola greca di Cefalonia e su quella di Corfù da reparti dell'esercito tedesco ai danni dei soldati italiani dopo l'8 settembre 1943, data in cui fu reso pubblico l'armistizio firmato con gli anglo-americani. La guarnigione italiana di stanza nell'isola greca subì pesanti perdite in combattimento, nonchè massacri e rappresaglie nonostante la resa incondizionata. I superstiti furono quasi tutti deportati verso il continente su navi che finirono su campi minati o furono silurate, con gravissime perdite umane. Fu uno dei maggiori crimini di guerra commessi dalla Wehrmacht.
Indice |
[modifica] Antefatto
| Per approfondire, vedi la voce Campagna italiana di Grecia. |
Dopo l'entrata in guerra dell'Italia nel 1940 a fianco della Germania, Mussolini decise di condurre una "guerra parallela" per non restare indietro di fronte alle vittorie conseguite dalla Germania. In particolare decise di invadere la Grecia, per cercare di affermare i Balcani come sfera di influenza italiana. La spedizione in Grecia, tuttavia non ebbe l'esito previsto, e le operazioni presto si arenarono. L'esercito greco, più determinato e avvantaggiato dal terreno e dalla conoscenza dei luoghi, riuscì anche a respingere profondamente le truppe italiane in territorio albanese. Nella primavera del 1941, tuttavia, la superiorità in armi e mezzi del Regio Esercito, unita all'attacco tedesco in Tracia, fecero collassare le difese elleniche, costringendo così alla resa i greci comandati dal generale Papagos. La Grecia fu così sottoposta a occupazione, spartizione e controllo bipartito italotedesco. Agli italiani, in particolare, venne assegnato il controllo delle Isole Ionie.
[modifica] Gli schieramenti
Strategicamente molto importanti, le isole di Corfù, Zante e Cefalonia presidiavano l'accesso a Patrasso e al Golfo di Corinto. La Divisione Acqui fu stanziata nelle Isole, col grosso a Cefalonia e il 33° reggimento fanteria a presidio di Corfù. Il presidio italiano oltre alla Divisione Acqui del Regio Esercito, disponeva della 2a Compagnia del VII Battaglione Carabinieri Mobilitato più la 27a Sezione Mista Carabinieri, da reparti del I° Battaglione Finanzieri Mobilitato, dai marinai che presidiavano le batterie costiere (una da 152 ed una da 120 mm) ed il locale Comando Marina, dal 110° Btg. Mitraglieri di corpo d'armata, tre ospedali da campo ed altre unità tra le quali il 188° gruppo artiglieria di corpo d'armata (con tre batterie da 155/14) ed il 3° gruppo contraereo da 75/27, per un totale di circa 12.000 uomini. Le batterie di artiglieria in funzione antinave furono dislocate sulle coste dell'isola ed in particolare nella penisola di Paliki e nei pressi di Argostoli[1]. Erano armate con pezzi di preda bellica tedesca di provenienza francese e belga, ma affidate a personale italiano della Regia Marina.
Progressivamente i tedeschi dispiegarono un loro presidio composto dal 966° Reggimento Granatieri da fortezza, al comando dell'Oberstleutnant (tenente-colonnello) Hans Barge e dalla 2a batteria del 201° Gruppo Semoventi d'assalto, composta da 8 StuG III da 75 mm, più uno StuHb42 da 105 mm, questi ultimi, nel pieno centro di Argostoli, il capoluogo dell'isola. L'operazione tedesca faceva parte di una progressiva manovra di "incapsulamento" dei reparti dell'Undicesima Armata di stanza in Grecia, per prevenire eventuali defezioni o cedimenti in caso di sbarco angloamericano. La Acqui era composta da personale inesperto, come il 317° reggimento neocostituito e composto da personale richiamato o che non combatteva da due anni, mentre il 966° reggimento tedesco era forte di circa 1800 uomini, molti dei quali criminali comuni ai quali era stato offerto l'arruolamento come alternativa al carcere. Lo svantaggio italiano si faceva anche sentire a livello di artiglieria, dove i pezzi italiani, tranne quelli di preda bellica e i 75/27 contraerei, erano quasi tutti obsoleti. Praticamente assente era la Regia Aeronautica, mentre la Regia Marina - oltre a reparti di terra - aveva solo unità di naviglio sottile.
[modifica] Gli eventi
| Per approfondire, vedi la voce Armistizio di Cassibile. |
Nei primi mesi del 1943 la convivenza tra italiani e tedeschi nell'isola fu buona; le cose cambiarono l'8 settembre di quello stesso anno quando venne reso noto che il governo Badoglio aveva firmato un armistizio con i britannici e gli statunitensi. Le prime reazioni da parte della Divisione Acqui furono di grande stupore ma anche di gioia, nell'illusione che la guerra stesse per finire; gioia che però si trasmutò in angoscia quando, tra la notte dell'8 e dell'9 settembre un radiogramma del generale Carlo Vecchiarelli (comandante generale delle truppe in territorio greco) affermava che i rapporti tra tedeschi e italiani dal quel momento cessavano di essere di alleanza e che l'ex-alleato era ora da considerarsi come nemico.
- 9 settembre: la situazione a questo punto cominciava a farsi drammatica, un secondo radiogramma, sempre di Vecchiarelli che sollecitava l'esercito a cedere le armi ai tedeschi e a lasciare gli avamposti presidiati, giungeva alle truppe italiane; il gen. Gandin si trovava in una situazione ambigua: com'era possibile lasciare le armi a coloro che erano ora considerati i nemici andando così contro le decisioni del governo? Decise di temporeggiare e per prima cosa ritirò le truppe che presidiavano gli avamposti nel nord dell'isola. Inoltre i MAS presenti sull'isola partirono per Malta in osservanza alle clausole armistiziali.
- 10 settembre: i tedeschi presentarono l'ultimatum alle truppe italiane, imponendo loro la consegna delle armi nella piazza centrale di Argostoli davanti all'intera popolazione, cosa che significava una totale umiliazione. La maggior parte delle truppe presenti sull'isola, tra la Divisione Acqui e gli altri reparti, venuta a conoscenza delle condizioni di resa, si rifiutò categoricamente di accettare l'ultimatum. Ci furono anche gesti di intolleranza nei confronti di Gandin ("Italiani dovete morire"), ed in un episodio un carabiniere esplose addirittura dei colpi d'arma da fuoco verso la vettura nella quale stava transitando il generale. Inoltre vi furono richieste molto pressanti da parte di alcuni ufficiali del 33° reggimento artiglieria, tra i quali Pampaloni, che arrivarono addirittura, secondo i resoconti del tenente colonnello Fioretti, appartenente allo stato maggiore della divisione, al limite dell'ammutinamento, al fine di iniziare le ostilità contro i tedeschi.
- 11 settembre: i tedeschi chiamarono a rapporto il gen. Gandin per esporgli le nuove condizioni e per chiarire quale fosse l'atteggiamento degli Italiani. Gandin si trovava così a decidere tra : 1. Continuare a stare con i tedeschi; 2. Combattere contro i tedeschi; 3. Consegnare le armi. La sera convocò un consiglio tra i soldati della Divisione prima di dare la risposta definitiva ai tedeschi. Nel frattempo, i tedeschi disarmavano e prendevano prigioniero il personale delle batterie costiere che da Lixuri, nella penisola di Paliki, controllavano dal nord la baia di Argostoli.
- 14 settembre: il gen. Gandin invitò tutti i soldati della divisione ad esprimere il loro parere sulle 3 possibilità che l'esercito aveva (1. Unirsi ai tedeschi; 2. Arrendersi; 3. Resistere ai tedeschi). La risposta fu unanime e quasi plebiscitaria: "Guerra al Tedesco!" Contemporaneamente giungevano da Roma due radiogrammi che dichiaravano che le truppe tedesche dovevano essere considerate nemiche e che Gandin avrebbe dovuto resistere con la forza a qualsiasi intimazione tedesca di disarmo di Cefalonia e delle isole vicine.
Ora che la divisione aveva anche il totale appoggio da parte del governo, alle ore 12 il generale consegnò al comando tedesco la risposta definitiva: cominciò così la battaglia di Cefalonia.
- 15 settembre: i tedeschi, numericamente inferiori, fecero subito pervenire sull'isola nuovi battaglioni, appartenenti a due divisioni: la 1a GebirgsDivision (divisione da montagna) Edelweiss e la 104a Divisione Jaeger (Cacciatori), coadiuvati dalla presenza dell'aviazione tedesca alla quale gli italiani potevano opporre solo il fuoco di alcune mitragliere contraeree da 20 mm e il tiro contraereo dell'unico gruppo da 75/27 e di pezzi di artiglieria da campagna. La battaglia si protrasse aspra e sanguinosa fino al 22 settembre sotto il fuoco ininterrotto degli Stuka e dei bombardamenti tedeschi che decimarono la divisione.
La precedente decisione di abbandonare le alture al centro dell'isola assunta da Gandin come segno pacificatore verso i tedeschi si trasformò in un cruciale svantaggio tattico, in quanto da quelle alture, si sarebbero potuti battere i punti di sbarco ostacolando pesantemente i rinforzi tedeschi.
- 22 settembre: il generale Gandin decise di convocare un nuovo Consiglio di Guerra nel quale si decise di arrendersi ai tedeschi. La tovaglia bianca, sulla quale i comandanti mangiavano tutte le sere, era stata issata sul balcone della casa che era sede del comando tattico in segno di resa. Hitler in persona ordinò che i soldati italiani fossero considerati come traditori e fucilati.
I soldati che erano stati in precedenza catturati e fatti prigionieri furono immediatamente e sommariamente giustiziati; i tedeschi che cercano di opporsi alla pratica furono dissuasi con la minaccia di essere a loro volta fucilati.
I rastrellamenti e le fucilazioni andarono avanti per tutto il giorno seguente causando la morte di 4500 soldati e 155 ufficiali; il bilancio però era destinato a salire. Infatti, tra il 23 e il 28 settembre i tedeschi continuarono nella loro opera di "pulizia" uccidendo più di 5000 soldati e 129 ufficiali tra i quali anche il gen. Gandin. Compiuto l'orrendo crimine bisognava far scomparire le tracce: ad eccezione di alcune salme lasciate insepolte o gettate in cisterne, la maggior parte furono bruciate, e i resti gettati in mare. Dei 163 superstiti alcuni furono deportati in Germania o in Russia, da dove molti non fecero più ritorno. Tra i pochissimi scampati anche alla prigionia, ci furono l'eroico cappellano militare Padre Romualdo Formato, che scrisse negli anni '50 un libro intitolato appunto "L'eccidio di Cefalonia" e lo scrittore e conduttore televisivo Luigi Silori.
[modifica] Gli anni successivi
Il Ministero della Difesa non ha mai rilasciato, salvo errori, alcuna stima dei caduti. Lo storico Rochat, secondo quanto riportato anche nel sito dell'ISRAL riportato tra i collegamenti esterni, stima in 6.500 la cifra complessiva, di cui soltanto 1300 morti in combattimento, mentre Caruso sommando anche i morti negli affondamenti delle navi arriva ad oltre 9400. Studi sono stati fatti anche dai tedeschi Christoph Schminck-Gustavus, dal 1974 docente di storia del diritto presso l'università di Brema e da Gerhard Schreiber, in particolare sulle perdite umane avvenute nell'affondamento delle navi cariche di prigionieri.
A ricordo della Divisione Acqui è stato eretto un monumento a Verona, e il 21 settembre di ogni anno viene commemorato l'eccidio alla presenza di autorità civili e militari. Il 1º marzo 2001 il Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi ha visitato Cefalonia pronunciando un discorso[2] sottolineando come "la loro scelta consapevole fu il primo atto della Resistenza, di un'Italia libera dal fascismo". Il 25 aprile 2007 il Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano, dicendo di "ispirarsi al suo predecessore", ha voluto festeggiare il 62° anniversario della Liberazione anche a Cefalonia: si è trattato, oltre che di un omaggio dal notevole valore simbolico, anche della prima volta in assoluto che la ricorrenza del 25 aprile è stata festeggiata da un Presidente della Repubblica in carica al di fuori dei confini nazionali.
Secondo quanto riportato dall'ANSA, Otmar Muhlhauser, mastro pellicciaio di 88 anni oggi e sottotenente dei Gebirgsjäger all'epoca, che comandò personalmente il plotone di esecuzione del generale Gandin, ha dichiarato che «tra gli ufficiali (tedeschi) si parlava della divisione italiana solo come di traditori. Con l'ordine del Fuhrer era già chiaro che coloro che appartenevano alla divisione italiana andavano trattati completamente da traditori. Al tradimento vi era solo una risposta: l'esecuzione». Ciò nondimeno, il tribunale tedesco lo ha prosciolto dall'accusa di omicidio aggravato, ritenendo che si trattasse di omicidio "semplice".
[modifica] Sulla strage
- Il 1º marzo 1953, il presidente Einaudi ha assistito al ritorno dei resti dei soldati, durante una grandiosa cerimonia al porto di Bari.
- Nel 2005 è stata trasmessa su Rai Uno una serie televisiva sull'eccidio intitolata "Cefalonia", con la regia di Riccardo Milani.
- Sulla strage è stato girato il film Il mandolino del capitano Corelli.
- La serie La storia siamo noi ha dedicato una puntata alla strage "Cefalonia 1943 - La strage nazista della divisione Acqui"[3].
[modifica] Note
- ^ Alfio Caruso, Italiani dovete morire,
- ^ "Il sacrificio della Divisione Acqui" - Cefalonia, 1.3.2001
- ^ La storia siamo noi - Cefalonia 1943 - La strage nazista della divisione Acqui
[modifica] Voci correlate
- Divisione Acqui
- Il sito su Cefalonia di Massimo Filippini (orfano di un Martire della vicenda)
- L'eccidio di Cefalonia- Scheda dell'ANPI
- discorso del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi alla commemorazione dei caduti italiani della divisione "Acqui". Cefalonia, 1º marzo 2001
- 8 settembre 1943 Un estratto dalla testimonianza di Amos Pampaloni, ufficiale del 33° Reggimento artiglieria Acqui durante la battaglia di Cefalonia
- Introduzione a "La Divisione Acqui a Cefalonia. Settembre 1943" Saggio dell'ISRAL
[modifica] Bibliografia
- Padre Romualdo Formato, L'eccidio di Cefalonia, De Luigi, 1946
- Don Luigi Ghilardini, I martiri di Cefalonia, Edizioni 3, 1952
- Marcello Venturi, Bandiera bianca a Cefalonia Feltrinelli, 1963
- Giorgio Rochat e Marcello Venturi (a cura di) "La Divisione Acqui a Cefalonia: settembre 1943", Mursia, Milano, 1993
- Alfio Caruso, Italiani dovete morire, Longanesi, 2000
- Gian Carlo Fusco, Guerra d'Albania, Palermo, Sellerio, 2001. ISBN 978-88-389-1700-4
- Angelo Scalvini, Prigioniero a Cefalonia, Mursia 2001
- Massimo Filippini, La vera storia dell'eccidio di Cefalonia, Nuova Edizione in due Voll. MA.RO ed. Copiano (PV) 2001
- Mariano Barletta, Sopravvissuto a Cefalonia, Mursia, 2003
- Gian Enrico Rusconi, Cefalonia, Einaudi 2004
- Massimo Filippini, La tragedia di Cefalonia. Una verità scomoda, IBN ed. Roma 2004
- Massimo Filippini, I Caduti di Cefalonia; fine di un Mito, IBN ed. Roma 2006
- Pietro Giovanni Liuzzi Leali ragazzi del Mediterraneo, Cefalonia, Settembre 1943: viaggio nella memoria, Edizione Edit@, Taranto, 2006

