Fuga del re Vittorio Emanuele III

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La fuga da Roma del re Vittorio Emanuele III e del generale Badoglio (9 settembre 1943) fu un importante avvenimento per la storia italiana nella seconda guerra mondiale. In seguito a questo evento - che seguì immediatamente l'annuncio, la sera dell'8 settembre, dell'armistizio siglato con gli Alleati il 3 settembre - le forze armate italiane - abbandonate a sé stesse e senza ordini e piani precisi - non furono in grado di opporre un'efficace e coordinata resistenza all'occupazione nazista dell'Italia, sciogliendosi nel volgere di poche decine di ore e finendo in larga parte preda dei tedeschi. Fu in tal modo consentito all'ex alleato occupare agevolmente oltre due terzi del territorio nazionale, che fu perciò trasformato in larga parte in un campo di battaglia a difesa del Terzo Reich ed esposto ai rigori ed alle sciagure di ulteriori ventuno mesi di guerra.

10 settembre 1943 soldati italiani cercano di contrastare i tedeschi presso porta San Paolo
10 settembre 1943 soldati italiani cercano di contrastare i tedeschi presso porta San Paolo

Indice

[modifica] Antefatto

« Stiamo per invadere un Paese ricco di storia, di cultura e d'arte come pochissimi altri. Ma se la distruzione di un bellissimo monumento può significare la salvezza di un solo G.I., ebbene, si distrugga quel bellissimo monumento. »
(Dwight David Eisenhower, comandante in capo delle Forze Alleate in Europa durante la Seconda guerra mondiale, riferendosi all'Italia.[1])

L'offensiva lanciata dagli Alleati nell'estate del 1943 contro il territorio italiano, quello che Winston Churchill aveva definito "il ventre molle d'Europa", non tardò ad aver successo, rendendo chiara la sconfitta come inevitabile e causando la caduta del regime fascista, insediato al potere da 21 anni per iniziativa del re Vittorio Emanuele III e da egli sempre sostenuto. Tra il 9 e il 10 luglio 1943 iniziò l'invasione della Sicilia - non contrastata dalla Regia Marina, i cui alti ufficiali erano in massima parte fedelissimi al sovrano - e Palermo cadde nelle mani degli americani già il 22 luglio 1943. Nello stesso giorno Vittorio Emanuele III si rivolse con queste parole a Dino Grandi “Mi dia un voto del Gran Consiglio del Fascismo che mi offra un pretesto costituzionale per dimissionare Mussolini”[2].

Il 19 luglio 1943 Roma fu colpita da un devastante bombardamento aereo, più volte pubblicamente minacciato dagli Alleati sin dal 1940, malgrado gli sforzi del pontefice e del Vaticano, le uniche autorità impegnate sin dall'inizio del conflitto in una fitta attività diplomatica volta a tentare di scongiurare il pericolo che la città eterna subisse dal cielo devastazioni simili a quelle che colpirono innumerevoli città europee. Il bombardamento causò più di 2000 vittime. Il papa Pio XII, fece allora pubblicare un vero e proprio atto di accusa contro chi non rispettava né gli altissimi valori tradizionali rappresentati da Roma, né la presenza della Chiesa, né la vita delle persone che vi si erano rifugiate.

Di fronte all'inarrestabile avanzata alleata e alla campagna di bombardamenti aerei e navali che investiva il resto d'Italia, prima ancora che Catania fosse occupata dagli inglesi il 5 agosto 1943 e che l'ultimo lembo di terra siciliana fosse evacuato dalle forze dell'Asse (occupazione di Messina il 17 agosto), il re decise infine di liberarsi di colui che gli italiani ritenevano il primo responsabile del disastro, destituendo e facendo arrestare Benito Mussolini il 25 luglio 1943 appena dopo la sfiducia decretatagli a maggioranza nella notte precedente dallo stesso Gran Consiglio del fascismo per iniziativa di Dino Grandi. Lo stesso Grandi, interpellato dal sovrano sulla situazione, già il 28 luglio 1943 lo avvisò dell'imminente e grave pericolo che versava sulla nazione qualora alla caduta di Mussolini non fossero seguiti speditamente un armistizio con gli Alleati e la rottura con i tedeschi e se contro questi non fossero state rivolte con decisione le armi:

« Se il nostro esercito non si difende e non contrattacca le forze di invasione tedesche che già stanno attraversando il Brennero, e simultaneamente il governo non prende alcun serio contatto con gli Alleati, prevedo giorni tremendi per la nazione.[3] »
(Dino Grandi)

Mussolini fu speditamente sostituito alla testa del governo dal maresciallo d'Italia Pietro Badoglio, un militare piemontese largamente compromesso con le iniziative del regime fascista e preferito dal sovrano al parigrado Enrico Caviglia, del quale lo stesso Grandi aveva caldeggiato la candidatura, e che pare fosse sospettato a corte di essere "troppo filobritannico".

Il successivo 31 luglio il governo Badoglio comunicava di aver deciso di dichiarare Roma città aperta, chiedendo a tutti i belligeranti a quali condizioni la dichiarazione potesse essere accettata. Il 13 agosto, gli americani effettuarono sulla città una nuova, pesantissima incursione aerea [4]. Il 14 agosto venne allora diramato un comunicato ufficiale nel quale si diceva che, "in mancanza di evasione della richiesta del 31 luglio", il governo italiano si vedeva "costretto alla proclamazione unilaterale, formale e pubblica di Roma città aperta, prendendo le necessarie misure a norma del diritto internazionale". Il 22 agosto veniva diramato un altro comunicato ufficiale, nel quale si informava che, in occasione dei sorvoli di aerei nemici sulla capitale non si sarebbe più fatto luogo a manifestazioni di difesa contraerea.

La vacuità delle parole tardivamente profuse dal governo Badoglio, che s'era deciso a dichiarare unilateralmente Roma "città aperta" non prima di trenta ore [5] dopo il secondo bombardamento che l'aveva sconvolta, è testimoniata dal fatto che gli Alleati avevano chiarito - già prima della caduta di Mussolini, e con ogni mezzo - che la dichiarazione di Roma "città aperta" del governo italiano - unilaterale e priva dei necessari requisiti di smilitarizzazione e verifica da parte di osservatori neutrali - non aveva alcun valore [6], e, non a caso, la città fu nuovamente bombardata numerose volte, sino alla liberazione il 4 giugno 1944.

Nel frattempo, avendo verificato l'incapacità o la mancata volontà del re e del governo Badoglio di provvedere adeguatamente al grave pericolo che versava sul Paese, Dino Grandi riparò in Spagna durante l'agosto del 1943.

Causa l'avanzata degli Alleati dal sud Italia e messo sotto pressione dal generale Eisenhower,[7] il 3 settembre del 1943, il governo italiano aveva firmato a Cassibile la prima versione di un armistizio con gli inglesi e gli americani (il così detto armistizio corto), abbandonando di fatto l’alleanza con i nazisti. L'accordo era stato firmato dal generale Giuseppe Castellano.[8] L’armistizio era stato tenuto segreto per alcuni giorni nella vana speranza di tenerne all'oscuro i tedeschi. Si voleva infatti dare all’esercito italiano il tempo di organizzarsi contro la reazione dei nazisti, che con tutta probabilità avrebbero occupato la penisola. Le operazioni erano state coordinate dal generale Badoglio, che come capo del governo aveva preso il posto di Mussolini il 27 luglio.

Informalmente, durante la firma dell'armistizio gli alleati avevano avvertito gli italiani che gli sbarchi sulla penisola sarebbero avvenuti entro due settimane, e le previsioni italiane era che l'armistizio sarebbe stato comunicato il 12 settembre o dopo, viceversa la radio alleata ,[9] captata in Italia, diede la notizia della firma della resa alle ore 16.30 dell'8 settembre, [10] sorprendendo un "consiglio della Corona" convocato dal re al Quirinale, il quale la mattina aveva rassicurato l'ambasciatore tedesco della fedeltà ai patti stipulati[11].

Dopo frenetiche discussioni, durante le quali si era perfino ipotizzato di rigettare la firma della resa, Badoglio alle ore 19.45 annunciò per radio la firma dell'armistizio alla popolazione italiana ordinando ai reparti di "cessare le ostilità contro le forze angloamericane e di reagire ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza".

Era tutto interesse di Hitler quello di contrastare l’operato di Badoglio occupando l’Italia, in quanto la penisola era di enorme importanza strategica nel confronto militare con le forze degli inglesi e degli americani. Comunque, in Italia erano già stanziate delle truppe tedesche il cui compito principale era quello di tenere lontani gli americani dalla Germania: infatti in quei giorni le truppe alleate, sbarcate in Sicilia circa due mesi prima (il 10 luglio) avevano già compiuto l’occupazione dell’isola e tenevano sotto controllo diverse zone meridionali della penisola, spostando gradualmente il fronte verso nord; più precisamente, la ritirata tedesca si spostava dalla Calabria verso la Campania sino ad attestarsi lungo la linea Gustav.

[modifica] I compiti della corona e del governo nel settembre del 1943

In questa situazione di emergenza, i compiti di assoluta necessità cui dovevano adempire il governo e la monarchia erano molteplici. Tra l'altro si ricordano quelli di:

  • Garantire per quanto possibile il coordinamento delle azioni dell’esercito per fronteggiare un’occupazione nazista. Questo riguardava tanto le truppe in patria, quanto quelle dislocate in altri paesi. Si calcola che un milione di soldati italiani erano stanziati in Italia, mentre un altro milione si trovava al fronte nei più disparati scacchieri dei paesi stranieri [12].
  • Intrattenere i difficili rapporti con gli alleati.
  • Salvaguardare la propria sicurezza per continuare il lavoro, scopo che in sé sarebbe stato legittimo.[13]

È peraltro chiaro che questi obiettivi si trovavano in parziale contraddizione tra di loro. Vittorio Emanuele III ed il generale Badoglio diedero la priorità soprattutto alla propria sicurezza, optando per la fuga. Vollero scegliere una destinazione che garantisse una certa sicurezza dagli attacchi tedeschi. L’Italia meridionale, in parte già abbandonata dai nazisti, pareva offrire le migliori premesse in questo senso.

Secondo Puntoni, aiutante di campo del Re, Vittorio Emanuele aveva già discusso di una suo allontanamento da Roma chiedendogli il 28 luglio, (tre giorni dopo l' arresto di Mussolini) di organizzare il necessario nel caso si presentasse questa evenienza. Commentando: "Non voglio correre il rischio di fare la fine del re dei Belgi. ... Non ho alcuna intenzione di cadere nelle mani di Hitler e di diventare una marionetta di cui il Führer possa muovere i fili a seconda dei suoi capricci".

Questa evenienza si sarebbe presentata molto presto, ossia dopo gli avvenimenti dell'8 settembre 1943: dopo la diffusione della notizia della firma dell'armistizio, re e Badoglio, con tanto di corte e la quasi totalità dei ministri fuggirono dalla capitale verso la costa adriatica.

È opinione assodata tra gli studiosi che la decisione di cercare scampo nella fuga sia stato un gesto altamente irresponsabile. Infatti, le massime personalità politiche di un paese all’orlo del collasso non lasciavano dietro di sé un vero e proprio governo ad interim, ma il caos più completo.[14]

[modifica] La fuga verso Brindisi

La sera dell'8 settembre 1943, in coincidenza con l'annuncio dell'armistizio siglato cinque giorni prima vari comandi e presidi italiani in patria e all'estero venivano attaccati o sopraffatti dai tedeschi, sicché il re e il governo Badoglio temevano un colpo di mano nazista per impadronirsi della capitale (intervento che poi puntualmente sarebbe effettivamente avvenuto dopo circa 24 ore). Anziché organizzare la difesa della capitale decisero di allontanarsi precipitosamente da Roma.

Gli incarichi più importanti furono delegati a chi doveva restare: la presidenza del Governo fu frettolosamente affidata ad Umberto Ricci, allora ministro degli Interni. Mario Roatta, vice Capo di Stato Maggiore (anche lui in fuga), diede sommarie istruzioni sul da farsi al generale Giacomo Carboni. Tra il 9 e il 10 settembre, nella battaglia che i militari italiani abbandonati a sé stessi e i cittadini combatterono per opporsi all'occupazione nazista mentre re e governo erano in fuga, caddero - a Porta San Paolo ed altrove - circa 400 soldati e 200 civili.

Alle prime ore del 9 settembre, lungo la via Tiburtina, libera dai movimenti segnalati dei principali contingenti germanici, Vittorio Emanuele III accompagnato dalla Regina e dal Principe ereditario e da alcuni membri della Corte , Badoglio e due ministri militari[citazione necessaria], lasciarono Roma.

All'alba Vittorio Emanuele III salì insieme ad Elena di Montenegro al generale Puntoni e al tenente colonnello De Buzzacarini sulla Fiat 2800 grigioverde di quest'ultimo. Badoglio con il duca Pietro d'Acquarone e Valenzano nella seconda vettura, mentre il principe Umberto prese posto su una terza vettura.

Erano assenti tutti gli altri membri della Famiglia Reale che verranno poi arrestati dai tedeschi e internati in Germania (la principessa ereditaria e i figli riuscirono però a riparare in Svizzera). La principessa Mafalda di Savoia, sposata al principe d’Assia e che in quei giorni si trovava in Bulgaria, non fu avvisata della partenza dei Reali da Roma e dell'armistizio (ne venne avvisata durante il viaggio di rientro in Italia, ma volle proseguire[citazione necessaria]). Cadde quindi facilmente prigioniera dai nazisti e fu deportata nel campo di concentramento di Buchenwald ove, duramente provata dalla prigionia, morì per le ferite riportate durante un bombardamento alleato.

Dopo di loro, ad intervalli regolari, si mossero gli altri generali mentre due autoblindo sulle quali era trasportato il generale Zanussi facevano da scorta al convoglio in fuga.

L'auto su cui viaggiava Badoglio si guastò cammin facendo e questi passo perciò nell'auto del principe Umberto il quale, vedendolo infreddolito, gli prestò il suo cappotto. Badoglio si premunì di rimboccarsi le maniche per evitare che fossero visibili i gradi.

Durante il tragitto, il principe Umberto espresse ripetutamente delle remore, manifestando il desiderio di rientrare a Roma e porsi alla guida delle truppe italiane a sua difesa. Tuttavia Badoglio lo indusse bruscamente a desistere dai suoi propositi, facendo valere il fatto di essere un suo superiore nella gerarchia militare. Inoltre, l'auto fu fermata a tre posti di blocco tedeschi, che comunque vennero superati facilmente con il semplice avvertimento che a bordo vi erano "ufficiali generali".

Nel pomeriggio le auto raggiunsero l'aeroporto di Pescara comandato dal principe Carlo Ruspoli che, avuta notizia delle intenzioni dei Reali, espresse stupore e sdegno per quella fuga; Vittorio Emanuele III si trincerò dietro gli obblighi costituzionali "Devo essere ossequiente alle decisioni del mio governo". A quel punto però l'uso dell'aeroplano fu escluso nel timore di possibili ribellioni: anche i piloti operanti in zona non erano d'accordo a partecipare ad un’azione che consideravano indecorosa.[15]

Si decise così di continuare il viaggio in nave partendo dal porto di Pescara. Il re pernottò presso il castello di Crecchio, di proprietà dei Duchi di Bovino.

Era stata chiamata al porto di Pescara da Zara la corvetta Baionetta, da Taranto l'incrociatore Scipione l'Africano e la corvetta Scimitarra. La popolazione della città però, venuta a sapere della fuga, si mostrò indignata e, per evitare problemi, la comitiva di fuggiaschi e le navi destinate ad essi furono deviate verso il molo di Ortona.

La mattina successiva il re, Badoglio ed il suo seguito si imbarcarono da Ortona sulla corvetta Baionetta che li condusse a Brindisi, che al momento non si trovava sotto il controllo degli alleati, né dei tedeschi. [16] L'imbarco verso la salvezza fu drammatico: una folla vociante di 250 ufficiali con tanto di famiglia e conoscenti, già in attesa del re, aveva infatti cercato (per lo più inutilmente) di aggiungersi alla comitiva. Nella nave, comunque fu stipata più gente che si poteva.

Durante la navigazione la compagnia fu seguita da un ricognitore tedesco che documentò con fotografie la fuga dei Reali, ma nulla seguì a tale controllo. Al loro arrivo a destinazione i reali furono accolti dall’ammiraglio Rubartelli, che aveva pieno controllo della zona e che rimase sbalordito dall’improvvisa comparsa di Vittorio Emanuele.

[modifica] Dopo la fuga

Dopo essersi sistemato a Brindisi, il gruppo riprese le trattative con gli alleati. Questi ultimi considerarono come confermata la loro immagine dell’Italia: quella di un interlocutore volubile ed inaffidabile: inviati da Eisenhower per le trattative, il generale Mason MacFarlane ed i suoi consiglieri arrivarono in Puglia sorpresi dal fatto di trovare uno staff politico totalmente impreparato alle trattative ed addirittura ignaro del testo dell’armistizio corto (ossia quello firmato da Castellano il 3 settembre).[17] Paradossalmente, la diffidenza degli alleati verso Badoglio finì per somigliare a quella che i tedeschi nutrivano verso il governo italiano.

Il 27 settembre giunsero a Brindisi due rappresentanti degli alleati: Macmillan e Murphy consegnarono a Badoglio il testo ultimativo della “resa incondizionata” che sarà firmato da Badoglio a Malta il successivo 29 settembre. Questo testo, articolato in 44 articoli, verrà chiamato armistizio lungo e definirà le severe condizioni della resa italiana. Tra l'altro, il 13 ottobre l'Italia formalmente dichiarerà guerra alla Germania, condizione richiesta nelle clausole della resa per acquisire lo status di parte cobelligerante.[18]

A nord del fronte dei combattimenti, nel frattempo, la divisione dell'Italia si era formalizzata: la quasi totalità del territorio italiano a nord del fronte fu affidata al controllo di Mussolini, liberato dai tedeschi il 12 settembre e subito tradotto in Germania per un incontro con Hitler) [19]. Si stabiliva così al nord la Repubblica di Salò: I tedeschi avevano occupato il nord non facendo altro che mettere in atto una forma riadattata della cosiddetta Operazione Alarico, piano militare previsto per il caso di un'aggressione degli alleati nell'Italia settentrionale.[20]

Nella parte meridionale, invece, muoveva i primi passi quello che viene talvolta chiamato Regno del Sud.

[modifica] Le due Italie

Il nord Italia, organizzato come Stato fantoccio controllato totalmente dai nazi-fascisti, divenne presto una sorta di "seconda Germania", con rastrellamenti di ebrei e oppositori del regime.

A Brindisi, Vittorio Emanuele III e Badoglio ripresero gradualmente le loro funzioni sotto il vincolo del controllo da parte del comando alleato, dando vita al cosiddetto "Regno del Sud. Da Brindisi Vittorio Emanuele III nominò Raffaele de Courten capo di Stato Maggiore della Regia Marina, preferito dagli Alleati al principe Aimone di Savoia, che venne nominato comandante italiano della base navale di Taranto[21].

Radio Bari il 10 settembre diffuse un proclama del re:

« Per il supremo bene della Patria, che è sempre stato il mio primo pensiero e lo scopo della mia vita, e nell'intento di evitare più gravi sofferenze e maggiori sacrifici, ho autorizzato la richiesta di armistizio. Italiani, per la salvezza della capitale e per poter pienamente assolvere i miei doveri di Re, col Governo e con le autorità militari mi sono trasferito in altro punto del sacro e libero suolo nazionale »

[modifica] Conseguenze

La scelta di abbandonare Roma, condannata dalla grande maggioranza degli studiosi, ebbe enormi conseguenze negative nel breve e nel medio periodo:

  • L'occupazione da parte dei tedeschi, che avrebbero in ogni caso preso il sopravvento sugli italiani, fu facilitata. L'esercito regio, al momento dell'annuncio dell'armistizio aveva dislocati sul suolo italiano oltre un milione di uomini in armi cui si trovavano contrapposti circa 400.000 soldati tedeschi. In Provenza e Corsica erano dislocati 230.000 uomini, in Jugoslavia 300.000, altrettanti in Albania e Grecia, 53.000 uomini nelle isole dell'Egeo per un totale di circa 900.000 uomini impegnati in missioni all'estero.
    Approssimativamente si trovavano sotto le armi due milioni di uomini che erano minacciati dalle forze tedesche, che a loro volta li potevano minacciare, costoro rimasero senza alcun ordine in attesa che da Palazzo Baracchini (ministero della Guerra a Roma) giungesse qualche ordine o disposizione, ma ciò non avvenne mai. Le truppe furono lasciate allo sbando con il solo ed enigmatico ordine "ad atti di guerra rispondete con atti di guerra". In Jugoslavia molti soldati vennero deportati nei campi di concentramento; altrove, come a Cefalonia decisero generosamente di combattere e difendersi dai tedeschi, ma queste iniziative isolate furono in genere destinate ad un esito catastrofico; in ogni caso gran parte delle truppe smise di combattere animata dal desiderio di tornare alle proprie case, sperando che il peggio fosse ormai passato. L'esercito era comunque allo sbando; il generale Jodl nel suo rapporto sulla situazione strategica in Italia a seguito dell'8 settembre ad Hitler rese note le cifre in questo comunicato del 7 novembre 1943[22]:
« ... Le Forze Armate Italiane in seguito all'armistizio dell'8 settembre abbandonate a sé stesse dagli alti comandi sono state completamente neutralizzate con un'operazione di polizia contrassegnata da isolati episodi di resistenza. 80 divisioni disarmate, 547.000 prigionieri di cui 34.744 ufficiali, un bottino di 1.255.000 fucili, 38.000 mitragliatrici, 10.000 cannoni, 15.500 automezzi, 970 mezzi corrazzati, 67.000 cavalli e muli, 2.800 aerei di prima linea 600 di altro tipo, 10 torpediniere e cacciatorpediniere e 51 unità minori della Marina Reale. Sono state reperite materie prime in quantità molto superiori a quelle che ci si aspettava alla luce delle incessanti richieste economiche italiane (...) »
  • L'8 settembre venne annullato dal generale Eisenhower il previsto lancio di truppe americane aviotrasportate da impiegare per la cattura di Roma e la sua difesa dai tedeschi. Le sei divisioni italiane a presidio di Roma la Divisione di fanteria Sassari, Granatieri di Sardegna, Corazzata Ariete, Motorizzata Piave, Corazzata Centauro,completamente privi di ordini, non poterono opporsi efficacemente a Kesselring, malgrado disponessero di circa 60.000 uomini. Lo stesso Kesselring ammise in un suo memoriale che una difesa organizzata degli italiani in concomitanza con uno sbarco aereo alleato avrebbe segnato la sconfitta inevitabile delle truppe tedesche a Roma.[23]
  • Il comportamento del re nella circostanza, attirando discredito sulla sua figura e sull'istituzione, contribuì alla caduta della monarchia. Una testimonianza dell'ostilità nei confronti del re si trova anche oggi, presso il porto di Ortona dove venne posta nel 1945 una lapide a testimonianza dell'evento (si noti la sibillina previsione della caduta della monarchia):
« Da questo porto

La notte del 9 settembre 1943
L’ultimo Re d’Italia fuggì
Con la Corte e con Badoglio
Consegnando la martoriata patria
alla tedesca rabbia.
Ortona Repubblicana
dalle sue macerie e dalle sue ferite
grida eterna maledizione
alla monarchia dei tradimenti
del fascismo e della rovina d'Italia
anelando giustizia
dal Popolo e dalla Storia
nel nome santo di Repubblica.

9-9-1945 »
Dato il risultato abbastanza equilibrato del referendum istituzionale che si sarebbe svolto nel 1946 (monarchia 45,7%; repubblica 54,3%), è lecito domandarsi se, senza l’episodio della fuga da Roma, la corona avrebbe potuto salvare il suo ruolo.

[modifica] Controversie sulla valutazione dell'operato del Re

Vittorio Emanuele III a Brindisi passa in rassegna una formazione del Regio Esercito
Vittorio Emanuele III a Brindisi passa in rassegna una formazione del Regio Esercito

Nel corso degli anni è nata una pubblicistica nettamente minoritaria che contrasta con la tesi dominante della fuga del re da Roma[24].

[modifica] Tesi

Secondo una tesi avversa a definire fuga quella del re e del suo governo, si assume che la partenza di Vittorio Emanuele III e di Pietro Badoglio fu una mossa doverosa per salvare Roma, necessaria per mantenere la continuità dello Stato, ispirata non all'idea della fuga per l'incolumità personale, bensì all'idea di prosecuzione dell'attività del re e del governo nel centro degli avvenimenti [25]. A smentire la tesi della "mossa doverosa per salvare Roma" (dopo che Roma era sottoposta a bombardamenti da quasi due mesi), sviluppata ex-post, il fatto concretissimo e drammatico costituito dalle cinquantuno incursioni aeree subite dalla capitale italiana tra l'8 settembre 1943 e il 5 giugno 1944 [26]. La contraddittorietà di tale tesi è per altro confermata laddove essa, cercando da un lato di negare una fuga per l'incolumità personale, dall'altro invoca la tesi secondo la quale Vittorio Emanuele III e Badoglio, fossero rimasti a Roma, avrebbero dovuto essere catturati o uccisi dai tedeschi [27].

Vengono portati a giustificazione della fuga del re altri casi in cui personalità politiche, nell'imminenza dell'invasione tedesca, si allontanarono dalle rispettive capitali o fuggirono all'estero: in Francia, nel giugno 1940, il presidente della repubblica Albert Lebrun si trasferì a Bordeaux con tutto il governo e Stalin ordinò il trasferimento del governo a Kujbyšev, 800 chilometri da Mosca, anche se in ultimo restò nella capitale[28], mentre altri progettavano di farlo (il re Giorgio VI aveva programmato di trasferirsi in Canada nel caso in cui i tedeschi fossero riusciti ad attraversare la Manica). Vittorio Emanuele III e Badoglio si recarono a Brindisi, già evacuata dai tedeschi e ancora non occupata dagli alleati. Questi ultimi, tuttavia, sbarcarono a Taranto il giorno dopo la proclamazione dell'armistizio. Inoltre, i monarchi italiani si sarebbero comportati come quasi tutti i monarchi dei Paesi europei, che si misero sotto la protezione delle truppe alleate per poter continuare a dirigere la lotta contro i nazisti (Guglielmina dei Paesi Bassi fuggì in Gran Bretagna, Giorgio II di Grecia e Haakon VII di Norvegia si trasferirono a Londra con tutto il governo).

Tale preteso parallelismo tra le azioni di alcuni monarchi europei e quelle del re d'Italia non sembrano tenere in conto né il fatto che esse avvennero durante la fase della guerra nella quale l'esercito tedesco era all'attacco su tutti i fronti (mentre nel settembre del 1943 era ormai ovunque sulla difensiva), né del fatto che le deboli forze armate dei Paesi dei sovrani citati non erano - al contrario di quelle italiane - assolutamente in condizione di opporre alcuna resistenza significativa a quelle tedesche, senza parlare del fatto che il sostegno che gli inglesi potevano offrire a norvegesi, olandesi e greci era ben poca cosa rispetto a quello che gli Stati Uniti erano in grado di porre in essere in Italia.

Le modalità del trasferimento a Brindisi, pur effettuato velocemente per via del rapido precipitare degli eventi, non assomiglierebbero, secondo alcune opinioni, a quelle di una fuga. La storia della "fuga" sarebbe nata secondo una tesi in ambienti della Repubblica di Salò e successivamente, adottata in chiave anti-monarchica da larghi settori della politica italiana [29].

[modifica] Dibattito sulla continuità dello Stato italiano

Da parte di alcuni testimoni e studiosi si avanza la tesi secondo la quale la continuità dello Stato si sarebbe interrotta nel caso in cui il re ed il governo fossero stati catturati e che ciò permise all'Italia di non subire condizioni di resa ancora peggiori. L'ex Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi su questo punto si è espresso con le seguenti parole:

«  Non perdonai la fuga del re, anche se riconobbi che, andando al Sud, aveva in qualche maniera garantito la continuità dello Stato». (intervista a Marzio Breda sul Corriere della Sera del 18 aprile 2006»


Nelle sue memorie, il colonnello delle SS Eugen Dollmann dichiarò che:

« La famiglia reale e Badoglio nel frattempo erano partiti, con somma delusione del cosiddetto gruppo estremista del quartier generale di Kesselring […] Ma non trovarono che il genero del re, il generale Calvi di Bergolo, il cui sacrificio morale ha un valore che gl'italiani non dovrebbero dimenticare. […] Secondo il maresciallo ed i suoi più intimi collaboratori, la monarchia aveva salvato l'unità d'Italia abbandonando Roma, e salvato Roma lasciandovi un membro di casa Savoia.[30] »

[modifica] Critiche

Le critiche che vengono mosse a queste tesi di revisione storica sul comportamento di Vittorio Emanuele III si fondano su considerazioni per lo più stretegiche e militari.

  • Lo status di città aperta di Roma era di fatto inapplicabile, in quanto Roma era al centro di un piano di aviosbarco alleato, che si sarebbe dovuto svolgere in accordo e coordinamento con i comandi militari italiani congiuntamente alla proclamazione dell'armistizio e, quindi, era un obbiettivo militare, né sarebbe stata considerata tale dai tedeschi che già da giorni avevano ammassato truppe in zona.
  • Gli ordini lasciati alle truppe italiane, prima dell'allontanamento dalla capitale furono in ogni caso ambigui, non espliciti, mancanti di un qualunque tentativo di organizzare una reazione organica e coordinata sul territorio italiano del regio esercito contro le forze tedesche, gli stessi contatti con gli alleati e gli accordi con esse furono svolti goffamente senza permettere un rapido dispiego delle forze alleate nella penisola italiana, che avrebbe permesso di contrastare più efficacemente le forze naziste e ridotto l'ampiezza dell' area nazionale controllata dai tedeschi.
  • Il carattere di fuga fu accentuato dal fatto che nessuno, nelle fretta e confusione, di lasciare la capitale avvertì la principessa Mafalda di Savoia, che in quei giorni si trovava in Bulgaria, di non tornare a Roma, rientrando in Italia, ma di dirigersi verso una città del sud. A causa di ciò la secondogenita del re venne, come spiegato, catturata dai tedeschi e deportata a Buchenwald ove morì in seguito alle ferite riportate durante un bombardamento americano.
  • Durante lo spostamento da Roma a Ortona e, quindi, Brindisi, il re, comandante in capo dell'esercito, non organizzò alcun comando militare mobile e neppure vennero tenuti i contatti con i comandi militari dei vari fronti di guerra. Per cui, durante il giorno dell'armistizio e quelli immediatamente successivi, i più critici, i comandi militari si trovarono senza uno Stato Maggiore a cui fare riferimento.
  • La posizione dei monarchici italiani era diversa rispetto a quella degli altri sovrani europei poiché capi di una nazione precedentemente alleata e solo poi avversaria (come cobelligerante) dell'asse.
  • Il peso del governo del Regno del sud fu nullo o molto scarso in quanto aveva solo un potere amministrativo e solo in 4 province meridionali, in quanto il resto del paese era sotto occupazione anglo-americana o tedesca.
  • Lo storico Dennis Mark Smith evidenzia una serie di errori commessi dal Re, che accentuarono la diffidenza inglese verso la monarchia italiana. Tra cui: il non aver condotto prigioniero Mussolini al sud, lasciandolo in un luogo non difendibile dai tedeschi, l'aver tenuto Badoglio (per 25 anni gerarca fascista) come capo del governo, evitando di sostituirlo con Caviglia (anch'esso maresciallo d'Italia) troppo anglofilo ai suoi occhi, allo scopo di avere una posizione equidistante fra le parti in lotta. A Brindisi il re si fregiava ancora del titolo di imperatore di Etiopia e di re d'Albania ed alla richiesta alleata di abbandonare questi titoli rispose che questa decisione necessitava di un atto del parlamento. Venne pesantemente valutata la sua ritrosia nel proclamare la dichiarazione di guerra alla Germania, nonostante gli attacchi che le forze armate tedesche infliggevano alle truppe italiane sparse nello scacchiere mediterraneo, la dichiarazione venne fatta solamente dopo un mese dall'arrivo a Brindisi, dopo pressanti richieste alleate, alle quali si era opposto sostenendo che abbisognava anche in questo caso di un voto del parlamento, (parlamento che, allo stato delle cose, era inesistente), voto che non era stato richiesto per l'intervento in guerra a fianco di Hitler. Un altro fatto che gli alleati, soprattutto gli inglesi, non capirono fu il motivo per cui non ripercorse le orme del suo antenato Carlo Alberto, che abdicò per il bene delle nazione e della sua dinastia.
  • Dennis Mark Smith riporta anche il giudizio che diede Benedetto Croce, liberale e monarchico convinto (nel referendum del 1946 votò per la monarchia):
« ... Il re, dopo Mussolini, rimane il vero ed il maggiore rappresentante del fascismo. Pretendere che l'Italia conservi il presente re è come pretendere che un redivivo resti abbracciato con un cadavere. Lui doveva andare via come atto di sensibi­lità morale. Il re si è congiunto corpo ed anima al fasci­smo ed ha assunto una responsabilità maggiore di Mussolini. Mussolini era un povero diavolo ignorante, corto di intelligenza, ubriacato da facili successi demagogici, laddove il re era stato accura­tamente educato ed aveva governato un'Italia libera e civi­le. Il re sta tentando di ricostituire in Italia, nel Regno del Sud, un regime fascistico per proteggere la dinastia »
  • A Brindisi il governo di Badoglio non tentò di riprendere il controllo delle armate italiane rimaste intrappolate in Grecia ed Albania, né alla flotta furono dati ordini precisi (la flotta di stanza a La Spezia prese il largo per raggiungere gli alleati a Malta)
  • La vera lotta contro l'occupante tedesco e la vera guida del Paese durante i due anni di guerra civile non è stata la monarchia quanto il Movimento partigiano, che materialmente era impegnato a combattere le armate naziste con i partiti italiani antifascisti, precedentemente disciolti e messi fuori legge durante il periodo fascista nel regno Italiano sempre con Vittorio Emanuele III a capo della nazione.
  • Unità della nazione e rappresentatività del Governo italiano: il 30 ottobre 1943 alla terza Conferenza alleata di Mosca fu approvata una mozione in base alla quale al popolo italiano dovrà essere possibile organizzare la nazione secondo i principi democratici includendo nel governo i rappresentanti di opposizione al fascismo. Di conseguenza, gli alleati non riconoscono al governo Badoglio la funzione di rappresentanza nazionale fino a quando nella composizione del governo italiano non saranno inclusi i gruppi politici dell’antifascismo.
  • Le discussioni sul giudizio da dare all'allontanamento del re hanno persino lasciato sospettare ad alcuni storici che la facilità con cui il corteo reale lasciò la capitale ed il non affondamento della corvetta Baionetta, individuata durante la navigazione dall'aviazione tedesca [31] fosse stata addirittura concordata con Kesselring in cambio del ritardo da parte del generale Gen. Ambrosio, Capo di Stato Maggiore, di diramare la "Memoria op.44", che era l'unico piano formulato a fine agosto dallo Stato Maggiore italiano di resistenza ai tedeschi ed ordini maldestri di spostamenti in posizioni sfavorevoli dati alle truppe italiane in difesa di Roma di fronte alle forze tedesche in minoranza numerica. [32]

[modifica] Curiosità


  • Si decise di non fuggire in aereo perché la regina soffriva di mal d'aria o aveva paura.[33]
  • Vi sono fondati sospetti che Badoglio avesse già da tempo fatto trasferire consistenti ricchezze in Puglia.[34]
  • Dai primi di settembre la moglie e la figlia di Badoglio si erano trasferite al sicuro in Svizzera.[citazione necessaria]

[modifica] Note

  1. ^ Giorgio Bonacina, Obiettivo: Italia - I bombardamenti aerei delle città italiane dal 1940 al 1945, Mursia, Milano, (c) 1970 ISBN 88-425-3517-6, pag. 209.
  2. ^ Lo storico Paolo Nello su Dino Grandi e il re
  3. ^ Dino Grandi, 25 luglio. Quarant'anni dopo, a cura di Renzo De Felice, Il Mulino, Bologna, 1983, pagg. 369-370.
  4. ^ Secondo una diffusa interpretazione storiografica, i pesanti bombardamenti alleati che, in quei giorni estivi, colpivano tutte le principali città italiane, sarebbero stati ispirati dalla volontà di costringere alla resa il governo italiano, che, dopo la caduta del fascismo, continuava la guerra a fianco dei nazisti. D'altra parte va notato che i bombardamenti successivi al 25 luglio 1943 e sino all'8 settembre successivo furono assai più intensi ed estesi di quelli posti in atto per costringere Mussolini alla resa e che, in particolare, quelli devastanti su Milano furono definiti "terroristici" dalla stessa stampa svizzera.
  5. ^ Giorgio Bonacina, Obiettivo Italia - I bombardamenti aerei delle città italiane dal 1940 al 1945, Mursia, 1970, pag. 236.
  6. ^ "Roma potrebbe venire considerata una città aperta soltanto nel caso in cui l'esercito, le installazioni militari, gli armamenti e le industrie di guerra venissero rimossi [...] Qualora il regime fascista decidesse di salvare Roma facendone una città aperta. Dovrebbe rilasciare una precisa dichiarazione in modo da consentire agli Alleati, agendo attraverso rappresentanti neutrali,di determinare quando la necessaria smilitarizzazione abbia avuto luogo", H. Callender, Open City Status by Rome Doubted. Washington feels. Capital is Too important for Axis to Demilitarize it. Rail Lines Called Vital. Vast Shifting of Italian War Plants Involved - Sicilian Resistence Expected in "The New York Times del 21 luglio 1943, citato (pag. 31) in Umberto Gentiloni Silveri, Maddalena Carli, "Bombardare Roma - Gli Alleati e la «città aperta» (1940-1944) - Il Mulino - Biblioteca storica, Bologna, 2007, ISBN 978-88-15-11546-1 .
  7. ^ Indro Montanelli - Paolo Granzotto 1986, pag. 225.
  8. ^ Bruno Vespa, 2004, pag. 11
  9. ^ radio New York o radio Algeri, le fonti discordano a riguardo
  10. ^ da tempo lo sbarco alleato di Salerno era pianificato per la notte fra 8 e 9 settembre e non sarebbe stato possibile rinviarne il suo svolgersi
  11. ^ la fuga del re e del governo.
  12. ^ Bruno Vespa, 2004, pag. 12
  13. ^ Indro Montanelli - Paolo Granzotto 1986 pag. 226.
  14. ^ Indro Montanelli - Paolo Granzotto 1986 pag. 226.
  15. ^ Indro Montanelli - Paolo Granzotto 1986, pag. 228.
  16. ^ Indro Montanelli, Storia d'Italia, voll. 8-9
  17. ^ Indro Montanelli - Paolo Granzotto 1986 pag. 231. Il testo originale era stato portato a Brindisi dal general Zanussi, fuggito insieme al re.
  18. ^ Il governo Badoglio, l’armistizio ed il problema della “cobelligeranza”.
  19. ^ Un caso simile si ebbe in Ungheria nell'ottobre 1944, quando i tedeschi crearono il governo fantoccio del filonazista Ferenc Szàlasi.
  20. ^ Antonio Brancati, Civiltà nei secoli, vol. III, La Nuova Italia, Scandicci 1989 (p. 555).
  21. ^ Taranto venne conquistata dalle forze alleate il giorno 9 settembre 1943 con uno sbarco nell'ambito dell'Operazione Slapstick
  22. ^ "A soldier to the last day", di Albert Kesselring
  23. ^ "A soldier to the last day", di Albert Kesselring
  24. ^ Ad esempio tale tesi è sviluppata nel testo di Aldo Alessandro Mola, Storia della Monarchia in Italia, Edizioni Bompiani.
  25. ^ "RifletteRe" di Franco Malnati, Ed. S.E.I., 1999, Vol. 2
  26. ^ Umberto Gentiloni Silveri, Maddalena Carli, "Bombardare Roma - Gli Alleati e la «città aperta» (1940-1944) - Il Mulino - Biblioteca storica, Bologna, 2007, ISBN 978-88-15-11546-1, pag. 10.
  27. ^ Eugen Dollmann, nel suo libro "Roma Nazista – 1937/1943", afferma che Hitler ordinò "l'arresto dell'intera Famiglia Reale, di quanti Savoia si fossero potuti rintracciare e di tutto il personale della Corte". Sempre secondo Dollmann, "la fine della Principessa Mafalda è l'indizio più chiaro e più eloquente delle intenzioni tedesche nei riguardi della famiglia reale italiana".
  28. ^ “Il 1º ottobre (1941 n.d.r.) ordinò di cominciare a spostare il governo ottocento chilometri ad est, nella città di Kujbyšev.[…] Quest'ultima versione sembra accordarsi meglio con tutto ciò che si sa sul comportamento di Stalin ai primi di ottobre: gli sforzi frenetici per organizzare la difesa e per ottenere aiuti da Stati Uniti e Gran Bretagna, e la successiva decisione, in un momento di crisi acuta, di restare nella capitale. […] Il giorno seguente (17 ottobre n.d.r) la radio annunciò […] che non si era mai pensato di abbandonare la capitale (il che naturalmente era falso) e che, soprattutto, Stalin si trovava ancora a Mosca.”, Richard Overy, "Russia in guerra – 1941–1945", pagg. 110—112, trad. Pino Modola, Il Saggiatore , Milano, 2000, ISBN 88-428-0890-3 .
  29. ^ "Umberto II e il dramma segreto dell'ultimo Re" di Gigi Speroni, Bompiani Editore
  30. ^ "Roma nazista 1937/1943", di Eugen Dollmann, pag. 283, prefazione di Silvio Bertoldi, traduzione di Italo Zingarelli, ed. SB Saggi 20 marzo 2002, RCS Libri S.p.A., Milano, ISBN 88-17-12801-5
  31. ^ Nello stesso giorno al largo della Sardegna l'aviazione tedesca con una bomba guidata affondava la corazzata Roma
  32. ^ Non fu una fuga necessaria, il Re e Badoglio tagliarono la corda
  33. ^ L'Italia tradita. 8 settembre 1943, di Zangrandi Ruggero
  34. ^ L'Italia tradita. 8 settembre 1943, di Zangrandi Ruggero

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