Attentato di via Rasella

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Coordinate: 41°54′09.84″N 12°29′20.41″E / 41.902734°N 12.489004°E41.902734; 12.489004

I resti dei militari del Polizeiregiment "Bozen" caduti nell'attentato di via Rasella allineati sul ciglio della strada

L'attentato di via Rasella[1] fu un'azione della Resistenza romana condotta il 23 marzo 1944 dai Gruppi di Azione Patriottica contro un reparto delle truppe d'occupazione tedesche, l'11ª compagnia del III battaglione del Polizeiregiment "Bozen", appartenente alla Ordnungspolizei (polizia d'ordinanza).

L'azione, consistente nella detonazione di un ordigno esplosivo e nel successivo lancio di quattro bombe a mano artigianali sui superstiti, causò un totale di 33 morti tra i soldati tedeschi (il numero dei decessi avvenuti nelle settimane successive a causa delle ferite non è mai stato definito con certezza); persero la vita anche due civili italiani (tra cui il bambino Piero Zuccheretti, di 12 anni) e almeno altri quattro sotto il fuoco di reazione tedesco. Il 24 marzo seguì la rappresaglia tedesca consumata con l'eccidio delle Fosse Ardeatine, in cui furono uccisi anche dieci civili rastrellati nelle vicinanze di via Rasella immediatamente dopo l'attacco, al quale erano completamente estranei.

Dopo la sua esecuzione, l'attentato è stato oggetto di una lunga serie di controversie politiche e storiografiche, sfociate anche in vari procedimenti giudiziari, i più recenti dei quali conclusi da sentenze della Corte suprema di cassazione che lo qualificano come «legittima azione di guerra»[2].

Il contesto storico[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Mancata difesa di Roma e Resistenza romana.

L'attentato di via Rasella e l'eccidio delle fosse Ardeatine sono due degli episodi più drammatici e sanguinosi dell'occupazione tedesca di Roma. Con l'armistizio dell'8 settembre 1943 e la fuga del re e del governo, Roma divenne teatro di una battaglia contro i tedeschi.

10 settembre 1943: I Granatieri di Sardegna cercano di contrastare i soldati tedeschi presso porta San Paolo

A partire dal 9 settembre 1943 alcuni reparti dell'Esercito regolare tentarono di impedire ai tedeschi di occupare Roma; a fianco dei soldati italiani combatterono alcune centinaia di civili, accorsi in modo in larga parte spontaneo e non coordinato al fine di tentare un'ultima, e pressoché disperata, difesa della città; fra i caduti civili (241 secondo il computo ufficiale, circa 400 secondo un'altra valutazione) il più noto è Raffaele Persichetti[3]. Secondo altre stime, nei combattimenti di quei giorni - sostenuti da unità e reparti del Corpo d'Armata Motocorazzato e della Difesa Capitale, cui si unirono anche manipoli di privati cittadini - caddero 414 militari e 183 civili italiani[4].

Dopo aver subito alcune perdite, i tedeschi si impadronirono in breve della capitale. Il rischio non accettabile da parte tedesca di vedere le proprie forze assorbite a lungo nella battaglia per Roma, anziché essere libere di trasferirsi rapidamente verso la testa di ponte alleata a Salerno fu evitato abilmente dai tedeschi intavolando trattative con le autorità militari italiane ed approfittando del caos al loro interno determinato dall'abbandono dei posti di comando da parte di gran parte dei politici e dei generali, seguite da un ingannevole accordo di "pacifica coabitazione", presto tradito con la completa occupazione della capitale da parte delle forze tedesche. Roma passò nominalmente sotto il governo della Repubblica Sociale Italiana, costituito il 23 settembre 1943, ma di fatto era nelle mani delle autorità militari tedesche, che intendevano in questo modo sfruttarne in pieno politicamente e militarmente il grande valore. Il clima politico e i sentimenti della popolazione si orientarono in direzione antifascista ed antinazista.

I tedeschi, ben consci del valore politico di Roma, con la presenza del Vaticano, tentarono di far fruttare propagandisticamente la pur solo formale e mai riconosciuta dichiarazione di "città aperta" emessa dal governo Badoglio, il quale aveva dichiarato unilateralmente Roma "città aperta" trenta ore dopo il secondo bombardamento alleato della capitale, il 13 agosto 1943. L'11 settembre il comandante militare, generale Calvi di Bergolo, emise un comunicato secondo il quale le truppe tedesche avrebbero dovuto rimanere al di fuori del territorio cittadino; tuttavia lo stesso giorno il feldmaresciallo Kesselring dichiarò che Roma faceva parte del territorio di guerra, che la città era soggetta al codice tedesco di guerra, che "gli organizzatori di scioperi, i sabotatori e i franchi tiratori [sarebbero stati] fucilati" e che le autorità italiane avrebbero dovuto "impedire ogni atto di sabotaggio e di resistenza passiva"[5].

Fin dall'armistizio si erano formati gruppi antifascisti armati, in particolare quelli di ispirazione troskista ("Bandiera Rossa") e militare ("Centro X") agli ordini del maggiore Brandimarte e del colonnello Montezemolo. La città inoltre era un crocevia per tutte le principali organizzazioni di spionaggio dei belligeranti[6].

Il 9 settembre 1943 i partiti antifascisti costituirono a Roma il Comitato di liberazione nazionale (CLN), assumendosi il compito di dirigere il movimento di liberazione in tutta l'Italia occupata; il ruolo di dirigere la lotta nell'ambito locale della città di Roma fu assunto, a partire da ottobre, da una Giunta militare composta da Giuseppe Spataro (Democrazia Cristiana), Giorgio Amendola (Partito Comunista Italiano), Sandro Pertini (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria), Riccardo Bauer (Partito d'Azione), Manlio Brosio (Partito Liberale Italiano) e Mario Cevolotto (Democrazia del Lavoro) [7].

Il 12 settembre presero stanza a Roma alcuni reparti di polizia tedesca, posti agli ordini di Herbert Kappler; il 23 dello stesso mese i tedeschi occuparono il quartier generale di Calvi di Bergolo e arrestarono quest'ultimo, per poi deportarlo in Germania[8].

Il 7 ottobre i tedeschi arrestarono e avviarono alla deportazione circa millecinquecento carabinieri (gli occupanti ritenevano infatti che l'Arma fosse loro ostile in quanto fedele alla monarchia sabauda); i carabinieri che sfuggirono alla razzia (novemila, secondo una valutazione effettuata nell'immediato dopoguerra) iniziarono immediatamente a riorganizzarsi, unificandosi in novembre sotto il comando del generale Filippo Caruso[9].

Sebbene il compito del CLN fosse quello di animare e coordinare la resistenza civile e militare, il suo contributo a Roma fu scarso ed episodico, cosicché l'iniziativa militare veniva presa dai singoli partiti e in particolare da quelli di sinistra, i quali – meglio organizzati e più forti – si muovevano in sostanziale autonomia, o dai gruppi che non facevano capo ai sei partiti del CLN[10]. I motivi per i quali la Giunta militare del CLN non riuscì a produrre un'azione efficace furono principalmente due: in primo luogo, l'entità del contributo alle azioni militari fu estremamente diversa da partito a partito, così da rendere irrealistico attribuire il medesimo peso a ciascun partito in sede di deliberazione collegiale; in secondo luogo, vi era una fondamentale divergenza politica, in seno alla Giunta, sul tipo di azioni da compiere: comunisti, socialisti e azionisti erano infatti intenzionati ad effettuare veri e propri atti di guerra, inclusi gli attentati terroristici, contro i nazifascisti; per contro democristiani, liberali e demolaburisti (concordi, in questo, con il Vaticano) intendevano limitarsi ad atti di propaganda non armata e di sabotaggio[11]. La Chiesa aveva una posizione molto sfavorevole alle azioni armate di resistenza, perché non le riteneva utili alla causa e anche perché temeva che tali azioni potessero aumentare l'influenza della componente di estrema sinistra[12].

Tale disaccordo di fondo nel CLN (che il comunista Amendola definì nel 1963 «più un centro di discussioni, spesso anche accademiche, che un organo di lavoro e di lotta»[13]) fece sì che, nella pratica, ciascun partito decidesse in modo autonomo quali azioni intraprendere, sebbene il carattere unitario del CLN rimanesse formalmente impregiudicato; il ruolo più importante fu allora giocato dal PCI, che, nei nove mesi di occupazione tedesca, poté contare, nella capitale, sull'apporto di circa tremila militanti[12] (si consideri che il totale dei partigiani di ogni tendenza nella provincia di Roma, inclusi i comunisti, fu poi riconosciuto in seimiladuecento[14]).

In generale, quella dei partigiani a Roma durante l'occupazione tedesca fu la lotta di "un'eroica minoranza", che non riuscì a coinvolgere attivamente la grande massa della popolazione; la maggioranza dei romani condivise infatti un atteggiamento di tipo attendista e fu poco propensa alla resistenza attiva contro i nazifascisti, pur desiderando una rapida fine della guerra[15].

I Gruppi di azione patriottica (GAP) furono l'organizzazione attraverso cui il PCI operò nella resistenza armata romana: ne furono costituiti quattro (per un totale di circa trenta militanti) dotati di autonomia operativa e coordinati da un organo apposito che fu capeggiato da Antonello Trombadori fino al suo arresto, e successivamente da Carlo Salinari[12].

I GAP furono protagonisti di numerose azioni: la prima il 18 ottobre 1943, quando attaccarono con bombe a mano un corpo di guardia della Milizia; poi, dal dicembre 1943 al marzo 1944, i GAP attaccarono pressoché ogni giorno mezzi e uomini dei nazifascisti; fra le azioni più importanti: un attacco con bombe a mano contro militari tedeschi il 18 dicembre; un attentato dinamitardo contro il Tribunale di guerra tedesco il 19 dicembre; un attentato con spezzoni esplosivi contro un corteo di volontari della Guardia nazionale repubblicana nel mese di marzo[16]. Nessuna di queste azioni fu seguita da alcuna rappresaglia tedesca su ostaggi civili, benché in esse fossero morti complessivamente più di dieci uomini dell'esercito occupante[17]. Di rilievo, tra quelle sopra menzionate, l'azione del 19 dicembre 1943, quando i GAP penetrarono in zona di alta sicurezza e fecero esplodere ordigni contro l'Hotel Flora, sede del Tribunale Militare germanico.

Gli altri partiti, fra quelli del CLN che optarono per la resistenza armata, non riuscirono a sviluppare azioni altrettanto numerose: il PDA realizzò un attentato dinamitardo contro una caserma della Milizia il 20 settembre 1943, ma in seguito si dedicò in prevalenza ad azioni di sabotaggio; il PSI realizzò svariati sabotaggi e attentati individuali soprattutto in alcuni quartieri periferici; tra le formazioni della Resistenza romana che operarono al di fuori del CLN la più notevole fu il gruppo Bandiera Rossa: fra le sue numerose azioni si può menzionare l'assalto al Forte Tiburtino del 22 ottobre 1943, che si concluse con l'arresto di ventidue militanti, di cui dieci furono fucilati il giorno successivo[18].

Il 30 ottobre, in risposta alle fucilazioni conseguenti all'assalto al Forte Tiburtino, "Italia Libera" (il giornale organo del Partito d'azione) pubblicò un comunicato nel quale si diceva fra l'altro: «A ogni crocicchio, dietro ogni albero, in ogni angolo del paese i nazisti attendano di vedere sorgere il profilo d'un vendicatore... Il popolo italiano non deve temere le rappresaglie. Rappresaglia chiama rappresaglia e l'arma dell'intimidazione si ritorce su chi l'usa»[19].

Carro armato tedesco Tiger I di fronte all'Altare della Patria, febbraio 1944

Secondo una testimonianza di Orfeo Mucci, vi era una sorta di tacito accordo fra i GAP e i partigiani di "Bandiera Rossa", in base al quale i primi agivano principalmente nel centro della città, mentre i secondi combattevano perlopiù in periferia e nelle borgate[20].

In rappresentanza del governo Badoglio operò il Fronte militare clandestino della resistenza (FCMR), guidato dal colonnello Montezemolo, la cui principale attività fu la raccolta di informazioni sul nemico e la loro trasmissione via radio agli alleati, non svolgendo alcun atto di resistenza armata[21]. Montezemolo, il 10 dicembre 1943, diramò l'Ordine 333 Op., il cui punto 9 ("organizzazione ed azione delle bande") comandava l'adozione di forme di resistenza basate sulla propaganda e l'ostruzionismo, in quanto (secondo Montezemolo) «[n]elle grandi città la gravità delle conseguenti possibili rappresaglie impedisce di condurre molto attivamente la guerriglia»[22].

Lo sbarco di Anzio cambiò il quadro tattico; il 22 gennaio 1944, l'intera provincia di Roma fu dichiarata "zona di operazioni" e capo della Gestapo di Roma, gestore dell'ordine pubblico, divenne l'ufficiale delle SS Herbert Kappler[23][24]. Kappler pianificò frequenti rastrellamenti, arrestò numerosi sospetti antifascisti, organizzò in Via Tasso un centro di detenzione e tortura, creò nella città un clima di terrore.

I partigiani romani iniziarono allora a ricevere dagli Alleati direttive sempre più pressanti di intensificare le azioni di lotta, di non concedere tregua ai tedeschi e di preparare l'insurrezione[25].

Dopo lo sbarco di Anzio le iniziative di lotta armata si intensificarono nella capitale, allorché comunisti e azionisti, nell'illusione di un imminente arrivo degli alleati a Roma, tentarono di far scoppiare l'insurrezione[26]. L'insuccesso di tale tentativo insurrezionale fu seguito da un'efficace azione repressiva dei nazifascisti, i quali catturarono importanti esponenti del PDA (fra cui il capo dell'organizzazione militare del partito, Pilo Albertelli), parecchi militanti di Bandiera rossa, il colonnello Montezemolo assieme ai suoi più stretti collaboratori, nonché vari fra i più attivi militanti del PCI fra i quali Giorgio Labò e Gianfranco Mattei[27].

1944: Artiglieria antiaerea tedesca nei pressi di Castel Sant'Angelo, nel pieno centro di Roma

A seguito dello sbarco di Anzio, inoltre, l'occupazione tedesca di Roma si fece vieppiù dura e la repressione si intensificò; aumentarono le condanne a morte e le fucilazioni, mentre si fecero sempre più frequenti i rastrellamenti contro la popolazione civile finalizzati a prelevare uomini per il servizio di lavoro obbligatorio; circa duemila uomini vennero catturati il 31 gennaio 1944 in un vasto rastrellamento nel centro della città; la razzia, e la deportazione nei campi di sterminio, di più di mille ebrei del Ghetto aveva già avuto luogo il 16 ottobre 1943[28].

Occorre aggiungere che i tedeschi erano esasperati dall'atteggiamento non collaborativo da parte della popolazione civile romana, la cui resistenza passiva si manifestava anche dando ricetto e nascondiglio alle persone a rischio di deportazione: uomini in età da lavoro, soldati sbandati, prigionieri di guerra in fuga[29].

Tra la fine di gennaio e i primi di febbraio del 1944 la repressione tedesca riuscì a ostacolare fortemente la resistenza partigiana: mentre il Partito d'azione e il gruppo di Bandiera rossa dovettero ridurre al minimo le loro attività, i GAP del centro di Roma vennero temporaneamente sciolti e i loro componenti si trasferirono nelle borgate[30]. I GAP centrali, comunque, si ricostituirono alla metà di febbraio, mentre gli Alleati intensificavano ulteriormente le loro pressioni affinché i tedeschi venissero colpiti sempre più duramente dai partigiani; secondo una testimonianza di Paolo Emilio Taviani, la presenza dei militari tedeschi nella città di Roma era un problema che preoccupava gli Alleati in vista di una ripresa dell'offensiva, cosicché si fecero sempre più pressanti le sollecitazioni ai gruppi della Resistenza romana affinché agissero[31]. A tali sollecitazioni i GAP risposero con una vera e propria escalation di azioni, che iniziò alla metà di febbraio e culminò con l'attacco di via Rasella[32].

I comunisti tentarono più volte, attraverso azioni armate, di radicalizzare il risentimento popolare contro i nazifascisti: il 3 marzo 1944, dopo che le S.S. ebbero abbattuto a rivoltellate Teresa Gullace (una donna facente parte del gruppo di mogli che manifestavano davanti a una caserma in cui erano rinchiusi i loro mariti rastrellati), i GAP assaltarono i militi uccidendone alcuni, e permisero così la fuga di una parte dei prigionieri[33].

I GAP (formati principalmente da uomini del PCI[34][35][36]) rimasero l'unica formazione partigiana ad avere ancora capacità operative a Roma e, continuando la guerra parallela allo sforzo alleato, intensificarono le proprie attività per attaccare militarmente l'occupante. I due comandanti dei GAP centrali, dai quali dipendeva la rete clandestina, Franco Calamandrei detto "Cola" e Carlo Salinari detto "Spartaco", ebbero così un ruolo decisivo nella preparazione dell'attacco che si decise di condurre a via Rasella contro un numeroso reparto tedesco.

Scelta del "Bozen" come obiettivo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Polizeiregiment "Bozen".

Giorgio Amendola, rappresentante del Partito Comunista Italiano presso la giunta militare del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), dichiarò di aver ideato l'azione partigiana[37]. Secondo quanto dichiarato dallo stesso Amendola, gli altri membri della giunta non furono informati preventivamente del piano, come da consuetudine e per «ragioni di sicurezza cospirativa». Ciò avvenne nonostante, sempre secondo Amendola, «Pertini, che mordeva il freno e che, nel suo ben noto patriottismo di partito, era geloso delle prove crescenti di capacità e di audacia date dai Gap, [avesse chiesto] che si concordasse un'azione armata unitaria»[38].

Nel dopoguerra Amendola dichiarò inoltre di aver scelto personalmente il Polizeiregiment "Bozen" come obiettivo, avendo notato la quotidiana puntualità del reggimento nel passare per via Rasella di ritorno dalle esercitazioni di addestramento a piazzale Flaminio[37]. Successivamente fu dato ordine al comando dei Gruppi di Azione Patriottica, formazioni partigiane esclusivamente dipendenti dal PCI e con rapporti solo indiretti con il CLN[39], di progettare l'attentato nei particolari operativi. Anni dopo ricordò:

« L'azione di via Rasella nacque perché sostando parecchie ore in piazza di Spagna, mi accorsi che ogni giorno il plotone tedesco della formazione "Bozen" passava alla stessa ora, con precisione teutonica. Passava cantando, quasi a sottolineare la sicurezza delle forze d'occupazione. Come comandante delle Brigate Garibaldi, decisi che fosse questo plotone l'obiettivo di una azione di carattere anche politico. Diedi al comando dei GAP l'ordine di eseguire l'attacco. Non entrai nei poi particolari per ragioni cospirative: spettava a loro scegliere il giorno e l'ora. Mi limitai a dare le disposizioni generali e a indicare anche il punto dell'esplosione: via Rasella[40]»

I membri del Polizeiregiment "Bozen" (Reggimento di polizia "Bolzano", dal 16 aprile 1944 SS-Polizeiregiment "Bozen"[41]) vennero reclutati, all'inizio dell'occupazione tedesca dell'Alto Adige fra gli "optanti", salvo poi il successivo (dal gennaio '44) ricorso alla coscrizione[42][43]. Il "Bozen" era costituito da soldati addestrati[44]. Il reggimento era suddiviso in tre battaglioni, dei quali il terzo si trovava a Roma dal febbraio 1944 (il primo combatteva contro i partigiani in Istria e il secondo partecipò a varie azioni antipartigiane nella provincia di Belluno, fra cui alcune rappresaglie di massa)[45]. Il terzo battaglione, quello di stanza a Roma, è stato descritto da Giorgio Amendola, organizzatore dell'attacco, come un "battaglione di gendarmeria" che transitava in Via Rasella "in pieno assetto da guerra"[37]. All'indomani dell'attentato superstiti del reparto rifiutarono di compiere la rappresaglia, che sarebbe loro toccata "per tradizione".[44]

Le caratteristiche del "Bozen" rappresentano uno dei vari aspetti controversi dell'attentato di via Rasella: per questo motivo, nell'ambito delle decennali polemiche sull'argomento, sono state tratteggiate descrizioni del reggimento tra loro notevolmente difformi, in cui la capacità offensiva e il grado di adesione al nazismo dei suoi uomini sono enfatizzati[46] o al contrario minimizzati[47], rispettivamente per affermare o negare la legittimità morale e l'efficacia militare dell'azione partigiana.

La data scelta per l'attacco, il 23 marzo 1944, fu scelta non casualmente onde farla coincidere con il XXV anniversario della fondazione dei Fasci Italiani di Combattimento.

Per l'occasione i fascisti - sotto la guida del segretario locale del Partito fascista repubblicano Giuseppe Pizzirani - avevano programmato una solenne commemorazione da tenersi presso il Teatro Adriano, in piazza Cavour. L'adunata fu annullata per ordine del comandante militare tedesco della piazza di Roma, il tenente generale della Luftwaffe Kurt Mälzer, timoroso del possibile scoppio di incidenti e deciso ad evitarli. Infatti, il comando tedesco aveva vietato ai fascisti repubblicani di svolgere manifestazioni pubbliche, dopo che il 10 marzo, giorno in cui la RSI commemorava l'anniversario della morte di Giuseppe Mazzini, un corteo di fascisti che marciava con alla testa gli appartenenti alla milizia "Onore e combattimento" fu colpito in via Tomacelli dall'assalto con bombe a mano di un gruppo di gappisti, riportando secondo Carla Capponi, che partecipò all'azione, tre morti e vari feriti[48]. Amendola ricordò che questo attacco aveva «ricevuto molte congratulazioni per l'audacia dei gappisti, e nessuna critica o riserva»[37].

L'attacco in via Rasella avrebbe dovuto svolgersi in concomitanza con un'altra azione da compiersi al Teatro Adriano, in occasione della suddetta manifestazione ma, in seguito allo spostamento di quest'ultima presso il Ministero delle Corporazioni in Via Veneto, l'azione stessa fu annullata. A quest'ultimo attacco, secondo quanto dichiarato da Amendola, era prevista in base a un accordo tra lui e Pertini la partecipazione insieme ai GAP di un reparto delle Brigate Matteotti, le formazioni partigiane socialiste[37]. Nelle sue memorie, Carla Capponi ha scritto che la dinamica dell'azione sarebbe stata simile a quella di via Rasella:

« [Carlo Salinari] Mi informò che avrei dovuto fare la "mamma" con una carrozzina dentro la quale avrei sistemato la bomba gemella di via Rasella; poi, mi sarei mescolata tra la folla dei fascisti usciti dalla manifestazione, avrei acceso la miccia e l'avrei abbandonata in mezzo alla ressa dei gerarchi[49]»

I fatti[modifica | modifica sorgente]

Già nei giorni precedenti il 23 marzo il Comando centrale garibaldino aveva notato il transito di una compagnia tedesca di Ordnungspolizei che, dopo essere entrata da Porta del Popolo provenendo dal Flaminio, imboccava via del Babuino dirigendosi verso via del Tritone. Qui, costeggiando l'imbocco del traforo, all'epoca occupato dagli sfollati, entrava in via Rasella e, proseguendo, giungeva al Viminale (già sede del Ministero dell'Interno, dal dicembre del 1943 trasferito a Salò) dove era acquartierata.

Per alcuni giorni furono studiati gli spostamenti di questi soldati, che percorrevano in tenuta di guerra le strade di Roma cantando, preceduti e seguiti da pattuglie motorizzate munite di mitragliatrice pesante. Si trattava della 11ª compagnia del III Battaglione del Polizeiregiment "Bozen", composta da 156 uomini tra ufficiali, sottufficiali e truppa, altoatesini arruolati nella polizia in seguito all'occupazione tedesca dopo il 1º ottobre 1943 delle province di Bolzano, Trento e Belluno (riunite nel cosiddetto "Alpenvorland", sul quale la sovranità della RSI era nominale)[50].

In seguito ai diversi appostamenti, si appurò che tale compagnia percorreva quotidianamente lo stesso tratto di strada alla stessa ora (verso le due del pomeriggio) e che il punto migliore per attaccarla sarebbe stata appunto via Rasella, una strada in salita poco frequentata, scelta, oltre che per creare un imbottigliamento alla compagnia, anche per la scarsa presenza di botteghe e portoni, che portava ad uno scarso transito di civili.

Per l'esecuzione dell'attacco furono impiegati i GAP centrali che già dal periodo successivo all'8 settembre 1943 avevano compiuto numerose azioni di guerriglia urbana nella zona del centro storico. I partigiani che avrebbero partecipato all'azione sarebbero stati numerosi: uno di essi, travestito da spazzino, al segnale convenuto avrebbe dovuto innescare un ordigno nascosto all'interno di un carrettino della nettezza urbana, mentre gli altri, ad esplosione avvenuta, avrebbero dovuto attaccare con pistole e bombe a mano la compagnia.

Il compito di far brillare l'esplosivo fu affidato al partigiano Rosario Bentivegna ("Paolo"), studente in medicina, il quale il 23 marzo travestito da spazzino partì dal deposito gappista nei pressi del Colosseo verso via Rasella, con il carretto contenente un ordigno composto da «uno spezzone di ghisa riempito con dodici chili di tritolo, più altri sei chili di tritolo sfusi sopra, con altri pezzi di ghisa sparsi di misura diversa»[51]. Dopo essersi appostato ed aver atteso circa due ore in più, rispetto alla consueta ora di transito della compagnia nella via, alle 15:52 accese con il fornello di una pipa la miccia, preparata per innescare l'esplosione dopo circa 50 secondi, tempo necessario ai tedeschi per percorrere il tratto di strada compreso tra il punto a valle usato per la segnalazione ed il carretto, posizionato in alto davanti a Palazzo Tittoni.

Subito dopo l'esplosione due squadre dei GAP, una composta da sette uomini l'altra da sei, sotto il comando di Franco Calamandrei "Cola" e Carlo Salinari "Spartaco", lanciarono quattro bombe da mortaio Brixia modificate per essere usate come bombe a mano (delle quali esplosero solo tre)[52]. Dopo il lancio delle bombe a mano, i gappisti Raoul Falcioni, Silvio Serra, Francesco Curreli e Pasquale Balsamo impegnarono i tedeschi in uno scontro a fuoco, mentre Capponi e Bentivegna si misero in salvo raggiungendo poi Carlo Salinari che li attendeva in piazza Vittorio[53].

Tutti e dodici i gappisti protagonisti dell'attentato restarono illesi e sfuggirono all'arresto.

Modalità di azione[modifica | modifica sorgente]

Militare tedesco in via Rasella immediatamente dopo l'attentato

Il Salinari ha in seguito testimoniato che i partigiani erano così disposti:
Bentivegna accanto al carretto, Carla Capponi (che aveva un impermeabile nascosto, da mettere addosso allo stesso Bentivegna per coprirne la divisa da spazzino, ed una pistola sotto i vestiti), in cima alla via; Fernando Vitagliano, Francesco Curreli, Raul Falcioni, Guglielmo Blasi ed altri, vicino al Traforo; nei pressi Silvio Serra; all'angolo di via del Boccaccio si trovava Franco Calamandrei. Alcuni altri gappisti erano sistemati per coprirne la fuga[54].

Calamandrei si tolse il copricapo (segnale per avvisare Bentivegna che i tedeschi si stavano avvicinando e che quindi doveva accendere la miccia ed allontanarsi velocemente). Immediatamente dopo l'esplosione, gli altri partigiani raggiunsero Calamandrei per eseguire il lancio delle bombe a mano e colpire i militari con colpi di pistola[55]. L'effetto fu dirompente, in quanto i militari del "Bozen" avevano tutti cinque o sei bombe attaccate alla cintola, che esplosero causando una reazione a catena[56].

Caduti[modifica | modifica sorgente]

Militari del "Bozen"[modifica | modifica sorgente]

Segue la lista dei 33 militari del Polizeiregiment "Bozen" uccisi[57]. Ricoprivano tutti il grado di Unterwachtmeister, il più basso della gerarchia della polizia d'ordinanza dopo quello di allievo[58].

Nome Data di nascita Età Luogo di nascita
1 Karl Andergassen 5-1-1914 30 Kaltern / Caldaro
2 Franz Bergmeister 6-9-1906 37 Kastelruth / Castelrotto
3 Josef Dissertori 5-6-1913 30 Eppan / Appiano
4 Georg Eichner 21-4-1902 41 Sarnthein / Sarentino
5 Jakob Erlacher 12-7-1901 42 Enneberg / Marebbe
6 Friedrich Fischnaller 19-11-1902 41 ND
7 Johann Fischnaller 17-11-1904 39 Mühlbach / Rio di Pusteria
8 Eduard Frötscher 19-12-1912 31 Latzfons / Lazfons (frazione di Klausen / Chiusa)
9 Vinzenz Haller ND ND Ratschings / Racines
10 Leonhard Kaspareth 28-1-1915 29 Kaltern / Caldaro
11 Johann Kaufmann 19-10-1913 30 Welschnofen / Nova Levante
12 Anton Matscher 12-6-1912 31 Brixen / Bressanone
13 Anton Mittelberger 15-11-1907 36 Gries (frazione di Bolzano)
14 Michael Moser 29-9-1904 39 Kitzbühel (Austria)
15 Franz Niederstätter 1-6-1917 26 Aldein / Aldino
16 Eugen Oberlechner 30-4-1908 35 Mühlwald / Selva dei Molini
17 Mathias Oberrauch 15-8-1910 33 Bolzano
18 Paulinus Palla 31-12-1915 28 Buchenstein / Livinallongo del Col di Lana
19 Augustin Pescosta 9-5-1912 31 Kolfuschg / Colfosco (frazione di Corvara in Badia)
20 Daniel Profanter 22-5-1915 28 Andrian / Andriano
21 Josef Raich 14-12-1906 37 St. Martin / San Martino in Badia o San Martino in Passiria
22 Anton Rauch 5-8-1910 33 Völs / Fiè allo Sciliar
23 Engelbert Rungger 21-12-1907 36 Welschellen / Rina (frazione di Marebbe)
24 Johann Schweigl 13-8-1908 35 St. Leonhard / San Leonardo in Passiria
25 Johann Seyer 3-6-1904 39 Gais
26 Ignatz Spiess 4-7-1911 32 Schweinsteg / Sant'Orsola (frazione di San Leonardo in Passiria)
27 Eduard Spögler 11-7-1908 35 Sarnthein / Sarentino
28 Ignatz Stecher 11-5-1911 32 Schluderns / Sluderno
29 Albert Stedile 26-6-1915 28 Bolzano
30 Josef Steger 10-8-1908 35 ND
31 Hermann Tschigg 23-4-1911 32 St. Pauls / San Paolo (frazione di Appiano)
32 Fidelius Turneretscher 19-1-1914 30 Untermoi / Antermoia (frazione di San Martino in Badia)
33 Josef Wartbichler 13-11-1907 36 ND

26 uomini caddero nell'immediatezza dell'esplosione e altri nelle ore successive per le ferite riportate; alle ore otto del mattino del 24 marzo si contarono 32 morti, numero in base al quale fu calcolato il numero di prigionieri da fucilare secondo la proporzione di dieci per ogni soldato ucciso. In seguito morì un trentatreesimo militare (Vinzenz Haller), cosicché Kappler aggiunse di sua iniziativa all'elenco dei condannati a morte i nomi di dieci ebrei arrestati in mattinata[59][60].

Non sono note le generalità dei deceduti nei giorni successivi e non se ne conosce il numero preciso. Kappler, negli atti del processo a suo carico, indica un totale di 42 caduti, cifra però non suffragata da documenti.[61] Lo stesso numero è riportato nelle memorie del generale Siegfried Westphal, all'epoca dei fatti capo di stato maggiore presso il comando del fonte sud-ovest.[62]

Anche la relazione di un consulente tecnico di parte, acquisita dalla I Sezione penale della Corte di Cassazione, agli atti della sentenza n. 1560/99, indica in 42 il totale dei caduti[63].

Civili italiani vittime dell'esplosione[modifica | modifica sorgente]

  1. Piero Zuccheretti (anni 12)
  2. Non identificato forse Antonio Chiaretti (anni 48)

Civili italiani uccisi dal fuoco di reazione tedesco[modifica | modifica sorgente]

  1. Annetta Baglioni (anni 66, domestica, affacciatasi alla finestra fu colpita alla testa da un proiettile[64])
  2. Antonio Chiaretti - anni 48 (da alcune fonti ritenuto il non identificato di cui sopra)
  3. Pasquale Di Marco (anni 34)
  4. Erminio Rossetti (autista del questore Pietro Caruso. Giunto sul posto e sceso dall'auto di servizio in borghese e con la pistola in pugno, fu ucciso perché scambiato per partigiano[65]).

Tra i civili si contarono undici feriti[66]. L'Agenzia Stefani, il 26 marzo, riportò in tutto sette morti italiani, indicandoli come «quasi tutti donne e bambini» e attribuendoli interamente ai «comunisti badogliani»[67].

Il rastrellamento dopo l'attentato[modifica | modifica sorgente]

Lapide in memoria dei rastrellati di via Rasella uccisi alle Fosse Ardeatine, affissa in via delle Quattro Fontane presso Palazzo Barberini il 24 marzo 2010

Immediatamente dopo la cessazione dei combattimenti in via Rasella, i superstiti del "Bozen" - coadiuvati da altre forze tedesche e fasciste affluite sul posto - iniziarono a rastrellare la popolazione della zona circostante, arrestando abitanti e passanti; i rastrellati furono allineati sotto la minaccia delle armi contro la cancellata di accesso a Palazzo Barberini e quindi condotti in parte presso l'intendenza della PAI, in parte presso il palazzo del Viminale[68]. In particolare, nelle cantine del Viminale furono ammassate circa 300 persone e trattenute per accertamenti sino alla mattina successiva; dieci di questo gruppo furono poi uccisi alle Fosse Ardeatine[69].

L'eccidio delle Fosse Ardeatine[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Eccidio delle Fosse Ardeatine.

La ricostruzione dell'iter decisionale che condusse all'eccidio delle Fosse Ardeatine presenta rilevanti margini d'incertezza, in quanto si basa principalmente sulle deposizioni autodifensive rese dagli uomini dell'esercito tedesco nei processi che ebbero luogo nel dopoguerra[70]. Sembra, comunque, che il colonnello Dietrich Beelitz (capo ufficio operazioni dello stato maggiore di Kesselring) abbia dapprima ricevuto, dal comando supremo in Germania, l'ordine proveniente dallo stesso Adolf Hitler di evacuare l'intero quartiere ove si trova via Rasella, farlo saltare in aria e fucilare cinquanta civili per ogni soldato tedesco morto nell'attentato, ma che tale disposizione di Hitler non sia stata presa in seria considerazione dallo stesso Beelitz, in quanto da lui valutata come "uno sfogo d'ira del momento"; successivamente altri ordini di Hitler, pervenuti la sera del 23 marzo, avrebbero imposto di fucilare dieci italiani per ogni tedesco morto, e di eseguire tale rappresaglia entro ventiquattr'ore[70]. Di tali presunti ordini di Hitler non esistono peraltro né tracce scritte, né testimonianze dirette[71].

Il comunicato tedesco successivo all'eccidio delle Fosse Ardeatine riprodotto su La Stampa del 26 marzo 1944

Nella tarda serata del 23, mentre già era in corso di compilazione la lista degli ostaggi da fucilare, Kappler diede ordine di cercare gli attentatori, ma senza curarsi dell'esecuzione di tale direttiva e senza attivare la polizia italiana; secondo una sentenza del dopoguerra, «La ricerca degli attentatori non costituì l'attività prima del comando di polizia tedesca, ma fu effettuata in maniera blanda come azione marginale e successiva alla preparazione degli atti di rappresaglia»[59]. Né la radio tedesca né quella repubblichina diedero notizia dell'attentato (fu anzi diramata una velina con l'ordine di non parlarne)[72].

L'eccidio delle Fosse Ardeatine ebbe luogo il 24 marzo. Soltanto il giorno dopo, a mezzogiorno del 25 marzo, i tedeschi diedero (assieme alla notizia di avere già eseguito la rappresaglia) notizia ufficiale dell'attentato, mediante la pubblicazione sui giornali del seguente comunicato, che era stato emanato dal comando tedesco di Roma alle 22:55 del 24 marzo:

« Nel pomeriggio del 23 marzo 1944, elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bomba contro una colonna tedesca di Polizia in transito per via Rasella. In seguito a questa imboscata, 32 uomini della Polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti.

La vile imboscata fu eseguita da comunisti badogliani. Sono ancora in atto indagini per chiarire fino a che punto questo criminoso fatto è da attribuirsi ad incitamento anglo-americano.

Il Comando tedesco è deciso a stroncare l'attività di questi banditi scellerati. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italo-tedesca nuovamente affermata. Il Comando tedesco, perciò, ha ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci criminali comunisti-badogliani saranno fucilati. Quest'ordine è già stato eseguito.[73] »

I contrasti interni al CLN[modifica | modifica sorgente]

La Giunta militare del CLN centrale si riunì il 26 marzo, nel bel mezzo della crisi che tale organismo attraversava da febbraio e che proprio la mattina del 24 marzo aveva spinto il suo presidente Ivanoe Bonomi a rassegnare le dimissioni, a causa delle liti intestine tra le correnti di destra e di sinistra e del sospetto che quest'ultime stessero preparando un governo rivoluzionario[13][74]. Durante la riunione il delegato della Democrazia Cristiana Giuseppe Spataro disapprovò, a causa delle sue conseguenze, l'attentato di via Rasella, criticò i comunisti per non aver informato preventivamente la Giunta e propose l'emissione di un comunicato con il quale i gruppi combattenti fossero richiamati a chiedere sempre, prima di ogni loro azione, l'approvazione collegiale[75][76]. Amendola – che ricostruì l'andamento della riunione in una lettera al politico radicale Leone Cattani del 1964 (rinvenuta dallo storico Renzo De Felice e pubblicata nel 1997[37]), nonché nel suo libro di memorie Lettere a Milano, pubblicato nel 1973[77] – si dichiarò subito contrario poiché il comunicato proposto da Spataro avrebbe avuto il significato di una sconfessione dell'operato dei GAP e, togliendo autonomia alle formazioni partigiane e impedendo di cogliere immediatamente le occasioni d'azione, avrebbe comportato la fine della resistenza armata. Inoltre affermò che nel caso in cui la proposta di Spataro fosse stata approvata ci sarebbero state ripercussioni sui rapporti tra il PCI e il CLN:

« Il P.C.I. non avrebbe mai accettato che prevalesse una posizione praticamente attesista. La direttiva data dal CLN era di colpire il nemico ovunque si trovasse. Se non si rispettava questa linea di azione, venivano meno le basi dell'accordo costituito tra i partiti antifascisti, ed il PCI sarebbe stato costretto a rivedere le ragioni della partecipazione del CLN. »

La posizione di Amendola fu sostenuta da Pertini (PSIUP) e Bauer (PdA), mentre Brosio (PLI), non avendo responsabilità di comando essendo il suo partito privo di proprie formazioni, disse di non voler aggravare la posizione di chi invece era investito di tale responsabilità. Tuttavia, nemmeno la richiesta avanzata dal rappresentante comunista di un comunicato di rivendicazione fu condivisa da tutti, cosicché, deliberando la Giunta solo all'unanimità, la riunione si concluse senza prendere decisioni.

Nel 1973 Amendola ricostruì l'andamento della riunione come segue:

«Il pomeriggio del 26, nella riunione della Giunta militare del CLN, io chiesi che il CLN approvasse l'azione di via Rasella e proclamasse il suo sdegno per la vigliacca rappresaglia, invitando i patrioti a continuare con maggiore decisione la lotta. Spataro si oppose all'accoglimento di questa richiesta, e anzi propose che si votasse un ordine del giorno che separasse le responsabilità del CLN, affermando che l'azione si era svolta a sua insaputa. Nacque un'aspra discussione. Io contestai le affermazioni di Spataro. La direttiva di colpire il nemico con ogni mezzo e dovunque era stata data più volte dal CLN. Noi non avevamo fatto altro che eseguire queste direttive. Spettava poi ad ogni formazione scegliere gli obiettivi e preparare il piano delle operazioni, e queste dovevano essere circondate, per necessità cospirativa, dal massimo silenzio. Pretendere la comunicazione preventiva dei piani operativi voleva dire stroncare ogni possibilità di azione. In questo caso noi comunisti - dichiarai fermamente - saremmo costretti a prendere la nostra libertà d'azione, anche a costo di uscire dal CLN. Nessuno aveva mai richiesto che fossero comunicate alla giunta le date e le modalità delle azioni. Quello che dovevamo fare era constatare se l'azione rientrava o no nelle linee indicate dalla giunta e nessuno poteva affermare che l'azione di via Rasella fosse fuori dalla linea del CLN. Pertini, pur borbottando perché ancora furioso per non essere stato messo al corrente del progetto dell'azione di riserva, concordava sulla impossibilità di informare la giunta dei piani operativi delle singole formazioni. Bauer sostenne senz'altro le mie posizioni. Ma l'aiuto più efficace e meno atteso mi venne, in quella occasione, dal rappresentante del partito liberale, Manlio Brosio, che disse di comprendere il travaglio di chi aveva assunto la responsabilità di quell'azione per le conseguenze che aveva determinato, e di volere rispettare questo travaglio e non aggravarlo con critiche inopportune. Perciò respingeva la proposta di Spataro di votare un ordine del giorno di separazione delle responsabilità. Respinta, quindi, quella proposta, io non insistetti per ottenere l'approvazione di un ordine del giorno di assunzione di responsabilità nell'azione di via Rasella da parte del CLN. Dichiarai, con una certa indignazione: "Se non volete prendere questa responsabilità, ce la prenderemo noi comunisti con fierezza, come del resto ci spetta". Fu così che sull'Unità clandestina fu pubblicato il comunicato del comando, redatto personalmente da Mario Alicata[77]».

Nella sua autobiografia pubblicata postuma nel 1987, il rappresentante del Partito d'Azione Riccardo Bauer scrisse: «Nella giunta altissime furono da parte dei democristiani e dei liberali le voci di riprovazione per un'azione che aveva avuto come conseguenza le Fosse Ardeatine [...] Con difficoltà io, coi rappresentanti socialisti, riuscii a impedire che uscisse una sconfessione di quell'azione e anzi a strappare il riconoscimento della legittimità dell'azione stessa quale episodio di guerra»[78].

La rivendicazione da parte del PCI avvenne tramite l'Unità clandestina del 30 marzo, con in prima pagina un articolo dal titolo Colonna di carnefici tedeschi attaccata in via Rasella e all'interno un comunicato dei GAP scritto da Mario Alicata:

L'Unità clandestina del 30 marzo 1944 con l'annuncio dell'eccidio delle Fosse Ardeatine e la rivendicazione dell'attentato di via Rasella da parte dei GAP
« 
  1. Contro il nemico che occupa il nostro suolo, saccheggia i nostri beni, provoca la distruzione delle nostre città e delle nostre contrade, affama i nostri bambini, razzia i nostri lavoratori, tortura, uccide, massacra, uno solo è il dovere di tutti gli italiani: colpirlo, senza esitazione, in ogni momento, dove si trovi, negli uomini e nelle cose. A questo dovere si sono consacrati i Gruppi di azione patriottica.
  2. Tutte le azioni dei GAP sono dei veri e propri atti di guerra, che colpiscono esclusivamente obiettivi militari tedeschi e fascisti, contribuendo a risparmiare così altri bombardamenti aerei sulla capitale, distruzioni e vittime[79].
  3. L'attacco del 23 marzo contro la colonna della polizia tedesca, che sfilava in pieno assetto di guerra per le strade di Roma, è stato compiuto da due gruppi di GAP, usando la tattica della guerriglia partigiana: sorpresa, rapidità, audacia.
  4. I tedeschi, sconfitti nel combattimento di via Rasella hanno sfogato il loro odio per gli italiani e la loro ira impotente uccidendo donne e bambini e fucilando 320[80] innocenti. Nessun componente dei GAP è caduto nelle loro mani, né in quelle della polizia italiana. I 320 italiani, massacrati dalle mitragliatrici tedesche, sfigurati e gettati nella fossa comune, gridano vendetta. E sarà spietata e terribile! Lo giuriamo!
  5. In risposta all'odierno comunicato bugiardo ed intimidatorio del comando tedesco, il comando dei GAP dichiara che le azioni di guerra partigiana e patriottica in Roma non cesseranno fino alla totale evacuazione della capitale da parte dei tedeschi.
  6. Le azioni dei GAP saranno sviluppate sino all'insurrezione armata nazionale per la cacciata dei tedeschi dall'Italia, la distruzione del fascismo, la conquista dell'indipendenza e della libertà[81]»

In seguito, il CLN diffuse tramite la stampa clandestina un comunicato di deplorazione dell'eccidio delle Fosse Ardeatine. Il testo era il risultato di un compromesso trovato dopo una serie di riunioni, discussioni e proposte di mediazioni, delle quali in mancanza di documentazione non è mai stato possibile ricostruire l'andamento. Bonomi affermò di averlo redatto il 31 marzo (presumibilmente su dettatura di Pietro Nenni), ma essendo uscito a metà aprile è possibile che fu scritto ancora più tardi[82]. Ad ogni modo, per nascondere l'esitazione e il dissenso interni[83] e per fare in modo che risultasse anteriore al comunicato del PCI[82], fu retrodatato al 28. Il testo era il seguente:

« Italiani e italiane, un delitto senza nome è stato commesso nella vostra capitale. Sotto il pretesto di una rappresaglia per un atto di guerra di patrioti italiani, in cui esso aveva perso trentadue dei suoi SS, il nemico ha massacrato trecentoventi[80] innocenti, strappandoli dal carcere dove languivano da mesi. Uomini di non altro colpevoli che di amare la patria – ma nessuno dei quali aveva parte alcuna né diretta né indiretta in quell'atto – sono stati uccisi il 24 marzo 1944 senza forma alcuna di processo, senza assistenza religiosa né conforto di familiari: non giustiziati ma assassinati.

Roma è inorridita per questa strage senza esempio. Essa insorge in nome dell'umanità e condanna all'esecrazione gli assassini come i loro complici e alleati. Ma Roma sarà vendicata. L'eccidio che si è consumato nelle sue mura è l'estrema reazione della belva ferita che si sente vicina a cadere. Le forze armate di tutti i popoli liberi sono in marcia da tutti i continenti per darle l'ultimo colpo. Quando il mostro sarà abbattuto e Roma sarà al sicuro da ogni ritorno barbarico essa celebrerà sulle tombe dei suoi martiri la sua liberazione.

Italiani e italiane, il sangue dei martiri non può scorrere invano. Dalla fossa ove i corpi di trecentoventi – di ogni classe sociale, di ogni credo politico – giacciono affratellati per sempre nel sacrificio si leva un incitamento solenne a ciascuno di voi.

Tutto per la liberazione della patria dall'invasione nazista!

Tutto per la ricostruzione di un'Italia degna dei suoi figli caduti![83] »

Mentre il comunicato del PCI annunciava che le azioni partigiane non sarebbero cessate «fino alla totale evacuazione della capitale da parte dei tedeschi», quello del CLN proclamava che a Roma l'«ultimo colpo» alla «belva ferita» sarebbe stato assestato dalle «forze armate di tutti i popoli liberi», ossia dagli eserciti alleati avanzanti, senza riferimenti alla prosecuzione della lotta partigiana. Secondo Enzo Forcella, ciò sarebbe servito a far capire che azioni analoghe all'interno della città non sarebbero più state sottoscritte a posteriori dal CLN[82].

Al processo Kappler del 1948 Amendola, Pertini e Bauer, sentiti come testimoni, dichiararono che l'attentato era stato «effettuato da una organizzazione militare a seguito di direttive di carattere generale date ad essa da uno dei componenti della Giunta Militare, direttive che traducevano l'indirizzo della Giunta medesima»[59]. Nel 1949, mentre era in corso un processo civile intentato dai parenti di alcune vittime delle Fosse Ardeatine contro i membri della Giunta e i gappisti che avevano testimoniato al processo Kappler[84] (conclusosi con la condanna degli attori al pagamento delle spese processuali, essendo l'attentato riconosciuto come atto di guerra[85]), Bauer scrisse un "promemoria" su via Rasella – poi reso pubblico molti anni dopo da uno degli avvocati difensori, Carlo Galante Garrone – in cui si afferma che la «linea di condotta» stabilita dalla Giunta era quella di «rendere impossibile la vita ai tedeschi e fascisti dentro e fuori la città di Roma», cosicché in tale quadro «il fatto di via Rasella appare come episodio organico», ma fu «preparato e attuato dai comunisti senza specifico accordo con la Giunta Militare» e una volta eseguito tutti i rappresentanti del CLN furono concordi nel considerarlo «legittima azione di guerra»[86].

Enzo Forcella spiega le incongruenze tra le dichiarazioni rese dai rappresentati della Giunta in sede processuale, completamente prive di ogni riferimento al disaccordo interno, e gli scritti di Amendola e Bauer successivi, nei quali invece viene ammesso il forte dissenso della componente moderata e le difficoltà incontrate nell'evitare una sconfessione, con l'esigenza di difendere il «paradigma antifascista»: «Gli uomini e i partiti interessati, a varie riprese e in vari modi, hanno sempre cercato di stendere una coltre di silenzio sul profondo dissenso che i fatti di via Rasella e delle Fosse Ardeatine avevano provocato tra i partiti del Cln. Alcuni di loro, anche di fronte alla magistratura, non hanno esitato a giurare il falso per nascondere che contrasto vi fosse stato»[82]. Commentando tali parole di Forcella, Portelli ha osservato: «a parte la diversa rappresentatività dei due schieramenti nella resistenza, è significativo che sebbene questa non fosse la prima azione partigiana in città, il contrasto si apra solo dopo la rappresaglia, e non prima. Sono le Fosse Ardeatine, cioè, che fanno diventare retroattivamente condannabile via Rasella agli occhi dei moderati. Non sopravvaluterei comunque l'importanza di queste incertezze romane: nonostante i massacri, il Cln non diede certo la direttiva di cessare gli attacchi contro i tedeschi in tutta l'Italia occupata»[87].

Le reazioni[modifica | modifica sorgente]

Subito dopo l'esplosione, Franco Calamandrei scrisse nel suo diario che «alcuni, soprattutto donne» giudicarono sfavorevolmente l'evento («ora che se ne stavano andando...»), e che dopo la rappresaglia «l'opinione pubblica non le è [all'azione] troppo favorevole. Non si vede l'importanza politica internazionale, che può valere il sacrificio». Inoltre riferì anche di discussioni all'interno del PCI romano sull'opportunità di intensificare la lotta o fermarla: inizialmente sembrò prevalere la prima alternativa, tuttavia infine si optò per un'interruzione, «ma purché si diffondano nella sosta manifestini alla popolazione e ai tedeschi, i quali minaccino una ripresa terroristica se entro un termine certo l'evacuazione non sarà effettiva»[88].

Eugenio Colorni, uno dei principali capi partigiani del PSIUP a Roma, affermò: «Le azioni contro i tedeschi sono permesse solo quando sia possibile eliminarne ogni traccia, perché altrimenti darebbero luogo a troppo gravi rappresaglie»[89].

L'agente segreto statunitense Peter Tompkins, operante in Roma al momento dell'attentato, di cui venne a conoscenza soltanto dopo la sua esecuzione, pur essendo in contatto con vari capi della Resistenza romana (Amendola, Giuliano Vassalli, Riccardo Bauer), nella sua autobiografia pubblicata nel 1962 scrisse: «La prima cosa che pensammo fu che non c'era nessuna utilità nell'uccisione di trenta poliziotti militari tedeschi. Perché piuttosto non avevano rischiato la pelle in un assalto a via Tasso? perché non avevano scelto come bersaglio Kappler e la sua banda di macellai? Chissà quale sarebbe stata adesso la reazione dei tedeschi: di certo non era un buon auspicio per il movimento clandestino della città. Quello che ci rattristò di più fu l'ottima esecuzione e la precisione dell'attacco, la cui organizzazione appariva vicina alla perfezione!»[90].

Nel 1964 Giorgio Amendola scrisse che subito dopo i fatti ebbe un incontro con Alcide De Gasperi presso il Palazzo di Propaganda Fide. Quando De Gasperi chiese spiegazioni circa la causa dell'esplosione, Amendola rispose di non saperlo lasciando capire che si trattava di un segreto cospirativo, cosicché il futuro capo del governo – «sorridente ed ammirativo» – avrebbe affermato: «Ne avrete combinata un'altra delle vostre. Non state mai fermi, voi comunisti, una ne pensate e cento ne fate»[37].

Edgardo Sogno, monarchico e anticomunista, approvò l'attacco di via Rasella: «la notizia di Via Rasella fu per noi [i partigiani autonomi] un momento di esultanza. E neanche la feroce repressione che seguì mi fece cambiare idea, anzi. Davo lo stesso giudizio dei comunisti: bisognava provocare i tedeschi, perché ogni loro reazione non farà che isolarli sempre più».[91]

Il giurista liberale Piero Calamandrei, padre del gappista di via Rasella Franco, a metà del 1944 riportò nel proprio diario un'opinione da lui attribuita all'amico Pietro Pancrazi secondo cui il coraggio per compiere gli attentati contro tedeschi e fascisti sarebbe stato «molto simile a quello dei criminali, non dei soldati in campo», ossia un coraggio da deboli che avrebbe rivelato «il disprezzo per l'individuo, proprio dei partiti di massa». In seguito, quando con i processi del dopoguerra iniziarono le polemiche su via Rasella, Piero Calamandrei si schierò dalla parte dei gappisti[92].

Le deposizioni al processo Kappler[modifica | modifica sorgente]

Nel dopoguerra, vari partigiani coinvolti nelle vicende di via Rasella furono chiamati a deporre, in qualità di testimoni, al processo Kappler. Rosario Bentivegna fu ascoltato durante l'udienza del 12 giugno 1948[93]. In quella che la stampa definì «un'atmosfera densa di elettricità», la madre di una delle vittime delle Fosse Ardeatine, Sparta Gelsomini, gli urlò: «Vigliacco, vigliacco, se ti fossi presentato allora mio figlio non sarebbe stato fucilato!». Bentivegna disse: «Ero, nel marzo 1943, un soldato», dichiarando di aver agito su ordine di Giorgio Amendola. Dopo aver illustrato la dinamica dell'azione, sostenne di non essere stato a conoscenza dei bandi tedeschi sulle rappresaglie e che dopo l'attentato non vi era stata nessuna richiesta ai responsabili affinché si consegnassero, aggiungendo: «Se avessimo ricevuto un simile invito dal comando tedesco, per salvare coloro che poi furono fucilati alle Cave Ardeatine, noi partigiani ci saremmo senz'altro presentati». Alla richiesta dei nomi degli altri gappisti, Bentivegna rifiutò di rispondere. Interrogato sugli obiettivi dell'attentato, affermò: «Essi furono più politici che militari. Non si trattava solo di danneggiare dei reparti tedeschi, ma era necessario far intendere loro che il fatto di non avere rispettato l'accordo stabilito per dichiarare Roma città aperta era per loro stessi molto pericoloso».

Giorgio Amendola depose durante l'udienza del 18 giugno 1948[94]. Segue il suo interrogatorio.

Amendola:

« L'azione di via Rasella? Essa fu preordinata dalla giunta militare del C.L.N. nelle sue linee generali. L'esecuzione pratica del piano venne poi affidata ad altri organi. Perché arrivammo a queste azioni? Chiaro e semplice: I tedeschi non rispettavano la dichiarazione di «città aperta»; noi volevamo costringere i tedeschi ad allontanare i depositi, gli autoparchi, gli accampamenti che avevano costruito nella città e questo per evitare che gli alleati riprendessero i bombardamenti aerei. E così vennero svolte le nostre azioni: a piazza Barberini, a piazza Verdi, a via Tomacelli, a viale Mazzini. Si arrivò, così, a quella di via Rasella. Si era pensato, in un primo momento, di attaccare un corteo fascista che doveva sfilare in occasione della celebrazione della fondazione dei fasci. Poi questo corteo non ebbe più luogo e, così, pensammo di assalire una colonna tedesca. L'azione diventava sempre più necessaria e urgente: bisognava far intendere ai tedeschi che, qualora avessero intenzione di trasformare Roma in un campo di battaglia, essi avrebbero avuto da fare anche con le forze della resistenza. »

Presidente del tribunale:

« Ma sapevate che agendo in tal modo andavate incontro a delle rappresaglie? »

Amendola:

« In modo specifico no. Sapevamo, però, che in genere i tedeschi usavano l'arma feroce della rappresaglia per tenere sotto una specie di incubo le forze partigiane. Non poteva essere questo a interrompere l'azione della resistenza: ed eravamo decisi ad affrontarla. »

Presidente:

« Ma nel compiere questi attentati vi preoccupavate che non venissero colpiti anche dei civili? »

Amendola:

« Per questo solo motivo usavamo in genere degli esplosivi di limitata capacità e provvedevamo ad avvertire i civili della zona dove l'attentato veniva eseguito. A via Rasella non un civile morì per lo scoppio della bomba: se qualcuno fu colpito lo si deve alla feroce quanto inutile reazione dei tedeschi che non spararono sui gappisti che li avevano attaccati, ma su inermi borghesi. »

Presidente:

« Ma perché non pensaste ad attaccare, successivamente, le carceri di via Tasso e di Regina Coeli per liberare i compagni detenuti? »

Amendola:

« La cosa fu pensata, ma non venne presa in considerazione: i tedeschi avrebbero fucilato i detenuti nelle stesse celle, ammesso pure che l'attacco da parte nostra fosse riuscito. Ci saremmo presentati ai tedeschi se ciò fosse stato necessario, ma da nessuno ci fu chiesto nulla. D'altronde, la nostra salvezza non ci importava per una esigenza personale: noi avevamo il dovere di vivere per continuare nella lotta, cosa che, in realtà, tutti facemmo e molti di noi caddero in azioni successive. Questo per rispondere a coloro che in questi giorni hanno insinuato sul valore dei partigiani. »

Dopo Amendola furono sentiti nell'ordine Franco Calamandrei e Carlo Salinari, i quali come Bentivegna prima di loro rifiutarono di fare i nomi degli altri gappisti che avevano parteciparono all'azione (Salinari addusse come motivazione del rifiuto il dover ricevere «un'autorizzazione del mio comandante»). Calamandrei sostenne che come luogo dell'attentato era stata scelta via Rasella in quanto stretta e ritenuta poco frequentata, in modo da non coinvolgere i civili. Il teste Filippo Mancini affermò di aver visto due vittime italiane dell'esplosione, identificandole in «un bambino ed un vecchio»[94].

Riccardo Bauer, ascoltato il 1º luglio, dopo aver confermato che l'attentato seguiva le direttive generali della Giunta militare del CLN, affermò: «debbo dire che se avessimo supposto che i tedeschi avrebbero reagito in modo così bestiale, non avremmo mosso un dito. Credevamo di combattere un esercito di soldati e non un'accolta di belve»[95].

Opinioni successive[modifica | modifica sorgente]

Nel 1983 Pertini dichiarò: «Le azioni contro i tedeschi erano coperte dal segreto cospirativo. L'azione di via Rasella fu fatta dai Gap comunisti. Naturalmente io non ne ero al corrente. L'ho però totalmente approvata quando ne venni a conoscenza. Il nemico doveva essere colpito dovunque si trovava. Questa era la legge della guerra partigiana. Perciò fui d'accordo, a posteriori, con la decisione che era partita da Giorgio Amendola»[96].

In un'intervista del 1984, il filosofo e senatore a vita Norberto Bobbio, durante la Resistenza esponente del Partito d'Azione a Torino, affermò che dopo l'esperienza del terrismo degli anni di piombo considerava l'uccisione di Giovanni Gentile ad opera dei GAP «un atto terroristico: come tutti gli atti terroristici, un atto di violenza fine a sé stesso, un atto in cui la scelta del mezzo non è commisurata al fine che si vuole ottenere (e che non si potrebbe ottenere in altro modo), ma è semplicemente un atto di violenza cercato e voluto come tale»; estese poi tale giudizio all'attentato di via Rasella esprimendo pietà per i caduti del "Bozen", definiti «vittime innocenti perché scelte a caso»[97].

Matteo Matteotti, all'epoca partigiano socialista a Roma, all'interno di un'intervista del 1994 in cui dichiarò di avere la «memoria un po' allentata dal complesso di vicende», affermò che dopo la liberazione Pertini gli aveva detto che «non era stato favorevole ad un'azione militare di gappisti contro un reparto militare perché temeva che ci fossero delle rappresaglie sproporzionate rispetto all'efficacia dell'azione. Però rimase in minoranza [...] e prevalse la tesi di Giorgio Amendola, che era convinto della necessità di dare una dimostrazione di forza, di coraggio e che bisognava, quindi, condurre a fondo un'operazione». Per parte sua Matteotti affermò: «Io ne ebbi le conseguenze indirette perché quando mi fu detto "Anche voi eravate favorevoli", io dovetti dire che il nostro membro della segreteria Pertini non era stato favorevole a quella azione. [...] son convinto che fu un'azione che non ebbe il senso e la dimensione delle azioni che devono avere in guerra anche gli atti di offesa al nemico, quando poi le conseguenze sono quelle che si riflettono sulla popolazione»[98]. Tuttavia, secondo Enzo Forcella, all'infuori dei comunisti «nessun altro esponente degli altri partiti antifascisti era stato messo al corrente, neppure nelle grandi linee, dell'azione in preparazione»[82].

Paolo Emilio Taviani, in un'intervista del 1997, dichiarò: «l'episodio di via Rasella è un episodio di guerra. Può essere stato scelto un po' avventatamente, però questi erano militari che andavano al passo militare, in una Roma città aperta, contro i quali è stato usato l'attacco tipico dei partigiani. Nel Cln democristiani e liberali hanno protestato, nel Cln c'erano voci diverse che dopo si componevano. Ma, la guerra è la guerra, e la guerriglia partigiana ha regole sue. Chi non le accetta non deve neppure cominciarla»[99]. Nel 1998 Taviani dichiarò di essere rimasto, a suo tempo, sorpreso del fatto che nella capitale l'attentato di via Rasella fosse oggetto di critiche: «io ero stupito che a Roma ci fosse gente che stesse a discutere di questo; a Genova abbiamo fatto di peggio, perché abbiamo fatto saltare un cinema dove andavano i soldati nazisti, sono morti cinque soldati nazisti»[100].

Storiografia[modifica | modifica sorgente]

Nella valutazione di Gabriele Ranzato «L'attentato ha conseguito per le finalità della Resistenza un grande risultato di portata simbolica e pratica: ha potuto rappresentare, con tutta la risonanza internazionale che il fatto di essere avvenuto nella capitale implicava, la decisa volontà degli italiani di lottare contro il fascismo e i tedeschi; ha mostrato la vulnerabilità di questi ultimi, incoraggiando a imprese più audaci coloro che già si battevano contro di essi; con la sua esaltante esemplarità ha spinto molti uomini in tutta Italia a combattere gli occupanti e i loro collaboratori. La responsabilità della rappresaglia, imprevedibile nella criminalità della sua portata [...], appartiene solo a chi l'ha compiuta; soggiacere al ricatto delle rappresaglie implicava la fine di ogni resistenza armata. La legittimità dell'atto di guerra compiuto non fu tanto di natura giuridica quanto di natura morale, come lo è quella di qualsiasi azione violenta diretta ad abbattere una tirannide che abbia il monopolio della legittimità giuridica. Il fatto che la decisione di compiere l'attentato fu del solo Pci non ne limita la legittimità poiché quell'atto non contraddiceva alcuna disposizione, né del Cln né del governo Badoglio, ed era anzi assolutamente coerente con le esortazioni dell'uno e dell'altro a colpire il nemico comunque e dovunque si presentasse l'occasione»[101]. Tuttavia, sempre secondo Ranzato, nell'ambito locale romano la rappresaglia delle Ardeatine riuscì nell'intento di intimidire la popolazione, privò le organizzazioni della Resistenza di numerosi esponenti anche importanti, e complessivamente segnò una battuta d'arresto per la Resistenza romana, compresa quella comunista, che dopo via Rasella non riuscì più a portare a segno operazioni di tale portata[102]. Lo sciopero generale indetto dal CLN per il 3 maggio 1944 fu un sostanziale fallimento, e, diversamente da molte altre città italiane, la liberazione da parte degli Alleati non fu preceduta da alcuna insurrezione[103].

Circa le affermazioni di Ranzato sul «ricatto delle rappresaglie» e la legittimità morale ancor più che giuridica dell'attentato, Paolo Pezzino scrive: «Si tratta, a mio avviso, di giudizi prodotti da una contaminazione fra il livello della ricerca storiografica e il livello etico-politico, che non condivido. Sul piano analitico non si può considerare la resistenza armata una guerra come tutte le altre: la continua rivendicazione da parte partigiana del proprio carattere combattente può nascondere la stessa pretesa di irresponsabilità dei soldati regolari nelle azioni di guerra, con la medesima semplificazione di chi, riducendo gli individui ad automi irresponsabili delle proprie azioni, sostiene che gli ufficiali e i soldati tedeschi che si macchiavano di azioni inumane non avevano alternativa al loro comportamento a causa degli ordini draconiani che ricevevano»[104].

Nel 2008 è stato pubblicato postumo un saggio dello storico americano Richard Raiber, il quale sulla base di vari documenti intende dimostrare che Kesselring, processato nel 1947 a Venezia da un tribunale militare britannico, mentì riguardo al luogo in cui si trovava nei giorni dei fatti di via Rasella e delle Fosse Ardeatine. Secondo Raiber, Kesselring affermò falsamente di essere rientrato al suo quartier generale sul Monte Soratte la sera del 23 marzo, dopo aver svolto un'ispezione presso il fronte a Cassino, mentre in realtà si trovava in Liguria, quindi non lontano da Bonassola, località dove il 24 marzo erano stati catturati quindici militari americani dell'OSS intenti a distruggere una galleria ferroviaria (la missione era denominata Ginny), i quali erano poi stati fucilati il 26 marzo senza regolare processo. Nella tesi di Raiber, ammettendo il suo coinvolgimento nell'eccidio delle Fosse Ardeatine, Kesselring riteneva di avere maggiori possibilità di sfuggire alla pena capitale di quante non ne avrebbe avute se si fosse scoperta una sua responsabilità nell'uccisione dei militari americani, crimine per cui era già stato condannato a morte il suo subordinato generale Anton Dostler, fucilato il 1º dicembre 1945. All'interno di questo testo, Raiber afferma che «come molte azioni partigiane, via Rasella non ottenne alcun risultato tangibile», poiché il reparto colpito non era di SS, provocò non un'insurrezione ma un'atroce rappresaglia e spinse i tedeschi, timorosi che l'azione fosse collegata a un'offensiva alleata dalla testa di ponte di Anzio e Nettuno, a inasprire ulteriormente le misure repressive contro la già sofferente popolazione romana[105]. Il libro di Raiber è stato criticato per il suo atteggiamento alquanto giustificatorio nei confronti dei crimini di guerra della Wehrmacht, e per avere a volte attribuito la responsabilità delle rappresaglie naziste, più che ai nazisti stessi, alle popolazioni che ne furono vittima[vedi talk][106].

La Commissione storica italo-tedesca definisce quella di via Rasella la più nota e «la più gravida di conseguenze» delle azioni dei GAP, consistenti in «attentati politici» che «avevano anche lo scopo di scuotere la maggioranza della popolazione civile dallo stato di attesa passiva in cui versava», ossia «di dimostrare la forza della Resistenza e di mobilitare strati sempre più ampi della popolazione contro il regime d'occupazione»; obiettivo generalmente non conseguito:

« Le reazioni in cui i gruppi di resistenza avevano sperato tuttavia non arrivarono. Al contrario, da lettere e petizioni emerge addirittura che a volte il risentimento della popolazione si dirigeva piuttosto contro coloro che con i loro attentati provocavano le rappresaglie tedesche, anziché contro gli autori delle rappresaglie stesse. Anche a Roma, in alcuni settori della popolazione la deprecazione nei confronti dell'attentato sopravanzò l'avversione prodotta dalle esecuzioni. »

Sebbene sia storicamente accertato che questo genere di attentati abbia suscitato critiche in parte della popolazione italiana, la gran parte di essa (fatta eccezione per una minoranza di fascisti che collaboravano attivamente all'occupazione) condivise comunque un atteggiamento di avversione nei confronti dei tedeschi occupanti, considerando questi ultimi responsabili del persistere della guerra[107].

Controversie[modifica | modifica sorgente]

In sede processuale la Corte di Cassazione ha definito l'attacco di via Rasella come un "legittimo atto di guerra rivolto contro un esercito straniero occupante e diretto a colpire unicamente dei militari", affermando anche che è "lesiva dell'onorabilità politica e personale" di Rosario Bentivegna "la non rispondenza a verità di circostanze non marginali come l'ulteriore parificazione tra partigiani e nazisti con riferimento all'attentato di via Rasella e l'assimilazione tra Erich Priebke e Rosario Bentivegna".

Le controversie storiche e politiche sulla legittimità morale dell'attacco, sulle sue finalità e sulle sue modalità d'esecuzione continuano a protrarsi nel tempo, ritrovando vigore ogni qual volta l'argomento venga portato alla ribalta dalla pubblicazione di nuovi studi o dal dibattito politico, rendendolo uno degli eventi più discussi della Resistenza italiana[108]. Lo storico Gabriele Ranzato ha definito quella di via Rasella «una storia infinita, una contesa inesauribile di ambito nazionale che si ridesta ad ogni occasione con rinnovata animosità»[15]

La "rappresaglia evitabile"[modifica | modifica sorgente]

Alcuni hanno sostenuto che la rappresaglia si sarebbe potuta evitare[109]. Lo storico Paolo Simoncelli ha riportato in un suo articolo la testimonianza del medico Vittorio Claudi (m. 2006) che avrebbe visto un manifesto in Piazza Verdi (Roma) nel quale vi sarebbe stata una richiesta di consegna da parte del comando tedesco[110] prima di effettuare il massacro. Tuttavia i tedeschi non attesero le 24 ore prima di dare inizio al massacro[111].

Lo storico Roberto Roggero, in Oneri e onori, fa peraltro notare come «nulla garantisce che se gli autori dell'attentato si fossero presentati all'autorità tedesca, la rappresaglia non sarebbe comunque stata messa in atto»[112]. Mentre, ad esempio, la rappresaglia è stata evitata nel caso di Salvo D'Acquisto, che pur innocente si era accusato responsabile della morte di alcuni soldati tedeschi; in un altro caso, quello di Vincenzo Giudice, nonostante egli si fosse consegnato, la rappresaglia era stata effettuata causando la morte di 71 persone, fra le quali molti bambini.

Tali questioni si posero fin dal processo per le Fosse Ardeatine a carico del tenente colonnello Kappler presso il Tribunale Militare di Roma, il 20 luglio 1948. Kappler, in tale occasione, dichiarò che «se i responsabili si fossero presentati entro 24 ore dall'accaduto, la rappresaglia sarebbe stata evitata». Rosario Bentivegna, presente in aula in qualità di testimone, fu contestato da alcuni famigliari dei fucilati delle Fosse Ardeatine, i quali lo accusarono di non aver evitato la rappresaglia consegnandosi ai tedeschi. Bentivegna si difese immediatamente affermando che i tedeschi non richiesero la consegna degli autori dell'attacco, e che non era certo che la sua consegna avrebbe evitato la rappresaglia»[112].

In precedenza, tuttavia, il feldmaresciallo tedesco Albert Kesselring, in data 15 novembre 1946, sentito come testimone al processo contro i generali Mackensen e Mältzer, a domanda rispose:

« "Ma voi avreste potuto dire: Se la popolazione romana non consegnerà entro un dato termine il responsabile dell'attentato io fucilerò dieci romani per ogni tedesco ucciso?"

Kesselring: "Ora in tempi tranquilli, dopo tre anni passati, devo dire che l'idea sarebbe stata molto buona".
"Ma non lo faceste".
Kesselring: "No, non lo feci"[113]»

La sentenza della Cassazione del 2007 ha confermato il fatto che nessuna richiesta di consegna degli autori dell'attacco per evitare la rappresaglia fosse stata affissa dalle autorità di occupazione: nonostante ciò Simoncelli ha comunque continuato a sostenere la tesi della pubblicazione del manifesto in due articoli, intitolati Via Rasella, partigiani avvisati? Ecco la prova e Il manifesto «scomparso», usciti sull'Avvenire rispettivamente il 17 e 18 marzo 2009[114].

L'attacco "inutile" o "controproducente"[modifica | modifica sorgente]

Secondo questa tesi, i 156 uomini della 11ª compagnia del 3º Battaglione "Bozen" al comando del maggiore Hellmuth Dobbrick non erano nulla più che un reparto di polizia[115] formato da riservisti altoatesini che avevano optato per la cittadinanza tedesca, impiegato a Roma con compiti di semplice vigilanza urbana[116], in quel momento impegnato in periodo addestrativo[117]. Pertanto il risultato dell'attacco sarebbe stato militarmente inutile[118].

Viene anche sottolineato dai critici come nell'attentato furono coinvolti anche civili italiani: l'esplosione non uccise solo trentatré militari tedeschi, ma anche due civili italiani (di cui un ragazzino di 13 anni), ferendone anche altri quattro. La Cassazione tuttavia ha stabilito il numero in due. Tuttavia ai famigliari dei due civili morti nell'attacco non è mai stato riconosciuto alcun risarcimento dalla magistratura italiana, in quanto l'attacco è stato successivamente catalogato come legittimo atto di guerra.

Secondo altri, l'attacco pregiudicò la Resistenza romana e Roma stessa[119]: ben lungi dal migliorare le condizioni della popolazione romana, l'attacco inferocì tedeschi e fascisti che, per questo, avrebbero accresciuto la repressione sulla Resistenza e sui civili[120].

La questione fu riaperta nel giugno del 1980, quando Marco Pannella affermò pubblicamente che, secondo le informazioni da lui raccolte, «gran parte dei quadri antifascisti e anche comunisti non direttamente organizzati dal PCI e lo stesso comando ufficiale della resistenza romana erano contrari all'ipotesi dell'azione terroristica»; lo stesso leader radicale definì via Rasella «un atto di terrorismo», paragonandolo ad un'azione delle Brigate Rosse[121]. Ne nacque una feroce querelle con Giorgio Amendola e Antonello Trombadori, che era stato il fondatore e il comandante generale dei GAP romani, anche se, al momento dell'azione, si trovava recluso a Regina Coeli. I protagonisti finirono in tribunale e la polemica durò a lungo.

Nel 2002, Claudio Bussi, figlio della vittima delle Fosse Ardeatine Armando Bussi, in un articolo pubblicato su l'Unità per l'anniversario del massacro, scrisse: «l'attentato di via Rasella fu un atto di guerra, dettato da emotività più che da un preciso ragionamento, discutibile sul piano dell'opportunità e sbagliato se messo in relazione con le finalità che si volevano raggiungere»[122]. Bentivegna replicò definendo tale giudizio una manifestazione della «fantasia dei falsari e dei mistificatori» e «una tesi cara a tutti gli attendisti»[123].

Nel 2012, in occasione della morte di Rosario Bentivegna, lo storico Alessandro Portelli, autore del saggio sulle Fosse Ardeatine L'ordine è stato eseguito, ha detto sull'attentato di Via Rasella: «fu la più grande vittoria militare della Resistenza».[124]

La "rappresaglia cercata"[modifica | modifica sorgente]

Un'altra tesi sostenuta nell'ambito di una revisione analitica sui fatti legati ai partigiani e alla Resistenza è quella della "rappresaglia cercata"[125], diffusa anche tra gli stessi parenti delle vittime delle Fosse Ardeatine: ad esempio è ripresa come atto d'accusa in un componimento del poeta Corrado Govoni dedicato al figlio ucciso, il partigiano di Bandiera Rossa Aladino[126]. È noto infatti che i tedeschi non avessero mai proceduto a rappresaglie di massa a Roma, pur procedendo ad una violenta repressione ed a molte condanne a morte, sebbene secondo alcuni autori[127] fosse altrettanto noto quale fosse il loro modus operandi solito (il famigerato "dieci a uno"[128]). Circa il pericolo delle rappresaglie, Giorgio Amendola scrisse:

« La più grossa responsabilità morale che abbiamo dovuto assumere nella guerra partigiana è quella dei sacrifici che si provocano, non soltanto i compagni di lotta che si inviano incontro alla morte – essi hanno scelto liberamente quella strada – ma gli ignari che possono essere colpiti dalle rappresaglie. Se non si supera questo tremendo problema non si può condurre la lotta partigiana. Noi del C.L.N., tutti, anche se nella pratica con maggiore o minore convinzione, sapemmo superare questo problema, e prenderci le necessarie responsabilità. Soltanto dei pavidi o degli ipocriti potevano fare finta di non comprendere le conseguenze che derivavano dalla posizione assunta. Affrontammo il rischio nell'unico modo possibile: non farci arrestare dal ricatto delle rappresaglie e, in ogni caso, rispondere al nemico colpo su colpo e continuare la lotta[37]»

Nella situazione di complessiva apatia della maggior parte della popolazione di Roma nei confronti dei tedeschi e dei fascisti repubblicani, il comando dei GAP avrebbe deciso di intraprendere un'operazione di impatto talmente grave da scuotere l'intera città, per farla sollevare contro le forze dell'Asse, alla luce del fallimento della controffensiva tedesca contro la testa di Ponte Alleata ad Anzio, contando su una rapida avanzata angloamericana su Roma[129]. Giorgio Amendola scrisse: «non avevo preveduto le conseguenze dell'azione compiuta: le precedenti azioni dei GAP non erano state seguite da rappresaglie immediate. Invece questa volta s'era scatenato l'inferno».[37].

La tesi del complotto contro gruppi rivali del PCI[modifica | modifica sorgente]

Secondo una variante della tesi della rappresaglia cercata - sostenuta da Pierangelo Maurizio[130], Giorgio Pisanò (ex combattente della RSI e parlamentare del MSI), Roberto Guzzo (partigiano di Bandiera Rossa), Massimo Caprara (segretario personale di Palmiro Togliatti e deputato del PCI poi diventato anticomunista)[131] e altri autori[132] - il PCI, ben conoscendo le modalità con cui i tedeschi selezionavano i fucilandi per le rappresaglie, attraverso una ben orchestrata campagna di delazioni avrebbe fatto arrestare progressivamente la maggior parte degli esponenti delle reti clandestine non comuniste o comuniste dissidenti, tra cui molti appartenenti al movimento trotskista Bandiera Rossa, per poi effettuare l'attacco affinché costoro fossero fucilati per rappresaglia[133]. Al di là della validità di tale tesi, è nota l'ostilità del PCI verso i gruppi trotskisti, descritti nel numero 7 del gennaio 1944 dell'Unità come quinta colonna del nazismo e del fascismo[134].

Anche l'atroce fine toccata al direttore di Regina Coeli, Donato Carretta, linciato brutalmente durante il processo a Pietro Caruso, sarebbe servita - per i sostenitori di questa tesi - a "tappare la bocca" all'uomo che conosceva il segreto della compilazione delle liste dei fucilandi[131].

Nessuna di queste argomentazioni risulta, tuttavia, documentata; in particolare:

  • Non risulta che il PCI clandestino conoscesse le modalità con cui i nazisti selezionavano i fucilandi per le rappresaglie che, peraltro, nel caso di specie, sono stati scelti[135]: 154 persone a disposizione dell'Aussenkommando, sotto inchiesta di polizia; 23 in attesa di giudizio del Tribunale militare tedesco; 16 persone già condannate dallo stesso tribunale a pene varianti da 1 a 15 anni; 75 appartenenti alla comunità ebraica romana; 40 persone a disposizione della Questura romana fermate per motivi politici; 10 fermate per motivi di pubblica sicurezza, 10 arrestate nei pressi di via Rasella; una persona già assolta dal Tribunale militare tedesco, oltre a tre, tuttora non identificate.
  • Non vi sono documenti attestanti che sia stata orchestrata una campagna di delazioni, da parte del PCI, perché fossero progressivamente arrestati la maggior parte degli esponenti delle reti clandestine non comuniste o dissidenti.
  • Non vi sono documenti che attestino che la folla inferocita che procurò la morte di Donato Carretta, a latere del "processo Caruso" sia stata abilmente pilotata e per quali fini.
  • Non è esatto che i partigiani aderenti al PCI non siano stati trucidati alle Fosse Ardeatine: nell'elenco dei caduti riportato in "Roma Ribelle", di Marisa Musu ed Ennio Polito ne risultano 28, compresi i "gappisti" Gioacchino Gesmundo, Valerio Fiorentini e Umberto Scattoni[136]. Anche Gesmundo, come Montezemolo, fu orribilmente torturato durante la prigionia. Il comandante dei G.A.P. Antonello Trombadori, recluso a Regina Coeli, si salvò dall'eccidio grazie all'azione del medico socialista Alfredo Monaco[137].

Si fa infine presente che, il 27 giugno 1997, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Maurizio Pacioni, ha ritenuto del tutto insostenibile l'accusa di Roberto Guzzo nei confronti di Rosario Bentivegna, Carla Capponi e Pasquale Balsamo, secondo cui l'azione di Via Rasella non sarebbe stata diretta contro i tedeschi ma contro altri gruppi della Resistenza[138].

Riepilogo delle sentenze[modifica | modifica sorgente]

Via Rasella, dettaglio (aprile 2007)
  • All'interno della sentenza di condanna del 20 luglio 1948, emessa contro Herbert Kappler e altri coimputati per la strage delle Fosse Ardeatine, il Tribunale Territoriale Militare di Roma negava la qualifica di legittima azione di guerra dell'attentato di Via Rasella, in quanto non commesso da "legittimi belligeranti"[139]. I partigiani autori dell'attentato non avrebbero infatti rispettato tutti i requisiti previsti dalla Convenzione dell'Aja del 18 ottobre 1907 per il riconoscimento della qualifica di legittimi belligeranti anche ai civili organizzati in corpi di volontari, ossia essere comandati da una persona responsabile per i propri subordinati, indossare un segno di riconoscimento fisso riconoscibile a distanza, portare le armi apertamente e condurre le operazioni secondo le leggi ed i costumi di guerra[140].
  • La mancanza di tali requisiti veniva confermata il 25 ottobre 1952 anche dal Tribunale Supremo Militare, all'interno della sentenza di rigetto del ricorso presentato da Kappler contro la condanna[141].
  • Le Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione, con sentenza n.36 del 19 dicembre 1953, ribadendo la sentenza del 1952 del Tribunale Supremo Militare di Roma, dichiararono inammissibile il ricorso di Kappler avverso alla sentenza, perché lo stesso Kappler fece arrivare comunicazione di rinuncia al ricorso[142]
  • Il Tribunale Supremo Militare di Roma con sentenza in data 25 ottobre 1960 respinse il ricorso presentato da Kappler affinché le 15 uccisioni in più delle Fosse Ardeatine fossero considerate reato almeno in parte "politico", al fine di poter rientrare nei termini dell'amnistia[143].
  • Con l'ordinanza del 16 aprile 1998, il giudice per le indagini preliminari di Roma disponeva l'archiviazione del procedimento penale a carico di Rosario Bentivegna, Carla Capponi e Pasquale Balsamo, iniziato a seguito di una denuncia presentata da alcuni parenti delle vittime civili dell'attacco. Il Giudice escludeva la qualificazione dell'atto come legittima azione di guerra, ravvisando tutti gli estremi oggettivi e soggettivi del reato di strage, altresì rilevando tuttavia l'estinzione del reato a seguito dell'amnistia prevista dal decreto 5 aprile 1944 per tutti i reati commessi "per motivi di guerra".
  • Decidendo con sentenza n.1560/99[144] sul ricorso presentato da Bentivegna, Balsamo e Capponi, la prima sezione penale della Corte di Cassazione annullava la precedente ordinanza, affermando per la prima volta in sede penale la natura di legittimo atto di guerra dell'attacco di Via Rasella sulla base di due motivazioni. La prima si basava semplicemente sulla erronea lettura di una precedente sentenza[145]. La seconda motivazione, indipendente dalla prima, faceva riferimento al decreto legislativo luogotenenziale n. 194 del 1945, successivo all'amnistia, che ha escluso la natura di reato, inserendola tra gli atti di guerra ad ogni «operazione compiuta dai patrioti per la necessità di lotta contro i tedeschi e i fascisti nel periodo dell'occupazione fascista. La legittimità dell'azione, per la Suprema Corte, deve essere pertanto valutata nel suo complesso, senza che sia possibile scinderne le conseguenze a carico dei militari tedeschi che ne costituivano l'obiettivo da quelle coinvolgenti i civili che ne rimasero vittima, in rapporto alla sua natura di "azione di guerra"».
  • Il 7 agosto 2007 la Cassazione ha confermato la condanna al risarcimento inflitta dalla Corte d'appello di Milano al quotidiano Il Giornale per diffamazione ai danni di Rosario Bentivegna[146][147]. La Corte, partendo dalla qualificazione dell'attacco come legittimo atto di guerra rivolto a colpire esclusivamente i militari occupanti, ha ritenuto che alcune affermazioni contenute in articoli pubblicati dal quotidiano milanese nel 1996, per i Supremi Giudici tendenti a parificare le responsabilità degli esecutori dell'attacco di Via Rasella e dei comandi nazisti nella causazione della strage delle Fosse Ardeatine, erano gravemente lesive dell'onorabilità personale e politica del Bentivegna. Le affermazioni del Giornale furono:
    • che il Battaglione "Bozen" fosse costituito interamente da cittadini italiani, mentre per la Cassazione facendo parte dell'esercito tedesco, i suoi componenti erano sicuramente altoatesini che avevano optato per la cittadinanza germanica.
    • che i componenti del "Bozen" fossero «vecchi militari disarmati», mentre per la Cassazione essi erano «soggetti pienamente atti alle armi, tra i 26 e i 43 anni, dotati di sei bombe e "machine­pistolen"».
    • che le vittime civili fossero sette, mentre per la Cassazione nessuno mette più in discussione che furono due.
    • che dopo l'attacco erano stati affissi manifesti in cui si intimava ai responsabili dell'attacco di consegnarsi per evitare una rappresaglia ma, per la Corte l'asserzione trova puntuale smentita nel fatto che la rappresaglia delle Fosse Ardeatine era iniziata circa 21 ore dopo l'attacco, e soprattutto nella direttiva del Minculpop la quale disponeva che si tenesse nascosta la notizia di Via Rasella, che venne effettivamente data a rappresaglia già avvenuta[148].
  • Il 22 luglio 2009 la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di Elena Bentivegna (figlia di Carla Capponi e Rosario Bentivegna) contro il quotidiano Il Tempo che aveva pubblicato un articolo dove gli autori dell'attacco di via Rasella venivano definiti "massacratori di civili". La sentenza ha stabilito che l'epiteto utilizzato è lesivo della dignità dei partigiani e per questo diffamatorio, in quanto quello di via Rasella fu "legittimo atto di guerra contro il nemico occupante".[149]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ La via si trova nel pieno centro storico di Roma, nel rione Trevi, e congiunge via delle Quattro Fontane (adiacente a Palazzo Barberini) con via del Traforo. Prende il nome «dalla proprietà che ivi esisteva della famiglia Raselli». Cfr. Dipartimento Cultura - Servizio Commissione Consultiva di Toponomastica, Via Rasella, Comune di Roma. URL consultato il 14 luglio 2013.
  2. ^ Per una panoramica delle sentenze, si veda il riepilogo dedicato.
  3. ^ Gabriele Ranzato, Roma, in: AA. VV., Dizionario della Resistenza. A cura di Enzo Collotti, Renato Sandri e Frediano Sessi. Volume primo. Storia e geografia della Liberazione, Einaudi, Torino 2000, pagg. 413-4.
  4. ^ Prospetto statistico riassuntivo pubblicato in: Albo d'oro dei caduti nella difesa di Roma del settembre 1943, a cura dell'Associazione fra i Romani, Roma, 1968, pag. 79
  5. ^ Citato in: Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria, Feltrinelli, Milano 2012, pag. 153.
  6. ^ Sulla "guerra segreta" condotta a Roma e dai contorni tuttora oggetto di studio, vedere Peter Tompkins, L'altra Resistenza. Servizi segreti, partigiani e guerra di liberazione nel racconto di un protagonista, Il Saggiatore - 2005
  7. ^ Gabriele Ranzato, Roma cit., pag. 415.
  8. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pag. 153.
  9. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pp. 171 e 409.
  10. ^ De Felice, op. cit., pp. 150-151.
  11. ^ Gabriele Ranzato, Roma cit., pp. 415-6.
  12. ^ a b c Gabriele Ranzato, Roma cit., pag. 416.
  13. ^ a b Luigi Cortesi, Bonomi, Ivanoe, Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 12, 1971.
  14. ^ Gabriele Ranzato, Roma cit., pag. 412.
  15. ^ a b Gabriele Ranzato, Via Rasella logica di un'azione partigiana in la Repubblica, 26 marzo 1999.
  16. ^ Gabriele Ranzato, Roma cit., pp. 416-7.
  17. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pp. 160-1.
  18. ^ Gabriele Ranzato, Roma cit., pag. 417.
  19. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pp. 157-8.
  20. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pag. 159.
  21. ^ Gabriele Ranzato, Roma cit., pag. 418.
  22. ^ Gabrio Lombardi, Montezemolo e il fronte militare clandestino di Roma (ottobre 1943-gennaio 1944), Le Edizioni del Lavoro, Roma, 1972, p. 73.
  23. ^ Gianni Oliva, L'ombra nera: Le stragi nazifasciste che non ricordiamo più, Milano, Mondadori, 2007, p. 117, ISBN 978-88-04-56778-3.
  24. ^ Già protagonista nella capitale della pianificazione della liberazione di Benito Mussolini, della razzia del ghetto ebraico e della successiva deportazione, il 15 ottobre 1943 di 1 023 ebrei romani verso i Campi di sterminio
  25. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pp. 180-1.
  26. ^ Gabriele Ranzato, Roma cit., pag. 418.
  27. ^ Gabriele Ranzato, Roma cit., pag. 419.
  28. ^ Gabriele Ranzato, Roma cit., pag. 419.
  29. ^ Gabriele Ranzato, Roma cit., pag. 419 e pag. 412.
  30. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pag. 184.
  31. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pp. 184-5.
  32. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pag. 185.
  33. ^ Gabriele Ranzato, Roma cit., pag. 419.
  34. ^ Pietro Secchia, Enzo Nizza, Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza, vol. II, La Pietra, 1968, voce "G.A.P.", p. 476: «A differenza delle unità partigiane, dove venivano liberamente accolti dai garibaldini i senza partito e gli aderenti ad altri partiti antifascisti, nei G.A.P. del P.C.I. venivano reclutati esclusivamente i comunisti, così come i G.A.P. di "Giustizia e Libertà" erano composti soltanto da aderenti al Partito d'Azione. La scelta era poi determinata dalla fede politica, dall'onestà morale, dall'intelligenza e dal coraggio del militante».
  35. ^ Paolo Spriano, Storia del Partito Comunista Italiano, vol. V, La Resistenza. Togliatti e il partito nuovo, Torino, Einaudi, 1975, p. 184: «A differenza del partigiano garibaldino, il gappista è quasi sempre un membro del partito, un suo quadro».
  36. ^ I GAP, formalmente inquadrati entro il CVL, ma impiegati operativamente dal PCI in piena autonomia dal CLN, erano organizzati in una efficiente struttura militare clandestina a Roma, dividendo la città in otto settori, ciascuno dei quali affidato ad un Gruppo di Azione Patriottica
  37. ^ a b c d e f g h i Lettera di Giorgio Amendola a Leone Cattani sulle vicende di via Rasella, 12 ottobre 1964, pubblicata per la prima volta in De Felice, op. cit., Appendice, pp. 562-566, consultabile sul sito dell'Associazione Italiana Autori Scrittori Artisti "L'Archivio".
  38. ^ Portelli 1999, p. 188.
  39. ^ Santo Peli, La Resistenza in Italia. Storia e critica, Einaudi, 2004, p. 44 e 250.
  40. ^ Intervista a Giorgio Amendola, in Bisiach 1983, pp. 130-1.
  41. ^ Il prefisso "SS-" fu aggiunto il 16 aprile 1944. Cfr. Baratter 2005, p. 190.
  42. ^ Lutz Klinkhammer, Stragi naziste in Italia. La guerra contro i civili (1943-44), Roma, Donzelli Editore, 1997. ISBN 88-7989-339-4
  43. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria, Roma, Donzelli Editore, 1999. ISBN 88-7989-457-9
  44. ^ a b E i superstiti del battaglione decimato non vollero vendicarsi
  45. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pag. 203.
  46. ^ «famigerato battaglione Bozen, specializzato nella repressione di partigiani, più nazista dei nazisti». Cfr. Giorgio Bocca, L'intransigenza maestra di vita in L'Espresso, 6 novembre 2006.
  47. ^ «probabilmente la meno nazista delle formazioni tedesche presenti a Roma». Cfr. Sergio Romano, Attentato di via Rasella L'orrore delle rappresaglie in Corriere della Sera, 11 febbraio 2011.
  48. ^ Capponi 2009, pp. 209-210.
  49. ^ Capponi 2009, pp. 226-227.
  50. ^ Christoph v. Hartungen, Die Südtiroler Polizeiregimenter 1943-1945, in "Der Schlern", 55, 1981, p. 494-516.
  51. ^ Intervista a Rosario Bentivenga a cura di Giancarlo Bosetti, «Così ho vissuto dopo via Rasella» in l'Unità, 24 gennaio 1993.
  52. ^ Adattamento ed elaborazione dall'intervista originale a Carla Capponi in larchivio.com. URL consultato il 19 giugno 2014.
  53. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito, Feltrinelli, Milano 2012, pp. 195-6.
  54. ^ In totale, prepararono o parteciparono all'azione diciassette partigiani; oltre ai nove citati anche Giulio Cortini, Laura Garroni, Duilio Grigioni, Marisa Musu, Ernesto Borghesi, Pasquale Balsamo, Mario Fiorentini e Lucia Ottobrini. Quest'ultima partecipò solo alla preparazione del carico di tritolo ma non all'azione, perché malata. Cfr.: Marisa Musu, Ennio Polito, Roma ribelle, Teti editore, Milano, 1999, pag. 148, n.
  55. ^ Portelli 1999, p. 191.
  56. ^ Testimonianza del sopravvissuto Konrad Sigmund, in Portelli 1999, p. 192.
  57. ^ Tratta da Baratter 2005, pp. 317-318, e da Il Polizeiregiment "Bozen" in historiamilitaria.it. URL consultato il 15 giugno 2014.
  58. ^ Baratter 2005, p. 192.
  59. ^ a b c Sentenza n. 631, del Tribunale Militare Territoriale di Roma, in data 20.07.1948 in difesa.it. URL consultato il 19 giugno 2014.
  60. ^ Katz 2009, p. 283.
  61. ^ Staron 2002, p. 37.
  62. ^ S. Westphal, Erinnerungen, Mainz 1975, p. 255., citato in Staron 2002, p. 37.
  63. ^ Cassazione - Sezione I Penale sent. n. 1560/99, par. IV, num. 6, lett. a, ove si legge: «L'azione fu attuata facendo esplodere, mediante detonatore collegato ad una miccia, 18 kg di tritolo contenuti in un carretto per la spazzatura, in coincidenza del passaggio, usuale e previsto, di una compagnia del battaglione "Bozen". Secondo la ricostruzione del consulente tecnico della parte offesa Zuccheretti, riportata nel provvedimento impugnato (pag. 14), l'esplosione dell'ordigno ebbe a determinare la morte di 42 soldati tedeschi (dei quali 32 morti quasi immediatamente e gli altri nelle ore o nei giorni successivi) e di almeno due civili italiani, il minore Pietro Zuccheretti e Antonio Chiaretti.»
  64. ^ Portelli 1999, p. 192.
  65. ^ Portelli 1999, p. 194.
  66. ^ Portelli 1999, p. 192.
  67. ^ Portelli 1999, p. 411 n.
  68. ^ Pierangelo Maurizio, Via Rasella, cinquant'anni di menzogne, p. 27. Secondo le testimonianze ivi citate, gli arrestati nei locali della PAI furono trattati bene, mentre quelli concentrati al Viminale furono ammassati in una stanza in condizioni igieniche disumane e malmenati crudelmente
  69. ^ Angelo e Umberto Pignotti, Antonio Prosperi, Fulvio Mastrangeli, Ettore Ronconi, Cosimo D'Amico, Guido Volponi, Celestino Frasca, Ferruccio Caputo e Romolo Gigliozzi. Portelli 1999, p. 197. In memoria di questo gruppo, i cui componenti provenivano almeno in parte dall'immobile all'angolo di via del Boccaccio (si veda qui), il 24 marzo 2010 è stata affissa al muro di Palazzo Barberini accanto al quale erano stati radunati una lapide, a cura del Comune di Roma. È stata la prima ed è ancora l'unica memoria pubblica di quei fatti, nel luogo del primo rastrellamento. Molti buchi lasciati delle mitragliate sugli edifici circostanti sono stati rimossi durante alcuni lavori di restauro eseguiti nel 2004. Cfr. Vincenzo Vasile, Via Rasella, calce bianca sulla Resistenza in l'Unità, 23 giugno 2004.
  70. ^ a b Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pag. 209.
  71. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pag. 210.
  72. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pp. 211 e 421.
  73. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pag. 9 (il testo del comunicato) e pag. 421 (per l'orario di uscita dei giornali).
  74. ^ Katz 2009, p. 300.
  75. ^ Candeloro 1984, p. 271.
  76. ^ Gabriele Ranzato, Roma cit., pp. 420-1.
  77. ^ a b Giorgio Amendola, Lettere a Milano. Ricordi e documenti 1939-1945, Editori Riuniti, Roma 1973, pp. 295-6.
  78. ^ Arturo Colombo, Bauer dimenticato in Corriere della Sera, 18 settembre 1996.
  79. ^ In realtà i bombardamenti alleati su Roma continuarono anche dopo l'attentato: vedi cronologia dei bombardamenti sull'Italia.
  80. ^ a b Come si sarebbe scoperto solo in seguito, le vittime furono in realtà 335.
  81. ^ Roma 24 marzo 1944, l'eccidio delle Fosse Ardeatine, sezione ANPI di Lissone.
  82. ^ a b c d e Enzo Forcella, Leggi di guerra in La Repubblica, 25 marzo 1994. Dello stesso autore, Togliatti non smentì via Rasella: c'era Amendola in Corriere della Sera, 26 ottobre 1996. La storia di via Rasella Partigiani e penne rosse in Corriere della Sera, 10 marzo 1998.
  83. ^ a b Katz 2009, p. 312.
  84. ^ Eredi di vittime delle Ardeatine chiedono danni al C.L.N. in La Stampa, 7 giugno 1949.
  85. ^ L'attentato di via Rasella è stato un atto di guerra in La Stampa, 10 giugno 1950.
  86. ^ Arturo Colombo, Su via Rasella in Corriere della Sera, 31 luglio 1997.
  87. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pp. 230-1; il corsivo è nel testo.
  88. ^ Pavone, op. cit., p. 483.
  89. ^ Giovanni Belardelli, Nelle zone grigie della Resistenza in Corriere della Sera, 10 novembre 1999.
  90. ^ Peter Tomkins, Una spia a Roma. Il Saggiatore, Milano, 2002 (edizione originale 1962), p. 237.
  91. ^ E. Sogno, A. Cazzullo, Testamento di un anticomunista. Dalla Resistenza al golpe bianco, 2000 pag. 177
  92. ^ Simonetta Fiori, Lite in casa in la Repubblica, 6 marzo 2008. L'articolo di Simonetta Fiori è una recensione della raccolta di scritti di Piero e Franco Calamandrei, Una famiglia in guerra: lettere e scritti (1939-1956), a cura di Alessandro Casellato, Laterza, Roma-Bari 2008. La recensione si riferisce a un passo dell'introduzione in cui il curatore, Alessandro Casellato, afferma che Piero Calamandrei condivise tale opinione di Pietro Pancrazi. Della stessa pubblicazione, si veda anche la recensione di Sergio Luzzatto, Calamandrei, quando il figlio educa il padre in Corriere della Sera, 18 aprile 2008.
  93. ^ Depone l'attentatore di via Rasella in La Stampa, 13 giugno 1948.
  94. ^ a b La deposizione dell'on. Amendola in La Stampa, 19 giugno 1948.
  95. ^ "Credevamo di combattere soldati e non belve" in La Stampa, 2 luglio 1948.
  96. ^ Bisiach 1983, p. 130.
  97. ^ Intervista a Norberto Bobbio a cura di Giampiero Mughini, Giustizia e libertà: il nodo è ancora qua in L'Europeo, 20 ottobre 1984.
  98. ^ Intervista a Matteo Matteotti realizzata dal regista Enzo Cicchino e andata in onda durante una puntata di Mixer.
  99. ^ Citato in Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pag. 231.
  100. ^ Citato in Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pag. 219.
  101. ^ Gabriele Ranzato, Roma cit., pag. 421.
  102. ^ Gabriele Ranzato, Roma cit., pp. 421-2.
  103. ^ Gabriele Ranzato, Roma cit., pp. 422-3.
  104. ^ Pezzino 2004, pp. 43-44.
  105. ^ Raiber 2008, p. 43.
  106. ^ Waitman W. Beorn, An Edifice of Lies: Kesselring and German War Crimes in Italy, Review of: Raiber Richard, Anatomy of Perjury: Field Marshal Albert Kesserling, Via Rasella, and the Ginny Mission, H-German, H-Net Reviews, November 2009.
  107. ^ Rapporto della Commissione storica italo-tedesca insediata dai Ministri degli Affari Esteri della Repubblica Italiana e della Repubblica Federale di Germania il 28 marzo 2009, luglio 2012, pp. 29-30 e pp. 110-2.
  108. ^ "Non piango Bentivegna, fu un assassino" Storace-Alemanno, lite sulla Memoria - Roma - Repubblica.it
  109. ^ Per alcuni riferimenti a questo tipo di critica, vedi
  110. ^ Editoriali & altro ...: Via Rasella, partigiani avvisati? «Ecco la prova»
  111. ^ La strage iniziò 21 ore dopo l'attentato gappista secondo la Sentenza della Corte di Cassazione 6 agosto 2007, n. 17172
  112. ^ a b Roberto Roggiero, Oneri e onori, Greco&Greco, p. 407
  113. ^ Testimonianza di Albert Kesselring, in Portelli 1999, p. 206.
  114. ^ Via Rasella, Mirodouro.it
  115. ^ Lorenzo Baratter, Le Dolomiti del Terzo Reich, Mursia, Milano, 2008
  116. ^ «Noi eravamo a Roma e non abbiamo fatto altro che le guardie su in Vaticano» dall'intervista ad un sopravvissuto della strage di Via Rasella
  117. ^ Eugene Dollmann, Roma Nazista, Longanesi, Milano 1952, pag. 239
  118. ^ Di questa opinione anche Jo di Benigno, in op. cit. ibidem e ss.
  119. ^ Alberto ed Elisa Benzoni, Attentato e rappresaglia. Il PCI e via Rasella, Marsilio, Venezia, 1999
  120. ^ L’attentato di Via Rasella e la rappresaglia tedesca
  121. ^ Marco Pannella: «Via Rasella fu un atto di terrorismo» da RadioRadicale.it
  122. ^ Claudio Bussi, Ardeatine: una strage feroce, non un atto di guerra in l'Unità, 24 marzo 2002.
  123. ^ Rosario Bentivegna, La Resistenza romana in La Rinascita della sinistra, 18 ottobre 2002.
  124. ^ Francesca Numberg, Basta infangare la memoria della Resistenza, in: Il Messaggero, 4 aprile 2012, pagina 16.
  125. ^ per alcuni esempi - pro o contro - questa tesi, vedi [1], [2], [3], [4]
  126. ^ «Il vile che gettò la bomba nera / di via Rasella, e fuggì come una lepre / sapeva troppo bene quale strage / tra i detenuti da Regina Coeli / a via Tasso, il tedesco ordinerebbe: / di mandante e sicario unica mira. / Chi fu l'anima nera della bomba? / Fu Bonomi? O Togliatti? O fu Badoglio? [...]». Corrado Govoni, Aladino, 1946, in Lepre 1999, p. 217.
  127. ^ Jo di Benigno, Occasioni mancate, S.E.I., 1945, pag. 234: «Era ormai cosa nota a tutti che per ogni tedesco ucciso, dieci italiani venivano sacrificati». Secondo Bruno Spampanato, all'epoca dei fatti direttore del quotidiano Il Messaggero, stretto collaboratore di Mussolini, nonché membro dell'ufficio propaganda della Decima MAS (Contromemoriale, cit. pag. 686) alla notizia dell'attacco, «a chi conosceva la legge di guerra si fermò il cuore in petto»
  128. ^ Andrae 1997, pp. 120-121, scrive che i tedeschi avevano reagito «minacciando dure rappresaglie» e che la proporzione "dieci a uno" «corrisponde all'uso nei territori di competenza del comandante in capo del fronte sud-ovest». Dunque, secondo tale autore, la minaccia quantomeno doveva essere nota.
  129. ^ Per un esempio di questa tesi, Giorgio Angelozzi Gariboldi "ritengo che l'obiettivo degli attentatori di via Rasella fosse quello di provocare la reazione della popolazione romana, ma conseguente a una rappresaglia tedesca perché sennò non avrebbe avuto senso. La popolazione romana non dico che fosse indifferente, ma aveva problemi di alimentazione, paure per questi tedeschi che per le vie di Roma potevano da un momento all'altro, senza avvertire, trasportare in Germania uomini adatti al lavoro, e comunque la popolazione romana era stanca della guerra, non vedeva l'ora che arrivassero a Roma gli Alleati, non vedeva l'ora che finisse la guerra e quindi, nei confronti dei tedeschi, degli occupanti tedeschi, aveva un atteggiamento se non di tolleranza, neanche di forte insofferenza. ", vedi [5]
  130. ^ Pierangelo Maurizio, Via Rasella, cinquant'anni di menzogne, Maurizio Edizioni, Roma 1996 et al.
  131. ^ a b Massimo Caprara, La «strage cercata» di via Rasella, in "Il Timone", anno 6 (2004) aprile, n. 32, p. 26-27.
  132. ^ Per esempio F. Andrae, in op. cit. pag. 120
  133. ^ Via Rasella: la storia per sentenza giudiziaria e un mistero che dura da sessant’anni di Pierangelo Maurizio - su Il Giornale del 10 agosto 2007
  134. ^ Quinta colonna trotskista in l'Unità, gennaio 1944, n. 7.
  135. ^ L'uso politico di via Rasella
  136. ^ Marisa Musu, Ennio Polito, Roma ribelle, Teti editore, Milano, 1999, pagg. 327-342
  137. ^ Portelli 1999, p. 329.
  138. ^ Portelli 1999, pp. 172 e 407.
  139. ^ Sentenza del Tribunale Territoriale Militare di Roma n. 631 del 20 luglio 1948. Cfr. il testo della sentenza; cit:
    « Secondo il diritto internazionale (art. 1 della Convenzione dell'Aia del 1907) un atto di guerra materialmente legittimo può essere compiuto solo dagli eserciti regolari ovvero da corpi volontari, i quali ultimi rispondano a determinati requisiti, cioè abbiano alla loro testa una persona responsabile per i suoi subordinati, abbiano un segno distintivo fisso e riconoscibile a distanza e portino apertamente le armi. Ciò premesso, si può senz'altro affermare che l'attentato di Via Rasella, qualunque sia la sua materialità, è un atto illegittimo di guerra per essere stato compiuto da appartenenti ad un corpo di volontari il quale, nel marzo 1944, non rispondeva ad alcuno degli accennati requisiti »
  140. ^ Seconda Convenzione dell’Aia del 18 ottobre 1907, articolo IV "Leggi e costumi di guerra terrestre", annesso "Regolamenti relativi alle leggi ed ai costumi della guerra terrestre", sezione I, capitolo I, articolo 1. Cfr. testo in inglese o in francese.
  141. ^ Sentenza del Tribunale Supremo Militare di Roma n.1714, del 25 ottobre 1952, p.67. Cfr. il testo della sentenza, cit (pagina 67):
    « L'attentato di Via Rasella, alla luce delle norme di diritto internazionale, si pone in termini di rigorosa linearità: la sua qualificazione non può essere altro che quella di un atto di ostilità a danno di forze militari occupanti commesso da persone che non hanno la qualità di legittimi belligeranti »
    .
  142. ^ Sentenza delle Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione n.36 del 19 dicembre 1953, Cfr.[6]
  143. ^ Sentenza del Tribunale Supremo Militare di Roma in data 25 ottobre 1960. Cfr. [7]
  144. ^ Sentenza della Corte Suprema di Cassazione n.1560 del 23 febbraio 1999. Vedi: [8]
  145. ^ Veniva citata la sentenza n.1711 [sic] in data 25 ottobre 1952 del Tribunale Supremo Militare - in realtà la sentenza n.1714 - ma riportando erroneamente come "commesso da persone che hanno la qualità di legittimi belligeranti" la frase che in realtà riportava l'affermazione "commesso da persone che non hanno la qualità di legittimi belligeranti"
  146. ^ "Repubblica" online del 7 agosto 2007, "Cassazione: 'Via Rasella fu atto di guerra' - Il Giornale condannato per diffamazione"
  147. ^ la sentenza della Cassazione, 6 agosto 2007
  148. ^ All'interno della rivista Storia in rete del settembre 2007 fu pubblicata un'intervista all'ambasciatore Roberto Caracciolo, testimone di aver veduto un bando tedesco, affisso però solo nelle bacheche degli uffici tedeschi e non nelle pubbliche strade.
  149. ^ I partigiani di via Rasella non furono 'massacratori' - Adnkronos Cronaca

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Filmografia[modifica | modifica sorgente]

Opere teatrali[modifica | modifica sorgente]

  • Ascanio Celestini, Radio Clandestina. Memoria delle Fosse ardeatine. Roma, Donzelli Editore, 2005 (testo e DVD; con un'introduzione di Alessandro Portelli). ISBN 978-88-7989-920-8.
  • Paolo Buglioni, TRECENTOTRENTACINQUE, testo messo in scena con il contributo del Comune di Roma nel piazzale degli ex Mercati Generali di Roma il 24 marzo 2004, sessantesimo anniversario dell'eccidio

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]