Attentato di via Rasella

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Coordinate: 41°54′09.84″N 12°29′20.41″E / 41.902734°N 12.489004°E41.902734; 12.489004

Via Rasella nell'aprile 2007. La via si trova nel pieno centro storico di Roma, nel rione Trevi; congiunge via delle Quattro Fontane (a fianco di palazzo Barberini) con via del Traforo, e prende il nome "dalla proprietà che ivi esisteva della famiglia Raselli"[1]

L'attentato di via Rasella (noto anche come attacco di Via Rasella[2][3][4][5][6]) fu un'azione partigiana condotta il 23 marzo 1944 a Roma dai Gruppi di Azione Patriottica contro un reparto delle truppe di occupazione tedesche, il Polizeiregiment "Bozen" (reggimento di polizia "Bolzano").

L'azione si svolse nell'ambito della lotta di liberazione nazionale condotta contro il nazifascismo[7] e causò un totale di 42 morti tra i soldati tedeschi, di cui 32 nell'immediatezza e un trentatreesimo nelle ore appena successive e gli altri in seguito; nell'azione persero la vita anche due civili italiani e almeno altri quattro sotto il fuoco di reazione tedesco[8][9]. Seguì la rappresaglia tedesca consumata con l'eccidio delle Fosse Ardeatine.

Il contesto storico[modifica | modifica sorgente]

Carro armato tedesco Tiger I di fronte all'Altare della Patria, febbraio 1944

L'attentato di via Rasella e l'eccidio delle fosse Ardeatine sono due degli episodi più drammatici e sanguinosi dell'occupazione tedesca di Roma.

Con l'armistizio dell'8 settembre 1943 e la fuga del re e del governo, Roma divenne teatro di una battaglia contro i tedeschi, cui era indispensabile il possesso delle sue strade e dei ponti sul Tevere per arrestare l'avanzata alleata incedente da Sud[10]. Nei combattimenti di quei giorni[11] caddero 414 militari e 183 civili italiani[12]. Dopo aver subito alcune perdite, i tedeschi si impadronirono in breve della capitale[13]. Roma passò nominalmente sotto il governo della Repubblica Sociale Italiana, costituito il 23 settembre 1943, ma di fatto era nelle mani delle autorità militari tedesche[14]. Il clima politico e i sentimenti della popolazione si orientarono in direzione antifascista ed antinazista[15].

La città era stretta fra gli attacchi aerei alleati e l'occupazione tedesca. Fin dall'armistizio si erano formati gruppi antifascisti armati[16], in particolare quelli di ispirazione troskista ("Bandiera Rossa") e militare ("Centro X") agli ordini del maggiore Brandimarte e del colonnello Montezemolo. Quest'ultimo il 10 dicembre 1943 diramò l'Ordine 333 Op., il cui punto 9 ("organizzazione ed azione delle bande") comandava l'adozione di forme di resistenza basate sulla propaganda e l'ostruzionismo, poiché «Nelle grandi città la gravità delle conseguenti possibili rappresaglie impedisce di condurre molto attivamente la guerriglia»[17]. La città inoltre era un crocevia per tutte le principali organizzazioni di spionaggio dei belligeranti[18].

I tedeschi, ben consci del valore politico di Roma, con la presenza del Vaticano, tentarono di far fruttare propagandisticamente la pur solo formale e mai riconosciuta dichiarazione di "città aperta"[19] emessa da quel governo (Badoglio) che, dall'ottobre 1943, era in guerra contro di loro. Allo scopo, fu evitata un'intensa militarizzazione, facendo passare il grosso dei rifornimenti destinati al fronte ai margini dell'Urbe[20], mantenendo all'interno della cerchia cittadina reparti di polizia, polizia militare (Feldgendarmerie) e SS-Polizei (Abt. IV e VI), nonché truppe di comando e servizi.

Lo sbarco di Anzio cambiò il quadro tattico; il 22 gennaio 1944, l'intera provincia di Roma fu dichiarata "zona di operazioni"[21] e capo della Gestapo di Roma, gestore dell'ordine pubblico, divenne l'ufficiale delle SS Herbert Kappler[22][23]. Kappler pianificò frequenti rastrellamenti, arrestò numerosi sospetti antifascisti, organizzò in Via Tasso un centro di detenzione e tortura, creò nella città un clima di terrore. Le forze di polizia tedesche, italiane e le "bande"[24], lanciarono in fasi successive una campagna di rastrellamento della città, talora violando le extraterritorialità vaticane in cui avevano trovato ospitalità centinaia di esponenti dell'antifascismo ed ebrei. Tali operazioni portarono alla decapitazione delle formazioni partigiane romane, in particolare "Bandiera Rossa" e il "Fronte Militare Clandestino", i cui esponenti[25] furono rinchiusi in diverse prigioni.

Dopo tali operazioni, i GAP (formati principalmente da uomini del PCI[26][27][28]) rimasero l'unica formazione partigiana ad avere ancora capacità operative a Roma e, continuando la guerra parallela allo sforzo alleato, intensificarono le proprie attività per attaccare militarmente l'occupante. Di rilievo tra le altre l'azione del 19 dicembre 1943, quando penetrarono in zona di alta sicurezza e fecero esplodere ordigni contro l'Hotel Flora, sede del Tribunale Militare germanico. I due comandanti dei GAP centrali, dai quali dipendeva la rete clandestina, Franco Calamandrei detto "Cola" e Carlo Salinari detto "Spartaco", ebbero così un ruolo decisivo nella preparazione dell'attacco che si decise di condurre a via Rasella contro un numeroso reparto tedesco.

Ordine di operazione[modifica | modifica sorgente]

10 settembre 1943: I Granatieri di Sardegna cercano di contrastare i soldati tedeschi presso porta San Paolo

Giorgio Amendola[29] rappresentante del Partito Comunista Italiano presso la giunta militare del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), dichiarò di aver ideato l'azione partigiana[30]. Gli altri membri della giunta, Riccardo Bauer (PdA), Manlio Brosio (PLI), Mario Cevolotto (DL), Sandro Pertini (PSIUP) e Giuseppe Spataro (DC), non furono informati preventivamente del piano, come da consuetudine e per «ragioni di sicurezza cospirativa», secondo quanto dichiarato dallo stesso Amendola.

Nel dopoguerra Amendola dichiarò inoltre[30] di aver scelto personalmente il Polizei-Regiment "Bozen" come obiettivo, avendo notato la quotidiana puntualità del reggimento nel passare per via Rasella di ritorno dalle esercitazioni di addestramento a piazzale Flaminio[31]. Successivamente fu dato ordine al comando dei Gruppi di Azione Patriottica, formazioni partigiane esclusivamente dipendenti dal PCI e con rapporti solo indiretti con il CLN[32], di progettare l'attentato nei particolari operativi. Anni dopo ricordò:

« L'azione di via Rasella nacque perché sostando parecchie ore in piazza di Spagna, mi accorsi che ogni giorno il plotone tedesco della formazione "Bozen" passava alla stessa ora, con precisione teutonica. Passava cantando, quasi a sottolineare la sicurezza delle forze d'occupazione. Come comandante delle Brigate Garibaldi, decisi che fosse questo plotone l'obiettivo di una azione di carattere anche politico. Diedi al comando dei GAP l'ordine di eseguire l'attacco. Non entrai nei particolari per ragioni cospirative: spettava a loro scegliere il giorno e l'ora. Mi limitai a dare le disposizioni generali e a indicare anche il punto dell'esplosione: via Rasella[33]»

Il "Bozen" fu scelto quindi come obiettivo perché in base alle osservazioni era ritenuto il reparto tedesco più facile da colpire[34].

Circostanze degli eventi[modifica | modifica sorgente]

1944: Artiglieria antiaerea tedesca nei pressi di Castel Sant'Angelo, nel pieno centro di Roma. I tedeschi avevano all'epoca più volte falsamente affermato che la città fosse indifesa.

La data scelta per l'attacco, il 23 marzo 1944, fu scelta non casualmente onde farla coincidere con il XXV anniversario della fondazione dei Fasci Italiani di Combattimento.

Per l'occasione i fascisti - sotto la guida del segretario locale del Partito fascista repubblicano Giuseppe Pizzirani - avevano programmato una solenne commemorazione da tenersi presso il Teatro Adriano, in piazza Cavour. L'adunata fu annullata per ordine del comandante militare tedesco della piazza di Roma, il tenente generale della Luftwaffe Kurt Mältzer, timoroso del possibile scoppio di incidenti e deciso ad evitarli. Infatti, in seguito all'azione partigiana gappista in Via Tomacelli del 10 marzo, ove fu attaccato un corteo di fascisti, il comando tedesco vietò ai fascisti repubblicani di svolgere manifestazioni pubbliche.

L'attacco in via Rasella avrebbe dovuto svolgersi in concomitanza con un'altra azione da compiersi al Teatro Adriano, in occasione della suddetta manifestazione, ma in seguito allo spostamento di quest'ultima al chiuso, presso il Ministero delle Corporazioni in Via Veneto, l'azione stessa fu annullata.

I fatti[modifica | modifica sorgente]

Già nei giorni precedenti il 23 marzo il Comando centrale garibaldino aveva notato il transito di una compagnia tedesca di Ordnungspolizei che, dopo essere entrata da Porta del Popolo provenendo dal Flaminio, imboccava via del Babuino dirigendosi verso via del Tritone. Qui, costeggiando l'imbocco del traforo, all'epoca occupato dagli sfollati, entrava in via Rasella e, proseguendo, giungeva al Viminale (già sede del Ministero dell'Interno, dal dicembre del 1943 trasferito a Salò) dove era acquartierata.

Per alcuni giorni furono studiati gli spostamenti di questi soldati, che percorrevano in tenuta di guerra le strade di Roma cantando, preceduti e seguiti da pattuglie motorizzate munite di mitragliatrice pesante.

Si trattava della 11ª compagnia del III Battaglione del Polizei-Regiment "Bozen", composta da 156 uomini tra ufficiali, sottufficiali e truppa, altoatesini arruolati nella polizia in seguito all'occupazione tedesca dopo il 1º ottobre 1943 delle province di Bolzano, Trento e Belluno (riunite nel cosiddetto "Alpenvorland", sul quale la sovranità della RSI era nominale)[35].

In seguito ai diversi appostamenti, si appurò che tale compagnia percorreva quotidianamente lo stesso tratto di strada alla stessa ora (verso le due del pomeriggio) e che il punto migliore per attaccarla sarebbe stata appunto via Rasella, una strada in salita poco frequentata, scelta, oltre che per creare un imbottigliamento alla compagnia, anche per la scarsa presenza di botteghe e portoni, che portava ad uno scarso transito di civili.

Per l'esecuzione dell'attacco furono impiegati i GAP centrali che già dal periodo successivo all'8 settembre 1943 avevano compiuto numerose azioni di guerriglia urbana nella zona del centro storico. I partigiani che avrebbero partecipato all'azione sarebbero stati numerosi: uno di essi, travestito da spazzino, al segnale convenuto avrebbe dovuto innescare un ordigno nascosto all'interno di un carrettino della nettezza urbana, mentre gli altri, ad esplosione avvenuta, avrebbero dovuto attaccare con pistole e bombe a mano la compagnia.

Il compito di far brillare l'esplosivo fu affidato al partigiano Rosario Bentivegna ("Paolo"), studente in medicina, il quale il 23 marzo travestito da spazzino partì dal deposito gappista nei pressi del Colosseo verso via Rasella, con il carretto contenente l'ordigno. Dopo essersi appostato ed aver atteso circa due ore in più, rispetto alla consueta ora di transito della compagnia nella via, alle 15:52 accese con il fornello di una pipa la miccia, preparata per innescare l'esplosione dopo circa 50 secondi, tempo necessario ai tedeschi per percorrere il tratto di strada compreso tra il punto a valle usato per la segnalazione ed il carretto, posizionato in alto davanti a Palazzo Tittoni.

Subito dopo l'esplosione due squadre dei GAP, una composta da sette uomini l'altra da sei, sotto il comando di Franco Calamandrei detto "Cola" e Carlo Salinari detto "Spartaco", lanciarono bombe a mano e fecero fuoco sui sopravvissuti all'esplosione.

Modalità di azione[modifica | modifica sorgente]

Militare tedesco in via Rasella immediatamente dopo l'attentato

Il Salinari ha in seguito testimoniato che i partigiani erano così disposti:
Bentivegna accanto al carretto, Carla Capponi (che aveva un impermeabile nascosto, da mettere addosso allo stesso Bentivegna per coprirne la divisa da spazzino, ed una pistola sotto i vestiti), in cima alla via; Fernando Vitagliano, Francesco Curreli, Raul Falcioni, Guglielmo Blasi ed altri, vicino al Traforo; nei pressi Silvio Serra; all'angolo di via del Boccaccio si trovava Franco Calamandrei. Alcuni altri gappisti erano sistemati per coprirne la fuga[36].

Calamandrei si tolse il copricapo (segnale per avvisare Bentivegna che i tedeschi si stavano avvicinando e che quindi doveva accendere la miccia ed allontanarsi velocemente). Immediatamente dopo l'esplosione, gli altri partigiani raggiunsero Calamandrei per eseguire il lancio delle bombe a mano e colpire i militari con colpi di pistola[37]. L'effetto fu dirompente, in quanto i militari del "Bozen" avevano tutti cinque o sei bombe attaccate alla cintola, che esplosero causando una reazione a catena[38].

Nell'immediatezza dell'evento rimasero uccisi 32 militari tedeschi e 110 rimasero feriti, oltre a 2 vittime civili. Dei feriti, uno morì poco dopo il ricovero, mentre era in corso la preparazione della rappresaglia, che fu dunque calcolata in base a 33 vittime germaniche. Nei giorni seguenti sarebbero deceduti altri militari feriti, portando così a 42 il totale dei caduti, almeno secondo la relazione di un consulente tecnico di parte, acquisita dalla I Sezione penale della Corte di Cassazione, agli atti della sentenza n. 1560/99[39]. Non sono note le generalità delle vittime germaniche eccedenti il numero dei primi 33 deceduti. Almeno altri quattro italiani sono rimasti uccisi sotto il fuoco tedesco nelle sparatorie successive all'attacco[8][9].

Il Polizei-Regiment "Bozen"[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Polizeiregiment "Bozen".

I membri del Polizeiregiment "Bozen" (Reggimento di polizia "Bolzano", dal 16 aprile 1944 SS-Polizeiregiment "Bozen"[40]) vennero reclutati, all'inizio dell'occupazione tedesca dell'Alto Adige fra gli "optanti", salvo poi il successivo (dal gennaio '44) ricorso alla coscrizione[41][42]. Il "Bozen" era costituito da soldati addestrati[43] e viene descritto da Giorgio Amendola, organizzatore dell'attacco, come un "battaglione di gendarmeria" che transitava in Via Rasella "in pieno assetto da guerra"[30]. All'indomani dell'attentato superstiti del reparto rifiutarono di compiere la rappresaglia, che sarebbe loro toccata "per tradizione".[43]

Le caratteristiche del "Bozen" rappresentano uno dei vari aspetti controversi dell'attentato di via Rasella: per questo motivo, nell'ambito delle decennali polemiche sull'argomento, sono state tratteggiate descrizioni del reggimento tra loro notevolmente difformi, in cui la capacità offensiva e il grado di adesione al nazismo dei suoi uomini sono enfatizzati[44] o al contrario minimizzati[45], rispettivamente per affermare o negare la legittimità morale e l'efficacia militare dell'azione partigiana.

Bilancio dell'attacco[modifica | modifica sorgente]

Vittime di via Rasella[modifica | modifica sorgente]

Militari (Forze Armate tedesche)[modifica | modifica sorgente]

Lista dei 33 soldati del Polizeiregiment "Bozen" rimasti uccisi sul posto dalla deflagrazione[39][46]

  1. Andergassen Karl, nato nel gennaio 1914 a Kaltern (Caldaro)
  2. Bergmeister Franz, nato nel settembre 1906 a Kastelruth (Castelrotto)
  3. Dissertori Josef, nato nel giugno 1913 a Eppan (Appiano sulla Strada del Vino)
  4. Eichner Georg, nato nell'aprile 1902 a Sarnthein (Sarentino)
  5. Erlacher Jakob, nato nel luglio 1901 a Enneberg (Marebbe)
  6. Fischnaller Friedrich, nato nel novembre 1902 a (?)
  7. Fischnaller Johann, nato nel novembre 1904 a Mühlbach (Rio di Pusteria)
  8. Frötscher Eduard, nato nel dicembre 1912 a Latzfons (frazione di Chiusa)
  9. Haller Vinzenz nato il (?) a Ratschings (Racines)
  10. Kaspareth Leonhard, nato nel gennaio 1915 a Kaltern (Caldaro)
  11. Kaufmann Johann, nato nell'ottobre 1913 a Welschnofen (Nova Levante)
  12. Matscher Anton, nato nel giugno 1912 a Brixen (Bressanone)
  13. Mittelberger Anton, nato nel novembre 1907 a Gries di Bolzano
  14. Moser Michael, nato nel settembre 1904 a Kitzbühel (Austria)
  15. Niederstätter Franz, nato nel giugno 1917 ad Aldein (Aldino)
  16. Oberlechner Eugen, nato nell'aprile 1908 a Mühlwald (Selva dei Molini)
  17. Oberrauch Mathias, nato nell'agosto 1910 a Bolzano
  18. Palla Paul (o Paulinus), nato il 31 dicembre 1915 a Buchenstein (Livinallongo del Col di Lana)
  19. Pescosta Augustin (o August), nato nel maggio 1912 a Colfosco
  20. Profanter Daniel, nato nel maggio 1915 ad Andrian (Andriano)
  21. Raich Josef, nato nel dicembre 1906 a St. Martin (San Martino)
  22. Rauch Anton, nato nell'agosto 1910 a Völs (Fiè allo Sciliar)
  23. Rungger Engelbert, nato nel dicembre 1907 a Welschellen (frazione Rina di Marebbe)
  24. Schweigl Johann, nato nell'agosto 1908 a St. Leonbach (Sankt Leonhard in Passeier?)
  25. Seyer Johann, nato il 3 giugno 1904 a Gais
  26. Spiess Ignatz, nato il 4 luglio 1911 a Schweinsteg (frazione Sant'Orsola di San Leonardo in Passiria)
  27. Spögler Eduard, nato l'11 luglio 1908 a Sarnthein (Sarentino)
  28. Stecher Ignatz, nato l'11 maggio 1911 a Schluderns (Sluderno)
  29. Stedile Albert, nato il 26 giugno 1915 a Bolzano
  30. Steger Josef, nato il 10 agosto 1908 a (?)
  31. Tschigg Hermann, nato nel 1911 a St. Pauls (frazione di Appiano sulla Strada del Vino)
  32. Turneretscher Fidelius, nato il 19 gennaio 1914 ad Untermoi (frazione Antermoia di San Martino in Badia)
  33. Wartbichler Josef, nato nel novembre 1907 a (?).

Altri soldati morirono successivamente per le ferite riportate.[8] Kappler, negli atti del processo a suo carico, indica un totale di 42 caduti, cifra però non suffragata da documenti.[47] Lo stesso numero viene però confermato nelle memorie del generale Siegfried Westphal, all'epoca dei fatti capo di stato maggiore presso il comando del fonte sud-ovest.[48]

Civili (italiani) caduti nell'immediatezza dell'azione[modifica | modifica sorgente]

  1. Zuccheretti Pietro - anni 13
  2. Non identificato forse Chiaretti Antonio - anni 48[8]

Civili (italiani) caduti sotto il fuoco tedesco successivamente all'azione[modifica | modifica sorgente]

  1. Baglioni Annetta - anni 66
  2. Chiaretti Antonio - anni 48 (da alcune fonti ritenuto il non identificato di cui sopra)[8][9]
  3. Di Marco Pasquale - anni 34 anni
  4. Rossetti Erminio, autista del questore Pietro Caruso, giunto sul posto ed ucciso perché scambiato per partigiano[8].

Rastrellamento dopo l'attentato[modifica | modifica sorgente]

Immediatamente dopo la cessazione dei combattimenti in via Rasella, i superstiti del "Bozen" - coadiuvati da altre forze tedesche e fasciste affluite sul posto - iniziarono a rastrellare la popolazione della zona circostante, arrestando abitanti e passanti; i rastrellati furono allineati sotto la minaccia delle armi contro la cancellata di accesso a Palazzo Barberini e quindi condotti in parte presso l'intendenza della PAI, in parte presso il palazzo del Viminale[49]. In particolare, nelle cantine del Viminale furono ammassate circa 300 persone e trattenute per accertamenti sino alla mattina successiva; dieci di questo gruppo furono poi uccisi alle Fosse Ardeatine[50].

Riepilogo delle sentenze[modifica | modifica sorgente]

Via Rasella, dettaglio (aprile 2007)
  • All'interno della sentenza di condanna del 20 luglio 1948, emessa contro Herbert Kappler e altri coimputati per la strage delle Fosse Ardeatine, il Tribunale Territoriale Militare di Roma negava la qualifica di legittima azione di guerra dell'attentato di Via Rasella, in quanto non commesso da "legittimi belligeranti"[51]. I partigiani autori dell'attentato non avrebbero infatti rispettato tutti i requisiti previsti dalla Convenzione dell'Aja del 18 ottobre 1907 per il riconoscimento della qualifica di legittimi belligeranti anche ai civili organizzati in corpi di volontari, ossia essere comandati da una persona responsabile per i propri subordinati, indossare un segno di riconoscimento fisso riconoscibile a distanza, portare le armi apertamente e condurre le operazioni secondo le leggi ed i costumi di guerra[52].
  • La mancanza di tali requisiti veniva confermata il 25 ottobre 1952 anche dal Tribunale Supremo Militare, all'interno della sentenza di rigetto del ricorso presentato da Kappler contro la condanna[53].
  • Le Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione, con sentenza n.36 del 19 dicembre 1953, ribadendo la sentenza del 1952 del Tribunale Supremo Militare di Roma, dichiararono inammissibile il ricorso di Kappler avverso alla sentenza, anche perché lo stesso Kappler fece arrivare comunicazione di rinuncia al ricorso[54]
  • Il Tribunale Supremo Militare di Roma con sentenza in data 25 ottobre 1960 respinse il ricorso presentato da Kappler affinché le 15 uccisioni in più delle Fosse Ardeatine fossero considerate reato almeno in parte "politico", al fine di poter rientrare nei termini dell'amnistia[55].
  • Con l'ordinanza del 16 aprile 1998, il giudice per le indagini preliminari di Roma disponeva l'archiviazione del procedimento penale a carico di Rosario Bentivegna, Carla Capponi e Pasquale Balsamo, iniziato a seguito di una denuncia presentata da alcuni parenti delle vittime civili dell'attacco. Il Giudice escludeva la qualificazione dell'atto come legittima azione di guerra, ravvisando tutti gli estremi oggettivi e soggettivi del reato di strage, altresì rilevando tuttavia l'estinzione del reato a seguito dell'amnistia prevista dal decreto 5 aprile 1944 per tutti i reati commessi "per motivi di guerra".
  • Decidendo con sentenza n.1560/99[56] sul ricorso presentato da Bentivegna, Balsamo e Capponi, la prima sezione penale della Corte di Cassazione annullava la precedente ordinanza, affermando per la prima volta in sede penale la natura di legittimo atto di guerra dell'attacco di Via Rasella sulla base di due motivazioni. La prima si basava semplicemente sulla erronea lettura di una precedente sentenza[57]. La seconda motivazione, indipendente dalla prima, faceva riferimento al decreto legislativo luogotenenziale n. 194 del 1945, successivo all'amnistia, che ha escluso la natura di reato, inserendola tra gli atti di guerra ad ogni «operazione compiuta dai patrioti per la necessità di lotta contro i tedeschi e i fascisti nel periodo dell'occupazione fascista. La legittimità dell'azione, per la Suprema Corte, deve essere pertanto valutata nel suo complesso, senza che sia possibile scinderne le conseguenze a carico dei militari tedeschi che ne costituivano l'obiettivo da quelle coinvolgenti i civili che ne rimasero vittima, in rapporto alla sua natura di "azione di guerra"».
  • Il 7 agosto 2007 la Cassazione ha confermato la condanna al risarcimento inflitta dalla Corte d'appello di Milano al quotidiano Il Giornale per diffamazione ai danni di Rosario Bentivegna[58][59]. La Corte, partendo dalla qualificazione dell'attacco come legittimo atto di guerra rivolto a colpire esclusivamente i militari occupanti, ha ritenuto che alcune affermazioni contenute in articoli pubblicati dal quotidiano milanese nel 1996, per i Supremi Giudici tendenti a parificare le responsabilità degli esecutori dell'attacco di Via Rasella e dei comandi nazisti nella causazione della strage delle Fosse Ardeatine, erano gravemente lesive dell'onorabilità personale e politica del Bentivegna. Le affermazioni del Giornale furono:
    • che il Battaglione "Bozen" fosse costituito interamente da cittadini italiani, mentre per la Cassazione facendo parte dell'esercito tedesco, i suoi componenti erano sicuramente altoatesini che avevano optato per la cittadinanza germanica.
    • che i componenti del "Bozen" fossero «vecchi militari disarmati», mentre per la Cassazione essi erano «soggetti pienamente atti alle armi, tra i 26 e i 43 anni, dotati di sei bombe e "machine­pistolen"».
    • che le vittime civili fossero sette, mentre per la Cassazione nessuno mette più in discussione che furono due.
    • che dopo l'attacco erano stati affissi manifesti in cui si intimava ai responsabili dell'attacco di consegnarsi per evitare una rappresaglia ma, per la Corte l'asserzione trova puntuale smentita nel fatto che la rappresaglia delle Fosse Ardeatine era iniziata circa 21 ore dopo l'attacco, e soprattutto nella direttiva del Minculpop la quale disponeva che si tenesse nascosta la notizia di Via Rasella, che venne effettivamente data a rappresaglia già avvenuta[60].
  • Il 22 luglio 2009 la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di Elena Bentivegna (figlia di Carla Capponi e Rosario Bentivegna) contro il quotidiano Il Tempo che aveva pubblicato un articolo dove gli autori dell'attacco di via Rasella venivano definiti "massacratori di civili". La sentenza ha stabilito che l'epiteto utilizzato è lesivo della dignità dei partigiani e per questo diffamatorio, in quanto quello di via Rasella fu "legittimo atto di guerra contro il nemico occupante".[61]

Controversie[modifica | modifica sorgente]

In sede processuale la Corte di Cassazione ha definito l'attacco di via Rasella come un "legittimo atto di guerra rivolto contro un esercito straniero occupante e diretto a colpire unicamente dei militari", affermando anche che è "lesiva dell'onorabilità politica e personale" di Rosario Bentivegna "la non rispondenza a verità di circostanze non marginali come l'ulteriore parificazione tra partigiani e nazisti con riferimento all'attentato di via Rasella e l'assimilazione tra Erich Priebke e Rosario Bentivegna".

Le controversie storiche e politiche sulla legittimità morale dell'attacco, sulle sue finalità e sulle sue modalità d'esecuzione continuano a protrarsi nel tempo, ritrovando vigore ogni qual volta l'argomento venga portato alla ribalta dalla pubblicazione di nuovi studi o dal dibattito politico, rendendolo uno degli eventi più discussi della Resistenza italiana[62]. Lo storico Gabriele Ranzato ha definito quella di via Rasella «una storia infinita, una contesa inesauribile di ambito nazionale che si ridesta ad ogni occasione con rinnovata animosità»[63].

La "rappresaglia evitabile"[modifica | modifica sorgente]

Alcuni hanno sostenuto che la rappresaglia si sarebbe potuta evitare[64]. Lo storico Paolo Simoncelli ha riportato in un suo articolo la testimonianza del medico Vittorio Claudi (m. 2006) che avrebbe visto un manifesto in Piazza Verdi (Roma) nel quale vi sarebbe stata una richiesta di consegna da parte del comando tedesco[65] prima di effettuare il massacro. Tuttavia i tedeschi non attesero le canoniche 24 ore prima di dare inizio al massacro[66].

Lo storico Roberto Roggero, in Oneri e onori, fa peraltro notare come «nulla garantisce che se gli autori dell'attentato si fossero presentati all'autorità tedesca, la rappresaglia non sarebbe comunque stata messa in atto»[67]. Mentre, ad esempio, la rappresaglia è stata evitata nel caso di Salvo D'Acquisto, che pur innocente si era accusato responsabile della morte di alcuni soldati tedeschi; in un altro caso, quello di Vincenzo Giudice, nonostante egli si fosse consegnato, la rappresaglia era stata effettuata causando la morte di 71 persone, fra le quali molti bambini.

Tali questioni si posero fin dal processo per le Fosse Ardeatine a carico del tenente colonnello Kappler presso il Tribunale Militare di Roma, il 20 luglio 1948. Kappler, in tale occasione, dichiarò che «se i responsabili si fossero presentati entro 24 ore dall'accaduto, la rappresaglia sarebbe stata evitata». Rosario Bentivegna, presente in aula in qualità di testimone, fu contestato da alcuni famigliari dei fucilati delle Fosse Ardeatine, i quali lo accusarono di non aver evitato la rappresaglia consegnandosi ai tedeschi. Bentivegna si difese immediatamente affermando che i tedeschi non richiesero la consegna degli autori dell'attacco, e che non era certo che la sua consegna avrebbe evitato la rappresaglia»[67].

In precedenza, tuttavia, il feldmaresciallo tedesco Albert Kesselring, in data 15 novembre 1946, sentito come testimone al processo contro i generali Mackensen e Mältzer, a domanda rispose:

« "Ma voi avreste potuto dire: Se la popolazione romana non consegnerà entro un dato termine il responsabile dell'attentato io fucilerò dieci romani per ogni tedesco ucciso?"

Kesselring: "Ora in tempi tranquilli, dopo tre anni passati, devo dire che l'idea sarebbe stata molto buona".
"Ma non lo faceste".
Kesselring: "No, non lo feci"[68]»

La sentenza della Cassazione del 2007 ha confermato il fatto che nessuna richiesta di consegna degli autori dell'attacco per evitare la rappresaglia fosse stata affissa dalle autorità di occupazione.
Un manifesto che dimostra l'avvenuta rappresaglia al momento in cui uscì la stampa che intimava ai responsabili la propria consegna per evitarla, è conservato nel Museo storico della Liberazione di via Tasso a Roma[frase poco chiara; non si capisce cosa ci sia scritto in questo manifesto].

L'attacco "inutile" o "controproducente"[modifica | modifica sorgente]

Secondo questa tesi, i 156 uomini della 11ª compagnia del 3º Battaglione "Bozen" al comando del maggiore Hellmuth Dobbrick non erano nulla più che un reparto di polizia[69] (ancorché dipendente dalle SS) formato da riservisti altoatesini che avevano optato per la cittadinanza tedesca, impiegato a Roma con compiti di semplice vigilanza urbana[70], in quel momento impegnato in periodo addestrativo[71]. Pertanto il risultato dell'attacco sarebbe stato militarmente inutile[72].
Tuttavia ai sensi del Codice penale militare di guerra italiano in vigore dal 1 ottobre 1941 le forze di polizia rientravano nella qualifica di militari[73] e di conseguenza analoghi reparti di paesi nemici occupanti militarmente il territorio nazionale erano anche essi da considerare formazioni militari e, in quanto tali, obiettivi legittimi di un'azione militare[la norma include solo due specifiche forze di polizia (MVSN e PAI), non tutte le forze di polizia in generale].

Viene anche sottolineato dai critici come nell'attentato furono coinvolti anche civili italiani: l'esplosione non uccise solo trentatré militari tedeschi, ma anche due civili italiani (di cui un ragazzino di 13 anni), ferendone anche altri quattro (secondo altre fonti le vittime furono 7, o addirittura 10. La Cassazione tuttavia ha stabilito il numero in due[74].). Tuttavia ai famigliari dei due civili morti nell'attacco non è mai stato riconosciuto alcun risarcimento dalla magistratura italiana, in quanto l'attacco è stato successivamente catalogato come legittimo atto di guerra.

Secondo altri, "l'attacco pregiudicò la Resistenza romana e Roma stessa"[senza fonte]: ben lungi dal migliorare le condizioni della popolazione romana, l'attacco inferocì tedeschi e fascisti che, per questo, avrebbero accresciuto la repressione sulla Resistenza e sui civili.

La questione fu riaperta nel giugno del 1980, quando Marco Pannella affermò pubblicamente che, secondo le informazioni da lui raccolte, «gran parte dei quadri antifascisti e anche comunisti non direttamente organizzati dal PCI e lo stesso comando ufficiale della resistenza romana erano contrari all'ipotesi dell'azione terroristica»' e sempre Pannella definì via Rasella come «un atto di terrorismo» paragonandolo ad un'azione delle Brigate Rosse[75]. Ne nacque una feroce querelle con Giorgio Amendola e Antonello Trombadori, che era stato il fondatore e il comandante generale dei GAP romani, anche se, al momento dell'azione, si trovava recluso a Regina Coeli. I protagonisti finirono in tribunale e la polemica durò a lungo.

L'agente segreto statunitense Peter Tompkins, operante in Roma al momento dell'attentato, di cui venne a conoscenza soltanto dopo la sua esecuzione, pur essendo in contatto con i capi della Resistenza romana (Amendola, Giuliano Vassalli, Riccardo Bauer), così si esprime nel libro autobiografico Una spia a Roma: «La prima cosa che pensammo fu che non c'era nessuna utilità nell'uccisione di trenta poliziotti militari tedeschi. Perché piuttosto non avevano rischiato la pelle in un assalto a via Tasso? perché non avevano scelto come bersaglio Kappler e la sua banda di macellai? Chissà quale sarebbe stata adesso la reazione dei tedeschi: di certo non era un buon auspicio per il movimento clandestino della città. Quello che ci rattristò di più fu l'ottima esecuzione e la precisione dell'attacco, la cui organizzazione appariva vicina alla perfezione!»[76].

Nel 2012, in occasione della morte di Rosario Bentivegna, lo storico Alessandro Portelli, autore del saggio sulle Fosse Ardeatine L'ordine è stato eseguito, ha detto sull'attentato di Via Rasella: «fu la più grande vittoria militare della Resistenza».[77]

La "rappresaglia cercata"[modifica | modifica sorgente]

Un'altra tesi sostenuta in sede revisionista[il termine è usato come sinonimo di polemica anti-resistenziale, laddove andrebbe usato in senso neutro] è quella della "rappresaglia cercata"[78], diffusa anche tra gli stessi parenti delle vittime delle Fosse Ardeatine: ad esempio è ripresa come atto d'accusa in un componimento del poeta Corrado Govoni dedicato al figlio ucciso, il partigiano di Bandiera Rossa Aladino[79].

È noto infatti che i tedeschi non avessero mai proceduto a rappresaglie di massa a Roma, pur procedendo ad una violenta repressione ed a molte condanne a morte, sebbene secondo alcuni autori[80] fosse altrettanto noto quale fosse il loro modus operandi solito (il famigerato "dieci a uno"[81]). Nella situazione di complessiva apatia della maggior parte della popolazione di Roma nei confronti dei tedeschi e dei fascisti repubblicani, il comando dei GAP avrebbe deciso di intraprendere un'operazione di impatto talmente grave da scuotere l'intera città, per farla sollevare contro le forze dell'Asse, alla luce del fallimento della controffensiva tedesca contro la testa di Ponte Alleata ad Anzio, contando su una rapida avanzata angloamericana su Roma[82]. Chi contesta questa tesi fa rilevare che i gappisti non erano necessariamente a conoscenza della politica tedesca del "dieci contro uno"[83], oppure confidavano nel fatto che i germanici avrebbero continuato a sopportare gli attacchi senza procedere a sanguinose rappresaglie contro innocenti[84], preoccupati com'erano di mantenere buoni rapporti con il Vaticano.

La tesi "complottista"[modifica | modifica sorgente]

Una tesi di matrice "complottista" invece - sostenuta da Pierangelo Maurizio[85], dall'ex combattente della Repubblica Sociale Italiana e parlamentare del Movimento Sociale Italiano Giorgio Pisanò, ed altri autori[86] - è che, ben conoscendo le modalità con cui i nazisti selezionavano i fucilandi per le rappresaglie, il PCI avrebbe fatto arrestare progressivamente la maggior parte degli esponenti delle reti clandestine non comuniste o dissidenti[87] attraverso una ben orchestrata campagna di delazioni e quindi abbia proceduto all'attacco perché costoro finissero fucilati per rappresaglia[88]. Anche l'atroce fine toccata al direttore di Regina Coeli, Donato Carretta, linciato brutalmente durante il processo a Pietro Caruso, sarebbe servita - per i sostenitori di questa tesi - a "tappare la bocca" all'uomo che conosceva il segreto della compilazione delle liste dei fucilandi: assieme all'uomo, infatti, sarebbero spariti i documenti del carcere di Regina Coeli, bruciati dalla folla (abilmente guidata, secondo i sostenitori di tale tesi). Inoltre dalle liste sarebbero stati espunti pressoché tutti i pochi comunisti in carcere, normalmente con la scusa dello "stato di salute" (le convenzioni vietano infatti di giustiziare infermi o malati). Un criterio che tuttavia non sarebbe stato applicato nel caso - un esempio fra molti - del colonnello Montezemolo, fucilato nonostante fosse gravemente sofferente ed invalido per le torture subite a via Tasso[89].

Nessuna di queste argomentazioni risulta, tuttavia, documentata; in particolare:

  • Non risulta che il PCI clandestino conoscesse le modalità con cui i nazisti selezionavano i fucilandi per le rappresaglie che, peraltro, nel caso di specie, sono stati scelti[90]: 154 persone a disposizione dell'Aussenkommando, sotto inchiesta di polizia; 23 in attesa di giudizio del Tribunale militare tedesco; 16 persone già condannate dallo stesso tribunale a pene varianti da 1 a 15 anni; 75 appartenenti alla comunità ebraica romana; 40 persone a disposizione della Questura romana fermate per motivi politici; 10 fermate per motivi di pubblica sicurezza, 10 arrestate nei pressi di via Rasella; una persona già assolta dal Tribunale militare tedesco, oltre a tre, tuttora non identificate.
  • Non vi sono documenti attestanti che sia stata orchestrata una campagna di delazioni, da parte del PCI, perché fossero progressivamente arrestati la maggior parte degli esponenti delle reti clandestine non comuniste o dissidenti.
  • Non vi sono documenti che attestino che la folla inferocita che procurò la morte di Donato Carretta, a latere del "processo Caruso" sia stata abilmente pilotata e per quali fini.
  • Non è esatto che i partigiani aderenti al PCI non siano stati trucidati alle Fosse Ardeatine: nell'elenco dei caduti riportato in "Roma Ribelle", di Marisa Musu ed Ennio Polito ne risultano 28, compresi i "gappisti" Gioacchino Gesmundo, Valerio Fiorentini e Umberto Scattoni[91]. Anche Gesmundo, come Montezemolo, fu orribilmente torturato durante la prigionia. Il comandante dei G.A.P. Antonello Trombadori, recluso a Regina Coeli, si salvò dall'eccidio grazie all'azione del medico socialista Alfredo Monaco[92].

Si fa infine presente che, il 27 giugno 1997, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Maurizio Pacioni, ha ritenuto del tutto insostenibile l'accusa di Roberto Guzzo nei confronti di Rosario Bentivegna, Carla Capponi e Roberto Balsamo, secondo cui l'azione di Via Rasella non sia stata diretta contro i tedeschi ma contro altri gruppi della Resistenza[93].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Dipartimento Cultura - Servizio Commissione Consultiva di Toponomastica, Via Rasella, Comune di Roma. URL consultato il 14 luglio 2013.
  2. ^ Giorgio Candeloro, Storia dell'Italia moderna, Volume 10, Feltrinelli, 2002
  3. ^ Robert Katz, Roma città aperta, il Saggiatore, 2009
  4. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito, Donzelli, 2005
  5. ^ Enzo Erra e Francesco Caroleo Grimaldi, La Repubblica di Via Rasella, Settimo Sigillo, 1999
  6. ^ Carla Capponi, Con cuore di donna, il Saggiatore, 2009
  7. ^ È questa la lettura più diffusa in ambito storiografico a livello internazionale. Dopo la sua esecuzione, e per via delle dimensioni della susseguente strage delle Ardeatine, l'azione è stata oggetto di polemiche e controversie anche aspre di natura politica e di conseguenti opinioni critiche a livello storiografico, con molteplici riflessi nell'ambito giudiziario italiano che, nelle sue massime istanze, ha più volte definito l'episodio una "legittima azione di guerra". Per una panoramica delle sentenze, vedere il riepilogo dedicato.
  8. ^ a b c d e f Dei circa 160 uomini dell'11ª compagnia del 3º battaglione del Polizei-Regiment "Bozen" (unità della Ordnungspolizei dipendente in quel momento dal locale comando della Wehrmacht; cfr. Goetz, op. cit., p. 166 sg., citato in Staron, op. cit., p. 38), oggetto dell'attacco, oltre venti caddero sul posto e parecchie decine rimasero feriti, alcuni gravemente: il bilancio si fissò a trentadue morti entro la serata, un trentatreesimo morì nella tarda mattinata del 24 marzo. Altri nove morirono successivamente, con un bilancio totale di 42 caduti. Nell'immediatezza dell'azione morirono almeno due civili italiani, il tredicenne Pietro Zuccheretti e un uomo mai identificato con certezza. Durante la sparatorie successive, caddero sotto il fuoco tedesco almeno altri tre civili, Antonio Chiaretti (48 anni, da alcune fonti ritenuto il non identificato di cui sopra), Pasquale Di Marco (34 anni) e Annetta Baglioni (66 anni), mentre 11 rimasero feriti. Il poliziotto italiano Erminio Rossetti, l'autista che aveva accompagnato il questore fascista Pietro Caruso sul posto, fu ucciso dai tedeschi perché scambiato per un partigiano: era sceso in borghese, e pistola in pugno dall'auto di servizio. L'Agenzia Stefani, il 26 marzo, riportò in tutto sette morti italiani, indicandoli come «quasi tutti donne e bambini», e attribuendoli interamente ai «comunisti badogliani», tesi rilanciata ancor oggi dalla pubblicistica e dalla stampa di destra. Tutti e dodici i gappisti protagonisti dell'attentato restarono illesi e sfuggirono all'arresto. (Fonti: * Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria, Donzelli Editore, Roma, 2005, ISBN 88-7989-793-4, p. 191 per i due civili morti nell'immediatezza dell'azione; p. 192 per Di Marco, Baglioni ed i feriti civili; p. 194 per Chiaretti, l'autista di Caruso, i sette morti italiani; p. 198 per l'identificazione del reparto del Bozen; p. 411 per la Stefani e polemiche successive. * Robert Katz, Roma Città Aperta - settembre 1943 - giugno 1944, Il Saggiatore, Milano, 2003, ISBN 88-428-1122-X, p. 240 per la dipendenza dalle SS, p. 241 per il numero dei tedeschi; p. 252 per il numero di gappisti; p. 260 per i tedeschi caduti sul colpo e la stima dei feriti invalidati, 60% della compagnia distrutta; p. 283 per il trentatreesimo caduto tedesco; p. 441 per il nome di Rossetti ed i feriti civili, tra i quali "un passante". * Cassazione - Sezione I Penale sent. n. 1560/99, par. IV, num. 6, lett. a, per il numero totale di caduti tedeschi. * Lutz Klinkhammer, Stragi Naziste in Italia 1943-44, Roma, Donzelli Editore, 2006. ISBN 88-6036-054-4, p. 12 per l'appartenenza alla Ordnungspolizei.)
  9. ^ a b c La ricostruzione esatta del numero dei caduti italiani, della loro identità e delle cause esatte della morte di ciascuno di essi, è resa estremamente difficile dalla mancanza di una reale indagine sui fatti, che non risulta essere stata condotta, all'epoca nella quale essi si svolsero, da nessuna autorità, fascista repubblicana o tedesca, e dalla non totale coincidenza nei dati forniti dalle fonti consultate, pur tra le più autorevoli disponibili in materia.
  10. ^ Dalla sera dell'8 settembre fino al pomeriggio del 10 le truppe di due divisioni tedesche rinforzate tentarono di impadronirsi della città.
  11. ^ Sostenuti da unità e reparti del Corpo d'Armata Motocorazzato e della Difesa Capitale, cui si unirono anche manipoli di privati cittadini
  12. ^ Prospetto statistico riassuntivo pubblicato in: Albo d'oro dei caduti nella difesa di Roma del settembre 1943, a cura dell'Associazione fra i Romani, Roma, 1968, pag. 79
  13. ^ Il rischio non accettabile da parte tedesca di vedere le proprie forze assorbite a lungo nella battaglia per Roma, anziché essere libere di trasferirsi rapidamente verso la testa di ponte alleata a Salerno fu evitato abilmente dai tedeschi intavolando trattative con le autorità militari italiane ed approfittando del caos al loro interno determinato dall'abbandono dei posti di comando da parte di gran parte dei politici e dei generali, seguite da un ingannevole accordo di "pacifica coabitazione", presto tradito con la completa occupazione della capitale da parte delle forze tedesche. Per la questione della difesa di Roma si vedano Albert Kesselring, Soldato fino all’ultimo giorno, LEG, Gorizia, 2007; Stato Maggiore Esercito - Ufficio Storico, Le operazioni delle unità italiane nel settembre-ottobre 1943, Roma; Gioacchino Solinas, I granatieri di Sardegna nella difesa di Roma, E.F.C.; Giorgio Pisanò, Storia della Guerra civile in Italia, CED; Ugo Cavallero, Comando Supremo, Cappelli, 1948; Ruggero Zangrandi, L'Italia tradita. 8 settembre 1943, Mursia, 1971
  14. ^ Che intendevano in questo modo sfruttarne in pieno politicamente e militarmente il grande valore
  15. ^ Nonostante il Fascio repubblicano costituito nella capitale fosse stato uno dei più importanti numericamente (Cfr. Giorgio Pisanò, Storia della Guerra civile in Italia, cit.), esso rappresentò l'unico centro di raccolta dei pochi fascisti della capitale. Un segno di scollamento della città dal fascismo e dello strapotere tedesco è stato rilevato nel maggior tasso di renitenza alla leva registrato a Roma rispetto al resto della RSI. I tedeschi tentarono infatti a più riprese di sabotare ogni tentativo fascista di ricostituire forze armate autonome, preferendo gestire autonomamente le risorse umane italiane attraverso retate di uomini atti al lavoro da inviare a elevare fortificazioni sui fronti di Anzio e Cassino, in Germania o, nell'Organizzazione Todt, anche in Alta Italia. Cfr. R. De Felice, Rosso e Nero, a cura di P. Chessa, Baldini&Castoldi, Milano, 1995, pag. 60, e Mussolini l'alleato, tomo II, Einaudi; Giorgio Pisanò, Storia della Guerra civile in Italia, cit.. La renitenza alla leva era superiore del 15-20% alla media, mentre, secondo i dati dei Servizi segreti USA, solo il 2% dei cittadini romani si presentava spontaneamente alle chiamate al lavoro o alle armi imposte dai comandi del Reich (Cfr.Umberto Gentiloni Silveri, Maddalena Carli, "Bombardare Roma - Gli Alleati e la «città aperta» (1940-1944)", Il Mulino, Biblioteca storica, Bologna, 2007, ISBN 978-88-15-11546-1, pag. 13).
  16. ^ Secondo Gioacchino Solinas le armi furono fatte distribuire dal generale Carboni direttamente il 9 e 10 settembre a nuclei comunisti. Cfr. Solinas, I granatieri ...", cit.
  17. ^ Gabrio Lombardi, Montezemolo e il fronte militare clandestino di Roma (ottobre 1943-gennaio 1944), Le Edizioni del Lavoro, Roma, 1972, p. 73.
  18. ^ Sulla "guerra segreta" condotta a Roma e dai contorni tuttora oggetto di studio, vedere Peter Tompkins, L'altra Resistenza. Servizi segreti, partigiani e guerra di liberazione nel racconto di un protagonista, Il Saggiatore - 2005
  19. ^ Il governo Badoglio dichiarò unilateralmente Roma "città aperta" trenta ore dopo il secondo bombardamento alleato della capitale, il 13 agosto 1943 (Cfr. Giorgio Bonacina, Obiettivo Italia - I bombardamenti aerei delle città italiane dal 1940 al 1945, Mursia, 1970, pag. 236.). L'attacco, eseguito da bombardieri statunitensi, aveva causato danni forse ancora maggiori del primo, che l'aveva colpita il 19 luglio (bombardamento di San Lorenzo): nei due bombardamenti morirono oltre 2.000 civili innocenti e parecchie altre migliaia rimasero feriti, senza casa e lavoro. In città venivano così a mancare servizi essenziali, mentre la fame si diffondeva e la capitale si faceva invivibile. Gli Alleati avevano già dichiarato, prima ancora del "25 luglio", che una eventuale dichiarazione di "città aperta" del governo italiano - ove non accompagnata da smilitarizzazione con possibilità di verifica da parte di osservatori neutrali - non avrebbe avuto alcun valore. («Roma potrebbe venire considerata una città aperta soltanto nel caso in cui l'esercito, le installazioni militari, gli armamenti e le industrie di guerra venissero rimossi [...] Qualora il regime fascista decidesse di salvare Roma facendone una città aperta, dovrebbe rilasciare una precisa dichiarazione in modo da consentire agli Alleati, agendo attraverso rappresentanti neutrali, di determinare quando la necessaria smilitarizzazione abbia avuto luogo», H. Callender, «Open City Status by Rome Doubted. Washington feels. Capital is Too important for Axis to Demilitarize it. Rail Lines Called Vital. Vast Shifting of Italian War Plants Involved - Sicilian Resistence Expected», in The New York Times del 21 luglio 1943, citato (pag. 31) in Umberto Gentiloni Silveri, Maddalena Carli, Bombardare Roma - Gli Alleati e la «città aperta» (1940-1944) - Il Mulino - Biblioteca storica, Bologna, 2007, ISBN 978-88-15-11546-1); dopo i grandi bombardamenti dell'estate 1943, la città fu nuovamente bombardata altre 51 volte, sino alla liberazione il 4 giugno 1944 (cfr. Cesare De Simone, "Venti Angeli sopra Roma - I bombardamenti aerei sulla Città Eterna 19 luglio e 13 agosto 1943", Mursia, Milano, 1993, ISBN 88-425-1450-0, pag. 310)
  20. ^ Di fondamentale importanza fu per questo il ponte della Magliana (oggi non più esistente), all'altezza della "collina dell'Esposizione", oggi EUR, che univa la consolare via Aurelia - tramite la strada di Ponte Galeria - all'Appia e alla via Casilina tramite le vie suburbane del Divino Amore e della via Laurentina
  21. ^ Sotto la responsabilità del generale von Mackensen, comandante della 14ª Armata, reduce dal fronte russo. Alle sue dipendenze era il comandante della piazza di Roma, tenente generale della Luftwaffe Kurt Mältzer. Kesselring, comandante del fronte meridionale, considera i due incapaci della «durezza brutale, forse anche ingiusta, ma necessaria nel quinto anno di guerra». Cfr. Joachim Staron, Fosse Ardeatine e Marzabotto. Storia e memoria di due stragi tedesche, Il Mulino, Bologna, 2007, pag. 36.
  22. ^ Gianni Oliva, L'ombra nera: Le stragi nazifasciste che non ricordiamo più, Milano, Mondadori, 2007, p. 117. ISBN 978-88-045-6778-3.
  23. ^ Già protagonista nella capitale della pianificazione della liberazione di Benito Mussolini, della razzia del ghetto ebraico e della successiva deportazione, il 15 ottobre 1943 di 1 023 ebrei romani verso i Campi di sterminio
  24. ^ O "polizie private", formate da personale italiano ma al comando esclusivo dei tedeschi
  25. ^ Primo fra tutti il colonnello Montezemolo, catturato il 10 gennaio 1944
  26. ^ Pietro Secchia, Enzo Nizza, Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza, vol. II, La Pietra, 1968, voce "G.A.P.", p. 476: «A differenza delle unità partigiane, dove venivano liberamente accolti dai garibaldini i senza partito e gli aderenti ad altri partiti antifascisti, nei G.A.P. del P.C.I. venivano reclutati esclusivamente i comunisti, così come i G.A.P. di "Giustizia e Libertà" erano composti soltanto da aderenti al Partito d'Azione. La scelta era poi determinata dalla fede politica, dall'onestà morale, dall'intelligenza e dal coraggio del militante».
  27. ^ Paolo Spriano, Storia del Partito Comunista Italiano, vol. V, La Resistenza. Togliatti e il partito nuovo, Torino, Einaudi, 1975, p. 184: «A differenza del partigiano garibaldino, il gappista è quasi sempre un membro del partito, un suo quadro».
  28. ^ I GAP, formalmente inquadrati entro il CVL, ma impiegati operativamente dal PCI in piena autonomia dal CLN, erano organizzati in una efficiente struttura militare clandestina a Roma, dividendo la città in otto settori, ciascuno dei quali affidato ad un Gruppo di Azione Patriottica
  29. ^ Giorgio era figlio di Giovanni Amendola, preminente esponente politico liberaldemocratico ed irriducibile oppositore del fascismo, massacrato dagli squadristi fascisti nel 1926
  30. ^ a b c Lettera di Giorgio Amendola a Leone Cattani sulle vicende di via Rasella, pubblicata sul sito dell'Associazione Italiana Autori Scrittori Artisti "L'Archivio".
  31. ^ Giorgio Amendola, lettera a Leone Cattani: «Dell'attentato di Via Rasella mi sono assunto – in diverse sedi – piena e personale responsabilità, non solo come comandante delle Brigate Garibaldi per Roma e per l'Italia centrale, e come tale membro della Giunta militare del C.L.N., ma perché fui io personalmente che, andando più volte in Piazza di Spagna, in casa di Sergio Amidei – dove c'era in quel momento la sede clandestina della redazione de "l'Unità" – ebbi occasione di vedere passare ogni pomeriggio un reparto di gendarmeria tedesca in pieno assetto di guerra, ciò che era aperta e provocatoria violazione dello statuto di città aperta. Avevo segnalato perciò al comando dei GAP questo reparto perché fosse oggetto di un attacco, lasciando poi – come sempre avveniva – al comando assoluta libertà d'iniziativa, e di preparare l'operazione con le modalità ritenute più opportune.»
  32. ^ Santo Peli, La Resistenza in Italia. Storia e critica, Einaudi, 2004, p. 44 e 250.
  33. ^ Intervista di Gianni Bisiach a Giorgio Amendola, in Pertini racconta, Milano, Mondadori, 1983, p. 130.
  34. ^ Staron, op. cit., p. 38.
  35. ^ Christoph v. Hartungen, Die Südtiroler Polizeiregimenter 1943-1945, in "Der Schlern", 55, 1981, p. 494-516.
  36. ^ In totale, prepararono o parteciparono all'azione diciassette partigiani; oltre ai nove citati anche Giulio Cortini, Laura Garroni, Duilio Grigioni, Marisa Musu, Ernesto Borghesi, Pasquale Balsamo, Mario Fiorentini e Lucia Ottobrini. Quest'ultima partecipò solo alla preparazione del carico di tritolo ma non all'azione, perché malata. Cfr.: Marisa Musu, Ennio Polito, Roma ribelle, Teti editore, Milano, 1999, pag. 148, n.
  37. ^ Portelli 1999, p. 191
  38. ^ Testimonianza del sopravvissuto Konrad Sigmund, in Portelli 1999, p. 192
  39. ^ a b Cassazione - Sezione I Penale sent. n. 1560/99, par. IV, num. 6, lett. a, ove si legge: «L'azione fu attuata facendo esplodere, mediante detonatore collegato ad una miccia, 18 kg di tritolo contenuti in un carretto per la spazzatura, in coincidenza del passaggio, usuale e previsto, di una compagnia del battaglione "Bozen". Secondo la ricostruzione del consulente tecnico della parte offesa Zuccheretti, riportata nel provvedimento impugnato (pag. 14), l'esplosione dell'ordigno ebbe a determinare la morte di 42 soldati tedeschi (dei quali 32 morti quasi immediatamente e gli altri nelle ore o nei giorni successivi) e di almeno due civili italiani, il minore Pietro Zuccheretti e Antonio Chiaretti.»
  40. ^ Il prefisso "SS-" fu aggiunto il 16 aprile 1944. Cfr. Baratter 2005, p. 190.
  41. ^ Lutz Klinkhammer, Stragi naziste in Italia. La guerra contro i civili (1943-44), Roma, Donzelli Editore, 1997. ISBN 88-7989-339-4
  42. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria, Roma, Donzelli Editore, 1999. ISBN 88-7989-457-9
  43. ^ a b E i superstiti del battaglione decimato non vollero vendicarsi
  44. ^ «famigerato battaglione Bozen, specializzato nella repressione di partigiani, più nazista dei nazisti». Cfr. Giorgio Bocca, L'intransigenza maestra di vita in L'Espresso, 6 novembre 2006.
  45. ^ «probabilmente la meno nazista delle formazioni tedesche presenti a Roma». Cfr. Sergio Romano, Attentato di via Rasella L'orrore delle rappresaglie in Corriere della Sera, 11 febbraio 2011.
  46. ^ Lorenzo Baratter. Le Dolomiti del Terzo Reich. Milano, Mursia, 2005
  47. ^ Staron 2002, p. 37
  48. ^ S. Westphal, Erinnerungen, Mainz 1975, p. 255., citato in Staron 2002, p. 37
  49. ^ Pierangelo Maurizio, Via Rasella, cinquant'anni di menzogne, p. 27. Secondo le testimonianze ivi citate, gli arrestati nei locali della PAI furono trattati bene, mentre quelli concentrati al Viminale furono ammassati in una stanza in condizioni igieniche disumane e malmenati crudelmente
  50. ^ Angelo e Umberto Pignotti, Antonio Prosperi, Fulvio Mastrangeli, Ettore Ronconi, Cosimo D'Amico, Guido Volponi, Celestino Frasca, Ferruccio Caputo e Romolo Gigliozzi. Portelli 1999, p. 197. In memoria di questo gruppo, i cui componenti provenivano almeno in parte dall'immobile all'angolo di via del Boccaccio (si veda qui), il 24 marzo 2010 è stata affissa al muro di Palazzo Barberini accanto al quale erano stati radunati una lapide, a cura del Comune di Roma. È stata la prima ed è ancora l'unica memoria pubblica di quei fatti, nel luogo del primo rastrellamento, oltre a qualcuno dei buchi delle mitragliate sul palazzo.
  51. ^ Sentenza del Tribunale Territoriale Militare di Roma n. 631 del 20 luglio 1948. Cfr. il testo della sentenza; cit:
    « Secondo il diritto internazionale (art. 1 della Convenzione dell'Aia del 1907) un atto di guerra materialmente legittimo può essere compiuto solo dagli eserciti regolari ovvero da corpi volontari, i quali ultimi rispondano a determinati requisiti, cioè abbiano alla loro testa una persona responsabile per i suoi subordinati, abbiano un segno distintivo fisso e riconoscibile a distanza e portino apertamente le armi. Ciò premesso, si può senz'altro affermare che l'attentato di Via Rasella, qualunque sia la sua materialità, è un atto illegittimo di guerra per essere stato compiuto da appartenenti ad un corpo di volontari il quale, nel marzo 1944, non rispondeva ad alcuno degli accennati requisiti »
  52. ^ Seconda Convenzione dell’Aia del 18 ottobre 1907, articolo IV "Leggi e costumi di guerra terrestre", annesso "Regolamenti relativi alle leggi ed ai costumi della guerra terrestre", sezione I, capitolo I, articolo 1. Cfr. testo in inglese o in francese.
  53. ^ Sentenza del Tribunale Supremo Militare di Roma n.1714, del 25 ottobre 1952, p.67. Cfr. il testo della sentenza, cit (pagina 67):
    « L'attentato di Via Rasella, alla luce delle norme di diritto internazionale, si pone in termini di rigorosa linearità: la sua qualificazione non può essere altro che quella di un atto di ostilità a danno di forze militari occupanti commesso da persone che non hanno la qualità di legittimi belligeranti »
    .
  54. ^ Sentenza delle Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione n.36 del 19 dicembre 1953, Cfr.[1]
  55. ^ Sentenza del Tribunale Supremo Militare di Roma in data 25 ottobre 1960. Cfr. [2]
  56. ^ Sentenza della Corte Suprema di Cassazione n.1560 del 23 febbraio 1999. Vedi: [3]
  57. ^ Veniva citata la sentenza n.1711 [sic] in data 25 ottobre 1952 del Tribunale Supremo Militare - in realtà la sentenza n.1714 - ma riportando erroneamente come "commesso da persone che hanno la qualità di legittimi belligeranti" la frase che in realtà riportava l'affermazione "commesso da persone che non hanno la qualità di legittimi belligeranti"
  58. ^ "Repubblica" online del 7 agosto 2007, "Cassazione: 'Via Rasella fu atto di guerra' - Il Giornale condannato per diffamazione"
  59. ^ la sentenza della Cassazione, 6 agosto 2007
  60. ^ All'interno della rivista Storia in rete del settembre 2007 fu pubblicata un'intervista all'ambasciatore Roberto Caracciolo, testimone di aver veduto un bando tedesco, affisso però solo nelle bacheche degli uffici tedeschi e non nelle pubbliche strade.
  61. ^ I partigiani di via Rasella non furono 'massacratori' - Adnkronos Cronaca
  62. ^ "Non piango Bentivegna, fu un assassino" Storace-Alemanno, lite sulla Memoria - Roma - Repubblica.it
  63. ^ Gabriele Ranzato, Via Rasella logica di un'azione partigiana in la Repubblica, 16 marzo 1999.
  64. ^ Per alcuni riferimenti a questo tipo di critica, vedi
  65. ^ Editoriali & altro ...: Via Rasella, partigiani avvisati? «Ecco la prova»
  66. ^ La strage iniziò 21 ore dopo l'attentato gappista secondo la Sentenza della Corte di Cassazione 6 agosto 2007, n. 17172
  67. ^ a b Roberto Roggiero, Oneri e onori, Greco&Greco, p. 407
  68. ^ Testimonianza di Albert Kesselring, in Portelli 1999, p. 206
  69. ^ Lorenzo Baratter, Le Dolomiti del Terzo Reich, Mursia, Milano, 2008
  70. ^ «Noi eravamo a Roma e non abbiamo fatto altro che le guardie su in Vaticano» dall'intervista ad un sopravvissuto della strage di Via Rasella
  71. ^ Eugene Dollmann, Roma Nazista, Longanesi, Milano 1952, pag. 239
  72. ^ Di questa opinione anche Jo di Benigno, in op. cit. ibidem e ss.
  73. ^ Il presente codice comprende: 1° sotto la denominazione di militari, quelli dell'Esercito, della Marina, della Aeronautica, della Guardia di finanza, della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, della Polizia dell'Africa Italiana e le persone che a norma di legge acquistano la qualità di militari; Codice penale militare di guerra, libro primo, "Dei reati militari, in generale", Titolo I "Della legge penale militare", articolo 2 comma 1 "Denominazioni di "militari" e di "forze armate" dello Stato" pubblicato con Regio decreto 20 febbraio 1941, n. 303.
  74. ^ Giorgio Pisanò, Storia della guerra... cit. Friedrich Andrae, La Wehrmacht in Italia, ed. Riuniti, note a fondo volume.
  75. ^ Marco Pannella: «Via Rasella fu un atto di terrorismo» da RadioRadicale.it
  76. ^ Peter Tomkins, Una spia a Roma. Il Saggiatore, Milano, 2002, pag. 237
  77. ^ Francesca Numberg, Basta infangare la memoria della Resistenza, in: Il Messaggero, 4 aprile 2012, pagina 16.
  78. ^ per alcuni esempi - pro o contro - questa tesi, vedi [4], [5], [6], [7]
  79. ^ «Il vile che gettò la bomba nera / di via Rasella, e fuggì come una lepre / sapeva troppo bene quale strage / tra i detenuti da Regina Coeli / a via Tasso, il tedesco ordinerebbe: / di mandante e sicario unica mira. / Chi fu l'anima nera della bomba? / Fu Bonomi? O Togliatti? O fu Badoglio? [...]». Corrado Govoni, Aladino, 1946, in Lepre 1999, p. 217.
  80. ^ Jo di Benigno, Occasioni mancate, S.E.I., 1945, pag. 234: «Era ormai cosa nota a tutti che per ogni tedesco ucciso, dieci italiani venivano sacrificati». Secondo Bruno Spampanato, all'epoca dei fatti direttore del quotidiano Il Messaggero, stretto collaboratore di Mussolini, nonché membro dell'ufficio propaganda della Decima MAS (Contromemoriale, cit. pag. 686) alla notizia dell'attacco, «a chi conosceva la legge di guerra si fermò il cuore in petto»
  81. ^ Tuttavia F. Andrae, in op.cit. pag. 120 rileva che i tedeschi avevano reagito «minacciando dure rappresaglie». Dunque, secondo tale autore, la minaccia quantomeno doveva essere nota. Anche Giorgio Amendola, Lettera a Leone Cattani sulle vicende di via Rasella, integrale in "Appendice n° 2" del Mussolini l'Alleato - la Guerra civile di Renzo de Felice (Einaudi) scrive: «La più grossa responsabilità morale che abbiamo dovuto assumere nella guerra partigiana è quella dei sacrifici che si provocano, non soltanto i compagni di lotta che si inviano incontro alla morte, (...) ma gli ignari che possono essere colpiti dalle rappresaglie. (...) Soltanto dei pavidi o degli ipocriti potevano fare finta di non comprendere le conseguenze che derivavano dalla posizione assunta».
  82. ^ Per un esempio di questa tesi, Giorgio Angelozzi Gariboldi "ritengo che l'obiettivo degli attentatori di via Rasella fosse quello di provocare la reazione della popolazione romana, ma conseguente a una rappresaglia tedesca perché sennò non avrebbe avuto senso. La popolazione romana non dico che fosse indifferente, ma aveva problemi di alimentazione, paure per questi tedeschi che per le vie di Roma potevano da un momento all'altro, senza avvertire, trasportare in Germania uomini adatti al lavoro, e comunque la popolazione romana era stanca della guerra, non vedeva l'ora che arrivassero a Roma gli Alleati, non vedeva l'ora che finisse la guerra e quindi, nei confronti dei tedeschi, degli occupanti tedeschi, aveva un atteggiamento se non di tolleranza, neanche di forte insofferenza. ", vedi [8]
  83. ^ Friedrich Andrae, La Wehrmacht in Italia, ed. Riuniti, pag.121: «...Kappler propone di fucilare 10 italiani per ogni poliziotto militare ucciso, il che corrisponde all'uso nei territori di competenza del comandante in capo del fronte sud-ovest».
  84. ^ Di quest'avviso Giorgio Amendola, ibidem, pag. 566
  85. ^ Pierangelo Maurizio, Via Rasella, cinquant’anni di menzogne, Maurizio Edizioni, Roma 1996 et al.
  86. ^ Per esempio F. Andrae, in op. cit. pag. 120
  87. ^ principalmente i militanti di Bandiera Rossa Roma
  88. ^ Via Rasella: la storia per sentenza giudiziaria e un mistero che dura da sessant’anni di Pierangelo Maurizio - su Il Giornale del 10 agosto 2007
  89. ^ Questo particolare è a sua volta oggetto di controversia. Si veda la voce relativa al colonnello Montezemolo
  90. ^ L'uso politico di via Rasella
  91. ^ Marisa Musu, Ennio Polito, Roma ribelle, Teti editore, Milano, 1999, pagg. 327-342
  92. ^ Portelli 1999, p. 329
  93. ^ Portelli 1999, pp. 172 e 407

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Filmografia[modifica | modifica sorgente]

Opere teatrali[modifica | modifica sorgente]

  • Ascanio Celestini, Radio Clandestina. Memoria delle Fosse ardeatine. Roma, Donzelli Editore, 2005 (testo e DVD; con un'introduzione di Alessandro Portelli). ISBN 978-88-7989-920-8.
  • Paolo Buglioni, TRECENTOTRENTACINQUE, testo messo in scena con ol contributo del Comune di Roma nel piazzale degli ex Mercati Generali di Roma il 24 marzo 2004, sessantesimo anniversario dell'eccidio

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]