Attentato di via Rasella

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Coordinate: 41°54′09.84″N 12°29′20.41″E / 41.902734°N 12.489004°E41.902734; 12.489004

Via Rasella nell'aprile 2007. La via si trova nel pieno centro storico di Roma, nel rione Trevi; congiunge via delle Quattro Fontane (a fianco di palazzo Barberini) con via del Traforo, e prende il nome "dalla proprietà che ivi esisteva della famiglia Raselli"[1]

L'attentato di via Rasella fu un'azione della Resistenza italiana condotta il 23 marzo 1944 a Roma dai Gruppi di Azione Patriottica contro un reparto delle truppe di occupazione tedesche, l'11ª compagnia del III battaglione del Polizeiregiment "Bozen", appartenente alla Ordnungspolizei (polizia d'ordinanza).

L'azione causò un totale di 33 morti tra i soldati tedeschi, di cui 32 nell'immediatezza e un trentatreesimo nelle ore appena successive (il numero dei decessi avvenuti in seguito a causa delle ferite non è mai stato definito con certezza); nell'azione persero la vita anche due civili italiani (tra cui il bambino Piero Zuccheretti di 12 anni) e almeno altri quattro sotto il fuoco di reazione tedesco[2][3]. Seguì la rappresaglia tedesca consumata con l'eccidio delle Fosse Ardeatine, in cui furono uccisi anche dieci civili completamente estranei ai fatti rastrellati dai superstiti del "Bozen" nelle vicinanze di via Rasella immediatamente dopo l'attacco.

Dopo la sua esecuzione, l'attentato è stato oggetto di una lunga serie di controversie politiche e storiografiche, sfociate anche in vari procedimenti giudiziari, i più recenti dei quali conclusi da sentenze della Corte suprema di cassazione che lo qualificano come «legittima azione di guerra»[4].

Il contesto storico[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Mancata difesa di Roma e Resistenza romana.

L'attentato di via Rasella e l'eccidio delle fosse Ardeatine sono due degli episodi più drammatici e sanguinosi dell'occupazione tedesca di Roma. Con l'armistizio dell'8 settembre 1943 e la fuga del re e del governo, Roma divenne teatro di una battaglia contro i tedeschi, cui era indispensabile il possesso delle sue strade e dei ponti sul Tevere per arrestare l'avanzata alleata incedente da Sud. Dalla sera dell'8 settembre fino al pomeriggio del 10 le truppe di due divisioni tedesche rinforzate tentarono di impadronirsi della città[senza fonte].

10 settembre 1943: I Granatieri di Sardegna cercano di contrastare i soldati tedeschi presso porta San Paolo

A partire dal 9 settembre 1943 alcuni reparti dell'Esercito regolare tentarono di impedire ai tedeschi di occupare Roma; a fianco dei soldati italiani combatterono alcune centinaia di civili, accorsi in modo in larga parte spontaneo e non coordinato al fine di tentare un'ultima, e pressoché disperata, difesa della città; fra i caduti civili (241 secondo il computo ufficiale, circa 400 secondo un'altra valutazione) il più noto è Raffaele Persichetti[5]. Secondo altre stime, nei combattimenti di quei giorni - sostenuti da unità e reparti del Corpo d'Armata Motocorazzato e della Difesa Capitale, cui si unirono anche manipoli di privati cittadini - caddero 414 militari e 183 civili italiani[6].

Dopo aver subito alcune perdite, i tedeschi si impadronirono in breve della capitale. Il rischio non accettabile da parte tedesca di vedere le proprie forze assorbite a lungo nella battaglia per Roma, anziché essere libere di trasferirsi rapidamente verso la testa di ponte alleata a Salerno fu evitato abilmente dai tedeschi intavolando trattative con le autorità militari italiane ed approfittando del caos al loro interno determinato dall'abbandono dei posti di comando da parte di gran parte dei politici e dei generali, seguite da un ingannevole accordo di "pacifica coabitazione", presto tradito con la completa occupazione della capitale da parte delle forze tedesche[7]. Roma passò nominalmente sotto il governo della Repubblica Sociale Italiana, costituito il 23 settembre 1943, ma di fatto era nelle mani delle autorità militari tedesche, che intendevano in questo modo sfruttarne in pieno politicamente e militarmente il grande valore. Il clima politico e i sentimenti della popolazione si orientarono in direzione antifascista ed antinazista[8].

I tedeschi, ben consci del valore politico di Roma, con la presenza del Vaticano, tentarono di far fruttare propagandisticamente la pur solo formale e mai riconosciuta dichiarazione di "città aperta" emessa dal governo Badoglio, il quale aveva dichiarato unilateralmente Roma "città aperta" trenta ore dopo il secondo bombardamento alleato della capitale, il 13 agosto 1943[9]. L'11 settembre il comandante militare, generale Calvi di Bergolo, emise un comunicato secondo il quale le truppe tedesche avrebbero dovuto rimanere al di fuori del territorio cittadino; tuttavia lo stesso giorno il feldmaresciallo Kesselring dichiarò che Roma faceva parte del territorio di guerra, che la città era soggetta al codice tedesco di guerra, che "gli organizzatori di scioperi, i sabotatori e i franchi tiratori [sarebbero stati] fucilati" e che le autorità italiane avrebbero dovuto "impedire ogni atto di sabotaggio e di resistenza passiva"[10].

Fin dall'armistizio si erano formati gruppi antifascisti armati[11], in particolare quelli di ispirazione troskista ("Bandiera Rossa") e militare ("Centro X") agli ordini del maggiore Brandimarte e del colonnello Montezemolo. La città inoltre era un crocevia per tutte le principali organizzazioni di spionaggio dei belligeranti[12].

Il 9 settembre 1943 i partiti antifascisti costituirono a Roma il Comitato di liberazione nazionale (CLN), assumendosi il compito di dirigere il movimento di liberazione in tutta l'Italia occupata; il ruolo di dirigere la lotta nell'ambito locale della città di Roma fu assunto, a partire da ottobre, da una Giunta militare composta da Giuseppe Spataro (Democrazia Cristiana), Giorgio Amendola (Partito Comunista Italiano), Sandro Pertini (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria), Riccardo Bauer (Partito d'Azione), Manlio Brosio (Partito Liberale Italiano) e Mario Cevolotto (Democrazia del Lavoro) [13].

Il 12 settembre presero stanza a Roma alcuni reparti di polizia tedesca, posti agli ordini di Herbert Kappler; il 23 dello stesso mese i tedeschi occuparono il quartier generale di Calvi di Bergolo e arrestarono quest'ultimo, per poi deportarlo in Germania[14].

Il 7 ottobre i tedeschi arrestarono e avviarono alla deportazione circa millecinquecento carabinieri (gli occupanti ritenevano infatti che l'Arma fosse loro ostile in quanto fedele alla monarchia sabauda); i carabinieri che sfuggirono alla razzia (novemila, secondo una valutazione effettuata nell'immediato dopoguerra) iniziarono immediatamente a riorganizzarsi, unificandosi in novembre sotto il comando del generale Filippo Caruso[15].

Sebbene il compito del CLN fosse quello di animare e coordinare la resistenza civile e militare, il suo contributo a Roma fu scarso ed episodico, cosicché l'iniziativa militare veniva presa dai singoli partiti e in particolare da quelli di sinistra, i quali – meglio organizzati e più forti – si muovevano in sostanziale autonomia, o dai gruppi che non facevano capo ai sei partiti del CLN[16]. I motivi per i quali la Giunta militare del CLN non riuscì a produrre un'azione efficace furono principalmente due: in primo luogo, l'entità del contributo alle azioni militari fu estremamente diversa da partito a partito, così da rendere irrealistico attribuire il medesimo peso a ciascun partito in sede di deliberazione collegiale; in secondo luogo, vi era una fondamentale divergenza politica, in seno alla Giunta, sul tipo di azioni da compiere: comunisti, socialisti e azionisti erano infatti intenzionati ad effettuare veri e propri atti di guerra, inclusi gli attentati terroristici, contro i nazifascisti; per contro democristiani, liberali e demolaburisti (concordi, in questo, con il Vaticano) intendevano limitarsi ad atti di propaganda non armata e di sabotaggio[17]. (La Chiesa aveva una posizione molto sfavorevole alle azioni armate di resistenza, perché non le riteneva utili alla causa e anche perché temeva che tali azioni potessero aumentare l'influenza della componente di estrema sinistra[18]).

Tale disaccordo di fondo nel CLN fece sì che, nella pratica, ciascun partito decidesse in modo autonomo quali azioni intraprendere, sebbene il carattere unitario del CLN rimanesse formalmente impregiudicato; il ruolo più importante fu allora giocato dal PCI, che, nei nove mesi di occupazione tedesca, poté contare, nella capitale, sull'apporto di circa tremila militanti[18] (si consideri che il totale dei partigiani di ogni tendenza nella provincia di Roma, inclusi i comunisti, fu poi riconosciuto in seimiladuecento[19]).

I Gruppi di azione patriottica (GAP) furono l'organizzazione attraverso cui il PCI operò nella resistenza armata romana: ne furono costituiti quattro (per un totale di circa trenta militanti) dotati di autonomia operativa e coordinati da un organo apposito che fu capeggiato da Antonello Trombadori fino al suo arresto, e successivamente da Carlo Salinari[18].

I GAP furono protagonisti di numerose azioni: la prima il 18 ottobre 1943, quando attaccarono con bombe a mano un corpo di guardia della Milizia; poi, dal dicembre 1943 al marzo 1944, i GAP attaccarono pressoché ogni giorno mezzi e uomini dei nazifascisti; fra le azioni più importanti: un attacco con bombe a mano contro militari tedeschi il 18 dicembre; un attentato dinamitardo contro il Tribunale di guerra tedesco il 19 dicembre; un attentato con spezzoni esplosivi contro un corteo di volontari della Guardia nazionale repubblicana nel mese di marzo[20]. Nessuna di queste azioni fu seguita da alcuna rappresaglia tedesca su ostaggi civili, benché in esse fossero morti complessivamente più di dieci uomini dell'esercito occupante[21]. Di rilievo, tra quelle sopra menzionate, l'azione del 19 dicembre 1943, quando i GAP penetrarono in zona di alta sicurezza e fecero esplodere ordigni contro l'Hotel Flora, sede del Tribunale Militare germanico.

Gli altri partiti, fra quelli del CLN che optarono per la resistenza armata, non riuscirono a sviluppare azioni altrettanto numerose: il PDA realizzò un attentato dinamitardo contro una caserma della Milizia il 20 settembre 1943, ma in seguito si dedicò in prevalenza ad azioni di sabotaggio; il PSI realizzò svariati sabotaggi e attentati individuali soprattutto in alcuni quartieri periferici; tra le formazioni della Resistenza romana che operarono al di fuori del CLN la più notevole fu il gruppo Bandiera Rossa: fra le sue numerose azioni si può menzionare l'assalto al Forte Tiburtino del 22 ottobre 1943, che si concluse con l'arresto di ventidue militanti, di cui dieci furono fucilati il giorno successivo[22].

Il 30 ottobre, in risposta alle fucilazioni conseguenti all'assalto al Forte Tiburtino, "Italia Libera" (il giornale organo del Partito d'azione) pubblicò un comunicato nel quale si diceva fra l'altro: «A ogni crocicchio, dietro ogni albero, in ogni angolo del paese i nazisti attendano di vedere sorgere il profilo d'un vendicatore... Il popolo italiano non deve temere le rappresaglie. Rappresaglia chiama rappresaglia e l'arma dell'intimidazione si ritorce su chi l'usa»[23].

Carro armato tedesco Tiger I di fronte all'Altare della Patria, febbraio 1944

Secondo una testimonianza di Orfeo Mucci, vi era una sorta di tacito accordo fra i GAP e i partigiani di "Bandiera Rossa", in base al quale i primi agivano principalmente nel centro della città, mentre i secondi combattevano perlopiù in periferia e nelle borgate[24].

In rappresentanza del governo Badoglio operò il Fronte militare clandestino della resistenza (FCMR), guidato dal colonnello Montezemolo, la cui principale attività fu la raccolta di informazioni sul nemico e la loro trasmissione via radio agli alleati, non svolgendo alcun atto di resistenza armata[25]. Montezemolo, il 10 dicembre 1943, diramò l'Ordine 333 Op., il cui punto 9 ("organizzazione ed azione delle bande") comandava l'adozione di forme di resistenza basate sulla propaganda e l'ostruzionismo, in quanto (secondo Montezemolo) «[n]elle grandi città la gravità delle conseguenti possibili rappresaglie impedisce di condurre molto attivamente la guerriglia»[26].

Lo sbarco di Anzio cambiò il quadro tattico; il 22 gennaio 1944, l'intera provincia di Roma fu dichiarata "zona di operazioni"[27] e capo della Gestapo di Roma, gestore dell'ordine pubblico, divenne l'ufficiale delle SS Herbert Kappler[28][29]. Kappler pianificò frequenti rastrellamenti, arrestò numerosi sospetti antifascisti, organizzò in Via Tasso un centro di detenzione e tortura, creò nella città un clima di terrore.

I partigiani romani iniziarono allora a ricevere dagli Alleati direttive sempre più pressanti di intensificare le azioni di lotta, di non concedere tregua ai tedeschi e di preparare l'insurrezione[30].

Dopo lo sbarco di Anzio le iniziative di lotta armata si intensificarono nella capitale, allorché comunisti e azionisti, nell'illusione di un imminente arrivo degli alleati a Roma, tentarono di far scoppiare l'insurrezione[31]. L'insuccesso di tale tentativo insurrezionale fu seguito da un'efficace azione repressiva dei nazifascisti, i quali catturarono importanti esponenti del PDA (fra cui il capo dell'organizzazione militare del partito, Pilo Albertelli), parecchi militanti di Bandiera rossa, il colonnello Montezemolo assieme ai suoi più stretti collaboratori, nonché vari fra i più attivi militanti del PCI fra i quali Giorgio Labò e Gianfranco Mattei[32].

1944: Artiglieria antiaerea tedesca nei pressi di Castel Sant'Angelo, nel pieno centro di Roma. I tedeschi avevano all'epoca più volte falsamente affermato che la città fosse indifesa[senza fonte].

A seguito dello sbarco di Anzio, inoltre, l'occupazione tedesca di Roma si fece vieppiù dura e la repressione si intensificò; aumentarono le condanne a morte e le fucilazioni, mentre si fecero sempre più frequenti i rastrellamenti contro la popolazione civile finalizzati a prelevare uomini per il servizio di lavoro obbligatorio; circa duemila uomini vennero catturati il 31 gennaio 1944 in un vasto rastrellamento nel centro della città (la razzia, e la deportazione nei campi di sterminio, di più di mille ebrei del Ghetto aveva già avuto luogo il 16 ottobre 1943)[33].

Occorre aggiungere che i tedeschi erano esasperati dall'atteggiamento non collaborativo da parte della popolazione civile romana, la cui resistenza passiva si manifestava anche dando ricetto e nascondiglio alle persone a rischio di deportazione: uomini in età da lavoro, soldati sbandati, prigionieri di guerra in fuga[34].

Tra la fine di gennaio e i primi di febbraio del 1944 la repressione tedesca riuscì a ostacolare fortemente la resistenza partigiana: mentre il Partito d'azione e il gruppo di Bandiera rossa dovettero ridurre al minimo le loro attività, i GAP del centro di Roma vennero temporaneamente sciolti e i loro componenti si trasferirono nelle borgate[35]. I GAP centrali, comunque, si ricostituirono alla metà di febbraio, mentre gli Alleati intensificavano ulteriormente le loro pressioni affinché i tedeschi venissero colpiti sempre più duramente dai partigiani; secondo una testimonianza di Paolo Emilio Taviani, la presenza dei militari tedeschi nella città di Roma era un problema che preoccupava gli Alleati in vista di una ripresa dell'offensiva, cosicché si fecero sempre più pressanti le sollecitazioni ai gruppi della Resistenza romana affinché agissero[36]. A tali sollecitazioni i GAP risposero con una vera e propria escalation di azioni, che iniziò alla metà di febbraio e culminò con l'attacco di via Rasella[37].

I comunisti tentarono più volte, attraverso azioni armate, di radicalizzare il risentimento popolare contro i nazifascisti: il 3 marzo 1944, dopo che le S.S. ebbero abbattuto a rivoltellate Teresa Gullace (una donna facente parte del gruppo di mogli che manifestavano davanti a una caserma in cui erano rinchiusi i loro mariti rastrellati), i GAP assaltarono i militi uccidendone alcuni, e permisero così la fuga di una parte dei prigionieri[38].

I GAP (formati principalmente da uomini del PCI[39][40][41]) rimasero l'unica formazione partigiana ad avere ancora capacità operative a Roma e, continuando la guerra parallela allo sforzo alleato, intensificarono le proprie attività per attaccare militarmente l'occupante. I due comandanti dei GAP centrali, dai quali dipendeva la rete clandestina, Franco Calamandrei detto "Cola" e Carlo Salinari detto "Spartaco", ebbero così un ruolo decisivo nella preparazione dell'attacco che si decise di condurre a via Rasella contro un numeroso reparto tedesco.

Scelta del "Bozen" come obiettivo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Polizeiregiment "Bozen".

Giorgio Amendola, rappresentante del Partito Comunista Italiano presso la giunta militare del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), dichiarò di aver ideato l'azione partigiana[42]. Secondo quanto dichiarato dallo stesso Amendola, gli altri membri della giunta non furono informati preventivamente del piano, come da consuetudine e per «ragioni di sicurezza cospirativa». Ciò avvenne nonostante, sempre secondo Amendola, «Pertini, che mordeva il freno e che, nel suo ben noto patriottismo di partito, era geloso delle prove crescenti di capacità e di audacia date dai Gap, [avesse chiesto] che si concordasse un'azione armata unitaria»[43].

Nel dopoguerra Amendola dichiarò inoltre[42] di aver scelto personalmente il Polizeiregiment "Bozen" come obiettivo, avendo notato la quotidiana puntualità del reggimento nel passare per via Rasella di ritorno dalle esercitazioni di addestramento a piazzale Flaminio[44]. Successivamente fu dato ordine al comando dei Gruppi di Azione Patriottica, formazioni partigiane esclusivamente dipendenti dal PCI e con rapporti solo indiretti con il CLN[45], di progettare l'attentato nei particolari operativi. Anni dopo ricordò:

« L'azione di via Rasella nacque perché sostando parecchie ore in piazza di Spagna, mi accorsi che ogni giorno il plotone tedesco della formazione "Bozen" passava alla stessa ora, con precisione teutonica. Passava cantando, quasi a sottolineare la sicurezza delle forze d'occupazione. Come comandante delle Brigate Garibaldi, decisi che fosse questo plotone l'obiettivo di una azione di carattere anche politico. Diedi al comando dei GAP l'ordine di eseguire l'attacco. Non entrai nei particolari per ragioni cospirative: spettava a loro scegliere il giorno e l'ora. Mi limitai a dare le disposizioni generali e a indicare anche il punto dell'esplosione: via Rasella[46]»

I membri del Polizeiregiment "Bozen" (Reggimento di polizia "Bolzano", dal 16 aprile 1944 SS-Polizeiregiment "Bozen"[47]) vennero reclutati, all'inizio dell'occupazione tedesca dell'Alto Adige fra gli "optanti", salvo poi il successivo (dal gennaio '44) ricorso alla coscrizione[48][49]. Il "Bozen" era costituito da soldati addestrati[50]. Il reggimento era suddiviso in tre battaglioni, dei quali il terzo si trovava a Roma dal febbraio 1944 (il primo combatteva contro i partigiani in Istria e il secondo partecipò a varie azioni antipartigiane nella provincia di Belluno, fra cui alcune rappresaglie di massa)[51]. Il terzo battaglione, quello di stanza a Roma, è stato descritto da Giorgio Amendola, organizzatore dell'attacco, come un "battaglione di gendarmeria" che transitava in Via Rasella "in pieno assetto da guerra"[42]. All'indomani dell'attentato superstiti del reparto rifiutarono di compiere la rappresaglia, che sarebbe loro toccata "per tradizione".[50]

Le caratteristiche del "Bozen" rappresentano uno dei vari aspetti controversi dell'attentato di via Rasella: per questo motivo, nell'ambito delle decennali polemiche sull'argomento, sono state tratteggiate descrizioni del reggimento tra loro notevolmente difformi, in cui la capacità offensiva e il grado di adesione al nazismo dei suoi uomini sono enfatizzati[52] o al contrario minimizzati[53], rispettivamente per affermare o negare la legittimità morale e l'efficacia militare dell'azione partigiana.

La data scelta per l'attacco, il 23 marzo 1944, fu scelta non casualmente onde farla coincidere con il XXV anniversario della fondazione dei Fasci Italiani di Combattimento.

Per l'occasione i fascisti - sotto la guida del segretario locale del Partito fascista repubblicano Giuseppe Pizzirani - avevano programmato una solenne commemorazione da tenersi presso il Teatro Adriano, in piazza Cavour. L'adunata fu annullata per ordine del comandante militare tedesco della piazza di Roma, il tenente generale della Luftwaffe Kurt Mälzer, timoroso del possibile scoppio di incidenti e deciso ad evitarli. Infatti, il comando tedesco aveva vietato ai fascisti repubblicani di svolgere manifestazioni pubbliche, dopo che il 10 marzo, giorno in cui la RSI commemorava l'anniversario della morte di Giuseppe Mazzini, un corteo di fascisti che marciava con alla testa gli appartenti alla milizia "Onore e combattimento" fu colpito in via Tomacelli dall'assalto con bombe a mano di un gruppo di gappisti, riportando secondo Carla Capponi, che partecipò all'azione, tre morti e vari feriti[54]. Amendola ricordò che questo attacco aveva «ricevuto molte congratulazioni per l'audacia dei gappisti, e nessuna critica o riserva»[42].

L'attacco in via Rasella avrebbe dovuto svolgersi in concomitanza con un'altra azione da compiersi al Teatro Adriano, in occasione della suddetta manifestazione ma, in seguito allo spostamento di quest'ultima presso il Ministero delle Corporazioni in Via Veneto, l'azione stessa fu annullata. A quest'ultimo attacco, secondo quanto dichiarato da Amendola, era prevista in base a un accordo tra lui e Pertini la partecipazione insieme ai GAP di un reparto delle Brigate Matteotti, le formazioni partigiane socialiste[42]. Nelle sue memorie, Carla Capponi ha scritto che la dinamica dell'azione sarebbe stata simile a quella di via Rasella:

« [Carlo Salinari] Mi informò che avrei dovuto fare la "mamma" con una carrozzina dentro la quale avrei sistemato la bomba gemella di via Rasella; poi, mi sarei mescolata tra la folla dei fascisti usciti dalla manifestazione, avrei acceso la miccia e l'avrei abbandonata in mezzo alla ressa dei gerarchi[55]»

I fatti[modifica | modifica sorgente]

Già nei giorni precedenti il 23 marzo il Comando centrale garibaldino aveva notato il transito di una compagnia tedesca di Ordnungspolizei che, dopo essere entrata da Porta del Popolo provenendo dal Flaminio, imboccava via del Babuino dirigendosi verso via del Tritone. Qui, costeggiando l'imbocco del traforo, all'epoca occupato dagli sfollati, entrava in via Rasella e, proseguendo, giungeva al Viminale (già sede del Ministero dell'Interno, dal dicembre del 1943 trasferito a Salò) dove era acquartierata.

Per alcuni giorni furono studiati gli spostamenti di questi soldati, che percorrevano in tenuta di guerra le strade di Roma cantando, preceduti e seguiti da pattuglie motorizzate munite di mitragliatrice pesante. Si trattava della 11ª compagnia del III Battaglione del Polizeiregiment "Bozen", composta da 156 uomini tra ufficiali, sottufficiali e truppa, altoatesini arruolati nella polizia in seguito all'occupazione tedesca dopo il 1º ottobre 1943 delle province di Bolzano, Trento e Belluno (riunite nel cosiddetto "Alpenvorland", sul quale la sovranità della RSI era nominale)[56].

In seguito ai diversi appostamenti, si appurò che tale compagnia percorreva quotidianamente lo stesso tratto di strada alla stessa ora (verso le due del pomeriggio) e che il punto migliore per attaccarla sarebbe stata appunto via Rasella, una strada in salita poco frequentata, scelta, oltre che per creare un imbottigliamento alla compagnia, anche per la scarsa presenza di botteghe e portoni, che portava ad uno scarso transito di civili.

Per l'esecuzione dell'attacco furono impiegati i GAP centrali che già dal periodo successivo all'8 settembre 1943 avevano compiuto numerose azioni di guerriglia urbana nella zona del centro storico. I partigiani che avrebbero partecipato all'azione sarebbero stati numerosi: uno di essi, travestito da spazzino, al segnale convenuto avrebbe dovuto innescare un ordigno nascosto all'interno di un carrettino della nettezza urbana, mentre gli altri, ad esplosione avvenuta, avrebbero dovuto attaccare con pistole e bombe a mano la compagnia.

Il compito di far brillare l'esplosivo fu affidato al partigiano Rosario Bentivegna ("Paolo"), studente in medicina, il quale il 23 marzo travestito da spazzino partì dal deposito gappista nei pressi del Colosseo verso via Rasella, con il carretto contenente l'ordigno. Dopo essersi appostato ed aver atteso circa due ore in più, rispetto alla consueta ora di transito della compagnia nella via, alle 15:52 accese con il fornello di una pipa la miccia, preparata per innescare l'esplosione dopo circa 50 secondi, tempo necessario ai tedeschi per percorrere il tratto di strada compreso tra il punto a valle usato per la segnalazione ed il carretto, posizionato in alto davanti a Palazzo Tittoni.

Subito dopo l'esplosione due squadre dei GAP, una composta da sette uomini l'altra da sei, sotto il comando di Franco Calamandrei detto "Cola" e Carlo Salinari detto "Spartaco", lanciarono bombe a mano e fecero fuoco sui sopravvissuti all'esplosione.

Modalità di azione[modifica | modifica sorgente]

Militare tedesco in via Rasella immediatamente dopo l'attentato

Il Salinari ha in seguito testimoniato che i partigiani erano così disposti:
Bentivegna accanto al carretto, Carla Capponi (che aveva un impermeabile nascosto, da mettere addosso allo stesso Bentivegna per coprirne la divisa da spazzino, ed una pistola sotto i vestiti), in cima alla via; Fernando Vitagliano, Francesco Curreli, Raul Falcioni, Guglielmo Blasi ed altri, vicino al Traforo; nei pressi Silvio Serra; all'angolo di via del Boccaccio si trovava Franco Calamandrei. Alcuni altri gappisti erano sistemati per coprirne la fuga[57].

Calamandrei si tolse il copricapo (segnale per avvisare Bentivegna che i tedeschi si stavano avvicinando e che quindi doveva accendere la miccia ed allontanarsi velocemente). Immediatamente dopo l'esplosione, gli altri partigiani raggiunsero Calamandrei per eseguire il lancio delle bombe a mano e colpire i militari con colpi di pistola[58]. L'effetto fu dirompente, in quanto i militari del "Bozen" avevano tutti cinque o sei bombe attaccate alla cintola, che esplosero causando una reazione a catena[59].

Nell'immediatezza dell'evento rimasero uccisi 32 militari tedeschi e 110 rimasero feriti, oltre a 2 vittime civili. Dei feriti, uno morì poco dopo il ricovero, mentre era in corso la preparazione della rappresaglia, che fu dunque calcolata in base a 33 vittime germaniche. Nei giorni seguenti sarebbero deceduti altri militari feriti, portando così a 42 il totale dei caduti, almeno secondo la relazione di un consulente tecnico di parte, acquisita dalla I Sezione penale della Corte di Cassazione, agli atti della sentenza n. 1560/99[60]. Non sono note le generalità delle vittime germaniche eccedenti il numero dei primi 33 deceduti. Almeno altri quattro italiani sono rimasti uccisi sotto il fuoco tedesco nelle sparatorie successive all'attacco[2][3].

Caduti[modifica | modifica sorgente]

Militari del "Bozen"[modifica | modifica sorgente]

Segue la lista dei 33 militari del Polizeiregiment "Bozen" uccisi[61]. 32 uomini caddero nell'immediatezza dell'esplosione, mentre un trentratreesimo (Vinzenz Haller) morì nella notte tra il 23 e il 24 marzo per le ferite riportate (ciò indusse Kappler ad aggiungere altri dieci nomi all'elenco dei condannati a morte per rappresaglia[62], inizialmente limitato a 320 nominativi). Ricoprivano tutti il grado di Unterwachtmeister, il più basso della gerarchia della polizia d'ordinanza dopo quello di allievo[63].

Nome Data di nascita Età Luogo di nascita
1 Karl Andergassen 5-1-1914 30 Kaltern / Caldaro
2 Franz Bergmeister 6-9-1906 37 Kastelruth / Castelrotto
3 Josef Dissertori 5-6-1913 30 Eppan / Appiano
4 Georg Eichner 21-4-1902 41 Sarnthein / Sarentino
5 Jakob Erlacher 12-7-1901 42 Enneberg / Marebbe
6 Friedrich Fischnaller 19-11-1902 41 ND
7 Johann Fischnaller 17-11-1904 39 Mühlbach / Rio di Pusteria
8 Eduard Frötscher 19-12-1912 31 Latzfons / Lazfons (frazione di Klausen / Chiusa)
9 Vinzenz Haller ND ND Ratschings / Racines
10 Leonhard Kaspareth 28-1-1915 29 Kaltern / Caldaro
11 Johann Kaufmann 19-10-1913 30 Welschnofen / Nova Levante
12 Anton Matscher 12-6-1912 31 Brixen / Bressanone
13 Anton Mittelberger 15-11-1907 36 Gries (frazione di Bolzano)
14 Michael Moser 29-9-1904 39 Kitzbühel (Austria)
15 Franz Niederstätter 1-6-1917 26 Aldein / Aldino
16 Eugen Oberlechner 30-4-1908 35 Mühlwald / Selva dei Molini
17 Mathias Oberrauch 15-8-1910 33 Bolzano
18 Paulinus Palla 31-12-1915 28 Buchenstein / Livinallongo del Col di Lana
19 Augustin Pescosta 9-5-1912 31 Colfosco (frazione di Corvara in Badia)
20 Daniel Profanter 22-5-1915 28 Andrian / Andriano
21 Josef Raich 14-12-1906 37 St. Martin / San Martino in Badia o San Martino in Passiria
22 Anton Rauch 5-8-1910 33 Völs / Fiè allo Sciliar
23 Engelbert Rungger 21-12-1907 36 Welschellen / Rina (frazione di Marebbe)
24 Johann Schweigl 13-8-1908 35 St. Leonhard / San Leonardo in Passiria
25 Johann Seyer 3-6-1904 39 Gais
26 Ignatz Spiess 4-7-1911 32 Schweinsteg / Sant'Orsola (frazione di San Leonardo in Passiria)
27 Eduard Spögler 11-7-1908 35 Sarnthein / Sarentino
28 Ignatz Stecher 11-5-1911 32 Schluderns / Sluderno
29 Albert Stedile 26-6-1915 28 Bolzano
30 Josef Steger 10-8-1908 35 ND
31 Hermann Tschigg 23-4-1911 32 St. Pauls / San Paolo (frazione di Appiano)
32 Fidelius Turneretscher 19-1-1914 30 Untermoi / Antermoia (frazione di San Martino in Badia)
33 Josef Wartbichler 13-11-1907 36 ND

Altri soldati morirono successivamente per le ferite riportate.[2] Kappler, negli atti del processo a suo carico, indica un totale di 42 caduti, cifra però non suffragata da documenti.[64] Lo stesso numero viene però confermato nelle memorie del generale Siegfried Westphal, all'epoca dei fatti capo di stato maggiore presso il comando del fonte sud-ovest.[65]

Civili italiani vittime dell'esplosione[modifica | modifica sorgente]

  1. Piero Zuccheretti - anni 12
  2. Non identificato forse Antonio Chiaretti - anni 48[2]

Civili italiani uccisi dal fuoco di reazione tedesco[modifica | modifica sorgente]

  1. Annetta Baglioni - anni 66
  2. Antonio Chiaretti - anni 48 (da alcune fonti ritenuto il non identificato di cui sopra)[2][3]
  3. Pasquale Di Marco - anni 34 anni
  4. Erminio Rossetti - autista del questore Pietro Caruso, giunto sul posto ed ucciso perché scambiato per partigiano[2].

Rastrellamento dopo l'attentato[modifica | modifica sorgente]

Lapide in memoria dei rastrellati di via Rasella uccisi alle Fosse Ardeatine, affissa in via delle Quattro Fontane presso Palazzo Barberini il 24 marzo 2010

Immediatamente dopo la cessazione dei combattimenti in via Rasella, i superstiti del "Bozen" - coadiuvati da altre forze tedesche e fasciste affluite sul posto - iniziarono a rastrellare la popolazione della zona circostante, arrestando abitanti e passanti; i rastrellati furono allineati sotto la minaccia delle armi contro la cancellata di accesso a Palazzo Barberini e quindi condotti in parte presso l'intendenza della PAI, in parte presso il palazzo del Viminale[66]. In particolare, nelle cantine del Viminale furono ammassate circa 300 persone e trattenute per accertamenti sino alla mattina successiva; dieci di questo gruppo furono poi uccisi alle Fosse Ardeatine[67].

Conseguenze dell'attentato[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Eccidio delle Fosse Ardeatine.

La ricostruzione dell'iter decisionale che condusse all'eccidio delle Fosse Ardeatine presenta rilevanti margini d'incertezza, in quanto si basa principalmente sulle deposizioni autodifensive rese dagli uomini dell'esercito tedesco nei processi che ebbero luogo nel dopoguerra[68]. Sembra, comunque, che il colonnello Dietrich Beelitz (capo ufficio operazioni dello stato maggiore di Kesselring) abbia dapprima ricevuto, dal comando supremo in Germania, l'ordine proveniente dallo stesso Adolf Hitler di evacuare l'intero quartiere ove si trova via Rasella, farlo saltare in aria e fucilare cinquanta civili per ogni soldato tedesco morto nell'attentato, ma che tale disposizione di Hitler non sia stata presa in seria considerazione dallo stesso Beelitz, in quanto da lui valutata come "uno sfogo d'ira del momento"; successivamente altri ordini di Hitler, pervenuti la sera del 23 marzo, avrebbero imposto di fucilare dieci italiani per ogni tedesco morto, e di eseguire tale rappresaglia entro ventiquattr'ore[68]. Di tali presunti ordini di Hitler non esistono peraltro né tracce scritte, né testimonianze dirette[69].

Nella tarda serata del 23, mentre già era in corso di compilazione la lista degli ostaggi da fucilare, Kappler diede ordine di cercare gli attentatori, ma senza curarsi dell'esecuzione di tale direttiva e senza attivare la polizia italiana; secondo una sentenza del dopoguerra, «La ricerca degli attentatori non costituì l'attività prima del comando di polizia tedesca, ma fu effettuata in maniera blanda come azione marginale e successiva alla preparazione degli atti di rappresaglia»[70]. Né la radio tedesca né quella repubblichina diedero notizia dell'attentato (fu anzi diramata una velina con l'ordine di non parlarne)[71].

L'eccidio delle Fosse Ardeatine ebbe luogo il 24 marzo. Soltanto il giorno dopo, a mezzogiorno del 25 marzo, i tedeschi diedero (assieme alla notizia di avere già eseguito la rappresaglia) notizia ufficiale dell'attentato, mediante la pubblicazione sui giornali del seguente comunicato, che era stato emanato dal comando tedesco di Roma alle 22:55 del 24 marzo:

« Nel pomeriggio del 23 marzo 1944, elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bomba contro una colonna tedesca di Polizia in transito per via Rasella. In seguito a questa imboscata, 32 uomini della Polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti.

La vile imboscata fu eseguita da comunisti badogliani. Sono ancora in atto indagini per chiarire fino a che punto questo criminoso fatto è da attribuirsi ad incitamento anglo-americano.

Il Comando tedesco è deciso a stroncare l'attività di questi banditi scellerati. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italo-tedesca nuovamente affermata. Il Comando tedesco, perciò, ha ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci criminali comunisti-badogliani saranno fucilati. Quest'ordine è già stato eseguito.[72] »

La Giunta militare del CLN si riunì il 26 marzo; durante la riunione l'esponente della Democrazia Cristiana Giuseppe Spataro disapprovò (a causa delle sue conseguenze) l'attentato di via Rasella, e propose l'emissione di un comunicato con il quale i gruppi combattenti fossero richiamati a chiedere sempre, prima di ogni loro azione, l'approvazione della Giunta. La proposta di Spataro venne respinta, in quanto essa, di fatto, avrebbe comportato la fine delle azioni di resistenza armata e sarebbe suonata inoltre come una sconfessione dell'attentato da parte del CLN; comunque il disaccordo sulla valutazione dell'attentato, all'interno del CLN, è testimoniato anche dal fatto che la rivendicazione dell'azione fu espressa dal solo PCI[73], tramite un articolo dal titolo Colonna di carnefici tedeschi attaccata in via Rasella, pubblicato in prima pagina su l'Unità clandestina del 30 marzo, contenente all'interno un comunicato dei GAP scritto da Mario Alicata:

« 
  1. Contro il nemico che occupa il nostro suolo, saccheggia i nostri beni, provoca la distruzione delle nostre città e delle nostre contrade, affama i nostri bambini, razzia i nostri lavoratori, tortura, uccide, massacra, uno solo è il dovere di tutti gli italiani: colpirlo, senza esitazione, in ogni momento, dove si trovi, negli uomini e nelle cose. A questo dovere si sono consacrati i Gruppi di azione patriottica.
  2. Tutte le azioni dei GAP sono dei veri e propri atti di guerra, che colpiscono esclusivamente obiettivi militari tedeschi e fascisti, contribuendo a risparmiare così altri bombardamenti aerei sulla capitale, distruzioni e vittime.
  3. L'attacco del 23 marzo contro la colonna della polizia tedesca, che sfilava in pieno assetto di guerra per le strade di Roma, è stato compiuto da due gruppi di GAP, usando la tattica della guerriglia partigiana: sorpresa, rapidità, audacia.
  4. I tedeschi, sconfitti nel combattimento di via Rasella hanno sfogato il loro odio per gli italiani e la loro ira impotente uccidendo donne e bambini e fucilando 320[74] innocenti. Nessun componente dei GAP è caduto nelle loro mani, né in quelle della polizia italiana. I 320 italiani, massacrati dalle mitragliatrici tedesche, sfigurati e gettati nella fossa comune, gridano vendetta. E sarà spietata e terribile! Lo giuriamo!
  5. In risposta all'odierno comunicato bugiardo ed intimidatorio del comando tedesco, il comando dei GAP dichiara che le azioni di guerra partigiana e patriottica in Roma non cesseranno fino alla totale evacuazione della capitale da parte dei tedeschi.
  6. Le azioni dei GAP saranno sviluppate sino all'insurrezione armata nazionale per la cacciata dei tedeschi dall'Italia, la distruzione del fascismo, la conquista dell'indipendenza e della libertà[75]»

In seguito, il CLN diffuse tramite la stampa clandestina un comunicato di deplorazione dell'eccidio delle Fosse Ardeatine. Il testo era il risultato di un compromesso trovato dopo una serie di riunioni, discussioni e proposte di mediazioni, delle quali in mancanza di documentazione non è mai stato possibile ricostruire l'andamento. Ivanoe Bonomi affermò di averlo redatto il 31 marzo (presumibilmente su dettatura di Pietro Nenni), ma essendo uscito a metà aprile è possibile che fu scritto ancora più tardi[76]. Ad ogni modo, per nascondere l'esitazione e il dissenso interni[77] e per fare in modo che risultasse anteriore al comunicato del PCI[76], fu retrodatato al 28. Il testo era il seguente:

« Italiani e italiane, un delitto senza nome è stato commesso nella vostra capitale. Sotto il pretesto di una rappresaglia per un atto di guerra di patrioti italiani, in cui esso aveva perso trentadue dei suoi SS, il nemico ha massacrato trecentoventi[74] innocenti, strappandoli dal carcere dove languivano da mesi. Uomini di non altro colpevoli che di amare la patria – ma nessuno dei quali aveva parte alcuna né diretta né indiretta in quell'atto – sono stati uccisi il 24 marzo 1944 senza forma alcuna di processo, senza assistenza religiosa né conforto di familiari: non giustiziati ma assassinati.

Roma è inorridita per questa strage senza esempio. Essa insorge in nome dell'umanità e condanna all'esecrazione gli assassini come i loro complici e alleati. Ma Roma sarà vendicata. L'eccidio che si è consumato nelle sue mura è l'estrema reazione della belva ferita che si sente vicina a cadere. Le forze armate di tutti i popoli liberi sono in marcia da tutti i continenti per darle l'ultimo colpo. Quando il mostro sarà abbattuto e Roma sarà al sicuro da ogni ritorno barbarico essa celebrerà sulle tombe dei suoi martiri la sua liberazione.

Italiani e italiane, il sangue dei martiri non può scorrere invano. Dalla fossa ove i corpi di trecentoventi – di ogni classe sociale, di ogni credo politico – giacciono affratellati per sempre nel sacrificio si leva un incitamento solenne a ciascuno di voi.

Tutto per la liberazione della patria dall'invasione nazista!

Tutto per la ricostruzione di un'Italia degna dei suoi figli caduti![77] »

Mentre il comunicato del PCI annunciava che le azioni partigiane non sarebbero cessate «fino alla totale evacuazione della capitale da parte dei tedeschi», quello del CLN proclamava che a Roma l'«ultimo colpo» alla «belva ferita» sarebbe stato assestato dalle «forze armate di tutti i popoli liberi», ossia dagli eserciti alleati avanzanti. Secondo Enzo Forcella, ciò sarebbe servito a far capire che azioni analoghe all'interno della città non sarebbero più state sottoscritte a posteriori dal CLN[76].

Le reazioni[modifica | modifica sorgente]

Subito dopo l'esplosione, Franco Calamandrei scrisse nel suo diario che «alcuni, soprattutto donne» giudicarono sfavorevolmente l'evento («ora che se ne stavano andando...»), e che dopo la rappresaglia «l'opinione pubblica non le è [all'azione] troppo favorevole. Non si vede l'importanza politica internazionale, che può valere il sacrificio». Inoltre riferì anche di discussioni all'interno del PCI romano sull'opportunità di intensificare la lotta o fermarla: inizialmente sembrò prevalere la prima alternativa, tuttavia infine si optò per un'interruzione, «ma purché si diffondano nella sosta manifestini alla popolazione e ai tedeschi, i quali minaccino una ripresa terroristica se entro un termine certo l'evacuazione non sarà effettiva»[78].

Nel 1964 Giorgio Amendola scrisse che subito dopo i fatti ebbe un incontro con Alcide De Gasperi presso il Palazzo di Propaganda Fide. Quando De Gasperi chiese spiegazioni circa la causa dell'esplosione, Amendola rispose di non saperlo lasciando capire che si trattava di un segreto cospirativo, cosicché il futuro capo del governo – «sorridente ed ammirativo» – avrebbe affermato: «Ne avrete combinata un'altra delle vostre. Non state mai fermi, voi comunisti, una ne pensate e cento ne fate»[42].

L'agente segreto statunitense Peter Tompkins, operante in Roma al momento dell'attentato, di cui venne a conoscenza soltanto dopo la sua esecuzione, pur essendo in contatto con i capi della Resistenza romana (Amendola, Giuliano Vassalli, Riccardo Bauer), così si esprime nel libro autobiografico Una spia a Roma: «La prima cosa che pensammo fu che non c'era nessuna utilità nell'uccisione di trenta poliziotti militari tedeschi. Perché piuttosto non avevano rischiato la pelle in un assalto a via Tasso? perché non avevano scelto come bersaglio Kappler e la sua banda di macellai? Chissà quale sarebbe stata adesso la reazione dei tedeschi: di certo non era un buon auspicio per il movimento clandestino della città. Quello che ci rattristò di più fu l'ottima esecuzione e la precisione dell'attacco, la cui organizzazione appariva vicina alla perfezione!»[79].

Eugenio Colorni, uno dei principali capi partigiani del PSIUP a Roma, affermò: «Le azioni contro i tedeschi sono permesse solo quando sia possibile eliminarne ogni traccia, perché altrimenti darebbero luogo a troppo gravi rappresaglie»[80].

Edgardo Sogno, monarchico e anticomunista, approvò l'attacco di via Rasella: «la notizia di Via Rasella fu per noi [i partigiani autonomi] un momento di esultanza. E neanche la feroce repressione che seguì mi fece cambiare idea, anzi. Davo lo stesso giudizio dei comunisti: bisognava provocare i tedeschi, perché ogni loro reazione non farà che isolarli sempre più».[81]

Il giurista liberale Piero Calamandrei, padre del gappista di via Rasella Franco, a metà del 1944 riportò nel proprio diario un'opinione da lui attribuita all'amico Pietro Pancrazi secondo cui il coraggio per compiere gli attentati contro tedeschi e fascisti sarebbe stato «molto simile a quello dei criminali, non dei soldati in campo», ossia un coraggio da deboli che avrebbe rivelato «il disprezzo per l'individuo, proprio dei partiti di massa». In seguito, quando con i processi del dopoguerra iniziarono le polemiche su via Rasella, Piero Calamandrei si schierò dalla parte dei gappisti[82].

Opinioni successive[modifica | modifica sorgente]

Nel 1983 Sandro Pertini (il quale, al processo Kappler, assieme a Bauer e ad Amendola aveva testimoniato che l'attentato si era svolto nell'ambito delle direttive del CLN) dichiarò: «Le azioni contro i tedeschi erano coperte dal segreto cospirativo. L'azione di via Rasella fu fatta dai Gap comunisti. Naturalmente io non ne ero al corrente. L'ho però totalmente approvata quando ne venni a conoscenza»[83].

Gianmatteo Matteotti, all'epoca partigiano socialista, all'interno di un'intervista del 1994 in cui dichiarò di avere la «memoria un po' allentata dal complesso di vicende», affermò che dopo la liberazione Pertini gli aveva detto che «non era stato favorevole ad un'azione militare di gappisti contro un reparto militare perché temeva che ci fossero delle rappresaglie sproporzionate rispetto all'efficacia dell'azione. Però rimase in minoranza [...] e prevalse la tesi di Giorgio Amendola, che era convinto della necessità di dare una dimostrazione di forza, di coraggio e che bisognava, quindi, condurre a fondo un'operazione». Per parte sua Matteotti affermò: «Io ne ebbi le conseguenze indirette perché quando mi fu detto "Anche voi eravate favorevoli", io dovetti dire che il nostro membro della segreteria Pertini non era stato favorevole a quella azione. [...] son convinto che fu un'azione che non ebbe il senso e la dimensione delle azioni che devono avere in guerra anche gli atti di offesa al nemico, quando poi le conseguenze sono quelle che si riflettono sulla popolazione»[84]. Tuttavia, secondo Enzo Forcella, all'infuori dei comunisti «nessun altro esponente degli altri partiti antifascisti era stato messo al corrente, neppure nelle grandi linee, dell'azione in preparazione»[76].

Paolo Emilio Taviani, in un'intervista del 1997, dichiarò: «l'episodio di via Rasella è un episodio di guerra. Può essere stato scelto un po' avventatamente, però questi erano militari che andavano al passo militare, in una Roma città aperta, contro i quali è stato usato l'attacco tipico dei partigiani. Nel Cln democristiani e liberali hanno protestato, nel Cln c'erano voci diverse che dopo si componevano. Ma, la guerra è la guerra, e la guerriglia partigiana ha regole sue. Chi non le accetta non deve neppure cominciarla»[85]. Nel 1998 Taviani dichiarò di essere rimasto, a suo tempo, sorpreso del fatto che nella capitale l'attentato di via Rasella fosse oggetto di critiche: «io ero stupito che a Roma ci fosse gente che stesse a discutere di questo; a Genova abbiamo fatto di peggio, perché abbiamo fatto saltare un cinema dove andavano i soldati nazisti, sono morti cinque soldati nazisti»[86].

Lo storico Enzo Forcella nel 1998 affermò che, in difesa del «paradigma antifascista», a partire dal dopoguerra «gli uomini e i partiti interessati, a varie riprese e in vari modi, hanno sempre cercato di stendere una coltre di silenzio sul profondo dissenso che i fatti di via Rasella e delle Fosse Ardeatine avevano provocato tra i partiti del Cln. Alcuni di loro, anche di fronte alla magistratura, non hanno esitato a giurare il falso per nascondere che contrasto vi fosse stato»[76].

Valutazioni storiografiche[modifica | modifica sorgente]

Nella valutazione di Gabriele Ranzato «L'attentato ha conseguito per le finalità della Resistenza un grande risultato di portata simbolica e pratica: ha potuto rappresentare, con tutta la risonanza internazionale che il fatto di essere avvenuto nella capitale implicava, la decisa volontà degli italiani di lottare contro il fascismo e i tedeschi; ha mostrato la vulnerabilità di questi ultimi, incoraggiando a imprese più audaci coloro che già si battevano contro di essi; con la sua esaltante esemplarità ha spinto molti uomini in tutta Italia a combattere gli occupanti e i loro collaboratori. La responsabilità della rappresaglia, imprevedibile nella criminalità della sua portata [...], appartiene solo a chi l'ha compiuta; soggiacere al ricatto delle rappresaglie implicava la fine di ogni resistenza armata. La legittimità dell'atto di guerra compiuto non fu tanto di natura giuridica quanto di natura morale, come lo è quella di qualsiasi azione violenta diretta ad abbattere una tirannide che abbia il monopolio della legittimità giuridica. Il fatto che la decisione di compiere l'attentato fu del solo Pci non ne limita la legittimità poiché quell'atto non contraddiceva alcuna disposizione, né del Cln né del governo Badoglio, ed era anzi assolutamente coerente con le esortazioni dell'uno e dell'altro a colpire il nemico comunque e dovunque si presentasse l'occasione»[87]. Tuttavia, sempre secondo Ranzato, nell'ambito locale romano la rappresaglia delle Ardeatine riuscì nell'intento di intimidire la popolazione, privò le organizzazioni della Resistenza di numerosi esponenti anche importanti, e complessivamente segnò una battuta d'arresto per la Resistenza romana, compresa quella comunista, che dopo via Rasella non riuscì più a portare a segno operazioni di tale portata[88]. Lo sciopero generale indetto dal CLN per il 3 maggio 1944 fu un sostanziale fallimento, e, diversamente da molte altre città italiane, la liberazione da parte degli Alleati non fu preceduta da alcuna insurrezione[89].

Circa le affermazioni di Ranzato sul «ricatto delle rappresaglie» e la legittimità morale ancor più che giuridica dell'attentato, Paolo Pezzino scrive: «Si tratta, a mio avviso, di giudizi prodotti da una contaminazione fra il livello della ricerca storiografica e il livello etico-politico, che non condivido. Sul piano analitico non si può considerare la resistenza armata una guerra come tutte le altre: la continua rivendicazione da parte partigiana del proprio carattere combattente può nascondere la stessa pretesa di irresponsabilità dei soldati regolari nelle azioni di guerra, con la medesima semplificazione di chi, riducendo gli individui ad automi irresponsabili delle proprie azioni, sostiene che gli ufficiali e i soldati tedeschi che si macchiavano di azioni inumane non avevano alternativa al loro comportamento a causa degli ordini draconiani che ricevevano»[90].

Lo storico americano Richard Raiber, considerato che il reparto colpito non era di SS e che l'attentato provocò non un'insurrezione ma un'atroce rappresaglia, oltre a un generale inasprimento delle misure repressive tedesche contro la già sofferente popolazione romana, scrive che l'azione «non ottenne alcun risultato tangibile»[91].

La Commissione storica italo-tedesca definisce quella di via Rasella la più nota e «la più gravida di conseguenze» delle azioni dei GAP, consistenti in «attentati politici» che «avevano anche lo scopo di scuotere la maggioranza della popolazione civile dallo stato di attesa passiva in cui versava», ossia «di dimostrare la forza della Resistenza e di mobilitare strati sempre più ampi della popolazione contro il regime d'occupazione»; obiettivo generalmente non conseguito:

« Le reazioni in cui i gruppi di resistenza avevano sperato tuttavia non arrivarono. Al contrario, da lettere e petizioni emerge addirittura che a volte il risentimento della popolazione si dirigeva piuttosto contro coloro che con i loro attentati provocavano le rappresaglie tedesche, anziché contro gli autori delle rappresaglie stesse. Anche a Roma, in alcuni settori della popolazione la deprecazione nei confronti dell'attentato sopravanzò l'avversione prodotta dalle esecuzioni. »

Sebbene sia storicamente accertato che questo genere di attentati abbia suscitato critiche in parte della popolazione italiana, la gran parte di essa (fatta eccezione per una minoranza di fascisti che collaboravano attivamente all'occupazione) condivise comunque un atteggiamento di avversione nei confronti dei tedeschi occupanti, considerando questi ultimi responsabili del persistere della guerra[92].

Riepilogo delle sentenze[modifica | modifica sorgente]

Via Rasella, dettaglio (aprile 2007)
  • All'interno della sentenza di condanna del 20 luglio 1948, emessa contro Herbert Kappler e altri coimputati per la strage delle Fosse Ardeatine, il Tribunale Territoriale Militare di Roma negava la qualifica di legittima azione di guerra dell'attentato di Via Rasella, in quanto non commesso da "legittimi belligeranti"[93]. I partigiani autori dell'attentato non avrebbero infatti rispettato tutti i requisiti previsti dalla Convenzione dell'Aja del 18 ottobre 1907 per il riconoscimento della qualifica di legittimi belligeranti anche ai civili organizzati in corpi di volontari, ossia essere comandati da una persona responsabile per i propri subordinati, indossare un segno di riconoscimento fisso riconoscibile a distanza, portare le armi apertamente e condurre le operazioni secondo le leggi ed i costumi di guerra[94].
  • La mancanza di tali requisiti veniva confermata il 25 ottobre 1952 anche dal Tribunale Supremo Militare, all'interno della sentenza di rigetto del ricorso presentato da Kappler contro la condanna[95].
  • Le Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione, con sentenza n.36 del 19 dicembre 1953, ribadendo la sentenza del 1952 del Tribunale Supremo Militare di Roma, dichiararono inammissibile il ricorso di Kappler avverso alla sentenza, perché lo stesso Kappler fece arrivare comunicazione di rinuncia al ricorso[96]
  • Il Tribunale Supremo Militare di Roma con sentenza in data 25 ottobre 1960 respinse il ricorso presentato da Kappler affinché le 15 uccisioni in più delle Fosse Ardeatine fossero considerate reato almeno in parte "politico", al fine di poter rientrare nei termini dell'amnistia[97].
  • Con l'ordinanza del 16 aprile 1998, il giudice per le indagini preliminari di Roma disponeva l'archiviazione del procedimento penale a carico di Rosario Bentivegna, Carla Capponi e Pasquale Balsamo, iniziato a seguito di una denuncia presentata da alcuni parenti delle vittime civili dell'attacco. Il Giudice escludeva la qualificazione dell'atto come legittima azione di guerra, ravvisando tutti gli estremi oggettivi e soggettivi del reato di strage, altresì rilevando tuttavia l'estinzione del reato a seguito dell'amnistia prevista dal decreto 5 aprile 1944 per tutti i reati commessi "per motivi di guerra".
  • Decidendo con sentenza n.1560/99[98] sul ricorso presentato da Bentivegna, Balsamo e Capponi, la prima sezione penale della Corte di Cassazione annullava la precedente ordinanza, affermando per la prima volta in sede penale la natura di legittimo atto di guerra dell'attacco di Via Rasella sulla base di due motivazioni. La prima si basava semplicemente sulla erronea lettura di una precedente sentenza[99]. La seconda motivazione, indipendente dalla prima, faceva riferimento al decreto legislativo luogotenenziale n. 194 del 1945, successivo all'amnistia, che ha escluso la natura di reato, inserendola tra gli atti di guerra ad ogni «operazione compiuta dai patrioti per la necessità di lotta contro i tedeschi e i fascisti nel periodo dell'occupazione fascista. La legittimità dell'azione, per la Suprema Corte, deve essere pertanto valutata nel suo complesso, senza che sia possibile scinderne le conseguenze a carico dei militari tedeschi che ne costituivano l'obiettivo da quelle coinvolgenti i civili che ne rimasero vittima, in rapporto alla sua natura di "azione di guerra"».
  • Il 7 agosto 2007 la Cassazione ha confermato la condanna al risarcimento inflitta dalla Corte d'appello di Milano al quotidiano Il Giornale per diffamazione ai danni di Rosario Bentivegna[100][101]. La Corte, partendo dalla qualificazione dell'attacco come legittimo atto di guerra rivolto a colpire esclusivamente i militari occupanti, ha ritenuto che alcune affermazioni contenute in articoli pubblicati dal quotidiano milanese nel 1996, per i Supremi Giudici tendenti a parificare le responsabilità degli esecutori dell'attacco di Via Rasella e dei comandi nazisti nella causazione della strage delle Fosse Ardeatine, erano gravemente lesive dell'onorabilità personale e politica del Bentivegna. Le affermazioni del Giornale furono:
    • che il Battaglione "Bozen" fosse costituito interamente da cittadini italiani, mentre per la Cassazione facendo parte dell'esercito tedesco, i suoi componenti erano sicuramente altoatesini che avevano optato per la cittadinanza germanica.
    • che i componenti del "Bozen" fossero «vecchi militari disarmati», mentre per la Cassazione essi erano «soggetti pienamente atti alle armi, tra i 26 e i 43 anni, dotati di sei bombe e "machine­pistolen"».
    • che le vittime civili fossero sette, mentre per la Cassazione nessuno mette più in discussione che furono due.
    • che dopo l'attacco erano stati affissi manifesti in cui si intimava ai responsabili dell'attacco di consegnarsi per evitare una rappresaglia ma, per la Corte l'asserzione trova puntuale smentita nel fatto che la rappresaglia delle Fosse Ardeatine era iniziata circa 21 ore dopo l'attacco, e soprattutto nella direttiva del Minculpop la quale disponeva che si tenesse nascosta la notizia di Via Rasella, che venne effettivamente data a rappresaglia già avvenuta[102].
  • Il 22 luglio 2009 la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di Elena Bentivegna (figlia di Carla Capponi e Rosario Bentivegna) contro il quotidiano Il Tempo che aveva pubblicato un articolo dove gli autori dell'attacco di via Rasella venivano definiti "massacratori di civili". La sentenza ha stabilito che l'epiteto utilizzato è lesivo della dignità dei partigiani e per questo diffamatorio, in quanto quello di via Rasella fu "legittimo atto di guerra contro il nemico occupante".[103]

Controversie[modifica | modifica sorgente]

In sede processuale la Corte di Cassazione ha definito l'attacco di via Rasella come un "legittimo atto di guerra rivolto contro un esercito straniero occupante e diretto a colpire unicamente dei militari", affermando anche che è "lesiva dell'onorabilità politica e personale" di Rosario Bentivegna "la non rispondenza a verità di circostanze non marginali come l'ulteriore parificazione tra partigiani e nazisti con riferimento all'attentato di via Rasella e l'assimilazione tra Erich Priebke e Rosario Bentivegna".

Le controversie storiche e politiche sulla legittimità morale dell'attacco, sulle sue finalità e sulle sue modalità d'esecuzione continuano a protrarsi nel tempo, ritrovando vigore ogni qual volta l'argomento venga portato alla ribalta dalla pubblicazione di nuovi studi o dal dibattito politico, rendendolo uno degli eventi più discussi della Resistenza italiana[104]. Lo storico Gabriele Ranzato ha definito quella di via Rasella «una storia infinita, una contesa inesauribile di ambito nazionale che si ridesta ad ogni occasione con rinnovata animosità»[105].

La "rappresaglia evitabile"[modifica | modifica sorgente]

Alcuni hanno sostenuto che la rappresaglia si sarebbe potuta evitare[106]. Lo storico Paolo Simoncelli ha riportato in un suo articolo la testimonianza del medico Vittorio Claudi (m. 2006) che avrebbe visto un manifesto in Piazza Verdi (Roma) nel quale vi sarebbe stata una richiesta di consegna da parte del comando tedesco[107] prima di effettuare il massacro. Tuttavia i tedeschi non attesero le canoniche 24 ore prima di dare inizio al massacro[108].

Lo storico Roberto Roggero, in Oneri e onori, fa peraltro notare come «nulla garantisce che se gli autori dell'attentato si fossero presentati all'autorità tedesca, la rappresaglia non sarebbe comunque stata messa in atto»[109]. Mentre, ad esempio, la rappresaglia è stata evitata nel caso di Salvo D'Acquisto, che pur innocente si era accusato responsabile della morte di alcuni soldati tedeschi; in un altro caso, quello di Vincenzo Giudice, nonostante egli si fosse consegnato, la rappresaglia era stata effettuata causando la morte di 71 persone, fra le quali molti bambini.

Tali questioni si posero fin dal processo per le Fosse Ardeatine a carico del tenente colonnello Kappler presso il Tribunale Militare di Roma, il 20 luglio 1948. Kappler, in tale occasione, dichiarò che «se i responsabili si fossero presentati entro 24 ore dall'accaduto, la rappresaglia sarebbe stata evitata». Rosario Bentivegna, presente in aula in qualità di testimone, fu contestato da alcuni famigliari dei fucilati delle Fosse Ardeatine, i quali lo accusarono di non aver evitato la rappresaglia consegnandosi ai tedeschi. Bentivegna si difese immediatamente affermando che i tedeschi non richiesero la consegna degli autori dell'attacco, e che non era certo che la sua consegna avrebbe evitato la rappresaglia»[109].

In precedenza, tuttavia, il feldmaresciallo tedesco Albert Kesselring, in data 15 novembre 1946, sentito come testimone al processo contro i generali Mackensen e Mältzer, a domanda rispose:

« "Ma voi avreste potuto dire: Se la popolazione romana non consegnerà entro un dato termine il responsabile dell'attentato io fucilerò dieci romani per ogni tedesco ucciso?"

Kesselring: "Ora in tempi tranquilli, dopo tre anni passati, devo dire che l'idea sarebbe stata molto buona".
"Ma non lo faceste".
Kesselring: "No, non lo feci"[110]»

La sentenza della Cassazione del 2007 ha confermato il fatto che nessuna richiesta di consegna degli autori dell'attacco per evitare la rappresaglia fosse stata affissa dalle autorità di occupazione: nonostante ciò Simoncelli ha comunque continuato a sostenere la tesi della pubblicazione del manifesto in due articoli, intitolati Via Rasella, partigiani avvisati? Ecco la prova e Il manifesto «scomparso», usciti sull'Avvenire rispettivamente il 17 e 18 marzo 2009[111].

L'attacco "inutile" o "controproducente"[modifica | modifica sorgente]

Secondo questa tesi, i 156 uomini della 11ª compagnia del 3º Battaglione "Bozen" al comando del maggiore Hellmuth Dobbrick non erano nulla più che un reparto di polizia[112] formato da riservisti altoatesini che avevano optato per la cittadinanza tedesca, impiegato a Roma con compiti di semplice vigilanza urbana[113], in quel momento impegnato in periodo addestrativo[114]. Pertanto il risultato dell'attacco sarebbe stato militarmente inutile[115].

Viene anche sottolineato dai critici come nell'attentato furono coinvolti anche civili italiani: l'esplosione non uccise solo trentatré militari tedeschi, ma anche due civili italiani (di cui un ragazzino di 13 anni), ferendone anche altri quattro (secondo altre fonti le vittime furono 7, o addirittura 10[senza fonte]. La Cassazione tuttavia ha stabilito il numero in due[116].). Tuttavia ai famigliari dei due civili morti nell'attacco non è mai stato riconosciuto alcun risarcimento dalla magistratura italiana, in quanto l'attacco è stato successivamente catalogato come legittimo atto di guerra.

Secondo altri, l'attacco pregiudicò la Resistenza romana e Roma stessa[117]: ben lungi dal migliorare le condizioni della popolazione romana, l'attacco inferocì tedeschi e fascisti che, per questo, avrebbero accresciuto la repressione sulla Resistenza e sui civili[118].

La questione fu riaperta nel giugno del 1980, quando Marco Pannella affermò pubblicamente che, secondo le informazioni da lui raccolte, «gran parte dei quadri antifascisti e anche comunisti non direttamente organizzati dal PCI e lo stesso comando ufficiale della resistenza romana erano contrari all'ipotesi dell'azione terroristica»; lo stesso leader radicale definì via Rasella «un atto di terrorismo», paragonandolo ad un'azione delle Brigate Rosse[119]. Ne nacque una feroce querelle con Giorgio Amendola e Antonello Trombadori, che era stato il fondatore e il comandante generale dei GAP romani, anche se, al momento dell'azione, si trovava recluso a Regina Coeli. I protagonisti finirono in tribunale e la polemica durò a lungo.

Nel 2002, Claudio Bussi, figlio della vittima delle Fosse Ardeatine Armando Bussi, in un articolo pubblicato su l'Unità per l'anniversario del massacro, scrisse: «l'attentato di via Rasella fu un atto di guerra, dettato da emotività più che da un preciso ragionamento, discutibile sul piano dell'opportunità e sbagliato se messo in relazione con le finalità che si volevano raggiungere»[120]. Bentivegna replicò definendo tale giudizio una manifestazione della «fantasia dei falsari e dei mistificatori» e «una tesi cara a tutti gli attendisti»[121].

Nel 2012, in occasione della morte di Rosario Bentivegna, lo storico Alessandro Portelli, autore del saggio sulle Fosse Ardeatine L'ordine è stato eseguito, ha detto sull'attentato di Via Rasella: «fu la più grande vittoria militare della Resistenza».[122]

La "rappresaglia cercata"[modifica | modifica sorgente]

Un'altra tesi sostenuta nell'ambito di una revisione analitica sui fatti legati ai partigiani e alla Resistenza è quella della "rappresaglia cercata"[123], diffusa anche tra gli stessi parenti delle vittime delle Fosse Ardeatine: ad esempio è ripresa come atto d'accusa in un componimento del poeta Corrado Govoni dedicato al figlio ucciso, il partigiano di Bandiera Rossa Aladino[124]. È noto infatti che i tedeschi non avessero mai proceduto a rappresaglie di massa a Roma, pur procedendo ad una violenta repressione ed a molte condanne a morte, sebbene secondo alcuni autori[125] fosse altrettanto noto quale fosse il loro modus operandi solito (il famigerato "dieci a uno"[126]. Circa il pericolo delle rappresaglie, Giorgio Amendola scrisse:

« La più grossa responsabilità morale che abbiamo dovuto assumere nella guerra partigiana è quella dei sacrifici che si provocano, non soltanto i compagni di lotta che si inviano incontro alla morte – essi hanno scelto liberamente quella strada – ma gli ignari che possono essere colpiti dalle rappresaglie. Se non si supera questo tremendo problema non si può condurre la lotta partigiana. Noi del C.L.N., tutti, anche se nella pratica con maggiore o minore convinzione, sapemmo superare questo problema, e prenderci le necessarie responsabilità. Soltanto dei pavidi o degli ipocriti potevano fare finta di non comprendere le conseguenze che derivavano dalla posizione assunta. Affrontammo il rischio nell'unico modo possibile: non farci arrestare dal ricatto delle rappresaglie e, in ogni caso, rispondere al nemico colpo su colpo e continuare la lotta[42]»

Nella situazione di complessiva apatia della maggior parte della popolazione di Roma nei confronti dei tedeschi e dei fascisti repubblicani, il comando dei GAP avrebbe deciso di intraprendere un'operazione di impatto talmente grave da scuotere l'intera città, per farla sollevare contro le forze dell'Asse, alla luce del fallimento della controffensiva tedesca contro la testa di Ponte Alleata ad Anzio, contando su una rapida avanzata angloamericana su Roma[127]. Chi contesta questa tesi fa rilevare che i gappisti non erano necessariamente a conoscenza della politica tedesca del "dieci contro uno"[senza fonte][128]. Giorgio Amendola scrisse: «non avevo preveduto le conseguenze dell'azione compiuta: le precedenti azioni dei GAP non erano state seguite da rappresaglie immediate. Invece questa volta s'era scatenato l'inferno».[42].

La tesi del complotto contro gruppi rivali del PCI[modifica | modifica sorgente]

Secondo una variante della tesi della rappresaglia cercata - sostenuta da Pierangelo Maurizio[129], Giorgio Pisanò (ex combattente della RSI e parlamentare del MSI), Roberto Guzzo (partigiano di Bandiera Rossa), Massimo Caprara (segretario personale di Palmiro Togliatti e deputato del PCI poi diventato anticomunista)[130] e altri autori[131] - il PCI, ben conoscendo le modalità con cui i tedeschi selezionavano i fucilandi per le rappresaglie, attraverso una ben orchestrata campagna di delazioni avrebbe fatto arrestare progressivamente la maggior parte degli esponenti delle reti clandestine non comuniste o comuniste dissidenti, tra cui molti appartenti al movimento trotskista Bandiera Rossa, per poi effettuare l'attacco affinché costoro fossero fucilati per rappresaglia[132]. Al di là della validità di tale tesi, è nota l'ostilità del PCI verso i gruppi trotskisti, descritti nel numero 7 del gennaio 1944 dell'Unità come quinta colonna del nazismo e del fascismo[133].

Anche l'atroce fine toccata al direttore di Regina Coeli, Donato Carretta, linciato brutalmente durante il processo a Pietro Caruso, sarebbe servita - per i sostenitori di questa tesi - a "tappare la bocca" all'uomo che conosceva il segreto della compilazione delle liste dei fucilandi[130]: assieme all'uomo, infatti, sarebbero spariti i documenti del carcere di Regina Coeli, bruciati dalla folla (abilmente guidata, secondo i sostenitori di tale tesi). Inoltre dalle liste sarebbero stati espunti pressoché tutti i pochi comunisti in carcere, normalmente con la scusa dello "stato di salute" (le convenzioni vietano infatti di giustiziare infermi o malati). Un criterio che tuttavia non sarebbe stato applicato nel caso - un esempio fra molti - del colonnello Montezemolo, fucilato nonostante fosse gravemente sofferente ed invalido per le torture subite a via Tasso (questo particolare è a sua volta oggetto di controversia)[senza fonte].

Nessuna di queste argomentazioni risulta, tuttavia, documentata; in particolare:

  • Non risulta che il PCI clandestino conoscesse le modalità con cui i nazisti selezionavano i fucilandi per le rappresaglie che, peraltro, nel caso di specie, sono stati scelti[134]: 154 persone a disposizione dell'Aussenkommando, sotto inchiesta di polizia; 23 in attesa di giudizio del Tribunale militare tedesco; 16 persone già condannate dallo stesso tribunale a pene varianti da 1 a 15 anni; 75 appartenenti alla comunità ebraica romana; 40 persone a disposizione della Questura romana fermate per motivi politici; 10 fermate per motivi di pubblica sicurezza, 10 arrestate nei pressi di via Rasella; una persona già assolta dal Tribunale militare tedesco, oltre a tre, tuttora non identificate.
  • Non vi sono documenti attestanti che sia stata orchestrata una campagna di delazioni, da parte del PCI, perché fossero progressivamente arrestati la maggior parte degli esponenti delle reti clandestine non comuniste o dissidenti.
  • Non vi sono documenti che attestino che la folla inferocita che procurò la morte di Donato Carretta, a latere del "processo Caruso" sia stata abilmente pilotata e per quali fini.
  • Non è esatto che i partigiani aderenti al PCI non siano stati trucidati alle Fosse Ardeatine: nell'elenco dei caduti riportato in "Roma Ribelle", di Marisa Musu ed Ennio Polito ne risultano 28, compresi i "gappisti" Gioacchino Gesmundo, Valerio Fiorentini e Umberto Scattoni[135]. Anche Gesmundo, come Montezemolo, fu orribilmente torturato durante la prigionia. Il comandante dei G.A.P. Antonello Trombadori, recluso a Regina Coeli, si salvò dall'eccidio grazie all'azione del medico socialista Alfredo Monaco[136].

Si fa infine presente che, il 27 giugno 1997, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Maurizio Pacioni, ha ritenuto del tutto insostenibile l'accusa di Roberto Guzzo nei confronti di Rosario Bentivegna, Carla Capponi e Pasquale Balsamo, secondo cui l'azione di Via Rasella non sia stata diretta contro i tedeschi ma contro altri gruppi della Resistenza[137].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Dipartimento Cultura - Servizio Commissione Consultiva di Toponomastica, Via Rasella, Comune di Roma. URL consultato il 14 luglio 2013.
  2. ^ a b c d e f Nell'immediatezza dell'azione morirono almeno due civili italiani, il tredicenne Pietro Zuccheretti e un uomo mai identificato con certezza. Durante la sparatorie successive, caddero sotto il fuoco tedesco almeno altri tre civili, Antonio Chiaretti (48 anni, da alcune fonti ritenuto il non identificato di cui sopra), Pasquale Di Marco (34 anni) e Annetta Baglioni (66 anni), mentre 11 rimasero feriti. Il poliziotto italiano Erminio Rossetti, l'autista che aveva accompagnato il questore fascista Pietro Caruso sul posto, fu ucciso dai tedeschi perché scambiato per un partigiano: era sceso in borghese, e pistola in pugno dall'auto di servizio. L'Agenzia Stefani, il 26 marzo, riportò in tutto sette morti italiani, indicandoli come «quasi tutti donne e bambini», e attribuendoli interamente ai «comunisti badogliani», tesi rilanciata ancor oggi dalla pubblicistica e dalla stampa di destra. Tutti e dodici i gappisti protagonisti dell'attentato restarono illesi e sfuggirono all'arresto. (Fonti: * Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria, Donzelli Editore, Roma, 2005, ISBN 88-7989-793-4, p. 191 per i due civili morti nell'immediatezza dell'azione; p. 192 per Di Marco, Baglioni ed i feriti civili; p. 194 per Chiaretti, l'autista di Caruso, i sette morti italiani; p. 198 per l'identificazione del reparto del Bozen; p. 411 per la Stefani e polemiche successive. * Robert Katz, Roma Città Aperta - settembre 1943 - giugno 1944, Il Saggiatore, Milano, 2003, ISBN 88-428-1122-X, p. 240 per la dipendenza dalle SS, p. 241 per il numero dei tedeschi; p. 252 per il numero di gappisti; p. 260 per i tedeschi caduti sul colpo e la stima dei feriti invalidati, 60% della compagnia distrutta; p. 283 per il trentatreesimo caduto tedesco; p. 441 per il nome di Rossetti ed i feriti civili, tra i quali "un passante". * Cassazione - Sezione I Penale sent. n. 1560/99, par. IV, num. 6, lett. a, per il numero totale di caduti tedeschi.
  3. ^ a b c La ricostruzione esatta del numero dei caduti italiani, della loro identità e delle cause esatte della morte di ciascuno di essi, è resa estremamente difficile dalla mancanza di una reale indagine sui fatti, che non risulta essere stata condotta, all'epoca nella quale essi si svolsero, da nessuna autorità, fascista repubblicana o tedesca, e dalla non totale coincidenza nei dati forniti dalle fonti consultate, pur tra le più autorevoli disponibili in materia.
  4. ^ Per una panoramica delle sentenze, si veda il riepilogo dedicato.
  5. ^ Gabriele Ranzato, Roma, in: AA. VV., Dizionario della Resistenza. A cura di Enzo Collotti, Renato Sandri e Frediano Sessi. Volume primo. Storia e geografia della Liberazione, Einaudi, Torino 2000, pagg. 413-4.
  6. ^ Prospetto statistico riassuntivo pubblicato in: Albo d'oro dei caduti nella difesa di Roma del settembre 1943, a cura dell'Associazione fra i Romani, Roma, 1968, pag. 79
  7. ^ Per la questione della difesa di Roma si vedano Albert Kesselring, Soldato fino all’ultimo giorno, LEG, Gorizia, 2007; Stato Maggiore Esercito - Ufficio Storico, Le operazioni delle unità italiane nel settembre-ottobre 1943, Roma; Gioacchino Solinas, I granatieri di Sardegna nella difesa di Roma, E.F.C.; Giorgio Pisanò, Storia della Guerra civile in Italia, CED; Ugo Cavallero, Comando Supremo, Cappelli, 1948; Ruggero Zangrandi, L'Italia tradita. 8 settembre 1943, Mursia, 1971
  8. ^ Nonostante il Fascio repubblicano costituito nella capitale fosse stato uno dei più importanti numericamente (Cfr. Giorgio Pisanò, Storia della Guerra civile in Italia, cit.), esso rappresentò l'unico centro di raccolta dei pochi fascisti della capitale. Un segno di scollamento della città dal fascismo e dello strapotere tedesco è stato rilevato nel maggior tasso di renitenza alla leva registrato a Roma rispetto al resto della RSI. I tedeschi tentarono infatti a più riprese di sabotare ogni tentativo fascista di ricostituire forze armate autonome, preferendo gestire autonomamente le risorse umane italiane attraverso retate di uomini atti al lavoro da inviare a elevare fortificazioni sui fronti di Anzio e Cassino, in Germania o, nell'Organizzazione Todt, anche in Alta Italia. Cfr. R. De Felice, Rosso e Nero, a cura di P. Chessa, Baldini&Castoldi, Milano, 1995, pag. 60, e Mussolini l'alleato, tomo II, Einaudi; Giorgio Pisanò, Storia della Guerra civile in Italia, cit.. La renitenza alla leva era superiore del 15-20% alla media, mentre, secondo i dati dei Servizi segreti USA, solo il 2% dei cittadini romani si presentava spontaneamente alle chiamate al lavoro o alle armi imposte dai comandi del Reich (Cfr.Umberto Gentiloni Silveri, Maddalena Carli, "Bombardare Roma - Gli Alleati e la «città aperta» (1940-1944)", Il Mulino, Biblioteca storica, Bologna, 2007, ISBN 978-88-15-11546-1, pag. 13).
  9. ^ Cfr. Giorgio Bonacina, Obiettivo Italia - I bombardamenti aerei delle città italiane dal 1940 al 1945, Mursia, 1970, pag. 236. L'attacco, eseguito da bombardieri statunitensi, aveva causato danni forse ancora maggiori del primo, che l'aveva colpita il 19 luglio (bombardamento di San Lorenzo): nei due bombardamenti morirono oltre 2.000 civili innocenti e parecchie altre migliaia rimasero feriti, senza casa e lavoro. In città venivano così a mancare servizi essenziali, mentre la fame si diffondeva e la capitale si faceva invivibile. Gli Alleati avevano già dichiarato, prima ancora del "25 luglio", che una eventuale dichiarazione di "città aperta" del governo italiano - ove non accompagnata da smilitarizzazione con possibilità di verifica da parte di osservatori neutrali - non avrebbe avuto alcun valore. («Roma potrebbe venire considerata una città aperta soltanto nel caso in cui l'esercito, le installazioni militari, gli armamenti e le industrie di guerra venissero rimossi [...] Qualora il regime fascista decidesse di salvare Roma facendone una città aperta, dovrebbe rilasciare una precisa dichiarazione in modo da consentire agli Alleati, agendo attraverso rappresentanti neutrali, di determinare quando la necessaria smilitarizzazione abbia avuto luogo», H. Callender, «Open City Status by Rome Doubted. Washington feels. Capital is Too important for Axis to Demilitarize it. Rail Lines Called Vital. Vast Shifting of Italian War Plants Involved - Sicilian Resistence Expected», in The New York Times del 21 luglio 1943, citato (pag. 31) in Umberto Gentiloni Silveri, Maddalena Carli, Bombardare Roma - Gli Alleati e la «città aperta» (1940-1944) - Il Mulino - Biblioteca storica, Bologna, 2007, ISBN 978-88-15-11546-1); dopo i grandi bombardamenti dell'estate 1943, la città fu nuovamente bombardata altre 51 volte, sino alla liberazione il 4 giugno 1944 (cfr. Cesare De Simone, "Venti Angeli sopra Roma - I bombardamenti aerei sulla Città Eterna 19 luglio e 13 agosto 1943", Mursia, Milano, 1993, ISBN 88-425-1450-0, pag. 310).
  10. ^ Citato in: Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria, Feltrinelli, Milano 2012, pag. 153.
  11. ^ Secondo Gioacchino Solinas le armi furono fatte distribuire dal generale Carboni direttamente il 9 e 10 settembre a nuclei comunisti. Cfr. Solinas, I granatieri ...", cit.
  12. ^ Sulla "guerra segreta" condotta a Roma e dai contorni tuttora oggetto di studio, vedere Peter Tompkins, L'altra Resistenza. Servizi segreti, partigiani e guerra di liberazione nel racconto di un protagonista, Il Saggiatore - 2005
  13. ^ Gabriele Ranzato, Roma cit., pag. 415.
  14. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pag. 153.
  15. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pp. 171 e 409.
  16. ^ De Felice, op. cit., pp. 150-151.
  17. ^ Gabriele Ranzato, Roma cit., pp. 415-6.
  18. ^ a b c Gabriele Ranzato, Roma cit., pag. 416.
  19. ^ Gabriele Ranzato, Roma cit., pag. 412.
  20. ^ Gabriele Ranzato, Roma cit., pp. 416-7.
  21. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pp. 160-1.
  22. ^ Gabriele Ranzato, Roma cit., pag. 417.
  23. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pp. 157-8.
  24. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pag. 159.
  25. ^ Gabriele Ranzato, Roma cit., pag. 418.
  26. ^ Gabrio Lombardi, Montezemolo e il fronte militare clandestino di Roma (ottobre 1943-gennaio 1944), Le Edizioni del Lavoro, Roma, 1972, p. 73.
  27. ^ Sotto la responsabilità del generale von Mackensen, comandante della 14ª Armata, reduce dal fronte russo. Alle sue dipendenze era il comandante della piazza di Roma, tenente generale della Luftwaffe Kurt Mälzer. Kesselring, comandante del fronte meridionale, considera i due incapaci della «durezza brutale, forse anche ingiusta, ma necessaria nel quinto anno di guerra». Cfr. Joachim Staron, Fosse Ardeatine e Marzabotto. Storia e memoria di due stragi tedesche, Il Mulino, Bologna, 2007, pag. 36.
  28. ^ Gianni Oliva, L'ombra nera: Le stragi nazifasciste che non ricordiamo più, Milano, Mondadori, 2007, p. 117, ISBN 978-88-045-6778-3.
  29. ^ Già protagonista nella capitale della pianificazione della liberazione di Benito Mussolini, della razzia del ghetto ebraico e della successiva deportazione, il 15 ottobre 1943 di 1 023 ebrei romani verso i Campi di sterminio
  30. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pp. 180-1.
  31. ^ Gabriele Ranzato, Roma cit., pag. 418.
  32. ^ Gabriele Ranzato, Roma cit., pag. 419.
  33. ^ Gabriele Ranzato, Roma cit., pag. 419.
  34. ^ Gabriele Ranzato, Roma cit., pag. 419 e pag. 412.
  35. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pag. 184.
  36. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pp. 184-5.
  37. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pag. 185.
  38. ^ Gabriele Ranzato, Roma cit., pag. 419.
  39. ^ Pietro Secchia, Enzo Nizza, Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza, vol. II, La Pietra, 1968, voce "G.A.P.", p. 476: «A differenza delle unità partigiane, dove venivano liberamente accolti dai garibaldini i senza partito e gli aderenti ad altri partiti antifascisti, nei G.A.P. del P.C.I. venivano reclutati esclusivamente i comunisti, così come i G.A.P. di "Giustizia e Libertà" erano composti soltanto da aderenti al Partito d'Azione. La scelta era poi determinata dalla fede politica, dall'onestà morale, dall'intelligenza e dal coraggio del militante».
  40. ^ Paolo Spriano, Storia del Partito Comunista Italiano, vol. V, La Resistenza. Togliatti e il partito nuovo, Torino, Einaudi, 1975, p. 184: «A differenza del partigiano garibaldino, il gappista è quasi sempre un membro del partito, un suo quadro».
  41. ^ I GAP, formalmente inquadrati entro il CVL, ma impiegati operativamente dal PCI in piena autonomia dal CLN, erano organizzati in una efficiente struttura militare clandestina a Roma, dividendo la città in otto settori, ciascuno dei quali affidato ad un Gruppo di Azione Patriottica
  42. ^ a b c d e f g h Lettera di Giorgio Amendola a Leone Cattani sulle vicende di via Rasella, 12 ottobre 1964, pubblicata per la prima volta in De Felice, op. cit., Appendice, pp. 562-566, consultabile sul sito dell'Associazione Italiana Autori Scrittori Artisti "L'Archivio".
  43. ^ Portelli 1999, p. 188.
  44. ^ Giorgio Amendola, lettera a Leone Cattani: «Dell'attentato di Via Rasella mi sono assunto – in diverse sedi – piena e personale responsabilità, non solo come comandante delle Brigate Garibaldi per Roma e per l'Italia centrale, e come tale membro della Giunta militare del C.L.N., ma perché fui io personalmente che, andando più volte in Piazza di Spagna, in casa di Sergio Amidei – dove c'era in quel momento la sede clandestina della redazione de "l'Unità" – ebbi occasione di vedere passare ogni pomeriggio un reparto di gendarmeria tedesca in pieno assetto di guerra, ciò che era aperta e provocatoria violazione dello statuto di città aperta. Avevo segnalato perciò al comando dei GAP questo reparto perché fosse oggetto di un attacco, lasciando poi – come sempre avveniva – al comando assoluta libertà d'iniziativa, e di preparare l'operazione con le modalità ritenute più opportune.»
  45. ^ Santo Peli, La Resistenza in Italia. Storia e critica, Einaudi, 2004, p. 44 e 250.
  46. ^ Intervista di Gianni Bisiach a Giorgio Amendola, in Pertini racconta. Gli anni 1915-1945, Milano, Mondadori, 1983, p. 130.
  47. ^ Il prefisso "SS-" fu aggiunto il 16 aprile 1944. Cfr. Baratter 2005, p. 190.
  48. ^ Lutz Klinkhammer, Stragi naziste in Italia. La guerra contro i civili (1943-44), Roma, Donzelli Editore, 1997. ISBN 88-7989-339-4
  49. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria, Roma, Donzelli Editore, 1999. ISBN 88-7989-457-9
  50. ^ a b E i superstiti del battaglione decimato non vollero vendicarsi
  51. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pag. 203.
  52. ^ «famigerato battaglione Bozen, specializzato nella repressione di partigiani, più nazista dei nazisti». Cfr. Giorgio Bocca, L'intransigenza maestra di vita in L'Espresso, 6 novembre 2006.
  53. ^ «probabilmente la meno nazista delle formazioni tedesche presenti a Roma». Cfr. Sergio Romano, Attentato di via Rasella L'orrore delle rappresaglie in Corriere della Sera, 11 febbraio 2011.
  54. ^ Capponi 2009, pp. 209-210.
  55. ^ Capponi 2009, pp. 226-227.
  56. ^ Christoph v. Hartungen, Die Südtiroler Polizeiregimenter 1943-1945, in "Der Schlern", 55, 1981, p. 494-516.
  57. ^ In totale, prepararono o parteciparono all'azione diciassette partigiani; oltre ai nove citati anche Giulio Cortini, Laura Garroni, Duilio Grigioni, Marisa Musu, Ernesto Borghesi, Pasquale Balsamo, Mario Fiorentini e Lucia Ottobrini. Quest'ultima partecipò solo alla preparazione del carico di tritolo ma non all'azione, perché malata. Cfr.: Marisa Musu, Ennio Polito, Roma ribelle, Teti editore, Milano, 1999, pag. 148, n.
  58. ^ Portelli 1999, p. 191
  59. ^ Testimonianza del sopravvissuto Konrad Sigmund, in Portelli 1999, p. 192
  60. ^ Cassazione - Sezione I Penale sent. n. 1560/99, par. IV, num. 6, lett. a, ove si legge: «L'azione fu attuata facendo esplodere, mediante detonatore collegato ad una miccia, 18 kg di tritolo contenuti in un carretto per la spazzatura, in coincidenza del passaggio, usuale e previsto, di una compagnia del battaglione "Bozen". Secondo la ricostruzione del consulente tecnico della parte offesa Zuccheretti, riportata nel provvedimento impugnato (pag. 14), l'esplosione dell'ordigno ebbe a determinare la morte di 42 soldati tedeschi (dei quali 32 morti quasi immediatamente e gli altri nelle ore o nei giorni successivi) e di almeno due civili italiani, il minore Pietro Zuccheretti e Antonio Chiaretti.»
  61. ^ Tratta da Baratter 2005, pp. 317-318, e da Il Polizeiregiment "Bozen" in historiamilitaria.it. URL consultato il 15 giugno 2014.
  62. ^ Katz 2009, p. 283.
  63. ^ Baratter 2005, p. 192.
  64. ^ Staron 2002, p. 37
  65. ^ S. Westphal, Erinnerungen, Mainz 1975, p. 255., citato in Staron 2002, p. 37
  66. ^ Pierangelo Maurizio, Via Rasella, cinquant'anni di menzogne, p. 27. Secondo le testimonianze ivi citate, gli arrestati nei locali della PAI furono trattati bene, mentre quelli concentrati al Viminale furono ammassati in una stanza in condizioni igieniche disumane e malmenati crudelmente
  67. ^ Angelo e Umberto Pignotti, Antonio Prosperi, Fulvio Mastrangeli, Ettore Ronconi, Cosimo D'Amico, Guido Volponi, Celestino Frasca, Ferruccio Caputo e Romolo Gigliozzi. Portelli 1999, p. 197. In memoria di questo gruppo, i cui componenti provenivano almeno in parte dall'immobile all'angolo di via del Boccaccio (si veda qui), il 24 marzo 2010 è stata affissa al muro di Palazzo Barberini accanto al quale erano stati radunati una lapide, a cura del Comune di Roma. È stata la prima ed è ancora l'unica memoria pubblica di quei fatti, nel luogo del primo rastrellamento, oltre a qualcuno dei buchi delle mitragliate sul palazzo.
  68. ^ a b Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pag. 209.
  69. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pag. 210.
  70. ^ Sentenza del Tribunale militare di Roma del 20 luglio 1948, citata in Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pag. 211.
  71. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pp. 211 e 421.
  72. ^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pag. 9 (il testo del comunicato) e pag. 421 (per l'orario di uscita dei giornali).
  73. ^ Gabriele Ranzato, Roma cit., pp. 420-1.
  74. ^ a b Le vittime furono in realtà 335.
  75. ^ Roma 24 marzo 1944, l'eccidio delle Fosse Ardeatine, sezione ANPI di Lissone.
  76. ^ a b c d e Enzo Forcella, Leggi di guerra in La Repubblica, 25 marzo 1994. Dello stesso autore, Togliatti non smentì via Rasella: c'era Amendola in Corriere della Sera, 26 ottobre 1996. La storia di via Rasella Partigiani e penne rosse in Corriere della Sera, 10 marzo 1998.
  77. ^ a b Katz 2009, p. 312.
  78. ^ Pavone, op. cit., p. 483.
  79. ^ Peter Tomkins, Una spia a Roma. Il Saggiatore, Milano, 2002, pag. 237
  80. ^ Giovanni Belardelli, Nelle zone grigie della Resistenza in Corriere della Sera, 10 novembre 1999.
  81. ^ E. Sogno, A. Cazzullo, Testamento di un anticomunista. Dalla Resistenza al golpe bianco, 2000 pag. 177
  82. ^ Simonetta Fiori, Lite in casa in la Repubblica, 6 marzo 2008. L'articolo di Simonetta Fiori è una recensione della raccolta di scritti di Piero e Franco Calamandrei, Una famiglia in guerra: lettere e scritti (1939-1956), a cura di Alessandro Casellato, Laterza, Roma-Bari 2008. La recensione si riferisce a un passo dell'introduzione in cui il curatore, Alessandro Casellato, afferma che Piero Calamandrei condivise tale opinione di Pietro Pancrazi. Della stessa pubblicazione, si veda anche la recensione di Sergio Luzzatto, Calamandrei, quando il figlio educa il padre in Corriere della Sera, 18 aprile 2008.
  83. ^ Citato in Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pp. 229-30.
  84. ^ Intervista a Matteo Matteotti realizzata dal regista Enzo Cicchino e andata in onda durante una puntata di Mixer.
  85. ^ Citato in Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pag. 231.
  86. ^ Citato in Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito cit., Milano 2012, pag. 219.
  87. ^ Gabriele Ranzato, Roma cit., pag. 421.
  88. ^ Gabriele Ranzato, Roma cit., pp. 421-2.
  89. ^ Gabriele Ranzato, Roma cit., pp. 422-3.
  90. ^ Pezzino 2004, pp. 43-44.
  91. ^ Letteralmente «Like many partisan actions, Via Rasella accomplished no measurable gain». Cfr. Raiber 2008, p. 43.
  92. ^ Rapporto della Commissione storica italo-tedesca insediata dai Ministri degli Affari Esteri della Repubblica Italiana e della Repubblica Federale di Germania il 28 marzo 2009, luglio 2012, pp. 29-30 e pp. 110-2.
  93. ^ Sentenza del Tribunale Territoriale Militare di Roma n. 631 del 20 luglio 1948. Cfr. il testo della sentenza; cit:
    « Secondo il diritto internazionale (art. 1 della Convenzione dell'Aia del 1907) un atto di guerra materialmente legittimo può essere compiuto solo dagli eserciti regolari ovvero da corpi volontari, i quali ultimi rispondano a determinati requisiti, cioè abbiano alla loro testa una persona responsabile per i suoi subordinati, abbiano un segno distintivo fisso e riconoscibile a distanza e portino apertamente le armi. Ciò premesso, si può senz'altro affermare che l'attentato di Via Rasella, qualunque sia la sua materialità, è un atto illegittimo di guerra per essere stato compiuto da appartenenti ad un corpo di volontari il quale, nel marzo 1944, non rispondeva ad alcuno degli accennati requisiti »
  94. ^ Seconda Convenzione dell’Aia del 18 ottobre 1907, articolo IV "Leggi e costumi di guerra terrestre", annesso "Regolamenti relativi alle leggi ed ai costumi della guerra terrestre", sezione I, capitolo I, articolo 1. Cfr. testo in inglese o in francese.
  95. ^ Sentenza del Tribunale Supremo Militare di Roma n.1714, del 25 ottobre 1952, p.67. Cfr. il testo della sentenza, cit (pagina 67):
    « L'attentato di Via Rasella, alla luce delle norme di diritto internazionale, si pone in termini di rigorosa linearità: la sua qualificazione non può essere altro che quella di un atto di ostilità a danno di forze militari occupanti commesso da persone che non hanno la qualità di legittimi belligeranti »
    .
  96. ^ Sentenza delle Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione n.36 del 19 dicembre 1953, Cfr.[1]
  97. ^ Sentenza del Tribunale Supremo Militare di Roma in data 25 ottobre 1960. Cfr. [2]
  98. ^ Sentenza della Corte Suprema di Cassazione n.1560 del 23 febbraio 1999. Vedi: [3]
  99. ^ Veniva citata la sentenza n.1711 [sic] in data 25 ottobre 1952 del Tribunale Supremo Militare - in realtà la sentenza n.1714 - ma riportando erroneamente come "commesso da persone che hanno la qualità di legittimi belligeranti" la frase che in realtà riportava l'affermazione "commesso da persone che non hanno la qualità di legittimi belligeranti"
  100. ^ "Repubblica" online del 7 agosto 2007, "Cassazione: 'Via Rasella fu atto di guerra' - Il Giornale condannato per diffamazione"
  101. ^ la sentenza della Cassazione, 6 agosto 2007
  102. ^ All'interno della rivista Storia in rete del settembre 2007 fu pubblicata un'intervista all'ambasciatore Roberto Caracciolo, testimone di aver veduto un bando tedesco, affisso però solo nelle bacheche degli uffici tedeschi e non nelle pubbliche strade.
  103. ^ I partigiani di via Rasella non furono 'massacratori' - Adnkronos Cronaca
  104. ^ "Non piango Bentivegna, fu un assassino" Storace-Alemanno, lite sulla Memoria - Roma - Repubblica.it
  105. ^ Gabriele Ranzato, Via Rasella logica di un'azione partigiana in la Repubblica, 16 marzo 1999.
  106. ^ Per alcuni riferimenti a questo tipo di critica, vedi
  107. ^ Editoriali & altro ...: Via Rasella, partigiani avvisati? «Ecco la prova»
  108. ^ La strage iniziò 21 ore dopo l'attentato gappista secondo la Sentenza della Corte di Cassazione 6 agosto 2007, n. 17172
  109. ^ a b Roberto Roggiero, Oneri e onori, Greco&Greco, p. 407
  110. ^ Testimonianza di Albert Kesselring, in Portelli 1999, p. 206
  111. ^ Via Rasella, Mirodouro.it
  112. ^ Lorenzo Baratter, Le Dolomiti del Terzo Reich, Mursia, Milano, 2008
  113. ^ «Noi eravamo a Roma e non abbiamo fatto altro che le guardie su in Vaticano» dall'intervista ad un sopravvissuto della strage di Via Rasella
  114. ^ Eugene Dollmann, Roma Nazista, Longanesi, Milano 1952, pag. 239
  115. ^ Di questa opinione anche Jo di Benigno, in op. cit. ibidem e ss.
  116. ^ Giorgio Pisanò, Storia della guerra... cit. Friedrich Andrae, La Wehrmacht in Italia, ed. Riuniti, note a fondo volume.
  117. ^ Alberto ed Elisa Benzoni, Attentato e rappresaglia. Il PCI e via Rasella, Marsilio, Venezia, 1999
  118. ^ L’attentato di Via Rasella e la rappresaglia tedesca
  119. ^ Marco Pannella: «Via Rasella fu un atto di terrorismo» da RadioRadicale.it
  120. ^ Claudio Bussi, Ardeatine: una strage feroce, non un atto di guerra in l'Unità, 24 marzo 2002.
  121. ^ Rosario Bentivegna, La Resistenza romana in La Rinascita della sinistra, 18 ottobre 2002.
  122. ^ Francesca Numberg, Basta infangare la memoria della Resistenza, in: Il Messaggero, 4 aprile 2012, pagina 16.
  123. ^ per alcuni esempi - pro o contro - questa tesi, vedi [4], [5], [6], [7]
  124. ^ «Il vile che gettò la bomba nera / di via Rasella, e fuggì come una lepre / sapeva troppo bene quale strage / tra i detenuti da Regina Coeli / a via Tasso, il tedesco ordinerebbe: / di mandante e sicario unica mira. / Chi fu l'anima nera della bomba? / Fu Bonomi? O Togliatti? O fu Badoglio? [...]». Corrado Govoni, Aladino, 1946, in Lepre 1999, p. 217.
  125. ^ Jo di Benigno, Occasioni mancate, S.E.I., 1945, pag. 234: «Era ormai cosa nota a tutti che per ogni tedesco ucciso, dieci italiani venivano sacrificati». Secondo Bruno Spampanato, all'epoca dei fatti direttore del quotidiano Il Messaggero, stretto collaboratore di Mussolini, nonché membro dell'ufficio propaganda della Decima MAS (Contromemoriale, cit. pag. 686) alla notizia dell'attacco, «a chi conosceva la legge di guerra si fermò il cuore in petto»
  126. ^ Tuttavia F. Andrae, in op.cit. pag. 120 rileva che i tedeschi avevano reagito «minacciando dure rappresaglie». Dunque, secondo tale autore, la minaccia quantomeno doveva essere nota.
  127. ^ Per un esempio di questa tesi, Giorgio Angelozzi Gariboldi "ritengo che l'obiettivo degli attentatori di via Rasella fosse quello di provocare la reazione della popolazione romana, ma conseguente a una rappresaglia tedesca perché sennò non avrebbe avuto senso. La popolazione romana non dico che fosse indifferente, ma aveva problemi di alimentazione, paure per questi tedeschi che per le vie di Roma potevano da un momento all'altro, senza avvertire, trasportare in Germania uomini adatti al lavoro, e comunque la popolazione romana era stanca della guerra, non vedeva l'ora che arrivassero a Roma gli Alleati, non vedeva l'ora che finisse la guerra e quindi, nei confronti dei tedeschi, degli occupanti tedeschi, aveva un atteggiamento se non di tolleranza, neanche di forte insofferenza. ", vedi [8]
  128. ^ Friedrich Andrae, La Wehrmacht in Italia, ed. Riuniti, pag.121: «...Kappler propone di fucilare 10 italiani per ogni poliziotto militare ucciso, il che corrisponde all'uso nei territori di competenza del comandante in capo del fronte sud-ovest».
  129. ^ Pierangelo Maurizio, Via Rasella, cinquant'anni di menzogne, Maurizio Edizioni, Roma 1996 et al.
  130. ^ a b Massimo Caprara, La «strage cercata» di via Rasella, in "Il Timone", anno 6 (2004) aprile, n. 32, p. 26-27.
  131. ^ Per esempio F. Andrae, in op. cit. pag. 120
  132. ^ Via Rasella: la storia per sentenza giudiziaria e un mistero che dura da sessant’anni di Pierangelo Maurizio - su Il Giornale del 10 agosto 2007
  133. ^ Quinta colonna trotskista in l'Unità, gennaio 1944, n. 7.
  134. ^ L'uso politico di via Rasella
  135. ^ Marisa Musu, Ennio Polito, Roma ribelle, Teti editore, Milano, 1999, pagg. 327-342
  136. ^ Portelli 1999, p. 329
  137. ^ Portelli 1999, pp. 172 e 407

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Filmografia[modifica | modifica sorgente]

Opere teatrali[modifica | modifica sorgente]

  • Ascanio Celestini, Radio Clandestina. Memoria delle Fosse ardeatine. Roma, Donzelli Editore, 2005 (testo e DVD; con un'introduzione di Alessandro Portelli). ISBN 978-88-7989-920-8.
  • Paolo Buglioni, TRECENTOTRENTACINQUE, testo messo in scena con il contributo del Comune di Roma nel piazzale degli ex Mercati Generali di Roma il 24 marzo 2004, sessantesimo anniversario dell'eccidio

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]