Beppe Fenoglio

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
bussola Disambiguazione – "Giuseppe Fenoglio" rimanda qui. Se stai cercando l'omonimo calciatore italiano, vedi Giuseppe Fenoglio (calciatore).
Beppe Fenoglio

Giuseppe Fenoglio detto Beppe (Alba, 1º marzo 1922Torino, 18 febbraio 1963) è stato uno scrittore, partigiano, traduttore e drammaturgo italiano.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

I primi anni[modifica | modifica sorgente]

Primogenito di tre figli, Beppe nacque ad Alba nelle Langhe il 1º marzo 1922 da Amilcare, garzone di macellaio di fede politica socialista e seguace di Filippo Turati, e da Margherita Faccenda, donna di forte carattere che ambiva per i suoi figli una vita migliore della propria. Nel 1928 il padre riuscì a mettersi in proprio, acquistando una macelleria in piazza del Duomo che gli fornì buoni proventi. Dopo di lui nascono Walter (1923-2007), futuro dirigente degli stabilimenti FIAT di Ginevra e Parigi, e Marisa (1933).[1]

Da bambino, Beppe frequentò la scuola elementare "Michele Coppino" di Alba e si dimostrò un bambino intelligente e riflessivo, anche se affetto da lieve balbuzie. Terminate le scuole elementari, la madre, su consiglio del maestro e malgrado le persistenti ristrettezze della famiglia, iscrisse il figlio al Liceo Ginnasio "Govone" di Alba.[1] Successivamente si trasferì per un breve periodo a Cantello dove visse alcuni anni della sua adolescenza e dove lavorò nei campi d'asparagi come contadino.[2]

Alunno modello e appassionato della lingua inglese, fu lettore vorace e iniziò anche alcune traduzioni, che dovevano rivelarsi le prime di una lunga serie. Da allora il suo mondo culturale ideale sarà l'Inghilterra elisabettiana e quella rivoluzionaria.[3] Al liceo ebbe come insegnanti professori illustri e per lui indimenticabili, come Leonardo Cocito - insegnante di lingua italiana, comunista, che aderì tra i primi alla Resistenza come partigiano, tra le file di Giustizia e Libertà (nonostante la sua ideologia politica), poi nei badogliani, e che fu infine impiccato dai tedeschi il 7 settembre del 1944 - e Pietro Chiodi, docente di storia e filosofia, grande studioso di Kierkegaard e di Heidegger; anche lui sarà in seguito partigiano, compagno di Cocito stesso, ma sarà deportato in un campo di concentramento tedesco, sopravvivendo alla guerra. Entrambi furono di ispirazione per la maturazione della coscienza antifascista di Fenoglio.[1]

Nel 1940 si iscrisse alla facoltà di Lettere dell'Università di Torino, che frequentò fino al 1943, quando fu richiamato alle armi e indirizzato prima a Ceva (Cuneo) e poi a Pietralata (Roma), al corso di addestramento per allievi ufficiali.[1]

La vita partigiana[modifica | modifica sorgente]

« Lo spettacolo dell'8 settembre locale, la resa di una caserma con dentro un intero reggimento davanti a due autoblindo tedesche not entirely manned, la deportazione in Germania in vagoni piombati avevano convinto tutti, familiari ed hangers-on, che Johnny non sarebbe mai tornato »
(Il partigiano Johnny, capitolo I)

Dopo lo sbandamento seguito all'8 settembre 1943, Fenoglio nel gennaio del 1944 si unì alle prime formazioni partigiane. In un primo momento si aggregò ai "rossi" delle Brigate Garibaldi, ma presto passò con gli "autonomi" o "badogliani" del 1º Gruppo Divisioni Alpine comandata dal maggiore Enrico Martini "Mauri" e della sua 2ª Divisione Langhe, brigata Belbo, comandata da Piero Balbo "Poli" (Nord nel Partigiano Johnny) ed operante nelle Langhe, tra Mango, Murazzano e Mombarcaro. Partecipò, assieme al fratello Walter, che aveva disertato dalla RSI dove si era arruolato inizialmente per evitare ritorsioni alla famiglia (dopo che il padre venne sequestrato per indurre Beppe a presentarsi, fu la reazione dei giovani di Alba e l'intercessione di monsignor Grassi e farlo liberare)[1][4], allo sfortunato combattimento di Carrù e all'effimera esperienza della Libera Repubblica partigiana di Alba, indipendente tra il 10 ottobre e il 2 novembre 1944.[1]

Il giovane Fenoglio durante una partita di calcio con amici, intorno al 1945

Grazie alla conoscenza dell'inglese, svolge il ruolo di interprete e ufficiale di collegamento, tra il gennaio e l'aprile 1945, tra le forze armate angloamericane e il gruppo partigiano di Mauri e Balbo.[1]

Il dopoguerra[modifica | modifica sorgente]

Alla fine della guerra, Fenoglio riprese per un breve tempo gli studi universitari prima di decidere, con grande rammarico dei genitori, di dedicarsi interamente all'attività letteraria. Al referendum istituzionale del 1946 vota per la monarchia.[1] Nel maggio del 1947, grazie alla sua ottima conoscenza della lingua inglese, fu assunto come corrispondente estero di una casa vinicola di Alba. Il lavoro, poco impegnativo, gli permise di contribuire alle spese della famiglia e di dedicarsi alla scrittura. Viaggia poco, al massimo in Francia per lavoro, e non andrà mai a visitare l'amata Inghilterra.[1] Si adatta con molta difficoltà alla ripresa della vita quotidiana e famigliare.[5]

Nel 1949 comparve il suo primo racconto, intitolato Il trucco e firmato con lo pseudonimo di Giovanni Federico Biamonti, su Pesci rossi, il bollettino editoriale di Bompiani. Nello stesso anno presentò a Einaudi i Racconti della guerra civile e La paga del sabato, romanzo che ottenne un giudizio molto favorevole da Italo Calvino. Nel 1950 conobbe a Torino Elio Vittorini, che stava preparando per Einaudi la nuova collana "Gettoni", ideata per accogliere i nuovi scrittori; nella stessa occasione Fenoglio conobbe di persona Calvino (con il quale aveva intrattenuto fino a quel momento solamente una cordiale corrispondenza) e Natalia Ginzburg.[1]

Incoraggiato da Vittorini, riprese La paga del sabato e ne attuò una nuova stesura, ma a settembre abbandonò definitivamente il romanzo per organizzare una raccolta di dodici racconti, alcuni dei quali già inclusi nei Racconti della guerra civile. Nel 1952 la raccolta di racconti uscì, nella collana "Gettoni", con il titolo I ventitré giorni della città di Alba[6]. L'anno seguente Fenoglio completò il romanzo breve La malora, pubblicato ad agosto 1954.[1]

Seguì un'intensa attività come traduttore dall'inglese: nel 1955 uscì sulla rivista Itinerari la traduzione de La ballata del vecchio marinaio di Samuel Taylor Coleridge. Iniziò intanto un grosso romanzo sugli anni 1943-1945, che presentò in lettura all'editore Garzanti nell'estate del 1958. Nell'aprile del 1959 uscì, nella collana "Romanzi Moderni Garzanti", Primavera di bellezza; firmò con Livio Garzanti un contratto quinquennale sui suoi inediti. Nello stesso anno ricevette il premio "Prato" e iniziò a scrivere un nuovo romanzo di argomento partigiano.[1]

Nel 1961, stimolato da Calvino a raccogliere i suoi nuovi racconti per presentarli al premio internazionale "Formentor", si mise a lavorare alla raccolta Racconti del parentado; alla firma del contratto con Einaudi, tuttavia, accettò il titolo di Un giorno di fuoco. La pubblicazione fu però sospesa: Garzanti rivendicava i diritti e le due case editrici non riuscirono a raggiungere un compromesso. Iniziò così a scrivere Epigrammi e una nuova serie di racconti, oltre alla collaborazione a una sceneggiatura cinematografica di tema contadino.[1]

La vita privata[modifica | modifica sorgente]

Nel 1960 si sposò civilmente (durante la vita si dichiarò agnostico, sebbene amasse leggere la Bibbia di Re Giacomo[7][8]) con Luciana Bombardi, che conosceva già dall'immediato dopoguerra. Nonostante le pressioni per un rito in chiesa, Fenoglio insiste per una cerimonia solamente civile e la sua decisione fece scandalo. Il sindaco si rifiutò di officiare il matrimonio e delegò al suo posto l'assessore Giulio Cesare Pasquero. Viene organizzata addirittura una manifestazione ostile nei loro confronti, ma la madre di Beppe riesce a scongiurarla, ricorrendo al vescovo di Alba, monsignor Carlo Stoppa.[3] I coniugi Fenoglio compirono il viaggio di nozze a Ginevra. La moglie gli sopravvisse per quasi 50 anni, morendo nel 2012 ad Alba. La figlia Margherita nacque il 9 gennaio del 1961; per l'occasione, Fenoglio scrisse due brevi racconti, La favola del nonno e Il bambino che rubò uno scudo.[1]

La malattia e la morte[modifica | modifica sorgente]

« Sempre sulle lapidi, a me basterà il mio nome, le due date che sole contano, e la qualifica di scrittore e partigiano. »
(da I ventitré giorni della città di Alba)
Beppe Fenoglio

Nell'inverno tra il 1959 e il 1960, in seguito a un esame medico, gli venne accertata un'infezione alle vie aeree, con complicazioni dovute alla forma di asma bronchiale che lo affliggeva ormai da anni che era degenerata in pleurite, a causa dell'eccessivo vizio del fumo (secondo la sorella minore Marisa, fumava anche sessanta sigarette al giorno, specie quando scriveva, motivo di litigio con la madre[9]), poi un problema alle coronarie.[1]

Nel 1962, mentre si trovava in Versilia per ritirare il premio "Alpi Apuane" conferitogli per il racconto Ma il mio amore è Paco, venne colpito da un attacco di emottisi. Rientrato precipitosamente a Bra, a una visita medica gli venne diagnosticata una forma di tubercolosi con complicazioni respiratorie.[1]

Si trasferì per un breve periodo (settembre e ottobre) a Bossolasco, a 757 metri d'altitudine, dove trascorse il tempo leggendo, scrivendo e ricevendo la visita degli amici. Ma presto per un aggravamento della malattia fu ricoverato in ospedale, prima a Bra e poi, in novembre, alle Molinette di Torino, e gli venne diagnosticato un cancro ai bronchi[1]. Ogni cura risultò inutile: in pochi mesi lo scrittore peggiorò irreversibilmente. Fenoglio rifiutò di effettuare la radioterapia al cobalto, ormai senza speranza, e visse la malattia con grande forza d'animo.[3] Durante gli ultimi giorni fu costretto a comunicare con un foglietto poiché venne tracheotomizzato a causa dei problemi respiratori.[1]

La morte lo colse, dopo due giorni di coma, la notte del 18 febbraio 1963, alla prematura età di 41 anni (li avrebbe compiuti tre settimane dopo); venne sepolto nel cimitero di Alba con rito civile, "senza fiori, soste né discorsi" (come chiese lui in un biglietto al fratello)[1], con poche parole dette sulla tomba dal sacerdote don Natale Bussi, amico ed ex professore di liceo.[1] Il suo romanzo più noto, Il partigiano Johnny, rimasto incompiuto, fu pubblicato postumo nel 1968, vincendo il Premio Città di Prato.[1]

Nel 2001 è stato istituito a Mango il percorso letterario intitolato "Il paese del partigiano Johnny". Altri itinerari fenogliani sono stati istituiti, in seguito, a Murazzano e a San Benedetto Belbo, dove sono ambientati alcuni dei racconti di Langa più intensi e significativi. Il 10 marzo 2005, all'Università di Torino, allo scrittore è stata conferita la "Laurea ad honorem" in Lettere alla memoria, alla presenza della moglie Luciana e della figlia Margherita, segno della fortuna in gran parte postuma della sua opera letteraria.[10]

Opere[modifica | modifica sorgente]

Postume[modifica | modifica sorgente]

Critica[modifica | modifica sorgente]

Premi e onorificenze[modifica | modifica sorgente]

  • Premio Prato - 1959
  • Premio Alpi Apuane - 1962
  • Premio Città di Prato - 1968
Laurea Honoris Causa in Lettere (postuma) - 2005 - nastrino per uniforme ordinaria Laurea Honoris Causa in Lettere (postuma) - 2005
«la Facoltà propone che a Beppe Fenoglio, scrittore che già annoveriamo tra i "classici", e certamente tra i massimi del Novecento, venga com'era sua speranza "portata a casa" (post mortem) la laurea in Lettere, a riconoscimento della sua grandezza assoluta[10]»
— Università di Torino

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u Vita di Fenoglio, appendice Notizie biobibliografiche a Il partigiano Johnny, edizione Einaudi
  2. ^ Marco Facelli, Vita di Beppe Fenoglio
  3. ^ a b c Biografia su Centro studi Beppe Fenoglio
  4. ^ Ettore Boffano, Walter Fenoglio: «Ho combattuto con Johnny»
  5. ^ Marisa Fenoglio, Casa Fenoglio: quello sparo in cucina
  6. ^ Sulle ragioni del cambiamento di titolo, Luca Bufano, Beppe Fenoglio e il racconto breve, Longo, 1999, ISBN 88-8063-198-5, p. 89: «L'insofferenza di gran parte della sinistra italiana verso il termine «guerra civile» aveva perciò (e per taluni continua ad averlo oggi) un significato squisitamente politico, quasi il suo impiego implicasse una sorta di legittimazione della parte avversa: non guerra civile, dunque, ma guerra di Resistenza e di Liberazione dal tedesco. I fascisti di Salò – era questo il senso ultimo – non dovevano considerarsi «italiani», ma traditori che avevano rinnegato la loro patria asservendosi al nemico invasore».
  7. ^ Gabriele Pedullà, La strada più lunga: sulle tracce di Beppe Fenoglio, pag. 58, Donzelli editore, 2001
  8. ^ Un puritano delle Langhe: Beppe Fenoglio e la Bibbia
  9. ^ Fenoglio, i veleni che lo uccisero cinquant'anni fa
  10. ^ a b Laurea Honoris Causa a Beppe Fenoglio

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Francesco M. Biscione, Giuseppe Fenoglio, in « Dizionario Biografico degli Italiani », vol. 46, Roma, Istituto dell'Enciclopedia italiana, 1996

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Controllo di autorità VIAF: 61545609 LCCN: n50001185