Giovanni Pesce

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Giovanni Pesce

Giovanni Pesce (Visone, 22 febbraio 1918Milano, 27 luglio 2007) è stato un comandante partigiano e politico italiano. Militante comunista, partecipò alla Guerra civile spagnola combattendo nelle Brigate Internazionali. Dopo il ritorno in Italia venne arrestato e deportato a Ventotene dal Regime fascista. Liberato dopo il 25 luglio 1943 entrò a far parte dei GAP prima a Torino e quindi a Milano, divenendo uno dei più abili e temuti guerriglieri urbani della Resistenza.

Conosciuto con i nomi di battaglia di "Ivaldi" e "Visone", portò a termine con successo una lunga serie di attentati contro autorità e militi della Repubblica Sociale Italiana e contro militari tedeschi. Insignito della Medaglia d'oro al valor militare, dopo la guerra è stato consigliere comunale di Milano dal 1951 al 1964

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Aveva solo sei anni, nel 1924, quando con la famiglia, dalla provincia di Alessandria, emigrò in Francia, nella regione mineraria delle Cévennes, ove il padre Riccardo, un operaio antifascista, fu costretto a recarsi per vivere, non trovando più lavoro in Italia.

Sin da bimbo aiutava il padre nella piccola vineria che la famiglia aveva aperto a La Grand-Combe, e che era frequentata soprattutto da minatori che il piccolo Jeanu ascoltava parlare della loro dura esistenza. Iniziò prestissimo a lavorare, d'estate, come guardiano di vacche sulle montagne nella vicina regione della Lozère, suo unico compagno un cane, Medoc, che Pesce ricorderà con affettuosa tenerezza sino alla fine dei suoi giorni. Nel 1931 affrontò - non ancora quattordicenne - la dura vita del lavoro in miniera per contribuire al precario bilancio della famiglia.

Ben presto prese a frequentare la "Jeunesse communiste", l'organizzazione giovanile del PCF, il Partito Comunista Francese. Nel 1935 aderì al Partito Comunista d'Italia e, nel 1936, in febbraio, si recò in gita a Nîmes con gli amici e, più tardi, per festeggiare la vittoria elettorale del Fronte Popolare, a Parigi, ove visitò la sede del giornale del PCF, L'Humanité, che da giovane minatore comunista diffondeva ogni domenica alla Grand-Combe. Qui raccolse i volantini a favore del governo repubblicano spagnolo firmati ed illustrati da Joan Miró e ascoltò l'appello della Pasionaria, Dolores Ibárruri, ad arruolarsi nelle Brigate Internazionali per prendere parte alla guerra civile di Spagna. Pesce, ingannata la madre Maria con il pretesto di recarsi al confine belga per incontrare una ragazza, si arruolò e si recò in Spagna insieme a numerosi altri giovani antifascisti d'origine italiana che aderirono alla Brigata Garibaldi ('gruppo' Picelli') alla parola d'ordine "Oggi in Spagna, domani in Italia" dei fratelli Nello e Carlo Rosselli, assassinati il 9 giugno 1937 da sicari fascisti inviati dal governo Mussolini.

La partecipazione alla guerra civile di Spagna[modifica | modifica wikitesto]

« Sono uno degli ultimi in vita perché ero il più giovane, avevo diciotto anni. Partii dalla Francia, dove vivevo con la mia famiglia. Il giorno in cui arrivai a Barcellona, mi imbattei in un grande funerale. Era il novembre del 1936, per le vie larghe della capitale catalana scendeva la folla smisurata che seguiva il carro funebre con il cadavere di Buenaventura Durruti, il leggendario comandante anarchico morto nella battaglia di Madrid in circostanze oscure.[1] »

Dopo la morte di Pesce nel 2007, restavano ancora in vita due veterani italiani della Brigata Internazionale Garibaldi in Spagna, ma morirono nei due anni successivi.

In seguito all'insurrezione di parte dell'esercito spagnolo contro il governo repubblicano, cui poi seguì il sostegno militare dell'Italia fascista e della Germania nazista, si vennero formando, a partire dall'ottobre del 1936 formazioni armate di volontari a sostegno della Repubblica di Spagna, le "Brigate Internazionali". Costituite soprattutto da antifascisti provenienti dalle Americhe e dall'Europa, che giunsero a contare circa 40.000 uomini di 70 nazionalità diverse, con prevalenza di francesi, italiani e tedeschi, animati non solo da spirito di solidarietà verso i repubblicani spagnoli, ma anche dalla speranza di porre un freno all'espansione del fenomeno fascista anche nei propri Paesi d'origine.

Pesce, tra i primi a giungere in Spagna, come gli altri volontari fu, una volta giunto sul posto, aggregato ai volontari italiani organizzati nella "Brigata Garibaldi", costituita ad Albacete nel novembre del 1936, sebbene - causa il forzato esilio della famiglia d'origine sin dalla sua più tenera età - fosse nel frattempo divenuto quasi madre lingua francese.

Raggiunse la Spagna con il gruppo guidato da Guido Picelli, insieme ad altri 200 compagni (Picelli dirigente militare del PCI ma in polemica con il Comintern, cadde nel gennaio del 1937 nei pressi di Guadalajara -non durante la celebre battaglia- colpito alle spalle da un ignoto agente dell'NKVD. Ufficialmente fu colpito da una mitragliatrice fascista).

Il suo primo impiego in battaglia si ebbe il 17 dicembre nei pressi di Madrid, a Boadilla del Monte. Impegnato come mitragliere spesso in prima linea durante tutta la durata dell'impiego delle Brigate Internazionali nel conflitto, rimase più volte ferito in combattimento (riportandone lesioni anche serie e rose di schegge mai rimosse dalle sue carni), prima a Brunete, quindi due volte presso Farelete e in occasione dell'offensiva sul fiume Ebro.

Sul finire del 1938 la Repubblica congedò le Brigate internazionali e di lì a pochi mesi crollò. Il 1º aprile 1939, Franco annunciò la fine della guerra e l'inizio di una dittatura di stampo fascista, il Franchismo, conclusasi solo con la sua morte, il 20 novembre 1975. Si avverava così la profezia di Dolores Ibárruri, che in un celebre discorso ascoltato dal giovane Giovanni Pesce, aveva previsto che, in caso di vittoria di Franco e del fascismo, "un torrente di sangue avrebbe travolto l'intera Europa", come avvenne esattamente cinque mesi dopo la vittoria franchista: il 1º settembre 1939 scoppiava, per iniziativa di Adolf Hitler, la seconda guerra mondiale.

Il rientro in Italia e la guerra partigiana[modifica | modifica wikitesto]

Da Ventotene all'8 settembre[modifica | modifica wikitesto]

Lasciata la Spagna e poi la Francia, Pesce rientrò in Italia nel 1940 ma fu subito arrestato e inviato al confino sull'isola di Ventotene, ove conobbe alcuni tra i massimi rappresentanti politici dell'antifascismo italiano, come lui ristretti nell'isola dal regime fascista.

Liberato nell'agosto del 1943, si unì alle prime formazioni partigiane e fu tra i principali organizzatori dei GAP di Torino.

Con i GAP a Torino e Milano[modifica | modifica wikitesto]

Nel capoluogo piemontese svolse, con il nome di battaglia "Ivaldi", numerose azioni di sabotaggio contro l'occupante nazista e uccise diversi esponenti del regime fascista collaborazionista, dimostrando tenacia e capacità nella dura e spietata guerriglia urbana solitaria condotta dai gappisti.

Pesce ha raccontato nelle sue memorie il suo primo attentato mortale diretto contro il maresciallo della Milizia e amico personale di Benito Mussolini Aldo Morej: egli ammette la sua indecisione nel primo tentativo; nella seconda occasione egli invece dimostrò grande determinazione. Il 23 dicembre 1943, arrivato in bicicletta insieme ad un compagno di copertura, entrò nel suo negozio da orologiaio dove Morej serviva i clienti e lo uccise freddamente alle spalle[2], riuscendo poi a sfuggire senza difficoltà[3]. Addestrato alla fabbricazione e all'uso degli esplosivi da Ilio Barontini, Pesce insieme ad altri due compagni il 2 gennaio 1944 abbandonò delle bombe in un locale frequentato da ufficiali tedeschi e fascisti per poi allontanarsi "siamo già lontani sulle biciclette, quando ci percuote lo schianto lacerante e terribile della prima bomba", mentre il 15 gennaio uccise in strada un sergente fascista[4].

Nonostante questi successi, La situazione dei GAP a Torino era critica e Pesce era praticamente solo nella città occupata da numerose guarnigioni nazifasciste. Determinato ad agire per dimostrare la combattività della Resistenza e minare il morale e la sicurezza del nemico, Pesce decise di colpire alcuni ufficiali tedeschi. Appostato fuori da un locale armato di due rivoltelle, prima uccise due tedeschi a colpi di pistola e quindi, dopo aver sostituito i caricatori delle sue armi, riuscì ad colpire in strada mortalmente altri due ufficiali che lo avevano inseguito[5].

Dal gennaio 1944 i componenti del GAP di Torino guidati da Pesce diedero inizio ad una continua serie di attentati; nel solo mese di febbraio vennero uccisi quattro fascisti e tre militari tedeschi. Grazie al prezioso aiuto di Ilio Barontini, Pesce e i suoi compagni moltiplicarono anche gli attentati con esplosivi: vennero colpiti vagoni ferroviari dei treni utilizzati dai soldati della Wehrmacht, mentre il 1º marzo vennero danneggiati numerosi scambi e le centraline di alimentazione delle linee dei tram intorno alle fabbriche cittadine dove erano iniziati i grandi scioperi generali degli operai[6]. Il giorno seguente, 2 marzo, Pesce e Giuseppe Bravin si calarono nella galleria sotterranea della stazione elettrica della ATM di Torino dove collocarono esplosivi danneggiando i sistemi di alimentazione e controllo delle linee di trasporto. Il 3 marzo Pesce partecipò ad un'incursione dei GAP nella stazione di Porta Nuova dove furono fatti esplodere tre locomotori; alcuni giorni dopo Pesce, Bravin e Dante Di Nanni riuscirono a colpire il ritrovo tedesco di via Paleocapa nonostante fosse fortemente presidiato. Studiando accuratamente i tempi, i tre gappisti riuscirono ad evitare le pattuglie nemiche ed a sistemare le cariche esplosive che provocarono nove morti tra i soldati tedeschi; sfruttando la confusione creata dalla esplosioni, i tre riuscirono ancora una volta a fuggire in salvo[7].

Il 31 marzo 1944 alle ore 13.00 Giovanni Pesce e Giuseppe Bravin uccisero il giornalista fascista Ather Capelli ritenuto dai GAP "il sanguinario incitatore delle rappresaglie". L'attentato, rievocato con efficacia drammatica da Pesce nelle sue memorie, ebbe luogo davanti al portone dell'abitazione di Capelli nel momento in cui egli rientrava su un'auto con autista ma senza scorta. Pesce e Bravin furono avvisati da una compagna, Ines, dell'arrivo dell'auto, e, muovendo a piedi da direzioni opposte della strada, arrivarono al momento giusto davanti al portone proprio mentre Capelli scendeva dall'auto. I due gappisti lo uccisero con sette colpi di pistola, subito dopo Pesce sparò alle gambe dell'autista per neutralizzarlo; quindi riuscirono a fuggire a piedi nonostante qualche momento di pericolo[8].

A Torino ebbe anche luogo, il 18 maggio 1944, il sacrificio di Dante Di Nanni, membro del GAP comandato da Pesce, subito dopo l'attentato contro la stazione radio dell'Eiar che disturbava le trasmissioni di Radio Londra. In seguito a questi ultimi drammatici avvenimenti, nel mese di maggio 1944 Giovanni Pesce si trasferì a Milano, dove riorganizzò la formazione locale, la III Brigata GAP "Rubini", prendendone il comando col nome di battaglia di "Visone".

Tra le sue azioni a Milano, è da ricordare l'uccisione di Cesare Cesarini, il 15 marzo 1945 in viale Mugello, tenente colonnello onorario della "Muti" e capo dell'ufficio personale nella fabbrica Aeroplani Caproni di Taliedo, ritenuto responsabile della deportazione di 63 tra operai, impiegati e tecnici dello stabilimento.[9]

Giovanni Pesce spesso operò a Milano con la partigiana "Sandra", ufficiale di collegamento, al secolo Onorina Brambilla, detta Nori, (1923-2011), che dopo la Liberazione, il 14 luglio 1945, divenne sua moglie.

Il dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

Per le sue attività nella Resistenza italiana, il 23 aprile 1947 è stato insignito della Medaglia d'Oro al Valor Militare per decreto del Presidente del Consiglio dei ministri Alcide De Gasperi.

Dopo la seconda guerra mondiale è stato consigliere comunale a Milano nelle file del Partito Comunista Italiano, dal 1951 al 1964, e consigliere nazionale dell'ANPI fin dalla fondazione. Nel 1991 entrò nel Partito della Rifondazione Comunista, continuando sino alla fine la sua attività politica e di testimonianza sulla Resistenza e i suoi valori, riconoscendosi nelle posizioni dell'area Essere comunisti. Ha cofirmato con Claudio Grassi la seconda mozione al VI congresso nazionale del PRC (3-6 marzo 2005).

Negli ultimissimi mesi di vita fece in tempo a manifestare il suo dissenso per la linea 'governista' del PRC di Fausto Bertinotti.

Alla sua figura è dedicata anche una ballata di Dario Fo: "La GAP".

Un'iniziativa per nominare Giovanni Pesce senatore a vita raccolse 2.450 firme fino al 26 luglio 2007, e continuò a ricevere firme come omaggio postumo alla figura del "Comandante Visone". Giovanni Pesce è stato per anni presidente dell'Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna (AICVAS) .

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Medaglia d'oro al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro al valor militare
«Valoroso combattente garibaldino, lottò strenuamente in Spagna per la causa della libertà e della democrazia riportando tre gravi ferite. Il movimento di ribellione alla tirannide nazifascista lo trovò ancora, ardito ed instancabile partigiano, al suo posto di lotta e di onore. Tra innumerevoli rischi, alla testa dei suoi valorosi G.A.P. organizzava e conduceva audacissime azioni armate, facendo sempre rifulgere il valore personale e l' epica virtù dell' italica gente. Ferito ad una gamba in un audace e rischiosa impresa contro la radio trasmittente di Torino fortemente guardata da reparti tedeschi e fascisti, riusciva miracolosamente a sfuggire alla cattura portando in salvo un compagno gravemente ferito e dal martirio delle carni straziate e dal sacrificio di molti compagni caduti, seppe trarre nuova e maggiore forza combattiva, mantenendo pura ed intatta la fede giurata. In pieno giorno nel cuore della città di Torino affrontava da solo due ufficiali tedeschi e dopo averli abbattuti a colpi di pistola, ne uccideva altri due accorsi in aiuto dei primi e sopraffatto e caduto a terra, fronteggiava coraggiosamente un sopraggiunto gruppo di nazifascisti che apriva intenso fuoco contro di lui, riuscendo a porsi in salvo incolume. I suoi numerosi sabotaggi, gli arditi e decisi attacchi alle caserme ed ai comandi nemici furono e saranno sempre fulgida gloria per il movimento di rinascita nazionale e per l’Italia tutta. Noncurante delle fatiche e dei disagi, inaccessibile allo scoraggiamento, infondeva sempre ardore ed entusiasmo in quanti lo seguirono nella dura ma radiosa via della libertà. Organizzatore eccezionale ed eroico combattente, dotato di irresistibile leggendario coraggio conquistò con il suo valore un luminoso primato alla gloria delle formazioni garibaldine ed alla gloria immortale della Patria.»
— Piemonte, settembre 1943- maggio 1944; Lombardia, maggio 1944 - aprile 1945.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Soldati senza uniforme. Diario di un gappista, Roma, Edizioni di cultura sociale, 1950.
  • Un garibaldino in Spagna, Roma, Editori Riuniti-Edizioni di cultura sociale, 1955; Varese, Essezeta-Arterigere, 2006. ISBN 88-89666-10-2.
  • Senza tregua. La guerra dei GAP, Milano, Feltrinelli, 1967.
  • Quando cessarono gli spari. 23 aprile-6 maggio 1945: la liberazione di Milano, Milano, Feltrinelli, 1977.
  • Il giorno della bomba. Racconti, Milano, Mazzotta, 1983. ISBN 88-202-0529-7.
  • Un uomo di quartiere, Milano, Mazzotta, 1988. ISBN 88-202-0823-7.
  • Attualità dell'antifascismo, con Fabio Minazzi, Napoli, La città del sole, 2004. ISBN 88-8292-236-7.

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Film-documentario Senza tregua di Marco Pozzi (2003).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il giorno che morì Di Nanni La Repubblica — 02 marzo 2006 pagina 1 sezione: TORINO
  2. ^ Michele Tosca, I ribelli siamo noi, Roberto Chiaramonte Editore, vol I, pag 83 "L'autopsia accertò che, prima, era stato colpito da tre proiettili alle spalle mentre volgeva la schiena alla porta. Era riuscito a girarsi e l'assassino, allora, gli aveva tirato una revolverata alla testa."
  3. ^ G.Pesce, Senza tregua, pp. 35-40.
  4. ^ G.Pesce, Senza tregua, pp. 41-46.
  5. ^ G.Pesce, Senza tregua, pp. 44-48.
  6. ^ G.Pesce, Senza tregua, pp. 63-72.
  7. ^ G.Pesce, Senza tregua, pp. 73-76 e 80-84.
  8. ^ G.Pesce, Senza tregua, pp. 85-89.
  9. ^ Claudio De Biaggi, "Storie resistenti. La memoria dei caduti per la Patria e per la Libertà, nelle lapidi e nei monumenti della Zona Quattro di Milano". Edito dal Coordinamento Sezioni ANPI Zona 4 Milano, Milano 2006

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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