Walter Audisio

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sen. Walter Audisio
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Senato della Repubblica
Walter Audisio.jpg
Luogo nascita Alessandria
Data nascita 28 giugno 1909
Luogo morte Roma
Data morte 11 ottobre 1973
Titolo di studio Licenza media superiore
Professione Ragioniere
Partito Partito Comunista Italiano
Legislatura III
Gruppo Comunista
on. Walter Audisio
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Camera dei deputati
Luogo nascita Alessandria
Data nascita 28 giugno 1909
Luogo morte Roma
Data morte 11 ottobre 1973
Titolo di studio Licenza media superiore
Professione Ragioniere
Partito Partito Comunista Italiano
Legislatura I, II
Gruppo Comunista
Incarichi parlamentari
  • I
    • Componente della I commissione affari interni
    • Componente della commissione parlamentare per il parere sulla formazione delle tabelle delle circoscrizioni elettorali per le elezioni provinciali
  • II
    • Componente della IX commissione agricoltura e alimentazione
    • Componente della commissione speciale per l'esame del disegno di legge N.1946: "Modificazioni ed aggiunte alle disposizioni sulla cinematografia"
  • III
    • Componente della VI commissione finanze e tesoro
    • Componente della XIV commissione igiene e sanità pubblica
Pagina istituzionale

Walter Audisio, nome di battaglia Colonnello Valerio o Giovanbattista Magnoli (Alessandria, 28 giugno 1909Roma, 11 ottobre 1973), è stato un partigiano e politico italiano, il 28 aprile 1945 eseguì la sentenza di morte di Benito Mussolini e, durante la notte successiva, provvide al trasporto del suo cadavere e di quello di altri 17 giustiziati, in Piazzale Loreto, a Milano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

La prima attività politica[modifica | modifica wikitesto]

Nato in una modesta famiglia di impiegati, lavorò per anni come ragioniere; nel 1931 aderì al Partito Comunista Italiano, in un gruppo clandestino di Alessandria, ma fu scoperto dall'OVRA che, nel 1934, lo confinò a Ponza[1].

Cinque anni dopo, nel 1939, Audisio chiese una licenza per tornare ad Alessandria e ricoverarsi in ospedale, essendosi ammalato di pleurite. Per ottenere il permesso, fu costretto a fare richiesta al duce di proscioglimento dal confino, previa abiura dei suoi "principi sovversivi"[1].

Durante la Seconda guerra mondiale Audisio prese a militare con i partigiani, organizzando nel Monferrato le prime bande. Successivamente comandò le formazioni della brigata Garibaldi, operanti in provincia di Mantova e nel basso Po[1]; aveva il nome di battaglia di “colonnello Valerio” e la falsa identità di Giovanbattista Magnoli.

I fatti di Dongo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Morte di Benito Mussolini.

All'inizio del 1945, fu affidata ad Audisio la responsabilità dei compiti di polizia militare presso il comando generale del Corpo volontari della libertà. Contestualmente alla proclamazione dell’insurrezione nazionale (25 aprile 1945), il CLNAI - Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, riunitosi a Milano aveva approvato un documento organico ove, all’art. 5 si prevedeva che: “i membri del governo fascista e i gerarchi fascisti colpevoli di aver contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, d’aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesso e tradito le sorti del paese e di averlo condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e, nei casi meno gravi con l’ergastolo”. L’esecuzione era comunque subordinata ad una sentenza dei tribunali di guerra da costituirsi in base all’art. 15 del documento medesimo[2].

Appena a conoscenza dell'arresto di Benito Mussolini – effettuato a Dongo dai partigiani della 52ª Brigata Garibaldi "Luigi Clerici" nel pomeriggio del 27 aprile - la componente comunista del CLNAI decise di agire senza indugio, onde evitare la consegna di Mussolini agli alleati. Walter Audisio fu quindi incaricato di eseguire il decreto del comitato mediante processo sommario e immediata fucilazione. A tal fine la sera del 27 aprile 1945, a Milano, insieme ad Aldo Lampredi, nome di battaglia Guido, ispettore del comando generale delle Brigate Garibaldi e uomo di fiducia di Luigi Longo, Audisio contattò immediatamente il generale Raffaele Cadorna con la richiesta di un salvacondotto, che, sia pur con molta riluttanza, gli fu accordato[3].

Alle 7 del mattino del 28 aprile, il colonnello Valerio partì dalla scuola di Viale Romagna, Milano, con il supporto di una dozzina di partigiani provenienti dall'Oltrepo' Pavese, agli ordini di Alfredo Mordini "Riccardo". Giunto a Como, Audisio esibì il lasciapassare di Cadorna al nuovo prefetto Virginio Bertinelli e al colonnello Sardagna, assicurando loro che avrebbe trasferito i prigionieri a Como e, in un secondo momento, a Milano[4]. Trattenuto a Como fino alle 12.15, Audisio raggiunse Dongo, ove nel frattempo era giunto Lampredi, intorno alle 14.10.

Incontratosi con il comandante della 52ª Brigata Garibaldi, Pier Luigi Bellini delle Stelle, Valerio comunicò di aver avuto l'ordine di fucilare Mussolini e gli altri prigionieri; le sue credenziali furono ritenute sufficienti dal suo interlocutore che acconsentì[5]. Alle 15.15 Audisio e Lampredi si mossero verso Mezzegra, distante 21 km, più a sud, dove - in frazione Bonzanigo – Mussolini era prigioniero, accompagnati dal partigiano Michele Moretti “Gatti”, che era conoscenza del luogo. Audisio era armato di un mitra Thompson, che non risulterà esser stato utilizzato al momento della sua riconsegna al commissario politico della divisione partigiana dell’Oltrepò, Alberto Maria Cavallotti[6]. Lampredi era armato di pistola Beretta modello 1934, calibro 9 mm[7]; Moretti di mitra francese MAS, calibro 7,65 lungo[8].

Il mitra francese MAS, calibro 7,65 lungo, serie F 20830, da cui partì la raffica che uccise Benito Mussolini

Poco dopo le ore 16 del 28 aprile l’ex duce e la sua amante Claretta Petacci furono prelevati e – dopo un breve viaggio in vettura - obbligati a scendere in un angusto vialetto (via XXIV maggio) davanti a Villa Belmonte, un'elegante residenza in località Giulino di Mezzegra, per essere fucilati. La storiografia italiana ha molto dibattuto su ciò, tanto che esistono diverse versioni sull’accaduto[9][10][11][12][13]. Tuttavia, le varie versioni fornite o riferite a Walter Audisio, pur differendo su particolari minori, descrivono la stessa meccanica dell'evento. L’ultima descrizione degli stessi, pubblicata postuma, a cura della moglie di Audisio[14], è sostanzialmente confermata dal memoriale di Aldo Lampredi, consegnato nel 1972 e pubblicato su "L'Unità" nel 1996.

Moretti e Lampredi sono inviati a bloccare la strada nelle due direzioni. Valerio tenta di procedere nell’esecuzione ma il suo mitra si inceppa; chiama allora Moretti che, di corsa, gli porta il suo. Con tale arma il colonnello Valerio scarica una raffica mortale sull’ex capo del fascismo. La Petacci, postasi improvvisamente sulla traiettoria del mitra, è colpita ed uccisa per errore. Viene poi inferto un colpo di grazia sul corpo di Mussolini con la pistola. Di certo, un colpo di pistola è inferto anche su Claretta Petacci, in quanto due proiettili, calibro 9 mm corto, compatibili con quelli della pistola del Lampredi, furono rinvenuti nel corpo della donna, nel corso dell'esumazione effettuata il 12 aprile 1947[15].

Sul luogo dell’esecuzione furono poi rinvenuti proiettili calibro 7,65, compatibili con quelli del mitra francese del Moretti[15]. Alle 17 circa, dopo aver eseguito la sentenza del CLNAI, Audisio rientrò a Dongo per fucilare gli altri gerarchi. Alle 17.48, sono giustiziati tutti i 15 i soggetti che, verso le ore 15, “Valerio” stesso aveva individuato nella lista dei prigionieri della 52ª Brigata Garibaldi. Il numero dei fucilati eguagliava quello dei partigiani, che, per rappresaglia, il 10 agosto 1944, i tedeschi avevano fatto fucilare dai fascisti ed esporre al pubblico in Piazzale Loreto a Milano, ciò dimostrerebbe l'intenzione di voler vendicare quella strage[16]. Marcello Petacci, inizialmente non compreso nell'elenco dei giustiziati, tentò la fuga a nuoto nel Lago di Como, ma fu raggiunto da raffiche di mitra e perì anch’egli.

Piazzale Loreto[modifica | modifica wikitesto]

Verso le 18, caricati i cadaveri su un camion (compreso quello del fratello di Claretta), Audisio partì per Milano passando ad Azzano a recuperare anche i corpi di Mussolini e della Petacci. Durante il viaggio di ritorno si imbatté in altri partigiani e in posti di blocco alleati che gli dettero qualche problema, sino all'intervento del comando generale che autorizzò il proseguimento della colonna. Alle 3.40 di domenica 29 aprile la colonna giunse in Piazzale Loreto, ove Audisio decise di scaricare i cadaveri a terra, proprio dove le vittime della strage del 10 agosto 1944 erano state abbandonate in custodia a militi fascisti, che li avevano dileggiati e lasciati esposti al sole per l'intera giornata, impedendo ai familiari di raccogliere i loro resti.

Alle 11, dopo che una squadra di Vigili del Fuoco giunta con un'autobotte aveva lavato abbondantemente i cadaveri imbrattati di sangue, sputi e ortaggi, gli stessi pompieri ne appesero cinque per i piedi, alla pensilina del distributore di carburante ESSO all'angolo fra la piazza e corso Buenos Aires. Verso l'una del pomeriggio una squadra di partigiani, su ordine del comando, entrò in piazza e depose i cadaveri.

Impegno politico del dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

Nel dopoguerra Audisio venne eletto deputato tra le file del Fronte Democratico Popolare nel 1948 per la circoscrizione Cuneo-Alessandria-Asti e sempre confermato con il PCI fino al 1963, anno in cui optò per il Senato della Repubblica. Nel 1968 non si ricandidò e preferì lavorare presso l'ENI, ma morì cinque anni dopo a causa di un infarto che lo colse improvvisamente mentre si trovava con la moglie Ernestina nella sua abitazione romana. È sepolto presso il Cimitero del Verano di Roma.

Nel volume "In nome del popolo italiano", uscito postumo, Audisio sostenne che le decisioni prese nel primo pomeriggio del 28 aprile a Dongo, nell'incontro con il comandante della 52ª Brigata, Bellini delle Stelle, fossero equivalenti ad una sentenza emessa da un organismo regolarmente costituito ai sensi dell'art. 15 del documento del CLNAI sulla costituzione dei tribunali di guerra[17]. Dell'intera questione si occupò anche la magistratura penale ordinaria, investita dal giudice civile, cui si erano rivolti i familiari dei Petacci per risarcimento danni. Nei confronti di Audisio, all'epoca parlamentare, l'apposita Giunta concesse l'autorizzazione a procedere. Il processo si chiuse definitivamente il 7 luglio 1967, quando il giudice istruttore assolse il colonnello Valerio dall'accusa di omicidio volontario pluriaggravato, appropriazione indebita e vilipendio di cadavere, perché i fatti erano avvenuti nel corso di un'azione di guerra contro i tedeschi ed i fascisti loro alleati, in periodo di occupazione straniera, e come tali non furono ritenuti punibili[18].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Dizionario Biografico degli Italiani, Audisio, Walter
  2. ^ Gian Franco Venè, La condanna di Mussolini, Fratelli Fabbri, Milano, 1973. Il documento fu approvato “a maggioranza” da un comitato esecutivo composto da Sandro Pertini, Emilio Sereni, Leo Valiani, Achille Marazza e Giustino Arpesani
  3. ^ Peter Tompkins, Dalle carte segrete del Duce,Tropea, Milano, 2001, pag. 328
  4. ^ Giorgio Cavalleri, Franco Giannantoni e Mario J. Cerighino, La fine. Gli ultimi giorni di Benito Mussolini nei documenti dei servizi segreti americani (1945-1946), Garzanti, Milano, 2009, pag. 61
  5. ^ Giorgio Cavalleri, Franco Giannantoni e Mario J. Cerighino, cit., pagg. 69-70
  6. ^ Pierluigi Baima Bollone, Le ultime ore di Mussolini, Mondadori, Milano, 2009, , pag. 154
  7. ^ Pierluigi Baima Bollone, cit., pag. 145. L’arma fu donata da Lampredi al partigiano Alfredo Mordini “Riccardo”, ed è attualmente conservata al Museo storico di Voghera.
  8. ^ Pierluigi Baima Bollone, cit., pag. 193. L’arma è attualmente conservata al Museo di Tirana
  9. ^ Giorgio Cavalleri, Ombre sul lago, Piemme, 1995
  10. ^ Alessandro Zanella, L'ora di Dongo, Rusconi, 1993
  11. ^ Giorgio Cavalleri, Franco Giannantoni, Mario J. Cereghino, cit.
  12. ^ Luciano Garibaldi, Franco Servello, Perché uccisero Mussolini e Claretta, Rubbettino, 2010
  13. ^ Giorgio Pisanò, Gli ultimi cinque secondi di Mussolini, Il Saggiatore, 1996
  14. ^ Walter Audisio, In nome del popolo italiano, Teti Stampa, Milano, 1975
  15. ^ a b Pierluigi Baima Bollone, cit., pagg. 89 e succ.ve
  16. ^ La scelta non era stata improvvisata quella notte, era stata suggerita dai nostri compagni milanesi, e io avevo in mente la staccionata, il piazzale, quell'angolo del piazzale dal 10 agosto 1944 (W. Audisio, In nome del popolo italiano, cit., pag. 367)
  17. ^ Walter Audisio, cit., pag. 371
  18. ^ Pierluigi Baima Bollone, cit., pag. 123

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Walter Audisio, In nome del popolo italiano, Milano, 1975.
  • Pierluigi Baima Bollone Le ultime ore di Mussolini, Mondadori, Milano, 2005.
  • Massimo Caprara, Lavoro riservato. I cassetti segreti del PCI, Milano, 1997.
  • Giorgio Cavalleri, Ombre sul lago. I drammatici eventi del Lario nella primavera-estate 1945, Mario Chiarotto Editore, 2007.
  • Giorgio Cavalleri, Franco Giannantoni e Mario J. Cerighino, La fine. Gli ultimi giorni di Benito Mussolini nei documenti dei servizi segreti americani (1945-1946), Garzanti, Milano, 2009
  • Franco Giannantoni, "Gianna" e "Neri": vita e morte di due partigiani comunisti : storia di un "tradimento" tra la fucilazione di Mussolini e l'oro di Dongo, Mursia, 1992.
  • Giorgio Pisanò, Gli ultimi cinque secondi di Mussolini, Il Saggiatore, 1996* Pietro Secchia, Il Partito comunista italiano e la guerra di Liberazione 1943-1945, Milano, 1973.
  • M. Serri, I Profeti Disarmati, Corbaccio 2009.
  • Peter Tompkins, Dalle carte segrete del Duce, Tropea, Milano, 2001.
  • Alessandro Zanella, L'ora di Dongo, Rusconi, 1993.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità VIAF: 79131261